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Quotidiano di Sicilia

Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Dic
31
2011
Nel dopoguerra, i tre partiti politici più importanti - Dc, Pc e Psi - avevano le scuole di formazione dei quadri: tutti i giovani che avevano intenzione di sottoporsi all’esame degli elettori frequentavano per anni tali scuole e apprendevano gli strumenti per esercitare una politica di alto profilo.
All’inizio del periodo post-bellico, grandi personaggi sono stati inseriti nei posti di responsabilità, da Luigi Einaudi a Benedetto Croce, da Alcide De Gasperi a Giuseppe Pella. Personalità di grande spessore culturale che esercitavano il mandato con grande senso di responsabilità e disinteresse personale. Molti di loro sono morti poveri, ma ricolmi di stima per le loro qualità etiche che si riflettevano nella politica.
Negli anni Ottanta c’è stata la svolta ed è cominciata l’era del clientelismo, con la conseguente espansione della spesa pubblica dovuta a favoritismi e ad assunzioni facili, non soltanto nei Ministeri, ma anche in tutte le società a partecipazione pubblica, che si sono ingrassate a dismisura.

L’espansione della spesa pubblica, improduttiva, portò sul punto di non ritorno il bilancio dello Stato, per cui fu indispensabile una manovra straordinaria di 92 mila miliardi, attuata dal Governo Amato, per condurre la lira nel mondo dell’Euro.
Dopo l’anno 1993 di transizione, dal 1994 a oggi è entrato in vigore il sistema elettorale maggioritario con premio di maggioranza, che però non ha fatto raggiungere i due obiettivi primari che il popolo italiano si aspettava: la crescita ordinata e la contrazione di spesa pubblica e debito pubblico. La crescita è stata modesta, mentre la spesa pubblica è aumentata a dismisura. I punti fondamentali della stessa sono in queste tre date: 1980, l’equivalente di 100 miliardi di euro; 1992, l’equivalente di mille miliardi di euro; 2011, 1.900 miliardi di euro. In trent’anni il debito è aumentato di 19 volte, a disdoro della classe politica che ha caricato sulle generazioni a venire la sua dissennatezza.
In questi 17 anni (1994-2011) il ceto politico non ha avuto alcuna formazione. Il suo reclutamento è avvenuto a casaccio, soprattutto nel mondo dei senzamestiere, cioè tutti coloro che hanno visto la politica come un’opportunità per fare soldi, dimenticando totalmente il primo obbligo di chi la esercita: agire nell’interesse e al servizio dei cittadini.
 
L’indignazione dei cittadini - finalmente riportata in quotidiani e settimanali importanti - per gli abusi e i privilegi della casta politica e di quella burocratica ha creato una sorta di difesa d’ufficio da parte di tutti questi privilegiati: la difesa della politica.
è ben evidente come si tratti di una difesa strumentale: infatti, i cittadini sono indignati contro i politicanti-senzamestiere e non contro la Politica, cioè l’arte del gestire la Cosa pubblica in modo disinteressato e con senso di servizio.
Avanti la Politica, quella alta, quella nobile. Indietro i politicanti-senzamestiere, tutti coloro, cioè, che non hanno la dignità di operare come servitori e non come feudatari.
Il discorso non vale soltanto per i politicanti-senzamestiere, ma anche per quella pletora di soggetti (imprenditori, professionisti, dirigenti pubblici, giornalisti e altri) che succhiano il sangue come parassiti alle casse del denaro pubblico.

Si chiude un anno difficile e se ne apre un altro altrettanto difficile. Negli ultimi due anni si è accentuata la perdita del senso dello Stato e la cognizione che l’Etica deve essere sempre presente in tutti gli atti della politica e della Pubblica ammnistrazione.
L’equità, di cui parla il presidente Monti, non potrà essere raggiunta. Ora che la crisi comincia ad azzannare le carni vive del popolo si accentuerà la rivolta contro le classi privilegiate da stipendi e pensioni d’oro, che non potranno resistere a lungo.
Monti ha riformato profondamente il sistema previdenziale, tagliando l’anzianità, ma nulla ha ancora fatto sui privilegi della politica anche se, nella conferenza stampa di giovedì scorso, ha dato indicazioni di un cambiamento sostanziale.
I tre poli che lo sostengono avranno difficoltà ad approvare i disegni di legge del Governo, ma alla fine dovranno cedere perché non c’è alternativa a un riequilibrio fra chi prende tanto e chi paga tanto.
Fare gli auguri è prammatica, ma l’anno che entra ha bisogno più di uno sforzo comune che di speranze. L’epoca delle parole è finita, deve iniziare quella dei fatti.
Dic
30
2011
Per svolgere l’inchiesta sulla corruzione in Sicilia, che trovate nelle pagine interne, abbiamo interpellato la Presidenza e i dodici Assessorati, chiedendo loro di sapere qual è il livello di corruzione all’interno di ogni branca amministrativa e quali provvedimenti concreti avessero messo in atto, Presidente e Assessori, per snidare i corrotti e contrastare il fenomeno dilagante. 
Sette assessori su dodici non ci hanno risposto, con ciò ammettendo che non hanno attivato alcuna azione e quindi si sono comportati come le tre scimmiette. Gli altri cinque ci hanno risposto in maniera piuttosto blanda.
Eppure la direttiva del presidente della Regione del 13 maggio 2011 stabilisce, tra gli obiettivi prioritari dell’amministrazione regionale, la messa in atto di qualsiasi azione utile per contrastare il rischio di diffusione della corruzione e di infiltrazioni di tipo mafioso.
Eppure è in vigore il Codice deontologico del 4 dicembre 2009 contro la corruzione, che è stato recepito all’interno della L.r. 5/11, articolo 15.  
 
Nonostante quanto precede, all’alba del 2012, la Regione, nel suo complesso, non ha attivato alcuna azione anticorruzione. Eppure il fenomeno è esteso, come dimostrano inchieste penali con arresti di funzionari e deputati regionali, come dimostrano ingiustificati ritardi nell’evasione di richieste di cittadini e imprese, come dimostra l’enorme quantità di fascicoli cartacei che non vengono evasi e dimorano in modo ingiustificato sul tavolo di dirigenti e impiegati. 
Per quale motivo i fascicoli non camminano in modo spedito? Per quale motivo dipendenti e dirigenti non hanno la coscienza professionale di impiegare il minor tempo possibile per l’evasione delle richieste? Certamente vi è una grande dote di inefficienza e disorganizzazione dietro questo andazzo deplorevole. Ma è legittimo prospettare che vi sia un latente tentativo di corruzione nei confronti degli istanti, dai quali dirigenti e dipendenti si aspettano la telefonata per chiedere il favore che può nascondere pagamento di tangenti.
Gli arresti di alcuni deputati regionali sono stati causati, secondo l’accusa, dalla loro intermediazione per fare camminare le pratiche ed evadere le istanze.
 
Burocrati lenti, tangenti svelte. Sembra un ossimoro ma non lo è, perché la lentezza dell’evasione delle richieste e la sveltezza delle tangenti vanno a braccetto. L’una e l’altra sono sorelle siamesi. L’una e l’altra fanno parte del vizietto endemico dei cattivi politici e dei cattivi burocrati, che beffano i cittadini con arroganza e prepotenza.
Tutto ciò accade perché la società non ha ancora gli anticorpi per contrastare questi nefasti comportamenti, che determinano la stagnazione dell’economia, l’aumento della disoccupazione e la diminuzione del Pil. Oltre che una diffusa iniquità, perché vanno avanti i fascicoli raccomandati. Con ciò si realizza la violazione dell’art. 97 della Costituzione, che prevede: i pubblici uffici sono organizzati ...in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
Questi comportamenti scellerati annullano il principio di terzietà della Pubblica amministrazione, che, anziché rendersi pronta al servizio dei cittadini, usa i cittadini per il propio egoismo e per il tornaconto personale. Un’autentica vergogna.
 
Il Codice deontologico prima richiamato, all’art. 16, prevede che all’interno di ogni assessorato siano costituiti Nuclei ispettivi interni. Ma né Presidente né Assessori hanno provveduto in questo senso. Perché c’è una scarsa sensibilità sulla corruzione, ovvero perché hanno la coda di paglia e temono che questi Nuclei possano scoprire il vaso di Pandora e il verminaio di privilegi (e non solo) che ci sono nella Regione?
Il guaio è anche che l’assessore che si occupa delle Autonomie locali non ha formulato alcuna direttiva nei confronti dei 390 sindaci affinché istituissero, anch’essi, i Nuclei ispettivi interni, in funzione anticorruzione.
Il pesce puzza dalla testa. Non si capisce perché un sindaco dovrebbe fare (anche se potrebbe) quello che mamma Regione non fa. L’esempio viene dall’alto, anche se ognuno può agire autonomamente secondo la propria coscienza, se ce l’ha.
La corruzione non solo danneggia la società, ma crea ostacoli alla concorrenza e alla competizione tra soggetti diversi. Essa va sdradicata. Devono farlo il presidente della Regione e il ceto politico regionale.
Dic
29
2011
Il teatrino fra Governo e Assemblea regionale da una parte e precari dall’altra continua in modo indegno. Le due parti sanno con certezza che qualunque norma approvata in violazione del Patto di stabilità viene immancabilmente bocciata dal Commissario dello Stato, giusto e rigoroso.
I deputati dell’Assemblea, che costa ai siciliani 172 milioni di euro contro i 71 del Consiglio della Lombardia, prendono in giro i precari votando all’unanimità disegni di legge, sapendo in partenza che non avranno vita alcuna. Non hanno capito che il clientelismo è finito per mancanza di risorse e che bisogna rimettere in ordine i conti della Regione tagliando gli apparati, ma non i servizi indispensabili ai cittadini. Gli apparati servono ai politicanti per raccogliere consenso; i servizi servono ai cittadini, soprattutto a quelli più deboli e bisognosi.

Faremmo un’offesa ai deputati regionali, i quali percepiscono a testa 20 mila euro lordi al mese, se non gli riconoscessimo l’intelligenza, per sapere che l’approvazione di leggi clientelari, come quella appena impugnata, non vedrà mai la luce. Dunque, lo fanno in mala fede per dimostrare che non è loro responsabilità alimentare il favoritismo dei precari, entrati per raccomandazione e non per concorso, mentre l’intera responsabilità è di quel cerbero del prefetto Carmelo Aronica, che non ha a cuore tanti poveretti che hanno bisogno di uno stipendio cui non corrisponde un lavoro.
Se la questione non fosse tragica, ci sarebbe da ridere. Purtroppo lo è, perchè Governo e maggioranza regionali continuano a destinare risorse verso gli apparati e non verso gli investimenti produttivi e il cofinanziamento, insieme a Unione europea e Stato, delle opere pubbliche.
In Sicilia c’è fame di riassetto idrogeologico del territorio e di infrastrutture di ogni genere e tipo. Un’intelligente attività politica dovrebbe coinvolgere i privati per la realizzazione di tali opere, moltiplicando il coefficiente di rendimento delle risorse pubbliche. E, invece, perde il proprio tempo su tanti rigagnoli che non servono ad attivare la crescita, ma solo a soddisfare la famelicità dei clientes.
 
L’anno che entrerà fra tre giorni deve essere quello di svolta per la Sicilia, perchè, continuando con questa azione di tanti senza mestiere, la Sicilia affonderà. Bisogna ricordarsi che del peggio c’è il peggiore. Il fondo del barile non si tocca mai, anzi si sfalda per far cadere tutta la comunità siciliana in una voragine che non finisce mai.
Taglio agli apparati nella Sanità e in tutte le branche amministrative regionali; messa a disposizione, ai sensi dell’articolo 16 della Legge di stabilità n. 183/11, di diecimila dipendenti regionali con l’80 per cento dello stipendio; taglio di 100 milioni all’Assemblea regionale per parificarla al Consiglio regionale della Lombardia; vendita di tutte le auto blu, salvo quella del presidente della Regione e quella del presidente dell’Ars e autorizzazione ad assessori e dirigenti a usare i taxi, mediante una convenzione con le cooperative dei tassisti che farebbe risparmiare alla Regione milioni di euro. Questo si deve fare. Ora!

E poi l’attività principale nella razionalizzazione della spesa è quella che a livello nazionale sta mettendo in atto il governo Monti: la spending review. Che significa? La revisione, capitolo per capitolo, di tutta la spesa regionale in modo da eliminare quella improduttiva (gli apparati e le rendite di posizione) e destinare le risorse risparmiate alla crescita, mediante grandi piani, grandi programmi di attrazione di capitali internazionali per la realizzazione di impianti nel settore agricolo, industriale, turistico e dei servizi avanzati ad alto valore aggiunto.
L’esempio che abbiamo citato, qualche giorno fa, della serra fotovoltaica di Villasor, in provincia di Cagliari, nella quale sono intervenuti l’indiana Mbcel e l’americana General Electric, è emblematico. La Regione deve promuovere dieci di questi impianti; realizzare urgentemente le Società per la regolamentazione del servizio di gestione rifiuti (S.R.R.) di cui alla l.r. 9/10, i quali dovrebbero prevedere l’insediamento di dissociatori molecolari, che consentono di utilizzare le componenti dei rifiuti come materie prime e quindi risorse economiche. Basta cincischiamenti. E' l’ora dei fatti, concreti e positivi.
Dic
28
2011
Monti è stato bloccato quando ha tentato di inserire nel decreto della “Fase uno” le liberalizzazioni (assicurazioni, banche, petrolieri, taxi, farmacie, servizi pubblici locali e via enumerando).
è stato bloccato, altresì, quando ha cominciato a usare, moderatamente, le forbici per tagliare la spesa improduttiva. Il risultato è stato che gli italiani sono stati subissati di imposte dirette e indirette, per far quadrare i conti che invece dovevano raggiungere il loro equilibrio attraverso la riduzione delle spese.
Cosa fatta, capo ha: la quinta manovra del 2011 ha trovato consacrazione in Senato, dove è stata convertita in legge il 22 dicembre. Peraltro, il decreto milleproroghe, chiamato pocheproroghe, approvato dal Consiglio dei ministri di venerdi 23, non ha alcuna rilevanza sulla situazione generale.
Ora si tratta di vedere se la cosiddetta “Fase due” sarà una cosa seria o una curetta all’acqua di rose. I nemici più forti saranno gli Enti locali che non vorranno rinunziare al feudo delle società create per fare clientelismo.

Senza competitività non c’è sviluppo. È questo l’altro importante impegno del Governo. La competitività si ottiene mediante le riforme che inseriscano concorrenza nel mercato. Il sottosegretario Antonio Catricalà sa perfettamente cosa serve e quali nuovi e più forti poteri bisogna dare all’Autorità antitrust, presieduta da Giovanni Pitruzzella, perché in tutti questi anni ne ha fatto richieste specifiche al Governo, mai evase.
La competitività c’è quando non vi sono vincoli di mercato o posizioni dominanti di chi è più forte e utilizza i privilegi per ottenere vantaggi. Questi vantaggi sono ottenuti da quelle categorie elencate all’inizio. Se qualcuno si avvantaggia, qualche altro si svantaggia. In questo caso, sono i cittadini a subire la prepotenza di chi domina il mercato perché impedisce la concorrenza o perché fa cartelli (accordi di oligopolio), mediante i quali nessuno abbassa i prezzi dei servizi.
Ecco dove e come deve intervenire il Governo, senza guardare in faccia nessuno, anche forzando i tre poli che lo sostengono, forte di una verità: nessuno dei tre è disposto a togliere la spina.
Sul campo vi sono tante patate bollenti. La prima fra esse è la mancanza di fiducia dei mercati nella stabilità del nostro Paese. La sfiducia c’è ed è motivata appunto per l’eccesso di spesa pubblica, non giustificata dalla quantità e qualità dei servizi prodotti. E poi la sfiducia c’è per i tre enormi bubboni che moltiplicano le difficoltà: l’evasione fiscale e contributiva di 120 miliardi di euro, la corruzione stimata dalla Corte dei Conti in 70-80 miliardi, il giro d’affari della criminalità organizzata stimato dalla Direzione investivativa antimafia in circa 100 miliardi. Un totale di 300 miliardi, che costituiscono un quinto del Pil, un po’ meno di un sesto del debito pubblico. Ogni commento è superfluo.
Un’altra questione che riguarda il mondo delle imprese è la scarsa produttività del lavoro, che le rende meno competitive rispetto al mercato internazionale. Mentre prima le imprese hanno cominciato a delocalizzare nei Paesi dell’Est per la bassa manodopera, da qualche anno si verifica un fenomeno nuovo.

Di che si tratta? Delle iniziative che hanno messo in campo due Paesi confinanti, l’Austria e la Svizzera. In particolare la Carinzia, che si trova a Nord dell’Alto Adige, e il Canton Ticino, a Nord della Lombardia. Le due amministrazioni hanno istituito pacchetti estremamente interessanti per cui le imprese delle regioni del Nord stanno cominciando a delocalizzarsi in quei posti, attratti da vantaggi: il credito normale, l’ottima qualità dei servizi pubblici, il buon funzionamento delle infrastrutture, la produttività della manodopera, la rapidità dell’ottenimento di autorizzazioni e concessioni, il funzionamento della giustizia, rapida ed efficace, e così via.
Come si evince da questo elenco, non c’è il vantaggio del costo del lavoro, ma tutti gli altri elementi sono preponderanti, tenendo conto che il costo del lavoro incide sul prezzo finale di beni o servizi per non oltre un decimo.
Questa è la fotografia della perdita di competitività del Paese. Bisogna invertire l’andamento.
Dic
23
2011
La nostra non è una nazione pragmatica. Si fanno molte chiacchiere e molte promesse, ma pochi sono coloro che hanno il senso dell’onore che impone l’obbligo di rispettare le medesime promesse.
La Costituzione prevede che i cittadini paghino le imposte in misura progressiva rispetto ai propri redditi (art. 53). Poi, aggiunge (art. 97), che i pubblici uffici sono organizzati in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Combinando i due articoli si capisce che i cittadini hanno il diritto di ottenere servizi efficienti mediante la migliore e massima utilizzazione delle risorse messe a disposizione attraverso le imposte. Questo non è accaduto perché un ceto politico famelico si è autoassegnato privilegi anche finanziari di ogni genere, con i quali sono state assorbite risorse che dovevano andare ai cittadini.
Questo non è accaduto anche perché la pubblica amministrazione si è fatta approvare leggi che hanno consentito di pagare stipendi, emolumenti e indennità, nonché pensioni, assolutamente fuori da ogni regola di equità, sproporzionate alle funzioni prestate e totalmente disallineate con quelle che si pagano mediamente in Europa.

Basta scorrere settimanali e quotidiani per leggere l’infinito elenco di pensionati d’oro a colpi di 300 o 400 mila euro all’anno, di esìmi soggetti che hanno ricevuto liquidazioni milionarie, anche per brevi periodi di attività, e di altri ancora che nel settore pubblico razzìano risorse di ogni genere, nonché cumulano privilegi indegni di una nazione civile, come la nostra, che si trova in grave difficoltà.
Di fronte alle difficoltà nessuno di questi privilegiati ha ridotto le proprie pretese, anzi, pone ogni ostacolo ai tagli nel versante pubblico, necessari per riportare in una condizione di equità il sistema Italia.
Questo governo avrà grosse difficoltà col secondo punto del suo programma, quello dei tagli, per ricondurre alla ragione tanti privilegiati pubblici che a parole mostrano comprensione per i disoccupati e i dipendenti che percepiscono mille euro al mese, ma guai a toccare i loro cedolini. Si tratta di una maleducazione generale nel senso di mancanza di cognizione dei bisogni cui vanno adeguate le proprie esigenze.
 
I cittadini pagano le tasse con le quali comprano i risultati. Vi è, quindi, uno scambio preciso fra esborsi e servizi. Quando questo scambio non funziona, si forma uno squilibrio fra le imposte erogate e i servizi non ottenuti della giusta quantità e della giusta qualità.
La questione è più generale quando si vuole uscire dalle fatue parole. Chi eroga una somma a qualunque titolo deve avere un’adeguata ed equa contropartita. Quando questo non avviene, una parte ha ottenuto un vantaggio a carico dell’altra che ha ricevuto uno svantaggio. Questa non è equità.
Sentiamo tanta gente che parla a vanvera, blatera, espone problemi, enumera le difficoltà. Ma pochissima gente bada al sodo, prospetta soluzioni e tempi di realizzazione, persegue obiettivi e incamera risultati. Due comportamenti opposti: il primo totalmente inconsistente ed inutile; il secondo concreto, pratico, solido. Si comprende benissimo la differenza tra i due comportamenti: il primo è praticato da molti, il secondo, purtroppo, da pochi.

I cittadini comprano i risultati con le tasse, ecco il punto. Vogliono vedere nelle città le strade pulite e ordinate, i trasporti puntuali, l’illuminazione accesa, gli sportelli digitalizzati raggiungibili dal proprio computer, i cantieri per la ristrutturazione dei beni pubblici sempre aperti ed altri per la costruzione di nuove opere.
I cittadini vogliono vedere un sistema di servizi pubblici ordinato ed equo ove i privilegiati vengono emarginati e costretti a rinunziare ai propri privilegi. Una giustizia che sia vera perché emette sentenze in mesi e non in decenni.
I cittadini vogliono vedere la macchina dello sviluppo che attragga capitali stranieri e faccia aumentare il Pil come il gruppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). I cittadini vogliono che siano tagliati gli apparati burocratici e politici e che le spese siano ridotte all’essenziale, senza privilegi.
Il ceto politico ha l’obbligo etico di dare queste risposte. Quando non lo fa deve essere cacciato. Insomma, va instaurato un rapporto funzionante fra chi paga e chi deve erogare i servizi in base a quanto ha percepito. I colpevoli vanno puniti senza remore.
Dic
22
2011
È stata inaugurata nel 2010 una serra fotovoltaica a Su Scioffu, il nome della località vicino Cagliari, per iniziativa dell’ex assessore regionale all’Agricoltura Andrea Prato, imprenditore prestato alla politica. 
 
Si tratta di un’iniziativa senza precedenti perchè la Regione è riuscita ad attrarre due multinazionali straniere, l’indiana Mbcel e l’americana General Electric, a coinvolgere gli agricoltori locali in preda alla crisi ma con una voglia matta di ricominciare. 
Dunque, propulsione della Regione, risorse finanziarie delle multinazionali straniere, lavoro e capacità degli agricoltori locali hanno fatto di questo impianto, il più grande del mondo e la ricchezza del comune di Villasor. 
La novità riguarda il fatto che i pannelli fotovoltaici si trovano al di sopra della serra dentro la quale sono coltivati, da parte di quattro cooperative locali, con 90 dipendenti, angurie, meloni, zucchine romanesche, rose da bacca e finocchi. L’impianto produce 20 megawatt di energia elettrica e può soddisfare i consumi annuali di circa 10 mila abitazioni.

Un altro grande vantaggio per l’economia sarda è che l’utilizzo di energia elettrica pulita riduce di 5 mila tonnellate l’emissione di CO2 e, ancora più importante, soddisfa una parte del fabbisogno di ortofrutta della Regione, a prezzi competitivi, della quale vi è un’importazione di circa l’80 per cento. 
A questo impianto si è arrivati dopo che la Regione aveva bloccato le autorizzazioni sia per l’eolico che per il fotovoltaico rasoterra perchè utilizzano pochissima manodopera e producono poca energia in relazione al cattivo impatto ambientale. 

La Regione Sardegna cerca di attrarre ulteriori investimenti analoghi a questo impianto campione, disponibile a mettere risorse finanziarie, provenienti da tagli alla spesa pubblica improduttiva. in questo modo è possibile collocare dipendenti pubblici nel settore privato sano piuttosto che assumerli inutilmente perchè non ve ne è bisogno. 

L’iniziativa, prima di una serie, coniuga tre fattori positivi: l’attrazione di investitori esteri, la stimolazione dell’imprenditoria locale sana e l’intervento positivo della Regione che si occupa non di creare inutili posti di lavoro, bensì di creare utili opportunità di lavoro.
Nell’inchiesta che pubblichiamo oggi emergono elementi contrari al fatto prima riportato. Il primo è che la Regione Siciliana ha diecimila dipendenti in esubero rispetto alla Lombardia. Il secondo è che le funzioni che la Regione svolge al posto dello Stato abbisognerebbero di 10.800 dipendenti mentre in Lombardia, tra personale statale e personale della Regione, ne bastano circa 4 mila. La Regione esagera sempre quando si parla di dipendenti. Sembra che la sua ragion di vita sia assumere, assumere, assumere.
Con questa politica la Regione è praticamente fallita perchè ha debiti per oltre 4,5 miliardi cui si aggiunge un mutuo di 954 milioni, vietato dal Patto di stabilità, e su cui la Corte dei Conti dovrà fare le sue valutazioni. 
L’escamotage di dire che esso è destinato a spese per investimenti non è altro che una pietosa menzogna perchè il buco di bilancio si è manifestato per eccesso di spesa corrente, non di spesa produttiva. Cosicchè, menzogna dopo menzogna, la Regione si troverà in una condizione irrecuperabile.

Essa pagherà solo stipendi e spesa corrente non avendo alcuna possibilità di cofinanziare i progetti insieme all’Unione europea, nè di prendere iniziative analoghe a quella citata prima della Regione Sardegna, nè altro che serva a sviluppare questa terra martoriata da un ceto politico corporativo e conservatore che bada solo al proprio tornaconto e non all’interesse generale dei siciliani.  
Resta nel bilancio della Regione, ancora avvolto nel mistero, l’avanzo di circa dieci miliardi tra entrate e uscite. Una voce tappabuchi, della quale abbiamo più volte chiesto informazioni all’assessorato competente, informazioni che non vengono date all’opinione pubblica perchè dietro la coltre di silenzio si nascondono, dobbiamo dedurre, magagne di ogni tipo. Ma noi insisteremo e chiederemo anche che il Parlamento siciliano avvii un’ispezione insieme alla Corte dei Conti per chiarire questo insondabile mistero.
Dic
21
2011
Abbiamo ritardato a commentare quell’episodio di malamministrazione che ha avuto per protagonista un’infermiera furba, la quale per ben nove anni non si è recata al lavoro, salvo qualche giorno. L’infermiera ha prodotto un numero enorme di falsi certificati e false dichiarazioni, per giustificare la sue continue assenze, percependo però regolarmente stipendi e accessori. Le false dichiarazioni non erano contraffatte, bensì redatte su stampati regolari e confermate sovente dai controllori.
Il punto è non solo la serie di reati commessi dall’infermiera disonesta, ma tutti gli altri commessi da chi avrebbe dovuto impedire l’incredibile vicenda.
In Italia, c’è la malsana abitudine di una falsa solidarietà, secondo la quale tutti tengono famiglia, con la conseguenza di chiudere un occhio, o magari due, sui comportamenti sleali e disonesti di tanti pubblici dipendenti. Anche il ceto politico, che ha il dovere costituzionale di fare funzionare secondo le leggi le branche amministrative ad esso affidate, chiude gli occhi perché è connivente e partecipa alla corruzione.

La corruzione, ecco il cancro che divora le risorse pubbliche e non consente la somministrazione di servizi in maniera adeguata. Al banchetto corruttivo partecipano tanti soggetti, esterni ed interni alla Cosa pubblica: dirigenti, assessori, professionisti, imprenditori e manovalanza, tutti con l’intento di delinquere per appropriarsi di risorse che faticosamente i cittadini danno in amministrazione a chi ne è preposto.
Un corpo umano ha in sé gli anticorpi che combattono gli agenti patogeni che cercano di penetrarvi, causando malattie. Tra gli anticorpi, vi sono i globuli bianchi che aggrediscono gli ospiti indesiderati. Cosicché, ogni giorno, il sistema immunitario ammazza miliardi di bacilli e germi.
Nella Cosa pubblica, invece, non esistono anticorpi, non vi sono globuli bianchi, con la conseguenza che tutto si riduce ad una semplice considerazione: dirigenti e dipendenti onesti non rubano, dirigenti e dipendenti disonesti rubano. Se nessuno controlla, la ruberìa diviene generale, con danno all’erario e cioè ai cittadini stessi, non sempre quantificabile.
 
Per la verità, la Corte dei Conti ha stimato che la corruzione produce danni per 70 miliardi l’anno. Ma essi rimangono occulti e se ne recupera solo una minima parte. La Procura nazionale antimafia ha determinato in cento miliardi il giro d’affari della criminalità organizzata. Se a queste due cifre si aggiungono i centoventi miliardi di evasione fiscale e previdenziale, si capisce bene come il nostro Paese traballi e vada avanti grazie alla maggior parte dei cittadini onesti che reggono, in positivo, il peso dell’enorme macchina pubblica e, invece, tanti furbetti e furboni gravano parassitariamente sulla Cosa pubblica.
Pensare che le Procure della Repubblica possano intercettare tutti i filoni  delle malversazioni è utopistico. Infatti la carenza di organico dei giudici togati (a fine anno ne mancheranno oltre millecinquecento), unita alla disfunzione della macchina amministrativa, non può ottemperare al proprio dovere di contrastare efficacemente la corruzione.

In tutto il territorio nazionale non c’è differenza per numero e qualità dei reati. Neanche differenza vi è fra i reati commessi nei Ministeri e quelli nelle Regioni e negli Enti locali. Tutto ciò accade perché manca un sistema di controllo efficace e puntuale, che riesca a monitorare il cento per cento delle procedure.
Non risulta che nei Ministeri, nelle Regioni e nei Comuni siano stati istituiti i Nuclei investigativi affari interni che avrebbero la missione di colpire sul nascere gli atti di corruzione, verificando le disfunzioni dei servizi, che spesso nascondono comportamenti disonesti di chi rallenta ad arte il rilascio di autorizzazioni e concessioni.
Non solo la corruzione serve per ottenere autorizzazioni e concessioni non dovute. Più spesso serve ad ottenerle in tempi brevi, cioè europei. In altri termini, bisogna pagare per ottenere l’oggetto di un proprio diritto.
Non sappiamo se il Governo Monti metterà all’ordine del giorno la corruzione nella Cosa pubblica. Il premier non ne ha parlato, il che costituisce una grave lacuna. Se non c’è correttezza tra i cittadini è difficile che vi sia equità.
Dic
20
2011
La Manovra in corso di approvazione ha caricato i cittadini per circa due terzi con nuove imposte tagliando solo per un terzo la spesa pubblica. Di essa, quasi tutto proviene dal riordino delle pensioni di anzianità. Nessun taglio è stato fatto alla spesa pubblica e alla spesa per il mantenimento dei privilegi del ceto politico e burocratico.
Monti ha comunicato a chiare lettere che questo primo atto aveva il compito di mettere in sicurezza i conti per raggiungere tassativamente il pareggio di bilancio.
Il secondo atto, in gestazione, dovrebbe riguardare gli altri due tasselli di politica economica di questo Governo: il taglio della spesa improduttiva mediante il meccanismo di spending review e la destinazione delle risorse così recuperate agli investimenti in attività produttive e in opere pubbliche, che sono l’unico modo per poter produrre nuova ricchezza e quindi recuperare il Pil perduto, almeno in parte.

All’interno della revisione della spesa pubblica vi è l’obiettivo primario di tagliare gli interessi sul debito pubblico, che quest’anno supereranno abbondantemente gli 80 miliardi. Se mediante la vendita del patrimonio pubblico si riuscissero a incassare 200 miliardi, destinati a far scendere da 1.900 miliardi a 1.700 il debito, vi sarebbe un immediato risparmio di 10 miliardi di interessi. Il processo virtuoso così avviato potrebbe, nel corso di un triennio, abbattere tale debito mediante la cessione di immobili e azioni non strategiche per almeno 500 miliardi.
Il secondo atto è, dunque, tagliare le uscite improduttive che servono solo ad alimentare clientelismo, corporazioni, caste e altri parassiti che gravano sulle tasche degli italiani. La regola del divieto di aumento della spesa pubblica oltre il 50 per cento dell’aumento del Pil vale quando tale aumento c’è. Quando, invece, c’è un regresso è del tutto ininfluente. Si deve passare perciò al taglio con forbici affilate e turandosi le orecchie per non ascoltare i lamenti dei privilegiati che perdono in qualche misura i vantaggi avuti sulla collettività per troppo tempo.
Si tratta quindi di destinare tutte le risorse possibili verso l’apertura dei cantieri e l’attrazione di risorse di gruppi internazionali che non vedono l’ora di investire in Italia.
 
Ma, c’è un grosso “ma”. Chi viene da noi ha bisogno di sicurezza in ordine all’attività autorizzatoria e concessoria. Nessun gruppo imprenditoriale è propenso a investire i propri soldi e a dare lavoro agli italiani se  non riesce a ottenere i documenti necessari per la propria attività, rilasciati dalla Pubblica amministrazione in 30 o 60 giorni.
E qui arriviamo al punto più dolente di questa nostra Nazione, così arretrata da far disperare quando si pensa a un’inversione di marcia.
Non solo c’è un enorme appesantimento dell’organico, a tutti i livelli, ma quest’organico è privo di organizzazione, carente di efficienza, incapace di perseguire obiettivi, anche perché nessuno controlla che essi producano risultati.
Ho rivisto con piacere, di recente, un vecchio film, Il ponte sul fiume Kwai, interpretato magistralmente da sir Alec Guinnes. Come qualcunon ricorderà, un gruppo di soldati inglesi prigionieri dei giapponesi si impegna di costruire un ponte ove deve passare la ferrovia.

Per costruire il ponte, il gruppo di soldati propone al comandante giapponese del campo di cambiare metodo di lavoro per applicare un Piano che aumenti del 30 per cento la produttività, non solo dei soldati britannici ma anche di quelli nipponici, in supporto ai primi. Naturalmente il ponte è ben costruito, anche se poi sarà fatto saltare da altri inglesi.
Ho ricordato, vedendo il film, che anche mezzo secolo fa vigeva la regola del Piano di lavoro per aumentare l’efficienza. Non mi rendo conto come nei Ministeri, nelle Regioni e negli Enti locali nessuno senta il bisogno di formulare un Piano aziendale suddiviso nelle sue classiche quattro parti: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Dall’assenza del Piano si deduce facilmente come non si possa ben gestire un Ente pubblico, nè utilizzare al meglio le risorse finanziarie di cui dispone, nè raggiungere risultati apprezzabili.
Ma allora che cosa fanno i responsabili politici e burocratici per migliorare l’efficienza? Nulla: aspettano Godot.
Dic
17
2011
Molti di voi avranno visto l’efficace spot dell’Agenzia delle Entrate, che bolla come parassiti gli evasori fiscali e invita chi non paga le tasse a fare il proprio dovere. Si tratta di una buona intenzione ma, come è noto, di buone intenzioni è cosparsa la strada dell’inferno. Infatti, l’Agenzia non fornisce ai cittadini il basilare elemento di controllo sui redditi degli altri cittadini, per la semplice ragione che tiene nascoste le dichiarazioni dei redditi.
Naturalmente, il direttore generale, Attilio Befera, non può assumersi la responsabilità di pubblicare le dichiarazioni dei redditi dei privati senza l’avallo del suo ministro, in questo caso il professor Monti, il quale nella manovra in via di approvazione da parte delle due Camere, nulla dice riguardo all’ultimo scellerato articolo 12 ter della L. 148/2011.  Esso prevede che le dichiarazioni dei redditi possano essere pubblicate sui siti dei Comuni ma per aggregazioni di categorie. Un modo come un altro per nascondere gli evasori.

La domanda è nitida: vuole il Governo far emergere quei cittadini che lo spot definisce parassiti, in modo da aggredire una volta per tutte le ricchezze che nascondono? Oppure continua l’ammuina: cercare di convincere chi evade a venir fuori, senza contemporaneamente mettere in atto dei deterrenti?
Ricordiamo che l’art. 42, comma 1 bis della legge 133/2008 recita: “La consultazione degli elenchi (...) può essere effettuata anche mediante l’utilizzo delle reti di comunicazione elettronica”. Dunque, siamo in presenza di due norme contrastanti. Questa appena citata, trasparente perché ribadisce senza ombra di dubbio che il reddito imponibile delle dichiarazioni dei singoli contribuenti, persone fisiche, debba essere depositato mediante appositi elenchi nei Comuni di residenza, proprio come previsto dal Dpr 633/72.
La ratio di questa norma è del tutto evidente: vuol consentire a ogni cittadino di controllare il suo vicino di casa o il suo condomino, per rapportare il tenore di vita con i redditi dichiarati e depositati in Comune. Solo un capillare controllo di tal fatta può smuovere le sabbie mobili dell’evasione che, nonostante i successi di Agenzia e Guardia di Finanza, rimane sempre un buco nero stimato in 120 miliardi di euro.
 
Ma il citato art. 12 ter della L. 148/2011 ha coperto con colpevole omertà il nome del dichiarante in modo che non si possa individuare, con ciò proteggendo gli evasori, perché votano!
Bisogna indicare con estrema franchezza quali siano le forze politiche che intendono proteggere gli evasori e quali le altre che, invece, intendano scoprirli e indicarli al pubblico ludibrio. Lo spot prima menzionato ha una funzione di moral suasion, ma gli evasori, soprattutto quelli più incalliti, se ne infischiano altamente e continuano a fare la bella vita a spese dei cittadini che invece pagano tutte le imposte.
Esse sono molto aggravate dal Dl 201/11, il che tenderà a far nascondere ulteriormente gli evasori di fronte all’aumentata pressione fiscale.

Voglio la mia dichiarazione sul sito del Comune. E così dovrebbero volere tutti i cittadini di questo Paese che non temono i controlli dei propri conti correnti bancari o postali o dei propri conti titoli, se li hanno, o di qualunque altra natura, soprattutto ora che i pagamenti in contanti da mille euro in su sono vietati.
Con ritardo, si è arrivati al punto di ingabbiare tutti i movimenti finanziari e di denaro. Ma è evidente che Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate, per quanto utilizzino algoritmi sofisticati e indagini telematiche incrociate, non potranno scoprire tutti gli evasori-parassiti.
Si ritorna, così, alla questione posta inizialmente, e cioè che i singoli cittadini devono affiancare i controllori per segnalare, caso per caso, anomalie e vistose differenze fra tenore di vita e dichiarazione dei redditi.
Basterebbe che il Governo Monti abrogasse il citato articolo-bavaglio, per le dichiarazioni nei siti dei Comuni, mettendo in moto un meccanismo salutare che renderebbe evidente chi paga poco e chi spende molto. Si potrebbe inoltre inserire il reddito imponibile degli ultimi tre anni nella tessera sanitaria.
In questo decreto 201/11 non c’è traccia della questione, ma non è mai troppo tardi per ripensarci e inserire questa trasparenza nel sistema antievasione.
Dic
16
2011
Una delle principali regole etiche di una comunità è l’equità, per raggiungere la quale occorre impegnarsi a  emarginare egoismi  e avidità.
Sembra facile, ma non lo è perchè l’istinto umano tende per sua natura ad avere sempre di più e a dare sempre di meno. Per ristabilire la regola di equità è necessario che vi siano persone di buon senso e disinteressate in modo da raggiungere l’obiettivo di distribuire la ricchezza fra tutti i componenti della comunità, in proporzione a meriti e bisogni. è proprio questo rapporto, tra metodi e bisogni, che consente a ciascun cittadino di vivere in maniera accettabile.
In questa analisi non inseriamo il concetto di elemosina o beneficienza, perchè i due atti pur apprezzabili spesso sono inutili, in quanto vanno a finanziare apparati che vi speculano sopra. Ricordiamo che quando si mobilitò la solidarietà nazionale per mandare aiuti in Serbia si scoprirono là decine di containers di vestiario marcito.
La questione è generale perchè sotto il mantello della solidarietà si nascondono spesso loschi affari.

San Francesco si spogliò di ogni bene, che possedeva in quantità e cominciò a dividere quel poco che gli rimaneva con i poveri. Non si chiede agli esseri umani di comportarsi come il Santo, però si può chieder loro, a cominciare da noi, di aiutare chi ha bisogno e distribuire risorse in rapporto allo stato di relativa povertà della gente.
Meriti e bisogni: ecco il rapporto che ci deve essere fra chi prende e chi dà, per rispettare il principio di equità. Nessuno deve ricevere in maniera eccessiva rispetto ai meriti, sapendo che i propri bisogni sono subordinati, eccezion fatta per chi non sia in condizione di procurarsi quanto gli serve per ragioni di salute.
Dietro ai bisogni si nascondono tante speculazioni. Un esempio per tutti: falsi invalidi che al Sud sono dilagati e, altro esempio, quello dei baby-pensionati che si trovano un po’ dovunque, ma, anche, in questo caso in preponderanza al Sud.
Fatta cento la torta della ricchezza prodotta in un Paese, in quelli capitalistici va in larga misura a pochi e in pochissima quantità a tutti gli altri. Si tratta di un macroscopico difetto che dovrebbe essere corretto da un sistema fiscale equo.
 
Gravare su chi ha per dare a chi non ha, è, anche, un nostro precetto costituzionale di far pagare le imposte in maniera progressiva (art. 53). Solo che nel nostro Paese vi sono milioni di furbetti che non solo non pagano le imposte in modo progressivo, ma non le pagano affatto. Talché è stima comune che mancano nelle casse dello Stato circa 120 miliardi di euro per l’evasione estesa.
Dal 6 dicembre, tutti i movimenti bancari sono resi noti all’Agenzia delle entrate e alla Guardia di finanza. Ma non è sufficiente, se non si adotta un sistema di controllo capillare dei cittadini sui cittadini, in modo da verificare il reddito imponibile di ciascuno, pubblicato sul sito web di ogni Comune. 
Ma torniamo al rapporto fra chi ha e chi non ha. Spesso chi non ha dichiara dati falsi. è, quindi, un falso povero, anche se poi ha manifestazioni di ricchezza in altra sede. Vi sono persone che mostrano i certificati Isee e poi sono vestiti in maniera lussuosa. In questa Italia degli imbroglioni dove la corruzione nella P.A. è estesa e capillare, è difficile diffondere equità.

Qui non si tratta di vessare qualcuno, bensì di prendere a chi ha per dare a chi non ha. Lungi l’idea di comportarsi come novelli Robin Hood, ma bisogna restare nella logica che i cittadini della comunità abbiano ciò che meritano.
Se si diffondesse la meritocrazia, tutti i meccanismi economici e sociali diventerebbero più efficienti con la conseguenza di diffondere maggiore equità.
Si può pensare che tutto questo sia un’utopià? è possibile. Tuttavia bisogna muoversi in questa direzione, senza scoraggiarsi e senza pensare che quello che facciamo sia del tutto inutile. Bisogna ricordarsi che non occorra essere santi, bensì più semplicemente persone per bene. Non arpie, ma gente comune che si preoccupa di vivere insieme agli altri in modo umano e onesto.
Comportarsi in modo onesto conviene non perchè produce un’utilità materiale, ma perchè diventa una sorta di gratificazione, per essere in pace con la propria coscienza e onorare la vita terrena come trampolino di lancio per la vita spirituale.
Dic
15
2011
L’ultimo dossier sulla qualità della vita, edito da Il sole 24 ore conferma quello che vediamo ogni giorno: tutte le province siciliane sono in coda, a partire da Siracusa che è all’81^ posizione. Si tratta di un certificato della (s)qualità della vita dei cittadini delle nove province, che costituiscono il cento per cento della popolazione siciliana.Quindi la (s)qualità della vita dell’intera regione.
Chi ha il carbone bagnato critica l’indagine del quotidiano milanese, mentre sarebbe opportuno facesse un esame di coscienza per capire ove sono le cause che mantengono le nostre popolazioni in una condizione da terzo mondo.
Proviamo ad analizzarle: né presidente di Regione, né sindaci dei Comuni capoluogo si sono mai preoccupati di mettere i conti delle loro amministrazioni in equilibrio generale. Né si sono preoccupati di migliorare fortemente la qualità della spesa, in modo da produrre sensibili benefici ai propri cittadini. Combinando i due fattori indicati si deduce facilmente che non solo la situazione è squallida, ma non vi sono i presupposti perché essa migliori.

Un’amministrazione senza i conti in ordine è come una nave senza bussola. Un’amministrazione senza Piano aziendale è come chi naviga alla cieca. Un’amministrazione con procedure senza qualità, non certificate dall’Ue, è di per sé inaccettabile. Un’amministrazione che non ha un controllo di gestione ferreo, capillare e tempestivo, cioè giornaliero, non merita alcuna considerazione. Per conseguenza, nessuna considerazione merita il sindaco, perché non è capace di far funzionare il proprio apparato amministrativo in modo efficiente con risultati adeguati alle spese erogate.
Se tutto l’apparato amministrativo non funziona in modo almeno sufficiente, è del tutto pacifico che i cittadini ne soffrano e vengano trattati ancora da sudditi più che da mandanti.
Per lavoro, la prima provincia è Bolzano (indice 3,6%), mentre il territorio del messinese ha un coefficiente di 74,9, cioè venti volte peggiore. Per servizi, ambiente e salute, la prima provincia è ancora Bolzano con un coefficiente di 0,8, l’ultima è nuovamente Messina con un coefficiente di 29,8%.
 
Per l’ordine pubblico, la prima provincia è Belluno, con un coefficiente di 1%, agli ultimi posti ancora Messina con il 20,6%. Per il tempo libero è prima Trento con il 3,8%, mentre Siracusa è quint’ultima con il 31%.
Sfogliando l’inserto vi sono decine di parametri di cui noi siciliani non possiamo andare fieri: fra essi, spicca quello di acquisto di libri. La prima provincia è Firenze con un coefficiente di 3,28, la quint’ultima è Trapani con un coefficiente di 0,05. I siciliani non leggono i libri, e neanche i quotidiani, per cui restano nella loro soave ignoranza. Tale ignoranza è una delle spiegazioni del grande tasso di sopportazione dei cittadini nei confronti del ceto politico che, anziché essere preso a calci nel sedere, viene spesso salutato con deferenza non si sa su che cosa poggiata.
Vi è un diffuso senso di servilismo, secondo il quale si inverte il principio democratico del rapporto fra mandanti (cittadini) e mandatari (responsabili delle istituzioni). In questa inversione vi è un’altra spiegazione della (s)qualità della vita delle nostre nove province.

Neanche la Regione ride. Si deve fare risalire a essa la massima responsabilità, naturalmente ripartita con i sindaci. La Regione ha il compito di guidare lo sviluppo, ma qui sembra che il suo compito sia solo quello di assumere continuamente personale. Con questo comportamento essa danneggia i siciliani che lavorano, perché sottrae risorse destinate all’apparato produttivo e all’apertura dei cantieri di opere pubbliche, per destinarli a pagare inutili stipendi a un popolo di clienti che poi si trasformeranno in galoppini elettorali. Un comportamento squallido che si mantiene nonostante la situazione sia grave sul piano sociale e politico, nonché su quello finanziario.
Noi ci vergogniamo, leggendo questo stato di cose, perché riteniamo che i siciliani perbene non abbiano niente da invidiare ai loro fratelli delle regioni del Nord. Tuttavia, non possiamo elevare alcuna protesta fino a quando non ci metteremo le carte e i conti in regola, perché le accuse in questo versante che fà la Lega non sono smentibili.
Dic
14
2011
Nel mondo del lavoro e in quello della finanza si sta via via cristallizzando una situazione deprecabile. Nel primo vi sono tutti coloro ipergarantiti dallo Statuto dei lavoratori e, dall’altro, vi sono tutti i precari e i disoccupati che non hanno alcuna garanzia. Ecco perchè tanti giuslavoristi, da Biagi a D’Antona, e ora Ichino, hanno proposto la flex-security, cioè un contratto di lavoro che faciliti l’accesso e, contemporaneamente, faciliti l’uscita: un contratto flessibile.
I sindacati, che sono corporativi e conservatori, si oppongono a qualunque flessibilità contrattuale, ma questo danneggia tutte le persone che nelle attuali condizioni non trovano la possibilità di ottenere un lavoro.
Nello stesso mondo del lavoro vi è il problema delle pensioni. Come il conte Ugolino si mangiava i figli, i padri-pensionati si stanno mangiando i figli-pensionati, cioè a dire oggi mangiano quelle risorse che mancheranno domani. Infatti, milioni di pensionati hanno ricevuto l’assegno calcolato secondo il metodo retributivo (cioè figurativo) e non secondo il metodo contributivo, cioè in base agli effettivi contributi versati.

Inoltre, i padri “conte Ugolino”, egoisticamente, si sono fatti approvare leggi con le quali sono andati in pensione con 11, 16, 25 anni di lavoro. Una miriade di baby-pensionati che continua a succhiare il sangue di lavoratori e imprese, che versano con grande fatica pesanti contributi previdenziali e imposte.
Vi sono poi i pensionati di anzianità, che a 50, 55 o 60 anni sono andati in pensione e succhieranno l’assegno magari per altri 25 o 30 anni. Una vergogna tutta italiana che costituisce un’anomalia sanzionata più volte dall’Unione europea, che ora non la tollera più. Per questo ha dato un ultimatum all’ex governo Berlusconi e, ora, al governo Monti.
Questa sorta di cannibalizzazione dei padri nei confronti dei figli crea tanta apprensione nei giovani, fra i quali si sta diffondendo una sindrome depressiva nel pensare che quando andranno in pensione, fra trenta o quarant’anni, il loro assegno sarà miserrimo, proprio perchè i padri se lo sono mangiato prima. Il governo Monti e il ministro Fornero hanno cambiato direzione.
 
L’altra questione riguarda l’enorme debito pubblico italiano, che i padri, sperperando le risorse pubbliche, hanno accumulato in questi ultimi trent’anni. Precedentemente a tale data, dal 1946 al 1980, i governi che si sono succeduti frequentemente sono stati composti da statisti che erano anche persone disinteressate. Molti di loro sono morti in povertà, come Alcide De Gasperi.
Quei governanti hanno fatto risorgere il Paese nel quale c’è stato il boom economico con la creazione di milioni di posti di lavoro. Nonostante ciò, il debito pubblico nel 1980 era di appena 200 mila miliardi di lire pari a 100 miliardi di euro.
Dal 1980 al 1992 il debito è passato da 100 a 1.000 miliardi di euro (2 milioni di miliardi di lire). In quell’anno vi fu la famosa manovra del governo Amato che, per rimettere in linea la situazione finanziaria italiana, caricò di imposte tutti i cittadini per 92 miliardi di lire.
Dalla cosiddetta Seconda Repubblica in avanti, dal 1994 al 2010, il debito è saltato da 100 a 1.900 miliardi. In 17 anni  l’incremento è stato pari a quello dei precedenti 12.

Dunque, in trent’anni tutti i governi e il ceto politico che li ha espressi si sono comportati come le cicale, per soddisfare la famelicità dei partiti e di tutti i sodali che li attorniavano. Hanno lucrato tutti. Imprenditori, professionisti, alti burocrati, funzionari, dirigenti pubblici e privati. Con la conseguenza che, per pareggiare i disavanzi annuali, lo Stato emetteva Bpt senza freni e senza limiti.
Il magcigno di 1.900 miliardi, con la crisi intervenuta, costa al bilancio dello Stato oltre il 10% della spesa. Infatti, secondo il Documento economico finanziario, la spesa prevista per il 2011 è di 724 miliardi e gli interessi di 76 miliardi, ma essi lieviteranno di almeno 8 miliardi.
Saranno quindi i figli a dover stringere la cinghia per ricomprarsi i Bpt che i padri hanno emesso per coprire i debiti. Nel rapporto fra generazioni, questi padri si sono comportati in modo dissennato mangiandosi le pensioni dei figli e facendo spese che i figli dovranno ripagare. Non possiamo essere orgogliosi di quello che abbiamo fatto fino a oggi.
Dic
10
2011
Il mio amico Enzo Trantino, di cui tutti conoscono l’acume e la professionalità, non solo in campo politico ma anche in quello giudiziario, in un suo editoriale, pubblicato su I Vespri ha ipotizzato che i sindaci virtuosi possano essere inquisiti e processati per illecita concorrenza, con l’introduzione, oltre a violenza o minaccia, dell’intollerabile buon esempio atto a turbare l’opinione pubblica inserendo tra le attività punibili, anche quella amministrativa.
Tutto ciò sulla questione di fondo dei 390 Comuni siciliani e dei loro sindaci, tra cui ce n’è solo uno virtuoso e precisamente quello di Aci Bonaccorsi, iscritto all’Associazione nazionale dei Comuni virtuosi.
L’ipotesi di reato sociale e politico ipotizzato da Trantino è abbastanza simile a un’altra ipotesi, che si verifica all’interno di alcune pubbliche amministrazioni: arriva il nuovo impiegato o il nuovo dirigente, il quale si mette a lavorare in modo normale o impegnandosi con tutte le proprie forze. Viene subito redarguito dai suoi colleghi per eccesso di lavoro.

Ma torniamo di nuovo all’ipotesi di illecita concorrenza che i Comuni virtuosi fanno nei confronti dei Comuni viziosi. Per non lasciar dubbio, chiariamo meglio che sono i sindaci virtuosi che commettono questo reato politico e sociale, punibile dalle esecrazioni di tutti gli altri sindaci viziosi che sguazzano nella spesa improduttiva, nell’inefficienza, nell’incapacità di rendere buoni servizi ai propri cittadini.
Si verifica ciò che è noto in economia, e cioè che la moneta cattiva scaccia quella buona, secondo la legge di Gresham. In breve, quando in circolazione vi è uno strumento finanziario scadente, chi possiede quello buono lo tesaurizza, ovvero lo nasconde sotto il materasso.
Fuor di metafora, i 389 sindaci sono viziosi emarginando in un angolo l’unico virtuoso, il medico Vito Di Mauro, sindaco di Aci Bonaccorsi.
Che in una regione arretrata vi siano 389 sindaci viziosi spiega le cause dell’impossibilità di intraprendere la strada dello sviluppo. E spiega anche l’arretratezza delle infrastrutture, il decomponimento idrogeologico del territorio, l’inefficienza dei servizi, l’incapacità di formulare e presentare progetti per utilizzare tutte le risorse disponibili, europee, statali e regionali, che giacciono nelle casse degli Enti anziché essere spese nei territori.
 
La buona amministrazione di ogni Comune, lo abbiamo scritto più volte, si basa su quattro gambe: la stesura del Piano aziendale, la certificazione delle procedure da parte dell’Unione europea, la certificazione dei bilanci, preventivo e consuntivo, effettuata da società di revisione iscritte alla Consob. Quarta, trasparenza e rendicontazione mensile sul sito del Comune dei risultati ottenuti, in relazione agli obiettivi e all’andamento dei conti e al Piano aziendale. Semplice a enunciarsi, più difficile a realizzarsi. Ma si può fare, tant’è che in Italia ci sono ben 53 Comuni virtuosi seppur essi rappresentino una sparuta pattuglia rispetto agli 8.092 presenti in Italia.
I sindaci sono responsabili del controllo di tutto il proprio territorio, attraverso il Corpo dei vigili urbani. Essi devono controllare che non si verifichino illegittimità, violazioni di legge, reati contro l’ambiente, corruzione e inefficienze all’interno dell’amministrazione e così via. Hanno una responsabilità politica perché l’amministrazione tecnica, pur autonoma, deve realizzare l’indirizzo del sindaco che, ricordiamo, è eletto a suffragio universale.

Guardando ai bilanci dei Comuni viziosi, si rilevano enormità di spese improduttive e buchi clamorosi nelle entrate. La prima spesa improduttiva è l’eccesso di personale, che in Sicilia è particolarmente clamoroso quando si confronta il rapporto fra dipendenti e cittadini di un nostro Comune con un Comune della Toscana o della Lombardia. C’è mediamente un numero di dipendenti tre volte maggiore.
Vi è poi una palese inefficienza nell’organizzazione dei servizi e una carente informatizzazione che obbliga a far circolare le carte quando ormai nei Comuni civili circolano i file. Con un’aggravante: che in violazione della legge 183/2011 gli sportelli dei Comuni viziosi continuano a chiedere ai cittadini documenti di altre amministrazioni quando la legge obbliga direttamente i dipendenti a chiedere alle altre amministrazioni quei documenti. Soprusi, nient’altro che soprusi. È ora di smetterla.
Dic
08
2011
Il governo regionale ha annunziato l’aumento dell’aliquota Irpef regionale, portandola al massimo, come è già al massimo l’aliquota Irap. L’assessore alla Sanità ha comunicato, giustamente, l’introduzione del ticket e anche l’Ires è sugli stessi livelli. La giustificazione dell’assessore all’Economia Armao, responsabile della proposta della legge di Stabilità 2012, è che questi aumenti sono conseguenti ai tagli dei trasferimenti realizzati dalle quattro manovre Berlusconi (L. 106/11; L. 111/11; L. 148/11 e L. 183/11) e la quinta di Monti (D.L. 201/11) è in piccola parte vero. La verità a tutto tondo, è che il governo regionale non è intenzionato a tagliare la spesa improduttiva stimata dalla Corte dei Conti in 3,6 mld in tre anni.
Una parte preponderante della spesa improduttiva è costituita da 10.000 dipendenti in più di quelli che servono, dagli stipendi dei regionali superiori di oltre un terzo a quelli dei loro colleghi della Lombardia, agli assegni dei pensionati, anch’essi superiori a un terzo rispetto a quelli della Lombardia.

Un altro spreco considerevole è quello dell’Assemblea regionale che costa 172 milioni contro i 72 del Consiglio regionale della Lombardia. Vi sono poi 31 dirigenti generali che percepiscono compensi fra 200 e 250 mila euro, anch’essi superiori di circa un terzo a quello dei loro colleghi lombardi. Ancora, vi sono oltre 2.000 dirigenti contro i 200 della Lombardia.
Nella Sanità, vi è uno spreco di 400 milioni di farmaci in quanto il loro consumo è superiore alla media nazionale di almeno 5 punti. Disorganizzazione e d inefficienze nelle Asp e nelle Aziende ospedaliere comportano un altro spreco di 400 milioni. Non continuiamo l’elenco con la miriade di clientelismi inseriti nei capitoli di bilancio che saranno da noi monitorati e di cui pubblicheremo al più presto i risultati.
Se a fronte di questi eccessi, accumulatisi in decenni, vi fosse una produzione ed erogazione dei servizi regionali di livello europeo, si potrebbe piangere con un occhio. Invece, i servizi regionali sono pessimi per qualità e quantità. Una spia incontrovertibile è il blocco dei finanziamenti europei, stimato in 18 miliardi nel periodo 2007/2013, di cui ancora nei primi 5 si è speso meno del 10%.
 
Per queste inadempienze nessuno viene revocato o rimosso, ma tutti continuano a percepire i loro emolumenti come se nulla fosse. Una irresponsabilità generalizzata a cominciare dal governo per passare ai dirigenti generali e, in minor misura, ai dipendenti, i quali sono mal guidati.
è vero che l’Etica impone a ciascuno di comportarsi secondo regole che bilancino prestazioni e compensi, ma una pubblica amministrazione non può fondarsi sull’Etica e la buona volontà individuale. Deve essere governata da regole tassative che vengano rispettate e, in carenza, fatte rispettare da organi preposti al controllo.
Ci sembra inconcepibile assistere a questo sfascio continuo e ad uno squilibrio generale nella Regione che ha conseguenze inevitabili sui Comuni e su tutti gli uffici periferici.
Un altro aspetto dello sfascio è il gravissimo ritardo della completa informatizzazione degli uffici centrali e periferici e del mancato raccordo digitale con i 390 Comuni e gli altri enti, in parte inutili, che si trovano sul territorio.

Fino a quando nessuno paga per queste gravi omissioni, l’andazzo continuerà con la conseguenza che l’economia della Regione arretrerà e il Pil diminuirà.
Ulteriore effetto sarà l’incremento della disoccupazione e quindi della manodopera che rischia di trasferirsi sotto il controllo delle organizzazioni criminali.
In questo tragico scenario non vediamo l’opinione pubblica reagire come dovrebbe per bollare questi comportamenti omissivi e omertosi del ceto politico regionale, perché ormai su quello nazionale non possiamo contare più, almeno in questa stagione dei professori.
Traccheggiare fino alle prossime elezioni della primavera 2013 senza una svolta e una discontinuità col recente passato è un comportamento socialmente e politicamente criminale, perché confligge col primario bisogno dei siciliani consistente nel rivitalizzare l’economia mediante il sostegno al tessuto produttivo e l’apertura dei cantieri delle opere pubbliche.
Dic
07
2011
Ancora una volta il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo, fa l’elemosinante e chiede al Governo Monti 600 milioni per fare quadrare la legge di stabilità 2012 (ossia il vecchio bilancio). Si tratta di una richiesta che umilia i siciliani. Noi abbiamo l’orgoglio di volerci gestire in maniera professionale, perché non abbiamo nulla di meno dei nostri concittadini lombardi. Questa incapacità di autogestirci con le risorse che abbiamo è diventata veramente intollerabile. Ancora più intollerabile di fronte al decreto Monti “salva-Italia”, nel quale sono previsti tagli per oltre 13 miliardi di euro.
Con la Corte dei Conti Sicilia, che indica in 3,6 miliardi i tagli della spesa improduttiva del 2012/13/14, e il QdS che chiede il taglio di 3,6 miliardi nel 2012, questo Governo non onora la gloriosa storia della Sicilia continuando a spendere al di sopra delle proprie possibilità.

Chiediamo che Governo e maggioranza regionali recepiscano, con un articolo unico, tutte la parti del decreto Monti che riguardano i criteri di riduzione della spesa. Fra essi, l’abolizione del sistema pensionistico siciliano, portando l’età pensionabile di tutti i dipendenti secondo le regole del decreto Monti. Vi è poi da mettere in stato di disponibilità (art. 13 della L. 148/11) diecimila dipendenti regionali in esubero, con lo stipendio ridotto all’80 per cento. Il calcolo del numero di dipendenti che esuberano è presto fatto. La Regione Lombardia ha tremila dipendenti e tanti ne deve avere la Regione siciliana. Le funzioni che lo Stato svolge in Lombardia, eseguite in Sicilia dalla Regione, necessitano di altri settemila dipendenti, per un totale di diecimila. La Regione ne ha in organico oltre ventimila, dunque diecimila sono in esubero.
Va allineato il contratto di lavoro dei regionali a quello dei regionali della Lombardia e parimenti gli assegni pensionistici, calcolati finalmente col sistema contributivo (cioè in base ai contributi versati) e non più col sistema retributivo (cioè in base all’ultimo stipendio).
Con queste due manovre si può risparmiare circa un miliardo. Il resto lo rimandiamo al dettaglio pubblicato a pagina 6. Se si effettuano questi risparmi, nessuno piangerà.
 
Il presidente dell’Assemblea, Francesco Cascio, ha detto che gli stipendi dei deputati non si toccano. Ma essi sono circa la metà del compenso che ogni deputato percepisce ogni mese. Non ha precisato se intende tagliare questa metà. Né ha precisato se intende tagliare gli stipendi dei dipendenti e dirigenti portandoli allo stesso livello dei dipendenti e dirigenti del Consiglio regionale della Lombardia, che non hanno meno dignità e meno capacità di quelli siciliani.
Non ci rendiamo conto di come la massima istituzione della Sicilia, appunto l’Assemblea, non capisca che è venuto il momento di dare l’esempio sul piano dei risparmi, tenendo presente che la Regione non è più una vacca da mungere, da parte di parassiti e privilegiati di tipo vario.
Non si capisce come i politici siciliani di tutti i partiti, soprattutto quelli che rivestono incarichi istituzionali, si possano presentare in pubblico essendo portatori di indennità macroscopiche rispetto a disoccupati e a chi guadagna mille euro al mese.

Mettersi le carte in regola, ecco il precetto cui devono uniformarsi, ora e subito, Presidente e Giunta di governo, nonché Assemblea regionale. Vorremmo vedere che l’assessore all’Economia, Armao, modificasse la bozza di legge di stabilità 2012, non solo eliminando il disavanzo finanziario di 600 milioni, ma risparmiando almeno un altro miliardo con cui finanziare la realizzazione dei progetti di opere pubbliche, per i quali sono disponibili i finanziamenti europei e quelli statali.
è attraverso l’apertura dei cantieri e il sostegno delle imprese che si può intraprendere, seppur lentamente, la crescita del Pil.
Armao deve tenere presente che la deduzione integrale dell’Irap da Ires e Irpef ridurrà il gettito e quindi dovrà riclassificare le spese in base alle minori entrate, ottenendo il pareggio di bilancio e un esubero di risorse per finanziare gli investimenti.
Ci rendiamo conto di essere monotonamente ripetitivi, ma lo saremo fino a quando lor signori non capiranno che la festa è finita.
Dic
06
2011
La manovra da trenta miliardi è stata approvata dal Cdm di domenica 4 dicembre e, con poche correzioni, sarà esitata dalle due Camere prima di Natale. Le parole d’ordine di Monti sono: equità, rigore e sviluppo. In questo quadro sono state approvate nuove imposte per due terzi dei circa trenta miliardi e solo un terzo di tagli della spesa pubblica.
Ma dei trenta miliardi solo dieci sono destinati agli investimenti. Nulla è stato scritto, in questo decreto, circa l’abbattimento del debito pubblico che secondo il Patto di stabilità del 25 marzo 2011, firmato dai capi di Stato e di Governo, deve essere abbattuto di 900 miliardi in vent’anni, cioè 45 miliardi per anno. Non si sa con quali strumenti i 45 miliardi del 2012 verranno riassorbiti.
Il Governo ha avuto solo 18 giorni di tempo e questo giustifica carenze che vanno recuperate in immediata successione.

La questione più importante, risolta definitivamente, è quella delle pensioni; eliminando l’obbrobriosa e antieuropea questione dell’anticipato prepensionamento per anzianità e l’unificazione del calcolo dell’assegno di quiescenza esclusivamente in base ai contributi versati e non al valore dell’ultimo stipendio. Naturalmente la novità andrà in vigore dal 2012, mentre sono stati salvati i privilegiati viventi fino al 31 dicembre 2011.
Il professore Monti ha comunicato di avere rinunziato all’indennità di carica, come presidente del Consiglio, lasciandosi solo quella di senatore a vita. Verosimilmente faranno lo stesso gli altri 46 componenti del Governo, ricevendo solo un’indennità. Un esempio che va emulato da tutti gli apparati politici di Regioni ed Enti locali e dagli altri dello Stato.
Nel decreto non c’è nulla riguardo al drastico abbattimento dei costi della politica e di quelli della Pubblica amministrazione, anche se tali tagli avverranno per effetto indiretto, in quanto vengono ridotte le assegnazioni a Ministeri, Regioni ed Enti locali.
È stata eliminata una grossa iniquità: col decreto, l’Irap potrà essere interamente deducibile dall’Ires e dall’Irpef. Inoltre è stato dato fiato a una serie di norme sulla liberalizzazione, verosimilmente ispirate dal bravo Antonio Catricalà, trasferitosi dall’Antitrust alla Presidenza del Consiglio.
 
Sulle infrastrutture, il ministro Corrado Passera - che ha rinunziato ad un compenso di sei milioni l’anno, come ad di Intesa San Paolo, per riceverne 150 mila da ministro - ha spiegato che vi è un importante programma di finanziamento alle infrastrutture, confermato nel Cipe di oggi, che cofinanzierà i progetti già finanziati dall’Unione europea.
Il ministro, inoltre, intende semplificare le procedure per trasformare rapidamente i progetti in opere. Il che significa velocizzare autorizzazioni e concessioni ed estendere il principio del silenzio-assenso, in modo da effettuare una forte iniezione di liquidità finanziaria nel sistema economico siciliano.
Passera ha inoltre illustrato l’iniziativa di creare un’Autorità dei trasporti, che regoli la concorrenza fra più vettori.

Un’innovazione, si fa per dire, riguarda l’attuazione dell’art. 119 della Costituzione riguardo a Regioni ed Enti locali. Tale articolo disciplina i bilanci degli Enti in maniera autonoma, nel senso che essi debbono funzionare in base ad entrate indipendenti dai trasferimenti dello Stato.
La filosofia di quest’azione è che Regioni ed Enti locali diventino finanziariamente indipendenti dallo Stato, con il passaggio di imposte dal centro alla periferia.
Ancora, per il sistema produttivo e la creazione di posti di lavoro, è previsto un rafforzamento del Fondo centrale di garanzia che consenta di ottenere affidamenti bancari in modo meno restrittivo.
Per l’internazionalizzazione delle Piccole e medie imprese, il governo Monti ha ricostituito l’Ice (Istituto per il commercio estero) che sarà gestito in sintonia dal ministero dello Sviluppo economico e da quello degli Esteri.
Nel complesso, questo primo decreto va nella direzione giusta, anche per la stangata sul patrimonio immobiliare degli italiani, ma aspettiamo i tagli della spesa improduttiva: quella politica e l’altra relativa alla riduzione dei compensi di dirigenti e dipendenti pubblici.
Dic
03
2011
è inutile girarci intorno, il problema della crescita della ricchezza si può risolvere solo dando supporto  alle imprese esistenti e creando le condizioni per la nascita di nuove. Il settore pubblico deve essere al servizio del sistema economico per aiutarlo nella sua funzione.
Le imprese hanno bisogno di un mercato interno che tiri e di grande competitività per poter esportare. In ambedue i casi il Governo deve mettere in atto le condizioni perché lo scenario sia favorevole a chi investe.
Vi è un terzo modo per agevolare la crescita: attrarre investimenti dall’estero, soprattutto nel settore delle opere pubbliche e dell’innovazione. In questo versante lo Stato dovrebbe raddoppiare le risorse alla ricerca passando dall’1 al 2% del Pil e con ciò uniformandosi alla media europea. Naturalmente la ricerca deve essere seria e abbisognare di risorse essenziali per l’attività propria, emarginando le spese degli apparati amministrativi inutili e le altre che alimentano privilegi che nulla hanno a che fare con la ricerca medesima.

L’Italia è il Paese europeo che deposita meno brevetti, il che significa che la ricerca pubblica e privata è modesta. Ma sono i brevetti che generano ricchezza. Ricordiamo, come esempio, quando la Magneti Marelli del gruppo Fiat scoprì un’innovazione nel sistema di iniezione per i motori diesel, chiamato common rail. La brevettò, ma gli parve di modesta importanza, tant’è che la vendette alla tedesca Bosch, la quale ha fatto fortuna ed oggi, lo stesso apparato, viene utilizzato dalla Fiat, che l’aveva inventato, pagando ricche royalties.
La ricerca ha bisogno di risorse perché non sempre produce innovazioni economicamente sfruttabili, ecco perché i finanziamenti dovrebbero essere dati con oculatezza e mirati ad obiettivi precisi.
Il Consiglio nazionale delle ricerche è un grande apparato, ma ha un basso rapporto tra risorse investite e brevetti depositati.
Non vi è poi uno stretto collegamento tra ricerca pubblica e privata, in modo da sfruttarne le sinergie, né un sistema organizzato di ricerca nelle Università dove ogni dipartimento, o facoltà, o materia va un po’ per i fatti propri. Il che è contrario alle regole dell’efficienza.
 
Basilea 3 ha stretto i criteri di affidamenti bancari alle imprese tanto che esse hanno maggiori difficoltà ad ottenerli. Questo accade in quanto non sempre le imprese hanno i conti in ordine, volontariamente o involontariamente. Lo dimostra il fatto che quelle piccole e medie, con il bilancio certificato da società quotate in Borsa, sono una stretta minoranza.
Se ogni azienda, piccola o media, certificasse il proprio bilancio, sicuramente avrebbe più facilità ad ottenere affidamenti bancari. Vi è poi la questione dell’errato uso di tali affidamenti. Quelli per il giro degli affari correnti non devono essere mai utilizzati per investimenti a medio e lungo termine per i quali vi sono altri strumenti.
Vi è poi la questione dolente dei ritardi notevoli dei pagamenti delle forniture di beni e servizi effettuati dalla pubblica amministrazione nazionale, regionale e locale. Vi è al riguardo una recente direttiva europea (7/2011) la quale stabilisce che i pagamenti debbano avvenire entro trenta giorni. Dopo tale termine scatta l’interesse dell’8% più il tasso Bce, attualmente dell’1,25%.

Il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, ha invitato il governo italiano a recepire rapidamente tale direttiva, ma fino ad oggi ciò non è avvenuto. In ogni caso, l’impresa creditrice può chiedere l’applicazione degli interessi citati, perché come è giurisprudenza europea costante, anche in caso di non recepimento di una direttiva, essa vale ugualmente all’interno di ognuno dei Paesi partner.
L’altra questione per sollevare le imprese è il taglio delle imposte, non solo Ires e Irap. Se ciò avvenisse, si eviterebbe di depauperare la liquidità delle imprese le quali, anche quando hanno il bilancio civilistico in perdita, spesso, sono costrette a pagarle, perché emerge un reddito fiscale attraverso il perverso meccanismo delle riprese.
Il saldo dei crediti da parte della Pa e la diminuzione di erogazione finanziarie per minori imposte darebbero alle imprese la liquidità indispensabile per aumentare il giro d’affari con investimenti atti a conquistare nuovo mercato attraverso una maggiore competitività.
Dic
02
2011
Abbiamo più volte pubblicato la pagina nella quale sono indicate, per capitoli, le possibili riduzioni da effettuare nel bilancio della Regione, per un ammontare di 3,6 miliardi di euro. Sarà un caso: la Corte dei Conti siciliana ha presentato una relazione alla Commissione Bilancio dell’Ars sulla legge di stabilità siciliana del 2012. In essa sono indicati puntualmente i tagli che si dovrebbero fare al bilancio, che vedi caso ammontano proprio a 3,6 miliardi.
Per la verità, dobbiamo chiarire che la Corte prevede questi tagli da effettuarsi nella misura di 1,2 miliardi l’anno per il 2012, 2013 e 2014, mentre il QdS ha ipotizzato un taglio secco di tutti i 3,6 miliardi già nel 2012. Ma la diluizione nel tempo non cambia la sostanza.
Di fronte alle Regioni virtuose la Sicilia è il fanalino di coda, perché ha sperperato, negli anni, risorse in una spesa pubblica improduttiva, anzichè destinarle a investimenti, a opere pubbliche, a innovazione. Un comportamento dissennato dei 57 presidenti della Regione.

Non sappiamo se i membri della Commissione Bilancio dell’Assemblea regionale avranno la sensibilità di cogliere le annotazioni della Corte dei Conti e, in subordine, quelle del QdS che, ripetiamo, combaciano. Se non lo facessero, sarebbe ancora una volta il trionfo dell’irresponsabilità e del tradimento del mandato popolare, che è quello di amministrare bene le risorse pubbliche, in modo da rendere servizi e opere ai siciliani nella massima misura e nella massima qualità, rispetto alle imposte che gli stessi pagano con molta fatica.
In ogni caso, i soldi sono finiti, volere o volare, la Giunta regionale e l’Assemblea regionale dovranno approvare una legge di stabilità 2012 con i necessari tagli di spesa improduttiva e di privilegi, sotto i diversi aspetti, di elargizioni a pioggia e tante altre somme inefficaci al fine della buona amministrazione.
Vi è poi un’altra questione incredibile all’interno del bilancio: l’avanzo finanziario di circa 10 miliardi. Si tratta di somme impegnate e non spese, il che significa che l’economia siciliana non ha avuto questa iniezione finanziaria di tale importo. Da diverse settimane chiediamo puntuali informazioni alla ragioneria generale, che stentano a venire. Cos’hanno da nascondere?
 
Il peggio della questione è che la bozza della legge di stabilità, formata da 91 articoli, non prevede i 3,6 miliardi di tagli: con questa omissione prevede invece il ricorso a un ulteriore indebitamento e prevede anche il mancato cofinanziamento dei progetti relativi al Po 2007-2013. Il che significa che nell’economia siciliana manca questa ulteriore iniezione di risorse finanziarie.
Vi è un altro aggravamento della situazione: il bilancio 2011 è pesante dal punto di vista delle spese improduttive, il che ha costretto la Regione a porre l’aliquota massima dell’Irap nella misura del 4,82 per cento, mentre la legge prevede che ogni Regione possa variare tale aliquota fino ad azzerarla. È proprio notizia di questi giorni che la Provincia di Bolzano ha utilizzato la sua autonomia per venire incontro alle imprese di quel territorio, riducendo l’Irap al 2 per cento.

Dobbiamo ricordare ai pochi che hanno letto l’art. 119 della Costituzione che Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa. Solo in via sussidiaria, il quinto comma del predetto articolo prevede che lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore  dei predetti enti.
Per la verità, in questi 64 anni, si è ribaltato tale precetto costituzionale, per cui Regioni ed Enti locali hanno contato più sui trasferimenti dello Stato che sulle proprie entrate per coprire le spese. Di fatto, presidenti di Regione e sindaci si sono comportati da elemosinieri nei confronti dello Stato, anziché da buoni amministratori dei propri cittadini. Ma hanno fatto di peggio, violando l’ultimo comma del predetto art. 119, il quale recita: Regioni ed enti locali possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento. è esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti.
è inverosimile rivelare che questo articolo sia stato continuamente disatteso, senza che sia intervenuto alcun organo tutorio a ripristinare le regole del gioco. è ora che si rimetta a posto  questa situazione disastrata e che gli indebitamenti eventuali siano destinati agli investimenti e non alle spese improduttive.
Dic
01
2011
Le partite Iva sono 5,5 milioni e costituiscono le gambe su cui il corpo della Nazione cammina per produrre ricchezza. Sull’altro piatto della bilancia si trova la Pubblica amministrazione che assorbe circa metà del Pil. Essa impiega la massima parte per la spesa corrente improduttiva e solo una minore parte per investimenti in opere pubbliche, in innovazione tecnologica, in ricerca e attività produttive.
Questa situazione rende fortemente scontenti i cittadini sottoposti ad una pressione fiscale elevata e, quindi, soggetti a sacrifici, senza vedere dall’altra parte l’erogazione di servizi pubblici efficienti, nè da parte dello Stato, nè da quella di Regioni e Comuni.
È proprio il filo rotto fra imposte e qualità della spesa che fa inferocire gli italiani, i quali ancora non chiedono conto e ragione ai propri amministratori in modo violento. Ma l’indignazione sta montando, giorno dopo giorno, per stretta conseguenza ai tagli che il pareggio di bilancio 2013 ha imposto, impone ed imporrà.

Le partite Iva, dunque, sono le gambe della crescita. Uno Stato moderno dovrebbe mettere sul piatto sostegni per il loro sviluppo ed il loro moltiplicarsi e, invece, mette ostacoli alla loro attività sotto forma di lentezze burocratiche inaccettabili, di ritardi della Pubblica amministrazione, su cui ridono i nostri partners europei, di privilegi della casta politica, che assorbono risorse, da destinare, per contro, ad attività utili.
Le partite Iva sono assegnate a società di vario tipo o a persone fisiche che rischiano in proprio e producono. Quando vanno male portano i libri in Tribunale. Quindi sono soggette al severo esame del Mercato, a quello della Concorrenza, usando le uniche armi di cui dispongono: merito, professionalità, responsabilità.
È vero che nei confronti del mondo aziendale lo Stato prevede agevolazioni per circa 60 miliardi l’anno, ma è anche vero che preleva dallo stesso mondo, per quella tassa iniqua e ingiusta che si chiama Irap, quasi 35 miliardi. Logica vorrebbe che si facesse una compensazione fra le due partite, contemporaneamente ad una riclassificazione delle agevolazioni destinate esclusivamente a piani industriali di crescita e di sviluppo, soprattutto nel settore dell’innovazione tecnologica.
 
Non si capisce perchè la problematica appena accennata non debba essere oggetto di attenta analisi nell’altro piatto della bilancia, quello del settore pubblico. Non si capisce perchè in esso non debbano essere presenti i tre valori citati di merito, professionalità e responsabilità. Non si capisce perchè le imposte che i cittadini pagano, tanto faticosamente, debbano essere dilapidate a favore di questa o di quella corporazione, di questa o di quella casta. Non si capisce perchè il ceto politico non mette il guinzaglio ad una burocrazia lassista, che non risponde per quello che fa, bene o male, o che non fa.
Ovvero, si capisce perfettamente: questi comportamenti nascondono favoritismi, clientelismi e corruzione. Insomma un ambiente marcio, nel quale pescano malfattori, egoisti e irresponsabili. Tutto ciò, ripetiamo, a carico dei cittadini che faticosamente pagano le imposte.
Naturalmente sono anche malfattori e disonesti quei cittadini che non pagano le imposte. Ma anche qui vi è una precisa responsabilità del legislatore, che non approva leggi stringenti e tassative, e della burocrazia, nel suo complesso, che non riesce a scovarli e metterli al bando.

Per fortuna, l’informatizzazione e l’accesso semplicato ai conti bancari hanno consentito ad Agenzia delle entrate, Guardia di Finanza e Inps di ottenere vistosi successi. Ma siamo ancora lontani dal portare a casa i 120 miliardi di evasione che mancano all’appello.
Vi è una carenza del ceto politico che impedisce ad ogni cittadino di verificare la dichiarazione dei redditi del proprio vicino, perchè egli non può leggere nome cognome e reddito imponibile sul sito internet del proprio Comune.
Se ciò fosse possibile, il cittadino potrebbe compiere un atto di sano comportamento, facendo presente al 117 anomalie riscontrate tra il tenore di vita e i redditi dichiarati. Questo non sarebbe Stato di polizia, ma un modo capillare per scovare gli evasori.
Anche le associazioni imprenditoriali dovrebbero inserire nel codice etico l’anatema verso i propri iscritti-evasori. Attendiamo con pazienza.

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