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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Giu
30
2011
L’ennesima fiducia al Governo di martedì 21 giugno ha toccato il record di voti con la maggioranza assoluta dei membri della Camera e cioè 317. Hai voglia a dire che la maggioranza parlamentare non trova riscontro nella maggioranza del Paese, sostenendo che i referendum siano stati una cartina di tornasole in questo senso. L’esperienza insegna che le elezioni politiche sono ben altra cosa rispetto a tutte le competizioni in cui è chiamato il popolo a decidere.
Sosteniamo da mesi, e per ultimo nella trasmissione di Sky Tg 24 Seven del 3 giugno, che il vento sia cambiato, non tanto per l’insufficienza di governo e maggioranza, che c’è, quanto perché, mediamente ogni tre lustri, gli umori dell’elettorato cambiano. E tre lustri sono passati abbondantemente dall’avvento di Berlusconi (1994).
Tuttavia, la Costituzione italiana prevede un regime parlamentare. Ciò significa che è il Parlamento sovrano a decidere chi debba governare, mentre al capo dello Stato non resta che la funzione notarile di accertare se nello stesso Parlamento vi sia una maggioranza diversa. In caso contrario, scioglie le Camere. 

Proprio perché la Repubblica italiana è fondata sul Parlamento, risulta del tutto infondata la recriminazione di chi parla di deputati e senatori come voltagabbana quando cambiano partito. Costoro sono in malafede o ignoranti perché dovrebbero conoscere l’articolo 67 della Costituzione, il quale recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Dopo il 21 giugno, c’è una solida maggioranza alla Camera e al Senato e, quindi, dalla valutazione istituzionale ora si deve passare a quella politica, constatando se il governo espresso da tale maggioranza sia in condizione, nel prossimo biennio, di recuperare il tempo perduto e fare quanto non ha fatto, per mettere in moto l’economia italiana, partendo dal Sud e non dal Nord, in modo da trasformarlo in un motore formidabile.
Tutto ciò ovviamente tenendo inchiodati i conti pubblici, passando dal taglio della spesa corrente per girare in parte le risorse recuperate agli investimenti.
 
Vi è poi la questione della riforma fiscale. Essa è indispensabile, ma senza variare la pressione, perché è più urgente procedere a decurtare il debito sovrano che corre pericolosamente verso i 2.000 miliardi di euro. All’interno della invarianza della pressione fiscale, però, alcune manovre sono doverose, a partire dallo spostamento delle entrate dalle persone alle cose; per seguire con l’aumento della ritenuta sulle cedole, dal 12,5 al 20 per cento ed il taglio dell’Irap compensato dalla eliminazione di quella miriade di agevolazioni e detrazioni non più utili all’interesse generale.
Dunque, una Nuova maggioranza a quattro zampe ha avuto la fiducia. Perché quattro zampe? Perché è composta da Pdl, Lega, Ir e FdS. Pdl e Iniziativa responsabile stanno al centro, mentre all’ala Nord c’è la Lega e all’ala Sud l’appena nato Forza del Sud. Non si può dire che così la maggioranza sia bilanciata perché il partito di Bossi pesa di gran lunga di più del partito di Micciché. Tuttavia se quest’ultimo mette in atto un programma serio di pochi punti può tentare di bilanciare nel tempo la Lega Nord.

Quali i pochi punti? Eccoveli in sintesi: il primo, presentare ai cittadini meridionali un progetto di buona e sana amministrazione degli enti locali, in modo che essi capiscano se i sindaci che hanno eletto siano meritevoli della loro fiducia o debbano essere cacciati. Il progetto deve basarsi sulla capacità dei Primi cittadini di aumentare le loro entrate lottando contro gli evasori e contro i morosi, scoprendo gli abusivi (case fantasma, poster ed altri cespiti che sfuggono al controllo). Nel versante delle uscite, tagliare la spesa corrente e fare in modo che la spesa per il personale non sia superiore al 40% del Bilancio (L. 122/10).
Il secondo punto è quello di razionalizzare e far funzionare bene le macchine burocratiche delle otto regioni del Sud con gli stessi criteri già accennati. Le Regioni funzionanti possono spendere tutte le risorse europee a disposizione che sono veramente notevoli. Terzo, attrarre le massime risorse dallo Stato per aprire i cantieri in tutto il territorio con la creazione di decine di migliaia di posti di lavoro.
Giu
29
2011
Il 16 luglio dello scorso anno pubblicammo un editoriale dal titolo “Quella vergogna dei pensionati regionali”. Ritorniamo sulla questione perché la vergogna è rimasta inalterata.
La vergogna consiste nel fatto che i pensionati della Regione sono particolarmente privilegiati perché rispetto a quelli statali percepiscono un assegno medio superiore del 30 per cento; una seconda vergogna, perché tale super pensione è calcolata in più anche rispetto a quella dei dipendenti degli enti locali siciliani; una terza vergogna riguarda il privilegio di andare in pensione con 20 (donne) o 25 (uomini) anni di cosiddetto servizio, sol perché abbiano un parente con disabilità gravi, mentre la legge nazionale prevede quest’eventualità solo se l’handicap colpisce il pensionando.
L’assessore Chinnici, rossa dalla vergogna per le giuste inchieste che hanno fatto giornali nazionali, si è affrettata a preparare un Disegno di legge che riporti la normativa siciliana a quella nazionale, ma limitatamente alla disabilità degli stesssi dipendenti. La vergogna non è stata sufficiente per inserire nello stesso Disegno di legge l’allineamento delle pensioni dei regionali a quelle degli statali e dei dipendenti degli Enti locali siciliani.

I baby pensionati, dal 2004 ad oggi sono oltre mille, persone sanissime che hanno avuto la sventura di una grave disabilità di un parente. Il che significa che riceveranno l’assegno pensionistico, secondo l’attuale attesa di vita, per i prossimi trent’anni. Questo, più che vergognoso, è socialmente destabilizzante, tenuto conto che la Sicilia ha 236 mila disoccupati (Istat 2009) e centinaia di migliaia di persone che vivono sull’orlo della povertà.
Ma i vergognosi privilegi non finiscono qua. Ve ne cito altri due: il primo riguarda le indennità di consiglieri e assessori di Enti locali ai vari livelli. Con la legge 122/10 è stato stabilito che dall’1 gennaio 2011 tali indennità dovessero essere tagliate intorno al 10 per cento. Ha stupito la circolare n. 1/2011 dell’assessore Chinnici che ha comunicato  ai consiglieri siciliani che la legge nazionale non sarebbe stata applicata e che per conseguenza potevano dormire sogni tranquilli, continuando a percepire le vecchie indennità.
 
Vi è poi un ulteriore vergognoso privilegio riguardante i dipendenti regionali: percepire stipendi mediamente superiori del 30 per cento a quelli dei loro colleghi statali e dei dipendenti degli enti locali siciliani. Qui ci fermiamo anche se l’elenco non è finito. Ogni volta che mettiamo mani nel bilancio della Regione scopriamo un continuo verminaio, fatto di porcherie di ogni genere, cioè di privilegi e di favori dispensati a destra e a manca.
Si tratta di un comportamento palesemente clientelare basato sul metodo del favore. Vorremmo che il presidente del Governo, Raffaele Lombardo, si ricordasse di essere presidente dei siciliani e non dei suoi amici. Lo stesso dicasi dei dodici assessori, cosiddetti tecnici, e dei 31 dirigenti generali che hanno responsabilità e doveri, non vantaggi e privilegi.
La questione delle questioni è sapere da tutti costoro se ricordano che cosa siano l’etica politica, i valori morali di riferimento dei loro comportamenti, l’equità come principio fondamentale di una Comunità, secondo il quale ognuno riceve per quello che merita dopo aver fatto il proprio dovere. Il rapporto fra meriti e bisogni ha comportato lunghe riflessioni.

Una Comunità, come quella siciliana, che non fonda il suo funzionamento sull’eguaglianza dei cittadini, prevista dall’articolo 3 della Costituzione, è da condannare senza mezzi termini. Ora, io non voglio apparire come Thomas More (1477-1535), che da Cancelliere del regno criticò aspramente Enrico VIII, difendendo i principi morali; e per questo venne processato, torturato e messo a morte, divenendo santo.
Lungi mille miglia il paragone, tuttavia non posso che ribadire ogni giorno una necessità: tutti i cittadini, a cominciare da quelli che hanno responsabilità istituzionali, debbono osservare innanzitutto le regole morali.
Voglio chiedere al presidente Lombardo e all’assessore Chinnici quali siano le regole di equità che li hanno portati in questi tre anni di legislatura a mantenere in vita i privilegi prima elencati e tanti altri che elenchiamo costantemente in questo giornale.
La coscienza ha la voce. Ascoltiamola o ce ne pentiremo.
Giu
28
2011
Ai giovani si diceva che bisognava farsi le ossa per crescere sul piano umano, sociale e professionale. La metafora intendeva dire che occorrono sacrifici, volontà e tenacia per auto - addestrarsi, in modo da affrontare le difficoltà che si incontrano con un comportamento positivo e propositivo.
Serve una mentalità attiva e mai ripiegata su se stessa per affrontare la vita di tutti i giorni. Una mentalità che consenta di selezionare soluzioni per superare i problemi che via via si incontrano.
L’auto - addestramento comporta  rinunzie, sudore. Senza questi  requisiti non si avanza di un centimetro. Anzi, si arretra.
Quando ciascuno di noi si sveglia la mattina e si guarda allo specchio o per farsi la barba (uomo) o per farsi il trucco (donna) deve riuscire a guardarsi profondamente nei propri occhi, senza abbassare lo sguardo. Se lo fa, è in pace con la propria  coscienza. Se, invece, non vi riuscisse, deve chiedersi per quale ragione ha un senso di insoddisfazione o di incertezza. 

Condurre una vita equilibrata, poggiata sui valori positivi, è faticoso perchè bisogna chiedersi in ogni momento se si percorra la retta via o se si imbocca qualche viottolo distorsivo. Controllare ogni propria azione è indispensabile per sapere che ci si trova nel versante giusto.
Ecco perchè per farsi le ossa, occorre rompersi le ossa. Rompersi le ossa significa fare esperienze e trarre frutto dall’esperienza soprattutto quella negativa. è proprio quest’ultima che insegna di più.
Chi di noi abbia la capacità di trarre memoria dagli errori che ha commesso, immagazzinerà tesori di conoscenza se ne avrà la consapevolezza. Sapere di aver commesso un errore significa impedirsi di commetterlo ancora.
Ognuno di noi è fallace, ognuno di noi ha una debolezza naturale. Ma  deve trovare in se stesso la forza e il coraggio per vincere la paura che spesso ci prende anche senza ragione. Conosciamo persone che hanno la paura del nulla, la paura di eventi che potrebbero accadere e dai quali si vorrebbero premunire. Esse non sanno che la nostra capacità di prevenzione è limitata seppur doverosa. Ci sono eventi che noi non possiamo prevenire né prevedere.
Sbagliare si può, correggere si deve.
 
In questa piccola massima è racchiuso il buon senso di chi è consapevole dei propri limiti e della propria manchevolezza. Noi sappiamo che possiamo incorrere in errori nonostante la nostra attenzione e la voglia di non sbagliare. Possiamo incorrere in errori perchè la natura umana non è perfetta e può non fare valutazioni adeguate. Ma una cosa possiamo fare: correggere gli errori che commettiamo. Correggerli subito e adeguatamente. C’è una seconda cosa che possiamo fare: evitare di ricommettere lo stesso errore perche è noto che errare humanum  est ...
Nei nostri comportamenti conta la buona fede. Quando un errore si commette in malafede, la parola cambia e diventa dolo, un atto, cioè, compiuto per danneggiare qualcun altro e trarne beneficio personale. Ci troviamo così nel campo della delinquenza sociale che, purtroppo, spesso passa per furbizia. La furbizia è un disvalore che spesso viene ammirato. Da chi? Dagli inetti, dagli incapaci e dai disonesti che ritengono di utilizzare tale disvalore per un proprio tornaconto.

Tanta gente, nel corso dei secoli si è rotta le ossa per difendere i propri ideali. Si è rotta le ossa anche mettendo in palio la propria vita. Galileo Galilei (1564-1642), invece, per non rompersi le ossa, abiurò davanti a papa Urbano VIII. Ammise che la terra stava ferma e il sole vi girasse attorno, nonostante fosse convinto e possedesse dati scientifici certi che era il sole a stare fermo e la terra vi girasse attorno. Verità che aveva stabilito Copernico (1473-1543), con i tre movimenti della terra: rotazione, rivoluzione e inclinazione.
Socrate (470 a.C. - 399 a.C.) per contro  si ruppe le ossa. Pur di non cedere alle pressioni dell’oligarchia greca e violare la propria condotta di vita, uniformata ai principi morali che insegnava ai propri discepoli, preferì bere la cicuta e morire, sapendo che comunque il suo spirito sarebbe sopravvissuto alla morte di quella sostanza organica che è il corpo. è quanto ci racconta Platone (427 a.C. - 348 a.C.) facendo parlare uno dei discepoli di Socrate: Fedone.
Ricordiamoci sempre questi insegnamenti. Servono per farci le ossa.
Giu
24
2011
L’Assemblea regionale, nella seduta del 14 giugno, ha approvato una legge dal titolo roboante “Riorganizzazione e potenziamento della rete regionale di residenzialità per i soggetti fragili...”. Dietro questo paravento compare il solito vizietto: assumere o stabilizzare personale senza farlo passare dalle forche caudine dei concorsi pubblici, in modo che esso possa essere chiamato direttamente in conseguenza di raccomandazioni fatte da questo o quel politico, da questo o quel burocrate.
Nessun deputato - tranne pochi (D’Asero (Pdl), Dina (Pid), Beninati (Pdl), Scoma (Pdl), Buzzanca (Pdl)) - si è opposto a questo comportamento dissennato e contrario agli interessi dei siciliani. A pensar male male, si potrebbe dedurre che l’approvazione è stata fatta per dar fumo negli occhi e illudere tante persone, sapendo che il commissario dello Stato, prefetto Carmelo Aronica, avrebbe impugnato il provvedimento come ha fatto per tanti altri precedenti, nei quali erano previste assunzioni o stabilizzazioni fuori dai concorsi pubblici.
Il comportamento di questa maggioranza di centro-sinistra, riguardo all’aumento indiscriminato della spesa corrente, è veramente deplorevole e va sanzionato pubblicamente.

L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, nel forum pubblicato nelle pagine interne, ci diceva con tristezza che i flussi di cassa sono altalenanti e asfittici. Ne soffre, per conseguenza, tutto il sistema delle imprese siciliane che forniscono agli enti pubblici beni e servizi. Infatti i loro crediti, in Sicilia, sfiorano i cinque miliardi.
Di fronte a questa situazione, la Regione continua a caricarsi di stipendi inutili mentre dovrebbe pensare con grande determinazione a tagliare la spesa corrente, a cominciare dal costo degli apparati politico-amministrativi, da quello dei contributi a pioggia, utili solo ai clientes, alle partecipate, che nelle intenzioni sono ridotte da trentatré a tredici, ma fondamentalmente lasciano inalterati i costi di gestione, e via enumerando.
Tutto questo accade perché la Regione non ha un Piano aziendale. Questa affermazione è certa perchè poniamo la rituale domanda, quando vengono ai nostri forum, ad assessori e direttori generali che hanno un moto di sorpresa perchè quasi nessuno di loro ha la minima idea di che cosa si tratti.
 
La questione delle assunzioni e delle stabilizzazioni è diventata il cancro della Sicilia perchè si fa finta di non capire che si tratta di una strada sbagliata, anche se comoda, al fine di ottenere i favori di tanti raccomandati e beneficiati che poi diventano galoppini elettorali a favore dei loro danti causa.
Si tratta di una strada sbagliata perché qui, in Sicilia, occorre invece creare lavoro produttivo che si ottiene con due grandi iniziative: la prima, far diventare l’Isola un cantiere a cielo aperto investendo tutti i diciotto miliardi di Fondi Ue statali e regionali; la seconda, attirare investimenti di gruppi nazionali e internazionali in tutti i settori: del turismo, dei servizi avanzati, dell’agricoltura innovativa e dell’energia vegetale, dell’ energia solare.
È ovvio che per attirare gli investimenti e aprire i cantieri occorre una macchina amministrativa perfettamente funzionante sulla base dei valori di merito, di concorrenza e di innovazione. Senza di essi la Pubblica amministrazione è come il trombo che ostruisce la circolazione del sangue nelle arterie.

Lombardo ha inserito nel programma del suo Governo Quater, insediato a ottobre 2010, la trasformazione delle Province in Consorzi di Comuni, in osservanza dell’art. 15 dello Statuto. A quasi un anno, di questo tassativo impegno non c’è traccia. Infatti non risulta un disegno di legge depositato dal Governo in Assemblea regionale. Eppure tale iniziativa comporterebbe un risparmio secco di 500 milioni per la Regione, pur considerando che altri 600 milioni per le manutenzioni di strade e scuole si dovrebbero comunque spendere. Un risparmio conseguente al taglio di nove apparati inutili, incostituzionali e perfetttamente sostituibili dai Consorzi di Comuni che avrebbero le stesse funzioni.
Certo, l’iniziativa sarebbe impopolare perché manderebbe a casa i consiglieri provinciali e gli assessori, mentre resterebbe comunque un presidente e un consiglio direttivo del Consorzio a costo zero per la Regione.
Ci vuole solo buon senso, ma non tutti ce l’hanno.
Giu
23
2011
Il Documento di Economia e Finanza approvato dal Consiglio dei ministri il 13 aprile 2011 prevede per quest’anno una spesa di 725 miliardi, entrate per 739 miliardi, 76 miliardi di interessi sul debito e un disavanzo totale di 62 miliardi. Dunque, a fine anno, il debito pubblico di 1.867 miliardi al 31 dicembre 2011, dopo 12 mesi aumenterà di 60 miliardi. Il che è contrario alla riduzione che il Patto di stabilità del 25 marzo impone (1/20 del surplus).
Tremonti ha concordato con l’Ue che nel 2014 vi sarà il pareggio di bilancio, ma intanto, nel 2012 e nel 2013 il debito continuerà ad aumentare per il disavanzo annuale. Arriverà verosimilmente sulla soglia dei 2.000 miliardi.
Per evitare questo cataclisma Tremonti ha due strade: la prima consiste nel tagliare la spesa corrente, la seconda riguarda l’aumento delle entrate, che sono quelle tributarie e previdenziali. Atteso che, secondo l’Istat, il sommerso vale 275 miliardi (1/3 in agricoltura, il 21 per cento nei servizi, il 12 per cento nell’industria e l’altro terzo in diversi settori) si deduce che il ministero dell’Economia potrebbe incassare ogni anno almeno 100 miliardi in più.

Il primo modo per il taglio obbligatorio del debito pubblico è combattere l’evasione, fiscale e tributaria.  Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza e Inps stanno compiendo un’opera egregia, che ha portato nelle casse pubbliche 25 miliardi nel 2010, ma non è sufficiente per combattere l’enorme evasione prima indicata.
Che cosa occorre? Almeno tre iniziative. La trasparenza delle dichiarazioni dei redditi: in atto vi è una colpevole omertà, da parte del ministero dell’Economia, che impedisce di rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi. Non c’è dubbio che il controllo sociale di ogni cittadino del rapporto fra tenore di vita e imposte pagate è essenziale perché costituirebbe un deterrente contro gli evasori che sperano di restare impuniti e darebbe una mano alle tre organizzazioni prima indicate per potenziare la lotta all’evasione.
La Legge 133/2008 all’art. 42 prevede che gli elenchi (delle dichiarazioni) sono depositati per la durata di un anno sia presso lo stesso ufficio delle imposte, sia presso i Comuni (...) e che nel predetto periodo è ammessa la visione e l’estrazione di copia degli elenchi.
 
Non si capisce perché il ministro Tremonti abbia ordinato informalmente (non c’è infatti un provvedimento scritto a riguardo) di non fornire ai quotidiani l’elenco completo, distribuito provincia per provincia, di tutti i contribuenti e dei loro redditi complessivi dichiarati. Io sarei il primo a dichiarare la mia soddisfazione se il mio reddito venisse pubblicato sui quotidiani, nonché le imposte che pago ogni anno puntualmente.
La seconda iniziativa è di valenza strategica e generale. I massimi vertici dello Stato, a cominciare dal Presidente della Repubblica, per continuare con le altre cariche istituzionali nonché quelle politiche, dovrebbero attivare una campagna stampa di tipo etico. La stessa dovrebbe opportunamente illustrare come chi non paga le tasse è diavolo, disonesto, peccatore, perché vìola la principale regola della Comunità che è quella dell’equità. Inoltre vìola il principio di eguaglianza fra i cittadini (art. 3 della Costituzione), perché gli evasori diventano privilegiati, e l’art. 53 della Costituzione secondo il quale tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Una grande campagna etica, oltre che educativa, costituirebbe anche un forte deterrente contro l’evasione fiscale e tributaria perché tutti coloro che oggi non pagano imposte e contributi sarebbero indicati come cittadini socialmente deprecabili.
La terza iniziativa riguarda la tracciabilità di tutti i movimenti bancari, sotto qualunque forma e intrattenuti da chiunque, cittadino o impresa. Chi non ha nulla da nascondere non teme che l’occhio del Fisco vada a indagare sui propri conti e anzi, quando è in regola, ha la soddisfazione di poter confermare di essere un cittadino esemplare. Gli evasori temono i controlli dei propri movimenti finanziari. Vi è anche qualcuno che teme la violazione della privacy.
Io per primo sarei lieto se gli organi vigilanti frugassero in tutti i miei movimenti finanziari. Tutti i cittadini dovrebbero esserne altrettanto lieti.
Giu
22
2011
Finalmente la stagione di elezioni e referendum è terminata. Vi sono davanti due anni per dare una scossa al Paese e per prepararsi alla competizione elettorale del 2013 se non vi sarà la conclusione prematura di questa legislatura.
L’Europa avverte l’Italia: dovete ridurre il debito in esecuzione dell’accordo del Patto di stabilità del 25 marzo, dal 120 per cento (massimo europeo eccezion fatta per la Grecia) al 60 per cento, in vent’anni. Occorre perciò tagliare più di 900 miliardi di euro sia mediante l’aumento del Pil annuale che col taglio delle spese correnti, mentre debbono essere potenziate quelle per investimenti.
L’Italia ha avuto un boom economico fra gli anni 1945 e 1960 con aumento del Pil pro-capite di ben il 260 per cento, mentre esso, nel decennio 2000-2010, è aumentato di un miserrimo 2,5 per cento. Sono stati dieci anni perduti, in cui di fatto l’Italia non è cresciuta, mentre nello stesso periodo la Francia ha avuto un incremento del 12 per cento, anch’esso basso.

In questi dieci anni hanno governato il centrodestra (2001-2006), il centrosinistra (2006-2008) e di nuovo il centrodestra (2008-2010), quindi gli otto decimi dell’irresponsabile immobilismo è del centrodestra. Questo è accaduto perché né l’uno né l’altro dei soggetti politici hanno demolito i tre pilastri, ben illustrati da Ernesto Galli della Loggia nel suo editoriale di domenica 12 giugno sul Corriere della Sera: il privilegio, il corporativismo e la demagogia.
In Italia, non vale il valore del merito, né vi è concorrenza vera, sia nel settore privato (pensiamo a banche, assicurazioni e industrie petrolifere), che in quello pubblico, ove i servizi dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali vengono affidati mediante concessione diretta anziché essere messi in gara pubblica.
Vi è poi la mancanza di controlli indipendenti, fatta cioè da soggetti estranei ai controllati, in condizioni di verificare se i giocatori siano corretti o meno.
Manca l’autorità per il controllo della corruzione: la legge relativa giace alla Camera da tempo immemorabile, l’Autorità Antitrust fa quello che può, limitata dalle leggi vigenti, l’Autorità per le Comunicazioni ha le mani legate.
 
Tuttavia, il 2013 arriverà. Verosimilmente Berlusconi, se non gli accade una malattia o altra circostanza grave, vorrà ricandidarsi, a meno che non riesca a salire sul Colle. Quale potrebbe essere il suo competitore? Noi vediamo senza esitazione Luca Cordero di Montezemolo, che riteniamo sia l’unica personalità carismatica in grado di tenere unite tutte le parti del centrosinistra.
Io lo conosco discretamente, per avere lavorato con lui nel corso di due anni all’interno del Comitato di presidenza della Federazione degli editori, di cui era il presidente. So che ha le idee chiare e che dietro un’apparente bonomia cela un comportamento inflessibile.
Montezemolo certo non farebbe l’errore di Prodi. Eviterebbe di fare un programma di 280 pagine e probabilmente ridurrebbe all’essenziale gli obiettivi da raggiungere, non più di dieci. Proviamo ad elencarli.  Molti sono a costo zero. Tuttavia, per realizzarli occorrono muscoli d’acciaio.

1. Cancellare le Province, previsto dal programma di Berlusconi e non attuato, con un risparmio di 11 miliardi di euro. 2. Liberalizzare tutti i settori inserendo vera concorrenza, vendere le imprese pubbliche, Rai compresa, e consentire la concessione dei servizi pubblici esclusivamente mediante gara pubblica. 3. Cedere l’immenso patrimonio delle case popolari e col ricavato costruirne altre per i richiedenti. 4. Tagliare ogni orpello delle procedure del lavoro in modo da realizzare un mercato a porte mobili: facile uscire - facile entrare. 5. Semplificare le procedure civile, penale, amministrativa e tributaria obbligando le parti a seri tentativi di conciliazione.
6. Dare più potere all’Autorità Antitrust e a quella delle Comunicazioni, tagliando i legami fra le reti e i servizi, per esempio fra Rfi e Trenitalia, fra Eni e Snam e all’interno di Telecom. 7. Trasformare gli Ordini in associazioni, abolendo contestualmente il valore legale del titolo di studio. Chi merita non ha bisogno del pezzo di carta. 8. Riformare la legge elettorale col doppio turno alla francese. 9. Tagliare le gambe alle corporazioni e ai parassiti. 10. Riformare la Pa in base al merito e alla competitività.
Giu
21
2011
Barack Obama si è complimentato con Sergio Marchionne, il manager abruzzo-canadese, relativamente alla rinascita della Chrysler: “Scommessa vinta, sono fiero di voi”. Per conseguenza, dopo avere incassato i sette miliardi di prestiti prima del tempo, ha consentito all’erario statunitense di cedere al gruppo italo-americano il 6% della casa americana, cosicché esso è salito al 52%, quota di controllo. Marchionne, però, sta trattando l’acquisto di un altro 1,7% di azioni che detiene il governo canadese, mentre il resto sarà quotato in borsa nel 2012.
Dunque, la strategia del Ceo di Fiat e Chrysler è risultata vincente. In America, la Chrysler ha assunto decine di migliaia di dipendenti e ha in programma di assumerne ancora tanti. Non si capisce perché quello che vale in Usa non valga in Italia, ove invece una parte del sindacato retrogrado (Cgil) continua a mettere le barricate ai progetti di sviluppo e, anzi, fa causa alla Fiat, che però ha trovato alleati gli altri tre grandi sindacati (Cisl, Uil e Ugl) che resistono nella predetta causa. 

Il modello Marchionne non è originale, ma fa riferimento ai grandi maestri dell’organizzazione, primo fra i quali Peter Drucker (Vienna, 1909 - Claremont, 2005) e si basa su business plan strategici che si suddividono in piani sezionali: economici, finanziari, produttivi, amministrativi e via elencando.
Un modello vincente che dovrebbe essere preso ad esempio da chiunque, non solo nel settore privato ma anche in quello pubblico. Per cui, senza esitazione, diciamo che il modello Marchionne andrebbe applicato alle pubbliche amministrazioni, statale, regionali e locali. Esso si basa su tre fattori indiscutibili: il merito, la competitività, i controlli esterni. A monte dei quali ci dovrebbe essere un’inversione dell’atteggiamento, in modo che si pensi al servizio pubblico come un dovere e non alla sua utilizzazione per fini privati e disonesti.
L’indifferenza, la vacuità, la superficialità, la banalità e la moralità di una parte del ceto politico fanno più paura della disonestà perché è meglio avere a che fare con un diavolo intelligente che con uno stupido incapace. Quello che conta è il raggiungimento dei risultati non le chiacchiere vuote adatte ai cretini di cui la madre è sempre gravida.
 
Una vecchia battuta del 1960, che ripeteva Ugo Tognazzi, era: “Se i dipendenti pubblici lavorando cantassero, misericordia che silenzio”. E qualche perfido aggiungeva: “Ma poi si sono accorti quanto è faticoso cantare”. Dunque, la questione del pubblico impiego non è dei nostri giorni, però oggi è peggiorata sensibilmente perché si è diffusa la convinzione che il posto di lavoro pubblico abbia come obiettivo il percepire uno stipendio e non che esso sia un compenso per un proficuo lavoro svolto.
Le profonde colpe dei governi di centrosinistra e di centrodestra riguardano l’incapacità di abbattere la resistenza corporativa dei pubblici dipendenti e trasformare un corpo parassita in un corpo propulsivo. Si badi, non bisognerebbe ricorrere all’esterno di esso. Basterebbe valorizzare quella parte di pubblici impiegati bravi, onesti e corretti che oggi sono messi in naftalina appunto perché lavorano in base al merito e non in base agli interessi privati ed alla corruzione.

Se Berlusconi vuole sopravvivere fino al 2013 e, anzi, presentarsi come possibile candidato ad una prosecuzione della sua attività nella nuova legislatura, deve aver il coraggio di fare questa riforma che non è esaustiva. Deve inoltre mettere mani alla legge obiettivo (443/01), tagliare sprechi, sperperi e privilegi, preparare la riforma costituzionale da sottoporre a referendum confermativo popolare (di cui all’articolo 138 della Costituzione) e completare il federalismo, per costringere Regioni ed enti locali, attualmente viziosi, a diventare virtuosi, chiusi in quella camicia di forza che è portata dai costi standard.
Deve, poi, attivare un’Autorità che indaghi, indipendentemente dalle Procure, sulla corruzione nella Cosa pubblica, statale, regionale e locale. Un’Autorità che abbia corrispondenza in tutte e venti regioni e in tutti gli 8.091 comuni. Deve far approvare l’apposita legge anticorruzione per troppo tempo chiusa nei cassetti delle Camere. Infine, combattere l’evasione rendendo pubbliche le dichiarazioni dei redditi coperte in atto da un complice silenzio che protegge i disonesti che non pagano le imposte.
Giu
17
2011
Qualcuno, in malafede, sostiene che questo quotidiano parli male della Sicilia, sol perché illustra senza commenti le disfunzioni della Pubblica amministrazione, regionale e locale, il clientelismo del ceto politico, l’immobilismo economico, l’attendismo cronico e l’incapacità di tirare fuori l’orgoglio e le tradizioni di una terra meravigliosa.
Sì, perché la Sicilia è una terra meravigliosa, i propri abitanti sono caldi e ospitali, ma c’è una grossa parte di essi che preferisce andare al mare piuttosto che lavorare.
Certo, le popolazioni vanno educate e formate, soprattutto con l’esempio che, com’è noto, viene dall’alto.  Quando l’esempio è negativo non si può pretendere che la gente sia laboriosa, attiva, creativa e s’impegni al massimo.
Si dice che il ceto politico sia lo specchio della società. è una verità molto parziale, perché i traffichini, quelli che sono in combutta con la criminalità organizzata e altri pieni di egoismo costituiscono la malaparte del ceto politico. Ma vi è quella buona, formata da persone capaci, oneste e corrette.

I due nodi della Sicilia sono: la selezione dei responsabili delle Istituzioni, a livello nazionale, regionale e locale; e l’antro diabolico delle Pubbliche amministrazioni, regionale e locali, che costano molto di più di quelle del Nord, ma rendono un quarto. Scrivere queste cose non è parlare male della Sicilia. Dietro c’è l’amore per quest’Isola e l’orgoglio di chi, come me, ha speso cinquantadue anni lavorativi della propria vita, spingendo chi aveva responsabilità a fare il proprio dovere.
Non ho l’ambizione, né la presunzione di pensare che sarei riuscito, ma il convincimento profondo che ognuno di noi, nonostante tutto, debba fare quello che può, perché la società cresca e rispecchi i valori morali, indipendentemente dai risultati.
è necessario, per conseguenza, continuare a scrivere e a pubblicare le cose che i responsabili istituzionali debbono fare. Tra esse, la prima è che il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, s’impegni a fare crescere di almeno un punto, circa un miliardo, il Pil della Sicilia da qui alla fine della legislatura (2013).
 
Ora Lombardo è più sereno dopo che il procuratore capo di Catania, Michelangelo Patanè, ha stralciato la sua posizione e quella di suo fratello dall’inchiesta Iblis. Certo, l’archiviazione lo farebbe sentire definitivamente tranquillo.
In ogni caso, può e deve mettere mano subito ad un piano di rinascita della Sicilia, istituendo una task force con poteri  simili a quelli che il dipartimento del Tesoro americano affidò a Eliot Ness con il compito di sconfiggere Al Capone. Lombardo deve affidare alla task force (Gli Intoccabili della Sicilia) il compito di sconfiggere l’immobilismo, le incrostazioni, i privilegi delle corporazioni e dei parassiti.
Tre sono i pilastri di questa missione impossibile, da affidare a qualcuno che abbia requisiti di moralità integerrima, di grande capacità organizzativa e di carisma. Il primo riguarda l’inserimento del valore del merito in ogni attività istituzionale: chi non merita va cacciato. Il secondo: l’istituzione del principio di concorrenza in ogni azione che svolge la Regione, anche tra pubblico e privato.

Il terzo: l’istituzione di un’autorità regionale, formata da soggetti moralmente ineccepibili e indipendenti, anche europei, che effettui controlli sulla macchina della Regione, sui flussi finanziari, sulle attività degli Enti locali, in modo da formare un coro intonato e ben diretto, che suoni una melodia gradita alle orecchie dei siciliani e cioè, fuor di metafora, sviluppo dell’econonia, formazione e lavoro, servizi pubblici efficienti, paragonabili a quelli  europei.
Il come fare è alla luce del giorno. Da un canto, utilizzare le cospicue risorse finanziarie, immettendo liquidità nel sistema economico regionale; dall’altro, far funzionare la macchina amministrativa alla perfezione, isolando gli incapaci, gli inetti e i disonesti.
Sicilia meravigliosa che non merita egoismi e malversazioni. Noi siciliani non abbiamo l’anello al naso, non siamo inferiori a nessun altro europeo. La nostra consapevolezza dev’essere pari all’indignazione quando altri siciliani ci rendono ridicoli, perché nel Nord Italia e in Europa non si riportano le questioni positive, bensì quelle negative. Occorre distinguere il grano dal loglio per ribaltare questa insopportabile situazione.
Giu
16
2011
Che il nodo della formazione arrivasse al pettine, non c’era dubbio. Centinaia di milioni l’anno elargiti a enti fantasma e ad altri che non hanno mai prodotto un formato pronto per il mercato del lavoro, sono stati un prezzo altissimo che i siciliani hanno pagato per l’inqualificabile comportamento di un ceto politico che ha occupato in modo immeritevole i vertici istituzionali in questi decenni.
Il Governo regionale ha preso una posizione netta: ridurre progressivamente la spesa eliminando gli enti parassiti che hanno speculato sulle casse regionali. Lombardo ha scelto una persona onesta e integerrima come Mario Centorrino per un compito difficile e impopolare.
Il professore di Messina ha messo mano alla riorganizzazione e ha tagliato i primi 60 milioni di euro di sprechi. Apriti cielo: i parassiti hanno reagito. Al contrario, i sindacati si sono dimostrati responsabili e alcuni di essi hanno prontamente dichiarato che avrebbero chiuso il loro ente di formazione, consapevoli che in un momento di difficoltà ognuno deve mettere una porzione di sacrificio.

Sorpresa ha destato la giravolta del Presidente dei siciliani quando ha detto che avrebbe trovato i 60 mln € per foraggiare gli incapaci, gli inetti e persino i disonesti, perché chi fa un lavoro senza alcun risultato danneggia la collettività. Si tratta quindi di disonestà etica.
Lombardo, con questo suo annuncio peraltro non trasformato in provvedimento amministrativo, ha commesso due errori: il primo, consistente nello smentire la corretta posizione del suo assessore; il secondo, consistente nel far capire agli approfittatori che la festa non è finita e possono continuare nella loro nefanda azione.
Esprimiamo la nostra solidarietà a Centorrino e invitiamo il Presidente a ritornare sulla sua decisione che dimostri come l’autonomia dal Governo nazionale voglia significare buona e sana amministrazione, non sperpero di risorse com’è accaduto fino ad oggi.
Il Presidente è persona intelligente e deve capire, una volta per tutte, che non può più continuare nel solco dei suo predecessori, uno dei quali è in galera.
 
Lombardo deve tagliare tutti gli sprechi più volte elencati con due obiettivi: primo, risanare il bilancio eliminando la necessità di ricorrere ancora a un mutuo per il corrente anno e rinegoziando i tassi dei mutui esistenti; secondo, tagliare dal bilancio 2011 tre miliardi di spesa corrente, il cui elenco è stato più volte da noi pubblicato e, con le somme risparmiate, cofinanziare i progetti con fondi europei, utilizzare i Fas e, con bando internazionale, chiedere l’intervento di gruppi imprenditoriali internazionali mediante il project financing.
La Sicilia deve diventare, subito, un cantiere aperto che costruisca tutte le infrastrutture necessarie, per rendere l’economia dell’Isola competitiva. Lombardo, in questi ultimi due anni che gli restano per completare la legislatura, deve rimediare al malfatto del precedente triennio consistente in un vivacchiare senza respiro, asfittico, che ha mantenuto inchiodato il Pil dell’Isola senza alcuna crescita, con riflesso nell’aumentata disoccupazione.

Quando i sindacati chiedono lavoro, commettono un errore di percorso: il lavoro è un effetto, non una causa. La causa, cioè la fonte, è l’insieme degli investimenti in opere pubbliche e in attività produttive che aprono le porte al lavoro produttivo. La capacità di attivare questo meccanismo virtuoso consentirebbe lo sbocco naturale non solo per i disoccupati, ma anche per i formatori che finalmente potrebbero andare a lavorare anziché far nulla (non tutti) ricevendo un compenso, per i dipendenti della Resais che non fanno nulla ricevendo un compenso e per altre migliaia di pubblici dipendenti che continuano a non fare nulla ricevendo uno stipendio.
Lombardo ha concordato con il ministro Fitto finanziamenti per oltre due miliardi di euro, indirizzati alle opere pubbliche. Se rinunzia alla folle idea di destinare i Fas alla spesa corrente e punta i piedi per ottenere le risorse indirizzate ad attività produttive e opere pubbliche, il Governo nazionale sarà messo in mora. Ma deve avere la forza di tagliare gli sprechi e i parassitismi. Se lo farà, noi lo sosterremo con convinzione. Se continuasse a cincischiare, noi continueremo a testimoniarlo.
Giu
15
2011
Il 2011 prevede un incremento del Pil, nel Nord-Est, del 2,1%, mentre il Sud rimane quasi fermo (0,2%). Cosicché, la media nazionale dell’incremento del Pil, se tutto va bene, sarà dell’1%, all’incirca 15 miliardi. La Sicilia, anch’essa, avrà un incremento del Pil inferiore a quello della media nazionale, forse vicino allo zero. Un trionfo per chi ha avuto responsabilità, in questi ultimi anni, di guidare la macchina regionale.
Per favore, non ci venite a parlare della crisi del 2008, che in Sicilia non ha avuto alcun effetto dal momento che la nostra Isola era già abbondantemente in crisi.
In questi tre anni non sono stati aperti i cantieri delle opere pubbliche, anzi sono crollati gli appalti; non è stato fatto un progetto che mettesse a profitto i beni naturali e culturali; non è stato tracciato né realizzato un progetto per l’incremento del turismo, con il vergognoso risultato di avere meno presenze della piccola isola di Malta; non è stato progettato e realizzato un disegno per l’energia alternativa (vegetale e solare). In compenso, si è discusso del dannosissimo rigassificatore di Priolo, ove si è verificato un piccolo disastro ambientale, e sono stati mantenuti incolti 4 mila chilometri quadrati di territorio.

Quanto precede, pur avendo abbondanza di risorse finanziarie, nonostante le menzogne che vengono dette. Vi spieghiamo perché: nel settennio 2007-2013 sono a disposizione della Regione ben 18 miliardi di euro, tra fondi europei, statali e regionali. La Regione si è occupata, dissennatamente, di aumentare la spesa corrente: assumendo personale, finanziando l’inutile formazione professionale che ha funzione clientelare, corrispondendo decine di milioni di contributi a destra e a manca, mantenendo gli stipendi dei propri dipendenti e pensionati a un livello nettamente superiore degli statali, e via enumerando. Per cui, non sono rimasti nemmeno gli occhi per piangere, ovvero le risorse per co-finanziare le opere.
Un risultato eclatante: pagare stipendi, indennità e aumento della dannosa spesa corrente è stata la politica di questo Governo, contraria all’interesse dei siciliani che era quello di aprire i cantieri. Un comportamento deleterio che stiamo scontando duramente e che sconteranno le future generazioni.
 
Se Atene piange, Sparta non ride. Il Divino Giulio numero due (il primo era Andreotti) è messo in croce da Berlusconi e Bossi che gli chiedono di abbassare le aliquote. Giornalisti incompetenti trascrivono questo principio, mentre dovrebbero spiegare all’opinione pubblica che i due non chiedono al ministro delle Finanze di abbassare la pressione fiscale, impossibile per l’obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014, bensì di trasferire il peso fiscale dalle imposte dirette (persone) a quelle indirette (cose).
In effetti, vi sono tanti prodotti su cui l’Iva grava per il 4% e il 10%, mentre in Europa per gli stessi l’Iva è al 6% e all’11%. In alcuni Paesi d’Europa è prevista l’aliquota del 21%, per cui aumentare la nostra di un punto non sarebbe una distorsione. Il trasferimento delle imposte dirette all’Iva potrebbe aumentare la no tax area, cioè la fascia non tassata, e diminuire le aliquote sulle fasce più basse di reddito a invarianza della pressione fiscale.
Per quanto riguarda le imprese, il guaio non sono le aliquote Ires e Irap, sopportabili, ma le numerose e vessatorie cosiddette riprese fiscali, che fanno pagare le imposte anche alle imprese in perdita.

La parte più dolente della manovra, che Tremonti si appresta a varare entro questo mese mediante il solito Decreto - che verrà trasformato in Legge in agosto, quando l’attenzione si addormenterà - riguarda i tagli alle spese, per circa 5/7 miliardi che influenzano quest’anno e circa 35/40 miliardi che influenzeranno il 2012.
Tremonti non ha alcuna scelta perché ha l’obbligo di stare entro il Patto di stabilità. Se non lo facesse non arriverebbe al pareggio di bilancio entro il 2014, col che scatterebbe una pesantissima sanzione finanziaria nell’ordine di un punto del Pil.
Il seguace di Quintino Sella non deve, però, tagliare le spese destinate agli investimenti, bensì i numerosissimi sprechi relativi al ceto politico, alla Pubblica amministrazione e alle nutritissime agevolazioni di cui si rimpinzano privilegiati e corporazioni, la cui voracità non ha alcun limite.
Giu
14
2011
Com’era prevedibile i quattro referendum sono passati positivamente, secondo i promotori. Si è ripetuta l’ondata emotiva del 1987 quando quel referendum abolì la possibilità di utilizzare l’energia nucleare, col risultato che l’Italia in questi 24 anni ha subito un maggior costo di energia per ben 192 miliardi (8 miliardi per anno). Nello stesso periodo nessun governo democristianocentrico o di Centro-destra o di Centro-sinistra ha messo sul campo un piano energetico per ridurre di un terzo il relativo costo in capo ad imprese e cittadini. Il secondo danno che ha procurato il referendum riguarda la questione dei servizi pubblici locali, perchè vogliamo ricordare che le leggi abrogate non riguardavano solo il servizio idrico, ma anche altri.
In breve, cosa ha deciso il popolo sovrano, bue ed ignorante, opportunamente disinformato da gente che vuole continuare a mangiare nella greppia pubblica; ha deciso che i servizi pubblici locali debbano essere gestiti da società-figlie degli enti locali alle quali gli stessi affidano in concessione diretta i medesimi.

Ho contribuito alla vittoria dei Sì andando a votare quattro No, perchè ritengo un dovere democratico partecipare ad ogni competizione elettorale, anche se i padri costituenti, all’articolo 75, hanno inserito l’opzione dell’astensione oltre a quella di votare Sì o No. Perciò, opino
Dare in concessione diretta i servizi pubblici locali significa evitare gli esami del mercato che si fanno attraverso le gare pubbliche; significa che tali servizi così gestiti possono costare qualunque prezzo per i cittadini e possono essere inefficienti in tutto o in parte, perchè nessuno ha il controllo del conto economico, in quanto non vi è l’obbligo di stendere a monte il piano aziendale.
Nel panorama italiano, oltre ai circa 3,3 milioni di dipendenti pubblici ve ne sono forse altrettanti parapubblici, cioè dipendenti delle società costituite ad hoc da Stato, Regioni ed Enti locali. Tali società hanno lo scopo di dare sfogo al più becero clientelismo perché possono entrare i raccomandati, i clienti e tanti altri che gravitano come parassiti nelle segreterie degli uomini politici. La giurisprudenza (vedi in particolare la sentenza n. 72/09 Corte dei Conti Puglia, sezione di controllo) ha affermato la pariteticità fra enti pubblici e società pubbliche-figlie, per cui l’assunzione deve passare attraverso i concorsi.
 
I responsabili istituzionali a tutti i livelli hanno fatto orecchie da mercante e continuano ad assumere nelle Spa pubbliche, senza concorsi. E continuano a sforare i bilanci, tanto poi l’ente-mamma ripiana le perdite.
Ritornando al referendum, i promotori hanno dimenticato che esistono due norme: una europea e una nazionale. La prima (art. 106 Trattato Ue) stabilisce in modo inderogabile che le imprese che gestiscono servizi di interesse economico generale devono rispettare le regole di concorrenza. Quella nazionale (L. 133 del 2008) conferma la norma europea e consente la deroga in pochissimi ed eccezionali casi.
Dal che consegue che permane il divieto per gli enti pubblici di affidare in concessione diretta, senza gara, i servizi di loro competenza, mentre,  sempre secondo le norme europee e il codice degli appalti, possono partecipare alle gare le società di diritto privato, indipendentemente dal fatto che il loro capitale sia in mano pubblica o privata.

Dunque, lo Stato ha organizzato un referendum inutile, per quanto concerne i due quesiti relativi al servizio idrico, perché la situazione non cambia. Anzi, si presenta l’occasione per questo Governo di regolare meglio tutta la materia con una legge quadro che recepisca in toto la normativa europea e che costringa, di conseguenza, a mettere in gara i servizi pubblici locali ed anche quelli statali.
Il nostro Paese, fatto di corporazioni di privilegiati e di parassiti, non ne può più di vedere un continuo arretramento competitivo del sistema Italia perché la voracità del ceto politico e di quello amministrativo pubblico è aumentata a dismisura, divora risorse, mentre i cittadini stanno male.
Tremonti dice che non ha denaro per fare la riforma fiscale. Mente, la riforma fiscale si può fare a saldi invariati. E mente perchè sa benissimo che può recuperare le risorse tagliando le rendite di posizione sotto forma di agevolazioni indebite ed inutili.
Sia serio ed operi bene, anzicché pontificare.
Giu
11
2011
L’articolo 75 della Costituzione,  che ha istituito il Referendum abrogativo, racchiude al suo interno un grosso problema: quello del quorum costitutivo. Vale a dire che se non si raggiunge il quorum della metà più uno degli aventi diritto al voto, il Referendum non vale, gettando al vento 350 milioni, il costo della tornata elettorale.
Caso diverso, invece, quello del Referendum confermativo, previsto dall’art. 138 della Costituzione, che è valido qualunque sia il numero dei partecipanti.
In nessun Paese del mondo i Referendum sono soggetti al passaggio del quorum costitutivo, che di fatto inserisce una terza variabile, oltre al Si o al No: quella dell’astensione. Nella Legge 352/1970, che disciplina il ricorso alle consultazioni referendarie previste dalla Costituzione, è poi inserita una furbata dannosissima per l’erario: non aver previsto l’obbligo di accorpare sempre il Referendum a una tornata elettorale, politica, amministrativa, europea. Ciò per lasciare in mano al Governo del momento la facoltà di far svolgere la tornata anche disgiunta dalle elezioni dell’anno.

Andare a votare è un dovere oltre che un diritto, indipendentemente dalla posizione del cittadino rispetto ai quesiti posti. Questo foglio ha espresso con chiarezza la netta contrarietà ai quattro quesiti referendari ma, nonostante ciò, noi andremo a votare ed esortiamo i cittadini degni di questo nome a esercitare in pieno il loro dovere-diritto. Spieghiamo perché voteremo No sui quattro quesiti, sgombrando il campo da una serie di menzogne.
La prima riguarda il legittimo impedimento: la norma è stata amputata dalla Corte Costituzionale con sentenza n° 23 del 2011, nel senso che ha rimesso alla facoltà del giudice ammettere o non ammettere l’assenza del primo ministro o dei ministri per legittimo impedimento. Dunque, andremo a votare non per cassare il diritto a non presentarsi in aula dei soggetti indicati, ma per la facoltà del giudice di ammettere o meno la richiesta.
La questione del nucleare è permeata da uno stato di emotività che non la fa vedere lucidamente. La prima osservazione riguarda il maggior costo dell’energia che l’Italia sostiene da 24 anni (1987/2011) di ben otto miliardi l’anno. Il che significa che il Paese ha sostenuto un super costo di 192 miliardi.
 
In questi 24 anni i Governi democristiano-socialisti, di centrodestra e di centrosinistra non hanno affrontato l’alternativa al nucleare. Ancora oggi il costo di otto miliardi l’anno in più continua a rimanere.
Vero è che la Germania ha deciso di chiudere le centrali nel 2022, ma da qui a dieci anni, se non riuscirà a sostituire la produzione nucleare di giga watt sarà difficile che possa mantener fede al proprio impegno. Anche la vicina Svizzera ha deciso di chiudere le centrali nucleari, ma già con un lasso di tempo più lungo, cioè nel 2034, sperando di poter sostituire l’energia nucleare prodotta con quella delle fonti rinnovabili. Anch’essa avrà tempo per ripensarci. In ogni caso, l’Italia stava considerando l’ipotesi di costruire centrali di terza e quarta generazione, quasi del tutto sicure.
La fandonia più grossa di questi Referendum è privatizzare l’acqua. In Italia, infatti, la maggioranza delle società che gestisce il servizio idrico è in mano agli Enti locali.

Se chiedessimo ai cittadini la loro soddisfazione o meno con riferimento al servizio e alle tariffe idriche riceveremmo un’unanime negazione. I quesiti referendari vogliono perpetrare questo stato di inefficienza e inorganizzazione con il Si oppure cambiare la situazione, mantendendo in vita l’attuale legge, per cui il servizio si liberalizza. La questione di fondo non è società di gestione pubblica o privata, bensì società di gestione efficiente o inefficiente. Questo elemento si misura attraverso la concorrenza. Le società partecipanti a una gara vengono selezionate, in modo da premiare quella che ha i migliori requisiti professionali e il miglior rapporto fra costo e qualità del servizio.
Nelle società pubbliche di gestione idrica, Cda e dirigenti sono spesso trombati politici, con la conseguenza di una pessima gestione. Tanto, quando le società perdono, c’è sempre l’Ente locale che ripiana con i soldi dei contribuenti. Lo stesso non potrebbe accadere con i privati perché, in caso di fallimento, si portano i libri in tribunale.
Bisogna votare con coscienza conoscendo la verità e i fatti, non guidati da stupide e fantasiose ideologie.
Giu
10
2011
Tutti sanno cos’è l’Ucas. Significa ufficio complicazione affari semplici. C’è gente che ha uno schema nella propria mente e continua a scegliere strade tortuose per raggiungere non si sa quali mete. Altra gente cerca di raggiungere un obiettivo ma non ha le idee chiare e continua a pasticciare in modo inconcludente. Altra ancora conosce le regole, ma volutamente le applica in modo distorto per non raggiungere l’obiettivo. Si tratta di persone in malafede.
Quanto precede è la sintesi dei comportamenti della maggior parte delle persone che hanno difficoltà a vedere con chiarezza cosa fare e come farlo e, anche quando lo vedono, hanno difficoltà a muoversi in forma adeguata per pervenire all’arrivo di un percorso, in un tempo ragionevole.
Questo andare senza osservare le regole, che ci sono, è proprio di chi non le ha studiate o per indolenza o per ignavia. Ognuno di noi ha il dovere, sin dal primo giorno dell’asilo, di osservare le regole dell’ambiente ove vive, ove apprende (scuola e università), ove lavora, nella società e in ogni altro ambito nel quale vive.

Come ogni azione che ha carattere strutturale, l’apprendimento delle regole comporta fatica perchè quando le introitiamo dobbiamo modificare l’assetto del nostro cervello. Le regole sono un’educazione. Educarsi non è agevole. Ecco perchè bisogna essere  preparati alla fatica e non spaventarsi se essa è tanta. Solo faticando, sudando, stancandosi, si paga il prezzo adeguato per apprendere. La conoscenza è l’oggetto, le regole sono il modo.
Spesso le persone sanno cosa vogliono fare, ma non sanno come farla. Evidentemente non hanno studiato, non hanno letto, non hanno appreso dai maestri, che non sono necessariamente nella scuola o nell’università. L’apprendere non è gratuito, bisogna impegnarsi. Più si vuol conoscere e più bisogna dar fondo all’olio di gomiti, essere disposti a passare notti insonni, a sudare.
Se tutti avessero ben chiara la necessità di impegnarsi a fondo nell’imparare quello che ci circonda, cercando di capirne il senso e i meccanismi, si impadronirebbero della conoscenza che rende più semplice la vita.
 
Questo è il vero premio di chi si organizza: semplificarsi la vita. Una volta apprese le regole, il percorso non si è concluso, perchè esse vanno applicate in ogni circostanza e per ogni bisogno.
Quando affrontiamo un problema dovremmo assumere una posizione mentale composta di due parti: la prima, che ci faccia riconoscere la difficoltà come un accadimento ordinario; la seconda, che faccia scattare dentro di noi il meccanismo per trovare la soluzione e superare la medesima difficoltà. In altre parole, occorre essere sempre positivi qualunque cosa accada perchè secondo un detto se c’è un problema c’è la soluzione.  Oppure tu sei il problema.
La morte non è un problema perchè non ha soluzione. Bisogna accettarla come altra faccia della vita che fa trasformare la materialità del corpo, mantiene integra l’energia dello spirito, anche se questo non riesce ad entrare in contatto con la vita dei terreni. Anzi, no. Siamo convinti che lo spirito resti in contatto con i vivi.

Ognuno di noi,  nel breve periodo tra la vita e la morte, dovrebbe capire che ci viene data un’unica opportunità. In effetti, noi siamo energia in contatto con altra energia. Se comprendiamo quanto precede molte questioni che ci sembrano rilevanti diventano insignificanti. Altre che ci appaiono come insormontabili, alla luce di un proseguimento dello spirito fuori dalla terra, diventano cosette.
È proprio il ridimensionamento delle questioni che ci vengono incontro giorno per giorno, dà aiuto alla nostra capacità di organizzarci. Dovremmo essere più forti mentalmente per capire meglio quello che avviene intorno a noi e come noi possiamo vivere in mezzo agli altri nel modo più semplice possibile.
Organizzarsi meglio semplifica la vita. Muoversi secondo un indirizzo che  ne migliori la qualità tagliando orpelli e complicazioni inutili che hanno la funzione di crearci difficoltà delle quali desideriamo farne a meno. Questo è vivere intensamente, quanto più a lungo possibile, purchè bene.
Giu
09
2011
Ricordate il divino Giulio numero uno (il secondo è Tremonti)? Andreotti affermava che ogni uomo debba poter comprare il pane in due forni, in modo da scegliere il migliore. Egli sosteneva che bisogna mettersi al centro del crocicchio e restarci, in modo da scegliere ciò che più conviene.
In coerenza con questa posizione mentale, ovviamente opportunistica, soleva ripetere a chi gli ricordava come fosse inopportuno tirare a campare: Meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Questo comportamento deprecabile costituì la parte peggiore della Democrazia cristiana, definita democristianismo. Ve ne era una migliore, ove allocavano i veri statisti, quelli che facevano l’interesse del Paese e degli italiani e non quello proprio e dei propri amici e familiari. Ulteriore degenerazione del pensiero andreottiano fu realizzata da Bettino Craxi, pluricondannato e morto latitante, che della corruzione fece l’asse portante della sua politica.

Il presidente del Governo siciliano, impropriamente chiamato governatore, ha rilasciato una dichiarazione che ci ricorda l’andreottismo: ritornare col Centrodestra? Perchè no? Ma egli era già alleato del Cavaliere, anzi, fu eletto proprio con l’apporto decisivo del Pdl, nonchè dell’Udc. Poi i rapporti si guastarono e Lombardo ha cominciato a comprare il pane nell’altro forno, quello del Pd. Ora mezzo Pd regionale e nazionale vuole staccarsi da questa alleanza ed ecco che Lombardo fa intravedere all’altro fornaio la possibilità di comprare il suo pane.
Questo traccheggio potrebbe sembrare intelligente se non avesse un gravissimo difetto: è fatto sulla pelle dei siciliani. Infatti il Governo regionale si preoccupa di favorire i probabili galoppini che portino voti alla santa alleanza e quindi li assume, li favorisce, paga indennità, emolumenti. La cosa più grave è che non ha proceduto ai necessari tagli di spese improduttive, di sprechi, di sperperi che sono inseriti, invece, nel bilancio 2011.
Lombardo si era impegnato, nel programma elettorale, a procedere alla trasformazione delle Province regionali - istituite dalla l.r. n. 9/1986, incostituzionale perché vìola l’articolo 15 dello Statuto - in Consorzi di Comuni. Sono proprio i consorzi di Comuni che dovrebbero costituire l’ente provinciale con lo scopo di organizzare meglio i servizi degli stessi Comuni.
 
Il taglio delle Province, così come ora organizzate, comporterebbe un risparmio secco di 500 milioni perchè i Consorzi statutari potrebbero tranquillamente utilizzare il personale sovrabbondante che c’è nei Comuni.
Il governo Lombardo non ha tagliato ulteriormente la spesa sanitaria di circa 700 milioni con una drastica riduzione della spesa farmaceutica di 400 mln e con un riordino di Asp e Ao per un risparmio di almeno 300 milioni.
Vi è poi la dissennata spesa per le pensioni dei regionali. La l.r. n. 104 del 2000 ha stabilito che possono andare in pensione gli uomini con 25 anni di servizio e le donne con 20. Lombardo si era impegnato ad allineare il sistema pensionistico siciliano a quello nazionale, ma non lo ha ancora fatto.
Il suo assessore Chinnici improvvidamente, con la sua prima circolare del 2011, ha deciso che la L. 122/2010 “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica” non si applicasse in Sicilia. La circolare assessoriale ha impedito il taglio di indennità per consiglieri comunali, provinciali e circoscrizionali comportando il mantenimento di privilegi che costerà alla Regione 17,6 milioni.

Vi è poi l’altro privilegio dei dipendenti regionali, Lombardo si era impegnato ad allineare il loro contratto con quello dei dipendenti statali, eliminando l’inutile Aran Sicilia. Il che avrebbe comportato risparmi per altre decine di milioni. Vi è poi il grosso bubbone relativo all’Assemblea regionale che è di competenza dei deputati. Consiste nel maggior costo di cento milioni rispetto a quello del Consiglio regionale della Lombardia. Un altro privilegio da tagliare senza riguardi.
L’elenco dei risparmi è lungo e l’abbiamo più volte elencato nelle nostre inchieste. L’insensibilità e la sordità del ceto politico regionale, volto a soddisfare la famelicità delle corporazioni e ad ignorare del tutto i bisogni dei siciliani, non fa desistere la nostra azione, che continuerà con puntualità perchè siamo certi che anche i peggiori sordi alla fine avranno la grazia dell’udito. Ad ogni siciliano è indispensabile dare almeno un’opportunità.
Giu
08
2011
Ritorniamo a scrivervi su Singapore, lo Stato insulare costituito da 63 isole, con una superficie di poco più di 600 kmq e una popolazione di cinque milioni di abitanti. In circa 46 anni, la Repubblica di Singapore, costituita nel 1965, è diventata un campione per ricchezza individuale e produzione di Pil. Lee Kuan Yew, 87 enne, ha trasformato uno Stato quasi tribale in uno modernissimo. Nel 2010 il Pil dell’isola orientale è stato l’equivalente di poco meno di 160 mld di euro. La pubblica amministrazione è il motore del vertiginoso sviluppo, che ha al centro i servizi avanzati e la finanza, mentre l’agricoltura incide poco sul Pil.
La forza di quel Paese è la grande attrazione di investimenti stranieri che hanno insediato industrie chimiche, di raffinazione e farmaceutiche. Si sono poi sviluppati intensi traffici commerciali, in quanto nell’isola vi è la zona franca che consente l’ingresso di semilavorati, per essere completati e uscire dal Paese senza aggravio di imposte.

Il popolo siciliano è multietnico, come quello di Singapore (composto da cinesi, malesi e indiani), ha vissuto un dopoguerra lungo 65 anni. è anch’esso composto da cinque milioni di abitanti, ma ha il grave difetto di produrre la miseria di 87 mld di Pil, circa la metà di quello che produce Singapore.
La Sicilia ha una superficie di 25 mila kmq, di cui quattromila incolti, ma imprenditori agricoli incapaci e una Regione priva di qualunque iniziativa in materia non consentono di sfruttare questi grandi territori in maniera adeguata, soprattutto per la coltura di frumento e mais, fortemente richiesti dal mercato mondiale e di bioprodotti per il carburante vegetale che costituisce l’energia alternativa del futuro.
In Sicilia, la disoccupazione è doppia di quella nazionale (16 per cento), a Singapore è inferiore al tre per cento. Da noi la macchina regionale e quelle comunali fanno di tutto per scoraggiare investitori e turisti, perché manca un piano di accoglienza che tenga conto della logistica e dei trasporti, dell’ospitalità, della disponibilità dei beni archeologici e ambientali, dei musei, e di tutte le altre risorse disponibili di cui i turisti di tutto il mondo vorrebbero godere.
 
Singapore, nella sua minuscola superficie, ha accolto, nel 2010, ben 16 milioni di turisti. La Sicilia, con una superficie quaranta volte superiore, poco più della metà. In quell’isola è stato insediato il Resort World Sentosa, un parco a tema fra i più grandi del mondo. In Sicilia chiediamo di pubblicare un bando internazionale per l’insediamento di un parco a tema denominato “Sicilialand” da insediarsi nella Valle del Dittaino, cioè al centro dell’Isola e vicino all’Outlet, ma nessuno ci ha messo ancora mano. Un Parco di tal genere avrebbe non solo il bacino d’utenza dei cinque milioni di siciliani, ma attirerebbe turisti dalle tutte le altre regioni meridionali, nonché dal Nord Europa, con un potenziale afflusso di 20 milioni di persone.
Un delitto da parte della Regione non avere messo mano a questo progetto, avendo osteggiato quello di piccole dimensioni che era previsto per l’insediamento sulle rive del lago artificiale di Pozzillo.

Sarebbe opportuno che Raffaele Lombardo visitasse Singapore e mandasse a quella scuola i più alti vertici della Regione, nonché i suoi assessori, perché tutto ciò che serve alla Sicilia nel mondo esiste, non bisogna inventare nulla, basta copiare i processi di sviluppo virtuosi che altri hanno realizzato non solo colà, ma anche in Europa, come Baviera in Germania, Catalogna in Spagna e Lorena in Francia.
è un vero peccato che qui si cincischi di cosette, quando esiste la possibilità e la potenzialità di creare un alto tasso di sviluppo perché, ricordiamoci, la Sicilia ha il più grande tesoro di monumenti e reperti archeologici di tutto il Mediterraneo, cosa che Singapore non ha.
Abbiamo tutto quello che serve. Cosa ci manca? La testa pensante di un ceto dirigente che guardi lontano, che sia capace di fare strategie di ampio respiro, che metta insieme un progetto di alto profilo, che nelle sue sezioni sarebbe ampiamente finanziato da gruppi imprenditoriali di tutto il mondo. In altre parole, occorre sfruttare il brand Sicilia, amato in tutto il mondo, al centro dell’attenzione dell’economia internazionale. Invece, si sa fare solo clientelismo.
Giu
07
2011
Gianni Lettieri, candidato del centrodestra, è stato sonoramente battuto da Luigi De Magistris, ufficialmente candidato apartitico, ma espressione dell’indignazione di Napoli, sospinta dai voti di Bassolino e Iervolino.
Forza del Sud, il partito fondato da Gianfranco Micciché, attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega per il Cipe, si è presentato con propria lista per il Consiglio comunale di Napoli e ha conseguito un buon successo, pari al 5,22 per cento dei consensi. Altrettanto buon successo ha conseguito l’altra compagine, Noi Sud, costituita da Tarzan (Vincenzo Scotti), nata come scissione dall’Mpa. FdS ha trovato uno sponsor convinto nel presidente della Regione, Stefano Caldoro, e forse anche per questo ha raggiunto il buon risultato.
Noi siamo i primi ad informare i lettori di questa notizia, senza di che nessuno saprebbe nulla al riguardo.

I due partiti autonomisti, appunto FdS ed Mpa, non hanno ancora capito che per chiedere consensi e radicarsi hanno bisogno di un quotidiano come ha fatto la Lega Nord col suo organo La Padania. Senza un foglio che ogni giorno raggiunga i propri quadri, amministratori e cittadini, che poi si trasformano in elettori, non passano le iniziative, le notizie relative agli appuntamenti e alle presenze. Non passa il progetto politico, perché esso è un tronco senza gambe che quindi rimane immobile e sconosciuto. 
Com’è possibile che Micciché e Lombardo non capiscano questa verità essenziale? Sembra una questione cui è difficile credere. Delle due, l’una: o non si pongono il problema, oppure non sono capaci di darvi una soluzione.
Mentre Lombardo non ha nessuno dietro le spalle, Micciché ha ricevuto il consenso di Berlusconi di procedere allo sviluppo del partito, perché è interesse del Pdl crearsi un bacino di raccolta di voti nel Sud che riunisca i partiti che agiscono nel centrodestra, mettendo insieme anche Giuseppe Scopelliti, presidente della Regione Calabria, Adriana Poli Bortone, fondatrice del Movimento Io Sud e forse Renata Polverini, che vuole uscire dal Pdl. L’assenso di Berlusconi è fondamentale per la prossima attività.
 
Assenso significa finanziamento, il che significa che FdS potrà contare, verosimilmente, su risorse finanziarie. Micciché sa, come ex dirigente di Publitalia, quali sono i modi e quali gli strumenti per fare comunicazione. Prima o dopo dovrà mettere mani al progetto del quotidiano regionale o multiregionale con l’impiego di cospicue risorse indispensabili per realizzarlo. Ma di esso non potrà fare a meno se vorrà legare in una rete i nuovi possibili elettori, i cui nodi sono costituiti dai propri quadri e dai propri amministratori.
Tutto questo ha bisogno di tempo, perché l’organizzazione non sia raffazzonata e realizzi invece un processo efficiente per raggiungere gli obiettivi. Quello ambizioso che lo stesso Micciché si è posto è di ottenere alle prossime elezioni regionali il 20 per cento dei consensi siciliani. Certo, con l’attuale silenzio mediatico è difficile pensare che un tam-tam fatto negli ultimi mesi possa farlo conseguire. Chi si occupa di comunicazione lo sa bene.

Naturalmente, le gambe fanno muovere il corpo, il quale ha le sue funzioni fisiologiche, ma deve avere una testa funzionante. Una testa complessa ma armonica, fatta di tante parti unite da un progetto che spinga nella stessa direzione. In altri termini, una squadra che lavori in simbiosi con le energie esterne, che sia sinergica, forte e indirizzata da uno staff dirigenziale capace e intelligente.
Testa, progetto, comunicazione sono le tre componenti fondamentali per tentare un successo che non è ottenibile coi vecchi metodi clientelari, che non può essere basato sullo scambio fra favori e bisogni, ma che si deve poggiare sul pilastro del servizio.
Non è facile accettare questa analisi. Più difficile è metterla in atto. Ma innovazione e modernità obbligano a cambiare sistema. Se non sarà compresa questa esigenza, i partiti autonomisti siciliani saranno destinati al fallimento come i loro predecessori.
Con il vivo disappunto da parte nostra, che siamo autonomisti per antonomasia.
Giu
04
2011
Qualche cortese lettore ci chiede se i continui suggerimenti che diamo ai rappresentanti delle istituzioni, regionale e locali, approdino a un qualche risultato. Registriamo che alcuni assessori e dirigenti regionali ascoltano e assentono, soprattutto in occasione dei Forum palermitani. Ma non è questo il nostro compito, se non testimoniare continuamente e pungolare chi ha responsabilità istituzionali, affinché faccia l’interesse di tutti i siciliani e non di alcune categorie privilegiate operanti nella politica e nel settore pubblico.
Il Bilancio regionale 2011, approvato il 30 aprile e pubblicato sulla Gurs del 13 maggio, prevede l’assunzione di un mutuo per pareggiare i conti di 954,8 milioni, ma il Patto di Stabilità Ue del 25/03/2011 vieta allo Stato di sforare il disavanzo annuale del 3% (in rapporto al Pil) che si riverbera, a livello locale, sul divieto di assunzione di nuovi debiti da parte degli Enti locali, richiesti al sistema bancario.
Non si capisce, quindi, come farà la Regione, visto che il Governo ha giustamente negato il trasferimento dei Fondi per le aree sottoutilizzate alla spesa corrente, come le indennità dei forestali, il Credito d’imposta e altre voci non compatibili con gli stessi Fas.

Lombardo, anche senza i problemi giudiziari, se vuol guidare la sua maggioranza di centrosinistra verso le elezioni del 2013 con qualche possibilità positiva, non ha scelta: deve ribaltare la sua politica economica e passare da un metodo assistenzialistico e clientelare a uno di sviluppo.
In altre parole, deve tagliare la spesa del ceto politico, quella dei pubblici dipendenti, i trasferimenti ai Comuni viziosi per premiare quelli virtuosi e ogni altro spreco, come la famosa Tabella A. Deve eliminare 400 milioni in più di farmaci e 300 milioni dall’inefficienza del sistema sanitario e via elencando.
Con tutte le risorse così ritrovate, potrà cofinanziare i progetti a valere sulle risorse dell’Unione, per sfruttarle totalmente. Ricordiamo che tali risorse per investimenti 2007/2013, fra Ue, Stato e Regione siciliana, ammontano a circa 18 miliardi. Con questa iniezione di liquidità si creerebbero 100 mila posti di lavoro e tutta la Regione balzerebbe in avanti.
 
Quanto scriviamo ha un presupposto fondamentale: la piena efficienza della macchina regionale e la responsabilizzazione dei dirigenti generali, controllati dagli assessori. I dirigenti regionali devono già essere attrezzati in modo da ricevere ed evadere qualunque richiesta di autorizzazione, concessione e quant’altro esclusivamente per via digitale, in osservanza del Dlgs 325/10 chiamato Cad 2, entrato in vigore il 25/01/2011.
Chi dei direttori generali non eseguisse questo indirizzo politico alla lettera dovrebbe essere revocato e il suo contratto rescisso per incapacità professionale di onorarlo. è inutile girarci attorno, se la macchina regionale non va a pieno regime, anche liberare risorse dalla spesa corrente non servirà a niente perché esse resteranno congelate nelle Tesorerie.
Il presidente Lombardo, se uscirà indenne dalla vicenda giudiziaria e vorrà mantenere e sviluppare il suo Mpa, dovrà spiegare ai siciliani il nuovo corso del suo mandato e farlo in tutte le sedi mediatiche, televisioni e quotidiani, facendo pervenire con continuità messaggi a riguardo ai propri quadri, ai propri amministratori e a tutti i siciliani.

Cantiere Sicilia, ecco cosa deve diventare la nostra regione. Sono stato in questi giorni a Torino per un convegno nazionale e ho visto il Cantiere Torino. Non c’era strada o luogo pubblico che non fosse in stato di ristrutturazione. Tutte le piazze - a cominciare da Vittorio Veneto - hanno enormi parcheggi sotterranei, il traffico si svolge ordinato, con nugoli di vigili a controllare il territorio, non soltanto quello centrale. In una parola, buona amministrazione.
Lombardo ha anche il compito di stimolare e pressare i 389 sindaci viziosi (ce n’è uno solo virtuoso, quello di Aci Bonaccorsi, iscritto all’Associazione dei Comuni virtuosi) a tagliare la spesa corrente e a produrre parchi-progetto di tutte le opere necessarie, sollecitando iniziative per attrarre i turisti con l’organizzazione di eventi, come fanno i Comuni toscani, umbri, emiliani e via enumerando.
Ne sarà capace Lombardo? Lo vedremo.
Giu
02
2011
Il Consiglio di amministrazione della Rai ha approvato il bilancio 2010 in modo trionfalistico perché la perdita è stata solo di 98,2 milioni anzicchè i 200 milioni paventati in un primo momento. Le alchimie contabili fanno miracoli ma non possono nascondere la profonda delusione nell’assistere allo scempio del denaro pubblico.
La perdita deve essere ripianata o dal socio unico, che è il ministero dell’Economia, con i nostri soldi, ovvero rinviata agli esercizi successivi sperando che la Rai consegua qualche utile in modo da compensarla.
Il bilancio prevede all’incirca ricavi per 1,3 miliardi relativi al canone. Vi è una forte evasione di gente che non ha nessuna voglia di pagarlo perché non trae beneficio dai programmi, cosicchè l’Agenzia delle Entrate ha denunciato un’evasione più o meno di un terzo riducendo le entrate a circa 940 milioni.
Il carrozzone di Saxa Rubra ha circa 11 mila dipendenti, contro 4 mila di Mediaset, ma in compenso incassa metà della pubblicità del colosso di Segrate.

I giornalisti in carico nella sede centrale e nelle diverse sedi regionali sono circa 2 mila. Di essi, una parte lavora tanto ed un’altra lavora poco, un’iniquità conseguente a favoritismi ed appartenenze. Come in ogni azienda vi sono bravi giornalisti e cattivi giornalisti. Quello che conta è che il servizio complessivo non arrivi alla sufficienza.
In questo quadro, stona il fatto che molte produzioni, di programmi, fiction,  contenitori ed altro, sono dati in appalto ad aziende di produzione. Non si capisce, quindi, perché l’organico debba essere così elevato numericamente con costi che fanno appunto andare in perdita il ricco bilancio. Citiamo fra le spese eccessive quelle per il Cda che, oltre agli emolumenti dei componenti prevedono un coacervo di altre spese, quali auto di rappresentanza, uffici, segreterie, viaggi e trasferte e via elencando.
Vi è poi una massa di generali impressionante, fra direttori e vice direttori di qualche cosa. Tutti percepiscono stipendi da favola non ragguagliati al mercato nè per quantità nè per qualità. La guerra dell’audience costringe le tre reti a cercare il consenso popolare, abbassando il livello dei programmi e con ciò venendo meno alla missione che è quella di svolgere un servizio pubblico.
 
Il servizio pubblico significa informare i cittadini-telespettatori in maniera obiettiva e completa, due requisiti fondamentali nella comunicazione; ed informarli per trainarli verso un’ampia conoscenza che consenta agli stessi di saperne di più e di ragionare meglio, con la trattazione di questioni di interesse generale.
Il servizio pubblico, poi, ha il compito di inserire costantemente nei propri servizi la presenza dei valori e dell’etica, richiamando alla loro osservanza i comportamenti di tutti i cittadini. Senza la stella polare dei valori tutto si mercifica e diventa indigeribile.
Il servizio pubblico, ancora, ha il compito di spiegare le regole della convivenza inserite nella Costituzione. Ma per quanta ricerca facciamo non troviamo traccia di questa attività nelle tre reti televisive e in due radiofoniche. Qualcosa viene fatta da Rai Radio 3.
Le carenze indicate derivano dalla miscela fra attività commerciale e servizio pubblico. Si dovrebbe procedere a dividere i due filoni in modo da diradare la nebbia. Come?

La rete ammiraglia dovrebbe essere dedicata tutta al servizio pubblico e si dovrebbe reggere economicamente solo con il canone, la cui funzione è infatti quella di provvedere economicamente e finanziariamente alle spese che non possono essere coperte dagli introiti pubblicitari.
Le altre due reti (seconda e terza) potrebbero essere messe sul mercato, ovviamente a gruppi che non hanno collegamenti fra di loro e neanche collegamenti con altri gruppi imprenditoriali esistenti (Mediaset, Telecom ed altri). Occorrerebbero, quindi, gestori totalmente nuovi che potrebbero apportare entusiasmo e risorse, per vivificare un mondo televisivo che si appiattisce su gusti grossolani e perfino ebeti, come i programmi del Grande fratello e L’Isola dei famosi, che hanno l’unico requisito di fare ascolti elevati.
Si sa, le reti televisive indirizzano il consenso politico, quindi è difficile pensare ad un’iniziativa come quella indicata. Tuttavia se avessimo veri statisti che pensano al domani e non all’oggi, ai cittadini e non a se stessi, la svolta ci sarebbe e sarebbe positiva. Ma non li abbiamo e continuiamo a vedere iniquità.
Giu
01
2011
I commentatori politici sono tutti d’accordo: Berlusconi ha subìto una sberla, un cazzotto, una legnata, per la sua dissennata conduzione di questa campagna elettorale, nella quale, pur trattandosi di consultazione amministrativa, ha voluto scriteriatamente inserire argomenti nazionali, e, in primis, la riforma della giustizia.
Ma, a nostro avviso, il cambio dell’umore dell’elettorato, seppure inferiore a un terzo del totale, è fisiologico dopo 17 anni di berlusconismo, comunque presente anche quando ha governato il Centrosinistra. Si tratta della conseguenza di una inesistente organizzazione del Pdl, composto da correnti, interessi locali e corporazioni come accadeva ai tempi delle correnti democristiane che hanno affossato la balena bianca nel 1992.
Berlusconi è sceso in campo, avrebbe dovuto dire salito in campo,  per dare una svolta alla politica italiana, oppure, secondo i suoi detrattori, per difendersi dai processi intentati da diverse procure e incardinati in più stadi di giudizio. Che non sia stato mai condannato è un fatto, però si sottace che un gran numero di volte i processi si sono esauriti per prescrizione e non per  assoluzioni.

A ben vedere, il successo di Giuliano Pisapia, a Milano, è una reazione di disgusto dell’elettorato di Centrodestra nei confronto della Moratti e del suo sistema di potere che ha favorito l’oligarchia degli immobiliaristi, che hanno cominciato a inondare Milano di cemento.
Non sappiamo come si svilupperà l’azione per la costruzione di manufatti e opere pubbliche entro febbraio 2015, quando dovrà essere inaugurata, per 6 mesi, l’Expo internazionale. Infatti, per ora, la Moratti resta commissario straordinario per quell’evento e se non dovesse essere sostituita da questo governo, dovrà convivere col nuovo sindaco, vendoliano, espressione della Sel, Sinistra ecologia e libertà.
Bisognerà vedere come egli concilierà i principi dell’estrema sinistra che prevedono l’espansione della mano pubblica col Patto di stabilità europeo del 25 marzo, che prevede un taglio della spesa pubblica. Se Pisapia sceglierà come city manager Marco Vitale, economista di alto livello e spesso nostro collaboratore, darà una svolta decisiva alla città.
 
A Napoli, c’è stato il fenomeno Luigi De Magistris, un magistrato in aspettativa che è diventato a furor di popolo, col 65% di preferenze, sindaco della città partenopea.
De Magistris è assurto all’onore della cronaca, per le sue inchieste sui potenti. Anche in questo caso si tratterà di vedere se egli saprà essere un buon amministratore, redigendo un Piano aziendale del Comune, che consenta di rimettere ordine in quel bilancio e, soprattutto, di rendere funzionante il sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti. Napoli deve cedere il triste primato di città-spazzatura che Bassolino e Iervolino hanno conseguito con la loro inettitudine e incapacità di agire.
Questo è il vero spettro per De Magistris: l’uno e l’altra hanno fatto votare per lui e, non vi è dubbio che anche parte della criminalità organizzata abbia influito sul risultato, come avrebbe influito sull’altro candidato. Nascondere questo dato è fuori di luogo.
Tuttavia, se saprà essere integerrimo come magistrato e bravo come amministratore, entro fine anno a Napoli potrà aversi una scossa decisiva per tentare di riportare la città ai fulgori del periodo borbonico.

Berlusconi deve decidere se dare una svolta alla sua azione o intraprendere la strada del declino definitivo. Continuando come ha fatto, sarà quest’ultimo il suo destino. Invece, se varerà un progetto di sviluppo fondato sulle opere pubbliche e sugli investimenti, se costringerà le regioni del Sud a utilizzare tutte le risorse europee, se darà un taglio decisivo ai privilegi del ceto politico e amministrativo, se fracasserà monopoli e corporazioni, si potrà presentare onorevolmente, alla prossima scadenza di giugno 2013.
Tremonti sta preparando la manovra di agosto. Dovrà tagliare 40 miliardi ma, se continuasse nella sua azione dissennata di tagliare gli investimenti, accrescerebbe la depressione economica. è avvisato.
Un’ultima annotazione riguarda la Sicilia: è il successo di Nello Dipasquale, sindaco di Ragusa, premiato per essere stato fattivo e concreto come lo sarà, crediamo, nel secondo mandato.

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