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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Mag
31
2012
Un recente rapporto della Uil ha evidenziato come nel settore dei politici a tutti i livelli (statale, regionale e locale) gravitino 1,3 milioni di persone, la maggioranza delle quali sono senzamestiere e dalle indennità percepiscono di che vivere, non sapendo fare altro.
Tutti costoro bruciano ben 24 miliardi di euro, tanto faticosamente pagati dai contribuenti onesti e per ciò stesso tartassati. L’indignazione popolare deve portare questo Governo a tagliare senza pietà questa uscita almeno del 50 per cento, con un risparmio netto di 12 miliardi. 
Per la verità, la Legge n. 191/2009 e la Legge 148/2011 avevano previsto tagli di assessori e consiglieri comunali e circoscrizionali, nonchè di una parte delle loro indennità, ma le Regioni a Statuto speciale, fra cui la Sicilia, non sempre le hanno recepite, perchè la pressione clientelare di chi pascola nel torbido prato della partitocrazia è talmente forte che i vertici sono ricattati e cedono alle richieste abnormi dei suddetti senzamestiere.

Per difendere l’esistente, la Pubblica amministrazione dei tre livelli, che costa centinaia di miliardi, adotta il classico metodo del muro di gomma in modo da non dare notizie a quei giornalisti che fanno il proprio mestiere e chiedono informazioni sulle spese, sull’organizzazione, sui risultati eventualmente raggiunti e su sanzioni o premi che si danno ai cattivi o ai bravi dirigenti.
I burocrati di tutti i livelli non capiscono che la trasparenza è un bene pubblico e ad essa corrisponde la democrazia. Senza trasparenza i cittadini non sanno cosa facciano i loro mandatari, i quali si sentono autorizzati a commettere ogni tipo di arbitrio a favore proprio, delle proprie tasche e di propri amici e parenti, in danno dei loro mandanti.
Quelli che precedono sono principi elementari ma, vedi caso, bisogna ripeterli continuamente per tentare di penetrare la voluta sordità di chi deve prendere decisioni a riguardo.
Oramai è noto a tutti che la Pubblica amministrazione è diventata la palla al piede dell’economia italiana, non solo perchè consuma risorse in modo ingiustificato, ma soprattutto perchè essa è permeata dalla cultura del favore, secondo la quale per fare camminare lungo procedimenti volutamente farraginosi i fascicoli, occorre la telefonata di questo e di quello.
 
La cultura del favore è frutto della voglia di corruzione che ha fatto tanti ricchi ed evasori e che danneggia la comunità nazionale, la quale è piegata da almeno tre immensi macigni: 130 miliardi di mancati introiti fiscali, 70 miliardi di corruzione, 100 miliardi almeno di attività illecite della criminalità organizzata. Trecento miliardi che, se recuperati in parte, risanerebbero le finanze.
Bisogna tener conto che Europlus del 25 marzo 2011 e Fiscal compact del 7 marzo 2012 obbligheranno l’Italia a tagliare 50 miliardi di debito pubblico per anno, per i prossimi 20 anni, in modo da riportarlo entro il limite massimo del 60 per cento del Pil.
Abbiamo sentito politicanti da strapazzo dire che seguire questo percorso è disastroso. Invece, va fatto, vendendo anno per anno una cifra corrispondente di patrimonio pubblico che comprende anche quote di società controllate dal ministero dell’Economia, per cui il rientro nel primo parametro di Maastricht potrebbe essere indolore.

Altra funzione ha invece la revisione della spesa pubblica sui primi cento miliardi di acquisto di beni e servizi (ogni prodotto deve costare la stessa cifra ad Aosta come a Pozzallo). In questo è stata coinvolta la Consip, ma manca ancora l’obbligo di legge di conformare tutti gli acquisti da parte di tutte le amministrazioni, ma proprio tutte, ai prezzi indicati nel sito della stessa Consip.
Il ministro Giarda ha detto che, dopo questo primo step, verranno aggredite spese pubbliche per altri 300 miliardi. Chi ha esperienza come il tagliatore di spesa e risanatore di bilanci, Enrico Bondi, sa che da questo lavoro si potrebbero ricavare 40 o 50 miliardi di risparmi, da destinare ad investimenti ed apertura di cantieri per opere pubbliche.
È noto agli economisti che 50 miliardi di opere pubbliche mettono in moto fra 300 e 400 mila posti di lavoro e accelerano un volano di fatturato di otto/dieci volte. Questa è la strada che il Governo deve percorrere: attivare tutti i canali moltiplicatori di produzione di ricchezza, oltre a immettere massicce dosi di fiducia nel Paese e nei cittadini. Tutti insieme per lo sviluppo.
Mag
30
2012
Gli attuali partiti, così come sono e come li hanno ridotti i partitocrati dei loro apparati, sono ormai dei cadaveri istituzionali. Il furore che cresce fra le gente comune nei loro confronti e di coloro che li rappresentano, aumenta di giorno in giorno, perché i cittadini si sono accorti che i comportamenti disonesti e clientelari hanno raggiunto vertici elevati, quasi come ai tempi delle coalizioni nefaste tra Dc, Psi, Pci e satelliti vari.
Dunque, questi partiti sono morti, ma come si diceva ai tempi del regno di Francia del XVII secolo: Morto il re, viva il re. Sì, viva i partiti perché c’è bisogno di essi se mantengono l’assetto costituzionale previsto dall’articolo 49 come libere associazioni di cittadini.
La loro degenerazione è conseguenza al fatto che i propri dirigenti se ne sentono padroni fino a disporre delle indebite risorse che la Comunità loro conferisce sotto forma di finanziamenti, rimborsi o altro, com’è accaduto ai nostri giorni alla Margherita (Lusi), alla Lega (Belsito) e ad altri.

La riforma dei partiti e la loro regolamentazione è assolutamente urgente, come l’altra riforma elettorale-costituzionale di cui abbiamo scritto ieri. Attraverso la cinghia di trasmissione, che sono appunto i partiti, i cittadini possono indirizzare la politica nazionale, regionale e locale. Ma essi devono essere espressione degli stessi cittadini, i loro quadri e dirigenti devono essere cittadini che fanno già il loro mestiere e che dedicano il loro tempo libero  alla politica come attività di servizio.
Comportamenti accaduti: ne sono stati esempi i radicali e ora i grillini. Fare cioè le campagne elettorali senza soldi e quindi tagliare drasticamente qualunque forma di finanziamento pubblico, salvo i rimborsi delle spese vive di cui dev’essere fatto un elenco tassativo.
Affinché i nuovi partiti ricavino un qualsivoglia finanziamento che pesi sui contribuenti ci vogliono diverse condizioni, più volte pubblicate su questo foglio: a) l’elenco delle spese ammissibili dianzi citato; b) un bilancio il cui schema sia obbligatorio; c) la certificazione di società di revisione iscritte alla Consob del medesimo bilancio; d) uno statuto di tipo obbligatorio che non sfugga alle regole di democrazia interna.
 
Tutto semplice? Neanche per sogno. Perché quanto enunciato trova il contrasto palese o occulto di tanta marmaglia che dell’attività partitocratica fa il proprio mestiere. Gente che non saprebbe cos’altro fare se fosse costretta a lavorare seriamente. E trova altrettanto forte contrasto, da parte di tante cariatidi che da 20 o 30 anni sono rimaste sulla scena politica ricevendone benefici finanziari e di potere di ogni genere, i quali non sono disponibili a ritornare nel loro stato di privati cittadini e lasciare campo a facce nuove.
Sulla novità dei nuovi dirigenti dei partiti molti hanno speculativamente impostato una falsa questione: largo ai giovani. Si tratta di pura idiozia. Non importa che un dirigente di partito sia giovane, importa che non abbia mai fatto politica, se non per servizio, che sia onesto e capace, che abbia letto almeno 1.000 libri.
Quest’ultima affermazione non sembri una provocazione, ma una condizione essenziale, senza della quale nessuno può fare politica. Infatti, sono necessarie una vasta conoscenza, un’approfondita cultura e la cognizione dei meccanismi in base ai quali la Comunità vive senza equità. 

Invito a leggere il Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau (1712 - 1778). Non è vangelo, ma indica direttrici importanti in base alle quali si capisce come la Comunità abbia necessità di regole chiare e trasparenti e altrettanta necessità di farle rispettare senza tentennamenti di sorta.
Sarebbe altrettanto interessante leggersi un volumetto di Thomas Moore (1779 - 1852), Utòpia, una immaginaria Comunità dove tutti danno senza nulla trattenere e prendono in base ai loro bisogni. Naturalmente è un’immagine filosofica non realistica, cui per altro tende la Bibbia, sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento, che non è fatto solo dai 4 vangeli ufficiali (Marco, Luca, Giovanni e Matteo) ma da ben altri otto che però la chiesa di Roma considera apocrifi. Morti i partiti, dunque, viva i partiti. Gli accenni che precedono inseriscono un altro valore indispensabile: l’Etica. Invito a leggere sulla materia il memorabile volume di Benedetto Spinoza (1632 - 1677).
Mag
29
2012
Massimo D’Alema, allora segretario dei Ds, fu nominato nel 1997 presidente della Commissione Bicamerale per la Riforma delle istituzioni. Pose all’ordine del giorno la sua idea di riforma del sistema costituzionale-elettorale proprio in salsa francese: elezione diretta del presidente della Repubblica, che nomina un primo ministro, ed elezione dei parlamentari in collegi uninominali a doppio turno.
La riforma aveva un triplice obiettivo: consentire agli elettori di scegliere un candidato ben identificato; avere una legislatura sicura, della durata di cinque anni; e permettere agli elettori di eleggere il proprio deputato in collegi relativamente piccoli, in modo che fra le due parti, attiva e passiva, vi fosse una congiunzione ravvicinata.
Naturalmente i partitini e i vecchi democristiani mascherati da nuovi bocciarono la proposta e bocciarono la Bicamerale che, quindi, si sciolse senza aver concluso nulla, ma avendo impiegato molto tempo dei parlamentari, pagati coi soldi dei contribuenti.

Guarda, guarda! In maggio del 2012 Silvio Berlusconi riprende quasi totalmente la Riforma D’Alema e la ripropone pari pari all’attenzione del ceto politico. Anche in questo caso i partitini e gli ex democristiani, come Casini, si sono messi di traverso, insieme a quella parte del Pd che proviene dalla Democrazia cristiana.
Cosicché Bersani è stato costretto a prendere tempo e a non esprimersi. Salvo, furbescamente, dire che questa proposta costituzionale-elettorale è fatta per allungare il brodo e per non fare nessuna riforma.
Quanto al tempo, per le prossime elezioni vi sono 12 mesi pieni. Considerato che le riforme costituzionali abbisognano di doppia lettura con un intervallo minimo di tre mesi, ecco che in sei mesi la riforma D’Alema-Berlusconi potrebbe essere approvata da due dei tre poli che sostengono Monti e da altri partiti minori che non si spaventano dell’elettorato.
Non si era mai verificata, dal dopoguerra, una visione concorde fra due leader di primo piano della destra e della sinistra. Sprecare oggi questa occasione sarebbe un vero peccato e aumenterebbe la fascia dei delusi e degli astensionisti, accrescendo il distacco fra la popolazione e la politica italiana.
 
La legge sui sindaci ha funzionato e funziona. Nei Comuni c’è stabilità e, salvo eccezioni, la consiliatura dura cinque anni. La legge per l’elezione dei presidenti di Regione è invece a turno unico, il che obbliga i cittadini a scegliere immediatamente il cavallo su cui puntare. Sarebbe logico che anche questa fosse trasformata sul modello di quella dei sindaci.
Il sistema elettorale francese, ma anche quello egiziano, prevede l’elezione del sindaco del Paese e consente un’opportuna riflessione all’elettorato fra il primo e il secondo turno. Non si capisce perché bisogna ancora ricorrere alle alchimie democristiane che vogliono, come hanno fatto per quarant’anni, far eleggere i deputati e lasciare agli accordi del caminetto la costituzione di coalizioni e Governi.
Anzi, si capisce benissimo: questo perverso meccanismo, che ha rovinato l’Italia, serve per alimentare la corruzione, il clientelismo e il favoritismo e per mantenere sempre in primo piano gli elefanti che invece dovrebbero recarsi virtualmente al loro cimitero e scomparire definitivamente dalla scena politica.

La questione è tutta qui: voltare pagina e dare ai cittadini l’ultima parola sulla scelta del presidente. Fatto ciò, la riforma costituzionale deve dare maggiori poteri al medesimo, in modo da consentirgli agevolmente di nominare e revocare ministri e, quando lo ritenga opportuno, sciogliere le Camere, come avviene nei sistemi britannico e tedesco.
Il sistema elettorale, da solo, non consente una svolta istituzionale, se non accompagnata da una Riforma costizionale, cioè una struttura che consenta di prendere decisioni ponderate ma rapide e di immettere nel sistema dello Stato ordine ed efficienza.
Monti sta tentando di rivedere tutta la spesa pubblica. Le parole del ministro Piero Giarda sono musica per le nostre orecchie. Ha detto che è sotto osservazione una prima tranche di 100 miliardi, ma si revisionerà, in immediata successione, una fetta più grossa di 300 miliardi. Se Enrico Bondi, mani di forbice, sarà lasciato fare, la revisione della spesa partirà bene. Un modo per avviare la riforma costituzionale elettorale.
Mag
26
2012
Quando si chiedono i dati relativi ai bilanci di cassa e di competenza, gli uffici di Regioni e Comuni fanno muro di gomma, perchè non sono abituati a subire il controllo che l’opinione pubblica esercita attraverso la stampa.
Burocrati permalosi ed ignoranti, i quali non sono nell’ottica del servizio e neanche in quella del rendiconto. Peraltro, nè presidenti di Regioni nè sindaci sono abituati ad effettuare una relazione almeno semestrale nella quale dovrebbero essere messi in evidenza i risultati conseguiti rispetto agli obiettivi fissati nel loro programma.
Il peggio di quello che scriviamo è che neanche i dirigenti generali dei dipartimenti di Regioni e Comuni sono abituati a relazionare semestralmente il raffronto fra obiettivi e risultati. Eppure, come nel caso della Sicilia, tutti codesti dirigenti generali percepiscono il premio di risultato. Le persone di buon senso si chiedono come possano percepire tale premio senza prima accertare che il risultato sia stato conseguito.

Ecco che dovrebbe intervenire una legge dello Stato che obbligasse Giunte regionali e amministrazioni comunali non solo a mettere sul sito il bilancio sintetico ed i relativi dettagli, non solo le relazioni che il collegio dei revisori effettua periodicamente, ma anche tutti gli aggiornamenti e gli assestamenti di bilancio approvati con delibera di Giunta e di Consiglio.
Tutto questo, espresso così semplicemente, renderebbe trasparente l’amministrazione regionale o comunale e consentirebbe ai cittadini, torchiati dalle imposte, di controllare se le spese effettuate siano state qualificate oppure effettuate secondo logiche quantomeno inefficienti.
Pubblicare su internet le azioni principali di un’amministrazione regionale e comunale, indipendentemente dagli strumenti legislativi e amministrativi, sarebbe anche un segno di civiltà e di rispetto dell’opinione pubblica. Sarebbe il riconoscimento che i contribuenti hanno il diritto di sapere e, d’altra parte, amministratori e amministrativi hanno il dovere di fare conoscere quello che accade nel palazzo. Un palazzo di vetro, si diceva, trasparente e visibile anche dall’esterno. Quasi sempre non è così.
 
In questi giorni abbiamo letto il Quadro generale riassuntivo del bilancio di competenza della Regione siciliana per l’anno finanziario 2012. Esso è falso in base ai seguenti rilievi: a) sono previste entrate correnti per 14,1 miliardi e spese correnti per 15,1 miliardi. Anche un incompetente capisce che non si può varare un bilancio in cui le entrate correnti non siano almeno uguali alle spese correnti.
Poi è scritta una posta fra le entrate relativa ad accensioni di prestiti per 558 milioni. Il relativo disegno di legge, approvato dall’Assemblea per l’accensione di un mutuo, è stato impugnato dal Commissario dello Stato (non del Governo) davanti alla Corte costituzionale e, nonostante il proclama del presidente della Regione, tale disegno di legge non è stato ancora promulgato, e, secondo noi, non lo sarà.
Vi è una terza anomalia e cioè che spese ed entrate sono pareggiate da una posta intitolata avanzo finanziario per ben 9,4 miliardi. Nonostante le nostre ripetute ed insistenti domande effettuate alla Ragioneria generale della Regione, tale ammontare rimane un insondabile mistero.

A chi ha modeste competenze contabili risulta abnorme che un bilancio possa avere una voce di compensazione di tale entità, i cui dettagli restano misteriosi.
L’analisi precedente dimostra che la Regione è tecnicamente in default, le casse sono prosciugate, gli stipendi dei dipendenti sono a rischio, le opere pubbliche sono bloccate.
Non si vede all’orizzonte la possibilità di cofinanziare i fondi strutturali europei, con l’ulteriore aggravante che nessuna risorsa finanziaria viene immessa nel mercato. Un vero disastro che ha precise responsabilità politiche e amministrative e che fa retrocedere la Sicilia ancor più delle altre regioni del Sud e dell’intero Paese.
Queste cose vanno dette, ripetute e ripetute ancora, perchè l’indignazione della gente monta ogni giorno, in quanto non vede i propri bisogni di servizi soddisfatti, ma accerta che una categoria di privilegiati, quali sono i dipendenti pubblici ed i deputati regionali, continuano a vivere come se la crisi non esistesse. Come sanno, invece, disoccupati, cassaintegrati ed esodati.
Mag
25
2012
Due risultati contrastanti dai ballottaggi: a Palermo ha vinto un politico di lungo corso, sulla scena da oltre trent’anni; a Parma ha vinto un giovane manager informatico totalmente sconosciuto, che ha utilizzato l’antipartitocrazia del comico Grillo per raccogliere lo stato d’animo di profondo disagio dei cittadini di Parma, i quali sono stati disamministrati, in questi ultimi anni, con conseguenze disastrose.
I due opposti hanno congiunto la volontà di metà degli elettori (l’altra metà non ha votato), ansiosa di punire la partitocrazia che ancora governa, riservandosi privilegi di ogni tipo, lucrando forsennatamente sulle casse dello Stato, continuando a diffondere clientelismi, privilegi, favoritismi per sé, per i propri amici e per i propri parenti.
Quello che scriviamo è noto a tutti ma, al di là delle parole, forse è arrivato il momento in cui vi sarà una svolta degli atti e dei comportamenti.

I Comuni hanno bisogno di essere amministrati con capacità, onestà e buonsenso. Requisiti ancora più necessari oggi, quando le risorse sono state fortemente ridotte dalla crisi.
Non è più possibile alimentare sprechi e spesa pubblica improduttiva, che va tagliata senza remore. Ogni euro che entra nelle casse dei Comuni deve essere utilizzato al meglio per ottenere i servizi più efficienti possibili. Per far ciò, è necessario che i sindaci scelgano assessori e dirigenti competenti. Senza questa qualità l’amministrazione non può funzionare. E, infatti, la maggioranza delle amministrazioni locali non funziona, in particolare nel Mezzogiorno.
I bisogni dei cittadini sono uguali o aumentano, ma le risposte che danno le amministrazioni sono sempre più scadenti. Il peggio è che le stesse si nascondono dietro l’alibi che le risorse sono diminuite. Questo è vero, ma è anche vero che esse sono utilizzate per apparati inutili, mentre se ben canalizzate in processi produttivi ed efficienti potrebbero essere anche sufficienti.
Servono, quindi, amministratori concreti che sappiano mantenere gli impegni presi in forma scritta con il programma elettorale depositato, insieme alla candidatura, presso le Corti di Appello di competenza.
 
Servono anche facce nuove, non tanto di età, quanto di capacità. Esse vanno selezionate in base alla disponibilità e ai curricula, i quali non debbono riportare attestati e certificati cartacei di vario genere, che hanno un valore pari a zero, ma esperienze maturate e risultati conseguiti. In altre parole, i candidati debbono essere persone che hanno raggiunto obiettivi inoppugnabili e che non hanno bisogno di dimostrazioni.
I partiti sono essenziali, se ancora mantengono la veste costituzionale prevista dall’art. 49 e cioè associazione di cittadini. La loro degenerazione ha dato luogo alla partitocrazia, che è una sorta di oligarchia di apparati e di gente che, nonostante goda di ricche pensioni, di vitalizi e altri privilegi sconci, continua a pontificare dai media sul futuro della nazione che loro hanno contribuito a rovinare, soprattutto in quest’ultimo ventennio.

Quello che scriviamo non è antipolitica, ormai l’hanno capito tutti, ma antipartitocrazia, esattamente come facevamo vent’anni fa, quando la scena politica era dominata da Dc, Psi, Pci e satelliti vari, una banda di ladroni spazzata via da Mani pulite. Tanti di quei ladroni e i loro Alì Babà sono ancora sulla scena istituzionale e hanno ripreso a rubare a mani basse come e più di prima. Contro di essi si è rivoltata l’Opinione pubblica, la cui metà non è andata a votare e l’altra metà ha cercato disperatamente persone nuove, come nel caso di Pizzarotti, o volti vecchi ma che si oppongono a questa partitocrazia sfrenata, come nel caso di Orlando.
Naturalmente, in quest’ultimo caso, pubblichiamo a pagina 16 il programma prima richiamato (insieme a quelli di Zambuto e Damiano, eletti sindaci ad Agrigento e Trapani) e vigileremo, mese dopo mese, che esso trovi attuazione precisa e puntuale.
Queste elezioni siano un monito per la classe politica nazionale e per quella isolana. Il Pd non canti vittoria, ma si prepari a selezionare una nuova classe di candidati per le elezioni del 2013. Lo stesso faccia il Pdl, o come diavolo si chiamerà, mandando al cimitero degli elefanti le vecchie cariatidi e tutti gli altri che hanno aumentato le difficoltà della congiuntura. Lo stesso dicasi dell’inesistente Terzo Polo. Diventi propositivo di atti concreti, basta bluff e parole vuote.
Mag
24
2012
Ieri abbiamo ascoltato le parole del presidente del Consiglio, Mario Monti, misurate ed efficaci. Per la prima volta abbiamo sentito definire Giovanni Falcone un italiano e non solo un siciliano. Per la prima volta abbiamo sentito un presidente del Consiglio citare le mafie, tutte le mafie, non solo quella dell’Isola.
è un grosso passo avanti, non tanto sul piano lessicale, quanto su quello dei concetti e sulla consapevolezza che le istituzioni centrali abbiano finalmente capito che le mafie si sono diffuse in tutto il territorio come metastasi e hanno cominciato a pervadere il tessuto sociale di tutte le regioni d’Italia.
è chiaro che le popolazioni attaccate dalla criminalità organizzata, ma che non hanno al loro interno le radici della stessa, sono refrattarie e reagiscono meglio. Mentre le popolazioni delle regioni meridionali, ove la mafia è nata, hanno una zona grigia di contiguità che rende più difficile la lotta delle istituzioni contro il vecchio fenomeno mafioso.

Quando si pensa alla criminalità organizzata come a un corpo estraneo rispetto a quello sociale, si commette un errore gravissimo. Bisogna pensare, invece, che essa collude, coinvolge e incarta uomini delle istituzioni, imprenditori, professionisti, politici e, in qualche raro caso, anche uomini delle forze dell’ordine e magistrati.
Quando si cede alle lusinghe, all’inganno, quando non si oppone l’alta e ferma barriera dei valori etici alle avances di tanti colletti bianchi che sono al servizio delle mafie, ognuno di noi si rende colpevole di reati sociali e morali, anche se non hanno rilevanza penale. Ancora più colpevoli sono quegli uomini politici, o meglio i partitocrati, quando per ottenere i consensi e farsi eleggere, pur di occupare uno scranno qualsiasi, vendono la propria coscienza e in qualche caso anche figli e parenti.
L’esempio viene dall’alto, è noto. Quando l’esempio è cattivo, cosa devono fare i cittadini? Mentre quando l’esempio è buono, purtroppo non sempre i cittadini lo seguono. Tuttavia, l’esempio non è solo di chi sta in alto, ma di ognuno di noi che lavora normalmente, che è persona normale, che è cittadino normale. Ecco, la normalità e l’ordinarietà sono essenziali.
 
Il Cittadino è l’uomo qualunque che fa solo il proprio dovere, lo fa bene e con puntualità. Il Cittadino è l’uomo qualunque, non qualunquista, che ha chiari i limiti dei propri comportamenti, che non devono mai prevaricare la libertà degli altri. Infatti, uno dei valori etici più importanti è il rispetto per il prossimo, al quale non bisogna fare mai nulla che non si vorrebbe ricevere.
Tanta gente è disorientata da un’informazione martellante basata sulle cose materiali: il cibo, la crociera, l’abito griffato, i telefonini e tante altre che questo sistema economico-sociale mette a disposizione di tutti.
Mentre dovrebbe esserci una campagna martellante, più forte di quella tenue che qualche volta viene fatta, per diffondere la necessità di nutrire molto il proprio cervello con una lettura varia, ampia e profonda di tutti i temi che hanno riguardato e riguardano l’umanità. A cominciare dalla Bibbia, una lettura ripetuta ed entusiasmante.

Ho visto la fiction di Raiuno di martedi sera, Paolo Borsellino, i 57 giorni. Non so se ha riprodotto i fatti con assoluta veridicità, ma credo che l’essenza di quella vicenda sia stata riportata in maniera abbastanza fedele. Traspare anche in questo secondo eroe - il primo è stato Giovanni Falcone, insieme a una serie infinita di magistrati e poliziotti ammazzati dalla mafia - la consapevolezza di un uomo che vuole fare il proprio dovere fino in fondo sapendo di rischiare la vita in ogni momento. Anzi, a un certo punto dice sono un morto che cammina e chiede al suo collega di poter deporre, come teste informato dei fatti, ricevendone una risposta dilatoria.
La ricorrenza del 23 maggio, in un momento di enorme crisi in cui si trova il Paese, molto più profonda in cui si trova la Sicilia, deve indurre tutti i rappresentanti delle istituzioni, e in particolare i partitocrati, a interdire il loro comportamento, ritirandosi in buon ordine e dando spazio a cittadini che non abbiano fatto mai politica a nessun livello, ma che siano onesti e capaci, indipendentemente dalla loro età.
Mag
23
2012
Il ministro per lo Sviluppo economico e per le Infrastrutture, Corrado Passera, ha annunciato che il suo dicastero sta completando un piano per sbloccare 100 miliardi di euro, tutti destinati alle opere pubbliche, precisando che è stato ridotto l’iter procedurale di approvazione da 12 a 3 mesi.
Come è noto, non è importante quanti soldi siano a disposizione sulla carta, ma in quanto tempo essi possano essere immessi sul mercato attraverso i bandi di gara e l’esecuzione delle opere. In altre parole, l’apertura dei cantieri. 
Non sappiamo se i buoni propositi del ministro saranno resi esecutivi in tempi brevissimi, ma lo stesso si è impegnato a fare alcuni bandi per 27 miliardi di euro entro fine giugno. Staremo a vedere se Passera è un uomo d’onore o un quaquaraquà, come tutti quelli che l’hanno preceduto, quando hanno promesso l’apertura di cantieri dovunque, disattendendo regolarmente tali promesse.

La questione è fondamentale, perché il mercato è oppresso dalla recessione che ha colpito i consumi, in quanto dalle tasche degli italiani escono sempre più soldi per pagare le tasse di questo Stato onnivoro. A questo punto non c’è più scelta, dal momento che la pressione fiscale non può ulteriormente aumentare, è indispensabile tagliare la spesa pubblica improduttiva e gli sprechi in tempi brevissimi in modo da far emergere risorse per far aumentare gli investimenti.
La soluzione è chiara e lampante, ma un ceto politico sordo e cieco non vuole vederla perché non vuole rinunciare a quella quantità immensa di privilegi che succhiano i soldi di noi contribuenti, creando di fatto una Casta ingorda e parassitaria che mangia cibo che non le appartiene.
Passera ha fatto degli esempi citando il finanziamento dell’autostrada tirrenica per completare l’Aurelia, per finanziare la Jonica e altre opere che sono quasi tutte nel Centro-nord dell’Italia. Il ministro ha dimenticato il Ponte sullo Stretto, che abbisogna di una relativamente modesta somma pubblica (circa 2 miliardi di euro) senza la quale la concessionaria fatta da 24 istituti bancari di tutto il mondo non può attivare il project financing.
 
Mentre Passera intende aprire i cantieri, Lombardo li chiude, anzi li ha chiusi in tutta la Sicilia, facendo crollare gli appalti di oltre due terzi negli ultimi due anni. Con ciò ha contribuito a far chiudere migliaia di aziende che dal settore prendevano linfa produttiva, perché creatrice di ricchezza, e aumentato la disoccupazione di decine di migliaia di persone. Un comportamento inspiegabile alla luce della decrescita del Pil siciliano che, invece, avrebbe bisogno di forti iniezioni di liquidità per fermare la discesa e cominciare la crescita.
Invece, Lombardo ha continuato a finanziare la spesa improduttiva e clientelare, lasciando in vita enti e partecipate inefficienti e inutili, che pagano stipendi a persone che non producono niente, lasciando in vita la Resais, un contenitore vuoto che non solo paga stipendi a gente che non lavora, ma paga stipendi a coloro che la debbono gestire: un doppio danno di inaudita stupidità. Per ultimo, l’assorbimento degli ex dipendenti della Fiera di Palermo.

Quando questo presidente della Regione è stato eletto, il 14 aprile 2008, noi l’abbiamo sostenuto perché il suo programma, depositato alla Corte d’Appello di Palermo il 28 febbraio dello stesso anno, aveva obiettivi importanti.
Man mano che gli anni sono passati, la delusione è stata cocente nel vedere che non uno di tali suoi obiettivi è stato realizzato ma, anzi, è aumentata a dismisura la spesa inutile e clientelare. Infatti sono stati assunti ben cinquemila nuovi dipendenti alla Regione con contratto a tempo indeterminato, in quanto quello a tempo determinato era cessato, facendo diventare l’organico superiore a 20 mila unità, quando la Lombardia, con 10 milioni di abitanti, ne ha appena 3.300 e la Puglia, con 4 milioni di abitanti, ne ha 2.500.
Si tratta di una vergogna su cui puntano il dito i presidenti delle Regioni virtuose. Vergogna ulteriormente aumentata dal fatto che quando tutti tengono bloccati gli stipendi, Lombardo ha concesso un aumento a questi regionali del 2,50 per cento, che si somma al 37% in più degli statali.
Auguriamo al nostro conterraneo che da qui al 28 luglio (dimissioni) s’illumini d’immenso.
Mag
22
2012
C’era da aspettarselo. Federico Pizzarotti ha preso 6 voti su 10 degli elettori di Parma. Qualcuno maliziosamente dice che il Pdl ha votato per lui, in modo da contrastare il candidato del Pd, Vincenzo Bernazzoli. Noi crediamo, invece, che quegli elettori abbiano voluto dare un segnale preciso non tanto nell’eleggere una persona nuova, al di fuori degli scadenti rituali, ma soprattutto contro i partitocrati che hanno rovinato l’Italia, agendo come feudatari dell’800.
Due dichiarazioni di Pizzarotti, fra le prime rilasciate, ci fanno capire che, almeno in potenza, la scelta è stata felice. La prima riguarda il fatto che egli sceglierà alcuni assessori e dirigenti in base alle competenze, anche fra persone che non conosce direttamente, purché i loro curricula siano di alto profilo professionale. La seconda riguarda l’opportunità che l’amministrazione comunale redigga un bilancio consolidato che riguardi la stessa e tutti i suoi enti e partecipate.

L’inizio è buono. Si tratta ora di vedere se Pizzarotti sarà capace di trasformare i suoi intendimenti in atti concreti. Il suo capo, il comico genovese Beppe Grillo, vorrà invece mettere in atto le castronerie che ha detto in campagna elettorale, tra cui che le banche debbono fallire, che il debito pubblico non debba essere pagato e che l’Italia debba uscire dall’euro.
Amministrare un Comune è una cosa serissima e ci vogliono competenze e professionalità. Staremo a vedere se il primo atto che disporrà Pizzarotti sarà quello di ordinare la stesura del Piano aziendale, cioè il percorso lungo il quale deve muoversi il convoglio di quell’amministrazione locale, stabilendo in partenza le fermate, il numero delle stesse, il tempo occorrente per raggiungere ciascuna di esse e, infine, la stazione finale.
Oltre al Piano aziendale Pizzarotti dovrà stabilire, se vorrà essere un bravo amministratore, le figure professionali di tutti i livelli, necessarie alla realizzazione del suo progetto, in base al Piano aziendale prima richiamato.
Dovrà inoltre occuparsi di un piano finanziario per risollevare la situazione tragica di quel Comune, anche con l’istituzione del Nucleo di polizia tributaria nonché del Nucleo investigativo affari interni in funzione anti corruzione.
 
A Genova, ha prevalso un uomo  appoggiato dalla Sinistra ma che proviene dalla società civile: Marco Doria. I problemi della città ligure sono enormi e fra essi il primo che citiamo è l’instabilità del territorio al quale dovrebbero essere dedicate molte risorse per metterlo in sicurezza.
A Palermo, sembra che abbia vinto il vecchio, cioè quello che incarna Leoluca Orlando, essendo già stato sindaco del capoluogo isolano due volte. Ricordo che quando venne al nostro forum, era il 3 novembre 1990, ci annunciò la sua fuoriuscita dalla Democrazia cristiana e la costituzione del suo partito La Rete. Quella fu un’effettiva novità, anche se, successivamente Leonardo Sciascia lo definì insieme ad altri, professionista dell’antimafia, proprio per questo eletto.
Fu un periodo buono nel quale la città rifiorì. Oggi i tempi sono molto più difficili perché sono finite le risorse e perché l’amministrazione comunale gode di oltre 8.000 dipendenti, quando invece con la metà potrebbe tranquillamente produrre i servizi per i palermitani.

Staremo a vedere se Orlando vorrà imprimere un percorso professionale alla sua attività seguendo le linee indicate prima a proposito di Pizzarotti. Staremo a vedere se Orlando, come prima mossa, predisporrà la richiesta di adesione all’Associazione nazionale dei Comuni virtuosi, per ottenere la quale dovrà ribaltare l’attuale situazione basata sul clientelismo più sfrenato che ha prodotto danni incommensurabili.
Orlando è stato eletto perché il Partito democratico, che fa riferimento a Cracolici e Lumia ha perso, in quanto ha voluto sostenere un governo regionale che del clientelismo ha fatto la sua linea conduttrice. Non  hanno capito che i siciliani sono stanchi di subire una linea partitocratica che favorisce una piccola parte di privilegiati e danneggia la stragrande maggioranza dei cittadini.
Chissà se Enzo Bianco abbia preso coraggio e si prepari alla contesa come candidato sindaco di Catania, che verosimilmente lo vedrà opposto a Nello Musumeci.
Mag
19
2012
Di diagnosi si può morire. Il più sapiente o il più ignorante ne spara una dopo l’altra. Pochissimi sono quelli che, valutati i problemi, pensano alle soluzioni migliori. è una questione di metodo, scriveva René Decartes (1596/1650), ma di metodo i Senzamestiere che fanno politica ne hanno poco, forse non ne conoscono neanche il vero significato. Solo chi ha esercitato nella propria vita un vero mestiere, con i rischi connessi, è abituato a essere esaminato in base ai risultati cui perviene. Sono infatti essi che impongono comportamenti e pesano le persone e il loro percorso.
La politica è una cosa seria, serissima. Non può essere improvvisata da gente che non ha letto almeno mille libri nella propria vita: una condizione imprescindibile per avere un minimo di conoscenza dei meccanismi della società nel suo complesso.
E tuttavia, nonostante tanti parlamentari nazionali non avevano un mestiere effettivo prima di essere eletti, una volta finito il mandato percepiscono un’indennità chiamata reinserimento, una specie di risarcimento per il periodo in cui non avrebbero lavorato.

Il reinserimento è una vera e propria truffa a danno dei cittadini per almeno due motivi: il primo perché vi sono tanti deputati e senatori che durante il mandato esercitano le loro professioni (pensiamo alla Bongiorno o a Ghedini) e quindi non avrebbero bisogno di questa specie di risarcimento per la poltrona perduta; secondo, se non avevano mestiere prima non si capisce perché debba essere indennizzato il ritorno a un mestiere che non hanno mai avuto. Per esempio, sono stati dati 307 mila euro a Clemente Mastella, 345 mila ad Armando Cossutta, 271 mila a Luciano Violante.
Nessun Senzamestiere dovrebbe essere candidato, perché non può rappresentare i cittadini, non avendo cognizione di come funziona la società moderna, mentre dovrebbero avere i calli virtuali nel cervello e/o quelli fisici nelle mani.
C’è poi la questione del rinnovamento del ceto politico: gente che soggiorna in Parlamento da decine di anni, occupando posti di responsabilità, che non ha intenzione di ritornare al proprio mestiere. Per favorire il turn-over basterebbe un articolo unico che stabilisce come nessun incarico istituzionale ai livelli nazionale, regionali e locali possa essere ripetuto dopo due mandati consecutivi.
 
In altri termini, un’alta politica dovrebbe avere un comportamento lineare che consenta una vera rotazione a chi è consecutivamente in carica per non oltre due mandati, utilizzati per perseguire obiettivi di interesse generale, non di parte o privati.
La questione non è di poco conto se ricordiamo che, per esempio, nelle ultime elezione di un’importante città come Palermo vi sono stati ben 1.300 candidati al Consiglio comunale e 2.200 ai Consigli circoscrizionali. Se non vi fossero le indennità, si candiderebbe solo chi intendesse esercitare la politica come servizio e non come mestiere.
Il commissario straordinario alla tosatura della spesa, mani di forbice Enrico Bondi, nominato in base al decreto legge 52/2012, ha appena iniziato il suo lavoro di ricognizione. Siamo convinti che presto presenterà proposte al Governo. Ma Camera, Senato e Quirinale hanno fatto sapere che non accettano nessun tipo di revisione.

La Casta non si tocca, i miliardi che spendono le tre istituzioni sono quasi tre. Occupano decine e decine di palazzi nel centro storico di Roma, pagando canoni di locazione molto superiori a quelli di mercato, per favorire i loro amici, riservano suite di 3-4 stanze con terrazza su Montecitorio agli ex presidenti della Camera (Casini e Bertinotti solo per fare due esempi) e via continuando con sprechi di ogni genere. è insopportabile constatare quanti privilegi abbiano gli ex di vario tipo, i quali sono veri e propri parassiti che consumano risorse dei cittadini, da indirizzarsi, invece, verso attività produttive e investimenti.
Un’ulteriore questione dovrebbe essere posta all’ordine del giorno delle riforme: legare l’attività di parlamentare, consigliere regionale e comunale, nonché Governo, giunte regionali e comunali alla capacità di far aumentare il Pil della propria amministrazione, in un certo periodo. Si tratterebbe di responsabilizzare i vertici istituzionali sull’elemento essenziale dell’equità di una Comunità. Produrre ricchezza per distribuirla adeguatamente in proporzione ai bisogni del ceto sociale più debole.
Mag
18
2012
Che la Regione sia sull’orlo del baratro, anche se poco se ne vede sui giornali e nelle televisioni regionali, è un dato ormai acquisito. Basta guardare la situazione finanziaria che definire fallimentare è poco.
La dissennata attività clientelare di questi ultimi decenni, con l’ampliamento indiscriminato, inutile e dannoso dello stipendificio pubblico di amministrazioni regionale e locali, enti di vario genere, istituti, partecipate regionali e comunali e via enumerando, ha spinto sempre di più la Sicilia in una recessione molto più grave di quella nazionale.
Qui sono state tagliate le risorse per le opere pubbliche e per gli investimenti, mentre sono state aumentate le uscite per stipendi, consulenze, indennità, gettoni e così via. Una scelta scriteriata, di cui tutto il popolo siciliano sta pagando le dolorose conseguenze e, peggio, i nostri figli pagheranno ancora di più.
Le istituzioni regionali e locali (non vi è un solo Comune - dei 390 -  iscritto all’Associazione nazionale dei Comuni virtuosi) anzichè elaborare e realizzare un progetto di crescita, si sono perse nei rigagnoli della partitocrazia, dimenticando la vera politica, fatta di scelte basate su merito, responsabilità e interesse generale.

Da queste colonne lanciamo il monito sociale, che proviene dalle lettere e dalle email che riceviamo in redazione, dai nostri collaboratori sparsi in tutta la Sicilia, dalle inchieste multiple che stampiamo ogni giorno, sia alla Regione che ai sindaci: mettete in ordine i conti, tagliate le spese per destinare le risorse emergenti a opere pubbliche ed investimenti.
Il monito è più pressante nei confronti dei sindaci che invitiamo a iscriversi il più presto possibile all’Associazione nazionale dei Comuni virtuosi. Per poter ottenere tale iscrizione, le amministrazioni comunali devono rispondere a diversi requisiti. Ne citiamo alcuni: 1. Avere il Piano aziendale, nel quale sono indicate con chiarezza le quattro parti essenziali (programmazione, organizzazione, gestione e controllo). Da esso scaturiscono le figure professionali di tutti i livelli necessari per produrre i servizi da rendere ai propri cittadini; 2. Redigere un bilancio vero e reale, limitando all’osso le uscite, con l’eliminazione di quelle improduttive e clientelari.
 
Proseguiamo: 3. Istituire il Nucleo investigativo interno per combattere la corruzione ed il Nucleo tributario locale per scoprire gli evasori e obbligare i morosi a pagare; 4. Rivedere tutte le procedure interne, semplificandole e riducendo al minimo i tempi per il rilascio di qualsivoglia autorizzazione o concessione o altro documento richiesto da imprese e cittadini. Tali procedure devono ricevere il certificato europeo di qualità della serie Iso; 5. Da ultimo, nominare una società di revisione iscritta alla Consob per la certificazione dei bilanci, in modo che i dati esposti siano attendibili.
Ci scuseranno i pazienti lettori se ripetiamo monotonamente queste cose, ma siamo costretti a farlo, e lo faremo, fino a quando gli interlocutori istituzionali non entreranno nell’ordine di idee che sono al servizio dei cittadini, dai quali hanno ricevuto un mandato per amministrare bene, non in qualunque modo.
Attendiamo che i sindaci ci comunichino di avere imboccato questo percorso che li porta, in tempo ragionevole, ad ottenere, ripetiamo, l’iscrizione all’Associazione nazionale Comuni virtuosi.

Torniamo alla Regione. Che sia in default è chiaro a tutti. Quando il presidente, Raffaele Lombardo, dice che promulgherà il disegno di legge approvato dall’Assemblea e impugnato dal Commissario dello Stato (non del governo) dinnanzi alla Corte Costituzionale, relativo all’autorizzazione a stipulare un nuovo mutuo da 500 milioni, afferma una sua prerogativa.
Però essa è priva di contenuto. Primo, perchè comporta una responsabilità patrimoniale personale oltre che politica, nel caso la Corte Costituzionale accogliesse gli equilibrati motivi di ricorso del prefetto Aronica. Secondo, perchè non sappiamo quale possa essere quell’istituto di credito che stipuli un mutuo alla Regione Siciliana, non supportato da una legge.
Tutto ciò non è realistico e fanno male i cinquantamila clienti, che aspettano inutili stipendi e indennità, a sperare nella Provvidenza.
Alla Regione non resta che tagliare la spesa improduttiva, per innestare la crescita, essenziale come l’aria che respiriamo.
Mag
17
2012
Giovanni Ciancimino, decano dei giornalisti siciliani, ha scritto che quello che si è celebrato l’altro ieri è stato il peggior 15 maggio di tutta la storia del dopoguerra della Sicilia, perché la Regione, condotta da presidenti inefficienti, è stata portata sull’orlo del baratro. Manca poco per precipitare.
Abbiamo scritto più volte le cause del disastro e preferiamo quindi concentrarci sulle terapie, perché di diagnosi si può anche morire.
Ma vediamo di ricordare quel 15 maggio 1860, quando si svolse la battaglia di Calatafimi. Il generale Francesco Landi dispose in cima alla collina 3.500 soldati ben armati e ben attrezzati i quali disponevano, oltre che di fucili moderni, anche di cannoni di artiglieria pesante. Dall’altra parte, nella valle sottostante centinaia di metri, mille garibaldini scalcagnati, con fucili inefficienti, nutriti così così, dovevano tentare l’impresa di risalire, terrazza dopo terrazza, per andare a snidare i borboni in cima.

Una missione impossibile sia nell’enunciazione che nell’esecuzione. E infatti non poteva avere successo. Nessuno storico è stato in condizione di spiegare le ragioni secondo le quali Garibaldi riuscì ad arrivare in cima e sconfiggere i soldati avversari.
Quando Nino Bixio, dopo la prima ondata (la scalata della collina), vide cadere come mosche i suoi soldati, urlò: “Bisogna ritirarsi”. Al che, sembra che Garibaldi esclamò la celebre frase, riportata nei libri di scuola (forse non vera): “Qui, o si fa l’Italia o si muore”. Forse il cosiddetto eroe dei due mondi (di fatto un mercenario che aveva combattuto per il piacere di combattere in tante parti del mondo) era in buona fede.
Ma i fatti dicono che vi sia stato un elemento determinante per le vicende di quella battaglia: sembra infatti che il primo ministro del Regno, che si esprimeva abitualmente in francese, Camillo Benso conte di Cavour, abbia dato una cospicua tangente al suddetto generale Landi affinché spontaneamente si ritirasse lasciando campo libero a Garibaldi e ai suoi bravi. Un fatto lo dimostrerebbe: sul campo restò qualche centinaio di morti, ma quasi tutti fra i garibaldini e i contadini siciliani che si erano uniti (pochi) all’impresa. Non vi furono perdite fra i soldati borbonici.
 
Dunque, senza Cavour Garibaldi non avrebbe fatto neanche un metro e la storia d’Italia avrebbe preso un altro corso. Peraltro, lo stesso Cavour aveva incaricato Alessandro Dumas padre, l’autore de I tre moschettieri e famoso romanziere e storico, a scrivere la storia d’Italia prima ancora che essa si svolgesse. Quella stessa storia è andata a finire, come prima scrivevamo, sui libri scolastici che siamo stati costretti ad apprendere, insegnata in maniera acritica e non confrontata con la realtà.
Ma torniamo ai nostri giorni. La drammatica situazione in cui versa la Regione deve indurre tutta l’intelighentia siciliana, la borghesia, i sindacati, l’imprenditoria, i professionisti, i dirigenti pubblici e privati, i giornalisti e quanti altri abbiano a cuore la nostra terra, a unirsi nel nome dell’interesse superiore, avendo la forza di rinunziare agli egoismi e agli interessi privati che hanno dominato la Sicilia in questi 64 anni.
Comprendiamo che questa unione è molto difficile, però non c’è scelta se vogliamo salvare il popolo siciliano dalla catastrofe che incombe vicinissima.

I 50.000 aspiranti agli stipendi protesteranno, i 286.000 disoccupati protesteranno. Tutti protesteranno. Ma con la protesta i problemi non si risolvono.
Bisogna capire che non essendoci più la possibilità d’indebitarsi contraendo mutui, né di attingere alle risorse europee e statali, senza cofinanziare con risorse regionali, la macchina economica è immobilizzata e non potrà produrre neanche un minimo di crescita.
Ma per cofinanziare investimenti, opere pubbliche e cantieri, è indispensabile ricavare le risorse finanziarie tagliando col bisturi in modo intelligente la spesa regionale, coinvolgendo in questa operazione i 390 sindaci.
La Regione deve eliminare enti, partecipate, consulenti, spesa corrente improduttiva e ogni altra analoga, per 3,6 miliardi, come ossessivamente scriviamo da tempo su questo foglio, indicando quali debbano essere le voci dei tagli. Aprire con queste risorse agli investitori esteri e nazionali fornendo loro autorizzazioni e concessioni in 30 giorni è l’atto conseguente. Tutto ciò affinché il 15 maggio del 2013 sia la primavera siciliana.
Mag
16
2012
Ogni giorno sentiamo nelle televisioni, e leggiamo sui giornali, ricette e cure per risolvere i problemi della società del nostro Paese, malato in tante sue parti. Si invocano provvedimenti straordinari, azioni miracolistiche, con l’intervento di taumaturghi, di cavalieri bianchi, di illusionisti e maghi di vario tipo.
L’unica cosa di cui non si parla è ripristinare nella nostra società, ed in tutte le sue articolazioni, l’ordinaria amministrazione, magari una straordinaria ordinarietà.
Che significa ordinaria amministrazione? Significa avere regole chiare, semplici ed efficienti; significa che tutti le osservino con puntualità, diligenza e senso della misura. In altri termini, ognuno di noi dovrebbe fare semplicemente il proprio dovere. Se così accadesse, tutto funzionerebbe bene e si espanderebbe nella società l’equità tanto invocata.

Certo, per uscire dal tunnel in cui si trova l’Italia, occorrono provvedimenti di varia natura, economici e sociali, che consentano di stoppare l’andazzo negativo che dura dagli anni 80, invertire il processo e farlo diventare positivo. Quindi, sono indispensabili provvedimenti eccezionali, che potremmo definire di ordinaria eccezionalità.
Vi sono situazioni patologiche per le quali occorrono terapie straordianarie, ma esse devono produrre il risultato di far guarire il paziente, oppure lo stesso muore, anche se in molti casi rimane in una situazione di convivenza con la malattia, che certo non è un bel vivere.
Gli squilibri sociali che si sono verificati, in Italia, in questi trent’anni,  sono conseguenza del comportamento di tanti responsabili delle Istituzioni statali, regionali e locali, che si sono comportati da incapaci e da vampiri della società.
Non c’è nessuna parte della popolazione che possa dire di essere immune da colpe. Non solo i ricchi, le corporazioni, i professionisti e gli imprenditori, ma anche i sindacati che rappresentano, o dovrebbero rappresentare, la fascia più debole della popolazione, che hanno agito appropriandosi di risorse con cui hanno costituito cospicui patrimoni, e senza il minimo di equità che obbliga a rinunziare agli egoismi.
 
Quando c’è qualcosa che non va, molti invocano interventi straordinari. Costoro sono in malafede o incompetenti. Per tutti, ricordiamo l’inutile creazione degli interventi straordinari per il Mezzogiorno, attraverso la famigerata Cassa. Risultato: il Sud è rimasto nelle stesse condizioni di prima, anzi il divario con il Nord è aumentato.
Il rimedio, quindi, non consiste in interventi straordinari, ma nel mettere in condizioni di funzionamento ordinario qualunque struttura, qualunque ente, qualunque associazione.
è proprio il rispetto delle attività ordinarie che induce tutti a funzionare con buon senso, evitando di sentirsi eroi, che esistono solo in momenti storico-sociali fuori dall’ordinario.  Chi persiste nella richiesta di atti straordinari, in effetti, non vuole rimettere a posto proprio niente.

Il buon senso e l’equità dovrebbero guidare le azioni delle persone, soprattutto di quelle che hanno responsabilità. Intendiamoci, non solo responsabilità istituzionali, ma in quelunque versante del lavoro, persino nel settore no profit (Terzo settore) nel quale l’attività che si svolge dovrebbe essere tutta a favore degli altri.
In questo Terzo settore agiscono anche Club service e soggetti di varia natura, i quali non fanno l’ordinaria amministrazione, cioé l’osservanza dei loro scopi associativi, ma si limitano, spesso, a dibattere e discutere, con formalismi fuori dalla realtà e fuori dagli scopi che, sulla carta, si prefiggono di raggiungere.
Farebbero bene, meglio, a parlare di meno e agire di più. Dove? Sul territorio, a contatto con le persone bisognose, cui prestare il servizio, cui venire incontro ai loro bisogni.
Compito di tutte le associazioni del Terzo settore, Club service compresi, è quello, non secondario, di dare voce a quel ceto di popolazione che voce non ha, cioè le fasce più deboli. Una voce indirizzata alle Istituzioni, nazionale, regionali e locali, per indicare correttivi e cambiamenti delle loro azioni, volte al benessere dei cittadini e non a quello proprio. Chi non avesse chiaro qual è il proprio compito non può sentirsi Cittadino, ma succube di altri e del proprio egoismo.
Mag
15
2012
Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, si è molto arrabbiato quando il commissario dello Stato (e non del Governo), prefetto Carmelo Aronica, ha impugnato l’ultima leggina cercasoldi approvata dall’Ars, con cui si autorizzava la Giunta regionale a stipulare un mutuo di 500 milioni per pagare stipendi improduttivi.
Dispiace che un uomo intelligente e colto come Lombardo non abbia capito ancora che i tempi dell’assistenzialismo e del clientelismo politico sono finiti, per la semplice ragione che sono finiti i soldi. La sua insistenza nel volere foraggiare stipendi inutili si può capire ma non condividere.
È tempo di mettere in ordine i conti della Regione tagliando quelle uscite che non trovano corrispondenza in effettivi servizi da rendere a cittadini e imprese.
Questo foglio pubblica da oltre un anno quali possono essere tali spese, entrando nel dettaglio, ma da quest’orecchio l’assessore all’Economia non ci sente, anche se bisogna dargli atto che qualche riduzione d’uscita l’ha fatta, obtorto collo.

Comprendiamo perfettamente l’aspetto umano della vicenda quando 50 mila famiglie aspettano un’indennità, indipendentemente dal lavoro inutile che non fanno, ma la soluzione non è quella di continuare a pagare tali indennità: impossibile data la carenza di denaro.
La vera soluzione è aprire i cantieri per opere pubbliche e ristrutturazioni, e sostenere investimenti delle imprese siciliane, nazionali e internazionali nel nostro territorio, in modo da trasferire tutte queste persone in attività produttive di ricchezza.
Comprendiamo anche che questa soluzione comporta la voglia di nuova formazione e di acquisizione di nuove competenze, ma non si può continuare a pensare che 50 mila persone vengano assistite con indennità di varia natura e vivano come parassiti della società. Per quanto agli sgoccioli, Lombardo dovrebbe dare un segnale forte affinché la necessità di creare lavoro produttivo prenda forma in un progetto vero, strategico, di lungo periodo. Per attuarlo ci vogliono teste d’uovo, non burocrati da strapazzo. Anche se tra i burocrati vi sono tante teste d’uovo. Si tratta di valorizzarli indipendentemente dall’appartenenza a questo o a quel clan.
 
 
Un gesto di tal fatta nobiliterebbe la parte finale dell’esperienza Lombardo e costringerebbe i nuovi aspiranti alla Presidenza della Regione a imboccare la via virtuosa dei conti in ordine e dell’emersione di risorse, conseguente al taglio delle spese improduttive.
In questo filone, si inserisce la nota dolente dell’enorme quantità di dipendenti regionali che onerano la Sicilia su due versanti: sul primo perché percepiscono oltre un terzo in più dei loro colleghi statali e locali; sul secondo perché ve ne sono in esubero almeno 10 mila. Ricordando che la Regione Puglia, per quanto abbia un minor numero di abitanti (4 milioni) ha solamente 2.500 dipendenti, la Regione Sicilia, con 10 mila, avrebbe un organico più che sufficiente, a condizione che tutti siano preparati, qualificati e motivati.
Che farsene di quelli che esuberano? La risposta proviene dal settore privato: quando un’azienda deve ridurre la produzione o l’attività mette i propri dipendenti in Cassa integrazione. Per capire quanti di essi siano destinati alla Cig, l’azienda aggiorna il proprio Piano industriale.

La Regione non può fare altrettanto perché non ha un Piano aziendale (l’equivalente). Perciò dovrebbe elaborarlo e approvarlo. Da esso emergerebbero quali funzioni vanno eliminate, quali accorpate, quali sintetizzate, con la determinazione dei 10 mila dipendenti che esuberano. La stima che precede deriva dalla comparazione con altre regioni tra cui la Lombardia che, con il doppio della popolazione della Sicilia, ha solo 3.300 dipendenti, pur con qualche funzione in meno.
Le recenti elezioni amministrative in Sicilia, che hanno coinvolto il 40% degli elettori, hanno dimostrato senza ombra di dubbio che i siciliani non ne possono più di tutte le Giunte regionali che hanno malgovernato almeno negli ultimi vent’anni.
Ormai la crisi morde le carni vive dei cittadini e c’è bisogno di un’inversione a U di questo nefando processo che ha esteso la mano pubblica, incapace e inefficiente, in settori ove ha dimostrato tutta la sua disfunzione.
L’ora è fuggita, io muoio disperato. Non accada per la Sicilia.
Mag
12
2012
Secondo gli ultimi sondaggi, i partiti godono della preferenza degli elettori nella misura del due per cento, gli astenuti e gli indecisi al voto oscillano tra il cinquanta e sessanta per cento, in tutti i programmi radio-televisivi, ove si dibattono i problemi dei cittadini, vi è un unanime coro di proteste contro i privilegi del ceto politico e di quello burocratico, nonché contro l’enorme spesa pubblica fatta lievitare in questi ultimi venti anni.
Il Documento di economia e finanza (Def) prevede per il 2012 una spesa di 725 miliardi, oltre ad interessi sul debito per 84 mld. Di fronte ai complessivi 809 mld di uscite, lo stesso Documento iscrive entrate per 782 mld. A bocce ferme, quest’anno il debito pubblico aumenterà, dunque, di ben 27 miliardi.
La situazione è grave ma non irrimediabile. Perché, da un canto, non è possibile aumentare le imposte e, dall’altro, c’è urgenza di reperire risorse per infrastrutture, opere pubbliche e sostegno alle imprese, esclusivamente per nuovi investimenti.

Ridotta all’osso, la questione riguarda l’assoluta esigenza di tagliare la spesa pubblica ed improduttiva, per aumentare quella produttiva di ricchezza. è perciò necessario tagliare tutti i rami secchi, ovunque essi si trovino, senza guardare in faccia nessuno.
Al riguardo, è stata felice la nomina di Enrico Bondi, il risanatore di Montedison e Parmalat, chiamato mani di forbice, per tagliare appunto la spesa pubblica improduttiva.
Bondi (da non confondersi con l’omonimo mellifluo ex ministro della Cultura), non ha voluto un euro di compenso, neanche a titolo di rimborso spese, in modo da avere le mani libere per operare nell’interesse del Paese. Siamo certi che qualcuno si metterà di traverso sulla sua strada:  verrà travolto o indurrà lo stesso Bondi a rinunziare all’incarico.
Altrettanto felice è stata la scelta del presidente del Consiglio nel nominare Francesco Giavazzi super tecnico nella revisione del mare magnum di agevolazioni alle imprese ed a terzi, col compito di tagliare quelle improduttive e qualificare quelle utili per sostenere i processi della produzione di ricchezza.
 
Terza nomina qualificata, quella di Giuliano Amato (detto Topolino o anche il dottor Sottile), persona di grande spessore culturale e di navigata esperienza, alla quale è stato affidato il compito di rivedere la spinosissima attuazione dell’art. 49 della Costituzione riguardante i partiti e precisamente: statuti standard e democratici per legge, bilanci preordinati, contributi e finanziamenti limitati e defiscalizzati, certificazioni di entrate e uscite, ammontare del contributo pubblico.
Non sappiamo quale dei tre incarichi sia quello più difficile, ma è da credere che sono tutti e tre molto delicati. Anche da essi dipende il futuro di questo Paese.
Però, il futuro di questo Paese dipende soprattutto dalla vera politica, non dall’attività partitocratica che lo ha rovinato. E neanche dall’attività clownesca di Beppe Grillo e neanche dall’attività conservatrice di tanti partiti di destra e di sinistra, i quali vogliono che tutto resti com’è per continuare nella loro azione parassitaria che beve il sangue dei cittadini.

Quando i cittadini protestano contro i privilegi del ceto politico-burocratico (ribadiamo che i dipendenti pubblici non vengono messi in cassa integrazione), si dice che facciano anti-politica. Si tratta di una comoda difesa di una situazione cristallizzata, che ha portato il Paese al fallimento. I tempi delle vacche grasse sono terminati da molto. Non è più possibile continuare in queste condizioni. è urgente una svolta.
Ha fatto bene Mario Monti ad uscire dall’angolo e a dire a chiare note ciò che va fatto, senza più mediare tra le esigenze corporative dei tre gruppi politici che lo sostengono, ma agendo nell’esclusivo interesse superiore dei cittadini.
Monti è stato accusato di timidezza, quando è stato il momento di tagliare la spesa, ma la nomina dei tre personaggi prima elencati ha fatto capire a tutti che il tempo delle chiacchiere, al riguardo, è terminato ed è cominciato quello dei fatti, senza se e senza ma. La verifica entro 60 giorni confermerà o meno questa aspettativa.
Mag
11
2012
Il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ha presentato un Ddl alla Camera che prevede la compensazione di crediti e debiti dei cittadini nei confronti dello Stato.
Quando è stata annunciata questa iniziativa, il presidente del Consiglio, sbagliando, ha ritenuto che si trattasse di un invito a non pagare le imposte. Poi ha corretto il tiro, e ha riconosciuto la grave carenza della Pubblica amministrazione allargata, a livello statale, regionale e comunale, fortemente morosa perché ritarda i pagamenti di forniture di beni e servizi oltre ogni lecito termine, fino a un anno.
Con questo comportamento la Pa ha messo in ginocchio le imprese che sono costrette a indebitarsi con le banche per pagare, a loro volta, fornitori e imposte diverse senza avere incassato i loro legittimi crediti.
Una situazione da terzo mondo, ove si constati che Equitalia è stata armata con procedure esecutive molto veloci per riscuotere doverosamente le imposte. Una situazione insostenibile, se non vi si pone rimedio rapidamente.

Ricordiamo che la direttiva Ue 7/11 prevede che il pagamento dei debiti da parte della Pa debba avvenire entro 30 giorni. Qualora ciò non avvenisse, vi sarebbe un aggravio dell’8 per cento oltre agli interessi. Tale direttiva dev’essere recepita dai 27 Stati membri entro marzo 2013, ma il vice presidente della Commissione europea, Antonio Taiani, sta facendo fortissime pressioni affinché essi, e primo l’Italia, la recepiscano immediatamente.
Questo, per la Pa del nostro Paese, comporterebbe un esborso di 60-70 miliardi che non ha. Ecco che il ministro per lo Sviluppo e le Infrastrutture, Corrado Passera, sta cercando di fare una convenzione con l’Abi (Associazione bancaria italiana) affinché le imprese possano scontare i loro crediti nei confronti della Pa che siano certi, liquidi ed esigibili.
Ma questa non è una soluzione, perché l’impresa deve ricevere il saldo e non un’anticipazione che comporta un appesantimento contabile notevole, con ulteriori costi amministrativi. L’accordo con l’Abi avrebbe un effettivo risultato se le banche acquistassero i crediti pro soluto, cioè a titolo definitivo.
 
In attesa che ciò avvenga, sarebbe utile che il Parlamento, motu proprio, ovvero il Governo, inserissero in un Ddl-veicolo la norma depositata da Alfano e cioè che i debiti possano essere compensati con i crediti vantati nei confronti di qualunque pubblica amministrazione.
Se questa proposta diventasse legge, l’Agenzia delle Entrate dovrebbe consentire, con un apposito codice, che le compensazioni avvengano attraverso quello strumento-omnibus denominato e conosciuto da tutti come F24.
Le imprese, il 16 di ogni mese, versano, mediante tale F24, Iva, ritenute d’acconto sui dipendenti, previdenze diverse e altre imposte. Basterebbe consentire di dedurre, sempre telematicamente, i crediti  certificati nei confronti delle pubbliche amministrazioni perché le compensazioni avvenissero in modo automatico ed evitassero uscite alle imprese, necessarie per far fronte ai debiti tributari e previdenziali. Il meccanismo è semplice, basta attuarlo.

Si comprende benissimo, e si sostiene, il rigore che questo Governo ha attuato con le sue leggi, per ottenere la cui approvazione ha posto ben 15 voti di fiducia. Sta avendo qualche difficoltà nel porre mano all’altra metà della mela, cioè il taglio della spesa pubblica improduttiva.
All’uopo, Monti ha nominato Enrico Bondi, detto mani di forbice. Ci auguriamo che egli vorrà e saprà fare come quando è stato commissario di Montedison e Parmalat, tagliando 50 o 60 miliardi di euro di spesa necessari a diminuire la pressione che in atto c’è sulle casse pubbliche.
L’impresa è titanica, ma Bondi ha gli strumenti professionali e caratteriali per potervi riuscire. Anche attraverso minori uscite, il Tesoro può avere un sollievo nel flusso finanziario, cosicché può recepire la direttiva Ue prima indicata e quindi mettere in moto un processo di pagamenti di arretrati per arrivare, entro un anno, alla normalità nei termini da essa indicati.
Qui non si tratta di fare cose straordinarie, ma di mettere ordine nei conti dello Stato che un ceto partitocratico, corrotto, inefficiente e clientelare ha dissestato in questi ultimi decenni. Rigore, equità, sobrietà, dice Monti. Sottoscriviamo.
Mag
10
2012
L’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha espresso il suo punto di vista: Con la cultura non si mangia. Come ipotetico successore di Jean-Baptiste Colbert e di Quintino Sella non ci aspettavamo da lui una tale battuta folkloristica priva di fondamento. Invece, con la cultura si mangia, eccome, anche perché essa va considerata né più e né meno come una materia prima.
La cultura produce ricchezza in diverse direzioni. La prima è indiretta. Infatti, l’arricchimento di elementi mediante il nutrimento costante ed approfondito delle informazioni sviluppa l’intelligenza e quindi la capacità e l’inventiva.
Sono proprio capacità ed inventiva gli strumenti indispensabili per formulare progetti. Da esse, chi ce la fa, ottiene le realizzazioni che, se sono ben fatte, danno risultati sociali ed economici.
La ricchezza non viene prodotta esclusivamente da processi in cui  sono combinati i fattori lavoro e capitale. La ricchezza, in senso lato, viene prodotta anche nei servizi sociali o nella scrittura di libri.

La cultura va considerata materia prima. Sembra un’affermazione lapalissiana. Nel termine cultura bisogna comprendere la conoscenza;  l’insieme delle cognizioni intellettuali di cui è dotata una persona; è dottrina, è  istruzione.
La cultura è anche una profonda rielaborazione, non solo intellettuale, ma anche spirituale, delle nozioni acquisite nei vari rami del sapere. Essa serve alla formazione della personalità morale dell’uomo ed anche all’educazione del gusto.
Non è vecchio il concetto di cultura, ma proprio dell’età moderna. Infatti, nel mondo antico e medievale, i due ideali di vita attiva e vita contemplativa si contrapponevano: l’uomo che vive praticamente la vita di tutti i giorni, e l’altro che aspira alla conoscenza dell’eterna verità.
Nell’età moderna, invece, si afferma sempre più il principio che non c’è scienza e conoscenza senza valore, che si dà alla vita e all’ideale dell’uomo colto, che abbia una ricca personalità e la capacità di innovazione anche morale tesa ad ottenere risultati.
 
La cultura non è un contenitore che comprenda nozioni. Esso comprende l’esperienza che si accumula vivendo ogni giorno, affrontando i problemi, cercando soluzioni e raggiungendo risultati. Paradossalmente, anche il contandino può essere  colto, perché dotato di una saggezza popolare che gli dà una conoscenza materiale dei fatti, naturalmente con i dovuti limiti.
Nella cultura si comprende la professionalità con la quale ogni persona che lavora, dipendente o autonomo, esercita il proprio mestiere. Se sa cosa fare, e lo sa fare bene, è persona colta. Non lo è chi non sa far nulla ma lo reclamizza bene.
Vi sono i falsi colti, coloro che parlano a vanvera senza alcuna conoscenza. Non solo non sanno cosa dicono, ma cercano di farlo passare per vero.
Nel concetto di cultura c’è anche quello di onestà. Ammettere i propri limiti e le proprie deficienze è il primo gesto di cultura. Infatti, c’era chi sapeva di non sapere, ma non molti sanno chi egli sia.

Ognuno di noi deve avere la consapevolezza di ciò che sa, ma soprattutto la consapevolezza di ciò che non sa, che è di una vastità enorme se ci consideriamo, come diceva una vecchia canzone, nullità .
Guai ai presuntuosi, a quelli che sanno tutto, agli imbonitori, a coloro che urlano pensando di farsi ragione  e ad altri che ragionano con i piedi anziché con il cervello, forse perché non ce l’hanno. Tutti abbiamo materia grigia in quantità più o meno normale. è noto, però, che essa viene adoperata per meno di un terzo. Bisognerebbe fare ogni sforzo per allenarla a rendere molto.
C’è chi, invece, la usa di più, compiendo anche notevoli sforzi per allenarsi sempre più intensamente, in modo da sfruttarla al massimo. Un primo ingrediente è la volontà, un altro è il sacrificio. I due ingredienti, devono essere utilizzati senza risparmio.
Se vogliamo ce la possiamo fare, non arrendendoci mai di fronte alle difficoltà, ma alimentando le nostre capacità di superarle. In questo ci supporta fortemente  la cultura.
Mag
09
2012
Come previsto, gli italiani hanno calato la mannaia sulla partitocrazia. Di fatto, gli elettori hanno disgregato i tre poli, votando con estrema chiarezza contro i privilegi che dissennati partitocrati si sono riservati in questi ultimi vent’anni, facendo aumentare a dismisura la spesa pubblica che quest’anno, salvo imprevisti, toccherà la cifra record di 809 miliardi (interessi sul debito compreso), più del 51 per cento del Pil nominale (1588 mld).
La grave responsabiltà del Governo Monti di non aver messo mano al taglio della spesa pubblica e dei relativi privilegi è grande. Appare del tutto insignificante il primo taglio di 2,1 mld annunciato dal supercommissario mani di forbice, Enrico Bondi, entro il 31 maggio.
Oltre a tagliare i costi della politica (indennità ai parlamentari, bilanci di Camera, Senato e Quirinale, ministeri), bisogna tagliare i trasferimenti a Regioni e Comuni, in modo che essi siano costretti ad eliminare le partecipate (con Consigli di amministrazione e revisori dei conti), le indennità ai consiglieri regionali e comunali e mettere in Cassa integrazione, al 60 per cento dello stipendio, 1 milione di dipendenti pubblici dei tre livelli, esuberanti rispetto ai servizi da erogare ai cittadini.

Nel Nord Italia, vi è stato il previsto consenso al Movimento 5 Stelle del comico Beppe Grillo, che tale rimane. Il movimento si è ufficializzato ed è dunque diventato parte integrante dello scenario politico. Esso non è la soluzione della grave malattia che ha preso l’Italia per colpa dei partitocrati, ma è un anticorpo benefico per fare capire a costoro che la festa è finita, per la semplice ragione che i soldi sono finiti.
Non c’è più spazio per corruzione, sprechi, evasione fiscale e quant’altre storture hanno infierito sul nostro Paese e sulla stragrande maggioranza dei cittadini. Per esempio, la copertura della corruzione che si nasconde dietro gli acquisti di beni e servizi a prezzi superiori di quelli indicati sul sito della Consip (Concessionaria servizi informativi pubblici).
Un articolo unico dovrebbe essere inserito sul prossimo Decreto legge: nessun ente pubblico può acquistare beni e servizi a prezzi superiori a quelli indicati dal listino della Consip, pubblicati sul sito internet.
 
Altra nota di protesta è l’aumento dei non votanti, che raggiunge il terzo degli elettori (67,6 per cento), anche se si paventava che l’astensionismo avrebbe potuto superare il 40 per cento. L’astensionismo non è la soluzione dei problemi nazionali, perché chi si assenta ha sempre torto. Il cittadino deve sempre esprimere democraticamente la sua volontà. La protesta deve però manifestarsi dentro le urne e non fuori, esprimendo un voto nullo.
Il 20 maggio prossimo, con i ballottaggi, si completerà il quadro dei nuovi sindaci, ma i Consigli comunali sono già stati eletti e, quindi, i partiti, ormai poco rappresentati in quei consessi, hanno avuto la punizione che si meritano: la disgregazione, di fatto, dei tre poli.
Il Pdl è stato il più penalizzato, ma neanche Pd e Terzo Polo possono rallegrarsi. La situazione è chiara, bisogna voltar pagina domattina stessa.

Altro squillo di trombe contro la partitocrazia è arrivato dalla Sardegna, dove si è svolta una consultazione popolare con ben dieci quesiti referendari. Si paventava che essi non raggiungessero il quorum costitutivo (33,4 per cento), mentre esso è stato superato seppur di poco con il 35, 5 per cento: una vera iattura per i partiti.
Con quattro referendum sono state tagliate senza pietà altrettante Province, in via definitiva. Col quinto referendum sono state cancellate le indennità dei consiglieri regionali. Ben il 97 per cento ha scritto sì.
Poi vi sono stati cinque referendum consultivi che denotano una forte volontà politica di condanna per la partitocrazia: abolizione delle restanti quattro Province (Cagliari, Sassari, Nuoro ed Oristano), riduzione del numero dei consiglieri regionali da 80 a 50, riscrizione dello Statuto, abolizione dei Consigli d’amministrazione di enti e aziende regionali, primarie obbligatorie prima dell’elezione del presidente della Regione. Tutte indicazioni contro la partitocrazia.
Ora, urge promuovere analoghi referendum in Sicilia, che trovate  elencati in ultima pagina, per dare voce ai siciliani incazzati. Che dicono basta ai privilegi.
Mag
08
2012
François Hollande ha vinto con poco meno del 52% dei voti. Dopo 17 anni i socialisti conquistano la presidenza della Repubblica francese. In effetti dovremmo dire che è stato Nicolas Sarkozy a perdere perché, durante il quinquennio, ha commesso errori politici vistosi e soprattutto non si è occupato adeguatamente di equità fra le varie fasce della popolazione, di razionalizzazione dell’emigrazione e di sviluppo.
La Francia ha una maggioranza di elettori di Centrodestra. Vince il Centrosinistra, in questo caso gli alleati di Hollande sono stati Bayrou (il Casini francese) e Melenchon (il Vendola francese). Ma il sistema elettorale consente di eleggere il presidente della Repubblica in base alle valutazioni che fanno i singoli elettori, senza essere filtrate dai partiti.
Le prossime elezioni legislative del 20 maggio per i deputati dell’Assemblea nazionale si svolgeranno col sistema a due turni, il che consentirà di tagliare le ali estreme e quindi di avere la maggioranza o del partito di Sarkozy o di quello di Hollande.

Quest’ultimo ha già la maggioranza al Senato. Tuttavia il presidente della Repubblica francese ha forti poteri, come quello americano, ma quando non ha la maggioranza nei due rami del Parlamento deve negoziare con l’opposizione. Il che non gli impedisce di fare la sua politica e di adottare il suo cronoprogramma se non si perde dietro a tutti i benaltristi e i conservatori, i quali fanno di tutto purché non si effettuino le riforme.
In Germania, il partito della Merkel ha vinto di un soffio le elezioni nel piccolo land Schleswig-Holstein e tuttavia dovrà stare attenta a continuare nella sua politica di rigore per questa ondata di protesta che la Sinistra sta cavalcando.
La Merkel non ha ben comunicato ai partner europei il giusto principio sul quale si è attestata: i conti di ogni partner devono essere in equilibrio, per evitare un’indebitamento che travalichi il parametro del 60% del rapporto fra debito sovrano e Pil di ogni Paese.
Ma non ha comunicato che, all’interno di questa camicia di forza, gli Stati non possano promuovere sviluppo. Tutt’altro. Basta che taglino la spesa pubblica inproduttiva, in modo da recuperare risorse per investimenti e opere pubbliche.
 
In Grecia, Nuova Democrazia, il partito di Centrodestra, è stato quasi dimezzato ed ha preso solo 58 seggi. Ma ha guadagnato il premio di maggioranza di 50 seggi, cosicché risulta presente nel Parlamento con 108 seggi.
Il Partito socialista, secondo, è stato anch’esso dimezzato ed ha riportato 50 seggi ma, se i due partiti che hanno guidato il risanamento delle finanze pubbliche, di cui hanno avuto la massima responsabilità, si coalizzassero, sarebbero a un soffio dalla maggioranza di 151 seggi su 300.
Mancano loro due seggi, anche se risulta evidente che, con appena due seggi di maggioranza, non si può governare una situazione difficilissima come quella della Grecia.
Il reportage dei giornalisti presenti nel Paese ellenico ha fatto molta confusione descrivendo uno scenario in toni cupi, anche se abbastanza complicato. Era del tutto pacifico che una moltitudine di greci, per protesta, desse i suoi suffragi alle due ali, cosicché saranno presenti in Parlamento i Neonazisti da un canto e i fratelli vendoliani dall’altro.

Tuttavia sono presenti anche altre piccole forze non estreme che potranno riunirsi nella coalizione di maggioranza che non ha scelta: deve proseguire nell’opera di risanamento dei conti pubblici conseguenti alla dissennata opera degli stessi partiti (Democristiano e Socialista) che hanno rovinato la Grecia in questi ultimi 20 anni.
L’Europa guarda con molta attenzione l’evoluzione del processo politico della piccola repubblica mediterranea, abitata da appena 11 milioni di persone, poco più del doppio della popolazione siciliana. La sua destabilizzazione economica e monetaria può creare problemi all’Euro, anche se non esiste la sua possibilità di uscita dalla moneta unica perché il trattato di Maastricht non lo consentirebbe e perché il popolo greco si ridurrebbe alla fame e alla miseria più nera.
Certo, nell’ambito della politica di assoluto rigore, quella spesa pubblica va ulteriormente tagliata, per destinare le risorse emergenti ad investimenti. Il Pil della Grecia è crollato in pochi anni del 20%; solo con gli investimenti riprenderà una faticosa salita.
Mag
05
2012
L’osteoporosi è una malattia grave delle ossa che esteriormente tengono ancora ma, spesso, senza avvertire sintomi nè dolore, si rarefanno e si indeboliscono per la riduzione della loro sostanza e della loro struttura.
Come è noto ostéon vuol dire ossa e pòros vuol dire apertura, poro, tufo. Traslando quanto scritto prima, si può dire che si sta verificando per il nostro Paese l’osteoporosi del sistema partiti. Una sorta di atrofia e di debolezza di queste associazioni private, che non sono più in condizione di rappresentare i bisogni dei cittadini cui non sanno dare risposte, come previsto dall’art. 49 della Costituzione.
È questa la grave carenza dei partiti. Ciò accade perché i loro rappresentanti badano più agli affari propri e dei propri amici, dimenticando che, invece, sono al servizio dei cittadini.
e così, di scandalo in scandalo, di défaillance in défaillance, questi involucri apparentemente integri si stanno disfacendo al loro interno, vittime di questa particolare specie di osteoporosi.

Ormai tutti concordano che i partiti sono necessari, ma vanno regolati per legge con i tre strumenti più volte elencati: statuto democratico, contributi trasparenti, bilanci certi e certificati. Senza questi tre strumenti, i partiti saranno azzerati dai cittadini, disgustati di tutte le porcherie che avvengono al loro interno. Porcherie peraltro non nuove, se solo vogliamo ricordare i loro misfatti, dal dopoguerra in avanti con scandali a ripetizione, quinquennio per quinquennio, che sarebbe lungo riportare in questa sede.
Anzicché prendere atto di questo disfacimento, molti partitocrati stupidi dicono che l’ondata di indignazione, che si solleva ogni giorno di più dai cittadini, è antipolitica. Una mera stupidaggine detta da stupidi dei quali la madre è sempre gravida.
Il crinale fra utilità e danneggiamento dei partiti è limpido: se essi seguono e servono l’interesse generale sono utili; se danneggiano l’interesse generale vanno cassati dallo scenario politico e sostituiti da altri soggetti, che vivono per servire e non per servirsi dei cittadini.
Chi fa confusione su questa materia o non è dotato di intelligenza o è in malafede. La situazione è chiarissima, i danni che hanno fatto i partiti in questi ultimi vent’anni (e non solo) sono enormi. è il momento di dire basta.
 
Domani si svolgeranno le elezioni per 147 Comuni siciliani su 390, mentre quelle per alcune Province regionali sono state rinviate in attesa della riforma. A proposito della quale va ricordato che la legge Salva-Italia (L. 214/11, art. 23) ha svuotato le Province di tutti gli organi elettivi, cambiando le funzioni e le destinazioni delle loro attività. Ma tale legge sembra non sia applicabile in Sicilia, ove il preannunciato ddl di riforma giace nei cassetti delle istituzioni.
Nelle elezioni di domani, gli elettori siciliani si troveranno di fronte a una grave scelta: continuare a votare per i partitocrati, cioè quelli che fanno i loro interessi, o cercare candidati che non siano mai stati inquinati dalla politica e, quindi, come neofiti potrebbero fare gli interessi generali.
Questo foglio raccomanda di non votare i partitocrati, anche se fra essi ve ne sono alcuni intelligenti, capaci e onesti. Non votare i partitocrati perché sono proprio loro che uccidono la politica. è il minimo che si debba fare.

Quali sono gli elementi di valutazione per dare il proprio suffragio? Per quanto riguarda gli uscenti, verificare che cosa hanno realizzato concretamente nel periodo della loro gestione, senza farsi imbonire dalle mille giustificazioni quasi sempre fasulle. Insomma, restare esclusivamente sui fatti e sulle azioni compiute. Più precisamente sui risultati conseguiti.
Se le risorse sono state spese bene, se i servizi sono migliorati, se l’evasione e la morosità sono state debellate, se è stato redatto un Piano aziendale fatto delle sue quattro sezioni tipiche (programmazione, organizzazione, gestione e controllo) e così via.
Chi non avesse realizzato in tutto o in parte quanto precede, deve sparire dall’agone politico. Chi avesse approfittato delle partecipate che gestiscono i servizi locali o altri enti, per infarcirli di trombati e amici, va spazzato via.
Nel versante dei neofiti, bisogna verificare i curricula professionali, in modo da evidenziare se hanno realizzato progetti e conseguito risultati anche nella loro vita sociale e privata. Ci rendiamo conto che scegliere non sarà facile, ma l’Alta Politica merita attenzione, capacità e sforzo.
Mag
04
2012
Lo scorso martedì, si è celebrata anche in Italia la Festa del lavoro, ricorrenza ininterrotta dal primo maggio 1947. L’oceanica adunata romana di piazza San Giovanni è stata amplificata da cronisti interessati fino a una presenza, hanno detto, di 800 mila persone. Ma, secondo la Questura i presenti erano forse 100 mila, facendo il conto che in un certo numero di metri quadrati ci sta un certo numero di persone e non di più. Ma questa è un’annotazione collaterale.
Va, invece, sottolineato come il lavoro sia un’attività che deve produrre risultati, non è limitato ai dipendenti, ma a chiunque ne svolga una, sia essa datoriale, professionale, dirigenziale, autonoma o di qualunque altra natura. Tutti quelli che lavorano, in qualunque branca professionale, dovrebbero festeggiare questa ricorrenza. Ma, secondo me, dovrebbe essere onorata lavorando, come fanno ferrovieri, ospedalieri, carabinieri, poliziotti, finanzieri, dipendenti della grande distribuzione e tanti altri.

Vi è un’altra questione da osservare: questo riempirsi la bocca, da parte di tanti, sul diritto al lavoro, previsto anche dalla Costituzione. A ogni diritto corrisponde un dovere, ma se tutti i cittadini hanno solo diritti, chi è che deve avere solo doveri?
Restando nel tema, vorremmo sapere da questi soloni da strapazzo chi è che deve produrre lavoro, vale a dire quell’attività organizzata che consenta di ottenere la ricchezza necessaria per corrispondere stipendi e salari.
Non è certo utilizzando le imposte dei cittadini in maniera dissennata, con la creazione di fittizi posti di lavoro, che si dà sfogo al relativo diritto. Qualcuno deve produrlo il lavoro. E perché non può essere lo stesso lavoratore? Chi gli impedisce di passare da una condizione dipendente a una condizione datoriale?
L’esempio dell’Emilia Romagna è chiaro al riguardo: in quella regione rossa vi è il maggior numero di padroncini riuniti in cooperative, che funzionano bene e sono riunite nelle tre grandi organizzazioni nazionali: Lega delle cooperative, Confcooperative e Associazione generale delle cooperative italiane. Ecco un modo per creare e utilizzare lavoro.
 
Abbiamo sentito urlare i quattro segretari generali dei sindacati più importanti (Cgil, Cisl, Uil e Ugl), che ormai rappresentano più pensionati che dipendenti attivi, contro il rigore del Governo Monti, il quale sta tentando di mettere in equilibrio i conti di Stato, Regioni ed Enti locali cominciando dall’aggravio pesantissimo delle imposte per i cittadini.
Ma i sindacati non hanno detto nulla sull’enorme spesa pubblica del 2012 che, secondo il Def (Documento di economia e finanza) ammonterà a 809 miliardi (725 mld spesa corrente, più 84 mld di interessi sul debito). Né abbiamo sentito proposte che indicassero ove tagliare tale spesa per compensare il richiesto taglio delle imposte alle fasce più deboli (doveroso).
Li abbiamo sentiti gridare contro l’articolo 18, ma nulla hanno detto sulla loro facoltà, come sindacati, di licenziare liberamente in quanto essi non sono tenuti a osservare l’articolo 18. Né hanno detto alcunché sui ricchi assegni che percepiscono come indennità di carica.

Non sappiamo se tale indennità sia erogata come rimborso spese, senza alcun riferimento alle spese effettive, di guisa che si trasformerebbe in vera e propria elusione fiscale. Nessuno può salire sul pulpito se ha scheletri negli armadi.
In questo quadro, dispiace che non abbiano partecipato attivamente alla festa le confederazioni degli imprenditori, e segnatamente Confindustria, nonché gli Ordini professionali. Non agendo in questo senso hanno lasciato campo libero a che l’opinione pubblica avesse la sensazione che il lavoro sia solo quello dei dipendenti, mentre il lavoro è esercitato da qualunque altro cittadino,  non solo da alcune categorie.
In ultimo, sottolineiamo l’anomalia della Cassa integrazione, alla quale possono accedere solo i dipendenti del settore privato. La legge 183/2011 ha inserito il principio che anche i dipendenti pubblici possano andare in Cassa integrazione, cioè in disponibilità con l’80 per cento dello stipendio.
Non è equo che i privati in Cig prendano 800 euro al mese mentre tutti i dipendenti pubblici continuano a percepire i loro stipendi non colpiti dalla crisi e dall’incapacità di produrre risultati.
Mag
03
2012
Quando Antonino Pulvirenti ha fondato Wind Jet, abbiamo sostenuto l’iniziativa coraggiosa e perfino temeraria. In un mondo di giganti dell’aria, il Davide può avere possibilità di successo se ha un’organizzazione molto snella, costi fissi bassi, e offre una qualità superiore ai Golia. Non sappiamo se la compagnia catanese abbia avuto questi requisiti essenziali, ma abbiamo assistito a una crescita vorticosa di attività, con l’istituzione di tratte aeree per raggiungere gli aeroporti più disparati.
Certo, l’aumento del carburante è stato una componente negativa dei bilanci che tutte le compagnie hanno dovuto sopportare, ma che forse, per una piccola compagnia, diventa quasi intollerabile. Fino al 2011 sembra che i passeggeri trasportati abbiano raggiunto la cifra di 2,6 milioni, come riportato dal sito dell’Enac, e la perdita di esercizio dovrebbe attestarsi sopra i 3 milioni di euro, cifra che verrà confermata o meno non appena verrà depositato il bilancio alla Camera di Commercio.

L’aumento vorticoso delle destinazioni poteva avere una logica imprenditoriale oppure una seconda logica: gonfiare la compagnia per poi venderla, cosa che un imprenditore ha l’assoluta libertà di fare. Ma c’è un “ma”: quando quest’operazione può danneggiare i cittadini, vìola il principio dell’interesse generale e, quindi, comporta un’autorizzazione da parte dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.
Pulvirenti ha stipulato un accordo di massima con Andrea Ragnetti, amministratore delegato di Alitalia, per la cessione delle azioni di Wind Jet alla Cai. Con questa operazione Alitalia diventerebbe titolare degli slot, fra cui quelli più appetibili riguardano l’aeroporto di Catania.
L’incorporazione o il controllo di Wind Jet comporta anche l’incorporazione e il controllo della tratta Roma-Catania che è la più ricca del mercato nazionale, più ancora che la Linate-Fiumicino.
Ora, mentre sulla Milano-Roma si è aperta la concorrenza vera, con ben due compagnie ferroviarie ad alta velocità (Trenitalia con Frecciarossa e Nuovo trasporto veloce con Italo), per cui vi è ampia facoltà di scegliere fra terra e cielo, fra Catania e Roma l’unico mezzo agibile è l’aereo, perché hanno tagliato i treni a lunga percorrenza e in auto non si può andare.
 
Dunque, abbiamo solo l’aereo per andare a Roma. Alitalia già pratica tariffe di un certo peso, salvo i pochi posti che mette sul mercato a prezzi promozionali, Wind Jet, invece, ha fatto il suo lavoro di compagnia low cost e ha consentito i viaggi di andata e ritorno a prezzi adeguati.
Fermo restando che nessuno può obbligare un imprenditore a tenere in vita la propria impresa. Se non ce la fa, chiude i battenti e la mette in liquidazione o, se in dissesto, porta i libri in tribunale. In questo modo si liberano gli slot e possono venire sulla tratta Roma-Catania compagnie low cost internazionali come Easy Jet, Ryan Air e altre, pronte e liete di assorbire questo traffico.
Una cosa che non può fare l’imprenditore è quella di trarre profitto da una situazione negativa, come fecero a suo tempo gli imprenditori che rilevarono la parte attiva della vecchia Alitalia. Complice o artefice Berlusconi, la stessa ha scaricato sull’erario, cioè su noi cittadini, tra i 3 e i 4 miliardi di perdite e ha messo in una sorta di cassa integrazione 5 mila dipendenti, che stanno ricevendo lo stipendio senza far nulla per sette anni: un’autentica vergogna.

Non ci sembra che il pre-patto tra Alitalia e Wind Jet abbia molte speranze di andare a buon fine perché il rigorosissimo presidente dell’Antitrust, professor Giovanni Pitruzzella, quando il fascicolo verrà istruito, dovrà esprimersi su una situazione chiarissima: la mancanza di volontà di proseguire l’attività della compagnia catanese che però vuole impedire ad altre aziende di sostituirla, con beneficio dei cittadini. Né può essere messo sul piatto il solito ricatto occupazionale: 441 lavoratori catanesi a spasso perché, se Wind Jet chiude, verranno altre compagnie a sostituirla, sempre con prezzi low cost,  che assorbiranno tale manodopera.
L’Antitrust ha bloccato la fusione fra le assicurazioni Unipol e Fonsai. Anche lì vi era il ricatto occupazionale. Un precedente da tenere presente nella vicenda Alitalia-Wind Jet. Vito Riggio, presidente dell’Enac, ha acceso i riflettori sull’operazione: un’ulteriore garanzia che i siciliani non verranno penalizzati ancora una volta.
Mag
01
2012
Il ministro per i rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, ha iniziato da molti mesi la revisione della spesa pubblica che ammonta a circa 800 miliardi di euro (intorno al 50 per cento del Pil), al fine di risparmiare spese improduttive per 40 o 50 miliardi di euro nel 2013. La questione non è tecnica, ma politica. I tecnici sanno come fare per tagliare la spesa, perché si riferiscono ai Piani aziendali per ogni branca amministrativa di livello statale, regionale e locale.
La questione è politica perché bisogna avere la forza di tagliare le unghie a coloro che hanno goduto fin oggi di innumerevoli privilegi. Non ci vogliono economisti o scienziati per tagliare la spesa improduttiva, ma solo competenti che non ascoltino coloro che tirano il lenzuolo dalla propria parte.
La spending review, ossia la revisione della spesa, va fatta capitolo per capitolo, in modo chirurgico, evitando i tremontiani tagli lineari. Va fatta con onestà e chiarezza.

Inoltre, la recessione ha portato ad una gestione rigorosa nei bilanci delle famiglie. Non sembri una battuta, ma i migliori economisti sono proprio le donne che gestiscono tali bilanci, perché lo fanno con oculatezza e senso della realtà. In nessuna famiglia si spende più di quanto si incassi. Quando la spesa deborda, si cerca aiuto in familiari e solo in qualche caso si procede a un indebitamento, il quale non può accumularsi tutti i mesi e tutti gli anni. Se così accadesse, la famiglia andrebbe in una condizione di dissesto.
Mutatis mutandis, lo stesso comportamento dovrebbero avere gli amministratori pubblici operando quindi con attenzione per evitare che le spese superino le entrate.
La Legge costituzionale n. 1/12, appena approvata in via definitiva, ha inserito l’obbligo del pareggio. L’art. 81 della Costituzione inizia adesso così: “Lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”.
Con tale norma, i futuri Governi non potranno proporre al Parlamento disegni di legge di bilancio che non comportino il suo pareggio, in altri termini in cui le entrate non coprano interamente le uscite, salvo eccezioni. Cosicché la camicia di forza del Patto di stabilità è già vigente.
 
Si ha notizia che anche la Merkel, cancelliere della Germania, stia concordando col nostro presidente del Consiglio una linea di apertura agli investimenti, per mettere in moto una crescita che in Germania c’è già (quest’anno approderà a un aumento del Pil di circa il 3 per cento), ma non c’è in tanti altri partner europei.
Quest’apertura riguarda quei Paesi che hanno messo in ordine i propri conti, fra cui l’Italia. Ciò è avvenuto seguendo la strada più facile e rapida, ma dolorosissima, di caricare di imposte i cittadini italiani, senza far pagare adeguatamente i patrimoni e le transazioni finanziarie (Tobin Tax).
Fatto ciò, senza possibilità di ulteriori aumenti, non resta che cominciare in maniera adeguata e profonda la revisione della spesa, come prima si scriveva.
Il Governo si trova a dover fronteggiare le corporazioni che difendono la spesa improduttiva. Se non riuscisse ad applicare quanto ha fatto per il versante delle pensioni, avrebbe fallito metà della sua missione: quella della crescita.
***
Dove tagliare si sa con chiarezza: il debito pubblico mediante la vendita di una parte del patrimonio dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali. Sol che si abbattesse di 100 miliardi di euro l’anno, si avrebbe un corrispondente risparmio di interessi nell’ordine di almeno 6-7 miliardi l’anno.
Poi tagliare la spesa per prodotti e servizi, indi tagliare le agevolazioni improduttive, aumentare la concorrenza e fare quelle riforme strutturali che, a costo zero, consentano di aumentare la produttività del lavoro e l’efficienza dei servizi.
Vi è poi la lotta all’evasione fiscale, che potrebbe essere ulteriormente rinforzata con due provvedimenti che non sono all’ordine del giorno: il primo obbligando le imprese a inviare in tempo reale, alla propria partita Iva, le fatture e gli scontrini emessi. Il secondo con la pubblicazione del reddito imponibile di ogni contribuente, in modo da consentire il controllo immediato del rapporto fra tenore di vita e reddito dichiarato da parte di ogni cittadino. Se non si adottano questi due provvedimenti, un motivo c’è: gli evasori votano.

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