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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mar
31
2012
Il gran vociare attorno all’articolo 18 è il solito vizio italico di non concludere mai nulla, divagando su ben altre questioni, in modo da spostare il campo ed alimentare lungaggini senza fine. Non abbiamo la concretezza protestante di stabilire un obiettivo e andare verso di esso senza tentennamenti.
La manutenzione dell’articolo 18, su cui sono d’accordo tutti, incontra il fermo diniego della Fiom, che coinvolge la Cgil e quindi una frangia estremista e conservatrice e non riformista del Partito democratico. La manutenzione consiste nel ben precisare i termini dei licenziamenti senza reintegro in modo da evitare abusi da parte di imprenditori disonesti.
Ma agli imprenditori onesti è indispensabile attribuire la facoltà di circondarsi di propri dipendenti secondo le esigenze dell’azienda in modo da raggiungere il miglior risultato possibile a parità di costi di esercizio.
Da questo non si può prescindere. Chi cerca di farlo bara al gioco collettivo.

Fesso chi dice che un imprenditore licenzia i propri dipendenti per capriccio, oppure per assumerne altri che dovrà formare con un costo ben superiore a quello che eventualmente risparmierebbe.
Nella mia lunga vita lavorativa (oltre 53 anni), ho avuto centinaia di dipendenti in diverse imprese, ma non ho mai licenziato nessuno a meno che non fosse fannullone o disonesto e non ho mai dovuto reintegrarlo. Mi sono addolorato quando molti dei miei dipendenti sono andati via trovando altre collocazioni nelle quali hanno riportato quello che avevano imparato da noi. Addolorato anche perché, al di là del rapporto umano, ho dovuto ricominciare a formare nuovo personale con una fatica facilmente comprensibile.
Vi è un’altra leggenda metropolitana da sfatare, una leggenda propalata anche dai media, secondo la quale bisogna creare nuovo lavoro e nuova occupazione.
I due termini non sono sinonimi perchè l’occupazione è un’attività di qualunque genere, dipendente o autonoma, di solidarietà o economica, mentre il lavoro è lo sforzo che ogni persona compie con fatica per raggiungere un qualche risultato. La questione è che tutti pensano al lavoro senza collegarlo al risultato. Se così avvenisse, la produttività del Paese, nel pubblico e nel privato, farebbe un balzo in avanti.
 
Il lavoro non si produce magicamente da solo. Occorrono le imprese di qualunque dimensione e di qualunque settore che mettano insieme questo fattore con il capitale, con l’organizzazione e con le capacità professionali per perseguire il fine ultimo che è la produzione di ricchezza. è inutile continuare in una condizione mentale perdente che è quella di voler tenere aperte le imprese decotte o mature che non hanno mercato.
Le istituzioni dovrebbero investire in innovazione e aiutare le imprese a rinnovarsi. I grandi gruppi imprenditoriali, dal loro canto, dovrebbero investire di più in ricerca.
È il complesso delle cose che scriviamo che per conseguenza genera lavoro. Insomma, il lavoro è un effetto e non un’autonoma situazione che prescinde dall’impresa.
Ecco perché il lavoro della Pubblica amministrazione è improduttivo. Perché non fissa gli obiettivi in base a un Piano aziendale e non correla le attività di chi lavora agli obiettivi stessi, con la conseguenza che si depauperano risorse immense per pagare gente, che anche incolpevolmente, non produce niente. Incolpevolmente perché la responsabilità è dei dirigenti.

Nel dibattito sull’articolo 18, commentatori e giornalisti dimenticano tre vistose omissioni: sindacati, Chiesa e partiti non hanno l’obbligo di osservarlo. Con la Chiesa si può essere clementi perché svolge un’azione sociale, ma non è possibile esserlo con partiti e sindacati perché danno il cattivo esempio al mondo delle imprese.
Come possono pretendere che il giudice ordini il reintegro nelle imprese quando invece licenziando non subiscono per legge lo stesso obbligo di reintegro? Due pesi e due misure inaccettabili su cui il ceto politico, nell’ambito della riforma proposta, dovrebbe porre fine.
Vi sono anche le associazioni che non hanno l’obbligo previsto dall’articolo 18. Vi è inoltre tutto il settore pubblico cui l’articolo 18 non si applica.
Il riordino cui si appresterà il governo Monti, subito dopo le elezioni di maggio, dovrà comprendere tutti questi settori perché nella Comunità nazionale vi sia effettivamente quel valore primario che è l’equità.
Mar
30
2012
La sanità siciliana, che costerà anche per il 2012 più di otto miliardi, non può continuare nella sua disfunzione endemica, nonostante gli sforzi dell’assessore Massimo Russo.
La cattiva politica ha messo le mani dentro l’amministrazione in modo indebito. I direttori generali delle Asp e delle Ao non riescono ad essere autonomi e seguono indebite direttive partitocratiche per assegnare primariati, direzioni e fare nomine di vario genere, seguendo il criterio dell’appartenenza piuttosto che del merito.
Da una lettura dei curricula pubblicati sembrerebbe che i primari abbiano le carte in regola, ma poi non si spiega com’è che molti reparti non funzionino e non diano le tempestive e necessarie risposte ai cittadini che ricorrono alla pubblica sanità, anche perchè non possono fare diversamente, non disponendo di risorse finanziarie.
La percentuale di medicinali che si consuma in Sicilia è di 4 punti superiore rispetto a quella della Lombardia: uno spreco di 400 milioni circa. Avanza il danno erariale in sanità sia per imperizia e negligenza dei medici - basti pensare ai casi di asportazione di tumori falsi - sia per sprechi di denaro nel conferimento di incarichi, assegnazione di appalti o gestione dei ricoveri.

Sul piano della disorganizzazione, il culmine è rappresentato dal Centro unico prenotazioni regionale che dovrebbe costituire il fulcro per consentire ai malati siciliani di andare ove è possibile prestargli le più appropriate cure. Un centro così importante doveva essere reso operativo già da anni, mentre, forse, vedrà la luce con l’anno nuovo.
I presidi ospedalieri non vengono razionalizzati, accorpando i reparti, in modo da specializzarli in alcune branche anziché una diffusa situazione a pioggia che non serve a nessuno. La diagnostica telematica tra tutte le Asp e le Ao è un obiettivo che viene continuamente rimandato, per cui un reparto ospedaliero, che non sia completamente attrezzato, non può usufruire di altri reparti ospedalieri ubicati altrove perchè non collegato.
Nei nostri tempi, un valore aggiunto è costituito dalle sinergie e l’assessore al ramo vorrà convenire che in Sicilia la sanità non è un sistema, ma un insieme caotico di tanti pezzi che non combaciano fra loro, anzi spesso collidono.
 
Siamo pronti a pubblicare esempi di efficienza e invitiamo l’assessore, i direttori generali di Asp e Ao a comunicarceli tempestivamente, lieti di pubblicare che qualcosa funzioni.
Tutto il versante delle cliniche private non funziona adeguatamente, salvo luminose eccezioni che costituiscono esempi da imitare. Il servizio ispettivo delle Asp fa di tutta l’erba un fascio, taglia i Drg in modo lineare, mentre dovrebbe operare in modo chirurgico: dare merito a chi ce l’ha e togliere risorse a chi non ha qualità adeguata.
Il settore privato si regge con i Drg e con le rette, quello pubblico, invece, si regge con i Drg e i finanziamenti extra che gli fornisce indebitamente l’assessorato alla Salute. Il che è contrario al principio di autonomia, secondo il quale ogni ente pubblico deve pareggiare le uscite con le proprie entrate. Diversamente la testa va mozzata.
Le inchieste che fa l’assessorato  dovrebbero seguire i meccanismi di quelle giudiziarie, com’è perfettamente noto a Russo, ex magistrato, e, cioè, con la valutazione di moventi, mezzi e opportunità. Chi violi le norme portate dalle leggi nazionali e regionali e, ancor più, chi violi le norme etiche deve essere cacciato e la notizia resa pubblica sui mass media.

L’idea di creare consorzi fra i medici di famiglia, in modo da tenere aperti h 24 per sette giorni gli ambulatori per necessità più lievi (pensiamo al codice bianco), è sicuramente vantaggiosa per Asp e Ao, ma occorre trasferire risorse dalle stesse ai medici perchè non si può pensare di onerarli di ulteriori spese.
La sanità pubblica in Sicilia necessita di un profondo riordino anche perché è inaccettabile che un posto letto pubblico costi 870 euro al giorno se occupato e 700 euro se non occupato. è inaccettabile che oltre tremila dipendenti 118 siano stati trasferiti dalla Sise alla Seus, il che comporta che ogni intervento di ambulanza costi in media 500 euro. Non parliamo di quanto ne costi uno effettuato con l’elicottero.
Nessuno se ne abbia a male se continuiamo a mettere il dito nella piaga. Lo facciamo nell’interesse del popolo siciliano che non ha voce e contando sul fatto che professionisti intelligenti, capaci e onesti, prestati alla politica, mettano in atto le loro capacità per ribaltare l’attuale insostenibile situazione.
Mar
29
2012
La riforma del mercato del lavoro è molto strana, perché priva del testo scritto. Questo non può essere casuale, ma è la dimostrazione che il Governo è andato in una fase di stallo, perché una parte di un partito che lo sostiene è legata a doppio filo con la Cgil e ha quindi un potere di veto notevole.
Monti, democristianamente, ha spostato di due mesi la riforma, a dopo le amministrative, per evitare speculazioni nella campagna elettorale del 6 maggio e del successivo turno per il ballottaggio del 20 maggio.
Dopodiché si vedrà se sarà capace di tener duro e bilanciare i nuovi oneri con alleggerimenti fra tutte le imprese (grandi, medie e piccole), oppure se soccomberà di fronte al diktat della Camusso che persegue una linea conservatrice, utile a preservare l’enorme potere del suo sindacato, che non ha eguali in Gran Bretagna o in Francia.
Nella riforma annunciata ma non scritta vi sono buone cose, che è inutile elencare perché ampiamente illustrate in conferenze stampa, in reportages, in contenitori radiotelevisivi. Inutile anche perché abbiamo l’abitudine di leggere i testi prima di opinare.

In attesa di prendere visione di quello che il Governo scriverà (presumibilmente il testo sarà reso noto al rientro del viaggio del premier in estremo Oriente), possiamo osservare che ancora una volta non è stato preso in esame il riordino dei meccanismi del lavoro nel settore pubblico. Un comparto che occupa 3,4 milioni di persone, ipergarantite, impossibili da licenziare anche nel caso di manifesta incompetenza o mancata volontà di produrre risultati, il che impedisce il fisiologico ricambio con altri cittadini preparati e meritevoli di entrare.
Nella pubblica amministrazione nessuno esce e nessuno entra. I concorsi sono bloccati, mentre si è verificato il paradosso che vincitori di concorso non sono stati ancora incardinati con rapporto di impiego a tempo indeterminato.
Nella Pubblica amministrazione i sindacati sono fortissimi, anche perché l’interlocutore-datore di lavoro è incapace di stendere i Piani aziendali, branca per branca, settore per settore, con la conseguenza che dirigenti e dipendenti sanno molto larvatamente quali possano essere gli obiettivi. Ulteriore conseguenza è che non si possono paragonare risultati con obiettivi.
 
Nel settore privato del mercato del lavoro vige il principio di competenza, almeno teoricamente. Chi non produce risultati, dal dirigente all’ultimo impiegato, viene cacciato nel primo caso e licenziato nel secondo.
Ma, mentre l’articolo 18 non si applica a dirigenti e quadri, impedisce ai dipendenti fannulloni e inefficienti di essere espulsi dal loro posto. Salvo i casi in cui questo avvenga per ragioni diverse, il che costituisce ovviamente un abuso che il giudice può mascherare. Anche nei casi veri, il datore di lavoro deve tenersi un dipendente ostile che diffonde nell’ambiente una cattiva educazione.
Purtroppo la zona grigia è estesa, ma le nuove norme dovrebbero ridurla al minimo, in modo che si sappia con chiarezza se una circostanza è bianca o nera. Ci auguriamo che il ministro Fornero sia supportato dall’intero Governo e dall’intera maggioranza per realizzare questo obiettivo.

Ritorniamo al settore pubblico, ove regnano inefficienza e disorganizzazione. Tutto ciò accade perché, ripetiamo, non esistono i Piani aziendali, quella sorta di binario su cui ogni settore dovrebbe correre per raggiungere la sua stazione.
Disorganizzazione e inefficienza non sono casuali, bensì frutto del loro voluto mantenimento, in modo da consentire, all’interno della Pubblica amministrazione, ogni sorta di abuso nonché corruzione materiale e morale, che sempre più frequentemente emergono a seguito delle inchieste della Magistratura ordinaria e della Corte dei Conti.
Se un settore non funziona, la responsabilità è del dirigente, se non raggiunge il risultato, il dirigente percepisce lo stesso il premio di risultato e, udite udite, anche i dipendenti hanno premi indipendentemente da ciò che fanno o da ciò che non fanno.
Questo sistema penalizza fortemente i bravi dirigenti e i bravi dipendenti perché ricevono esattamente gli stessi compensi di cattivi dirigenti e cattivi dipendenti.
Il merito non è di casa nella Pubblica amministrazione e ci auguriamo che la riforma annunciata vada nella direzione di dare organizzazione ed efficienza a tutto il settore.
Mar
28
2012
Il meravigliarsi può esprimere sorpresa, stupore o disprezzo. La sorpresa prende alla sprovvista e spesso disorienta.
Secondo noi, la migliore sorpresa è quella di non avere sorprese, perché quasi sempre esse sono negative. Non è un modo pessimistico di valutare le circostanze, ma un modo di chi sta con i piedi ben piantati a terra.
È difficile che nel vivere non accadano circostanze impreviste e improvvise di fronte alle quali siamo impreparati. Soprattutto chi ha bisogno di meditare per dare delle risposte trova la sorpresa di un evento negativo. Meglio sapere prima quello che accadrà, in modo da prepararsi adeguatamente.
Il meravigliarsi può esprimere anche stupore, che è positivo, perché fa immaginare di colpo uno scenario che non si intravedeva, oppure fa avvicinare a eventi o circostanze che non si guardavano.
Stupirsi è anche segno di gioventù perché gli anziani non hanno quasi più questa capacità.

Il meravigliarsi può esprimere anche disprezzo. È una forma retorica perché, in effetti, l’espressione non consiste nell’apprendimento di una circostanza nuova e imprevista, bensì è una forma che vuol dire: come non ci hai pensato prima?, Perché ti sei comportato in questo modo sbagliato?, ed altre. Insomma. manifesta riprovazione e, in un certo senso,  rettifica di certi comportamenti.
Il meravigliarsi può esprimere anche indignazione verso un comportamento che vìoli le regole sociali o quelle della buona educazione, insomma un comportamento anti-etico, da esecrare ed emarginare se non addirittura da espellere fuori dai circuiti della società.
Il meravigliarsi fa parte della persona umana, anche se un addestramento opportuno riduce fortemente questo atto, secondo il quale ci si trova a fronteggiare situazioni che colpiscono o tradiscono la buona fede.
Sviscerare tutto questo serve a conoscersi meglio e ad adattare i propri comportamenti a fatti che accadono, anche se generati da altri.
Quanto scriviamo non è certamente semplice da attuare, ma si può e si deve fare.
 
Tuttavia, farsi meravigliare senza scetticismo può essere anche bello, perché alimenta la fantasia e induce all’ottimismo. Un ottimismo senza concretezza, ma pur sempre ottimismo. ed è bello, qualche volta, uscire dalle cose concrete di tutti i giorni ed alimentare la fantasia che consente di volare fuori dai limiti corporei.
Andare nel mondo della fantasia  ed in quello delle favole non è sfuggire dalla realtà, bensì contemperare la necessità di azioni concrete con l’altra, non meno importante necessità, di condirle con immagini e pensieri di un’altra dimensione.
 Stare con i piedi ben piantati a terra, ma volare, è un modo di vivere compiuto  e completo, che consente la pienezza dei comportamenti e la comprensione di fatti e circostanze che non possono essere solamente concrete o solamente fantasiose.
Lo scetticismo è un modo di chi, in ordine a un complesso di nozioni, assume un atteggiamento negativo limitandosi ad escludere la possibilità che esso possa realizzarsi. Lo scetticismo fu iniziato dalla scuola greca di Pirrone di Elide ed ha alimentato il pensiero di chi rifiuta continuamente la realtà.

Intendiamoci, una riflessione come questa non intende essere esaustiva, ma esprimere un sentimento comune di gente comune.
Lo scetticismo è il manifestarsi di una soggettività del conoscere che è anche la negazione del valore oggettivo della conoscenza stessa, cosicché si ripropone il rituale palleggiamento che esiste tra chi sa e chi non sa; fra chi sa e chi presume di sapere.
Ciascuno di noi ha il dovere di capire bene le circostanze che incontra e, se ha conoscenza della storia, può anche affrontare il futuro con un minimo di previgenza.
Da quanto precede, emerge la necessità di stare sempre con gli occhi bene aperti, senza rifiutare la possibilità di apprendere continuamente cose nuove e per ciò stesso non conosciute.
Quando vi è la disponibilità a divorare nuova conoscenza il nostro processo di crescita è continuo, e con esso la nostra maturazione.
Mar
27
2012
Com’è ormai a tutti noto, il disastro economico-finanziario che è piovuto sulla Grecia non è stato frutto del caso, ma di un comportamento vergognoso del ceto politico di quella nobile Nazione, di centro destra e di centro sinistra, che ha sistematicamente truccato il bilancio dello Stato di questi ultimi vent’anni.
Quegli irresponsabili politici si sono comportati in questo modo per arricchirsi personalmente, per far arricchire lobbies e corporazioni, senza scontentare il popolo bue, aprendo per tutti i cordoni della borsa.
La Grecia è andata in default, né più né meno come accadde all’Argentina nel 2002. Anzi, il Paese sudamericano rimborsò i possessori dei tango-bond nella misura di circa un terzo, mentre la Grecia, forse, rimborserà i possessori di bond ellenici nella misura di un quarto. Un vero e proprio fallimento, con forti ripercussioni sociali e un arretramento dello stato economico di quel Paese di almeno dieci anni.

Questa premessa, per fare un parallelo con quello che sta accadendo nella Regione siciliana, ove un dissennato ceto politico, in questi ultimi decenni, ha fatto una politica anti-economica, clientelare, condita con sprechi, favoritismi ed altri deprecabili comportamenti.
Per coprire tutto ciò, le Giunte di governo che si sono succedute fino ad oggi, hanno proposto bozze di bilancio di previsione annuale con poste false, poi approvate irresponsabilmente dall’Assemblea regionale, che stranamente non hanno subìto la scure dei vari Commissari dello Stato.
Ma la Corte dei Conti, nel corso del giudizio di parificazione dei bilanci consuntivi, ha sempre evidenziato le iniquità contenute nei bilanci, pur concludendo con un atto di non disapprovazione.
Quanto scriviamo è perfettamente conosciuto dal presidente della Regione, dai suoi assessori, dai dirigenti generali dei dipartimenti e da tutti i novanta deputati. Insieme, allegramente, nel perpetuare una situazione che oggi è arrivata alla canna del gas.
Infatti, i soldi sono finiti, lo Stato ha tagliato i trasferimenti, l’indebitamento bancario non può più essere aumentato, con la conseguenza che si sono bloccati i finanziamenti per le opere pubbliche e per le infrastrutture necessarie ad attrarre i gruppi internazionali.
 
Chi ha competenza di bilanci pubblici e privati non ha difficoltà ad individuare quali siano i buchi delle entrate e quali le spese incompatibili con una sana amministrazione, come quella che dovrebbe esserci in una Comunità ispirata ai valori etici di merito e responsabilità.
Non è certamente responsabile l’assessore al ramo che propone il bilancio 2012 dentro il quale continua a mantenere una voce falsa: l’avanzo di amministrazione, che è di circa dieci miliardi su ventotto di bilancio.
Una cosa inaudita, che sarebbe stroncata se tale strumento fosse sottoposto alla certificazione di una società iscritta alla Consob. Ma la Regione si guarda bene dal chiedere una tale forma di certificazione, perché se lo facesse il bilancio sarebbe tranciato.
Fra le entrate ve ne sono tante irrealizzabili e perciò stesso false. Non si può infatti prevedere un’entrata che si sa, a priori, non si manifesterà mai. 

Tra esse, a titolo di esempio, indichiamo l’ipotizzata dismissione di immobili che, non avendo le gambe di un apposito organismo, non vedrà mai la luce.
Nel versante delle uscite, ve ne sono di veramente incredibili. Le abbiamo più volte elencate e continueremo a farlo, di modo che l’opinione pubblica sappia il mal governo dell’economia siciliana e ne tragga le conseguenze.
Lo facciamo anche perché con il nostro ottimismo ci auguriamo che Giunta di governo, Commissione Bilancio dell’Ars e la stessa Assemblea regionale cambino registro e approvino un bilancio vero e non uno falso.
In ogni caso, questa volta il Commissario dello Stato, prefetto Aronica, anche sulla base degli ultimi forti rilievi della Corte dei Conti, potrebbe impugnare le norme che non hanno copertura finanziaria.
C’è una novità: nell’assessorato all’Economia siedono stabilmente tre Commissari dello Stato inviati dal ministro Barca, che spulciano le voci di entrata e di uscita del bilancio. Se non sono conformi al Patto di stabilità, negheranno i trasferimenti finanziari dello Stato. C’è poco da scherzare, ora si fa sul serio.
Mar
24
2012
L’opinione pubblica ha una grande stima delle Forze dell’ordine perchè anche in tempi di magra rappresentano un esempio di efficienza che si concretizza in risultati. Come è noto, questi ultimi misurano la capacità di chi opera. Il resto sono chiacchiere da salotto o inutili parole delle quali i partitocrati sono maestri.
Anche le Forze dell’ordine fanno parte dei pubblici dipendenti. Solo che, dall’agente fino all’ufficiale più alto in grado, tutti hanno presente l’articolo 97 della Costituzione per assicurare il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
Non si capisce perchè tutti i tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici non si organizzino alla stessa maniera per ottenere risultati ben diversi da quelli miseri di tutti i giorni.
Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Se, cioè, il ceto politico non è in condizione di esprimere civili adatti ad amministrare gli enti, bisogna pensare ad ufficiali che possano farlo utilizzando la loro esperienza e la loro preparazione professionale.

È da approvare la candidatura del generale Vito Damiano a sindaco di Trapani. Altrettanto opportuna ci sembra la nomina del commissario straordinario dell’Azienda sanitaria di Salerno, nella persona del colonnello dei Carabinieri, torinese, Maurizio Bortoletti. In un anno di attività ha dimezzato le perdite, ha razionalizzato il magazzino, ha migliorato fortemente l’efficienza dei servizi sanitari e di quelli amministrativi, ha attivato macchinari dimenticati in un sottoscala, facendo sballare defibrillatori cardiaci e apparecchi elettromedicali inutilizzati.
L’Asl di Salerno ha più di 1,7 miliardi di debiti, 8 mila dipendenti, ma le regole non venivano rispettate. La Corte dei Conti aveva stigmatizzato fortemente, in occasione della recente inaugurazione dell’anno giudiziario, i danni che avevano fatto i precedenti amministratori e l’ottima azione messa in campo da Bortoletti.
Anche in Sicilia abbiamo un direttore torinese, Ludovico Albert, ma fino ad oggi non ha rivoluzionato l’organizzazione del suo dipartimento nè ha conseguito risultati eclatanti, anche tenuto conto che per affrontare la disorganizzazione della Pa regionale ci vogliono muscoli d’acciaio.
 
La Regione farebbe bene a prevedere la nomina dei dirigenti generali nelle persone di ufficiali di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, ma anche delle Forze militari che raggiungono una buona efficienza del loro servizio.
Nella Pubblica amministrazione italiana c’è del buono che viene sistematicamente sopraffatto dalla parte cattiva, secondo la nota legge economica di Gresham.
Il ceto politico ha il compito di selezionare la parte buona, di sostenerla e di affidarle la responsabilità primaria del buon andamento delle attività pubbliche. Per far ciò, dovrebbe attivare una sorta di decantazione al suo interno, per isolare e emarginare i peggiori, mentre dovrebbe esaltare i migliori. Per dirla in breve, dovrebbe autoemendarsi, per consentire il diffondersi di due valori primari: il merito e la responsabilità.
La Pubblica amministrazione è una sorta di stanza di compensazione delle necessità dei cittadini, i quali, per qualunque bisogno di servizi pubblici, si rivolgono ad essa.

Putroppo le risposte non sono adeguate ai bisogni dei cittadini. Ed ecco che interviene la cultura del favore, cioè chiedere qualcosa per ottenerla, raccomandandosi, piuttosto che come risposta oggettiva frutto del dover servire.
Ed è proprio la cultura del favore il brodo dentro il quale si annida la corruzione e si diseduca la gente ad ottenere ciò che ha bisogno con i propri mezzi. 
Non è che fra i civili non vi siano persone per bene e capaci, ma esse non vengono selezionate per i vertici (Regione e Comuni) in quanto non ritenute dispensatrici di favori.
Caso opposto sono gli ufficiali dei Corpi prima richiamati, i quali sanno perfettamente contrastare la cultura del favore per servire la cultura del dovere. Quanto proposto non sembri fantasioso. Certo difficile da realizzare. Ma si può fare per concretizzare il sogno di una Sicilia competitiva.
Dei politici c’è bisogno, ma di quelli capaci e onesti, che debbono avere la forza ed il coraggio di mettere fuori dalla porta gli incapaci e i disonesti.
Mar
23
2012
L’aggravio della pressione fiscale è stata una scelta del governo Monti alternativa a quella di tagliare la spesa pubblica improduttiva. Cosicché, per mantenere i privilegi del ceto politico, dei burocrati, dei sindacati, degli imprenditori e di altri, una parte degli italiani siamo costretti a portare un fardello insostenibile, che ci costringe a lavorare per lo Stato per sette-otto mesi l’anno.
Tutto questo produce un risultato semplice semplice: togliere dalle nostre tasche risorse finanziarie e quindi lasciarci le tasche sempre più vuote.
Per contro, i suddetti privilegiati continuano ad avere le tasche piene. Gente che percepisce da 20 a 100 mila euro lordi al mese, ex parlamentari che hanno vitalizi, ex presidenti della Repubblica, del Consiglio, delle Camere che dopo decenni continuano ad avere auto blu, autisti, uffici e segretari. Uno sconcio tutto italiano che Monti non ha sfiorato. Forse perchè non lo poteva fare, trovando la ferma opposizione dei tre poli che lo sostengono.

Tuttavia, rimane la necessità di procedere alla riduzione di almeno 50-60 miliardi della spesa pubblica, quanto serve per pagare il ventesimo del debito pubblico che dev’essere ammortizzato ogni anno da qui al 2032.
Il taglio della spesa pubblica comporterebbe anche il giro delle risorse verso le opere pubbliche che in atto sono bloccate nel numero di 331. L’attenzione dell’opinione pubblica si è indirizzata verso la Tav della Torino-Lione, ma avrebbe dovuto allargare il suo raggio a tutti questi impianti che non vedono la luce.
L’attivazione dei cantieri avrebbe il benefico effetto di far aumentare l’occupazione e di mettere sul mercato notevoli risorse finanziarie che darebbero sfogo a una crescita dell’economia. 
La crisi in corso da qualche anno ha aumentato la disparità fra le classi sociali. Per cui, chi ha perso qualcosa per l’aggravio delle tasse ai piani alti della società, continua a fare quello che faceva prima e chi, invece, si trova nei piani bassi è stato fortemente penalizzato. In definitiva, si è verificata un’ulteriore iniquità in conseguenza della quale c’è chi continua ad avere le tasche piene e c’è chi si è trovato con le tasche vuote.
 
Qualche modesto segnale il professore Monti l’ha lanciato. Ha bloccato i viaggi dei familiari sui voli di Stato, ha ridotto le spese della Presidenza del Consiglio di qualche decina di milioni, ha chiesto e ottenuto una lieve diminuzione delle spese delle Camere, ma non è riuscito a dare quella necessaria sforbiciata del 50 per cento alle indennità di politici e burocrati, fra cui spiccano i boiardi di Stato che hanno introiti straordinari, certamente non confacenti alla predicazione diuturna del presidente del Consiglio, basata su due valori: equità e sobrietà.
Monti non ha poi sfiorato i pensionati d’oro che si trovano nello stesso Governo: dal sottosegretario Cardinale con 8.438 euro mensili, al ministro Riccardi con 6.242, al ministro Di Paola con 24.194, al sottosegretario Malaschini con 40 mila, al sottosegretario D’Andrea con 9 mila, al sottosegretario Vari con 9.669 e tanti altri.
Insomma, un’azione di governo con luci e ombre.

Non sono stati toccati neanche i privilegi dei sindacati, che hanno accumulato patrimoni immobiliari e mobiliari immensi, che non applicano l’art. 18, che non hanno statuti interni fissati per legge, che non hanno l’obbligo di certificare i bilanci.
Non sappiamo quanta evasione vi sia in quei bilanci, perché né all’Agenzia delle Entrate e neppure alla Guardia di Finanza passa per la testa di andarli a controllare. Eppure, nel complesso, a livello centrale, regionale e provinciale si tratta di bilanci che ammontano a miliardi di euro.
Monti non ha neanche messo sotto osservazione le agevolazioni che hanno le imprese, segnatamente i grandi gruppi, che complessivamente ammontano a oltre 40 miliardi di euro. Il ministro Passera sembra che abbia preso a esaminare tutto questo versante, ma ancora non ha comunicato quanto meno le linee di indirizzo sulle quali incamminarsi, per razionalizzare e rendere efficaci queste agevolazioni, senza creare privilegi a destra o a manca.
Certo, dopo decenni di iniquità e immobilismo di centrodestra e centrosinistra, i cittadini attendono con ansia i cambiamenti, ma Roma non si è costruita in un giorno.
Mar
22
2012
È notizia di questi giorni che il Cipe ha deliberato uno stanziamento iniziale di 20 mln di euro su un totale di 300, come previsto dall’Atto aggiuntivo all’intesa quadro sulle infrastrutture, siglato nel 2008, che sommati a un centinaio della Regione Piemonte e a 142 dei fondi Fas, consentiranno il collegamento Tav tra Torino e l’aeroporto di Caselle.
Esprimiamo valutazione positiva sull’iniziativa, ma contemporanea amarezza perché altrettanta iniziativa non sia stata presa nei confronti dell’aeroporto di Fontanarossa. Bisogna tener conto che quest’ultimo, nell’anno corrente, supererà i 7 milioni di passeggeri, mentre quello di Torino non arriverà a 4 milioni.
Il presidente della Societa aeroporti Catania, Gaetano Mancini, già nel nostro Forum del 13 aprile del 2011 ci comunicò lo studio del progetto per costruire la stazione ferroviaria sotto l’aeroporto per collegarla con tratte veloci a Messina, Siracusa, Ragusa ed Enna, in modo da consentire ai cittadini di quelle zone di accedere alle partenze aeree in un tempo oscillante tra i trenta minuti e l’ora. 

La Sac è in fase di progettazione del prolungamento della pista dagli attuali 2,6 km a 3 km in modo che possano atterrare i giganti dell’aria. Tutto questo per far transitare all’aeroporto Vincenzo Bellini tra i 15 e i 20 milioni di passeggeri, nel futuro.
Ma, mentre i soldi per costruire l’infrastruttura nel Piemonte si sono trovati e le opere partiranno entro quest’anno, non si trovano i soldi per fare un’opera analoga, ma con maggiori benefici, in Sicilia. Due pesi e due misure.
Continua l’invio di risorse al Nord e di promesse al Sud, con il conseguente aumento del divario infrastrutturale ed economico. Si fa esattamente il contrario di quello che si dovrebbe per riportare il Sud in una condizione di parità con il Nord.
Altro che le castronerie che ci fanno sentire Bossi e i suoi seguaci un giorno sì e l’altro pure. Certo, nell’operazione piemontese la Regione, prima guidata dalla presidente Mercedes Bresso e da poco guidata dal leghista Roberto Cota, ha fatto da propulsore dell’opera e catalizzatore delle risorse. Esattamente il contrario di quello che fa la Regione Siciliana che respinge gli investimenti, con una burocrazia inefficiente e corrotta, e non fa nulla per ottenere le risorse su progetti.
 
La Regione non dovrebbe dispensare risorse, non dovrebbe avere un apparato che si occupa di tutto, compresa la gestione delle pensioni (unico caso in Italia), non dovrebbe avere 20.000 dipendenti ufficiali, 10.000 formatori, 28.000 forestali, oltre a una marea di precari con le sigle più disparate (Lsu, Asu, ecc...).
Una Regione che paga stipendi e indennità fa esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare. Cioè, che cosa? Stimolare tutti i 390 sindaci a proporre progetti esecutivi di opere pubbliche, da far finanziare con i fondi europei, statali e propri. Creare una task force interna, formata dai più valenti dirigenti in grado di offrire agli investitori stranieri un servizio inappuntabile e immediato costituito dal rilascio di autorizzazioni e concessioni in 30 giorni, aprire i cantieri in tutta l’Isola.
La Regione dovrebbe far funzionare, come volano finanziario, l’Irfis, acquistato da poco da Unicredit, per trasformarlo in un istituto di supporto alle attività produttive.

La Regione dovrebbe preparare un progetto per innovare e sviluppare l’agricoltura biologica e la produzione di piante per l’ecorcarburante. Mettersi d’accordo con le compagnie di raffinazione perché trasformino i loro impianti in modo da utilizzare come materia prima i prodotti vegetali piuttosto che quelli fossili.
Insomma, la Regione dovrebbe mettersi le carte in regola, tenere i conti in equilibrio e, all’interno di essi, destinare il 50 per cento delle entrate (che sono cospicue) per finanziare insediamenti, attività e infrastrutture.
Ma la Regione siciliana fa esattamente il contrario di quanto si è scritto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un Pil in decrescita cui corrisponde una disoccupazione in crescita; il malessere che si diffonde a macchia d’olio e travolgerà con un’onda altissima questo ceto politico che pensa egoisticamente solo a se stesso, dimenticando che ha ricevuto il mandato del popolo per servire il popolo e non i propri parenti e amici, nonchè le proprie tasche.
Mar
21
2012
[continua]
Mar
20
2012
Da centinaia di anni, il secondo martedì del mese di novembre è il giorno in cui gli Stati Uniti d’America eleggono il proprio presidente, insieme a vari governatori, membri del Senato e della Camera. In quel Paese, a tutti i livelli istituzionali, vige una regola ferrea e cioè che il mandato ricevuto dagli elettori può essere rinnovato una sola volta. Questo consente di ritenere pacifico che chi serva il popolo può farlo al massimo per otto anni, dopodiché deve tornare alla propria originaria professione.
Là non vi sono politici senza mestiere, ma tutti hanno il proprio lavoro che interrompono per lo stretto periodo del mandato popolare. Non prendono pensioni, non hanno vitalizi né liquidazioni di alcun genere. Le indennità del mandato sono relativamente modeste, a cominciare dal Presidente degli Stati Uniti, che percepisce meno del Presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder.
Quella di impedire che la politica sia esercitata come professione è un forte deterrente contro la corruzione.

I partiti statunitensi sono regolati da ferree leggi, con bilanci trasparenti e finanziamenti palesi; per cui si sa sempre chi ha versato soldi a un partito o a un candidato e, quindi, ove è collocato nell’agone degli interessi.
Così la democrazia funziona e la corruzione costituisce l’eccezione, non la regola, come accadeva in Italia ai tempi di Mani pulite e come si sta evidenziando nei nostri giorni con una frequenza pesante.
Per i sindaci italiani esiste il limite dei due mandati, anche se alcuni hanno tentato, mediante appositi disegni di legge, nazionali e regionali, di estendere il limite. Ma questa regola non c’è per i parlamentari, per il Presidente del Consiglio, per i membri del Governo, per i Presidenti di Regione, per i Consiglieri regionali, provinciali, comunali.
I partiti sono degli organismi privati che servono interessi privati, e che ricevono da noi contribuenti cospicui rimborsi elettorali, molto superiori alle loro spese effettive. Inoltre non hanno bilanci certificati; per cui gli amministratori possono fare tutto quello che vogliono, compreso appropriarsi delle somme. Non hanno Statuti-tipo democratici e approvati per legge.
 
Questo quadro vìola palesemente i valori della politica e, più in generale, i valori della Comunità nazionale e locale.
Quando i partitocrati blaterano dicendo che la politica è al servizio dei cittadini non si riferiscono a sé medesimi perché in effetti utilizzano la politica al proprio servizio. Il che ormai non fa più scandalo.
Questo è male anche se l’indignazione e la protesta dei cittadini aumentano ogni giorno, come testimoniano i loro interventi nei contenitori radio televisivi. Peraltro, molti conduttori di tali programmi stanno venendo fuori con una serie di iniziative che stigmatizzano una situazione che deve ribaltarsi profondamente, passando dagli attuali disvalori a un’etica politica fondata su un’etica sociale, senza di che non vi può essere equità nella Comunità nazionale.
La questione dei valori nella Cosa pubblica non è secondaria, anzi va sempre riportata in prima posizione, ricordando che chi ne sta fuori deve cospargersi il capo di cenere, oppure essere espulso dal consesso civile. Sembrano parole al vento, ma se le diciamo tutti, il vento spazzerà via i partitocrati.

In questi giorni abbiamo  fatto due Forum, a Lugano e Bellinzona (Ch), rispettivamente col Sindaco della Città del Lago, Giorgio Giudici, e con il Presidente del Gran Consiglio dello Stato Elvetico del Canton Ticino, Gianni Guidicelli.
Il primo, che è un architetto continua a fare il proprio mestiere, ma lavora per la città ogni giorno almeno cinque, sei ore. Il sistema dei servizi è tassativo perché basato sul merito e sulla responsabilità. Non vi è di fatto disoccupazione (quella nominale è fra il tre e il quattro percento), le attività economiche si sono fortemente differenziate tant’è che quella finanziaria, creduta la più importante, oggi non supera il quaranta percento del totale.
Il presidente del Consiglio dello Stato del Ticino è un dirigente, non prende indennità di sorta, lavora per la collettività pressocché gratuitamente. In quello Stato vi sono cinque auto blu, nell’assemblea Regionale siciliana 17.
Mar
17
2012
Ci sono evasori ed evasori: quelli che sfruttano conoscenze e competenze per non pagare le imposte e altri che cercano di svicolare in quanto pesci piccoli. Ci sono gli evasori del Nord, ove il Pil è quasi di livello della media europea; ci sono gli evasori del Sud, che si difendono come possono, in un’economia sgangherata.
Come è noto, nel dopoguerra, lo Stato ha dirottato due terzi delle risorse al Nord e un terzo al Sud. Inoltre, una classe dirigente meridionale (politica, burocratica, imprenditoriale, sindacale e professionale) ha depauperato le scarse risorse arrivate al territorio per divorarne una parte cospicua.
I gruppi imprenditoriali multinazionali hanno una certa facilità a evadere sfruttando l’elusione, cioè la puntigliosa applicazione delle norme, in modo da utilizzarne le feritoie e le finestre per sgattaiolare. I gruppi multinazionali hanno la possibilità di bilanciare le fatturazioni intragruppo ed extragruppo.

Tale possibilità consente loro di sovrafatturare o sottofatturare in relazione all’andamento dei propri affari, in modo da ridurre al minimo la tassazione in ognuna delle nazioni ove lavorano. Ma anche all’interno del nostro Paese essi sono assistiti da studi professionali di primissimo livello, agguerriti, che sono in condizioni di ben fronteggiare le verifiche di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate.
La legge Salva-Italia (la n. 214/2011), entrata in vigore il 1° gennaio di quest’anno, consente agli organi vigilanti di accedere a tutte le fonti finanziarie e di seguire la via del denaro, per accertare la corrispondenza fra i singoli movimenti e le variazioni economiche dell’attività. Però questi accertamenti non sono altrettanto semplici quando bisogna chiedere informazioni a Stati extraeuropei o a partner europei, anche se vi sono delle convenzioni bilaterali che facilitano l’interscambio di notizie.
Vi è, poi, l’evasione dei soggetti medi e piccoli. Risulta che, per esempio, nel Veneto vi è una rotazione veloce di iscrizione e cancellazione di imprese e società presso i registri delle Camere di commercio. Approfittando della lentezza e della farraginosità dei meccanismi di accertamento, tale sistema funziona per restare sconosciuti al fisco.
 
L’evasione fiscale e previdenziale ha mille facce. La rete degli enti accertatori e l’incrocio dei dati fra più reti stringono le maglie, ma i pesci piccoli possono sgusciare ugualmente. Ed è proprio l’evasione minuta che fa volume, perché portata da centinaia di migliaia di persone. La drastica riduzione di circolante monetario fino a mille euro costituirà una forte remora ai movimenti in nero, ma un vero rimedio sarebbe quello di applicare il conflitto di interessi fra le parti, ottenuto mediante la detrazione pro quota di spese sostenute a qualunque titolo, come avviene nei Paesi anglosassoni.
Nel caso delle spese mediche, la detrazione è di appena il 19 per cento, per cui il medico che fa uno sconto sulla parcella del 20 per cento cancella di fatto l’interesse a richiederla. Figuriamoci nei casi in cui non vi è alcuna detrazione.
Il minor gettito d’imposta sarebbe compensato dall’emersione di affari senza tassazione.

Lo spesometro sarà un utile strumento per determinare in via induttiva il reddito nascosto. Ma fino a quando il Governo non deciderà di pubblicare il reddito imponibile di ogni cittadino o società, non potrà essere attuato il meccanismo di controllo, porta a porta, commisurando il tenore di vita di ognuno con il proprio reddito dichiarato.
Vi è anche l’elemento sociale che incide sull’evasione. Fino a oggi chi evade viene considerato furbo, da domani dovrà essere considerato disonesto. Anche da noi ognuno dovrà avere l’orgoglio di dire quanto guadagna.
In questo scenario, va fatta un’annotazione sui salari degli italiani, che fonti cosiddette autorevoli dichiarano più bassi della media europea. Sbagliano, perchè esse hanno preso in esame i salari netti e non quelli lordi. Se così avessero fatto, sarebbe risultato evidente che i salari italiani sono allineati a quelli europei. Non è allineato, invece, il cuneo fiscale che falcidia gli stipendi dei dipendenti. Un’ultima annotazione riguarda i pensionati e i pubblici dipendenti che fanno il doppio lavoro in nero. Evasione!
Mar
16
2012
La data del redde rationem si sta avvicinando. Entro il 31 marzo dovrebbe essere approvato il bilancio della Regione del 2012, ma sicuramente la data sarà ulteriormente postergata all’ultima possibile, cioè il 30 aprile.
Qualora il bilancio non fosse approvato dall’Assemblea regionale, ovvero una volta approvato fosse impugnato dal commissario dello Stato, prefetto Carmelo Aronica, la Regione entrerebbe in crisi e scatterebbero le sanzioni previste dell’art. 8 dello Statuto e cioè lo scioglimento dell’Assemblea con la conseguente decadenza del presidente della Regione. Ulteriore conseguenza sarebbe la nomina di tre commissari straordinari da parte del Parlamento.
Non si tratta di una previsione fantasiosa, ma molto concreta, perché né dai partiti dell’attuale coalizione, né dall’assessore all’Economia, né dalla giunta di Governo nel suo insieme, arrivano seri segnali di tagli della spesa pubblica. Tali tagli, ripetiamo monotonamente, debbono essere dell’ordine di 3,6 miliardi (come pubblicato dettagliatamente nella pagina interna).

Invece, le notizie che arrivano dall’assessorato puntano ad un taglio di 2,3 miliardi, totalmente insufficiente per far quadrare il bilancio.
Vi è poi un secondo ma più importante aspetto della politica economica della Regione: il mancato recupero di risorse per procedere al cofinanziamento dei fondi Ue e, più in generale, al finanziamento delle migliaia di opere pubbliche indispensabili alla Sicilia.
Tutto ciò accade perché, in modo dissennato, i governi regionali negli ultimi decenni hanno aperto i cordoni della borsa della spesa pubblica improduttiva, sottraendo le risorse agli investimenti.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la Sicilia arretra nel Pil, la disoccupazione aumenta, i servizi pubblici sono disastrati, l’economia è impaludata, non vi sono prospettive di crescita.
Vi è un’altra questione da sottolineare monotonamente: l’endemica inefficienza dell’amministrazione regionale e delle amministrazioni locali. Ancora alla Regione circola la carta con tempi biblici, mentre se circolassero i file, il tempo sarebbe istantaneo.
In 4 anni di Governo, seppure con maggioranze diverse, Lombardo non è riuscito a mettere in moto neanche una piccola riforma dell’amministrazione da lui governata e di questo ne ha una palese responsabilità oggettiva.
 
Il presidente della Regione ci sembra impotente di fronte al muro di gomma della sua burocrazia. Egli infatti ha emanato, in questi anni, più direttive abbastanza precise (15 settembre 2008, 6 marzo 2009, 13 marzo 2011) puntualmente disattese da tutto l’apparato, il che comporta una  precisa responsabilità dei dirigenti generali. Ma nessuno di essi è stato revocato e tutti continuano a prendere regolarmente il loro ricco emolumento.
L’assessore all’Economia, Armao, è intervenuto, con una recente circolare del 13 febbraio, assegnando ai dipartimenti i limiti di spesa, ma, verosimilmente, tale indirizzo sarà regolarmente ignorato dai dirigenti generali e dagli altri dirigenti perché, come sempre accade, non sono previste sanzioni.
Ed è proprio l’assenza di sanzioni una delle cause del malfunzionamento della Pa. Non licenziando i fannulloni, non mandando a casa i dirigenti incapaci la Regione assiste impotente allo sfascio della propria amministrazione.
Il caso degli enti di assistenza oberati dai debiti per la cattiva gestione è emblematico dell’incapacità di raggiungere un seppur minimo grado di efficienza.

L’articolo 23 ter del Dl Salva-Italia, convertito in legge, prevede l’emissione di un Dpcm che ne precisi i dettagli, in via di emanazione.
Intanto le commissioni Affari istituzionali di Camera e Senato hanno chiesto di modificare la norma sui tetti agli stipendi pubblici, estendendola a Regioni e Authority, fra cui Asl, scuole, Università, Comuni, Province e Regioni. Per queste ultime, non potendo intervenire nel caso di quelle che abbiano lo Statuto speciale, il decreto prevede un termine per l’adeguamento della loro legislazione ai limiti di cui al Dl citato.
Oltre al limite di 304 mila euro annui lordi, equivalenti allo stipendio del primo presidente di Corte di Cassazione, è vietata l’aggiunta di gettoni o indennità diverse, anche in caso d’incarichi supplementari (la ragione è semplice: se un dirigente svolge più incarichi, il tempo a disposizione è il medesimo. Non si capisce perchè debba guadagnare di più).
Il ddl citato ha avuto il parere favorevole unanime delle commissioni Affari istituzionali di Camera e Senato. Se ne attende l’approvazione. E l’adeguamento immediato della Regione.
Mar
15
2012
L’Expo di Milano 2015 sarà un grande evento, dietro il quale vi è un’ imponente quantità di opere essenziali pubbliche, che prevede una spesa complessiva per 1,45 miliardi di euro, divisi circa a metà tra Stato da una parte ed Enti locali e privati dall’altra. Fra esse spiccano le due nuove linee di metropolitana (la 4 e la 5), le vie d’acqua, la Bre-Be-Mi (Brescia-Bergamo-Milano), la pedemontana e la Tem (Tangenziale esterna Milano). Queste ultime tre opere costeranno circa 5 miliardi. Sono previsti nuovi collegamenti ferroviari locali, con investimenti di Rete ferroviaria italiana.
Da stime sommarie, sembra che la ricaduta occupazionale, sia per la costruzione delle infrastrutture che per l’attività vera e propria dell’Expo, possa arrivare a 136 mila posti di lavoro, nel 2014. I due commissari dell’opera, il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, e il presidente della Regione, Roberto Formigoni, sono soddisfatti dell’andamento dei lavori, che tassativamente dovranno essere conclusi entro la data stabilita, perché l’Expo dev’essere inauguarata il 1° maggio per la durata fino al 31 ottobre 2015.

L’Ente appaltante ha inserito nel bando dei lavori una strana clausola: non possono partecipare le imprese che distino più di 350 chilometri dal capoluogo lombardo. Si tratta di una palese discriminazione, una violazione sulla parità dei diritti che dovrà essere eliminata, per evitare una montagna di controversie giudiziarie.
Se opere come queste se ne facessero quattro o cinque, si metterebbe in moto un processo di sviluppo con conseguenze di grande valore. In fondo si tratta della filosofia economica keynesiana, secondo la quale per smuovere un’economia stagnante o in recessione come la nostra è necessario finanziare e aprire i cantieri.
Tuttavia il Patto di stabilità ha messo la camicia di forza ai conti dello Stato e, a cascata, a quello delle Regioni e degli Enti locali.
Come fare a reperire le risorse necessarie, peraltro in co-finanziamento sovente con le risorse europee? La risposta è semplice: tagliare la spesa pubblica e destinare le somme recuperate agli investimenti. è proprio questo il punto debole di Monti, che su questo versante ha fatto poco o niente.
 
Il governo ha invece mostrato i muscoli, giustamente, sulla costruzione della linea ad Alta capacità che è un segmento essenziale per unire Kiev allo Stretto di Gibilterra, detto Corridoio Cinque. Non si capisce perché, alla stessa maniera, non abbia mostrato i muscoli per la costruzione del Corridoio Uno, Berlino-Palermo. Sul piano delle infrastrutture Corridoio Uno e Corridoio Cinque appartengono alla stessa famiglia.
Però, l’opera essenziale del Corridoio Berlino-Palermo, cioè il Ponte sullo Stretto, è stato per il momento accantonato. Si tratta di un comportamento dissennato, perché l’impegno finanziario dello Stato è di appena 1,6 miliardi. Il resto proviene da un gruppo internazionale di banche che poi avrà in concessione l’opera e la gestirà, recuperando le somme impiegate attraverso l’esazione dei pedaggi per quarant’anni.
È necessario che il governo cominci la strada dell’equiparazione tra Nord e Sud, destinando a questa parte del Paese maggiori risorse.

Senza il Ponte sullo Stretto il Corridoio Uno è inattuabile, perché è inutile costruire reti ferroviarie per treni veloci fino a Reggio Calabria o in Sicilia se manca l’anello centrale di congiunzione, cioè il Ponte.
Per la sua costruzione, vogliamo ricordare, sono stati fatti centinaia di studi in tutti i versanti dello scibile umano (ambientale, sismico, sul passaggio di cetacei e degli uccelli migratori, sull’inquinamento e tanti altri), dai quali risulta che non vi è alcuna ragione per non costruire il Ponte.
Ricordiamo ancora che l’allora candidato premier, Francesco Rutelli, proclamò che il Ponte sarebbe stato realizzato. Stessa vana promessa ha fatto Berlusconi .
La disparità di trattamento tra Nord e Sud dura da centocinquant’anni. E nonostante gli sforzi del presidente Napolitano per diffondere la cultura dell’Unità, gli abitanti degli oltre ottomila comuni non sentono tale Unità perché ad essa non corrisponde l’equità. Non possono bastare inutili riti con bande musicali, discorsi, proclami, richiami alla coscienza civica. Tutto ciò diventa solo un inutile armamentario, perché senza equità non può esservi Unità.
Mar
14
2012
In Italia vi sono oltre quattro milioni di lavoratori immigrati. La gran parte di essi ha trovato lavoro, ha messo su famiglia e vive come noi.
Per il principio fisico di impenetrabilità dei corpi, se i posti di lavoro sono occupati dagli extracomunitari e dai comunitari non italiani, vengono a mancare ai nostri concittadini. In Italia, non c’è carenza di occupazione ma si è verificato il fenomeno secondo cui vi sono milioni di disoccupati italiani e milioni di occupati non italiani.
Come sia potuto accadere quanto precede è presto detto: il ceto politico ha illuso gli elettori che le istituzioni,  centrale, regionali e locali potessero creare occupazione e assorbire le domande di lavoro.
Altro elemento negativo, quello di parlare sempre di posti di lavoro e non di lavoro come se, chi ha la partita Iva, salvo in casi di imbrogli, avesse meno decoro dei dipendenti. Sicuramente gli autonomi rischiano di più, ma hanno più soddisfazioni.

Da noi, si è perso il piacere per il lavoro manuale perché sarti, artigiani del ferro, legno, vetro, ceramica e altri artigiani (idraulici, fabbri, elettricisti e impiantisti) vengono considerati di categoria sociale minore. Occorre invece riscoprire il lavoro manuale perché esso è produttivo di ricchezza.
Se tanti giovani si occupassero di esercitare tali lavori non resterebbero disoccupati, perché il mercato li richiede.
La responsabilità di questa situazione è del ceto politico e dei sindacati. Del primo perché non promuove il lavoro comunque sia, pur predisponendo le reti di protezione. Del secondo, perché protegge coloro che sono già garantiti ed impedisce l’ingresso di chi dovesse entrare, magari per sostituire gli incapaci o i fannulloni. Manca il valore del merito che selezioni tutti coloro che intendono lavorare.
Chi è ricco ha più possibilità di trovare occupazione perché è sostenuto dalla propria famiglia. Ha anche più possibilità di fare corsi di studi, anche prestigiosi e, poi, per le relazioni familiari avere più opportunità. Questo è un dato di fatto incontrovertibile.
 
Chi è povero o di umili origini, invece, per salire con l’ascensore sociale ha un unico strumento: la propria capacità, cui va addizionata una volontà di ferro e una tenacia non comune.
Ma al di là del proprio impegno, se il mondo del lavoro non è informato al valore del merito, anche il giovane più brillante e preparato, seppur povero, non ha molte chances per approdare nei siti più importanti sul piano professionale.
Una società che non consenta a tutti i propri cittadini, indipendentemente dal proprio ceto sociale, di competere ad armi pari, è iniqua e ingiusta, perché viziata dai privilegi delle caste che impediscono, appunto, ai più bravi di emergere.
Sono proprio caste e corporazioni che tentano con ogni mezzo di conservare lo status quo per non abbandonare i cospicui vantaggi che gli derivano da un sistema di lavoro e sociale certamente iniquo.
Modificare questo stato di cose non è semplice, perchè chi ha voce la usa per farsi ragione quando ha pienamente torto.

La questione che analizziamo non ha riflessi solo per gli individui, bensì per tutta la collettività. L’Italia arretra perché prescinde dalle capacità. Solo i bravi creano valore aggiunto. Solo i bravi innovano. Solo i bravi vincono le sfide.
Ne deriva una domanda: ma tutti i cittadini possono essere bravi? La risposta è affermativa. La bravura non è insita nella natura umana. Tutte le persone dotate di normale intelligenza, se ad essa addizionano i due elementi prima indicati, e cioè volontà e tenacia, possono diventare bravi.
Occorre anche capacità di sacrificarsi, di spostare in avanti la realizzazione dei propri desideri e di fare quanto necessario per perseguire l’obiettivo della propria vita. Sì, perché ognuno di noi deve avere un grande obiettivo sotto il quale vi sono i sub obiettivi.
Vagare senza meta è un comportamento incosciente che porta alla delusione e, come risvolto negativo, a gelosia e invidia verso chi ce l’ha fatta.
Mar
13
2012
Ha ragione Giuseppe Castiglione, presidente dell’Unione delle Province italiane, a sostenere con fermezza e da lungo tempo che l’Ente intermedio fra Regione e Comuni è indispensabile, come ci ha confermato quando è venuto al nostro Forum pubblicato il 5 novembre 2011. Questa è una tesi che noi sosteniamo da sempre, pur essendo stati interpretati, qualche volta, esattamente al rovescio.
La Provincia ha funzioni fondamentali nel coordinare e programmare servizi sovracomunali, in modo da migliorarne la qualità e ottenere risparmi. Ha anche un importante ruolo nel valorizzare i tesori ambientali, paesaggistici, archeologici e culturali del territorio dei comuni che la costituiscono (è noto, infatti, che essa non ha territorio proprio). Però, si occupa della manutenzione delle strade provinciali e degli immobili delle scuole di secondo grado. Quest’ultima attività potrebbe essere effettuata dai Comuni.

Ciò premesso, anche le Province devono dimagrire, come Comuni e Regioni. L’unico modo per farlo è eliminare le inutili parti elettive con gli orpelli e le spese che ne derivano. Ecco perché abbiamo lanciato e rilanciato più volte l’idea che le Province divengano consortili, ovvero Enti di secondo grado costituiti dai Comuni.
Per conseguenza, l’Assemblea è composta dai sindaci, gli assessori sono scelti fra gli stessi primi cittadini ed eventualmente solo il presidente potrebbe essere un esterno. Tutto il personale potrebbe essere “prestato” dai Comuni cosicché l’Ente sarebbe a costo zero. Gli attuali dipendenti e dirigenti potrebbero tranquillamente transitare nell’organico delle Regioni di competenza e in quello dei Comuni.
Questa operazione darebbe un decisivo taglio ai costi della politica, assolutamente superflui e di cui nessuno sente il bisogno. Sarebbe una dimostrazione che c’è la volontà di avvicinarsi ai cittadini, dimostrando di voler eliminare inutili clientelismi.
Su questa proposta, cioè quella delle Province consortili, vedi caso è intervenuto il Governo Monti, il quale ha inserito nella Legge 214/12 la trasformazione delle Province istituzionali. è in via di emanazione il decreto che regolamenterà nel dettaglio la materia.
 
I deputati regionali siciliani hanno recentemente votato una legge contraria sia a quella nazionale che al Disegno di legge proposto dalla Giunta regionale. Con esso veniva stabilita la trasformazione delle Province regionali (Lr 9/86) in Province consortili, proprio per eliminare il costo della politica di tali istituzioni. Con la votazione del 29 febbraio scorso l’Ars ha determinato che le Province rimangano come sono, lasciando inalterati tutti i relativi costi politici.
Si tratta di un comportamento dissennato perché non tiene conto della situazione finanziaria effettiva in cui si trova l’Ente regionale. Da un canto ha un eccesso di spesa improduttiva di 3,6 miliardi, che non riesce a tagliare, dall’altro, riceve meno trasferimenti dallo Stato.
Quando Lombardo è andato da Monti con la mano tesa, facendo la solita figura dell’elemosinante, è stato gentilmente rimbrottato dal primo ministro, il quale si è sorpreso che gli venisse fatta richiesta di quattrini quando la Regione non riesce a spendere i fondi europei. E con ciò gli ha chiuso la porta in faccia.

Rimane un anno alle elezioni regionali del 2013. Lombardo ha comunicato che non si ricandiderà. Si trova così nelle migliori condizioni per effettuare quelle riforme strutturali urgenti di cui ha bisogno la Sicilia, senza delle quali essa (insieme a tutti noi) si trova sull’orlo del baratro. Baratro dal quale si è allontanato il Paese.
Bisogna dire a chiare lettere che la Regione ha 14 mila dipendenti in esubero e i Comuni della Sicilia hanno oltre 50 mila unità di personale in più. Bisogna dire, con forza, che le Pubbliche amministrazioni, regionale e locali, sono alla canna del gas, con palesi disfunzioni e incapacità dei dirigenti di rimetterle in equilibrio.
Occorre che il ceto politico, ricordandosi che è al servizio dei siciliani e di quel valore primario che è l’interesse generale, la smettano di fare clientelismo e comincino a pensare a un progetto che guardi lontano, per esempio da qui a 10 anni. In base a esso, il Pil della Sicilia su quello nazionale dovrebbe aumentare da quel misero 5,6% per arrivare al più appropriato 9%: in due parole, occorrono crescita e occupazione.
Mar
10
2012
Le rivendicazioni dei Forconi (una pessima denominazione) sono del tutto legittime perché vogliono portare all’opinione pubblica lo stato di gravissima insofferenza delle categorie rappresentate - fra cui agricoltori, armatori, pescatori e artigiani -  dovuto all’inazione di Regione e Comuni, i cui responsabili si occupano di tutto tranne che dell’interesse generale.
I sindaci sono stati apertamente accusati dalla Protezione civile perché non hanno i progetti relativi di ogni Comune, per cui quando si verifica un fatto straordinario essi non sono preparati ad affrontarlo, ma come questuanti si rivolgono a mamma Regione o allo Stato per fare quello che dovrebbero.
I sindaci sono anche responsabili di non avere portato alla legalità circa 160 mila immobili abusivi, sono colpevoli di avere creato partecipate per la gestione dei servizi pubblici locali, affidandole a degli incompetenti che hanno rovinato i bilanci, sono colpevoli per non essere riusciti ad incassare i tributi locali e, soprattutto, a tagliare del 50 per cento la spesa improduttiva.

Neanche la Giunta regionale è incolpevole, sia per la responsabilità oggettiva, consistente nel non aver controllato i 390 sindaci affinché facessero il proprio dovere, sia per la loro amministrazione e per non aver messo in moto tutti i meccanismi atti a spendere le enormi risorse messe a disposizione dall’Unione europea e dallo Stato, cui avrebbe dovuto essa stessa contribuire con il cofinanziamento.
Invece, la Regione ha assunto, nel 2011, 5 mila nuovi dipendenti col contratto a tempo indeterminato, anzichè licenziarne 5 mila, e ha continuato a traccheggiare, senza spendere in progetti di sviluppo nei mercati innovativi, né trovare mercati nuovi ai prodotti siciliani, né, soprattutto, aprire migliaia di cantieri per costruire infrastrutture e mettere in sicurezza i territori.
Tutto ciò anche per effetto della cancrena e della la corruzione che vi sono nelle pubbliche amministrazioni, evidenziate quasi tutti i giorni dai fascicoli che aprono le Procure della Repubblica e la Procura della Corte dei Conti, su indagini di Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia.
 
Risultato di questi insani comportamenti, che durano da quattro anni (ma è la prosecuzione delle malefatte dei governi precedenti), è la difficilissima situazione in cui versano non solo le categorie economiche prima elencate, ma anche commercianti, industriali, produttori di servizi, fra cui quelli avanzati.
Di peggio, c’è che la macchina burocratica regionale respinge investitori internazionali e nazionali, i quali vorrebbero avere risposte certe, negative o positive, in trenta giorni ed eventuali concessioni e autorizzazioni in 90 giorni, non in anni.
Tutto questo comporta una diminuzione del Pil siciliano, superiore a quella del Pil nazionale. A questa situazione deficitaria si somma il regresso del comparto turistico, non supportato da infrastrutture nei trasporti, la cui assenza penalizza fortemente i movimenti di coloro che vengono in Sicilia. Visitare i beni culturali e archeologici meravigliosi che possediamo non può essere penalizzato dal dover percorrere strade senza manutenzione o ferrovie arretrate.

Il ceto politico siciliano, raccogliticcio e improvvisato, non ha cultura politica. La reazione dei cittadini e delle categorie economiche è del tutto ovvia quando non ci sono risposte adeguate ai bisogni. Le risposte si concretizzano in progetti di sviluppo, cui sono chiamate le stesse categorie, e produzione di servizi di qualità a costi competitivi.
Perché ciò avvenga, occorrono due condizioni: che i politici, a livello regionale e locale, prendano decisioni e facciano scelte oculate; che i burocrati eseguano tali scelte e ne diano conto ai cittadini e a coloro che gliele hanno affidate.
Quando i risultati non coincidono, per qualità e quantità, con gli obiettivi, i dirigenti devono essere mandati a casa dal ceto politico, che ha il dovere del controllo.
Insomma, è urgente ottimizzare il funzionamento della classe dirigente, ognuno per le proprie competenze e in sinergia con tutte le parti della società con un obiettivo comune: servire l’interesse generale ed eliminare l’interesse di caste e corporazioni.
Mar
09
2012
Mettiamo in ordine i fatti. 1) Il commissario per l’opera, Mario Virano, ha fatto ben 182 riunioni con gli amministratori locali, i rappresentanti delle associazioni ambientaliste, i cittadini e tutti coloro che avevano qualcosa da dire. 2) Il costo dell’opera è molto lievitato perché sono previsti circa 3 miliardi di ristoro per i territori, che verranno attraversati dalla linea ad alta capacità. 3) è in costruzione la seconda canna del traforo del Frejus di 13 km e nessuno ha battuto ciglio. 4) Verranno ristrutturati centinaia di siti, di rustici e d’immobili per fare alloggiare coloro che vi lavoreranno. Alla fine dell’opera questi manufatti resteranno nel territorio. 5) Saranno impiegati migliaia e migliaia di tecnici, operai e dirigenti, con una ricaduta sull’economia di grande potenza. 6) La linea attraversa il territorio di dieci comuni alle porte di Torino: nove sindaci si sono dichiarati favorevoli e uno contrario. 7) La linea attraversa anche il territorio di altri due comuni i cui sindaci si sono dichiarati favorevoli.

L’infrastruttura è indispensabile, non tanto per dimezzare il tempo di percorrenza tra Milano e Parigi, quanto per consentire l’attraversamento delle merci da Kiev a Lisbona e allo Stretto di Gibilterra, ove è in fase di progetto preventivo la costruzione di un tunnel euroafricano, che congiunga la Spagna con il Marocco, passando sotto il medesimo Stretto.
Quindi le potenzialità di sviluppo dal confine euroasiatico dell’Europa all’Africa sono immense, tenuto conto che, nel regno di Mohammed VI, vi è un’intensa attività di costruzione di infrastrutture e una crescita economica notevole, tenendo conto che quel Paese si affaccia sia sul Mediterraneo che sull’Atlantico.
Il benaltrismo italiano è un modo stupido e demagogico per non fare, mentre si dovrebbero costruire tutte le infrastrutture che mancano al Paese, per modernizzarlo e renderlo competitivo nonché fare le migliaia di opere per mettere in sicurezza tutto il territorio.
Resta nei cassetti il progetto di tanti governi di varare una maxi operazione per ristrutturare gli immobili di tutto il Paese con misure antisismiche, nonché assicurarli in caso di terremoti per evitare di dover affrontare spese immense.
 
I Governi di questi 64 anni (1948/2012) non si sono mai preoccupati di guardare al futuro, salvo alcuni episodi illuminati come la prima costruzione in Europa della tratta ad alta capacità (Firenze-Roma), la prima autostrada in Europa tra Torino e Milano e, successivamente, l’Autosole tra Milano e Napoli. Ma vi è anche l’esempio della prima metropolitana europea, quella di Napoli-Portici. Siamo campioni nell’anticipare i tempi con l’inizio di opere, ma poi, la nostra capacità di fare sistema per estenderlo a tutto il Paese, diventa quasi nulla.
Il risultato di questo dissennato comportamento è che il 40% del territorio del Paese, quello meridionale, ha un tasso infrastrutturale che è di circa la metà di quello del Nord Italia. Il che consente a dei cialtroni del Nord (abitato in maggioranza da persone per bene) di poter dire che il Sud è una palla al piede: certo, senza risorse non poteva svilupparsi come il Nord.

Il presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota, e il sindaco di Torino, Piero Grissino Fassino, si sono dichiarati ampiamente a favore dell’opera, come per altro ha fatto l’ex presidente della Regione, Mercedes Bresso. Di fronte all’unanimità positiva di tutte le istituzioni, Stato, Regione, Comune capoluogo e Comuni del territorio, vi è una ristretta minoranza di persone che in buna fede protestano, alimentati da sobillatori e delinquenti che hanno interesse a che il Paese resti arretrato, per potere impunemente continuare a pescare nel torbido.
Il professore Monti ha comunicato con chiarezza che non c’è più tempo da perdere dato il vistoso ritardo della parte italiana della linea, rispetto a quella francese, che è in via di avanzata costruzione. La questione che oggi osserviamo vale per tutte le altre infrastrutture, prima fra le quali il Ponte sullo Stretto, improvvidamente accantonata da questo Governo. La esiguità della spesa pubblica, inferiore a circa il 40% dell’intero, che ammontava a 6 miliardi di euro doveva far confermare il finanziamento, anche per l’enorme ricaduta delle assunzioni di 10 mila persone, che avrebbero arricchito i territori di Reggio Calabria e Messina.
Mar
08
2012
Vi sono personaggi, sulla scena pubblica, immarcescibili, i quali sono legati alla poltrona da trenta o quaranta anni. Personaggi che hanno già rivestito il ruolo di parlamentari e, quando non eletti, cercano collocazione in qualche società o ente controllati dallo Stato. Insomma, vogliono continuare a percepire emolumenti e mantenere privilegi senza alcuna vergogna. La vergogna di rubare soldi tanto faticosamente pagati dai cittadini attraverso le imposte che ormai li opprimono.
La stessa cosa si verifica nella burocrazia. Anche quando vanno in pensione, i soliti noti restano con ricchi contratti di consulenza, raddoppiando i loro introiti.
Medesimo accadimento si realizza nel sistema bancario, assicurativo e delle grandi imprese, ove vi sono mostruosi incroci nei Consigli di amministrazione con vistosi conflitti di interesse. è proprio questo meccanismo perverso che frena lo sviluppo e fa crescere la disoccupazione

Diverso è il caso del sistema delle imprese, medie e piccole, ove non c’è alcuna rete di protezione; per cui vanno fuori mercato, anche fallendo, quando non sono competitive. Per esserlo, devono utilizzare la bravura e la competenza, captando dirigenti e quadri fra i migliori.
È curioso come gli head hunters, cioè coloro che cercano dirigenti e quadri, abbiano difficoltà a reperirli nel ceto femminile, mentre diventa pressante la norma che obbliga le donne nei Cda per almeno un quinto dei componenti.
Da quanto precede, si evince con estrema chiarezza la necessità di selezionare i professionisti di tutti i settori per qualità e competenza. Senza questa selezione, andrebbero avanti anche gli asini, il ché danneggia un’economia  senza crescita.
Vi sono tanti giovani professionisti e altrettanti talenti che sono già sul mercato, da anni.Trovano collocazione rapidamente nel sistema privato, mentre sono respinti da quello pubblico.
I laureati della Bocconi hanno contratti di lavoro nel primo anno, in misura di tre quarti, ed entro tre anni,  in misura del 95%. Chi è bravo, non ha nessun problema di occupazione.
 
Altra questione: non esiste la questione anagrafica che misuri le competenze: vi sono asini giovani e asini anziani; brillanti manager giovani e brillanti manager anziani. La vera differenza fra gli uni e gli altri è la conoscenza e  la voglia di fare.
Vi sono giovani addormentati e giovani-locomotive; vi sono anziani psicologicamente pronti per il trapasso, ed altri che, anche a settanta o ottanta anni, hanno ancora freschezza e vitalità per fare.
Largo ai giovani, si dice: certo è una regola valida, ma anche largo ai cinquantenni o sessantenni che possono ancora dare, a condizione di non essere giovani pensionati che rubano il lavoro agli altri. Queste valutazioni, ripetiamo, non valgono nel settore pubblico ove ormai tre quarti dei dipendenti è entrato senza un concorso selettivo e ove la maggioranza dei dirigenti viene contrattualizzata non tanto in base alle capacità, quanto al padrinaggio di questo o quel potente. Con loro, la bravura non ha alcuna parentela.

Dirigenti e dipendenti pubblici, non opportunamente selezionati in base al merito, non solo rubano lo stipendio, ma creano danno perché non fanno funzionare adeguatamente la macchina burocratica, mettendo fuori competizione tutto il Paese che invece avrebbe bisogno di grande funzionalità ed efficienza. Entrambe attrarrebbero investimenti esteri e stimolerebbero investimenti autoctoni.
Gli investitori esteri hanno paura a venire in Italia e si autoescludono quando, informandosi, vengono a conoscenza che una causa civile può durare dieci anni e una procedura per rilascio di concessioni ed autorizzazioni può durare anche essa anni.
Nella Pubblica amministrazione,  quasi nessuno si assume la responsabilità di dire no a richieste che violino il valore dell’interesse generale. Se si facesse una precisa discriminazione fra ciò che è ammissibile e ciò che va respinto in base a tale valore, tutto sarebbe semplificato.
La chiarezza manca , la trasparenza pure. è ora che entrambe divengano protagoniste senza le stupide osservazioni dei benaltristi.
Mar
07
2012
La falsa distinzione tra società civile e politica ha nauseato, perché la società è una sola e in essa interagiscono le varie parti, tra cui quella politica. La vera distinzione andrebbe fatta tra società e partitocrazia, un corpo estraneo che, approfittando della vaghezza dell’articolo 49 della Costituzione, è diventato un parassita onnivoro che vive a spese della Comunità, senza nulla dare in cambio.
I partiti dovrebbero essere regolati per legge, almeno su due punti fondamentali: lo statuto interno che assicuri un’effettiva democrazia; la certificazione dei bilanci da società di revisione quotate in Borsa. Solo in presenza di questi due elementi, si potrebbe consentire il finanziamento dei partiti da parte della fiscalità generale. E così non è.
Vi è un terzo punto che andrebbe disciplinato: quello delle Primarie, diventate una burletta perché nessuno è in condizione di dire quanto esse siano vere e quanto false.

Le primarie sono alternative ad una legge elettorale sul modello di quella dei sindaci, perché il primo turno, di fatto, è una selezione di tutti i candidati presentati da coalizioni caleidoscopiche e trasversali.
Il Partito democratico è stato colpito duramente dalle Primarie. Il suo candidato ufficiale è stato abbattuto nella Regione Puglia, con la vittoria di Vendola; a Bari, con la vittoria di Emiliano; a Genova con la vittoria di Doria e, per ultimo, a Palermo, con la vittoria di Ferrandelli.
Se anche gli altri partiti facessero svolgere le Primarie, emergerebbe un dato comune, ormai chiarissmo: i cittadini non sopportano più la dittatura dei partitocrati che occupano senza alcun titolo i vertici di queste associazioni di cittadini.
Non li tollerano, perché sono sempre lì da venti o trent’anni, contrariamente a quanto accade in tutti gli altri Paesi europei, ove i leader hanno tra i quaranta e i cinquant’anni di età.
L’unica ribellione dei cittadini è quella di abbattere i candidati ufficiali, cosa che sta accadendo. Se anche gli altri partiti ricorressero a queste Primarie, non disciplinate per legge, emergerebbe con chiarezza il dato che abbiamo registrato. La questione è chiara e non la vede solo chi non vuole vederla.
 
I partitocrati sono una casta aggrappata ai privilegi di ogni genere, tutti a spese dei cittadini. In tempi di vacche magre, non hanno avuto la dignità di tagliare del cinquanta per cento i propri emolumenti e quella parte di spesa improduttiva che serve solo ad alimentare, direttamente e indirettamente, la loro attività egoistica.
I partiti sono necessari, ma solo se divengono strumenti dei cittadini e non, invece, usino i cittadini come loro servi. I partiti devono concorrere alla politica nazionale, purché non significhi piegarla ai loro interessi, com’è accaduto almeno negli ultimi trent’anni.
Così agendo vincono gli outsiders, perché è un modo per manifestare protesta contro chi fa prevalere l’interesse di parte su quel valore fondamentale che è l’interesse generale. 
I partitocrati sono sordi perché non vogliono sentire. Così facendo, s’isoleranno sempre di più e verranno inesorabilmente emarginati.

Se il Pd piange, il Pdl non ride. In calo vertiginoso di consensi, prossimo alla soglia del venti per cento. Anche in quel partito lo statuto è antidemocratico e quando designa i candidati, perde. La vicenda siciliana del 2001, quando vi fu il 61 a 0, è irripetibile, anche perché l’artefice di quel successo, Gianfranco Miccichè, ha fondato un suo partito che flirta ora con Lombardo, ora con Cracolici, ora con Alfano, ora con D’Alia.
Lo stesso Casini, un vecchio democristiano di tipo andreottiano, è sempre pronto a comprare il pane nel forno a lui più conveniente. Altro che l’interesse generale.
I tre poli si devono profondamente rinnovare, perché dopo l’era Monti, ai cittadini martoriati dalle tasse interesserà sapere chi li porterà sulla strada della crescita, dello sviluppo e dell’occupazione. Il processo inaugurato da questo governo potrà dare frutti nel medio periodo, a condizione che la sua azione sia proseguita nella prossima legislatura, su cui dovrà vegliare un presidente della Repubblica carismatico, come Napolitano, perché no?, riconfermato.
Mar
06
2012
Il Senato ha approvato, con la fiducia, il decreto Cresci Italia, che ora aspetta la sanzione definitiva della Camera per la conversione. Nei circa cento articoli vi è il tentativo di aprire l’economia italiana alla concorrenza, mettendo a confronto i soggetti che operano, in ciascun settore economico, di modo che dalla competizione emergano i migliori, i quali faranno pagare di meno i loro prodotti e servizi ai cittadini.
Lo sforzo del Governo e della maggioranza è stato notevole, ma certo la resistenza di categorie e corporazioni ha consentito di annacquare molto il Dl 1/12. In particolare, a banche, assicurazioni e petrolieri è stato fatto il solletico, i tassisti l’hanno vinta vanificando l’istituzione dell’Autorità dei Trasporti, che potrà dare solo dei pareri non vincolanti, i farmacisti l’hanno vinta perché è stata impedita la vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie, le assicurazioni continueranno ad aumentare i prezzi dei premi Rc Auto senza alcun controllo di economicità, i petrolieri hanno salvato l’esclusiva.

L’aspetto più grave del decreto legge è che non ha risolto strutturalmente la questione dei servizi pubblici locali i quali, com’è ormai noto a tutta l’opinione pubblica, sono stati istituiti come espediente, per costituire società controllate dagli enti locali nelle quali ha trovato sfogo assatanato il bisogno di piazzare clienti e accoliti del ceto politico locale.
La conseguenza è che vi sono migliaia e migliaia di società pubbliche locali che gestiscono male trasporti, rifiuti, energia, manutenzione e quant’altro, incassano tributi elevati e i cui bilanci vanno in perdita, costringendo gli enti controllanti a rifondere cospicue risorse ogni anno per ripianare tali perdite.
Su questo versante il Dl ha fatto poco o niente, mentre intervenendo avrebbe potuto dare un taglio significativo alla spesa improduttiva.
Nel settore pubblico, dovrebbe vigere il principio secondo il quale tutte le attività e i servizi debbono essere svolti da imprese private, salvo quelli che necessariamente vanno affidati al settore pubblico. Il quale dovrebbe amministrare, mantenendo gli stessi criteri del settore privato in termini di efficienza e di efficacia. Ma così non è.
 
Il decreto in esame non è entrato - ma non l’ha neanche sfiorata - nella questione della concorrenza nella pubblica amministrazione, nella quale si annidano parassiti, i quali succhiano energia ma non danno nulla in cambio. Nella Pa andrebbe inserita una forte dose di concorrenza, nel senso di consentire a dipartimenti ed aree di svolgere attività in parallelo, con altri dipartimenti ed aree, in modo da esaltare dirigenti e dipendenti più capaci di raggiungere i migliori risultati.
Quello che scriviamo è ovvio e persino banale, tanto che gli amministratori locali e regionali fanno finta di niente, perché se entrassero nel merito sarebbero costretti ad essere conseguenti.
Il governo Monti, consapevole delle spese folli di Regioni ed enti locali viziosi, ha fatto eseguire un monitoraggio per capire quale fosse la parte della spesa corrente eccedente una forma di ragionevole organizzazione.

Una buona iniziativa, perché comporterà l’obbligo per tanti enti, regionali e locali, di mettere in cassa integrazione il personale in esubero, pena non ricevere i trasferimenti statali.
Le due iniziative, concorrenza e taglio della spesa corrente, si uniscono a quella che obbliga le tesorerie di Regioni e Comuni a trasferire le loro giacenze alla tesoreria dello Stato. è un provvedimento positivo per togliere dalle mani di tanti amministratori incapaci le risorse finanziarie con le quali hanno comprato titoli di varia natura, molti dei quali costituiranno perdite secche.
Gli amministratori locali non debbono maneggiare denaro, perché chi maneggia denaro può avere la tentazione di approfittarne, alimentando così la corruzione che continua a pesare enormemente sulla società italiana.
Aprire la pubblica amministrazione alla concorrenza va di pari passo con l’aumento opportuno della trasparenza. Come abbiamo più volte scritto, concorrenza e trasparenza sono efficaci antidoti alla corruzione. Basta volerlo con i fatti, non parlarne.
Mar
03
2012
Finalmente un Governo che pubblica patrimonio e redditi dei suoi componenti, non solo primari (ministri con portafoglio) e secondari (ministri senza portafoglio), ma anche di coloro che occupano la terza posizione (vice ministri) e la quarta posizione (sottosegretari).
Dalla mappa ampiamente pubblicata su quotidiani e settimanali, nonché prodotta da radio e televisioni, risulta che molti di essi hanno rinunciato a redditi milionari per fare i ministri. I maliziosi possono pensare che abbiano avuto la loro convenienza, noi invece, vogliamo pensare che lo abbiano fatto per spirito di servizio. I cittadini hanno ingorgato il sito del Governo presi da una curiosità sfrenata e persino morbosa tesa a conoscere come stavano di salute finanziaria tutti i componenti del Governo Monti.
La stessa trasparenza non si è manifestata con i governi precedenti perché, se cosi fosse stato, sarebbe emersa una enorme consistenza patrimoniale e reddituale dell’ex primo  ministro Silvio Berlusconi.

La trasparenza è un fatto di civiltà  purtroppo non emulata da Camera, Senato e Presidenza della Repubblica, né dai Consigli regionali tra cui l’Assemblea regionale siciliana. Neanche dai Consigli comunali, da sindaci e assessori.
L’opacità degli enti e dei responsabili (o irresponsabili) istituzionali è indizio di colpevolezza perché hanno il carbone bagnato, non vogliono far vedere, ai cittadini che li hanno eletti, nè la loro consistenza patrimoniale né i loro redditi, anche perché questi ultimi possono nascondere evasione fiscale.
Molti dei rappresentanti del popolo a livello statale, regionale e locale hanno il carbone bagnato, ma non vogliono rinunziare ai privilegi ed è per questo che tengono nascosti i loro averi e i loro guadagni.
Vi sono obblighi di depositare situazioni patrimoniali e debiti negli enti di appartenenza, ma non sanzioni. Per questo, chi non adempie resta al suo posto. Se l’Italia obbligasse i suoi rappresentanti a far conoscere al popolo quanto hanno, dovrebbe mettere una sanzione precisa e semplice: decadenza dall’incarico. Se ciò non avviene si dimostra che questo non è un Paese serio.
 
Conosciuti averi e redditi dei componenti del dicastero Monti, molti hanno storto il naso leggendo dei 24 immobili del ministro dell’Interno ed ex prefetto di Catania, Annamaria Cancellieri, o degli 8 milioni di reddito del neo ministro Paola Severino, di cui oltre 4 versati alle imposte. E così via.
Si tratta di una mentalità distorta e sbagliata, opposta a quella che vige in Paesi ove i primi valori della comunità sono merito e responsabilità, come gli Stati uniti d’America. Colà ogni cittadino è orgoglioso di dichiarare qual è il suo reddito annuale e  quante proprietà possegga, in quanto è tassativo che su di essi abbia pagato e continui a pagare tutte le imposte, non solo perché il fisco è severissimo, ma perché non c’è la mentalità dell’evasore, considerato comunemente un bandito, un disonesto e un ladro, quindi soggetto all’esecrazione sociale.
La guerra ad alzo zero iniziata, è intensificata fortissimamente da Agenzia delle entrate e Guardia di Finanza, fortemente supportate da provvedimenti leglislativi che hanno cancellato il segreto bancario, deve far cambiare nel volgere di qualche anno la mentalità agli italiani.

Il guadagno meritato deve essere emulato e tutti noi dobbiamo applaudire chi guadagna parecchio e chi compra immobili, chi fa viaggi e così via, a condizione che a monte abbia pagato le imposte di tutti i tipi fino all’ultimo centesimo. In altri termini, bisogna che nell’opinione pubblica si ribalti la vecchia mentalità e si cominci a pensare che chi guadagna molto è bravo e va emulato. Bravo perché meritevole. Non è un caso che il meccanismo alimentato dalla competenza produca introiti.
A quanto diciamo sfugge però tutto il settore pubblico ove i compensi non sono ragguagliati al merito, anche se soggetti interamente alle imposte. Ciò accade perché gli enti non redigono il Piano aziendale nel quale vanno stabiliti gli obiettivi che poi si confrontano con i risultati. Il merito si capisce dalla capacità di far corrispondere i risultati con gli obiettivi.
Mar
02
2012
Fare il passo più corto della gamba non significa lanciare il cuore oltre la barricata. Il primo motto indica superficialità e sprovvedutezza; il secondo, invece, coraggio.
I detti popolari danno indicazioni di massima, ma non sono il vangelo di santa messa, anch’esso, peraltro, non sempre nel vero. Bisogna prenderli con le pinze e applicarli con buon senso, mai in modo assolutistico. C’è gente che immagina di essere in condizioni di realizzare obiettivi ma che non si misura con la concretezza di un progetto e con le difficoltà che vi sono nel realizzarlo.
Si autodefiniscono sognatori, ma non lo sono affatto. Sognatore, è chi vede ciò che gli altri non vedono e nella propria mente architetta un processo per realizzare ciò che ha visto. Illusi sono, invece, coloro che immaginano una qualche cosa, ma non hanno la capacità, la cultura e la competenza per realizzarla. Sognare si deve, ma con gli occhi bene aperti e i piedi piantati a terra. Chi chiude gli occhi e vede l’irrealizzabile sarà presto deluso e frustrato.

Fare il passo più corto della gamba significa essere opportunamente prudenti, investendo in ciò in cui si crede ma calcolando i pro e i contro, in modo tale da non cadere nel baratro. Perchè proprio di questo si tratta. Non fare le valutazioni adeguate,  calibrando i mezzi per raggiungere il fine, comporta il rischio di cadere irrimediabilmente.
Ora, se si cade per cause indipendenti dalla propria volontà, si ha l’obbligo morale di rialzarsi e recuperare quello che si è perso. Ma se si cade per propria incapacità, o per cecità, diventa difficile rialzarsi perché avviene una caduta di fiducia in sé stessi. Mentre la fiducia in sé stessi è fondamentale, per consentire a ciascuno di noi di raggiungere mete ardite, fatte di discese e risalite, come ricordava in una sua bella canzone Lucio Battisti.
è proprio l’altalenanza fra eventi positivi e negativi che misura la capacità di ogni persona. Non esaltarsi quando le cose vanno bene, non deprimersi quando vanno male. Tenere sempre un comportamento equilibrato, che consenta di superare gli sbarramenti che, inevitabilmente, incontriamo nella vita sociale e professionale.
 
Gettare il cuore oltre la barricata,  significa avere coraggio, voglia del rischio, purché sia calcolato e ponderato. Nessuna grande iniziativa può avere successo se non c’è la disponibilità di assumersi rischi. Nessuno può pensare che restando nel limite di sicurezza possa costruire granché, e infatti, chi sta dentro una cinta sicura non cresce, non si innova, non si sviluppa.
La questione è sempre la stessa: è necessaria una continua competizione, anche morale, perché ognuno di noi possa dare il meglio di sé e affidare la propria volontà ad un futuro che in qualche misura va delineato. Ovviamente nei limiti della piccolezza umana, la quale non deve mai pensare di potersi sostituire ai meccanismi della Natura che ha le sue regole, contro le quali l’uomo non può far nulla.
Una Natura creata da Dio, nella quale agiscono tutti gli esseri viventi tra cui l’uomo che ha in più la peculiarità di essere dotato di spirito e di mente, oltre che di cervello e di corpo. Stare attenti a quanto scriviamo può aiutare a vivere meglio.

I grandi di tutti i tempi si sono perduti quando hanno fatto il passo più lungo della loro gamba; quando hanno ritenuto di essere invincibili, perdendo contemporaneamente contatto con la realtà. La Natura li ha puniti, perché loro non hanno pensato che un giorno il loro corpo avrebbe cessato di vivere, e la loro supposta grandezza sarebbe stata ricordata dai posteri per le gesta positive e nobili, più che per quelle cattive.
Ognuno di noi, deve vivere costruendo il proprio futuro che non si ferma con la cessazione della vita. Esso prosegue nella mente di coloro che continuano a vivere, con i ricordi delle azioni compiute, buone o cattive. Meglio se il lascito immateriale è buono. Aver coraggio, dunque, ma non comportarsi in maniera sciocca, perché è inutile, e non produce buoni risultati.
Vivere con equilibrio non è facile, però, è nostro dovere tentare di restare sui binari, con riferimento ai valori morali.
Mar
01
2012
Il sistema politico e quello burocratico italiano non funzionano anche per un motivo semplice: l’assenza di sanzioni per inadempienza. Sembra una questione secondaria, ma è alla base del funzionamento di una comunità che abbia come valore la responsabilità di chi ha ricevuto il mandato o di chi è entrato nella Pubblica amministrazione per produrre servizi ai cittadini, dai quali percepiscono lo stipendio mediante la fiscalità generale.
La legge sulla trasparenza (241/90) non viene mai osservata perché mancano le sanzioni, per cui i dipendenti pubblici possono ignorarla senza pagare alcun prezzo personale. La conseguenza è che le procedure sono state pensate in modo volutamente complicato e tortuoso, in modo da costringere il cittadino a chiedere il favore e non a esigere il proprio diritto. Se quando omette di fare il suo lavoro un dirigente venisse dichiarato automaticamente decaduto e perdesse il posto, le cose andrebbero molto diversamente.
 
Per i politici le sanzioni non esistono, per la semplice ragione che la casta si autotutela votando leggi che impediscono l’istituto della decadenza. Politici con doppie cariche elettive a livello statale e locale, politici  con doppi incarichi dentro le Camere creano concentrazioni pericolose, ma non sono sanzionati con la decadenza dagli incarichi o dalle cariche. Per cui assistiamo a lampanti conflitti d’interesse, che non possono essere eliminati in quanto mancano le sanzioni.
I conflitti d’interesse sono anche nel settore privato, ove, per esempio, imprenditori fanno parte di Consigli d’amministrazione di banche e banchieri che fanno parte di Cda di imprese. Con ciò si consente agli stessi amministratori di non servire esclusivamente il proprio ente, ma, quando prendono decisioni, di fare anche gli interessi dell’altro ente. Una situazione che non fa bene alla collettività, perché rinforza l’asse tra banche e imprese, mentre dovrebbe esserci contrasto di interessi fra le une e le altre. Nessun governo del dopoguerra è riuscito a dirimere la questione, perché i poteri forti hanno voce forte in Parlamento e nelle sedi istituzionali.
 
Professori universitari che fanno i ministri senza mettersi in aspettativa dal proprio lavoro autonomo; magistrati che ricevono incarichi ministeriali, di consulenza e di altra natura, senza lasciare momentaneamente il proprio posto; dirigenti pubblici che vengono nominati commissari e ricevono emolumenti addizionali a quelli del proprio rapporto di lavoro. Sono alcuni esempi di un’opacità nel settore pubblico e politico, che non consente nitidezza dei rapporti e non consente di delineare precisi confini tra diritti e doveri.
In questo scenario, ne fanno le spese i cittadini e le imprese medio piccole, perché si trovano in un sistema ove non vi è concorrenza e competizione vera e propria, bensì una rete tesa da chi può usare la pistola con il colpo in canna. Chi è minacciato, nel mercato, è come se subisse un’estorsione.

Ne consegue una forte distorsione del mercato stesso, ove non prevalgono i più bravi, ma i più forti. Questa è una delle principali cause dell’arretratezza del sistema economico italiano: ognuno non fa esclusivamente il proprio lavoro ma anche quello degli altri, approfittando di una posizione ambigua che gli consente vantaggi, a danno di chi, invece, si occupa solo del proprio lavoro.
è del tutto evidente come chi possa avere le mani in pasta in altre pentole, abbia vantaggi su chi invece non le ha.
Il governo Monti, nei suoi primi cento giorni, ha cominciato un’opera di ristrutturazione delle norme dello Stato mai tentata in precedenza. L’alba presenta un timido sole, ma la giornata è molto lunga e non si concluderà prima delle prossime elezioni, nel 2013.
La causa dell’impossibilità di una rapida trasformazione dello Stato risiede nei vecchi partiti e nei vecchi partitocrati, gente che dopo trenta o quarant’anni è ancora alla ribalta, impedendo alle nuove generazioni ed anche ai meno giovani con nuove idee, di approssimarsi nei posti di responsabilità.