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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Feb
29
2012
La Corte dei Conti siciliana, seguendo l’indirizzo di quella nazionale, ha evidenziato la corruzione in Sicilia e, più in generale, il danno all’erario provocato da politici e burocrati incapaci o disonesti oppure entrambi.
Mentre la Procura regionale, guidata dall’ottimo Guido Carlino, continua ad aprire fascicoli, su segnalazioni esterne o per effetto di controlli autonomi, la Sezione giurisdizionale, presieduta da Luciano Pagliaro, emette sentenze.
Nel 2011, le sentenze di condanna per responsabilità amministrativa sono state 99, quelle di assoluzione appena 17. Contestualmente la Procura ha aperto 845 nuovi fascicoli.
Dal quadro che precede si rileva come l’inefficienza, l’opacità e la mala abitudine dei favori godono ottima salute, migliorata dai tempi di “Mani pulite” ad oggi.
La responsabilità principale di quello che scriviamo è del ceto politico che commette due peccati: non controlla l’operato dei burocrati e, peggio, condiziona i burocrati per ottenere distorsioni e favoritismi per i propri accoliti.

La Corte dei Conti, Sezioni riunite in sede di controllo, il 30 giugno 2011 ha svolto la tradizionale relazione sul rendiconto 2010 della Regione. Chi ha avuto la ventura di leggere tale relazione ha potuto tranquillamente capire che si sia trattata di una sorta di requisitoria, con l’elencazione di un numero notevole di capi d’accusa nei confronti dell’Amministrazione regionale.
Poi, però, per ragioni di opportunità politiche, ci diceva il compianto presidente Giuseppe Petrocelli, il bilancio viene parificato. Questo rito non insegna nulla agli amministratori regionali, che continuano imperterriti a creare buchi di bilancio, nuovi debiti, incapaci come sono di tagliare la spesa improduttiva nella quale si annidano i favori ai clientes.
Tutto ciò è possibile perchè Palermo, come Roma, è il porto delle nebbie, dotato di un muro di gomma imperforabile che mantiene inalterati i misteri utili al perpetuarsi di un malcostume senza limiti.
Uno di questi misteri è rappresentato dal cosiddetto avanzo di amministrazione del bilancio regionale, che ammonta a circa dieci miliardi. Sono mesi che chiediamo all’ex ragioniere generale, Vincenzo Emanuele, nonchè all’assessore al ramo, Gaetano Armao, di elencarci gli addendi di tale avanzo, senza esito.
 
è proprio la mancanza del senso del dovere dei vertici politici e burocratici della Regione una carenza insopportabile, perché questi signori ritengono di essere al di sopra della legge che li obbliga alla trasparenza dei propri atti e a comunicare all’opinione pubblica, con immediatezza, tutte le informazioni necessarie per rendere edotti i cittadini del come sono amministrati i loro soldi.
Lo spregio dell’assessore e del dirigente generale che considerano i cittadini sudditi, perché non vogliono rendere loro conto, è un comportamento inqualificabile che deve mutare rapidamente.
In questo senso ha una responsabilità oggettiva il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, il quale ha delegato i suoi assessori non per fare i feudatari, ma per svolgere un servizio pubblico a favore dei cittadini.
Tale servizio deve essere chiaro e limpido, senza nascondere nulla, perché le cose nascoste implicano corruzione. Se la si vuole evitare, sono necessari due elementi nel sistema politico e burocratico: l’efficienza e la trasparenza, senza dei quali la nebbia nasconde tutto.

L’efficienza misura il buon funzionamento della macchina burocratica. Tradotto, significa che tutti i cittadini ottengono quello che chiedono senza bisogno di farsi intermediare dai favori. La cultura dell’efficienza abbatte la cultura dei favori.
Quando un cittadino toscano va in ospedale, si informa sulla professionalità e la bravura dei medici, anche tramite i curricula pubblicati su internet. Quando un siciliano va in ospedale, si informa su chi possa telefonare al medico chiedendo protezione. E quando non l’ottiene teme di non essere curato come dovrebbe.
L’altro requisito, la trasparenza, è ben facile da capire. Impedisce, a chiunque all’interno del sistema politico e burocratico, di nascondere intrallazzi e di favorire soggetti a scapito di altri, violando in tal modo il principio della concorrenza, che è la base dell’equità, ed il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini.
I cittadini, però, devono abituarsi a protestare piuttosto che a chiedere favori.
Feb
28
2012
Ci si mette anche Eurostat a giocare con il pollo di Trilussa, per cui “seconno le statistiche d'adesso risurta che te tocca un pollo all'anno: e, se nun entra nelle spese tue, t'entra ne la statistica lo stesso perch'è c'è un antro che ne magna due”.
Non desta scandalo che l’Ente di statistica europeo faccia queste classifiche. Desta scandalo che giornali e televisioni italiani riportino una notizia acriticamente, senza cercare di capirne l’origine, l’essenza e le conseguenze.
Cominciamo con lo scrivere che i dati sono vecchi di due anni, nei quali vi sono stati capovolgimenti di situazioni, per cui non riflettono la realtà al 2012. Aggiungiamo che non vi è stata distinzione fra stipendi pubblici e privati. Proprio qualche mese fa, Bankitalia ha rilevato che il potere d’acquisto dei primi è aumentato, negli ultimi otto anni, tre volte di più rispetto al totale degli altri stipendi.
È la solita storia, secondo cui la spesa pubblica aumenta a dismisura indipendentemente da altri fattori, solo per ragioni clientelari del ceto politico, pressato dalla corporazione.

I dipendenti pubblici, non essendo soggetti a criteri di efficienza, percepiscono i salari indipendentemente dalla qualità dei servizi prodotti, il che significa un abuso del denaro della collettività, sottoposta a un’enorme pressione fiscale che rasenta il 47%, ma che, d’altra parte, non riceve i corrispondenti servizi.
Sia chiaro che questo non giustifica per niente gli evasori, i quali aggravano la situazione non pagando quella parte di imposte che farebbe diminuire la pressione fiscale.
Eurostat non fa un’ulteriore differenza fra il costo della vita nei diversi Stati membri. Dire che i salari sono bassi o alti è assolutamente arbitrario se il loro livello non è paragonato alle necessità di ogni cittadino di utilizzare beni e servizi di vario genere che gli servono per vivere.
Prendiamo il nostro Paese come esempio: chi guadagna 1.500 euro a Milano sta peggio di chi ne guadagna altrettanti a Enna, ove la vita costa il 30% in meno. L’equità di cui parla un giorno sì e l’altro pure il professor Monti imporrebbe che i salari fossero commisurati al costo della vita. Diversamente, a parità di valore nominale, sta peggio chi deve pagare beni di prima necessità e altri molto di più, per ragioni territoriali.
 
Vi è un’altra grossa lacuna nei dati di Eurostat, che i giornalisti italiani non hanno rilevato, e cioè che essi si riferiscono a quanto percepiscono i dipendenti senza tener conto della pressione fiscale e contributiva. è vero che i salari italiani risultano più bassi, ma questa è la risultante della maggiore pressione fiscale. Se Eurostat avesse commisurato i salari lordi di tutti i Paesi membri, probabilmente la differenza sarebbe stata molto inferiore.
E non finisce qua la lista dei peccati dei giornalisti italiani. Non hanno rilevato che il salario è sempre proporzionato alla produttività del lavoro. In Germania essa è superiore a quella italiana di oltre il 50% e quindi è pienamente giustificato che i salari tedeschi siano abbastanza superiori a quelli italiani.
I Paesi che hanno fatto le riforme strutturali nel mondo del lavoro hanno aumentato fortemente la produttività, cosa che non ha fatto l’Italia. Più produttività significa più salari.

Sembra di vivere in un mondo di automatismi, che non vengono valutati in maniera reale, avulsi da un contesto che fa meglio capire le circostanze, se analizzato a fondo e con competenza.
Soprattutto i dati statistici vanno presi con le molle, interpretati e capiti. Riportare nella prima pagina di quotidiani e tg dati presi in fotocopia è un pessimo servizio giornalistico che gli Ordini professionali, esistenti esclusivamente per tutelare i cittadini, dovrebbero stigmatizzare, richiamando coloro che li riportano senza valutazioni o commenti adeguati.
I dati sono fondamentali per fare una buona informazione, ma non possono essere presi grezzi e, soprattutto, riportati asetticamente a un’opinione pubblica che non ha competenze in materia.
A che pro strombazzare che i salari italiani sono bassi, se non sono state messe in evidenza tutte le questioni che prima abbiamo elencato? Serve soltanto a fare allarmismo e a diffondere l’opinione sbagliata che i dipendenti italiani guadagnino meno dei dipendenti greci: una vera e propria bufala.
Feb
25
2012
L’inutile discussione che si fa attorno all’articolo 18 della legge Brodolini, n. 300 del 1970 (Statuto dei lavoratori), a distanza di 42 anni è del tutto oziosa e fuori dal tempo. L’unico aspetto che andrebbe modificato è quello del reintegro nel posto di lavoro, perché è contrario ad ogni logica etica. In ogni azienda, rispettate le norme fiscali previdenziali e contrattuali, i gestori hanno il compito di ottenere il miglior risultato possibile.
Per questo devono organizzare al meglio i fattori della produzione in modo da massimizzare i ricavi e minimizzare i costi, cioè ottenere il miglior rapporto costi-benefici. La migliore organizzazione del lavoro consente una maggiore produttività. Cosa significa? Significa che nello stesso tempo si ottengono più prodotti e più servizi. La produttività migliora anche con una costante innovazione di processo, di prodotto e di organizzazione.

Perché un’organizzazione funzioni e ottenga i massimi risultati è necessario che tutti coloro che vi lavorano (2, 200, 2.000 o 20.000 unità) si sentano coinvolti e facenti parte di una medesima squadra. Occorre spirito di corpo e volontà comune di dare il massimo, per ottenere il miglior risultato, che è l’espressione dell’impegno di tutti. Ecco perché è necessaria la selezione naturale per capacità ed onestà. Ecco che si rende indispensabile la consapevolezza e la conoscenza di ognuno del progetto cui partecipa.
Ma chi si rende conto di tutto questo? Solo le persone capaci e meritevoli di stare dentro ad un’attività (sociale o professionale) che ha obiettivi lucrativi e non lucrativi.
Fuori i mediocri, dunque! Dentro i bravi. Questo significa abrogare quella parte odiosa dell’articolo 18 che consente il reintegro di un dipendente o dirigente nel posto di lavoro dopo che è stato espulso dallo stesso.
Abbiamo assistito a questioni incredibili: direttori di telegiornali licenziati che il giudice ha rimesso al vecchio posto, operai in malattia che invece manifestavano in città diverse, dipendenti disabili (ciechi) che guidavano l’auto e via elencando. Le distorsioni che comporta quella parte dell’articolo 18, che va abrogata, sono enormi, e, siamo convinti, che il governo Monti la inserirà nel prossimo provvedimento sul lavoro.
 
Tale provvedimento, verosimilmente, si incentrerà sul valore del merito, di modo che possa consentire alle imprese di sostituire un dipendente incapace o sfaticato con un giovane meritevole, che bussa alla porta e non può entrare perchè è vietato fare uscire il dipendente immeritevole.
È questo il meccanismo che ha inceppato il mondo del lavoro in Italia. ed è miracoloso che, ciò nonostante, la disoccupazione sia all’8,9 per cento. Vuol dire che il Paese ha tenuto e dopo questo secondo anno orribile è pronto per ripartire nel 2013. A condizione, bene inteso, che venga esteso in tutti i settori quel valore del merito che tutti vogliono ufficialmente, ma che sotterraneamente respingono.
Qualcuno in mala fede sostiene che il merito non si possa misurare. Mente, perché è, invece, misurabile. Infatti sono i risultati che misurano la capacità di chi lavora, sia nel pubblico che nel privato.

Vi è un altro valore nel mondo del lavoro: la responsabilità. Quest’ultima di solito è legata a chi è meritevole, in quanto è persona coscienziosa. Una cosa di cui non si parla più è la coscienza, ma essa esiste dentro di noi, anche se non tutti la ascoltano.
Non sembri che questa elencazione di valori sia inutile. Tutt’altro. I valori sono la base delle azioni e delle persone, guai a chi non si fa guidare da essi. i fannulloni e gli assenteisti li sconoscono; i bravi e i meritevoli li seguono.
È soprattutto nel settore pubblico che andrebbe effettuata una bonifica approfondita di meccanismi perversi che hanno inquinato il funzionamento di una macchina, che invece dovrebbe essere efficiente e irreprensibile.
Anche nel settore pubblico occorre inserire la porta girevole: fuori i mediocri, fuori gli sfaticati, fuori i raccomandati, dentro i capaci, i bravi e i meritevoli. Se così avvenisse, il numero potrebbe essere ridotto di almeno un terzo e i risultati raddoppierebbero.
È tutto lampante, è tutto noto. Si tratta di avere la volontà e la forza di rendere effettivo questo scenario, ancora sperato ma non realizzato.
Feb
24
2012
Finalmente è arrivato il momento in cui si mette ordine nell’attività di una benemerita categoria, qual è quella dei medici. Il ministro Renato Balduzzi ha dichiarato che i medici ospedalieri non dovrebbero più effettuare visite in studi esterni ma, eventualmente, in intramoenia. La categoria ha alzato le barricate, sostenendo che all’interno degli ospedali non sempre vi siano spazi e attrezzature per poter esercitare l’attività.
Questo è vero in molti casi, ma dipende dalla incapacità dei direttori generali di Asp e aziende ospedaliere nel razionalizzare i luoghi ove si esercita l’attività, in modo da farli funzionare 24 ore al giorno e sette giorni su sette. Questo è il nodo della questione.
A Roma, su 36 centri di Emodinamica ve ne sono solo sei che lavorano a tempo pieno. Gli altri fanno mezzo orario e non lavorano il sabato e la domenica, come se i malati non avessero bisogno di cure giorno e notte, per sette giorni.

La sanità in Italia costerà, per il 2012, 106 miliardi di euro. Se la spesa sarà revisionata con criteri di efficienza, inserendovi i valori di responsabilità e merito, potrà essere tosata di 5-6 miliardi. Ma l’azione più efficace di un provvedimento governativo riguarderebbe la migliore utilizzazione della stessa spesa, nel senso che essa dovrebbe produrre maggiori e migliori servizi, in modo da soddisfare di più le esigenze dei cittadini.
Il caso della paziente che al Policlinico di Roma è rimasta quattro giorni sulla barella in corsia denota una irresponsabilità oggettiva del direttore generale e una responsabilità soggettiva del primario. Abbiamo sentito un dirigente del ministero il quale, anziché analizzare i motivi della grave carenza, sosteneva che vi è un afflusso eccessivo di malati o pseudo tali ai pronto soccorso.
Questo può essere vero, soprattutto per l’abuso di codici bianchi, ma non può essere la causa del grave episodio richiamato. Infatti, una volta che i medici del pronto soccorso abbiano fatto la diagnosi, prestato le prime cure e fatta la richiesta di ricovero in un reparto, la questione non li riguarda più, ma riguarda il reparto che deve ricoverare i pazienti.
 
Anche in questo caso, come osserverete facilmente, si tratta di disorganizzazione, inefficienza e menefreghismo. La Regione Lazio, che ha accumulato nei decenni 15 miliardi di debiti della sanità, non è mai riuscita a organizzare tutti i suoi ospedali e i presidi ospedalieri (quelli piccoli che dipendono direttamente dall’Azienda sanitaria provinciale), in modo tale da realizzare un sistema razionale che consenta di trovare posto ai malati per tipicità della patologia e consenta di mettere in rete con la telemedicina tutti i settori diagnostici per compensare i vuoti di ospedali o presidi.
è inutile avere gli stessi reparti in ospedali che distino 20 o 30 chilometri uno dall’altro, perché i malati possono tranquillamente spostarsi per quelle brevi distanze. Invece, la razionalizzazione di tutte le risorse sanitarie aumenterebbe fortemente l’efficacia e consentirebbe ai cittadini che ne hanno bisogno di avere cure rapide e utili.

Vi è poi la questione dei Policlinici, cioè degli ospedali interni alle Università. I professori dovrebbero dedicarsi più alla ricerca che alla cura, ma non c’è dubbio che debbano accumulare esperienze curando i pazienti. Tuttavia, l’organizzazione dei Policlinici dovrebbe avere lo stesso tasso di efficienza degli ospedali meglio organizzati e lavorare, ribadiamo, 24 ore al giorno per sette giorni.
Mai più professori e medici ospedalieri che lavorino anche fuori dai nosocomi, anche perché questo meccanismo alimenta le visite i cui onorari non pagano le imposte e alimenta la speculazione di cattivi medici, che deviano i pazienti dell’ospedale nei loro studi privati, ove non emettono le fatture, peraltro a Iva zero, approfittando della debolezza di chi ha bisogno di essere curato.
Va da sè che i medici disonesti sono una minoranza. Ordini professionali, dal loro canto, esistenti per tutelare i cittadini e non i propri iscritti, dovrebbero emettere provvedimenti di indirizzo, richiamando tutti al rispetto dell’etica e del giuramento di Ippocrate.
Feb
23
2012
Non è questione di essere dipendenti o autonomi, di occupare un posto di lavoro o esercitare un’attività che non abbia vincoli. La questione   risiede nella testa delle persone: alcune aspirano ad essere libere, altre preferiscono farsi dare la pappa e operare eseguendo ordini e disposizioni. In quest’ultimo caso, libertà di azione non significa indisciplina, perché ogni lavoro che si svolge deve rispettare le regole. Quali regole? Quelle dell’efficienza e dell’efficacia, in modo da ottenere il miglior risultato possibile.
Intendiamoci, non vogliamo fare un inno all’indipendenza nel lavoro, perché chi lavora da dipendente, può farlo in maniera onorevole, purché non lo faccia in modo burocratico. C’è tanta gente che quando deve fare qualcosa, spedisce una e-mail e si dimentica di proseguire l’attività fino a raggiungere il risultato. Si tratta di persone inefficenti e professionalmente inadatti al lavoro che svolgono. Probabilmente sarebbero inadatti a qualunque altro lavoro.

Ognuno di noi, fin da quando compie tredici anni, deve cominciare a pensare come crescere. I giorni passano inesorabilmente, la terra nasconde e svela il sole sistematicamente. In questi automatismi, noi dobbiamo svolgere la nostra vita, lavorativa, sociale e familiare il meglio possibile. Per farlo, dobbiamo tendere alla crescita mentale e professionale.
Crescendo, si acquisisce maturità e consapevolezza che il modo di vivere debba essere conforme ai valori etici. Crescere, per diventare sempre di più persone per bene. Crescere, per conoscere e per essere in grado di valutare sempre meglio fatti, uomini e cose.
L’opposto della crescita è il piattume, è restare immobili in attesa che qualche altro ci risolva i problemi; è attendere la manna che ormai non cade più (forse non è mai  piovuta dal cielo). Insomma, occorre essere attivi, costruttivi, positivi e propositivi. Cercare la soluzione ad ogni problema, affrontare le difficoltà con sapienza, capacità e voglia di superarle. Mettere al proprio attivo risultati e risultati.
Quanta gente si lamenta di non riuscire a concludere granché. Non si chiede le cause della sua inconcludenza.
 
Crescere sempre, senza padroni. Chi fa un lavoro dipendente, può essere dipendente oppure autonomo. Ha scelto di aderire ad una proposta di lavoro, disposto a dare il proprio contributo alla riuscita di quell’attività. Amministrativamente, quello è un lavoro dipendente ma, professionalmente, è un lavoro libero. Chi vuole la bicicletta deve pedalare. Ma se non vuole più pedalare, restituisca la bicicletta. Tutto qui è lo snodo della vita.
Certo, vi sono i bisogni materiali che vanno soddisfatti . Ci ha pensato la Costituzione che all’articolo 1 recita: L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. Degli altri, aggiungerebbe qualcuno, perché sfaticati, bamboccioni, persone senza volontà ce ne sono tante. Perché, anziché prefissarsi obiettivi e crescere in conseguenza, restano al palo, inattivi, aspettando Godot, come Vladimiro ed Estragone i quali, alla fine del loro lungo colloquio, smontano le tende senza aver concluso niente, e se ne tornano a casa.

Essere senza padroni, lo ribadiamo, significa avere la mente sgombra da vincoli e catene, il ché, in una squadra, non significa che non ci si possa dedicare alle proprie attività. L’organizzazione del lavoro, non è tipica del settore privato, essa è necessaria anche nel settore pubblico, in quello del no profit, nell’altro religioso e in qualunque altro settore dove bisogna produrre servizi anche senza scopo di lucro.
Ritirare le manine quando c’è da faticare, nascondersi dietro scuse banali, accampare ragioni inesistenti, è un modo di fare di persone mediocri che vivono per vivere quasi a livello animalesco. Assumersi le responsabilità, attivarsi in modo efficace, andare diritti allo scopo, è invece un modo positivo che dovrebbe essere calzato da tutti come un bel vestito.
Una volta c’erano i padroni terrieri, i padroni delle ferriere, gli schiavisti. Forse ancora oggi ci sono sotto altra forma. Ma l’uomo deve battersi contro queste forme di prevaricazione e muoversi, lottando, perché nella comunità vi sia sempre più equità e rispetto per chi ci vive.
Feb
22
2012
La Germania ci ha dato una lezione di etica. Il presidente della Repubblica federale tedesca, Christian  Wulff, già presidente del Land Bassa Sassonia, è stato indagato per corruzione - accusato, tra le altre cose, di aver soggiornato in lussuosi albeghi pagati interamente o in gran parte da amici imprenditori - e si è immediatamente sollevata l’indignazione della gente. Tutti i quotidiani e le televisioni hanno effettuato una campagna stampa molto forte, per cui lo stesso Wulff, appartenente al partito della Merkel, ha dovuto presentare le dimissioni. L’ha fatto con grande tempestività, cioè in giorni e non in mesi o anni.
L’altro aspetto che va sottolineato in questa vicenda è che immediatamente, in 72 ore, la maggioranza tedesca ha espresso il nuovo candidato alla presidenza della Repubblica federale nella persona di un pastore protestante che si chiama Joachim Gauck. L’elezione avverrà in pochissimo tempo.
In Germania, le tutele nei confronti di chi ha responsabilità istituzionali sono forse maggiori di quelle previste dalla Costituzione italiana. Ma nel Paese tedesco esiste nel ceto politico un valore che quello italiano ha dimenticato: l’Etica.

Anche in Germania chi è accusato, ma non ancora condannato in via definitiva, viene considerato innocente.  Tuttavia ragioni di opportunità lo inducono a lasciare immediatamente la stessa responsabilità.
Vi è un altro elemento in questo quadro di riferimento: la Giustizia tedesca funziona, svolge i processi in tempi ragionevolmente brevi, emette le sentenze e fa scontare la pena in luoghi non disumani come quelli italiani. Insomma, i cittadini sono considerati cittadini e coloro che li rappresentano devono dare sempre prova di comportamenti ineccepibili. Là vige il principio che sulla moglie di Cesare non debba gravare neanche un’ombra.
Quando le Istituzioni funzionano bene, quando esse si ispirano ai valori morali costituiscono per i cittadini punti di riferimento ed esempi positivi da imitare. Quando, invece, coloro che occupano le istituzioni danno esempi negativi, tutta la gente è portata a imitarli con la conseguenza che si diffondono disvalori che disgregano la società.
 
In Germania, vi è sicuramente corruzione, ma una corruzione fisiologica e non vasta e diffusa come quella italiana. Secondo la Magistratura contabile, pesa per 60/70 miliardi, che sommati ai 120 miliardi di evasione e agli oltre 100 miliardi di affari illeciti della criminalità organizzata, arrivano a costituire un peso per la Comunità italiana pari a un quinto del Pil. Un peso insopportabile che ha creato iniquità fra ceti che stanno bene e ceti che stanno male, fra cittadini che pagano tutte le imposte e altri che non ne pagano per niente, fra chi gode privilegi e chi è vessato dai ceti che dovrebbero maggiormente proteggerli, cioè quello politico e quello burocratico.
Un altro elemento di differenza fra Germania e Italia è la burocrazia: là funziona perfettamente, qua è in uno stato di perenne malfunzionamento.

Il quadro che abbiamo tracciato, ovviamente sintetico, spiega perchè quest’anno la Germania avrà un aumento di Pil prossimo al 3 per cento e l’Italia una diminuzione di Pil vicina all’1,5 per cento. Uno sprovveduto potrebbe sommare i due dati e dire che si tratti di 4,5 punti. Errato, perché il Pil della Germania è molto più grande di quello dell’Italia, quindi il valore assoluto di crescita è molto elevato e fa allargare la forbice con il Pil italiano.
Dimissioni dignitose, sostituzione veloce. Ecco, in sintesi, la causa positiva del buon funzionamento del Paese tedesco, cui va aggiunta un’altra causa positiva: le riforme profonde effettuate nel 2001 da Gerhard Schroeder, il quale sapeva che erano impopolari e avrebbero causato la fine della sua carriera politica. Così avvenne, ma oggi la Germania è tornata a essere la locomotiva d’Europa.Il sacrificio personale ha servito l’interesse generale.
Nel Paese teutonico la spesa pubblica è sotto ferreo controllo. Là si spende l’essenziale per produrre servizi di qualità. Là, in appena 22 anni, un terzo del Paese (l’ex Germania dell’Est) è decollato e oggi i suoi parametri fondamentali sono uguali a quelli dell’ex Germania dell’Ovest. La stessa Merkel proviene dall’Est.
Meditate, politici italiani, meditate.
Feb
21
2012
L’articolo 49 della Costituzione recita che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti..., ma non prevede che essi possano essere finanziati col denaro pubblico. Nel momento in cui il ceto politico ha deciso di finanziarli, nel corso di questi oltre sessant’anni, non ha contestualmente previsto la loro regolamentazione per legge su due punti fondamentali: il funzionamento democratico interno e l’obbligo di redazione del bilancio, sottoposto a certificazione.
Tutto è stato lasciato al libero arbitrio di un ceto politico che nel tempo ha perso la via dell’etica per percorrere quella del malaffare e del parassitismo.
Venerdì 17 è scaduto il ventesimo anniversario dell’arresto di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, sorpreso con una tangente di sette milioni di lire. Da lì è nata l’ondata di sdegno dei cittadini, che ha supportato la benemerita azione del pool della Procura di Milano, azzerando la classe politica dominante, seppur risparmiando in parte il Partito comunista.

La questione non è finita lì, perché con un’opera di trasformismo, dopo un po’ e nonostante il referendum del 1993 che ha abrogato la legge sul finanziamento pubblico dei partiti, il Parlamento si è approvato diverse leggi, tra cui la n. 51 del 23 febbraio 2006, con la quale è stato stabilito un rimborso ai partiti nella misura di 5 euro per il numero di voti raccolti.
Ai partitocrati premeva ottenere il finanziamento, ma non hanno colto l’occasione per moralizzare i loro organismi, inserendo nella legge i due obblighi prima citati: norme democratiche e bilancio certificato. L’assenza delle predette norme, che avrebbero bilanciato il finanziamento, può fare affermare che i partiti si sono messi in uno stato di illeceità politica, pur protetti dalla loro legge. 
Tale assenza denota la malafede dei partitocrati, i quali hanno stabilito di succhiare il sangue dei cittadini come veri parassiti, ma non di dare loro conto né del funzionamento democratico interno e neanche di come spendono i loro soldi.
Una vera porcheria che il professore Monti deve affrontare, non già sostituendosi al Parlamento, ma riportando nello spending review un deciso taglio a tale rimborso, per evitare  l’arbitrio fino ad oggi perpetrato.
 
Senza i controlli interni e i bilanci certificati si sono verificati quegli episodi di malaffare, tra cui la recente appropriazione di ben tredici milioni di euro di fondi della Margherita da parte di tale Lusi, ovvero la distrazione delle somme dell’ex Msi per acquistare un immobile a Montecarlo, o anche la guerra senza esclusioni di colpi per il patrimonio immobiliare e la liquidità dell’ex An, confluiti in una fondazione, la cui gestione è del tutto incontrollata.
Insomma porcherie su porcherie, distrazioni su distrazioni, abusi su abusi, tutti a spese dei cittadini. Una situazione del genere va sbloccata e cambiata radicalmente, perché non è più possibile consentire un’ulteriore porcheria che è quella di pagare i contributi per ogni voto, anche quando la legislazione si conclude prematuramente. Con l’effetto che, nel 2009 e 2010, le casse pubbliche hanno pagato ai partiti sia i contributi della tornata elettorale del 2006, conclusasi nel 2008, che quelli della tornata elettorale del 2008, ancora viva.

Del peggio c’è il peggiore. I rimborsi di cui alla legge citata, in effetti, diventano guadagni, perché sono molto superiori alle spese effettivamente sostenute. Ecco il trucco che pochi conoscono. Per esempio il Pdl ha incassato 206 mln a fronte di spese per 54 milioni, cioè quasi il quadruplo. Il Pd ha incassato la cifra di 180 milioni, a fronte di spese effettive per 18 milioni, dieci volte di più. Tralasciamo gli altri partiti che hanno goduto di vantaggi similari, per non tediarvi.
Dal quadro che abbiamo disegnato, si capisce perfettamente che i parlamentari sono in gran parte privi di un codice etico, che fanno politica per interessi propri o di parte, che di fatto esercitano un mestiere e non una nobile arte che dovrebbe concretizzarsi in un servizio ai cittadini.
La conseguenza dell’assenza del codice etico nella coscienza di gran parte dei parlamentari, dei consiglieri regionali e comunali, è che non agiscono secondo il principio di equità, ma secondo quello della prevaricazione sui ceti più deboli.
Per fortuna, vi sono ancora uomini politici onesti e capaci, anche se in minoranza. In essi è riposta la speranza di un cambiamento radicale. Ora, non domani.
Feb
18
2012
Il Pil della Grecia, nel 2011, è andato indietro del 7%, quello dell’Italia è andato avanti di uno striminzito 0,4%, però è comunque cresciuto. La recessione significa abbassare mediamente il livello di vita di tutti i cittadini. Tuttavia, fra essi, si verificano disparità, nel senso che nelle fasce piu deboli il livello si abbassa di più mentre nella middle class si abbassa di meno e, verosimilmente, nella fascia abbiente non si abbassa per niente.
Quindi, la recessione produce un’ulteriore divaricazione tra le fasce alte e quelle basse della popolazione. Questa iniquità dovrebbe essere corretta dal ceto politico governante che però sente le pressioni di potenti categorie e corporazioni e quindi difficilmente sposta i sacrifici dal basso verso l’alto.
Quella che precede è una fotografia nuda e cruda a prova di smentita. Il fenomeno macroeconomico è presente in tutte le nazioni, a cominciare da quelle più floride. Fra esse le Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) cresciute tutte al di sopra del 5%; ma anche Usa (3%), Francia e Germania (2%).

La crisi e la recessione quando arrivano, oltre ad aumentare le disparità nella popolazione, oltre a comportare sacrifici per i più deboli, hanno anche un effetto benefico che è quello di rimodellare il tenore di vita di un’intera popolazione ad un livello più basso ed eliminare gli effetti perversi di chi ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità.
Ma che significa vivere al di sopra delle proprie possibilità? Significa indebitarsi per mantenere un tenore di vita che non ci si può permettere.
Una volta l’indebitamento si pareggiava con la svalutazione della moneta, ma nell’era dell’Euro ciò non è più possibile. Chiusa la finestra della svalutazione si deve necessariamente chiudere quella dell’indebitamento. Ecco perché la recessione è benefica: costringe a riequilibrare i conti di una nazione ed anche quelli di ogni famiglia.
Recessione significa andare indietro. L’Italia ha perso 5 punti di Pil dal 2008 al 2011. Difficilmente ne guadagnerà qualcuno nel 2012 anche se la via della risalita sembra tracciata, a condizione che Monti non si faccia imporre una retromarcia dalle corporazioni sulla via delle liberalizzazioni.
 
La recessione è un richiamo alla realtà, il che significa ritornare a un tenore di vita compatibile con le condizioni economiche del Paese. Il che significa tagliare tutte le spese improduttive e tutte quelle uscite inutili che non si possono più sostenere. In questo senso il Governo ha incaricato il ministro per i rapporti con il Parlamento, Pietro Giarda, di indicare a tutti i ministeri la revisione della spesa imponendo dei paletti percentuali che vanno fino al 20%. Ora Giarda deve usare una forbice con le lame affilate, diversamente non riuscirà a vincere le resistenze.
Vi è poi la spesa di Regioni ed Enti locali. In questo caso il Governo non ha altra scelta che tagliare i trasferimenti non in modo indiscriminato, ma valutando Regione per Regione e Comune per Comune, in modo da premiare i virtuosi e penalizzare, anche fortemente, i viziosi. Purtroppo questi ultimi si trovano nel Centro e nel Sud dell’Italia.

La capofila delle Regioni viziose è il Lazio con un debito sanitario accumulato negli anni di quasi 15 miliardi. Altro esempio negativo il Comune di Roma con altro macrodebito di circa 10 miliardi. Fra Regione e Capitale d’Italia sommano i debiti per quasi 2 punti di Pil nazionale.
La Campania non è da meno e la nostra Isola non brilla per virtù. Non solo ha debiti accumulati per circa 5 miliardi, ma l’assessore all’Economia non sa come chiudere il preventivo 2012 perché deve tagliare 3,6 miliardi.
Benedetta recessione che obbligherà la Giunta regionale ad effettuare questi tagli pena il dissesto, lo scioglimento dell’Ars ai sensi dell’art. 8 dello Statuto e la nomina da parte del Parlamento nazionale di tre commissari straordinari che farebbero ciò che l’attuale Giunta non sarebbe stata capace di fare.
In ogni caso gli effetti di una revisione della spesa si faranno sentire e saranno positivi perché porteranno tutti coloro che finora hanno introitato indebitamente somme dal settore pubblico a rinunziare ad una parte di esse. Anche in Sicilia vi sono iniquità ma complessivamente la recessione ci farà bene perché farà rinsavire il ceto politico e quello burocratico.
Feb
17
2012
In Cina, i medici vengono pagati quando assistono i loro pazienti che si trovano in buona salute. Quando, invece, si verificano delle malattie cessa il pagamento degli onorari fino alla guarigione del malato. Dal precedente meccanismo è dedotto il proverbio “prevenire è meglio che curare”. La cultura della prevenzione non è molto diffusa nei popoli occidentali, di più in quelli orientali, perchè l’uomo cerca rimedi quando si verifica una qualunque difficoltà .
Occorre un lungo addestramento alla prevenzione che è fatta di tante componenti. La prima riguarda la capacità di monitorare le circostanze che ognuno di noi attraversa in modo da capire quali possano essere le conseguenze. Una volta che si sono capite, si può cominciare a mettere in atto qualche meccanismo di difesa. La seconda, riguarda il connettere le situazioni attuali con quelle precedenti. In altri termini: collegare il presente con il passato. Esso è fonte di preziose informazioni che vanno catalogate e ordinate in modo da costituire una sorta di banca dati.

Il passato, ovvero la storia, dovrebbe essere maestro di vita. Non sempre lo  è, tanto è vero che l’umanità ha ripetuto nei secoli gli errori già commessi, perseverando in una via diabolica.
Se Hitler avesse studiato la storia, si sarebbe accorto che la tomba di Napoleone fu la Russia. Non essendosene accorto ha ripetuto lo stesso errore con il risultato che anche questa volta la Russia è stata la sua tomba.
Il passato ci dovrebbe insegnare un mutamento nei nostri comportamenti, qualora non siano stati adeguati ai valori etici, che devono costituire un costante punto di riferimento per modificarli in quella direzione.
Non sempre siamo capaci di queste analisi e, anche quando lo siamo, non sempre modifichiamo la nostra rotta verso un porto sicuro. Qualcuno sostiene che il passato è passato e che bisogna guardare avanti. Vero, verissimo, ma è impossibile tentare di interpretare gli eventi futuri senza un forte background.
Non sarà mai sufficiente l’analisi del passato perchè più si approfondisce e più emergono elementi cognitivi che consentono di migliorare le previsioni.
 
La terza componente riguarda la capacità di disegnare il futuro secondo le tre parole magiche: “prevedere, prevenire, provvedere”. Si tratta non di fare previsioni astrologiche né metereologiche (abbiamo assistito a quelle clamorosamente sbagliate relative alla nevicata su Roma di venerdì 3 febbraio). Bensì di mettere insieme dati per farne un’elaborazione tendente a realizzare uno scenario in base al quale procedere con opportuni strumenti.
I matematici sono abili a elaborare modelli con i quali tentare di intravvedere ciò che accadrà. Molti di questi modelli sono ben lungi dal dare ai popoli certezze. Per esempio, viene preconizzato un terribile terremoto che colpirà la fascia tirrenica della Calabria e quella ionica della Sicilia nel corrente secolo, ma nessuno dei matematici ha stabilito in quale decennio.
Quando fra i popoli aumenta la tensione nessuna delle parti è in condizione di sapere se si arriverà ad una pace o a una rottura perché le variabili sono tantissime.

Le persone che prendono decisioni hanno la vulnerabilità dei soggetti imperfetti. Ricordiamo il gravissimo momento di scontro tra Stati Uniti D’America e Unione Sovietica. Questa installò i missili a Cuba puntati verso la nazione Nord Americana e, in risposta, quest’ultima attuò un blocco navale. Kruscev e Kennedy si parlarono e giunsero alla conclusione che non potevano dar luogo alla terza guerra mondiale. Quella volta andò bene. Va male invece in tutti i focolai regionali: Somalia, Afghanistan, Libano, Siria e via elencando.
Curare la salute prima della malattia, ben inteso non solo quella fisica e mentale ma, anche, la salute dei popoli e di tutte le componenti relative.
Per realizzare la prevenzione è necessario possedere conoscenze approfondite e avere saldezza di nervi, che consentano di fare valutazioni appropriate per trovare la giusta soluzione.
Non tutti hanno addestramento, cultura, capacità e volontà adeguate. Anzi, alcuni pensano che qualunque cosa facciano il sole sorga e tramonti comunque e le cose vadano secondo un destino preordinato. Sarà verò, ma noi dobbiamo attivarci per aiutare il corso degli eventi.
Feb
16
2012
Il parlamento greco, nella notte fra domenica 12 e lunedi 13, ha approvato il piano richiesto dall’Unione europea, per concedere alla Grecia un prestito di 130 miliardi di euro, dopo aver concesso in precedenza un altro prestito di 110 miliardi di euro.
Insieme col prestito, la troika (Ue, Bce e Fmi) ha avallato l’haircut sul debito greco, nei confronti di banche nazionali ed estere e di risparmiatori nazionali ed esteri. Il taglio significa che lo Stato greco non rimborserà più cento miliardi di euro ai suoi creditori e provvederà a cambiare nuovi bond con i vecchi nel rapporto di uno a due.
La Grecia avrà un ulteriore vantaggio: pagare sui nuovi bond il 3,50 per cento, con una moratoria di uno o due anni. Tutto questo significa che i possessori dei bond greci perderanno due terzi del valore. Ecco il primo vantaggio per i greci, di cui non hanno parlato i saccenti telecommentatori e cronisti di vari giornali. Vi è un secondo vantaggio per la penisola ellenica. Ecco di che si tratta.

In questi ultimi anni, per intenderci quelli della crisi finanziaria internazionale, ma anche nel decennio precedente, i Governi greci di destra e di sinistra hanno imbrogliato i propri cittadini concedendo loro favori, prebende, posti di lavoro nel settore pubblico ben remunerati: in una parola hanno fatto quello che fece il Pentapartito, con la connivenza del Partito comunista, negli anni Ottanta, in Italia, quando allargò i cordoni della borsa a dismisura.
I Governi greci hanno commesso  crimini politici: uno fra questi aver acquistato navi, aerei da combattimento ed armamenti, soprattutto da Francia e Germania, degni di una superpotenza, affamando contemporaneamente il popolo. Era del tutto evidente che questa dissennatezza portasse al dissesto, che è un attimo prima del fallimento di una Nazione.
Il popolo ha ignorato le porcherie che hanno compiuto i Governi, ripetiamo di destra e di sinistra, salvo protestare quando già era nella melma fino al collo. Però, a fronte dei centomila manifestanti, il 75 per cento del popolo ha approvato il piano. Obtorto collo. Ma il debitore ha sempre torto. Male fece quando si indebitò. Doveva pensarci prima e prevedere il disastro.
 
La Regione siciliana si trova all’incirca nelle stesse condizioni perchè in questi ultimi lustri ha allargato i cordoni della borsa e, d’altra parte, ha chiuso gli occhi sulla prevista diminuzione dei trasferimenti, conseguenti al Patto di stabilità. La Regione, con la sua pachidermica e lenta burocrazia, ha inchiodato i diciotto miliardi di fondi europei e statali del Piano 2007/13, avendone speso solo il 18 per cento in cinque anni.
La borsa a maglie larghe ha fatto assumere personale a dismisura: duemila dirigenti contro duecento  della Lombardia, diciottomila dipendenti contro tremila della Lombardia. Gli sprechi della Regione sono innumerevoli e permangono anche nel settore della Sanità, pur tenuto conto del piano di austerità dell’assessore Massimo Russo.
Prossimamente pubblicheremo il dettaglio dei tagli che la Regione deve effettuare se vuole fare quadrare il bilancio 2012, tagli che ammontano, come abbiamo scritto più volte, a 3,6 miliardi.

L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, è armato di tanta buona volontà, ma ha delle forbici che non tagliano. Tuttavia è stato costretto ad ammettere, in un crescendo rossiniano, che i tagli sul bilancio 2012, partiti da 500 milioni, sono ora arrivati a 2,3 miliardi. Siamo convinti che prima di fine marzo egli sarà costretto ad annunciare che i tagli indispensabili dovranno essere 3,6 miliardi, esattamente quanto anticipato da noi prima di lui. Non ci vuole la sfera di cristallo per le affermazioni che precedono. Basta avere competenza di organizzazione e di bilanci per analizzare, capitolo per capitolo, quello regionale, ancora in bozza, ed attivare lo spending review col bisturi, come sta facendo il Governo nazionale.
è inutile che il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, vada a fare l’elemosinante alla Presidenza del Consiglio. Troverà le porte chiuse se prima non mette in regola i propri conti.
Ora, urge un accordo di tutti i partiti per tagliare sprechi e privilegi, oppure il popolo siciliano soffocherà.
Feb
15
2012
Ricordo il memorabile discorso che fece Rino Nicolosi, presidente della Regione siciliana, alla Borsa di Milano nel 1986. Denunciò, con toni pacati ma forti, come la mafia si fosse infiltrata in Lombardia e nella Borsa. Era solo l’inizio di un processo che a distanza di un quarto di secolo è diventato evidente. In questi ultimi tempi sono stati sciolti per mafia alcuni Comuni del Nord (Desio, Bordighera, Ventimiglia) e altri sono sotto l’osservazione del ministero dell’Interno per presenza nei Consigli comunali della malavita organizzata.
Appare del tutto evidente come la criminalità organizzata delle tre regioni, Calabria, Campania e Sicilia, vada dove c’è polpa, cioè ricchezza, in quanto, come tutti i parassiti, non aggrediscono mai i corpi esangui.
La criminalità organizzata si è estesa anche in Veneto ed è balzata agli onori della cronaca la mafia del Brenta, che è anche collegata a quella dei Paesi dell’Adriatico orientale.

Fa particolare impressione lo scioglimento del Comune di Ventimiglia, tanto vicino al confine con la Francia. Forse proprio per questo è stato aggredito dalla criminalità organizzata che, probabilmente, avrà anche gestito il transito degli immigrati in occasione dell’exploit di Tunisia e Libia. A proposito, miracolosamente gli sbarchi sono finiti. Chissà perché.
La mafia del Nord è la mafia delle regioni ricche, quella in guanti bianchi, che utilizza per i propri affari professionisti di alto livello ma di bassa etica, i quali sono connessi con imprese che mirano al profitto illecito e, contemporaneamente, sono evasori fiscali.
Non si capisce perché nello spot che provvidamente sta martellando i telespettatori dalle reti televisive si rappresenti come prototipo di evasore un poveraccio vestito male anziché un personaggio vestito elegantemente, che è proprio quello che compra e usa i suv intestandoli a teste di paglia.
L’evasione e l’attività della criminalità organizzata vanno a braccetto, perché è ovvio che per quel business non viene pagata alcuna imposta. Come peraltro non viene pagata alcuna imposta sul meretricio, invece regolato, in altri Paesi come Olanda e Germania. La mafia del Nord va combattuta con le sue stesse armi.
 
Le armi in questione sono quelle che si stanno cominciando a usare contro l’evasione di imposte e contributi, e cioè l’incrocio dei dati finanziari, il controllo di conti, depositi e libretti bancari e postali, la camicia di forza del limite di pagamento di transazioni a mille euro e via enumerando.
Rafforzando i controlli sulla via del denaro, Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, in collaborazione con il ministero dell’Interno e le Forze dell’Ordine, possono snidare questi malfattori che succhiano il sangue dei cittadini onesti.
L’altra faccia della medaglia della mafia è quella del Sud, cioè la mafia povera, ma che fornisce molta manodopera alla mafia del Nord, cioè quella ricca. La criminalità organizzata che si trova soprattutto nelle tre regioni prima indicate - ma ha propagini anche in Puglia, Basilicata e Molise - tenta ancora di interferire nel business degli appalti pubblici e vessa con il racket il sistema dei piccoli imprenditori e artigiani, agendo come una sorta di Ghino di Tacco, denominazione di cui era orgoglioso il non compianto Bettino Craxi.

La mafia del Sud, quella povera, è facilitata da uno stato di sottosviluppo endemico dei territori, attraendo i disoccupati, cui in qualche modo dispensa risorse, e impone coattivamente la sua presenza al sistema delle imprese. E agisce come somministratrice di una sorta di giustizia sommaria laddove quella ordinaria, con le sue lungaggini, non riesce a essere efficace.
Disoccupazione, inviluppo, malagiustizia sono i tre elementi che alimentano la mafia del Sud. Ma vi è un quarto elemento da non sottovalutare: l’interconnessione fra la criminalità organizzata e una parte del ceto politico, quello disonesto, che pur di raccogliere consensi vende la propria madre e la propria anima senza alcun rimorso. Decine di consiglieri regionali di Sicilia, Campania e Calabria sono sotto inchiesta ma, quasi per invidia, altre decine di parlamentari nazionali si trovano sotto i raggi degli inquirenti.
Il quadro è grave. Occorre una forte e adeguata terapia con urgenza, altrimenti il peggioramento sarà continuo, verso una strada senza ritorno.
Feb
14
2012
Lo spot martellante che la Rai ci propina da quasi due mesi afferma che il canone è un tributo che obbligatoriamente va pagato. La comunicazione è destituita di fondamento sul piano sostanziale. È vero che il canone è stato reso obbligatorio per legge, ma esso va nelle casse della Rai per il servizio pubblico che rende ai cittadini. Tuttavia, per lo stesso servizio pubblico la Rai è costretta a fare una convenzione con il ministero dell’Economia. A che serve la legge? Questo giro vizioso è motivato, secondo alcuni, dalla impossibilità della Rai di collegare servizio pubblico e canone.
Vi sono altre incongruenze in questa faccenda. Il fatto che oltre al canone la Rai incassi la pubblicità e quindi si comporti come una televisione commerciale. La miscela fra servizio pubblico e attività commerciale è indebita e crea uno stato di confusione, la classica zona grigia e opaca che consente di nascondere comportamenti irregolari, se non illeciti.

È vero che nel Regno Unito e in Francia si paga un canone per la tv pubblica, ma la Bbc non raccoglie pubblicità, mentre Tf1 ha un rigido tetto pubblicitario. è nitido il limite fra servizio pubblico e attività commerciale.
Il servizio pubblico non ha bisogno di audience, perché ha il dovere di informare e formare radio e telespettatori, quindi ha una funzione culturale di traino sulla comunità nazionale. La televisione commerciale, invece, deve fare audience, perché non ha alcun altra fonte di entrata finanziaria. I due enti sono, come si vede, su versanti opposti. La prima serve i cittadini, la seconda serve se stessa e consegue utili, (forse) avendo una finalità economica. La miscela delle due attività avviene solo in Italia, il Paese dei furbetti.
Miscelare il diavolo e l’acquasanta è una specialità della Pubblica amministrazione e possiamo considerare la Rai Pubblica amministrazione. I giornalisti che vi lavorano non sanno con precisione se stanno svolgendo un servizio pubblico o un’azione di supporto all’attività commerciale. Tanti bravissimi professionisti sono in prima linea, ma tanti altri, per niente bravi, si nascondono dietro scrivanie o addirittura vengono distaccati impropriamente in altri uffici.
 
Si dice che la Rai sia un carrozzone, perché ha 11 mila dipendenti e circa 2 mila giornalisti fra la sede centrale, quelle periferiche, le altre internazionali e le sedi regionali. Il numero di per sé non è estremamente elevato, ma certo non possiamo nascondere che il concorrente Mediaset abbia meno di 4 mila dipendenti.
Questo scenario dovrebbe indurre il governo Monti a intervenire, come sembra che ne abbia intenzione, per riformare questo ente che ha la forma giuridica di società per azioni, ma si comporta come una struttura pubblica, il che è una contraddizione evidente.
La possibile riforma dovrebbe esser fatta sul modello delle già citate Tf1 e Bbc, vale a dire un canale solo di servizio pubblico e gli altri due commerciali. Ma, mentre il primo dovrebbe reggersi esclusivamente con il canone, gli altri dovrebbero sostenersi solo con la pubblicità. Il meglio sarebbe che i due canali commerciali venissero venduti sul mercato a soggetti che non possiedono, né direttamente né indirettamente, partecipazioni in altre televisioni.

In ogni caso, la struttura di vertice è veramente paradossale, con un Consiglio di amministrazione ripartito fra le diverse parti politiche, i cui membri sono di solito espressi in maggioranza dalla maggioranza parlamentare e per il resto dall’opposizione. Poi c’è un organo di vigilanza parlamentare che deve giudicare se la tv si comporta in maniera obiettiva, se i suoi servizi siano obiettivi o meno. Ma si tratta palesemente di un doppione dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) che di per sé vigila sulla tv.
Il nostro Paese è un campione per complicare le cose, ma non si tratta di stupidità, bensì di volontà precisa, perché moltiplicando pani e pesci si accontentano tanti trombati politici, amici degli amici ed altri, con ricche indennità e privilegi di ogni genere.
La Rai è stata oggetto di intenzioni riformatrici da parte di tanti Governi negli ultimi trent’anni, ma nessuno è riuscito a spostare una virgola. Salvo ripartire l’influenza dei blocchi politici, come accadde negli anni ‘80 fra Dc, Pci e Psi.
Feb
11
2012
Il sindacato italiano rappresenta lavoratori e pensionati, ma non i disoccupati, i giovani e le donne che cercano un lavoro (non un posto di lavoro). Cosicché essi proteggono l’interesse di chi in un modo o nell’altro già lavora o a tempo indeterminato o a tempo determinato.
L’altra parte non è difesa da nessuno. Sono le istituzioni che devono rappresentare l’interesse di tutti i cittadini, sia quelli che lavorano sia quelli che non lavorano. Ecco perché è condivisibile l’impostazione del Governo quando mette in secondo piano il feticcio dell’articolo 18 insieme alle garanzie eccessive che hanno ingessato il mondo del lavoro e che impediscono agevolmente l’entrata e l’uscita dallo stesso.
La riforma in esame dovrà andare nella direzione di consentire a tutti i cittadini italiani di muoversi in uno scenario che consenta parità di doveri e di diritti e, soprattutto, l’emersione di quel valore etico che è il merito.
Il merito consente di retribuire in modo proporzionale chi è più capace e chi rende di più. Senza questo metro avvengono abusi e irregolarità che nessun giudice può sanare.

Le imprese rappresentano interessi di parte e quindi tirano il lenzuolo dal proprio lato. Nel complesso esse sono beneficiate con oltre 45 miliardi di agevolazioni a vario titolo e gravate, dall’altra parte, con oltre 34 miliardi di Irap che versano alle Regioni. Una bonifica delle agevolazioni, che per altro vanno in direzione dei privilegiati, consentirebbe un abbattimento dell’Irap e quindi della relativa pressione fiscale, a condizione che le Regioni diventassero virtuose.
Anche nel caso delle imprese sono le istituzioni che devono intervenire perché il loro interesse sia sempre subordinato a quello generale. è questo il valore etico di primissimo livello: l’interesse generale .
Se in ogni discussione o valutazione, a seguito delle quali si devono prendere decisioni, si mettessero a confronto gli interessi di parte con l’interesse generale, si capirebbe subito in quale direzione debba andare la decisione. Senza questa comparazione continua fra i due interessi si verifica, com’è in atto, una situazione di prevaricazione di alcune parti rispetto ad altre.
 
Ecco la funzione della politica: prendere decisioni in modo tale che nella Comunità vi sia sempre maggiore equità: chi più vale prende di più, chi meno vale prende di meno. Ovvio, e perfino banale, direbbe qualcuno. Ma non è così, tant’è vero che nella società italiana vi sono figli e figliastri.
Abbiamo scritto di politica, quella vera, quella seria, quella etica, non la politica dei politicanti e dei senza mestiere, di coloro che tutelano i loro privilegi, che continuano a imbrogliare la gente dicendo che si tagliano gli stipendi quando in effetti si tagliano gli aumenti, per cui, alla fine del mese, senatori e deputati prenderanno la stessa somma dell’anno precedente.
Come non si vergognano è ancora una cosa misteriosa. Ma la ristrettezza progressiva nella finanza pubblica, che ha costretto ad aumentare le imposte anche se ha omesso di tagliare la spesa pubblica improduttiva, comincia a mordere la carne dei cittadini generando rabbia e indignazione.

Rabbia e indignazione che fanno aumentare l’intervento dei cittadini nella Cosa pubblica. Finalmente i quotidiani nazionali si sono svegliati, le tv pubbliche e private danno spazio alle voci dei cittadini che sempre più si esprimono in maniera forte e precisa.
La campagna di Zapping, Sforbiciamo i costi della politica, ha raccolto, mi diceva l’altro giorno Aldo Forbice, oltre 300 mila adesioni, ma anche mal di pancia di cattivi deputati e senatori che non vogliono rinunziare ai loro enormi privilegi.
Fra essi quello relativo alla possibilità di mantenere il proprio lavoro pur nell’esercizio dell’attività parlamentare. Chi fa il rappresentante dei cittadini non deve esercitare alcun  mestiere o professione.
Anche in questo caso, se l’interesse generale fosse preso come riferimento alto al di sopra delle parti, il Parlamento nel suo insieme dovrebbe immediatamente sforbiciare i costi della politica a livello statale, regionale e comunale. Il riferimento alle Regioni e ai Comuni è adeguato perché, anche lì, i furbi succhiano parassitariamente le risorse pubbliche.
Feb
10
2012
Vi sono dirigenti delle anagrafi di Comuni siciliani che non hanno trasmesso tempestivamente la morte dei cittadini all’Inps, con la conseguenza che l’Istituto ha continuato a pagare per anni pensioni a parenti imbroglioni, i quali le hanno ritirate senza comunicare la cessazione del caro estinto. Un’omissione gravissima, che ha comportato un danno all’erario, per il quale nessuno ha pagato. Se il dirigente negletto fosse stato licenziato o revocato, l’esempio avrebbe creato un effetto benefico sugli altri dirigenti.
L’inefficienza nei Comuni siciliani è conseguenza della mancata punizione per le gravi responsabilità che hanno i dirigenti. La classe politica che dovrebbe valutare il loro operato ha molti scheletri nell’armadio e proprio per questo lascia correre inadempienze e inefficienze.
C’è una sorta di patto scellerato fra i due ceti, quello politico e quello burocratico, in base al quale entrambi si coprono. Tutto ciò a danno dei cittadini. Le malefatte così non emergono.

Quello che precede è un esempio. Ve ne sono altri. I dirigenti dei Comuni siciliani non si sono ancora attivati per riscuotere le imposte in relazione alle case fantasma, cioè quelle non catastate, sia perché irregolari, o anche perché i proprietari furbetti non le iscrivono, in modo da non pagare l’Imu e le altre tasse comunali.
Vi è un’altra grave carenza dei dirigenti comunali. Non avere ancora stipulato, nella maggior parte dei casi, una convenzione fondamentale, quella con l’Agenzia delle Entrate. è poco noto che il decreto legge 138/2011 preveda lo storno del cento per cento dell’evasione degli abitanti di un comune a favore della sua amministrazione. Lo scopo della norma è stato di avvicinare la rete dei controlli ai contribuenti.
Non c’è dubbio che l’amministrazione comunale è la più vicina ai propri cittadini e quindi quella che è nelle condizioni di scoprire i furbetti e i disonesti che non pagano le imposte nazionali e locali.
Per queste gravissime omissioni, inadempienze o inattività, non ci risulta che sia stato revocato o licenziato alcun dirigente dei 390 Comuni della Sicilia.
 
L’incapacità, o la mancanza di volontà, o la connivenza dei sindaci e dei loro assessori con i dirigenti è una delle cause più importanti del malfunzionamento delle relative amministrazioni. Ma il taglio delle risorse e la riduzione dei trasferimenti dallo Stato ai Comuni sta inducendo ad un ripensamento generale sindaci, assessori e dirigenti.
Per far quadrare i conti con minori entrate tradizionali, vi sono due modi, che abbiamo ripetuto fino alla noia e che di seguito riepiloghiamo: il primo riguarda l’aumento delle entrate mediante le indagini da effettuarsi nei confronti degli evasori e dei morosi; in questo filone rientra la valorizzazione del patrimonio immobiliare di ogni Comune. Il secondo riguarda il drastico taglio della spesa corrente, in modo da equilibrare i conti, ma anche per liberare risorse per fare investimenti.
I Comuni hanno a disposizione un grande serbatoio finanziario che non rientra nel Patto di stabilità ed è il ricorso ai finanziamenti della Cassa depositi e prestiti, esclusivamente per opere pubbliche relative a nuovi manufatti o alla ristrutturazione di quelli cadenti. I Comuni hanno l’onere di finanziare i progetti esecutivi sui quali chiedere i finanziamenti alla Cdp, quelli europei o statali.

Come si evince da quello che scriviamo, vi è ampio spazio di manovra perché non solo i bravi sindaci facciano quadrare i propri conti e abbiano finalmente le carte in regola ma, ancora più importante, mettano in moto lo sviluppo, attraendo investitori esterni e aprendo i cantieri che attirano migliaia di lavoratori.
Dunque, bisogna passare dallo stato di sindaci viziosi, quali sono oggi in grandissima maggioranza, a quello di sindaci virtuosi, cioè di coloro che, abolendo clientelismi e favoritismi, agiscono con capacità al servizio dei propri cittadini.
In questo quadro, eliminando i raccomandati incapaci da posti di responsabilità amministrativa e mettendo all loro posto dirigenti capaci e onesti, si potrà sbloccare la Pubblica amministrazione da pesi che la immobilizzano, per farla diventare, anch’essa, virtuosa.
Feb
09
2012
In questi giorni della merla il bisogno di energia è aumentato. Il Governo rassicura i cittadini che le riserve sono sufficienti, ma il taglio di fornitura da parte della russa Gazprom si farà sentire, soprattutto se questo freddo intenso continuerà. Qui in Sicilia, il problema non si dovrebbe verificare, perché nel nostro territorio passano ben due gasdotti: quello più antico dall’Algeria e quello più recente dalla Libia. A meno che, come qualche volta accade, spiegando che i territori del Nord hanno temperature più basse, il Governo non decida di diminuire la quantità di gas per il fabbisogno isolano, in modo da soddisfare quello del Nord. Ci auguriamo che ciò non accada.
L’energia per elettricità e riscaldamento è essenziale alle famiglie, ma ancora di più per le aziende. La produzione di energia è di per sé un’attività d’impresa, che dà profitti ma anche tanto inquinamento. In Sicilia, vi sono infatti ben diciassette centrali termoelettriche a ciclo combinato, più cinque autoproduttrici, delle quali addirittura una è alimentata con il pet coke, bandito ovunque.

Le raffinerie della Sicilia producono 34 milioni di tonnellate di carburante di cui ben 14 milioni travalicano lo Stretto. Non si capisce perché, in un piano energetico nazionale, non si possa prevedere che ogni regione abbia la sua raffineria, cosicché venga penalizzata dai residui della lavorazione limitatamente a ciò che consuma.
Teniamo conto anche del fatto che in Sicilia si raffina il quaranta per cento di tutto il prodotto nazionale, con la conseguenza che mare e coste vicini agli impianti sono inquinati a tal punto che per i prossimi cinquant’anni non vi sarà più vita. Nonostante tutta quest’abbondanza di energia, fondamentale per qualunque ciclo produttivo, la Sicilia ha un apparato industriale estremamente modesto e non suscettibile, almeno nelle condizioni attuali, di sviluppo.
In questo quadro, due aziende hanno chiesto l’autorizzazione ad installare i rigassificatori. Si tratta di impianti che hanno il compito di riportare allo stato gassoso il gas liquido trasportato dalle navi gasiere. Uno di essi sarà costruito a Porto Empedocle, il secondo, richiesto da Ionio gas, dovrebbe essere realizzato nel Triangolo della morte.
 
Ora, se il rigassificatore di Porto Empedocle, progettato e in via di costruzione da parte di Nuove Energie (Enel, che ha pagato un forte ristoro al territorio) è sicuramente un apporto positivo, perché là non vi è alcun altro impianto simile, il rigassificatore di Priolo-Melilli non va assolutamente realizzato.
Con più inchieste abbiamo portato in evidenza gli elementi pericolosissimi che ci sono già in quel territorio: arsenale militare a 1,5 km, serbatoi di carburanti fuori terra, impianti non messi in sicurezza, bonifiche prescritte dall’Ue non eseguite, attracchi di sottomarini nucleari nel porto di Augusta e, ultimo ma più grave elemento, il rischio sismico previsto in questo secolo sulla costa della Sicilia orientale.
La Regione ha fatto bene a negare il suo consenso, almeno finora, ma la Ionio Gas del gruppo Erg sta esercitando ogni pressione per avere l’autorizzazione che sarebbe un forte danno per tutto il territorio. Sembra strano che la stessa Erg sia rimasta all’interno della Isab solo con il 20 per cento, mentre resta in pari condizioni con la Shell, per il rigassificatore.

Un altro versante riguarda la produzione di energia alternativa. In tutto il mondo, gli Stati stanno facendo cospicui investimenti. A Priolo è stata insediata la centrale Archimede dall’Enel, che produce energia a base di specchi solari e gas, efficiente per alimentare i bisogni di quattromila famiglie. A Catania St, Enel e Sharp hanno costituito una societàper la produzione di pannelli solari.
Occorre che tali pannelli vengano utilizzati anche in Sicilia. Per esempio, come copertura di serre per la produzione di ortofrutta biologica e non, le quali in tal modo diventerebbero autosufficienti e potrebbero fornire il surplus alle famiglie. Un impianto del genere è stato realizzato a Villasor, in provincia di Cagliari e dà lavoro ad oltre cento persone ed energia a diecimila famiglie.
Regione ed imprese si dovrebbero svegliare dal lungo sonno per realizzare un impianto analogo. è proprio il sonno di istituzioni ed imprese che sta uccidendo la Sicilia. Come qualcuno diremmo: alzati e cammina.
Feb
08
2012
L’articolo 53 della Costituzione prevede che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità retributiva..., secondo criteri di progressività. Cioè chi guadagna di più deve pagare in misura più che proporzionale.
Le imposte servono per tutte le spese sostenute da Stato, Regioni e Comuni unicamente per produrre servizi indispensabili per i cittadini. Per produrre questi servizi lo Stato, le Regioni e i Comuni dovrebbero avere un’organizzazione efficiente in modo da spendere l’essenziale e non di più.
Un’organizzazione efficiente è anche efficace e, quindi, produce risultati. Si chiude così la filiera secondo cui le imposte servono per ottenere risultati.          
Da questo presupposto ne dovrebbe derivare l’eliminazione di ogni deviazione e di ogni abuso, che avviene quando la spesa pubblica è indirizzata verso obiettivi che non rientrano nell’interesse generale. Si tratta di una cosa ovvia, purtroppo, non diffusa, perchè nelle istituzioni statali, regionali e comunali non vi né efficienza né efficacia.

Cosa c’è, invece, nel sistema istituzionale italiano? Tanta corruzione che serve per pagare chi non ha titolo e promuovere interessi illeciti e guadagni scorretti. Secondo stime generali, fra cui quella della Corte dei Conti denunciata dal suo presidente Luigi Giampaolino, la corruzione è di circa 60/70 mld e tende verso i 100 mld. L’epoca di mani pulite sembra così lontana, forse, di minori dimensioni dell’attuale distorsione finanziaria nella Pubblica amministrazione.
Se sommiamo questo fenomeno gravissimo all’evasione fiscale che sottrae 120 mld di imposte alle casse pubbliche e il giro d’affari della malavita organizzata di oltre 100 mld, otterremmo un buco di 300 mld.                                                         
Tutto ciò accade perché nella nostra società non sono tenuti presenti i valori etici che dovrebbero essere in prima posizione e a cui tutti gli atti dei responsabili istituzionali dovrebbero ispirarsi.         
I valori etici dovrebbero essere presenti nell’azione e nella scelta politica in modo tale che prevalga sempre l’interesse generale su quello delle parti. È proprio l’inverso di quanto scriviamo che ha portato il nostro Paese in una condizione di degrado.
 
I cittadini pagano i risultati e non i servizi. Che significa? Significa che la Pubblica amministrazione istituisce servizi indipendentemente dai risultati che si debbono ottenere, con le conseguenze che le spese  inerenti alle stesse non sono finalizzate a conseguimento di risultati.
Comunque vadano le cose, i dipendenti percepiscono lo stipendio e  i dirigenti incassano persino i premi, non si sa bene per quali prestazioni. La Pubblica amministrazione italiana è il peso più grande che c’è sull’economia. è del tutto evidente come la macchina pubblica inceppata, arretrata, non informatizzata e inefficiente ostacoli le iniziative, e, spesso, le vanifica.
Mai come oggi sarebbe invece indispensabile una Pubblica amministrazione efficiente dove, invece, moltissimi bravi dirigenti e dipendenti facciano marciare la macchina, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione (art. 97 della Costituzione). Ed è proprio l’imparzialità che manca. Così non si rende giustizia ai cittadini più deboli, quelli che hanno più bisogno. Poi, quando dipendenti e dirigenti hanno bisogno di usare i servizi come i cittadini e non li ottengono,  protestano.

Se la Pubblica amministrazione ha gravissime responsabilità in questa disfunzione generale, non ne ha di meno il ceto politico. Anche in questo caso i politici non costituiscono una categoria da biasimare perchè al suo interno vi sono anche onesti e capaci e quelli corrotti e incapaci. Come sempre est modus in rebus.
Però i cittadini hanno ragione quando, oppressi dalle imposte, non ottengono i servizi di cui hanno bisogno. Perciò molti gridano: ma noi paghiamo i risultati non gli stipendi di burocrati e dipendenti e neanche i  servizi in quanto tali e fini a se stessi.
Come non essere d’accordo con queste proteste, a fronte delle quali ci si augura che ci siano orecchie sensibili, le quali capiscano che il vento è cambiato e che pian piano i cittadini cominciano a esigere il buon funzionamento della Pubblica amministrazione e a non tollerare le magagne e la corruzione che  in essa si annidano.
Feb
07
2012
La disoccupazione all’8,9% è un grave problema sociale ed economico. Una disoccupazione fisiologica dovrebbe attestarsi a meno della metà. Per ridurre al 4% la disoccupazione occorre utilizzare leve adeguate per spingere il sistema economico a funzionare meglio in modo da creare nuovi posti di lavoro.
Ma c’è anche la seconda leva che riguarda le opere pubbliche, le quali, se opportunamente finanziate, darebbero la possibilità a decine di migliaia di italiani di trovare lavoro. La recessione ha creato anche un forte rallentamento dell’edilizia, con la conseguenza che il settore non solo non ha assunto nuovi dipendenti, ma ne ha espulsi moltissimi.
Eppure vi è una grande carenza di alloggi per la popolazione più debole ed il marasma gestionale nel sistema degli Istituti autonomi delle case popolari. Lì vi sono abusi di ogni genere, con sublocazioni arbitrarie o locazioni a soggetti che non hanno i titoli. Il degrado è esteso, la manutenzione è assente, cosicchè questo patrimonio immobiliare continua a perdere valore e a non servire.

A fronte della disoccupazione, vi sono alcune osservazioni. La prima riguarda il lavoro nero che viene effettuato da molti pensionati pubblici e privati e da dipendenti pubblici che utilizzano la mezza giornata vuota per fare concorrenza a chi lavora.
La seconda riguarda in genere la mancanza di competenze possedute da chi cerca lavoro. Sappiamo bene che la Scuola forma poco sul piano del metodo e dell’organizzazione. Meno che mai fa l’Università perchè spesso obbliga gli allievi ad imparare una sequenza di materie senza collegarle fra di loro.
Vi è poi da aggiungere che il tempo medio in cui un giovane si laurea è di nove-dieci anni, per cui  spesso quando si dà l’ultima materia ha dimenticato la prima. Se un giovane si laureasse nei termini regolari, intorno ai 23 anni, potrebbe utilizzare gli altri cinque, che oggi perde per acquisire conoscenze, anche senza compensi.
Purtroppo nel nostro Paese è misconosciuto il merito perchè in qualunque manifestazione pubblica e privata si parla di tutto, tranne che dello stesso merito. Se esso assurgesse a questione di primo livello, molti dei problemi che ci affliggono sarebbero risolti.
 
La stranezza apparente del mercato del lavoro è che a fronte di tanti disoccupati vi sono decine di migliaia di lavori, ai quali possono accedere solo persone preparate. Come è noto la preparazione non è data dal pezzo di carta e, in questo senso, bene farebbe il legislatore a togliere a diploma e laurea ogni valore legale, così come avviene in tutti i Paesi avanzati.
Quando le aziende procedono alle selezioni difficilmente guardano il titolo di studio o il relativo voto, ma sottopongono i candidati a prove di competenza che prescindono dalle conoscenze eventualmente apprese nelle Università. Naturalmente questo ragionamento non vale in tutti i casi, perchè vi sono atenei che funzionano e preparano, sia pubblici che privati.
La nostra osservazione riguarda, invece, la maggioranza di tali atenei, infarciti di dipendenti amministrativi e professori che insegnano materie strambe del tutto inutili a preparare i giovani al mercato del lavoro. Paradossalmente l’Italia ha bisogno di molti più laureati che siano anche molto più preparati perchè una Nazione senza competenti non è competitiva.

Vi è un’altra questione da considerare: l’inutilità delle agenzie per l’impiego e per il collocamento che servono solo per dare inutili stipendi ai loro dipendenti e dirigenti. Non sappiamo nel resto del Paese, ma qui in Sicilia abbiamo condotto numerose inchieste su questo versante e tutte raggiungono la stessa conclusione: migliaia di dipendenti regionali in questi uffici centrali e provinciali, che non riescono a trovare collocazione a coloro che vi sono iscritti.
Tanto che, vista l’inutilità dell’iscrizione, quasi nessuno più si reca presso questi uffici. Essi avrebbero la funzione di fotografare il mercato e selezionare i richiedenti per trovarvi collocazione. A latere, la formazione regionale avrebbe il compito di preparare coloro non adatti alle richieste di mercato, in modo da sfruttare sinergicamente formazione e collocamento, al fine di raggiungere il risultato finale di connessione fra domanda e offerta di lavoro. Sì, perchè chi ha competenze il lavoro lo trova, anche in queste condizioni. Provare per credere.
Feb
03
2012
Nella riunione del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo europei di Bruxelles, il 30 gennaio, Monti è riuscito ad ammorbidire la posizione dei partner e soprattutto della Merkel. Su tutti i Paesi, che hanno un debito superiore al 60 per cento in rapporto al Pil, incombe l’accordo del Patto di Stabilità del 25 marzo 2011, secondo cui occorre rientrare in tale parametro entro 20 anni.
L’Italia ha un debito di 1.900 miliardi, pari al 120 per cento del Pil e dovrebbe abbattere l’eccedenza, pari a 950 miliardi (cioè il 50 per cento), appunto in venti anni: in pratica, oltre 40 miliardi l’anno. Scusate la sequenza di numeri, ma sono più significativi di qualunque ragionamento.
Monti è riuscito ad attenuare questa tabella di marcia, ma in ogni caso il percorso del prossimo ventennio non sarà agevole. In questo quadro, la Regione siciliana non ha alternative, e qualunque governo arrivi dopo Lombardo dovrà stare sullo stretto binario firmato e sottoscritto dall’Italia con l’accordo prima ricordato.

Tutto ciò rende indispensabile che  l’attuale maggioranza regionale, eterogenea o qualunque altra dovesse governare fino alla primavera 2013, imposti il bilancio 2012 e i seguenti con tassativo rigore per tagliare i favoritismi e i clientelismi che lo appesantiscono in maniera abnorme. Tagliare le spese significa eliminare, rivedere con oculatezza e usare il bisturi e non l’accetta per ridefinire tutto il bilancio, capitolo per capitolo. Vi è poi da mettere sotto osservazione le spese folli che fanno tutte le partecipate regionali, le quali servono per metterci dentro i galoppini del ceto politico, indipendentemente da ciò che dovrebbero fare.
È inutile enumerare i macrotagli, perché li abbiamo indicati tante volte, mentre aspettiamo di vedere la bozza di bilancio 2012 per capire se questo governo voglia veramente ricondurre i numeri a un piano efficiente ed essenziale. In tal senso, sembrano confortanti le parole dell’assessore Armao, che ha evidenziato la necessità di tagliare le spese fino a 2,4 mld, avvicinandosi così a quei 3,6 mld da noi indicati più volte.
Rinviare ancora le decisioni, certamente impopolari, è un atto di irresponsabilità che Giunta e maggioranza non devono commettere. Il tempo stringe ed è necessario che si adottino provvedimenti drastici, sul modello di quelli del Governo nazionale, per evitare di condurre la Sicilia verso il baratro.
 
L’altra faccia della medaglia riguarda gli investimenti e il saldo dei debiti nei confronti del sistema delle imprese. Le due operazioni avrebbero lo scopo di immettere liquidità nel mercato siciliano e, con essa, alimentare gli investimenti, aprire i cantieri per le opere pubbliche, creare nuove opportunità di lavoro (non posti di lavoro): in una parola, andare verso la crescita, cioè l’aumento del Pil che dal 2008 continua a retrocedere, impoverendo i siciliani.
Anche in questo versante abbiamo più volte indicato l’elenco delle opere e delle attività da promuovere, cercando di spendere tutti i fondi europei a disposizione, unitamente ai Fas e con il necessario co-finanziamento regionale. è incomprensibile il comportamento del ceto politico e di quello burocratico, che non capiscono l’urgenza della svolta indicata, mentre continuano a cazzeggiare come se l’attività politica fosse ludica e non essenziale.

Vi è poi l’altra questione non secondaria: il saldo dei debiti di tutte le Pubbliche amministrazioni regionali e locali nei confronti delle imprese, che ammontano a circa 5 miliardi. Le aziende non solo stanno soffrendo per l’obiettivo regresso dell’economia, in più devono subire il peso di un’immobilizzazione finanziaria per il mancato incasso dei crediti pubblici, utilizzando gli affidamenti bancari che invece dovrebbero essere utilizzati per l’espansione.
Se è vero che su impulso del Governo Monti il Parlamento recepirà la direttiva Ue 7/11, che impone l’obbligo di pagare le fatture entro 60 giorni, Regione e Comuni siciliani (salvo quelli virtuosi), si troveranno in difficoltà perché, non pagando nel termine perentorio indicato, saranno soggetti a forti sanzioni oltre agli interessi moratori che, in atto, superano l’8 per cento.
Insomma, in un modo o nell’altro, le amministrazioni siciliane devono mettersi in regola e diventare virtuose, volenti o nolenti. La stagione dei festini è finita, anche se ancora il ceto politico e burocratico pubblico non se n’è reso conto. Ma il nodo scorsoio stringe il collo di quelli che non vogliono capire. O capiscono, o soffocano.
Feb
02
2012
Venerdi 27 gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato il terzo decreto della serie, che ha denominato Libera Italia, dopo il decreto Salva Italia, trasformato nella legge 214/11, e il successivo decreto Cresci Italia, in via di conversione. Le tre norme si aggiungono alle quattro leggi approvate dal Parlamento su iniziativa del Governo Berlusconi, nel 2011. Quelle quattro leggi fanno parte dello stesso libro cui Monti sta aggiungendo altri capitoli.
Il prossimo riguarda la riforma del lavoro, quello successivo la revisione della spesa denominata spending review, e poi il provvedimento urgente per tagliare strutturalmente il debito pubblico, dentro il quale dovrebbe esserci l’iniziativa per saldare in tutto o in parte i 70-80 miliardi che le pubbliche amministrazioni dei tre livelli (Stato-Regioni-Enti locali) hanno nei confronti del sistema delle imprese italiane e straniere. Un insieme imponente di riforme, che hanno due limiti.

Il primo riguarda la Pubblica amministrazione, che viene profondamente riformata e che dovrà adeguarsi, in tempi relativamente brevi, alla rivoluzione digitale. Ma al suo interno vi sono forti resistenze perché l’uso esteso dell’informatizzazione scopre inefficienze e magagne di ogni genere. Chi è abituato a fare il parassita e a sfruttare rendite di posizione metterà ogni impedimento all’innovazione generalizzata.
Il secondo limite riguarda le cinque Regioni a statuto speciale e le due Province autonome (Trento e Bolzano). Ognuno di questi sette organismi ha i propri statuti, che la legge ordinaria non sempre può valicare, col risultato che dentro tali documenti vi sono norme che continuano a mantenere privilegi di ogni genere e differenze nella spesa corrente improduttiva che nessuno vuole eliminare.
È vero che le norme sulla concorrenza sono di esclusiva competenza dello Stato, ma quelle sui tagli delle spese riguardano ciascuno dei sette enti prima richiamati. Facciamo un esempio eclatante: il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, riceve un compenso annuale di 307 mila € contro il compenso del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di appena 362 mila dollari, pari a 276 mila €.
 
Nella nostra Regione, l’elenco dei privilegi è infinito ed è stato più volte da noi pubblicato senza che i privilegiati abbiano sentito il bisogno di mettere mano ai tagli. L’Assemblea regionale siciliana costa 100 mln € in più del Consiglio regionale della Lombardia, i dipendenti e i pensionati regionali percepiscono assegni di circa un terzo superiori a statali e comunali, il bilancio della Regione è intasato di spese improduttive che impediscono di liberare risorse per investimenti, con ciò rendendo impossibile l’utilizzazione dei fondi europei. I dipendenti regionali vanno in pensione prima degli statali e con ricche liquidazioni.
Il numero dei dipendenti della Regione è enormemente sproporzionato rispetto ai servizi che rende, tra l’altro in modo inefficiente. Noi abbiamo contato 14.019 dipendenti in più rispetto a quelli della Regione Lombardia, a parità di funzioni, cui si aggiungono i 27 mila forestali, i 10 mila formatori e altri parassiti (perché non utili alla produzione di ricchezza).

Contro questi privilegi ed eccessi della spesa inutile, c’è solo un rimedio: inserire nella riforma costituzionale in atto una norma che preveda l’impossibilità per l’ente a statuto speciale o in regime di autonomia di superare i tetti di spesa fissati da Governo e Parlamento. Tale norma dovrebbe vietare di legiferare in contrasto con le norme statali, in modo da evitare che siano mantenuti i privilegi.
In una frase, potremmo condensare tale norma come segue: più concorrenza, meno spesa. La norma avrebbe la funzione di indurre gli scellerati irresponsabili di Regioni e Province autonome a diventare virtuosi, vale a dire a spendere lo stretto necessario per la produzione dei servizi e nulla di più, a rendere efficienti ed efficaci i servizi medesimi, a utilizzare le risorse che entrano nel bilancio dell’ente in misura limitata per la spesa corrente e in misura ben maggiore di quella attuale per la spesa relativa a investimenti e nuove attività produttive.
Quello che ripetiamo sembra un ritornello monotono, ma la crescita dell’Italia passa attraverso comportamenti virtuosi. I viziosi vadano al nono cerchio dell’inferno.
Feb
01
2012
La montagna ha partorito il topolino. Il penultimo giorno di gennaio, Camera e Senato hanno deciso di diminuire le spese dei propri bilanci. Una riduzione veramente forte, ove si consideri che il magro stipendio di deputati e senatori, condito di ammennicoli vari, è di oltre 20 mila euro al mese. Esso viene tagliato di ben 1300 euro, peraltro compensato da un aumento che si sarebbero voluti fare. Dal che si deduce che la diminuzione non è effettiva rispetto all’attuale prebenda.
Eppoi, udite udite, senatori e deputati dovranno giustificare il cinquanta per cento della spesa per i loro portaborse. Evidentemente la ratio di questo provvedimento è un pieno riconoscimento della realtà perché, in effetti, i parlamentari hanno lucrato su questa voce che ammonta a 43 mila euro annui, esentasse. Il riconoscimento, cioè, dell’imbroglio che i parlamentari hanno fatto in questi anni. Parlamentari che non si rendono conto che il loro comportamento, consistente nel difendere privilegi inauditi, unici in Europa, li sta facendo screditare ogni giorno di più di fronte agli occhi dell’opinione pubblica.

Eppure sentono nelle radio, pubbliche e private, nelle televisioni, pubbliche e private, il coro unanime dei cittadini che li stanno cominciando ad odiare, perché prendono atto che di fronte ai loro sacrifici, deputati e senatori continuano a fare la bella vita.
L’altro aspetto da non sottovalutare, per quanto meno noto, è l’insieme dei privilegi e dei vantaggi che hanno dirigenti e dipendenti pubblici, i quali, per contro, non riescono ad accreditarsi per la buona amministrazione ma, anzi, vengono insultati dai cittadini perché non riescono a fornire servizi efficienti e a basso costo.
La responsabilità di questo stato di cose non è solo del ceto politico e burocratico, ma riguarda l’intera borghesia (imprenditori, professionisti, dirigenti privati e altri) che, quando hanno rapporti economici col settore pubblico, speculano oltre misura e nei modi più creativi.
A fronte dei pessimi soggetti vi è, per fortuna, una maggioranza di politici, burocrati, imprenditori, professionisti ed altri, che lavorano facendo sacrifici e, di fatto, sostenendo l’intero Paese.
 
Noi, sessantenni e settantenni, stiamo avvelenando il pane dei nostri figli. È una frase cominciata a circolare da qualche mese, quando il Governo Monti ha dovuto spiegare che l’abolizione delle pensioni di anzianità era indispensabile per consentire ai futuri pensionati di percepire l’assegno.
La ministra Fornero usa lo stesso argomento per la riforma del lavoro. Impossibile continuare a proteggere chi lavora stabilmente con contratto a tempo indeterminato e danneggiare fortemente tutti coloro che entrano nel mondo del lavoro in modo precario.
Occorre che i primi facciano un passo indietro, per consentire ai secondi di fare un passo avanti. Occorre un equilibrio nel mondo del lavoro, per consentire l’entrata e l’uscita in modo ragionevole a tutti. Esattamente come accade negli Stati Uniti, l’ingresso nel mondo del lavoro non dev’essere sbarrato da pesanti cancelli, ma aperto con una porta girevole, di quella che hanno gli alberghi a cinque stelle.

La nostra generazione ha l’obbligo etico di rinunciare in parte alle pensioni, per consentire ai nostri figli di prenderle. La nostra generazione ha l’obbligo etico di rinunciare ai privilegi, per preparare ai nostri figli uno scenario sociale fondato sull’equità e su un minimo di opportunità. La nostra generazione ha l’obbligo etico di allentare la rigidità eccessiva di chi è protetto da norme, per consentire alle future generazioni di approdare nel mondo del lavoro con continuità e facilità.
Tutto questo è un nostro dovere al quale non ci possiamo sottrarre. Chi vi si sottrae è malagente, che dev’essere indicata all’opinione pubblica come sabotatrice di quell’equità che va perseguita in ogni momento, senza tentennamenti.
L’equità si persegue mettendo sempre al primo posto, in ogni decisione e in ogni azione, l’interesse generale. Così facendo ne discende che il nostro personale interesse dev’essere sempre ad esso subordinato. Guai a chi invertisse l’ordine.