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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Apr
28
2012
Martedì abbiamo pubblicato l’inchiesta sull’utilizzazione dei Rifiuti solidi urbani come materia prima, per produrre energia elettrica, gas e teleriscaldamento. Naturalmente in Svizzera, non in Sicilia, ove la Regione si affanna a cercare nuove aree per accatastare la preziosa materia prima (Rsu) che, però, in quello stato, anche attraverso il percolato, crea un forte inquinamento ambientale, sia nei terreni che nell’aria.
Non ci rendiamo conto come dirigenti generali regionali, che guadagnano duecentocinquantamila euro all’anno, assessori più o meno tecnici con la stessa indennità, fior di consulenti in possesso supposto di competenze, non abbiano avuto il buon senso di andare a vedere ove esistano impianti di utilizzazione dei rifiuti.
Per questo abbiamo riportato sulle nostre pagine un modello perfettamente funzionante, mentre già in passato abbiamo più volte riportato corrispondenze del nostro collaboratore, Andrea Salomone, sul termovalorizzatore di Berlino, ad appena otto chilometri dalla porta di Brandeburgo.

Impianti come quello descritto di Giubiasco, nello Stato elvetico del Canton Ticino, ve ne sono sparsi in tutta Europa. Se non esistono nel Mezzogiorno è perché in questo territorio prevalgono interessi privati su quello generale. Interessi privati che condizionano un ceto politico di basso livello, incapace di ricordare che è stato eletto per servire i cittadini e non per servirsene.
Ad arte è stata diffusa l’informazione sbagliata che l’inceneritore sia la stessa cosa del termovalorizzatore di ultima generazione. La differenza è elementare: il primo brucia i rifiuti, inquinando enormemente l’atmosfera. Il secondo produce energia, gas e teleriscaldamento, con inquinamento molto vicino allo zero.
Vi è un altro tipo di impianto esistente in Italia, a Peccioli (Pisa), che si chiama dissociatore molecolare, il quale utilizza un procedimento diverso ma con lo stesso risultato, che è quello di produrre gas ed energia.
In periodi di carestia, come quello che stiamo attraversando, non utilizzare una fonte energetica continua come quella dei Rsu è un delitto politico di cui i rappresentanti delle Istituzioni dovranno rendere conto alle prossime elezioni.
 
La L.r. 9/2010 ha previsto l’abolizione delle ventisette Ato Spa e l’istituzione delle dieci Ssr. Sono passati due anni e non vi è ancora un’azione operativa per smantellare le vecchie macchine mangiasoldi ed istituire le nuove strutture.
Un ritardo deprecabile e dannoso perché, se si fossero aperti i cantieri, sarebbe stata immessa liquidità sul mercato, con l’assunzione di migliaia di siciliani. Le Ssr prevedono la costruzione di termovalorizzatori provinciali con le funzioni prima descritte. Termovalorizzatori da costruire in project financing, quindi a costo zero per le casse pubbliche, salvo quanto dovrebbero pagare i Comuni per portare i loro rifiuti presso tali impianti.
Non ci sarebbe più bisogno delle discariche come quelle attualmente in funzione che, con un programma stralcio, potrebbero essere totalmente eliminate nel volgere di un decennio, come ha fatto la Svizzera.
Qui da noi, nessuno ha iniziativa. Tutti aspettano Godot. La realtà è altra cosa.

La materia, oltre a risolvere in un tempo ragionevole il problema dei rifiuti, sarebbe un modo per mettere in moto un poco di crescita. Infatti non esiste un limite alla costruzione dei moderni temovalorizzatori e non vi è neanche un limite della spesa. Basterebbe fare dei bandi di evidenza europei per attirare investitori nazionali ed esteri.
Esattamente lo stesso procedimento si dovrebbe fare per la costruzione e la gestione dei forni crematori nei cimiteri dei capoluoghi, che, a costo zero per le casse pubbliche, eviterebbero di dovere ampliare le stesse strutture.
Non chiediamo alla Giunta regionale di inventarsi le soluzioni, ma solo di adottare quelle migliori esistenti in Europa. A condizione che tutto ciò avvenga in tempi brevi, perché non è più possibile attendere i giochini di tanti irresponsabili che mangiano i soldi dei siciliani senza rendere loro i necessari servizi. Ogni dilazione dev’essere stroncata. Se così non avverrà, la situazione non potrà che peggiorare.
Apr
27
2012
Nessuno si offenda se definiamo ignoranti e incompetenti i deputati che hanno approvato il disegno di legge sulla finanziaria. Ignorante è infatti chi non conosce una determinata materia. Incompetente è chi manca di strumenti cognitivi idonei a svolgere una determinata funzione. Come definire altrimenti quei deputati che hanno approvato un coacervo di norme sconclusionate tendenti a violare decine di volte la Costituzione, che evidentemente tali deputati non conoscono?
Il Commissario dello Stato, prefetto Carmelo Aronica, ha evidenziato con precisione chirurgica sia l’incompetenza che l’ignoranza, demolendo la struttura di un disegno di legge costruito proprio per essere demolito.
Le violazioni degli articoli 3, 81 e 97 erano state ripetutamente illustrate nel nostro editoriale di sabato 21 aprile, quindi ante bocciatura. Il Commissario ha inoltre aggiunto la violazione degli articoli 51 e 117 della Costituzione. Non c’è che dire: il ceto politico regionale, dal presidente agli assessori e agli stessi deputati, è stato bocciato senza possibilità di appello.

Da oggi, sabato 28 aprile, l’Assemblea dovrebbe cominciare ad approvare il disegno di legge azzoppato (e quindi impossibile da essere pubblicato), ovvero un nuovo disegno di legge per eliminare quello che il presidente dell’Assemblea, Francesco Cascio, ha definito “Un testo con troppe porcate”. Altrimenti rischia il commissariamento.
Basteranno 72 ore per fare quello che in sei mesi governo e maggioranza-arlecchino non hanno saputo fare? Vi è un secondo e più importante quesito. Potranno tagliare spese per un miliardo, deludendo così tutti i clientes che, come amebe affamate, continuano ad alimentarsi dei soldi pubblici che tanto faticosamente paghiamo noi siciliani?
Solo degli incoscienti potevano presentare una bozza di finanziaria che prevedesse un ulteriore indebitamento, oltre ai circa cinque miliardi già esistenti. Hanno ricevuto la lezione che si meritavano.
La questione non ha avuto ancora risonanza nazionale, ma questa débâcle verrà riportata negli ambienti che troveranno un’ulteriore occasione dell’insipienza del nostro ceto politico per impedire che la giusta quantità di risorse venga inviata in Sicilia, dal momento che i partitocrati non le sanno amministrare.
 
Ieri, abbiamo pubblicato dettagliatamente i rilievi del Commissario inseriti nel ricorso alla Corte Costituzionale. Oggi, completiamo il quadro con l’esame della restante parte delle norme impugnate. Non tocca a questo editoriale entrare nello specifico, tuttavia non possiamo fare a meno di rilevare alcune questioni stridenti.
La prima riguarda il tentativo di partitocrati clientelari di violare ripetutamente la norma costituzionale che prevede l’assunzione esclusivamente tramite concorsi pubblici. L’abbiamo scritto decine di volte, l’ultima in gennaio 2011, quando il Governo ha autorizzato l’assunzione di cinquemila nuovi dipendenti, mediante trasformazione di contratti a tempo determinato con nuovi oneri per centinaia di milioni.
A suo tempo l’assessore Chinnici sosteneva che tali assunzioni erano conseguenti a selezioni precedenti, ma il Commissario ha giustamente stroncato tale tesi, ricordando che non bastano le selezioni, ma occorrono i concorsi pubblici aperti a tutti, che assicurino trasparenza e parità di condizioni.

Una seconda riguarda l’elencazione di entrate fasulle e quindi irrealizzabili. Una terza questione è quella del transito di personale senza fare riferimento alle competenze ed alle funzioni. Anche questa bocciata senza remissione.
Bocciata la famigerata ex tabella h e tagliati, senza pietà, fondi e contributi a destra e a manca, come se il compito della Regione sia quello di scialare e non quello di finanziare attività produttive di ricchezza o di cultura.
Violate norme di Direttive comunitarie in materia ambientale, richiamata l’applicazione di norme statali già scadute da otto anni: un refuso o un’imbellicità ?
Infine, mistero dei misteri, il bilancio non ha chiarito l’elenco dettagliato di tutte le componenti dell’avanzo di amministrazione, pari a circa un terzo delle entrate. è più di un anno che chiediamo tale elenco, all’assessore al ramo, Gaetano Armao, e al ragioniere generale della Regione precedente, Enzo Emanuele, e all’attuale, Biagio Bossone, ma nessuno ha voluto darcelo. Evidentemente vogliono nascondere all’opinione pubblica una situazione oscura.
Apr
25
2012
La demarcazione tra l’Italia che lavora e quella che si fa assistere è netta. Per lavoro intendiamo la fatica che fanno le persone per produrre ricchezza. Il lavoro in quanto tale non serve a nessuno, salvo che per occupare il tempo ed ottenere una qualunque indennità.
Mi ricordo che ai tempi della partitocrazia della Prima Repubblica, in Sicilia vi erano imprese assistite e colluse col ceto politico che spianavano montagne di terra e la riportavano in altri territori ove ricostituivano le montagne. Un vergognoso sistema per assorbire parassitariamente risorse pubbliche: una collusione fra ceto politico, burocrazia, imprenditori e professionisti che hanno succhiato il sangue dei siciliani per interi decenni. Quello descritto, ribadiamo, non è lavoro.
Per fortuna vi è l’Italia che lavora, che produce ricchezza, e vi sono milioni di persone, dipendenti, autonomi, professionisti, imprenditori, che esercitano un lavoro produttivo. Poi, vi sono altri milioni d’italiani che si fanno assistere non effettuando un lavoro produttivo di ricchezza. In questa categoria si annida la gran parte di pubblici impiegati (dirigenti e dipendenti), ma anche imprenditori assistiti, professionisti affiliati ed altri che vivono sulla greppia pubblica.  

Tutti questi sono fonte di spesa improduttiva. Se non ci fossero, neanche tale spesa ci sarebbe. Nessuno si accorgerebbe del taglio netto e preciso di somme che oggi vengono assorbite senza alcun costrutto.
Molti blaterano dicendo che bisogna creare lavoro e sostenendo che esso è un diritto e che la Repubblica deve togliere gli impedimenti affinché tale diritto sia esercitato. Il principio è ottimo, la sua traduzione in comportamenti è stata falsata. Infatti il lavoro non si crea per magia, ma bisogna metter in atto processi economici che consentano di crearlo. Ripetiamo: creazione di lavoro, non di posti di lavoro.
Perciò vanno sostenute le nostre imprese, vanno messi in cantiere meccanismi d’attrazione d’investimenti stranieri, vanno aperti centinaia di migliaia di cantieri per opere pubbliche nei quali trasferire moltissimi dipendenti pubblici, inutili dove sono, che potrebbero diventare utili nella costruzione di opere pubbliche.
In altre parole bisogna trasferire i nullafacenti in lavori dove diventano produttivi.
 
Per attrarre investimenti pubblici, occorrono le condizioni che i gruppi internazionali pongono alla loro attenzione prima di decidere: una burocrazia snella, che rilasci autorizzazioni e concessioni in 30 giorni (in tempi europei), la giustizia che funzioni in modo da risolvere le controversie in sei mesi e non in dieci anni, i contratti di lavoro che siano uniformati a quelli europei per evitare inutili vincoli che di fatto bloccano la mobilità nelle attività.
E ancora, non meno importante, una vera concorrenza nel mercato che impedisca il privilegio di monopolisti e oligopolisti mentre favorisca l’emersione del merito e della responsabilità conseguente a capacità e professionalità. Quello che scriviamo mira a spiegare come sia indispensabile dividere il grano dal loglio.
La zizzania del settore pubblico,  infatti, inquina la parte buona dell’Italia che lavora, anche perché la partitocrazia è sempre più avida e si inserisce come metastasi nel tessuto economico per divorare le risorse in uno sfrenato egoismo che non ha limiti.  

Lo strozzinaggio degli enti pubblici nei confronti delle imprese, ritardando in tempi inverosimili i pagamenti, è un ulteriore elemento di peggioramento. Lo Stato, da un canto, è rigorosissimo quando deve incassare le imposte, con un braccio operativo quale è Equitalia che usa il randello nei confronti dei contribuenti, ma dall’altra parte, è strafottente nei confronti delle imprese quando le deve pagare per forniture e prodotti ricevuti.
Un articolo semplice dovrebbe consentire alle imprese di compensare crediti per forniture con debiti per imposte di varia natura in quello strumento mensile denominato F24. Quanto meno questa compensazione consentirebbe di evitare alle imprese di doversi indebitare con le banche a causa del pagamento delle imposte senza aver precedentemente riscosso i crediti vantati verso le diverse pubbliche amministrazioni.
Una direttiva Ue (n.7 del 2011) ha stabilito che entro il 2013 lo Stato debba emanare una legge per recepirla. Ma anche senza, le imprese possono appellarsi alla stessa per esigere i loro crediti.
Apr
24
2012
Sindacati, partiti e associazioni urlano intorno all’articolo 18. C’è chi ne reclama l’integrale applicazione (i sindacati), c’è chi vuole parzialmente abolirlo (le associazioni), c’è chi tace (i partiti). La stranezza di tutto questo è che le tre corporazioni non hanno l’obbligo di osservarlo, con la conseguenza pratica che possono tranquillamente licenziare i propri dipendenti che, appunto, non hanno lo scudo del suddetto articolo 18.
Si tratta del classico esempio di chi predica bene e razzola male, di chi afferma che siano sempre gli altri a dovere osservare i precetti, di chi guarda il moscerino nell’occhio dell’altro senza accorgersi della trave nel proprio.
La questione è controversa e il Ddl presentato dal Governo Monti in materia di lavoro, che comprende la nuova disciplina del discusso articolo, non ha ancora completato il suo iter. Non sappiamo come esso si concluderà, però sappiamo che il vociare è inutile e serve più da cortina fumogena che non da reale volontà di risolvere il problema.

C’è un’altra e ancor più grave responsabilità di sindacati, partiti e associazioni: l’elusione fiscale degli avanzi dei loro bilanci.
È noto a tutti che se un’impresa ha ricavi per 100 e costi per 90 deve pagare tutte le imposte sulla differenza di 10. Non si capisce perché quando i sindacati approvano i loro bilanci, peraltro non controllati da nessuno, l’avanzo che si forma non debba essere sottoposto a tassazione.
Che i sindacati abbiano avuto avanzi di gestione è pacifico. Il grande patrimonio immobiliare, stimato da diverse fonti in 5 miliardi di euro, si è potuto formare impiegando l’avanzo annuale di gestione per decine e decine di anni.
Si dirà che esso deriva dall’insieme delle quote associative che pagano gli aderenti meno le spese sostenute: quindi una buona gestione. è vero! Ma anche le buone gestioni delle imprese che producono avanzo (cioè utile) subiscono la mannaia delle imposte: due pesi e due misure.
Si dirà ancora che le imprese hanno scopo di lucro e i sindacati no. Ma la ricchezza accumulata non può tener conto della distinzione: la ricchezza accumulata dalle imprese al netto delle imposte, quella dei sindacati senza aver pagato le imposte, in una sorta di limbo elusivo.
 
L’elusione, cioè la non soggezione dell’accumulo di ricchezze a imposte c’è anche nelle associazioni imprenditoriali, ambientaliste, dei consumatori e altre. Quando i loro bilanci, non controllati da nessuno, producono avanzi, il Fisco non ci mette il becco.
L’argomentazione sviluppata precedentemente per il sindacato vale anche per le associazioni. Pensare che Confindustria, per esempio, abbia cospicui avanzi di bilancio e non paghi un euro di imposta comporta uno squilibrio generale che colpisce la società. Esempi di questo genere se ne possono fare altri.
La circostanza più scandalosa riguarda i partiti, i quali - secondo i dati emessi dal Parlamento - hanno ricevuto 2,3 miliardi di cosiddetti rimborsi elettorali a fronte di 580 milioni di spese verificate (si fa per dire), risultanti dai bilanci depositati alle Camere. 
Vi è quindi un avanzo di circa 1,7 miliardi, di cui gli stessi partiti hanno fatto scempio, uso privatistico, utilizzazione per fini diversi da quelli previsti nello Statuto. Ma lo scandalo non è solo questo, bensì il fatto che sull’avanzo prima indicato andavano pagate le imposte, il che non è avvenuto.

La legge non lo prevede, obietta qualcuno. Male! Si capisce però benissimo il vuoto legislativo, perché mai e poi mai i deputati approverebbero una norma che prevedesse la tassazione degli avanzi di gestione dei partiti.
In tempi in cui la macchina dello Stato torchia tutti i cittadini e i bracci operativi (Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza) snidano con successo gli evasori totali o parziali, non è ammissibile che vi siano soggetti (sindacati, associazioni e partiti) che eludano legalmente le imposte e, peggio, nessun organo di stampa ne parli. O non ci hanno pensato o sono conniventi. Da qualunque parte la si giri, la questione è eticamente illecita e da ora in avanti nessuno potrà dire che non sia stata portata all’opinione pubblica, almeno da questo foglio.
I vari contenitori radiotelevisivi non se ne sono ancora accorti, ma ora la questione è evidente. Bisognerà discuterne pubblicamente.
Apr
21
2012
Alle ore sei di mercoledì 18 aprile l’Assemblea regionale, con una mini maggioranza di 35 voti ha approvato la Finanziaria e con 40 voti ha approvato il bilancio 2012. Si tratta, come è noto, di un bilancio falso, fuori dalla realtà, che penalizza i siciliani e favorisce ancora una volta i propri dipendenti.
è scandaloso infatti che, nonostante stipendi e accessori superiori di un terzo, come abbiamo più volte pubblicato, a quelli dei dipendenti statali, viene dato spazio alla bulimìa degli stessi aumentando i loro stipendi del 4,5 per cento.
Lo scandalo consiste anche nel fatto che gli aumenti a pioggia non tengono conto del merito e dei risultati del lavoro, cosicché i fannulloni e gli scansafatiche, presenti nella Regione in cospicua quantità, percepiscono i medesimi stipendi di chi, invece, lavora con passione e sacrificio.
Altro scandalo è il mantenimento in vita dell’Aran, l’associazione dei dipendenti regionali, che cambia pelle dividendosi in due strutture, personale delle Autonomie locali e quello della Funzione pubblica: costerà 300 mila euro oltre gli stipendi.

Vi è una beffa inserita nella Finanziaria e riguarda i 22 mila precari dei Comuni. Non era necessaria questa norma se i Comuni avessero voluto assumere direttamente. In ogni caso, gli Enti locali dovranno svolgere regolari concorsi e prendere in toto l’onere dei nuovi assunti, venendo meno il supporto di quattro quinti che prima la Regione erogava a favore dei medesimi precari.
Con calma passeremo in rassegna le norme approvate, dopo che arriverà il responso del Commissario dello Stato, prefetto Carmelo Aronica, il quale sta valutando l’eventuale impugnativa del Disegno di legge approvato, per manifesta violazione della Costituzione. Vedremo se dal vaglio del Commissario resterà in piedi tutta o parte del Ddl e quale parte.
In ogni caso, risalta la grande iniquità della maggioranza-arlecchino, incapace di inserire nella più importante leva regionale elementi che puntino alla crescita e allo sviluppo. Da nessuna parte si vede il cofinanziamento dei fondi europei che così si perderanno.
Si rileva inoltre la permanenza dell’avanzo di amministrazione, che ammonta ad oltre 9 miliardi, pari a un terzo del bilancio stesso.
 
Vi sono poi altre voci che rendono falso il bilancio. Una fra queste riguarda la supposta vendita di immobili che nessuno mai comprerà. La voce è aleatoria e non andava inserita in bilancio. Vi è anche l’ipotesi di dover contrarre nuovi debiti vietati da Euro plus, il Patto di stabilità del 25 marzo 2011 e anche dal Fiscal compact del 2 marzo 2012.
Il Commissario Aronica dovrà valutare l’incostituzionalità della norma approvata, eventualmente, per la violazione anche degli articoli 3, 81 e 97 della Costituzione.
L’articolo 3 prevede che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. Come può realizzarsi tale uguaglianza, in Sicilia, quando vengono privilegiati i dipendenti pubblici e, invece, bistrattati i disoccupati?
La violazione dell’art. 81 riguarda l’insufficienza delle entrate rispetto alle uscite. Infatti, non per tutte le spese sono indicati i mezzi per farvi fronte.
Vi è poi la possibile violazione dell’art. 97 secondo il quale i pubblici uffici sono organizzati ... in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.

C’è qualcuno che possa affermare onestamente che gli uffici della Regione siano organizzati nel senso sopra indicato?
L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, ha previsto tagli per 1,3 miliardi, totalmente insufficienti, quando avrebbe dovuto procedere ad elevare i tagli fino a 3,6 miliardi, come abbiamo più volte indicato nelle pagine di questo foglio.
Comprendiamo le enormi difficoltà a tagliare spese inutili di cui c’era l’abitudine. Ma risulta incomprensibile, lo ribadiamo ancora per la sua stupidità, avere aumentato gli stipendi a gente che non merita neanche i soldi che percepisce attualmente, salvo tanti di essi che lavorano alacremente.
Aspettiamo, dunque, il responso del Commissario dello Stato che, con il solito rigore, agirà nell’interesse della Comunità. Lunedì non è lontano. Basta avere pazienza per capire cosa succederà subito dopo, in base all’azione commissariale.
Apr
20
2012
La verità è un valore che discrimina dalla falsità; è la conformità alla realtà di un fatto o di una cosa, il contrario della bugia e della negazione di una circostanza, la difformità dall’alterazione e deformazione di una realtà.
La verità è un modo di parlare senza riguardi ad alcuno, senza sottintendere, senza lasciare spazio alla zona grigia. Un fatto è così o cosà, ma non può essere in mezzo.
Spesso qualcuno si lamenta che la verità offenda, ma dimentica che quando questo accade non è colpa di chi la dice bensì della verità stessa. In ogni caso, la verità non offende mai perché riproduce una situazione incontrovertibile, anche se non esiste una verità assoluta ma relativa, in base anche all’angolo di visuale con cui essa si riflette nei nostri occhi.
La nostra intelligenza deve filtrare tutto ciò che vede per capire se l’oggetto è conforme ad un sistema. Spesso la verità è annacquata perché non siamo attenti a vederla così come essa è.

Il valore della verità discende dallo spirito o, secondo Cartesio, in quanto certezza di sé o, secondo Kant, in quanto attività produttiva della stessa.
Vi è poi la verità di fatto, quella che risulta da un accertamento senza del quale il pensiero può dubitarne. Per accertare la verità di un fatto, bisogna capirne lo scenario nel quale esso è collocato, avendo l’esperienza per filtrare bene tutte le circostanze, in modo tale che emergano i dati sui quali possiamo contare.
Accertare la verità è un’assoluta ed eterna esigenza della ragione, perché il pensiero si rifiuta di valutare il contrario che Aristotele chiamò Apodittica. Vi è, poi, la distinzione tra verità di ragione e verità di fatto che è antica quanto la stessa filosofia.
Quanto prima affermato non è necessariamente un valore assoluto perché, essendo la verità strettamente connessa alla conoscenza, man mano che muta quest’ultima, può mutare anche la prima.
Per il sistema solare, fino al XVI secolo vigeva la teoria tolemaica, secondo la quale il sole girava intorno alla terra, poi intervenne Niccolò Copernico che, nel 1543, capovolse la prima verità. 
 
Galileo Galilei, nel 1628, scrisse Il dialogo sui massimi sistemi del mondo riproponendo la teoria copernicana sul sistema universale. Quattro anni dopo l’opera fu pubblicata con l’approvazione ecclesiastica, ma ne fu proibita la diffusione. Inoltre il Pisano fu sottoposto dall’Inquisizione del santo Uffizio, il quale lo condannò all’abiura. L’abiura avvenne subito dopo mentre il papa Urbano VIII commutò il carcere in domicilio coatto ad Arcetri, ove Galilei morì cieco e malandato in salute qualche anno dopo. Non sembra vera la famosa frase Eppur si muove sussurrata dopo l’abiura.
L’episodio noto, che vi abbiamo narrato, è uno dei tanti esempi in cui sia tradita palesemente la verità da parte di chi aveva il dovere invece di accertarla. Un comportamento deprecabile tenuto per ragioni di bottega, ovvero l’esercizio di un potere temporale che non spetta a una Chiesa necessaria per aiutare le persone a capire i valori eterni e quelli spirituali. Una deviazione che nel tempo si è ripetuta molte volte.

Credere sempre fermamente nella verità è necessario perché è guida al comportamento di ognuno di noi. Senza di essa non avremmo la possibilità di regolarci in maniera accettabile. Come faremmo a stabilire ciò che è bene o ciò che è male, se non avessimo la bussola della verità?
Intendiamoci, anche il male può essere vero, ma non quello che viene considerato assoluto e cioè il Diavolo, una pura fandonia per imbrogliare i poveri di spirito e di cultura.
Ci rendiamo conto che queste riflessioni possono non essere condivise. La materia è magmatica e immensa. Ognuno di noi può dare un microscopico apporto, ma nessuno è in grado di stabilire la verità sulla verità, dato il suo costante mutare con i cambiamenti dell’umanità, dal momento della sua nascita, della quale non si conosce l’epoca.
Ci affanniamo a cercare la verità. Qualche volta pensiamo di esserne entrati in contatto e poi ci accorgiamo che non è così. Eppure bisogna che crediamo ad essa pur essendo disponibili alle sue variazioni mediante continui approfondimenti.
Apr
19
2012
Il colosso svedese Ikea ha imposto nel mondo un rapporto eccellente fra la qualità dei prodotti e i prezzi. I consumatori delle diverse nazioni hanno imparato a capire il metodo, secondo il quale si può spendere relativamente poco per comprare prodotti di buona qualità.
Dietro questo risultato c’è un lavoro di organizzazione della filiera produttiva, che la rende estremamente efficiente e consente di abbassare i prezzi di più dei concorrenti, ovviamente a pari qualità.
Ikea ha mollato l’Asia ed è venuta in Italia per farsi costruire i mobili e la rubinetteria da diverse nostre imprese. Una di queste, la Paini, è stata selezionata, dopo un complesso iter di studi durato quasi tre anni, per fornire prodotti in tutto il mondo. Infatti Ikea si propone di vendere anche in Cina ove, notoriamente, il costo del lavoro è più basso, come anche la qualità.
Gli esaminatori sono stati dei manager svedesi inflessibili, che hanno controllato, misurato, valutato ogni segmento della produzione dell’aspirante fornitore, tagliando ogni possibile spreco.

“Lavorare con loro - dice Marco Paini, amministratore dell’azienda - è stato tanto bello quanto molto difficile”.
I manager di Ikea sono attentissimi al costo dei semilavorati, tanto che valutano i fornitori del fornitore e limano i prezzi all’osso, obbligando quello principale a comprare dove i prezzi sono più bassi, a parità di qualità.
La multinazionale controlla tutti i costi di produzione fino al più piccolo particolare ed ogni parola del conto economico. Determina i margini del fornitore che, con l’avviamento e l’ampliamento della produzione, devono essere ridotti, seppure compensati dal volume.
I fornitori di Ikea devono essere superefficienti; solo in questo modo possono avere margini estremamente ridotti.
Tutto quello che vi abbiamo raccontato è frutto di grande professionalità, d’intelligenza e di capacità imprenditoriale. Il risultato è che vengono favoriti i cittadini-clienti, che così possono acquistare prodotti convenienti. Il modello Ikea è adottato da altre imprese, ma non sempre con lo stesso successo.
 
Telecom, Wind e altri fabbricano servizi. Ma il metodo organizzativo, basato sull’efficienza, è il medesimo. Ogni lavoratore al posto giusto, ogni passaggio di prodotto e di servizio precisamente determinato, ogni tempo previsto, un controllo di gestione ferreo che faccia sempre stare tutti i passaggi nel binario previsto, con il Piano industriale rigorosissimo.
Il metodo Ikea andrebbe applicato alla Pubblica amministrazione di tutti i livelli. Siamo fra i sostenitori che i servizi pubblici possano essere prodotti da imprese private o da enti pubblici, a condizione che fra le due categorie vi sia una sana competizione che porti a ridurre i costi per unità di servizio prodotta.
Il termovalorizzatore di Bellinzona (Stato di Canton Ticino, Svizzera), di cui scriveremo tra qualche giorno, è gestito da una società pubblica che produce energia elettrica e gas dalla trasformazione di rifiuti solidi urbani. Ha emissioni vicini allo zero e nel 2011 ha avuto un avanzo di gestione di mezzo milione di franchi svizzeri su quaranta milioni di fatturato.

La Renault francese è controllata dallo Stato. è socia di riferimento della Nissan giapponese e chiude i bilanci in attivo. Lo stesso dicasi per le italiane Eni, Enel e Terna. Il comune denominatore dei casi prima indicati riguarda la professionalità e la capacità con cui si effettua la gestione.
Nulla impedirebbe alle varie branche amministrative (statali, regionali e locali) di essere gestite con la stessa professionalità ed efficienza, in modo da tagliare la spesa improduttiva ed ottenere risultati socialmente ed economicamente vantaggiosi per i cittadini. Ovviamente, le diverse amministrazioni dovrebbero partire, come noiosamente ripetiamo, dal Piano aziendale, che consente di fissare gli obiettivi da raggiungere con le minori risorse possibili.
Cosa impedisce che ciò accada? Un ceto politico che non fa l’interesse generale, ma quello proprio e sceglie i dirigenti più per fedeltà che non per capacità. Ecco perché la spesa pubblica è arrivata al cinquanta per cento del Pil e la pressione fiscale, pure. Un fatto indecoroso
Apr
18
2012
O Bossi non ragiona più o cerca di prenderci in giro. Nessuna persona di buon senso affermerebbe: “Se ho preso i soldi, li restituirò”. Ma chi meglio di sé medesimo può sapere se ha preso i soldi o meno? E allora, se li ha presi li restituisca, e se non li ha presi lo dica con chiarezza.
La questione della Lega non riguarda solo quel partito, ma tutti gli altri che dalla gestione personale traggono profitti personali, alcuni evidenti che sono emersi, altri sommersi che non si vedono, se non quando le Procure della Repubblica scavano e vanno a cercare la corruzione.
Secondo notizie di stampa, la moglie del senatur, che si chiama Manuela Marrone, ha accumulato ben 18 immobili. Sembra improbabile che il marito non sapesse dell’accumulo di tali ricchezze. E sembra altrettanto improbabile che il capo di un partito non sapesse di tutte le spese effettuate dallo stesso per polizze assicurative, ristrutturazioni di case, acquisto di auto per i figli, viaggi, eccetera.

Altrettanto improbabile sembra, agli osservatori, che i più vicini colleghi di Bossi, come Maroni e Calderoli, non sapessero di questi traccheggi e della distrazione di somme del partito per destinazioni private.
Maroni si è fatto riprendere con la scopa in mano per indicare che intende fare pulizia, ma poteva impugnare detta scopa qualche anno fa, quando sono stati approvati i bilanci interni del partito, se mai sono stati approvati.
E se il tesoriere del momento non aveva presentato gli stessi bilanci, come mai il suddetto Maroni non ne ha chiesto la produzione e la verifica? Da qualunque parte si giri e di chiunque si parli, la faccenda risulta sporca e ha sporcato tutti coloro che ne hanno fatto parte.
Per tentare di risalire la corrente, la Lega ha comunicato di rinunziare ai rimborsi 2012 e la stessa cosa ha fatto Di Pietro a nome del suo partito, l’Idv. Ambedue le dichiarazioni sono prive di fondamento, infatti se non viene modificata la legge sui rimborsi, resta poco credibile che i partiti che ricevano le somme le girino per scopi benefici o filantropici.
Abbiamo esempi, in altri campi, di simili dichiarazioni non andate a compimento, come quelle di Benigni e Celentano.
 
In questo clima di sdegno che colpisce i partiti di tutti i versanti, il trio ABC (Alfano, Bersani, Casini) ha dichiarato di vergognarsi di questo andamento e del fatto che i partiti abbiano ricevuto somme quattro volte superiori a quelle che hanno speso, con ciò spiegando come la parola ‘rimborsi’ non aveva alcun significato.
Tuttavia, il rossore dei tre non ha prodotto alcun effetto pratico, perché nessuno di essi, e gli altri partiti con loro, ha messo in atto un meccanismo legislativo per riformare la legge sui rimborsi elettorali e, conseguentemente, per evitare che le casse pubbliche eroghino entro il primo luglio la rata di cento milioni. Nessuna rinuncia a tale finanziamento indebito perché sanzionato dal popolo con il referendum dell’aprile 1993.
La politica deve essere finanziata, dice qualcuno, perchè altrimenti la farebbero solo i ricchi e i benestanti. Ma tale finanziamento non può avvenire contro il volere del popolo.

Può essere usato il cinque per mille, può essere potenziato il finanziamento privato con relativa deduzione fiscale o lasciti testamentari o donazioni. Al limite della decenza, potrebbero essere rimborsate le spese vive sostenute, documentate a piè di lista e certificate da un soggetto esterno come la Corte dei Conti o una società di revisione iscritta alla Consob. Ma questo sconcio di nascondere sotto la voce ‘rimborsi’ un vero e proprio finanziamento, di cui i cittadini non hanno più alcuna notizia, deve cessare immediatamente.
I vertici dei partiti paventano la massiccia astensione e la crescita vertiginosa del partito della protesta, rappresentata da Beppe Grillo. Però non fanno nulla né per attrarre gli elettori, né per evitare che la protesta si riversi sul partito del comico genovese. Infatti, quello è diventato un vero e proprio partito e alle prossime elezioni potrà raccogliere il 7-8 per cento dei voti, se non di più.
Lor signori sono avvisati: se hanno un poco di sensibilità devono prendere provvedimenti urgenti per tagliare il fiume di denaro, in questi momenti di vacche magre. Oppure avranno conclusa la loro carriera.
Apr
17
2012
è passata una settimana e non si vede la quadratura del bilancio della Regione per l’anno 2012. Ci riferiamo a una quadratura inoppugnabile, in modo da evitare che esso venga impugnato dal commissario dello Stato, con il conseguente scioglimento dell’Assemblea regionale e la decadenza del presidente della Regione.
La quadratura non c’è stata e non ci potrà essere se i (ir)responsabili della Regione (Assemblea e Giunta) non entreranno nell’ordine di idee di ridurre il peso della struttura che grava sui siciliani, tagliando le uscite in modo chirurgico. Il che significa: lasciare in vita le spese indispensabili ed eliminare tutte quelle clientelari, destinate ai privilegiati, agli amici e ai propri parenti, effettivi o putativi.
Ma come si fa distinguere le spese indispensabili da tutte le altre? La risposta è semplice: occorre che la Regione rediga un Piano aziendale generale, suddiviso in sub-piani per ogni branca amministrativa, in modo da determinare con precisione quali siano i servizi indispensabili e quali le risorse umane e finanziarie necessarie per produrli.

Solo razionalizzando l’organizzazione della Regione si può determinare di quali risorse essa abbia effettivamente bisogno e, per conseguenza, possono essere tranquillamente tolte quelle superflue e clientelari.
Insomma, sarebbe un nuovo modo di fare politica, quella vera, quella alta, non la gestione partitocratica e privatistica dei soldi pubblici che noi siciliani continuiamo a versare mediante i tributi con molto sacrificio.
L’art. 40 della legge 122/2010 ha determinato la facoltà per tutte le Regioni, Sicilia compresa, di azzerare l’Irap, che com’è noto è un’imposta regionale. Non solo la Sicilia non ha provveduto al suo azzeramento, ma anzi l’ha mantenuta al suo massimo e cioè al 4,82%.
Dato che la Regione ha un debito di circa 5 miliardi, cioé mille euro per ogni siciliano, nel bilancio devono essere indicate le risorse necessarie a pagare tale debito, in modo da azzerarlo nel minor tempo possibile. Questo può avvenire se viene previsto un avanzo, il quale non solo va destinato a pagare il debito, ma, e soprattutto a co-finanziare le opere pubbliche insieme ai fondi europei.
 
In questi giorni è giunta la notizia che da Bruxelles sono stati sbloccati circa 200 milioni di euro per la costruzione di quasi 20 km dell’autostrada Siracusa-Gela nel tratto da Rosolini a Modica. Ma per appaltare l’opera ce ne vogliono circa il doppio. L’altra parte della somma deve essere co-finanziata dalla Regione e dai Fas.
Il rinvio dell’approvazione del bilancio dal 31 dicembre 2011 al 30 di aprile 2012 (avviene per la quarta volta consecutiva) è una iattura, perché di fatto blocca le erogazioni finanziarie anche agli Enti locali i quali possono spendere in base ai dodicesimi. è una iattura perché, di fatto, un terzo dell’anno è andato via senza possibilità di effettuare alcuna manovra per la crescita.
Tutto ciò provoca il crollo del Pil della Regione che indietreggia più di quello nazionale. Le gravissime colpe del ceto politico regionale, composto da soggetti che pensano più a se stessi che all’interesse generale, salvo importanti eccezioni, sono negative anche perché non si rendono conto (o forse non vogliono rendersi conto) che la situazione ha raggiunto un livello di gravità straordinario. Ma siccome del peggio c’è il peggiore, il baratro è a un passo.

Quella gente è sorda e ignava. Occorre che la società siciliana attivi gli anticorpi contro le metastasi di una partitocrazia che sta invadendo il corpo sociale. Attenzione, partitocrazia, non politica: quest’ultima è alta e si preoccupa di diffondere nella società equità, merito e responsabilità, cioè serve l’interesse generale. Mentre la partitocrazia segue solo l’interesse dei propri accoliti che si spartiscono vantaggi e denaro, lecitamente o illecitamente.
Il rischio che l’Assemblea approvi ancora una volta il bilancio della Regione falso è concreto. Il bilancio è falso perché propone poste attive non vere o non realizzabili, mentre le uscite sono certe. è falso perché riporta un Avanzo di amministrazione che ancora una volta è all’incirca il 40% del bilancio stesso. Un Avanzo misterioso che assessore e ragioniere generale non vogliono chiarire all’opinione pubblica perché intendono nascondere la realtà ai siciliani. Diversamente, avrebbero comunicato i dati, com’è loro dovere. Li attendiamo, comunque.
Apr
14
2012
Dai lavori della commissione Bilancio 2012 dell’Ars (con la partecipazione di membri del Governo) della settimana che si conclude, non sembra che il ginepraio sia stato risolto. Per quanto ne sappiamo, i manipolatori di tale bilancio non hanno provveduto a tagliare le uscite, in modo che quelle obbligatorie vadano coperte da entrate vere e non fittizie.
Ecco qual è il guaio che non è stato affrontato: la mancanza di volontà di compilare un bilancio vero, a cominciare dalla decodificazione in un elenco chiaro e intellegibile per tutti, della voce che pareggia entrate e uscite, denominata Avanzo finanziario.
Tale posta rappresenta all’incirca i quattro decimi del documento, il che corrisponde ad un’anomalia non solo contabile ma anche sociale, politica ed economica.
Politica, perché il documento fondamentale che regola la Regione, non veritiero, inganna i cittadini; sociale, perché le uscite non coperte da entrate sicure non potranno essere effettuate, con grave sofferenza del tessuto sociale e di quello economico. 

Continua il mistero del come le istituzioni regionali (Assemblea e Giunta di Governo) intendano superare le forche caudine del commissario dello Stato, prefetto Aronica, il quale nel suo rigoroso comportamento non potrà ammettere entrate fasulle o spese non coperte dalle entrate sicure. Il rischio d’impugnativa del documento contabile è possibile con il conseguente scioglimento dell’Assemblea regionale e nomina dei commissari parlamentari.
Forse è proprio questo il vero obiettivo cui mira il ceto politico regionale: essere stato costretto a mollare tutto perché poi il lavoro di taglio e cucito sia effettuato da estranei. Un modo furbesco per non prestar fede alle proprie responsabilità, soprattutto a quelle della diligenza del padre di famiglia che ha il dovere di tenere in ordine i propri conti.
La questione di fondo riguarda le uscite per impegni presi negli anni precedenti nei confronti di dipendenti, consulenti, servizi, fornitori e via elencando. Questi impegni rischiano di non essere mantenuti per carenza di liquidità. Le acrobazie contabili non funzionano, salvo che in un momento, e questo momento è già stato superato.
 
Il peggio del quadro che descriviamo, pronti a pubblicare qualunque smentita provata, è che non essendoci risorse, salvo quelle destinate all’improduttiva spesa corrente, non si possono cofinanziare i fondi europei, con l’aggravante che non si realizzano le opere e non s’immette finanza nel mercato siciliano.
Un’asfissia per le imprese del settore delle opere pubbliche e, per conseguenza, per tutti i lavoratori che inevitabilmente, in carenza di commesse, vengono mandati a casa.
Il Governo e l’Assemblea regionale con i loro comportamenti discriminano la maggior parte dei siciliani per privilegiare quella stretta minoranza di essi che lavora nel settore pubblico. Infatti, gli stipendi di costoro vengono sempre puntualmente pagati, essi non vanno mai in cassa integrazione, né vengono licenziati per improduttività o per esubero.
Per contro, i dipendenti del settore privato vengono licenziati, non sempre percepiscono l’indennità di disoccupazione e le loro famiglie versano in gravi condizioni, mentre le famiglie dei dipendenti pubblici continuano a fare la loro vita come se nulla accadesse.

Il comportamento del ceto politico, con questa evidente discriminazione commette un’ignominia sociale e dimentica il principio francescano secondo il quale quando c’è poco pane esso va diviso fra tutti.
Di questo comportamento iniquo esso dovrà rispondere alle prossime elezioni, quando dovrà fronteggiare il rancore e lo sdegno di tutti quei siciliani discriminati, come prima si scriveva, che sono maggioranza contro il gruppetto dei privilegiati, annidati nelle camere blindate del settore pubblico.
Tuttavia, il nostro ottimismo ci porta a pensare che l’Assemblea regionale e il Governo, con un moto di resipiscenza inaspettato, entri nel vivo della spesa improduttiva e tagli quella parte che serve a pochi e danneggia tanti. Le voci da tagliare sono state da noi puntualmente elencate e anche oggi le ripubblichiamo nelle pagine interne.
Preferiamo vedere il bicchiere mezzo pieno. Ci auguriamo che anche i responsabili istituzionali della Sicilia facciano altrettanto.
Apr
13
2012
Negli Stati Uniti, comprando una Shelby Cobra, si fa una buona azione, perché si fanno lavorare operai detenuti in un carcere del Nevada. In quel penitenziario, il Southern desert correctional center, abbastanza originale e anomalo, si costruiscono anche scocche per auto. I detenuti sono molto motivati, impiegano utilmente l’intera giornata e mettono da parte un gruzzoletto per il giorno in cui andranno fuori dalle sbarre che li tengono prigionieri.
In quel carcere, che dista appena mezz’ora di macchina da Las Vegas, vi sono condannati per reati gravi, ma all’interno non ci sono misure restrittive, perché fra la direzione e gli ospiti si è formata una sorta di agreement per vivere il meglio possibile, per quanto vita si possa chiamare quella che si conduce in un carcere.
In quell’ambiente si è fatta anche un’eccezione, riguardante tutte le attrezzature (cacciaviti, chiavi inglesi, martelli e altro) che essendo classificati come armi improprie non potrebbero essere tenute.

Questa gente lavora con dedizione non solo per costruire auto nuove, ma anche per restaurare vetture d’epoca in un locale separato. Non è mai accaduto un incidente, non si è mai verificata una violenza.
La vicenda che vi raccontiamo non sembri un fatto eccezionale, perché negli Stati Uniti, al fine di ridurre i costi statali, fornire addestramento professionale ai detenuti e migliorare la sicurezza interna di ogni carcere, hanno istituito divisioni commerciali per la produzione di beni. Fra essi, abbigliamento, cartoleria, oggettistica, tutti prodotti che poi vengono venduti nel mercato.
I prezzi di tali prodotti sono competitivi perché la manodopera è pagata ovviamente di meno rispetto a quella contrattualmente libera.
Nell’Imperial Palace Hotel di Las Vegas viene esposta una vasta collezione di auto d’epoca. Dato che in quella città vi sono molti appassionati che hanno disponibilità finanziarie, l’attività di restauro che si effettua all’interno del carcere è continua. Anche perché i prezzi sono convenienti, pari a circa un terzo delle tariffe praticate nel mercato. Non solo i cittadini di Las Vegas mandano le auto a restaurare, ma queste provengono anche da ogni angolo dell’America.
 
L’officina è ampia oltre 1.500 metri quadri e funziona, secondo il reportage di Quattroruote, con la precisione e la pulizia di una clinica di alto livello. Il carcere ha una funzione sociale ed economica, perché i detenuti quando escono, possedendo competenze e professionalità, vengono assunti da imprese che ne hanno bisogno, anche considerata la buona condotta che essi hanno tenuto in tutto il periodo di detenzione.
Perché vi abbiamo raccontato questa storia? Perché è un modo umano per gestire le carceri. E anche  economico.
Il servizio di detenzione è fatto sostanzialmente di due parti. Una riguarda il vero e proprio servizio di gestione e controllo delle persone che vi finiscono dentro. La seconda riguarda, invece, la costruzione e la manutenzione degli stabili che si potrebbero definire di tipo alberghiero. Gli stabili si possono costruire in project financing ed essere affidati allo Stato che ne pagherebbe i canoni e la manutenzione.

Utilizzando la finanza di progetto, lo Stato non avrebbe più bisogno di sborsare i capitali, ma solo i canoni che costituiscono un trentesimo circa dell’investimento. Dunque, a parità di risorse pubbliche, si potrebbero costruire stabili in misura trenta volte superiore.
Non sappiamo se il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) abbia mai pensato a un’ipotesi come quella che vi abbiamo narrato prima. Se non l’avesse fatto, sarebbe il caso che vi mettesse mano perché contribuirebbe a ridurre le spese di esercizio. Far lavorare produttivamente i detenuti che ne abbiano la volontà è un modo per affrancarli dalla violenza e dal tedio che risiedono abitualmente nei penitenziari.
La galera-fabbrica sarebbe una novità per l’Italia, con tutti i risvolti positivi che vi abbiamo prima elencato. Non sappiamo se questa ipotesi possa trasformarsi in progetto e quindi in realizzazione, ma certo nessuno, nel futuro, potrà mai dire di non averci pensato.
Noi lo stiamo scrivendo, Quattroruote l’ha fatto. Fa male chi non si informa e resta nel limbo dell’ignoranza di quanto accade nel mondo.
Apr
12
2012
La Corte dei Conti ha fotografato un dato che la gente conosceva già: il dilagare della corruzione nella Cosa pubblica, che sta infettando sempre di più le sue parti e finirà col distruggerne definitivamente la credibilità.
La credibilità di chi? Ovviamente di chi la gestisce, e cioè il ceto politico e quello burocratico. La legge anticorruzione, in applicazione della Direttiva europea 173/1999, dopo ben 13 anni non ha visto ancora la luce. Pare che l’attuale ministro della Giustizia, Paola Severino, abbia messo mano a un apposito disegno di legge che integra e corregge quello depositato alla Camera da oltre due anni, cercando di ottenere il consenso dei tre poli che sostengono il Governo Monti.
Il Pdl è il partito che ha mostrato maggiore ritrosia, forse perché teme dalla nuova legge una falcidia di molti dei propri aderenti, probabilmente invischiati in atti corruttivi. Neanche la Lega si sente fuori da questi possibili riflessi.
Nemmeno la parte del Partito democratico che fa riferimento all’ex Margherita riesce a non temere le sanzioni penali. E neppure quella parte del Partito democratico coinvolta negli scandali della Puglia e della Lombardia con Tedesco e Penati.

Perché la corruzione si è estesa a macchia d’olio, in misura superiore al 1992-1993? Probabilmente perché non sono state semplificate le procedure burocratiche, non sono state inserite vigorose sanzioni a carico dei dirigenti pubblici e non sono stati previsti tassativi controlli.
Com’è noto, le procedure volutamente tortuose e farraginose inducono gli aventi interesse a oliare le ruote.
C’è stata una diffusione della cultura del favore senza la quale non si può ottenere una concessione o un’autorizzazione in tempi europei. C’è stato un continuo calpestare le più elementari regole etiche che devono soprassiedere a ogni attività pubblica. C’è stata una diffusa deresponsabilizzazione di tutti coloro che avevano l’obbligo di raggiungere obiettivi e, pur in assenza di risultati, hanno ricevuto premi o non sono stati opportunamente puniti.
In ogni caso, 60 o 70 miliardi dovuti alla corruzione, come ha certificato la Corte dei Conti, sono una cifra molto grande e, peggio, propedeutica di ulteriori nefasti danni. Primo fra i quali il sostegno a privilegiati contro comuni cittadini.
 
Non sono indenni da colpe professionisti e imprese che gravitano attorno al mondo degli appalti di opere e forniture di servizi pubblici. Gli arresti di queste settimane dimostrano, qualora ce ne fosse stato bisogno, come il malaffare sia diffuso nel sistema delle opere pubbliche.
I leghisti, che lo scandalo Belsito ha relegato nella Bolgia dei ladri, non hanno più titolo per invocare la morale pubblica, anche se dalle amministrazioni locali controllate dal partito di Bossi non sono ancora emersi casi di corruzione. Mentre il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni, è a pieno titolo all’interno dell’inchiesta sulla corruzione che ha colpito il vertice politico-istituzionale della Lombardia, salvo il presidente Formigoni.
La corruzione ha un ulteriore aspetto negativo: fa spendere risorse pubbliche senza la finalità dell’interesse generale che esse debbono avere perché finiscono nelle tasche di privati cittadini anziché in quelle di chi effettua servizi o costruisce opere.

Tutto questo accade perché, come prima si scriveva, non è stata ancora approvata una legge sulla corruzione, ferma ed efficace, per punire tutti gli attori di questo desolante spettacolo. E accade perché le sanzioni sul ceto burocratico di carattere civilistico e funzionale sono inesistenti e mai applicate, in quanto non è stata ancora istituita l’Autorità di valutazione dell’efficienza e dell’efficacia di ogni dirigente pubblico. è infatti impensabile che sia un dirigente a sanzionare un altro dirigente per la nota regola che cane non mangia cane.
Le sanzioni, comunque, non bastano. Per capire se un dirigente si comporta adeguatamente al suo incarico è necessario che a monte di un’organizzazione della branca amministrativa o di un Ente pubblico vi sia un Piano aziendale con le sue quattro sezioni: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Senza di esso la burocrazia cammina priva di meta e quindi priva di punti di riferimento.
Il quadro è chiaro, solo i finti orbi fanno finta di non vederlo.
Apr
11
2012
Il costo della manodopera su un prodotto o servizio finito incide tra il dieci e il quindici per cento, che non è poco, ma non è l’elemento che fa decidere in quale territorio ubicare un’azienda. Anche perché conta la qualità del lavoro ai fini dei costi aziendali. La manodopera di diversi livelli ad alta qualificazione fa aumentare nettamente la produttività e diminuire il costo per unità di prodotto o servizio.
Da quanto precede, si deduce semplicemente che le imprese italiane, che hanno delocalizzato in altri Paesi, l’hanno fatto più perché hanno ottenuto incentivi che non per il costo della manodopera. Così è stato per la Fiat, che ha acquistato l’ex fabbrica della Zastava a Kragujevac, ove lo stabilimento è entrato in funzione per produrre duecentomila auto all’anno, al posto di Termini Imerese. Il governo serbo ha dato alla Fiat un incentivo di diverse migliaia di euro per ogni assunto.
Così ha fatto la Omsa, che ha trasferito nella stessa Serbia la propria fabbrica, assumendo duecentocinquanta persone e ricevendo contributi per addetto dallo stesso Governo.

Un fenomeno diverso di delocalizzazione è quello che riguarda l’attrazione che sta esercitando lo Stato del Canton Ticino, in Svizzera, rivolta alle imprese della fascia alpina. Eppure, a conferma di quanto si scriveva prima, la manodopera in Svizzera costa più che in Italia.
Che cosa attrae gli imprenditori del Nord Italia? In primo luogo la possibilità di sviluppare insieme le  straordinarie potenzialità, la creatività del made in Italy, innescando un circuito virtuoso fatto di crescita, occupazione, utili e nuovi investimenti.
Stabio, nel Canton Ticino, a ridosso del confine italiano, è divenuta il cuore pulsante di questa attrazione, tanto che non c’è più spazio per nuovi stabilimenti. Si tratta di un borgo ordinato, quieto, con servizi pubblici efficienti, puntuali, altro che le nostre caotiche ed inefficienti aree industriali.
Il Progetto Copernico, operazione di marketing territoriale concreta e pragmatica, ha consentito di attirare aziende italiane e multinazionali americane. Perché Copernico funziona? Perché con uno sportello unico fornisce gratuitamente all’imprenditore che ne faccia richiesta tutti i permessi e le autorizzazioni in 30 giorni.
 
Copernico offre agevolazioni fiscali e finanziarie in tempo reale. Va da sé che il Cantone ha realizzato tutte le infrastrutture necessarie per i trasporti e la logistica prima ancora dell’insediamento. Le imprese di quel territorio hanno già assunto cinquantunomila frontalieri.
Gli oneri sociali sono quasi come quelli italiani, ma il cuneo fiscale è ridotto di almeno un terzo. L’assicurazione medica è sul modello americano ed è effettuata con grande qualità, nei confronti degli imprenditori e dei loro dipendenti.
Ecco che Google, Yahoo e Logitech hanno portato i loro quartier generali europei nella Confederazione. Non solo. Anche la giapponese Daiichi Sankyo e l’italiana Zambon vi si sono stabilizzati.
Anche nel settore del’abbigliamento vi sono nuovi insediamenti: Ermenegildo Zegna ha una sede storica, Giorgio Armani idem, nonché Gucci con il suo lussuoso catalogo di articoli noti in tutto il mondo.

Hugo Boss ha scelto la Confederazione. L’americana North Face si è trasferita dall’Italia alla Svizzera, seguita da Guess e Abercrombie & Fitch.
A Stabio, si sono anche insediati stabilimenti per la produzione di turbine e per la componentistica di oleodotti. Insomma, tutti prodotti ad alto valore aggiunto, cioè di alta gamma e con importante vocazione innovativa e globale.
Tutte le imprese che abbiamo elencato hanno in comune un Piano industriale di alto profilo e prodotti spendibili sui mercati internazionali. Tutto ciò, nonostante nel Canton Ticino la manodopera e i costi di gestione dei professionisti siano più alti di quelli italiani. Ma il sistema bancario è serio e fa pagare il costo del denaro e i servizi finanziari al giusto prezzo.
L’orario di lavoro consente un regime minimo di quarantacinque ore settimanali, contro le trentotto-trentanove dell’Italia. Ma lì, chi lavora di più guadagna di più.
Lo spaccato che abbiamo riportato indica con chiarezza che la Svizzera non è un paradiso fiscale ma, come ci spiegava il presidente del Consiglio dello Stato del Canton Ticino, Gianni Guidicelli, le attività finanziarie sono ormai solo il quaranta per cento del Pil.
Apr
07
2012
Il leader di Fli, Gianfranco Fini, non sapeva che il cognato Tulliani avesse comprato casa a Montecarlo coi soldi del partito avuti in lascito da una signora.
L’ex ministro Claudio Scajola non sapeva che la sua abitazione “vista colosseo” fosse stata pagata da altri.
L’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha raccontato la bufala che l’affitto di 4 mila euro al mese dell’immobile lo pagava non già 4 mila euro in una sola volta, ma mille euro in contanti a settimana.
L’ex ministro Rutelli non sapeva nulla delle appropriazioni di Lusi, tesoriere della Margherita.
Per ultimo, in ordine cronologico, scopriamo che l’adamantino Umberto Bossi non sapeva che: a) la sua residenza di Gemonio fosse stata ristrutturata coi soldi del partito; b) che suo figlio Riccardo amasse girare in Porsche, effettuare viaggi con ricchi alloggi e altre spese coi soldi del partito; c) che la moglie Manuela Marrone avesse chiesto un milione dal partito per la sua scuola di formazione; d) che l’altro figlio Renzo, il “Trota”, avesse utilizzato denari del partito anche per il suo diploma.

Partito democratico e Sinistra ecologia e libertà non sapevano di tutte le porcherie che aveva combinato il senatore Alberto Tedesco, ex assessore alla Sanità in Puglia. Il Pd non sapeva delle porcherie che aveva combinato Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano.
La Lega non sapeva nulla del malaffare di cui è accusato il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni. Il Movimento per l’autonomia non sapeva nulla delle relazioni fra il suo leader e settori non qualificanti della società siciliana. L’elenco potrebbe continuare fino alla fine di questo editoriale. Perciò ci fermiamo.
Il comune denominatore fra i soggetti elencati è il disprezzo verso i cittadini e le imposte che tanto faticosamente pagano. Il disprezzo per le istituzioni e il disprezzo per gli elettori che hanno dato il voto come espressione di fiducia. Una sporcizia generalizzata, nefanda e maleodorante che pérmea tutti gli strati della società.
Ovviamente l’opinione pubblica non crede che nessuno sapesse, ma crede che tanti partitocrati abbiano agito consapevolmente, ritenendosi al di sopra della legge e, quindi, impunibili. Ovvero hanno ritenuto che non sarebbero stati mai puniti.
 
Per fortuna ci sono i giudici che stanno facendo emergere la nuova stagione di mani sporche. I procuratori della Repubblica ed i loro sostituti fanno un lavoro encomiabile, salvo alcuni eccessi, e vanno sostenuti dalla gente perbene fino in fondo, come si fece nel 1992.
Solo loro possono aprire il vaso di Pandora per fare uscire quel verminaio da partiti e partitocrati, con i loro interessi privati che hanno bloccato la crescita dell’Italia in questi vent’anni, di destra, di centro e di sinistra.
Ribadiamo ancora che quello che scriviamo non è antipolitica: i partiti sono indispensabili cinghie di trasmissione tra cittadini e istituzioni, ma debbono essere puliti e i loro responsabili avere il senso dell’onore, del dovere e del servizio, senza di che sono semplicemente dei mentecatti che sfruttano il mandato ricevuto. Un’ignominia politica che va stigmatizzata con forza affinché cessi.

Sia ben chiaro che le accuse non sono condanne. In molti casi esse si sono rivelate prive di fondamento. Ma è altrettanto chiaro che esiste un comune denominatore che fa capire come molti partitocrati abbiano perso contatto con la realtà e si ritengano al di sopra di tutti.
ABC (Alfano, Bersani, Casini) hanno detto prontamente che presenteranno un disegno di legge contro il finanziamento occulto dei partiti e contro la corruzione insita in essi. Attendiamo di leggerne il testo per capire se è efficace oppure se si tratti della solita presa in giro. Attendiamo anche di vedere se il Parlamento, cioè i partiti di ABC, approvino in tempo reale la legge anticorruzione, anche in esecuzione della Convenzione di Strasburgo del 1999.
Ancora, attendiamo ABC al varco, se depositino un disegno di legge, da fare approvare tempestivamente, in attuazione dell’art. 49 della Costituzione, avente come pilastri: statuto standard dei partiti, bilancio standard, obbligo di certificazione dei bilanci, rimborsi spese a piè di lista.
L’opinione pubblica è indignata ed esacerbata anche perchè i sacrifici stanno mordendo le carni e imponendo lacrime e sangue. I cittadini non ne possono più di vedere questi abusi. è ora di smetterla. Sul serio.
Apr
06
2012
La bufera che ha investito il tesoriere della Lega, Francesco Belsito, e quello della Margherita, Luigi Lusi, costituisce la punta di un iceberg della mangiatoia pubblica che divora le risorse pagate con immensa fatica dai cittadini italiani.
Quando i partiti si sono visti tagliati i finanziamenti, a furor di popolo, dal referendum del 1993, hanno subito trovato l’escamotage di cambiare denominazione agli stessi finanziamenti, per farli diventare rimborsi elettorali. Tali rimborsi sono stati quantificati nella misura di 5 euro per voto.
La finzione di chiamare rimborso un finanziamento è stata scoperta nel momento in cui le spese effettive sono state circa un quarto di quanto percepito. Un imbroglio palese sommato a quello secondo il quale tale rimborso viene corrisposto anche quando la legislatura si sia chiusa prematuramente, com’è stata quella iniziata nel 2006. Con la conseguenza che vi sono partiti inesistenti, in quanto non più presenti in Parlamento, che continuano a prendere tali rimborsi.

Tali comportamenti squalificano ulteriormente questi partiti e i loro padroni, cioè i partitocrati, i quali hanno perso il senso della dignità e del decoro e divorano risorse senza alcun ritegno. A questa situazione, che ha squalificato questi partiti, si aggiunge il fatto che essi hanno perso quel ruolo di aggregazione dei cittadini previsto dall’articolo 49 della Costituzione.
I partiti sono diventati luoghi d’affari e i partitocrati degli accaparratori di risorse che depredano i cittadini. Il cannibalismo di lor signori sulla Cosa pubblica è degenerato nell’altro aspetto negativo: la corruzione.
Non c’è versante di amministrazioni pubbliche, a livello centrale e locale, che non sia contaminato dalle cellule cancerogene del malaffare, pur sottolineando che vi sono moltissimi amministratori e burocrati pubblici, che, nonostante tutto, continuano a essere onesti e capaci con grande senso di responsabilità e di etica.
Il quadro è desolante e crediamo che gli stessi partitocrati e i loro affiliati se ne rendano conto. Solo che usano una puerile difesa dicendo che questi argomenti costituiscono una sorta di antipolitica. Costoro dimenticano che la politica è una nobile arte, di alto profilo, al servizio dei cittadini e nell’interesse superiore del popolo.
 
Gli elettori stanno dimostrando sempre di più il loro sdegno quando i sondaggi concordano che alle prossime elezioni gli astensionisti arriveranno al 40%. Parlamentari, consiglieri regionali e locali, saranno eletti, verosimilmente, da 6 cittadini su 10, come dire, una democrazia monca e incompleta che non dà alcun sostegno agli eletti, i quali rappresenteranno una parte di poco maggioritaria della popolazione.
Tutto questo ci porta a una democrazia ridotta perché il suffragio universale si contrae sempre di più in conseguenza del disdoro che diffondono, giorno dopo giorno, partiti squalificati e partitocrati indegni.
Gente che dopo trenta o quaranta anni è ancora sulla breccia, che non consente il ricambio alle generazioni di quarantenni, come accade negli altri Paesi partner europei, che continua a stare in vita nonostante titolari di pensioni e vitalizi che oscillano tra i 10 mila e 30 mila euro al mese: un insulto per chi lavora duramente e guadagna 1.300 euro al mese.

Il lato peggiore di quanto descriviamo, sfidiamo chiunque a smentirci, è che non c’è alcun mea culpa nè atto di resipiscenza che faccia capire una inversione dei comportamenti.
Il professore Monti ha massacrato gli italiani con una quantità impressionante di tasse per mettere a posto i conti, ma non ha posto mano a nessun taglio sia delle indennità che degli introiti di partitocrati e burocrati. Il primo taglio che avrebbe dovuto fare riguardava quel cosiddetto rimborso delle spese elettorali.
Per ottenere un minimo di credibilità i partiti dovrebbero fare approvare dal Parlamento una legge avente tre requisiti fondamentali: statuto tipo per la democrazia interna, bilancio tipo per rendere trasparenti entrate e uscite, obbligo di certificazione dei bilanci da parte della Corte dei Conti o di società di revisione iscritte alla Consob.
Senza questa riforma partiti e partitocrati rimarranno squalificati e senza ruolo, il che danneggia gli stessi e non rende un servizio al Paese. Non è possibile continuare con questa stupida solfa. Bisogna cambiare. Ora, non domani.
Apr
05
2012
C’è chi dorme anche quando è sveglio e c’è chi è sveglio anche quando dorme. Nel primo caso, il cervello è tenuto in naftalina, non si mantiene attivo e subisce intromissioni da parte di tutti. Nel secondo caso, c’è chi pensa anche mentre dorme, anche perché nel periodo di semi-veglia, dopo le quattro ore iniziali, la creatività è forte e si manifesta concretamente.
Non bisogna essere pigri, però, non prendendo appunti, perché poi al mattino quello che è venuto a galla durante la notte è quasi sempre dimenticato.
Il sonno è ristoratore, servono otto ore per riequilibrare il sistema ormonale e ghiandolare, far riposare il cuore, che riduce sensibilmente la frequenza dei battiti, e rinvigorire tutte le cellule.
Di esso, la prima parte è fondamentale, quella del sonno profondo, la seconda è leggera. Di questa parte bisogna approfittare anche alimentando la fantasia.

Così agendo si gioca all’attacco nella vita, perché non si aspetta che accadano gli eventi per mettergli rimedio ma, in qualche misura, si cerca di prevederli e prevenirli.
Vi sono eventi positivi ed eventi negativi. I primi vanno alimentati, i secondi contrastati. Nel primo caso si gioca in attacco, nel secondo in difesa.
Ma la difesa non deve essere fine a sé stessa, cioè un’azione di contenimento degli attacchi che provengono dagli eventi che incontriamo tutti i giorni. La difesa deve essere congegnata come premessa per fare ripartire l’attacco. Guai a chi fa catenaccio e basta. Prima o poi subisce l’iniziativa dell’avversario o delle circostanze che attraversa.
In altre parole, bisogna essere attivi, bisogna andare incontro alle vicende che ci capitano, reagire con buon senso ed intelligenza cercando rimedi e soluzioni senza arrendersi mai.
Così si può crescere, così si possono raggiungere gli obiettivi che ognuno di noi si pone. è necessario fissare le mete senza di che si rimane bloccati in una situazione perniciosa che è come non vivere. Vita è movimento e non stagnazione.
 
Gli obiettivi che ognuno si pone di raggiungere spaziano dalla primaria necessità di approvvigionarsi delle risorse necessarie per vivere, fino ad attività nel sociale e nella solidarietà, nell’assistenza a chi ha bisogno o nel progettare attività economiche.
Non vi sono limiti né di qualità né di quantità agli obiettivi, né vi sono limiti a trovare soluzioni ai problemi, salvo alla morte che non è un problema, bensì un modo naturale di cambiar vita.
Quando non siamo capaci di trovare soluzioni ai problemi vuol dire che il problema è dentro di noi, cioè risiede nella nostra incapacità di fare, di pensare, di elaborare meccanismi che contrastino i problemi,
Insomma ci vogliono vitalità e capacità, unitamente ad un meccanismo che non preveda la resa.
Nelle arti marziali vi è una regola: andare incontro all’avversario, se ti tira non ritirarti, vagli addosso e sfrutta il movimento.

Le arti marziali insegnano più un addestramento mentale che fisico. La disciplina è fondamentale, il controllo del proprio corpo da parte della mente è essenziale. I colpi che si danno devono essere sempre calibrati sapendo in partenza che cosa debbano produrre: fermarsi a un millimetro del corpo dell’avversario ovvero penetrare nel di lui corpo. Senza controllo non si vince mai perché si resta in balìa dell’avversario.
Fuori di metafora, se non si vive consapevolmente all’attacco anche quando ci si difende, si resta in balìa di ciò che capita.
Non sempre è così, perché vi sono situazioni nelle quali nonostante tutto non possiamo farci niente. Anche in questo caso non ci deve cogliere la disperazione, bensì occorre reagire nel tentativo di segnare anche in zona cesarini.
Fermarsi di fronte alle difficoltà è un modo per non utilizzare la mente che governa i nostri processi. Senza governo dei processi si agisce male ed in modo non costruttivo, anzi distruttivo.
è difficile vivere così ma si può fare,  uno ce la mette tutta.
Apr
04
2012
La Corte Costituzionale con sentenza 64 del 2012 dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale (...) promosse, in riferimento agli articoli 14, 36 e 37 dello Statuto speciale della Regione siciliana (...). Dichiara inammissibili le questioni di legittimità costituzionale delle ulteriori disposizioni (...) che possono pregiudicare l’autonomia finanziaria della Regione (...).
La sentenza 71/2012 della stessa Corte Costituzionale dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’intero decreto legislativo 31 maggio 2011 n. 88 (...) proposta dalla Regione siciliana in riferimento all’articolo 43 dello statuto di autonomia (...).
Peggio di così non poteva finire. Sorprende la nota trasmessa dall’assessore Armao quando dice che la Corte ci da ragione su tutta la linea. Non si capisce da dove provenga tale affermazione, tenuto conto dei dispositivi sopra riportati.

Come è noto ai pazienti lettori, che ci leggono da oltre tre decenni, noi siamo stati degli inflessibili difensori dello Statuto siciliano, ricordando sempre che, nel 1946, esso costituì un patto fra il popolo italiano e quello siciliano, per evitare che quest’ultimo diventasse indipendente.
Tanto è vero che lo Statuto fu redatto dai padri estensori (Enrico La Loggia, Giuseppe Alessi e Giovanni Guarino Amella) e trasferito pari pari, senza alcuna modifica, mediante il Regio decreto (rdl) n. 455 del 15 maggio 1946 convertito in legge costituzionale n. 2 del 26 febbraio 1948, quindi prima della Costituzione.
Le date hanno un preciso significato. Peccato che poi lo Statuto non sia stato attuato, non solo negli articoli 36, 37 e 38 che riguardano la parte economica, ma mutilato dell’articolo 24, con l’emarginazione dell’Alta Corte, e dell’articolo 31, non avendo mai il presidente della Regione governato la Polizia di Stato, la quale nella Regione dipende disciplinarmente (...) dal Governo regionale.
I 57 governi regionali che si sono succeduti in questi 64 anni non hanno mai puntato i piedi per aver riconosciuto il contenuto dello Statuto. Perchè non l’hanno fatto? La risposta è negli eventi: per instaurare e mantenere i privilegi delle caste (politica e burocratica) che hanno fagocitato le risorse siciliane.
 
è proprio questo il vulnus dell’Autonomia siciliana: averla usata come scudo per, ripetiamo, instaurare e mantenere i privilegi delle caste. Il primo fra essi, anche come diseducazione, è stato quello di equiparare le condizioni economiche dei deputati regionali e dei dipendenti dell’Assemblea regionale al Senato con legge regionale 44/1965, col risultato che, anche quest’anno, essa costa 167 milioni contro 67 milioni del Consiglio regionale della Lombardia, cento milioni in più.
Il secondo riguarda l’enorme ed inutile quantità di personale dipendente della Regione, della Formazione, della Forestale, delle Partecipate e di tutte quelle astruse sigle che significano “stipendificio”.
Chi ha guidato la Regione in questi decenni si è solo preoccupato di coltivare il sottobosco di clienti, amici e parenti. Mai nessun presidente della Regione ha posto come punto principale del suo programma l’aumento della ricchezza, che si misura col Pil. Mai ha posto il conseguente aumento dell’occupazione.

I presidenti della Regione, eletti in questi ultimi lustri a suffragio universale, hanno depositato i loro programmi elettorali senza realizzare quasi nessuno dei punti in essi contenuti. Inadempienti, inconcludenti e incapaci di servire il popolo siciliano da cui sono stati eletti. Non c’è nulla di personale in quello che scriviamo, ma la fotografia dei fatti accaduti in questi decenni.
Per ritornare alle sentenze della Corte Costituzionale, ribadiamo la gravissima responsabilità di questo Governo nel non avere cominciato, fin dal suo esordio, a razionalizzare e mettere in ordine i conti della Regione che oggi ha un debito consolidato di cinque miliardi.
Per conseguenza, tenuto conto della situazione finanziaria attuale, del misterioso Avanzo di amministrazione che costituisce il 40 per cento del bilancio, degli enormi sprechi contenuti, che il Governo è incapace di tagliare, è prevedibile che il 30 aprile avverrà il default della Regione.
Anche se l’Assemblea approvasse l’ennesimo bilancio falso il commissario, prefetto Carmelo Aronica, lo impugnerà col conseguente scioglimento dell’Assemblea e nomina dei tre commissari parlamentari (art. 8 dello Statuto).
Apr
03
2012
Il reddito imponibile evaso viene stimato comunemente in circa 260 miliardi, da cui il Fisco preleverebbe fra i 120 e i 130 miliardi di imposte. A questo macigno bisogna aggiungere quello della corruzione, stimato dalla Corte dei Conti tra i 60 e i 70 miliardi, e il terzo della criminalità organizzata, stimato dall’Istat intorno ai 100 miliardi. I tre macigni fanno 300 miliardi, pari al 20 per cento del Pil.
Essi fanno da corona alla montagna del debito pubblico arrivato al 31 gennaio a 1.935 miliardi di euro. Ripartito per i 60 milioni di abitanti, significa che ognuno di noi ha un carico di 32.300 euro. Per i siciliani, va aggiunto un altro carico di 1.000 euro pro capite, relativo al debito della Regione, valutato in cinque miliardi.
In questo quadro si manifesta un ulteriore elemento negativo: la recessione, che farà diminuire il prodotto interno lordo, nel 2012, di circa 20 miliardi. Un quadro drammatico che va affrontato con coraggio.

Ma non basta. Infatti, l’accordo del 25 marzo 2011 denominato “Europlus” ha fissato in vent’anni, cioè entro il 2032, il termine entro cui i debiti dei partner debbono essere ridotti al 60 per cento del Pil. Tradotto per l’Italia, significa l’eliminazione di 45 miliardi l’anno.
Il dramma della disoccupazione è conseguente, anche se bisogna ricordare che a fronte di due milioni di disoccupati vi sono quattro milioni di  extracomunitari che hanno le carte in regola. Se i disoccupati italiani avessero avuto buona volontà e buon senso si sarebbero potuti occupare prima degli stranieri.
In ogni caso, per produrre lavoro (autonomo e dipendente, non posti di lavoro) occorre che l’economia si rimetta in moto, utilizzando tutte le innovazioni di processo e di prodotto nei vari settori economici.
Tre fra essi sono importanti: agricoltura e green economy, turismo e beni culturali, servizi avanzati. A questi tre va aggiunto il comparto delle opere pubbliche, i cui cantieri dovrebbero essere aperti a migliaia in Italia, utilizzando in pieno i fondi europei e i finanziamenti ottenuti mediante la finanza di progetto.
Le istituzioni (centrali e locali) dovrebbero intervenire solo sugli interessi.
 
Le entrate di Stato, Regioni e Comuni derivano dai pagatori di tasse e in massima misura dai dipendenti a qualunque livello. D’altra parte, vi sono i consumatori di tasse. Ma la questione non è equa, perché fra i consumatori di tasse vi sono gli evasori che non le hanno pagate, vi sono i pubblici dipendenti che non hanno contribuito a produrre ricchezza e quindi imposte, vi è un ceto politico di cui una buona parte formata da senza-mestiere, che non saprebbero cosa fare senza le indennità pagate col nostro danaro, anch’essi incapaci di produrre ricchezza.
Vi sono poi le sanguisughe corporative che divorano risorse, ma non producono ricchezza.
Il Paese è spaccato a metà, non in parti uguali: coloro che tirano il carro e gli altri che sono seduti comodamente sul carro. Sembra di ricordare la favoletta secondo la quale la mosca appollaiata sulla testa dell’asino, alla fine della giornata gli dice: “Oggi abbiamo molto faticato”.

Sì, perché la gran parte dei cittadini fatica molto e soffre per questa congiuntura negativa, mentre una minore parte non soffre, ma gode di benefici e servizi pubblici anche senza contribuire come dovrebbe alle spese dello Stato.
Che poi queste siano gestite male, non producano effetti positivi, non siano finalizzate a rendere ai cittadini servizi migliori possibili in base a piani aziendali, è l’altra faccia della medaglia che tiene tutto il Paese in una condizione di gravissime difficoltà e sempre in prossimità del baratro.
La riforma fiscale sul tavolo del Governo dovrà essere ancor più penetrante, per consentire l’introduzione di merito e responsabilità in una Comunità che oggi ne è quasi del tutto priva.
E occorre immettere efficienza in tutta la macchina pubblica per valorizzare le tasse pagate dai cittadini, che costituiscono le entrate, in modo da spendere sempre di meno e ottenere i migliori risultati possibili.
La guerra fra pagatori di tasse e consumatori di tasse dev’essere condotta senza respiro, fino al’ultimo euro.