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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Giu
30
2012
La Corte dei Conti ha ritenuto regolare il conto del bilancio della Regione siciliana per l’esercizio finanziario 2011. Ma dietro questo titolo, formalmente buonista, dalla Requisitoria del procuratore generale d’Appello della Corte dei Conti, Sezione Siciliana, Giovanni Coppola e dalla Relazione del presidente delle Sezioni riunite in sede di controllo, Rita Arrigoni, si è aperto il sipario sugli scempi compiuti da Governo e Assemblea regionale nel 2011. Scempi di cui vi citiamo un piccolo campionario, mentre nelle pagine interne troverete un quadro più completo.
I dipendenti erano 20.288, costati alla Regione 1 miliardo e 84 milioni di euro, con un aumento di 56 milioni rispetto all’anno precedente. I dirigenti regionali erano 1.917, 12 in più rispetto all’anno precedente.
Nello stesso anno 2011 i pensionati erano 16.098 con un costo di 639 mln. I pensionati regionali godono di un assegno calcolato col sistema retributivo e non in base ai contributi versati, che è scandaloso rispetto al metodo contributivo riservato ai dipendenti del settore privato. Scandalo nello scandalo, in base all’art. 39 della l.r. n. 10/00, per fortuna abrogato con l.r. n. 7/2012, ben 497 pensioni sono andate a privilegiati dipendenti regionali con appena 25 anni di servizio, per accudire un parente gravemente disabile.

Veniamo alla Sanità. Nonostante il piano varato dall’assessore Massimo Russo, la Corte ha rivelato che non è vero sia stato lacrime e sangue perchè la spesa totalizzata nel 2011 è stata di 9 miliardi 421 milioni di euro, con un incremento, rispetto all’anno precedente, di ben 519 milioni. Altro che tagli!
E per questo dissennato comportamento le imprese siciliane pagano l’Irap al massimo livello e i siciliani pagano un ticket. Il comparto sanitario paga ogni mese ben 47.800 cedolini. Se l’organico fosse ridotto a 40 mila, oltre ad avere un notevole risparmio, migliorerebbe l’efficienza dell’organizzazione sanitaria. Invece vogliono assumere (sic!).
Vi è poi lo scandalo delle partecipate, ben 54 che dovevano essere ridotte a 14. Ma tale riduzione è rimasta sulla carta, nel regno delle intenzioni e dei tanti impegni del governo regionale assunti ma non mantenuti. Possiamo dire che Presidente e ceto politico non sono uomini d’onore, perchè Pacta sunt servanda.
 
Sempre nel comparto sanitario vi è lo scandalo del 118, la Seus, che ha assorbito più di tremila dipendenti e che è costata, sempre nel 2011, 110 milioni di euro contro i 97 dell’anno precedente. Scandalo maggiore desta il costo per intervento delle ambulanze che è di circa 500 euro cadauno. 
La spesa corrente è continuata a crescere senza freni, alimentando clientelismi, favoritismi e, in qualche caso, corruzione sociale.
Complessivamente la spesa è approdata a ben 19 miliardi 558 milioni di euro, cioè ben 299 milioni in più dell’anno precedente. Le entrate di 15 miliardi e 586 milioni sono diminuite di 3 miliardi e 971 milioni. Tale decremento non è effettivo perchè risulta da una compensazione con quella voce contabile, tanto suggestiva quanto discutibile, che prende il nome di avanzo di amministrazione. Inoltre è stato assunto un mutuo con la Cassa depositi e prestiti di oltre 954 milioni di euro.

Abbiamo più volte tentato di farci dire dall’assessore all’Economia e dal dirigente generale la specifica di codesto fantomatico avanzo di amministrazione, ma, in questi quattro anni, sia l’uno che l’altro si sono ben guardati dal rispondere alle pressanti richieste dell’opinione pubblica. Perché? La risposta è deduttiva. Perché hanno avuto da nascondere tutte le magagne contabili che ci sono nel bilancio della Regione. Dal che si può affermare che esso è falso.
I dissennati comportamenti prima indicati portano il debito della Regione a ben 5,3 miliardi, che nei prossimi anni approderanno a sette miliardi, caricando alle generazioni future comportamenti politicamente disonesti, messi in atto per sopravvivere in un periodo difficile, ma senza alcuna capacità di iniziare un percorso di crescita e di sviluppo.
La bocciatura complessiva della Corte dei Conti sui conti della Regione è nitida. I responsabili politici e burocratici di questi nefasti comportamenti dovrebbero vergognarsi e sparire dalla circolazione. Invece, sono là, tronfi e impettiti a godere di un disastro di cui sono colpevoli senza appello.
Giu
29
2012
Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, è stata messa in croce perché ha detto, in inglese, una cosa che tutti dovrebbero condividere: il diritto al lavoro bisogna meritarselo.
Leggendo testualmente l’art. 1 della Costituzione (L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro) nessuno può dedurre che esso sia un diritto. Solo dei tromboni ignoranti e ignobili possono affermarlo, mentre i padri costituzionali hanno semplicemente enunciato il principio secondo cui il lavoro è il fondamento della Repubblica democratica.
Al di là della lettura della Costituzione, non comprendiamo come persone che abbiano una cultura media possano affermare una falsità, se non siano in malafede. Per lavorare, infatti, bisogna avere competenze e queste non si insegnano solo a scuola, neanche nel ramo tecnico-professionale, perché quasi nessun insegnante le possiede da trasferire, non avendole a sua volta apprese.

Per lavorare bisogna saper fare, voler fare, fare (do it). Per saper fare bisogna imparare. Per imparare occorre che vi siano dei bravi formatori e avere molta voglia di apprendere.  Poi, occorre voler fare, cioè applicare le competenze, con spirito di sacrificio, abnegazione e anche amore per il proprio lavoro. Con le due premesse si è in condizione di fare.
Questa logica è supportata dall’art. 33 della Costituzione quando, al quarto comma, prevede l’esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini di scuole e per l’abilitazione all’esercizio professionale. Inoltre, l’art. 97, terzo comma, prevede che agli impieghi nelle Pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso e il successivo art. 98 chiude il cerchio indicando che i pubblici impiegati sono a servizio esclusivo della nazione.
Un ceto politico squalificato ha violato costantemente le norme elencate, ignorando i due valori fondamentali di una Comunità, che sono la responsabilità e il merito. Sindacati in malafede hanno continuato a blaterare urlando che il lavoro è un diritto (ripetiamo, una falsità), anziché indurre i propri iscritti a essere sempre più bravi e competenti. I sindacati hanno difeso a spada tratta quei pensionati che non hanno meritato l’assegno perché non corrispondente ai contributi versati. Un’iniquità che sconteranno le future generazioni.
 
Finché sarò viva, non approverò gli eurobond, ha detto pacatamente Angela Merkel, e ha perfettamente ragione. Spieghiamo perché e cosa sarebbero.
Gli eurobond sarebbero delle cambiali emesse dalla Banca centrale europea, in ottemperanza a un’ipotetica delibera del Consiglio d’Europa - presa ovviamente all’unanimità -, che dovrebbero sostituire i titoli del debito sovrano di ogni Stato membro.
Che significa? Significa che Paesi con un debito superiore al parametro del 60%, previsto dal Trattato di Maastricht, trasferirebbero il loro debito all’Europa. E trasferirebbero anche le magagne che hanno combinato i loro governi quando hanno allargato i cordoni della spesa pubblica per ragioni clientelari, in una sorta di corruzione sociale.
La Grecia ha un debito pubblico del 160% del Pil, l’Italia del 123%, la Spagna del 72%: migliaia di miliardi che l’Europa dovrebbe prendersi sulla schiena. Questo la Merkel non lo vuole perché i conti del proprio Paese sono in ordine.

La Grecia non soltanto ha falsato i bilanci degli ultimi 20 anni, ma con una tracotanza incredibile ha assunto altri 70 mila dipendenti pubblici nell’anno della bufera, cioè quello passato.
L’Italia, dal 1994 a oggi, ha aumentato costantemente la spesa pubblica, il disavanzo annuale e con esso l’ammontare delle cambiali, cioè i Buoni del tesoro. Una politica dissennata che non può essere trasferita a Bruxelles.
La Merkel ha chiesto semplicemente a tutti gli Stati membri di mettere i conti in ordine con il Trattato di Maastricht, perché gli accordi presi nel 1992 devono essere osservati (pacta sunt servanda).
La discussione che Monti ha cominciato ieri non riguarda l’allentamento della Golden rule (il pareggio di bilancio), bensì la possibilità di inserire entrate e uscite in modo da mantenere invariato il saldo di bilancio di ogni Stato. Le entrate sarebbero la Tobin tax (commissione sulle transazioni finanziarie) e le uscite le spese per investimenti. Auguriamoci che ci riesca.
Giu
28
2012
È notizia di questi giorni che la Regione a secco di denaro, praticamente in dissesto, ha tagliato i contributi per i trasporti navali e su gomma: i trasporti su ferro in Sicilia praticamente non esistono. Ma i cedolini dei dipendenti, gli onorari per consulenze e parcelle, le indennità e i premi dei dirigenti e quelle per i deputati regionali (20 mila euro al mese), nonché le pensioni d’oro e quelle non meritate - perché liquidate col metodo retributivo - vengono pagate regolarmente e puntualmente.
Si tratta di un comportamento inqualificabile sul piano sociale, dell’equità e politicamente scorretto. La Regione continua a soddisfare 100 mila privilegiati negando il giusto a quattro milioni novecentomila siciliani, che hanno gli stessi diritti oltre che gli stessi doveri, in base all’art. 3 della Costituzione. è proprio questo comportamento che farà perdere questo ceto politico, intriso in questi atteggiamenti asociali e incapace di guardare la realtà.

Sono quattro i settori su cui dovrà puntare per la crescita la prossima legislatura: burocrazia, energia, cantieri e competitività.
La burocrazia dev’essere profondamente rivoltata, affidando a non più di cento dirigenti su 1.820, scegliendo i più bravi e competenti, questa riforma, pilotata da esperti e manager della McKinsey, della Arthur Andersen, della Kpmg o da altri, di modo che possano essere tagliate le procedure, semplificandole, e fissati obiettivi precisi agli stessi dirigenti, che le società di consulenza prima indicate controllino in un tassativo cronoprogramma.
I dirigenti che sgarrano vengono mandati a casa come prevede il loro contratto. Ricordiamo ancora che il dirigente non è un dipendente, nel senso che il suo contratto è basato sul rapporto fiduciario con il datore di lavoro, in questo caso la Regione, e per essa presidente e assessori.
Naturalmente, va redatto il Piano aziendale generale e quello per ogni branca aministrativa, in modo da determinare il corretto fabbisogno di figure professionali per la produzione dei servizi.
Energia verde. è il futuro dell’economia per due questioni: perché essa soppianterà nei prossimi 30 anni quella fossile. E perchè è un settore in grande sviluppo, per la sua innovazione.
 
Cantieri. L’apertura dei cantieri per opere su fondi comunitari a livello regionale e comunale è urgentissima. Giovedi 21 abbiamo pubblicato una maxi-inchiesta sulle somme impegnate e spese relative a fondi Ue, Fas e al cofinanziamento regionale. Ebbene, su 18 miliardi disponibili, dopo sei anni del Piano 2007/2013, sono stati impegnati appena 5,7 miliardi e, vergogna delle vergogne, spesi solo 2,1 miliardi (l’11,8%).
Però, nessuno dei dirigenti responsabili è stato cacciato, come invece si doveva fare, dato il fallimento della loro azione, mentre hanno continuato a percepire regolarmente sia gli stipendi che, paradossale, i premi per non aver raggiunto gli obiettivi.
Naturalmente, in quello che scriviamo non c’è niente di personale, ma solo una valutazione a disdoro dei dirigenti medesimi e degli assessori inerti, muti, sordi e ciechi di fronte ai comportamenti disastrosi di coloro che hanno responsabilità amministrative.

Competitività. Quanto prima scritto refluisce in un’unica parola: competitività. Una regione come la nostra, nella quale la burocrazia rema contro l’economia, i cantieri restano chiusi, i piani per l’energia verde si fermano nei cassetti (naturalmente non ci riferiamo al dannosissimo rigassificatore di Priolo, la cui istanza dovrebbe essere definitivamente respinta) non ha nessun elemento di competitività. Anche perché il sistema delle imprese che lavorano in Sicilia (locali, nazionali e internazionali) è ostruito continuamente nelle sue attività quando ha bisogno di autorizzazioni e concessioni pubbliche.
Tutti i servizi locali sono affidati dai Comuni a proprie società figlie, nelle quali sono stati inseriti migliaia di privilegiati nei consigli di amministrazione, nei collegi sindacali e negli organici. I trombati, gli affiliati ai padrini dei partiti, hanno trovato collocazione e continuano a succhiare il sangue dei siciliani che faticosamente pagano le imposte. Poi vi sono anche i siciliani disonesti che le evadono in tutto o in parte.
Si può affermare che la Regione deve spendere meno e spendere meglio.
Giu
27
2012
In Natura, quando sorge il sole, il leone insegue  l’antilope per procurarsi il cibo e l’antilope fugge per non diventare cibo. I pesci più grossi mangiano quelli piccoli, piante voraci si nutrono di altre piante, l’uomo mangia cadaveri di animali cotti e crudi.
Sono le regole della sopravvivenza della Natura stessa, secondo la quale  le persone umane consumano ossigeno ed emettono anidride carbonica, mentre le piante consumano anidride carbonica ed emettono ossigeno. Il tutto, in un gioco di equilibri perfetti che l’uomo tenta di scardinare con ogni mezzo per la sua dissennatezza e mancanza di buonsenso.
La Natura è regolatrice di tutti gli eventi. Ha regole imperscrutabili e incomprensibili per la nostra mente,  così piccola e così povera, nonostante gli sforzi che fa l’umanità per capire quali siano queste imperscrutabili regole. Lo fa perché cerca di migliorarsi, riuscendovi qualche volta.

Le regole della Natura sono misteriose, ma hanno una loro equità, anche se noi non le comprendiamo. Non comprendiamo, infatti, perché debbano vivere persone ultranovantenni e morire bambini e giovani di varia età. Però è così, dobbiamo prenderne atto e regolarci di conseguenza.
Che vuol dire regolarci di conseguenza? Vuol dire che dobbiamo mettere a disposizione degli eventi tutte le nostre forze mentali e fisiche, per districarci in mezzo ai problemi e alle difficoltà e, nei limiti delle nostre modeste possibilità, trovarvi soluzioni il più possibile efficienti.
Ecco che entrano in gioco la nostra forza di volontà e la nostra capacità di sacrificio, quello che si chiama olio di gomito. Spingerci sempre in avanti, gettando il cuore oltre la siepe, significa percorrere una strada in crescita, culturale, fisica e immateriale che ci èlevi verso quelle mete fondamentali per il genere umano che sono i valori. Sono proprio questi a distinguere gli uomini dalle bestie, i buoni dai cattivi.
Basta vivere da persone per bene facendo il proprio dovere in modo ordinario, che santifichiamo la nostra vita.
 
Così sosteneva San Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, affermazione che condivido in pieno, pur non facendo parte della stessa prelatura. Infatti, non sono gli atti straordinari, limitati nel tempo e nello spazio, che risolvono i problemi, se non quelli contingenti. Sono le regole ordinarie che tutti dovrebbero osservare e che, chi ha maggiore responsabilità, dovrebbe far osservare.
Sono proprio i comportamenti di chi non osserva le regole ad essere un danno per la società, danno che inevitabilmente sfocia nelle crisi. Ma proprio quando esse si verificano, vengono esaltate le qualità delle persone. Anche in questo caso, la Natura è spietata: i deboli cedono, cadono e vanno fuori dal sistema, mentre i bravi emergono, si fortificano e, non sembri paradossale, ottengono migliori risultati rispetto a situazioni normali.
La gente ha l’abitudine di lamentarsi, se la prende con la sfortuna, con il prossimo. Insomma, se la prende con tutti tranne che con sé medesima, mentre dovrebbe cominciare a fare un esame di coscienza per sapere se ha fatto tutto quello che poteva per superare la crisi.

Osservare i valori (onestà, lealtà, merito, responsabilità, rispetto per gli altri, equità, e via elencando) è un modo per tenersi nel binario di una vita giusta che va vissuta intensamente e compiutamente. Stare fuori da questo binario, significa deragliare e vagare senza punti di riferimento.
Ma la persona umana, senza punti di riferimento, è veramente una nullità, mentre perseguendo con chiarezza gli obiettivi concordanti con i valori, diventa qualcosa in più di nullità. Anche perché ognuno di noi dovrebbe tentare di lasciare, quando cambia vita, buoni ricordi, non solo nei propri parenti, ma anche in amici e conoscenti.
Quando qualcuno si ricorderà di noi dopo la nostra dipartita, ci farà rivivere anche solo per un attimo. e chissà che il nostro spirito, formato da energia, non percepisca questo ricordo e non vi partecipi anche se non possa farsi sentire.
Giu
26
2012
Nel nostro Paese, il governo Monti ha avuto un sussulto con l’approvazione del decreto Sviluppo. Non abbiamo ancora il testo che sarà pubblicato verosimilmente tra qualche giorno.
C’è molta carne al fuoco, ma abbiamo l’impressione che di iniezione di liquidità sul territorio ve ne sia poca. Mentre è proprio questo di cui ha bisogno l’economia asfittica e vessata da un imponente peso di imposte multiple, gravanti su imprese e cittadini.
Notiamo anche che il governo Monti non riesce ad attivare una revisione della spesa ragionevole (parla di appena 5 miliardi quando il taglio dovrebbe essere di 50) e vengono ancora salvaguardati i privilegiati, cioè i ceto politico e burocratico, ai quali la pesantissima crisi che stiamo subendo non fa neanche un baffo.
Politici e dipendenti pubblici continuano a percepire i loro emolumenti, come se nulla fosse, mentre a tutti costoro dovrebbero essere sforbiciati i compensi per almeno il 50 per cento, in modo da inserire in questo versante un minimo di equità.

Causa prima di questa opprimente pressione fiscale, che ufficialmente è del 45%, ma supera il 47, è il debito pubblico. Quel debito che si è accumulato dal 1980 ad oggi. Ricordiamo, per l’ennesima volta, che l’asse Craxi-De Mita e soci aprì i cordoni della borsa pubblica, dal 1980 in avanti, facendo lievitare, in appena 12 anni, fino al 1992, il debito pubblico da 200 mila a 2 milioni di miliardi. Proprio in quell’ultimo anno vi fu la pesantissima manovra del tandem Ciampi-Amato di 96 mila miliardi quando Topolino o il dottor Sottile prelevò dai nostri conti correnti bancari lo 0,6 per mille, di notte.
I padri di questo enorme macigno, che ha superato i 1.950 miliardi di euro, sono i due indicati prima. Ma il duo socialista e democristiano ha avuto tantissimi degni figli. Dal 1992 al 2011 la spesa pubblica è costantemente aumentata e con essa il disavanzo annuale, e con esso la necessità da parte dello Stato di firmare nuove cambiali, cioè buoni del Tesoro.
Il debito pubblico influenza pesantemente il bilancio annuale con i suoi interessi. Il Def 2012 prevede una spesa di 84 miliardi che, per effetto dell’alto spread, ammonterà a fine anno fra i 90 e i 95 miliardi.
 
I padri del debito pubblico, come prima scrivevamo, provengono da lontano, ma i figli sono arrivati ai nostri giorni. I fattori dell’attuale disastrosa situazione (alto debito, alti interessi, alta spesa pubblica, alta pressione fiscale, basso Pil, bassi posti di lavoro, bassa economia, bassa velocità della moneta) hanno cominciato a rovinare l’Italia nel 1980. Di chi è la responsabilità? Indistintamente di tutti i governi di centro-destra e di centro-sinistra di questi ultimi 18 anni. Nessuno di essi è riuscito a comprimere la spesa pubblica, tagliando quella improduttiva, anzi essa è aumentata costantemente.
Tutte le fandonie che ci hanno raccontato quando approvavano ogni anno Finanziaria e Bilancio dello Stato sono state svelate senza dubbi, anno dopo anno, dall’aumento del debito. In effetti, in quei bilanci si tagliavano parzialmente gli eventuali incrementi, non la spesa corrente.
Neanche questo è riuscito a partitocrati senza valori e senza etica. Sono ancora quasi tutti in circolazione e, invece, vanno cacciati.

Cacciati da chi? Dalla gente, dalla società (che è stupido distinguere tra civile e politica) mediante un dissenso sempre maggiore che dev’essere  espresso su quotidiani e televisioni; mediante l’astensione dalla partecipazione al voto che si orienta verso il 50 per cento; mediante la protesta indirizzata verso un bravo comico ma un inutile politico, perchè non ha la minima cognizione di come si governi una Comunità.
Tuttavia, questi tre filoni non servono a fare buon governo, ma solo a mettere nell’angolo i partitocrati che hanno trasformato i partiti (associazioni di cittadini) in strumenti per il loro potere e per soddisfare la loro famelicità.
Bisogna cacciarli e sostituirli con cittadini probi, onesti e capaci, non importa quale età abbiano. Importa che non abbiano mai partecipato ad attività partitocratiche e non abbiano mai avuto incarichi di sottogoverno, quasi sempre fonte di corruzione.
Noi cittadini dobbiamo avere la voglia e la forza di cacciare via i responsabili del debito pubblico: politicanti da strapazzo e senza mestiere che ammorbano l’aria della Capitale e delle nostre città.
Giu
22
2012
I privilegi dei dipendenti pubblici sono almeno due. Il primo, la loro illicenziabilità di fatto anche quando sono pelandroni e non fanno niente. Per contro la concessione di premi e indennità diverse (che dovrebbero essere dati solo ai meritevoli) estesi a tutti, con la conseguenza che i dipendenti bravi ricevono gli stessi compensi degli altri. Un’ingiustizia vergognosa che nessun governo in 64 anni ha affrontato.
Il secondo privilegio riguarda il mantenimento del loro status giuridico ed economico indipendentemente dalla congiuntura. In altre parole, qualunque cosa accada, essi non vanno in cassa integrazione perché non sono previsti esuberi rispetto all’effettivo fabbisogno di risorse umane. Questa situazione è la conseguenza dell’assenza in tutte le branche amministrative statali, regionali e comunali del Piano aziendale.
È vero, esistono le cosiddette piante organiche che dovrebbero essere state compilate in base alle esigenze dei servizi. Ma questo è falso perché non essendovi a monte il predetto Piano aziendale, che determini servizi e profili professionali ad essi subordinati, le piante organiche sono dei contenitori disordinati e indipendenti dall’effettiva necessità.

Quando il decreto Sviluppo, approvato dal Consiglio dei ministri di venerdì 15 giugno, prevede il taglio di personale dalla Presidenza del Consiglio e dal ministero dell’Economia, manda fumo negli occhi all’opinione pubblica. Perché quelle piante organiche, per effetto del blocco del turn over, hanno un certo numero di caselle vuote. Tagliare le caselle vuote della pianta organica, non è diminuire il personale. Per conseguenza questi tagli sono effimeri perché non comportano nessuna riduzione di spesa.
Altro comportamento sarebbe stato quello di tagliare l’effettivo organico di dipendenti e dirigenti mettendoli in quella sorta di cassa integrazione, cioè a disposizione, prevista dall’articolo 16 della L. 183/11, con l’80% dello stipendio.
Attorno a queste manovre del governo vi sono tanti giochi e tanti privilegi che resistono forsennatamente, contro cui lo stesso sembra impotente. La voce di una riduzione della spesa di 5 miliardi è semplicemente ridicola, perché bisognerebbe procedere ad un taglio minimo di 50 miliardi.
 
Questo è il vulnus dell’azione del governo: non riuscire a tagliare con speditezza le spese inutili e improduttive, quelle riguardanti i privilegi di questa o di quella categoria. Si sa che i sindacati dei pubblici dipendenti sono fortissimi, hanno propaggini nel Parlamento e soprattutto rappresentano tutta la classe di dirigenti e dipendenti pubblici che ostacolano un ammodernamento dell’organizzazione e l’attuazione di processi di trasparenza perché, se ciò accadesse, perderebbero una parte dei privilegi che a loro fanno comodo.
I dipendenti pubblici rispetto a quelli privati hanno un ulteriore privilegio: andare in pensione in base allo stipendio percepito e non ai contributi versati. Ancora oggi viene utilizzato, almeno in parte, il sistema retributivo e non quello contributivo. Che cosa comporta quanto scriviamo? Comporta che una parte delle pensioni che percepiscono i dipendenti pubblici sono pagate non dai loro contributi versati a suo tempo ma dalla fiscalità generale, cioè da noi contibuenti.

Opposto è il caso dei dipendenti privati perché la loro pensione è quasi esclusivamente liquidata col metodo contributivo, cioè percepiscono l’assegno in base ai contributi versati.
Ve ne sono altri di privilegi, più volte citati, ma qui ci fermiamo perché è indispensabile capire come non sia più possibile tollerare questa macroscopica disuguaglianza tra dipendenti pubblici e privati. Bisogna ripristinare una condizione di equità nella quale le stesse regole valgono per gli uni e per gli altri.
Se così fosse, se cioè i dipendenti pubblici non avessero tutti questi privilegi, si aprirebbe un sistema di scambio per cui i primi potrebbero occupare posti in aziende private e i dipendenti privati potrebbero occupare posti nel settore pubblico.
Proprio l’assenza di questo possibile scambio naturale indica che il settore di 3,375 milioni di dipendenti pubblici è privilegiato e spiega perché quando vi sono concorsi di pochi posti l’affluenza è di migliaia di candidati.
Basta iniquità, ripristiniamo i valori di merito ed uguaglianza.
Giu
21
2012
L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, che non riesce a farsi nominare presidente dell’Irfis-FinSicilia, è disperato. Dichiara tutti i giorni che la cassa della Regione è a secco, con ciò accertando ufficialmente il dissesto del massimo Ente della Sicilia.
Un dissesto perseguito con pervicacia dall’attuale Governo regionale, che ha moltiplicato il numero dei dipendenti aumentando la spesa improduttiva, senza, invece, tagliarla con l’accetta non soltanto per mettere i conti in ordine - come il Quotidiano di Sicilia chiede da anni - ma per ricavare risorse necessarie e co-finanziare i fondi europei. Questi, in assenza di tali risorse, rimangono bloccati.
Il mancato taglio della spesa improduttiva è stato una malattia contagiosa, perché neanche i Comuni hanno proceduto in questa direzione in maniera sufficiente per far emergere le somme necessarie agli investimenti. Dissennatezza e pessima amministrazione di Governo regionale e sindaci, unicamente alla ricerca del consenso clientelare basato sui favori riservati ai privilegiati, hanno fatto sì che la situazione attuale diventasse realtà.

Stipendificio e clientelismo del ceto politico cattivo, alias i partitocrati, ovvero i senzamestiere, hanno messo ko la Regione. Il peggio di tutto questo quadro è che la cassa è a secco ma i 21 mila cedolini di dipendenti e dirigenti, le indennità di formatori, forestali, dipendenti della Resais e delle altre partecipate in perdita, vengono pagati puntualmente. Come dire: soddisfiamo le necessità dei privilegiati e fottiamocene dei siciliani. Centomila contro quattro milioni e novecentomila.
La situazione è insostenibile. Abbiamo più volte suggerito cosa e come fare per ribaltarla, beninteso, in accordo con illustri economisti e manager pubblici e privati che pensano e lavorano per soddisfare l’interesse generale e non quello privato e particolare.

Proviamo a riassumere i rimedi:
1. Stipulare un contratto di solidarietà con i 21 mila dipendenti e dirigenti che preveda la riduzione del 20 per cento dei loro compensi, con l’eliminazione totale di straordinari, premi e altre indennità supplementari allo stipendio nudo e crudo.
2. Abrogare la Lr 44/65 di modo che l’Ars costi 67 milioni e non 167.
3. Sanità: tagliare 400 milioni di spesa per farmaci in più rispetto alla media nazionale. E tagliare altri 400 milioni riorganizzando e accorpando i servizi tra ospedali e presidi sanitari, nonché riducendo il personale delle Aziende sanitarie provinciali.
4. Abrogare la lr 9/86 con la contestuale trasformazione delle Province regionali siciliane in Consorzi di Comuni, secondo le prescrizioni dell’articolo 15 dello Statuto siciliano, con un risparmio di oltre 500 milioni di euro.
5. Eliminare tutte le auto blu e relativi autisti e manutenzione, a eccezione di un’unica auto per il presidente. Assessori e dirigenti possono circolare in taxi o con Ncc (Noleggio con conducente).
6. Taglio di tutti i consulenti e utilizzo delle risorse professionali interne, licenziando tutti i dirigenti che non possiedano le professionalità per assolvere al loro compito. Come è noto, i dirigenti possono essere licenziati senza alcuna motivazione, ovvero per la loro incompetenza.
7. Trasferire la gestione dei 15 mila pensionati regionali all’Inpdap, eliminando costi di gestione di circa 10 milioni di euro.
8. Informatizzare tutti i servizi regionali in tempi brevi, in modo che le richieste di cittadini e imprese vengano soddisfatte esclusivamente per via telematica. Così il tasso di trasparenza aumenta sensibilmente e, con esso, l’efficienza e la velocità di evasione (comunque fissata in 30 giorni, pena sanzione a carico dei dirigenti responsabili).
9. Istituire, assessorato per assessorato, Presidenza compresa, i Niai (Nuclei investigativi affari interni) con lo scopo di accertare i casi di corruzione e inefficienza interna. Tali nuclei devono essere composti da professionisti integerrimi estranei all’apparato regionale.

Sembra monotono ripetere queste cose, ovvie e banali. Noi lo continuiamo a fare perché l’opinione pubblica, smemorata, sappia che i rimedi ci sono. Chi non li adotta è colpevole e non può essere perdonato, né votato.
Giu
20
2012
Sappiamo perfettamente che la XV legislatura è in agonia e notiamo che i deputati regionali sono all’affannosa rincorsa per dotarsi di strumenti utili alla loro eventuale rielezione. Essi contrastano la riforma costituzionale che ridurrebbe da 90 a 70 il loro numero.
Se da un punto di vista umano il citato comportamento sembra legittimo, dal punto di vista dell’interesse generale è, invece, deprecabile, per il semplice motivo che viene totalmente ignorato lo stato di difficoltà in cui vivono i siciliani. È sotto gli occhi di tutti il degrado di servizi pubblici regionali e comunali e l’arretramento del sistema economico con la chiusura di migliaia di imprese e la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro.
La tragica fotografia è chiara. Però il ceto politico e quello burocratico non se ne rendono conto. Ognuno è attaccato alla propria sedia (leggasi privilegio) e nessuno la vuole mollare.

Il governo Monti ha approvato il decreto Sviluppo che leggeremo prossimamente nelle sue parti. Spicca il taglio della pianta organica del 20 per cento di dirigenti e dipendenti della Presidenza del Consiglio e del ministero dell’Economia e l’invito agli altri ministri di procedere analogamente.
Monti ha promesso di tagliare poco ma tanti privilegi, in modo da scontentare tutte le parti. Se qualcuno non protesta, vuol dire che non è stato toccato. Procede inoltre al taglio della spesa per beni e servizi, inducendo Stato, Regioni e Comuni ad acquistare sulla base dei prezzi della Consip Spa, per evitare che lo stesso prodotto venga pagato a prezzi differenti nelle varie parti d’Italia.
Il decreto riordina, ancora,  una parte delle agevolazioni alle imprese, eliminando quelle che non servono al loro sviluppo ma al loro mantenimento in uno Stato assistenziale e quindi non competitivo.
Vi è poi la leva che riguarda le ristrutturazioni degli immobili, elevando la detrazione dal 36 al 50 per cento. Questa agevolazione vale solo per i privati perché, com’è noto, le imprese che ristrutturano i propri immobili possono dedurre i relativi costi al cento per cento.
 
Torniamo alla Regione. Disperiamo che sia capace di fare una legge strutturale per l’avvio della ripresa economica. Tuttavia la nostra proposta è positiva, confidando in un sussulto di onestà politica che dovrebbe prendere i deputati uscenti. La proposta riguarda l’elaborazione e l’approvazione, in brevissimo tempo, di una legge che aiuti il decreto sviluppo nazionale per la ristrutturazione di immobili con l’utilizzazione della bioedilizia.
Visto che fiscalmente la detrazione è consentita per il 50 per cento fino a 96 mila € di spesa e, ripetiamo, il 100 per cento per le spese delle imprese, la legge regionale dovrebbe prevedere la sua presa a carico degli interessi necessari per i mutui, che si stimano essere nella misura fra il quattro e il cinque per cento.
I mutui per che cosa? Per mettere gli stabili siciliani in condizioni di sicurezza in caso di sisma, fino a 7,5 gradi della scala Richter. Dunque, una legge regionale per la messa in sicurezza degli immobili, utilizzando la bioedilizia.

Serve una seconda legge regionale, per la messa in sicurezza idrogeologica del territorio. è inutile elencare dove, perché i Comuni hanno gli elenchi e dovrebbero preparare i progetti esecutivi per ottenere i finanziamenti necessari. Ricordiamo al riguardo che i Comuni possono attingere alla Cassa depositi e prestiti i fondi necessari per gli investimenti, a tassi molto bassi.
Una terza legge regionale dovrebbe riguardare il Piano per la produzione di bioenergia. Esso coinvolgerebbe le associazioni degli agricoltori, i sindacati e le industrie di trasformazione dei prodotti vegetali in carburanti.
Mettere insieme questi soggetti significa attivare un processo di decine di miliardi di euro e la creazione di decine di migliaia di posti di lavoro.
Sorge la domanda: da dove prendere le relative risorse? La risposta è nota: tagliare la spesa pubblica improduttiva, più volte elencata in questi fogli e che non ci stancheremo di riproporre.
Saper fare e fare: ecco cosa manca al ceto politico siciliano.
Giu
19
2012
Venerdì scorso fummo facili profeti nel pronosticare che il popolo greco avrebbe votato per l’euro e per il suo ritorno alla normalità. Nel nuovo Parlamento vi sono 130 deputati di Nuova Dimokratia, 34 del Pasok e 16 di Sinistra democratica. Una solida maggioranza che sconfigge la sinistra radicale e protestataria di Syriza  (il Vendola greco) che ha riportato solo 70 deputati.
Così la situazione in Grecia si rimette nell’alveo europeo, avendo preso atto che negli ultimi vent’anni il popolo è vissuto nettamente al di sopra delle proprie possibilità, con privilegi di ogni genere goduti dalla classe partitocratica e dai dipendenti pubblici che hanno saccheggiato le casse dello Stato, diffondendo corruzione e squilibri.
Qualcuno obietterà giustamente che sono stati i due maggiori partiti (ND e Pasok) che hanno condotto la Grecia in queste condizioni disastrose. Giusto, ma ora gli stessi soggetti politici dovranno ricondurla in una condizione di normalità. Se ne saranno capaci lo vedremo prossimamente.

Il popolo greco ha mostrato giudizio e consenso, altrettanto dovranno fare l’Europa e la Germania, non tanto con l’allentamento dei controlli sul rigore indispensabile per rimettere i conti in ordine, quanto concedendo al Paese ellenico la possibilità di pagare più lentamente i propri debiti e fornendogli le risorse necessarie per gli investimenti e l’attivazione della macchina economica che crei nuovo lavoro.
Questo sarà un segnale positivo rivolto anche agli altri Paesi in difficoltà, assaliti dagli speculatori, che non sono alieni ma fanno il loro mestiere, in modo che si diffonda un processo di crescita generalizzato in tutto il territorio europeo.
Una manovra da adottare è, per esempio, quella di non calcolare nei parametri di Maastricht le somme destinate ad investimenti che cofinanziano i fondi europei. Su questo versante, soprattutto nei confronti dell’Italia, l’Unione deve stringere i controlli per punire la burocrazia, soprattutto quella meridionale, quando non fa il proprio dovere che è quello di spendere le risorse. Il che è un comportamento necessario per far capire a tutti che la festa è finita.
 
A Bruxelles, c’è l’abitudine di fare controlli formali più che sostanziali, causa, questa, che ha provocato il disastro in Grecia e ha messo sull’orlo del fallimento Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. I controlli sui parametri dell’Uem devono essere effettivi, costanti, precisi e puntuali, in modo da sconsigliare a una classe politica inetta di finanziare col danaro pubblico iniziative ed attività clientelari e di parte che danneggiano la collettività.
La paura del crollo greco deve insegnare che è indispensabile ritornare ad un clima di normalità e di ordinaria amministrazione nel quale tutti rispettano le regole e, quando non lo fanno, sono penalizzati in maniera sostanziale.
Certo, perchè tutto funzioni meglio, occorre l’unione politica dell’Europa con l’elezione di un parlamento che abbia effettivi poteri nonchè del primo ministro e di un consiglio che deliberi, senza il potere di veto che oggi è nelle mani di ciascuno dei 27 capi di Stato e di Governo, che compongono l’Unione. Per questo obiettivo la strada è molto lunga, ma occorre perseguirlo con determinazione.

In Francia, il Partito socialista ha fatto l’en plein. Con i suoi alleati più stretti, Radicaux de gauche e Divers gauche, ha conquistato 314 seggi all’Assemblea nazionale su 577. Il presidente della Repubblica, Francois Hollande, avrà anche il sostegno del Senato, ove il Partito socialista è in maggioranza.
Vi è anche da ricordare che tutte le regioni di Francia sono governate dal Partito socialista, oltre a importanti città, fra cui Parigi.
Non sembri eccessiva l’assenza di alternative politiche nello scenario francese. Colà, il sistema elettorale nazionale, regionale e comunale consente di governare a chi prende un voto in più ( e questo è legittimamente riconosciuto da chi perde) e l’elezione dei deputati, col maggioritario a doppio turno, non sarà una rappresentazione capillare dei votanti, ma ha il pregio di eleggere maggioranze stabili e durature. Con l’effetto benefico che consente al popolo di giudicare chi ha lavorato bene e chi male, senza le perniciose zone grigie che ci ricordano la Democrazia cristiana.
Giu
15
2012
Dalla Francia è partita la sequenza di tornate elettorali che coinvolgerà Egitto, Messico e Grecia, tutte di tipo diverso perché affrontano situazioni differenti. Analizziamole brevemente.
In Egitto, dopo la caduta del faraone Hosni Mubarak, la democrazia emergente è estremamente gracile. In quel tessuto prendono il sopravvento i poteri organizzati: ve ne sono due che al ballottaggio hanno superato il turno e fra i quali gli elettori di quel Paese dovranno eleggere il prossimo Presidente della Repubblica.
Gli egiziani sono stretti in una morsa, perché i due contendenti rappresentano: uno, Mohammed Mursi, la religione islamica; il secondo, Ahmed Shafiq, il vecchio regime in quanto è stato stretto collaboratore di Mubarak. Quest’ultimo, di recente condannato a trent’anni di reclusione, è stato salvato dalle molte componenti del popolo che chiedevano la sua condanna a morte. Forse anche questo influenzerà le elezioni.
In Francia, dopo la striminzita vittoria di Hollande, con il 51,4% (ma nel Paese transalpino è perfettamente riconosciuto legittimo a governare anche chi ha preso solo un voto in più) il partito socialista del presidente e i suoi alleati hanno ottenuto una netta vittoria nel primo turno, e non dovrebbe avere problemi, nel secondo turno in programma la prossima settimana a riportare la maggioranza dei socialisti nell’Assemblée nationale. I socialisti hanno già la maggioranza nel Senato, quindi la convivenza con altre forze sembra scongiurata.

Anche in Messico si svolgeranno le elezioni per il Presidente della Repubblica. In questo caso sono tre i candidati principali: Enrique Peña Neto per Pri (partito di centro attestato su posizioni moderate) e Partito verde, Josefina Vazquez Mota per il Pan (conservatori e cattolici) e Andrés Manuel Lopez Obrador per il Prd (progressisti e socialdemocratici).
Il Messico fa parte di un trattato commerciale, insieme a Stati Uniti e Canada che si chiama Nafta (North american free trade agreement), ma l’elezione di uno dei candidati non sposterà di molto la linea politica, in quanto il Paese centroamericano ha raggiunto un certo benessere lavorando di concerto con gli altri due grandi Paesi nordamericani.
 
In Grecia, invece, la situazione è drammatica perché, dalle scorse elezioni, svoltesi il 6 maggio, non è uscita fuori una possibile maggioranza. Però, a guardar bene i risultati, alcuni commentatori politici si sono accorti che i due partiti (Neo democrazia e Pasok), che hanno condotto la Grecia al fallimento, avevano però dato una svolta votando insieme i provvedimenti durissimi imposti dall’Ue per ottenere nuova e salvifica liquidità.
Bisogna rammentare agli sprovveduti commentatori che non hanno messo in rilievo come nell’operazione salvataggio siano stati sacrificati ben 135 miliardi che i greci avevano nei confronti dei risparmiatori di tutto il mondo e che ora non restituiranno più. Supponiamo che, malauguratamente, alcuni dei nostri lettori possiedano obbligazioni elleniche. Se tutto andrà bene, si vedranno restituire un quarto del valore sottoscritto.
Ad avviso di alcuni politologi, Nd e Pasok, che avevano ottenuto 149 seggi su 300, avrebbero avuto il consenso di uno o due gruppi entrati nel Parlamento, per formare così la nuova maggioranza. Probabilmente non l’hanno voluto fare perché i sondaggi dicono che il 70% dei greci vuole restare nell’Euro e ha una grande paura di staccare la spina.

Cosicché, una previsione attendibile dice che i due partiti otterranno la maggioranza assoluta e torneranno a governare senza l’ausilio di nessuno. Dobbiamo ricordare i guai peggiori che hanno afflitto il piccolo Paese dell’Egeo (11 milioni di abitanti). Fra essi, l’eccessivo numero di pubblici dipendenti, l’eccessiva remunerazione, l’eccesso di spesa pubblica improduttiva, l’incapacità di sostenere le imprese, la quasi assenza di cantieri per opere pubbliche: conseguenza, bilanci truccati negli ultimi 20 anni, non controllati dall’Ue cui erano stati inviati.
Se scorrete l’elenco delle patologie prima indicate, fotograferete immediatamente la Sicilia, gemella della Grecia nel dissesto. Il più grave elemento è aver fatto, anche qui, bilanci falsi negli ultimi 20 anni, ma nessuno è andato in galera per questo crimine. Però nelle casse regionali non c’è più un euro e i siciliani soffrono.
Giu
14
2012
Il clamore dei media su alcune forme di protesta contro l’esazione rigorosa dei ruoli tributari da parte di Equitalia è stato pernicioso e ingiusto. Ingiusto anche perché, quando si è andati in fondo alle questioni, è risultato che i debitori fiscali non erano poi in quelle condizioni disastrose che i giornalisti catastrofisti hanno amplificato.
Di fronte al mare magnum di oltre 260 mld di materia imponibile sottratta ed ai conseguenti 130 mld di imposte che lo Stato non incassa, è indispensabile che Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza stringano i freni e cerchino di chiudere le numerosissime finestre da cui evadono soprattutto gli autonomi. Sembra incredibile che nonostante gli sforzi fatti da Agenzia e GdF si scoprano ancora migliaia di evasori totali. 
Evidentemente i controlli devono usare algoritmi più sofisticati, in modo da incrociare le banche dati pubbliche, numerose, dalle quali possono emergere elementi di evasione.

L’Anagrafe è la prima banca dati nella quale sono iscritti tutti i cittadini; poi vi è la rete dei contratti telefonici, elettrici, dell’acqua e del gas; l’Agenzia del Territorio con il Catasto aggiornato è un’altra banca dati; i conti bancari e i depositi titoli sono altre. Le Camere di commercio hanno una banca dati efficiente e completa, così come Inps, Inail ed altri enti di previdenza.
Incrociando i dati di queste banche informatiche è praticamente impossibile che vi sia qualche cittadino che sfugga al fisco. Ad ognuno di essi è possibile chiedere come viva e in base a quali entrate paghi le sue spese correnti e compri questo o quel bene. Siamo convinti che, via via che la rete si stringa sule banche informatiche prima elencate, l’evasione diminuirà.
Nello Stato vi sono centinaia di migliaia di dipendenti inutili e in soprannumero. è già in vigore la legge sulla mobilità. Nulla impedisce che i Ministeri competenti bandiscano  concorsi interni per agevolare il trasferimento dei propri dipendenti dalle branche amministrative con eccesso di personale sia verso Agenzia delle Entrate che verso Equitalia e Guardia di Finanza, previ opportuni corsi di formazione e addestramento. Ma non si vede all’orizzonte questa iniziativa.
 
Responsabili della forte evasione delle città piccole e grandi, sono i sindaci. Infatti, con la L. 248/05, lo Stato ha deciso di girare il 30% dell’evasione scoperta dalle amministrazioni comunali a favore delle stesse. Con successive modifiche (d. lgs. 23/2011 e legge n. 148/2011) tale percentuale è stata portata prima al 50 e poi al 100. Sicché, sindaci bravi, onesti e competenti avrebbero dovuto istituire al proprio interno un Nucleo tributario locale per snidare quei pessimi cittadini che non pagano le imposte nazionali e con l’occasione scoprire magari che non pagano neanche le tasse comunali.
Non ci risulta che alcun sindaco abbia istituito tale Nucleo con ciò perdendo l’occasione di portare a casa cospicue entrate, combattendo contemporaneamente l’evasione e quindi il malcostume dei propri cittadini che così non possono proprio essere chiamati.
Infatti, i veri cittadini dovrebbero difendere l’Agenzia delle Entrate e la GdF che lottano tutti i giorni per scoprire gli evasori. E dovrebbero difendere anche Equitalia che è il braccio operativo per riscuotere le imposte inserite nei ruoli.

È ovvio che Equitalia commette errori perché forza la mano quando potrebbe essere un po’ elastica. Però, ha il dovere di riscuotere le imposte che costituiscono i flussi di cassa per Stato ed enti locali, senza dei quali non si potrebbe alimentare il flusso delle uscite.
I cittadini degni di questo nome devono difendere, senza se e senza ma, Agenzia delle Entrate, GdF ed Equitalia perché il malcostume degli evasori e dei morosi va combattuto anche sul piano sociale.
Bisogna dire, senza ombra di dubbio, che chi non paga le imposte è un ladro e un disonesto perché ruba a chi invece le paga totalmente anche con immensi sacrifici. I cittadini devono difendere Equitalia e dire con chiarezza che i morosi, salvo i casi di necessità che vanno specificamente individuati, non possono considerarsi membri di una società civile perché, anche in questo caso, sottraggono risorse che vengono quindi caricate su chi le paga già.
Ognuno di noi deve essere contento quando viene controllato. Se non ha nulla da nascondere sarà gratificato da una sorta di certificato di buona condotta
Giu
13
2012
Il presidente della Repubblica, re Giorgio, continua a battere il tasto di tagliare la spesa pubblica improduttiva, per destinare le risorse emergenti agli investimenti. Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, ha preparato il piano che abbisogna di risorse, ovviamente, ma i draghi della Ragioneria generale l’hanno di fatto bocciato perché non ci sono i fondi. I contabili hanno ragione: non possono che tener conto dei flussi finanziari che entrano, per poter autorizzare le uscite, seppure per investimenti.
I nodi sono arrivati al pettine: o si taglia o si muore. L’Italia si fa eliminando abusi e privilegi, corruzione ed evasione, perché sul versante delle entrate non è più possibile aumentare neanche un centesimo.
Concorre alla crescita la serie di riforme strutturali che servono per aumentare la concorrenza. In questo quadro è indispensabile mettere in gara i servizi pubblici locali, che hanno giri d’affari per miliardi di euro, ma che producono perdite cospicue e malcontento diffuso tra i clienti, cioè i cittadini.

In altre parole, bisogna trasformare un maleodorante (perché vi è corruzione e disfunzione) sistema di gestione dei servizi locali in un business vero e proprio, in modo che le società che gestiscono tali servizi siano in utile. è vero che nei trasporti cittadini i ricavi non sono sufficienti a coprire i costi. Però, vi sono dati europei che indicano quale sia il valore dell’intervento finanziario dell’ente pubblico, per coprire le differenze.
 In Francia, per esempio, le società che gestiscono la metropolitana di Parigi, il sistema ferroviario intermedio detto Rer e la Sncf, che gestisce fra l’altro il Tgv (Train Grande Vitesse) puntano al pareggio di bilancio, anche senza l’intervento dello Stato.
La Pubblica amministrazione francese e le società pubbliche controllate dal ministero dell’Economia funzionano con l’organizzazione al miglior livello. Frutto anche dell’ENA (école nationale d’admnistration) che fornisce dirigenti di altissimo livello alle amministrazioni statali, regionali e locali.
La Pa francese risente poco del potere politico, salvo accettarne senza discutere l’indirizzo generale. Un esempio da imitare, ma i finti sordi non ci sentono.
 
La Ferrovie dello Stato holding Spa, che controlla fra le altre Rfi (Rete ferroviaria italiana) e Trenitalia, ha messo l’occhio sui servizi pubblici locali e, in particolar modo, su quelli dei trasporti. è una malsana iniziativa, perché da un canto Rfi ha la funzione pubblica di strutturare, mantenere e gestire le infrastrutture, in modo da consentire la concorrenza su qualunque vettore voglia utilizzarle. Ma, caso anomalo, gestisce anche Trenitalia, un concorrente che fa circolare i treni. Come dire che l’arbitro fa anche il giocatore.
È ben chiaro a tutti che le reti materiali (energia elettrica, gas, ferrovie ed altro) e quelle immateriali (frequenze di telecomunicazione e radiotelevisive) debbano essere gestite dallo Stato attraverso proprie società, per consentire a chiunque di utilizzarle in concorrenza. Per realizzare concorrenza, serve trasparenza, vale a dire mettere sui siti internet condizioni, regole, modalità d’accesso, richiesta di concessioni ed autorizzazioni e via elencando.

Ferrovie dello Stato holding Spa non è autosufficiente, perché riceve ogni anno dalle casse pubbliche un contributo di circa 2,4 miliardi. Non si tratta di un contributo specifico per gestire le tratte sociali in perdita, ma va nel grande calderone, lasciando alla discrezionalità dei dirigenti delle ferrovie come utilizzarlo. Mentre sarebbe opportuno che i contributi dati al settore dei trasporti avessero una destinazione precisa.
I servizi di trasporto locale soffrono, nella loro inefficienza, di una mancata modernizzazione. Veicoli vecchi, manutenzione scadente, infrastrutture urbane superate. Pochi sono i sistemi attualmente funzionanti nelle città che indicano il tempo di avvicinamento dei bus e, nelle città più fortunate, quello dei convogli ferroviari. Non vi sono, inoltre, i semafori intelligenti (che cambiano colore in base al volume di traffico rilevato dalle telecamere) e non sono sorvegliate le corsie preferenziali di bus e taxi per consentirne l’uso esclusivo.
Le poche cose che scriviamo si riassumono in una necessità: tali società devono essere gestite da manager e non da figli dei partitocrati.
Giu
12
2012
I diversi sondaggi della scorsa settimana concordano sul fatto che Pd e Pdl sono in caduta libera, oltre lo stato comatoso della Lega che, per gli imbrogli della famiglia Bossi-Belsito, ha perso metà dei suffragi.
I sondaggi concordano anche sull’ascesa crescente del movimento Cinque stelle di Grillo. In sintesi, i dati sono i seguenti: Pd 23 per cento, Cinque stelle 20 per cento, Pdl 17 per cento.
è del tutto evidente come i cittadini stiano dando un’indicazione precisa ai due partiti maggioritari consistente nella loro forte punizione perché essi continuano a restare immobili rispetto al problema dei problemi: il taglio della spesa improduttiva pubblica (e non quello dei servizi sociali), il taglio degli apparati delle società partecipate da Stato, Regioni ed Enti locali, per mettere in concorrenza i servizi, il taglio delle indennità di tutti coloro che sono inseriti negli enti di tutti i livelli, la riforma della legge elettorale ed eventualmente della Costituzione, e così via elencando. 

La resistenza che i due partiti fanno all’azione del professor Monti, mentre il Terzo polo è totalmente schierato con lui, è l’elemento che fa ulteriormente disgustare gli elettori, i quali esprimono il loro dissenso o manifestando la volontà di non andare più a votare (il partito degli astenuti sta raggiungendo il 50 per cento del corpo elettorale) oppure votare per Grillo, che non dobbiamo dimenticare essere solo un comico, perchè non ha alcuna cognizione né culturale né politica. 
Si dice che i due partiti debbano fare largo ai giovani. Ribadiamo, è una pura idiozia. Debbono far largo alle facce nuove, che siano persone oneste e capaci, non importa la loro età, ma e soprattutto è necessario che mettano mano a una sorta di rivoluzione politica per cambiare il loro modo di fare clientelare, basato sul favoritismo.
L’ultima elezione delle Camere dei componenti dell’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) e dell’Autorità per la protezione dei dati personali è veramente clownesca. Non si capisce come possano eleggere un dermatologo, un giornalista e due giuristi a presiedere un settore delicatissimo come quello delle comunicazioni, quando la legge prescrive che essi debbano avere curricula professionali altamente qualificati in materia (come quella del dermatologo?).
 
è proprio un’elezione di questo tipo che fa disgustare gli elettori, che non voteranno mai due partiti che si comportano in questa maniera assurda, dimostrando di non aver capito che la situazione è gravissima, che comporta un’inversione dei loro comportamenti, passando dall’interesse privato all’interesse generale. In altri termini, Pd e Pdl devono abbandonare la cultura del favore per abbracciare la cultura del servizio.
In questo quadro, viene sottolineata dall’opinione pubblica l’inazione del governo Monti, il quale è troppo preoccupato di avere i consensi per svolgere la sua azione riformatrice.
Come ben diceva l’altra sera a Ballarò l’economista Edward Luttwak, un primo ministro tecnico dev’essere un tecnocrate, quindi perfino cattivo o comunque rigoroso nel presentare in Parlamento le riforme vere che servono al Paese. Con ciò mettendo di fronte alle loro responsabilità i tre poli che lo sostengono. Mentre vediamo nei diversi talk show ministri quasi balbettanti. 

L’unico ministro deciso fino ad oggi, almeno nella comunicazione, è Elsa Fornero, che ha portato a conclusione una formidabile riforma sulle pensioni, sta portando a compimento la riforma sul lavoro, compresa la leggera modifica dell’articolo 18, e ha avuto il coraggio di affermare il principio di uguaglianza dell’art. 3 della Costituzione: dipendenti pubblici e privati devono stare sullo stesso piano e pertanto i primi possono essere licenziabili come i secondi.
Vorremmo che il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, non si appiattisse sulla difesa della corporazione, perchè è proprio la Pubblica amministrazione la palla al piede e una delle cause principali dell’attuale recessione.
Il Governo non deve avere paura di trasformare le parole merito e responsabilità in provvedimenti di legge, non deve avere paura di Pd e Pdl che continuano a difendere i loro orticelli, ma li deve mettere con le spalle al muro, perché non sono più in condizioni di usare la partitocrazia per il loro interesse.
Giu
09
2012
Qualche giorno fa abbiamo fatto appello al morente governo della Regione perché, in un sussulto di dignità, promuova un progetto di sviluppo della Sicilia per la prossima legislatura quinquennale, che abbia al centro l’aumento del Pil dal 5,6 all’8% di quello nazionale cioè da circa 85 miliardi a 125.
Un’impresa poderosa, tuttavia realizzabile, sol che si mettano insieme le forze sane dell’Isola, pilotate da un ceto politico totalmente rinnovato non solo nelle persone, ma soprattutto nella mentalità: passare dall’interesse personale all’interesse generale, dalla cultura del favore alla cultura del servizio.
Abbiamo anche suggerito al presidente Lombardo d’interpellare, ed eventualmente assumere, i migliori professionisti del mondo, tra cui quelli della McKenzie, per redigere questo progetto che deve riguardare soprattutto un riordino della pubblica amministrazione siciliana.
Alla base di esso c’è l’inversione dell’attuale malfunzionamento dell’insieme delle attività pubbliche e private, trasformando lo stipendificio regionale e locale in un locomotore delle attività economiche innovative, che abbia al centro l’apertura dei cantieri per le opere pubbliche di cui la Sicilia ha fame.

Il Pil della Sicilia non può dipendere dal settore pubblico, il quale istituzionalmente ha il compito di formulare regole eque e fatte rispettare da tutti, di promuovere le attività economiche finanziando aspetti marginali e di redistribuire la ricchezza in base ad un principio di equità sociale. è del tutto evidente che se non c’è ricchezza non si può distribuire niente. Ne consegue che il primo bersaglio di un’istituzione regionale deve essere quello di produrre ricchezza.
Ma la ricchezza non si produce distribuendo stipendi a destra e a manca, né consulenze, né appalti di favore. In altri termini, la ricchezza non si forma alimentando la corruzione, ma combattendola.
Occorre valorizzare le tante professionalità che ci sono in Sicilia e che vengono regolarmente accantonate, per far posto a dei cialtroni che hanno il solo merito di appartenere a questo o a quel partitocrate o di essere amico degli amici.
Basta, non se ne può più di questo vergognoso andazzo. è indispensabile che chi abbia responsabilità istituzionali cerchi i talenti, che in Sicilia ci sono, e li metta a capo delle branche amministrative e delle attività istituzionali.
 
I talenti possiedono i due requisiti principali del professionista: il merito e la responsabilità. Forse proprio per queste qualità vengono combattuti da quelli che sarebbero danneggiati qualora i due valori prendessero il sopravvento sulla mediocrità e su quei soggetti che, invece, dovrebbero primeggiare.
In questo quadro e nell’ambito del progetto prima indicato, la Regione dovrebbe mettere mano alla revisione della spesa, anticipando i tagli che arriveranno ancora dal governo centrale, in modo da liberare risorse indispensabili a fare gli investimenti.
Senza dei quali, qualunque piano resta sulla carta, anche perché ostruito da una burocrazia becera che ha dimenticato totalmente la sua funzione. La burocrazia non c’è per ostruire i procedimenti, non c’è per danneggiare cittadini e imprese, ritardando oltre ogni limite l’emissione o il diniego di provvedimenti amministrativi.
La burocrazia regionale c’è per servire e per motivare i ricchi compensi che percepisce, che sono ben più alti di quelli dei dipendenti statali e locali e, come ha dimostrato la recente nostra inchiesta sulla Catalogna, molto superiori a quei dipendenti pubblici.

Come si sa, se il pesce è fresco o stantio, si desume dalla testa. La testa è costituita dalle istituzioni, cioè presidenza e Ars, esecutivo e legislativo. Se i due vertici non si ritengono al servizio dei siciliani, come hanno dimostrato in questi quattro anni, non sono degni di stare al loro posto e i siciliani li cacceranno alle prossime elezioni, in qualunque data siano fissate.
È incredibile rilevare come tutta questa gente non ha capito che la crisi morde fortemente la carne dei siciliani. Un solo dato, minore ma significativo: in giro vi sono meno veicoli e spesso gli stalli blu della città sono vuoti.
Tutto questo non resterà senza conseguenze per chi ha portato al disastro la Sicilia. Un disastro che la stragrande maggioranza di noi rifiuta. Per questo saranno attivate iniziative e procedure, per cacciare i sacerdoti dal tempio, quei sacerdoti che per autoconservarsi, hanno allontanato le persone oneste e capaci e continuano a perseguire la linea della loro perdizione, cui non vogliamo partecipare.
Giu
07
2012
Il lunedì della scorsa settimana ho visto il presidente della Regione all’Infedele (La7). Raffaele Lombardo non ha fatto una bella figura quando ha enumerato tutti i clientes cui deve trovare un’indennità: 26.000 forestali, 10.000 formatori, 22.500 precari degli enti locali, qualche migliaio appartenenti a sigle astruse, circa 500 parcheggiati nella Resais, eccetera. Poi ha dato due notizie vecchie e cioè che è sua intenzione dimettersi il 28 luglio e non candidarsi come presidente della Regione nella tornata del 28 e 29 ottobre.
Abbiamo stima dell’uomo, ma come presidente della Regione ci ha fatto fare una figuraccia, perché ha riproposto quei temi clientelari che sono stati la rovina della Sicilia il cui supremo ente, la Regione, è stato e continua ad essere uno stipendificio, che spreca risorse pervenute attraverso le imposte faticosamente pagate dai siciliani.
Avremmo voluto sentire da Lombardo un progetto strategico di sviluppo della Sicilia, forgiato su gambe moderne quali l’energia, l’ambiente, l’agricoltura innovativa, il turismo esteso, l’utilizzazione economica dell’immenso tesoro archeologico-paesaggistico-marino e così via.

I siciliani che reggono ancora l’economia non sono né come Lombardo né come la genia di partitocrati che ci ha rovinato. Quei siciliani hanno detto basta da diversi anni a questo malcostume, che affossa sempre di più l’economia dell’Isola, ed esigono una svolta nei comportamenti. Ma ogni botte dà il vino che ha e il bottaro dice sempre che il suo vino è il migliore. Così fa questo ceto partitocratico, che è incapace di avere una visione strategica di sviluppo basata su piani poliennali.
Quello che accade è gravissimo, perché non c’è la scusa della carenza di denaro. Infatti i fondi europei sono cospicui se miscelati a quelli statali, che la Regione dovrebbe co-finanziare. In tutto 18 miliardi per il PO 2007-2013. La vergogna delle vergogne è che su tale importo, dopo sei anni la Regione ha speso meno del 10 per cento.
Basta pagare stipendi, bisogna dirlo forte e chiaro come dovranno fare i prossimi candidati alla Presidenza della Regione. Se non hanno capito che lo scenario è profondamente cambiato, sono degli stupidi.
 
La Russia, attraverso il suo colosso Gazprom, e la Germania hanno firmato un importante contratto energetico. Verrà costruito un gasdotto di 1.224 chilometri che parte dalla Siberia, arriva nei pressi di San Pietroburgo, attraversa il mar Baltico e approda sulle coste dell’ex Ddr.
La Germania così si affrancherà dal cappio energetico, sostituendo l’energia delle centrali atomiche che ha deciso di dismettere. Ma il governo Merkel ha anche deciso di investire nell’energia verde, in modo da sostituire, via via, il carburante fossile con quello proveniente dalle piante.
Perché vi citiamo questo fatto? Perché la Regione potrebbe lanciare un piano straordinario per la produzione di energia verde, utilizzando oltre 4.000 chilometri quadrati di terreno incolto non montagnoso. Una Regione moderna, governata da uomini politici e non da partitocrati, dovrebbe mettere a disposizione dell’imprenditoria locale, nazionale e internazionale, almeno tre strumenti, senza dei quali resta morente.

Il primo riguarda un accordo con i tre poli siciliani di raffinazione per sostituire, in testa al processo produttivo, il prodotto vegetale a quello fossile. Non c’è limite quantitativo su questo versante.
Il secondo: agevolare gli investimenti in agricoltura energetica, prendendo a proprio carico gli interessi dei finanziamenti necessari agli impianti e agli esercizi. In tal modo si eviterebbe la corruzione e l’inefficacia della famigerata legge 488. In altri termini, sono le banche che devono finanziare valutando il progetto, e non il denaro pubblico.
Il terzo: agevolare gli investimenti mediante il credito d’imposta, che è uno strumento agile e sicuro nonché veloce, che funziona quando c’è fatturato, da cui non può prescindere.
Naturalmente questo progetto dovrebbe vedere coinvolti le imprese e i lavoratori siciliani ed anche quell’elenco prima indicato di gente che, umiliandosi, continua a percepire l’obiettivo del posto pubblico e non quello del lavoro.
Giu
06
2012
Jordi Pujol, nel 1974 fondatore del partito Convergenza Democratica di Catalogna, dopo la morte di Franco ha inventato la Catalogna, una regione estesa 32 mila kmq, sulla cui superficie risiedono 7,4 milioni di abitanti: diciamo una volta e mezza la Sicilia.
L’autonomia che ha ottenuto dal Parlamento nazionale è stata sempre utilizzata per sviluppare quella regione, tanto che da più povera della Spagna è diventata la più ricca e sviluppata. La sua capitale, Barcellona, ha ospitato nel 1992 le Olimpiadi e in quell’occasione ha investito miliardi di pesetas in infrastrutture, compresa la sopraelevata ferroviaria che costituisce il gioiello di quella città.
L’autonomia della Catalogna è, dunque, relativamente recente, meno di quarant’anni, eppure i progressi socio-economici sono stati notevoli perchè la spesa pubblica è stata ridotta all’osso, mentre quella per investimenti è stata ampliata il più possibile. Per fare un confronto con la Sicilia, il Parlamento catalano, nel 2012, costa 51 milioni di euro, quello siciliano 167 milioni, oltre tre volte.

I 135 deputati catalani  costano 5,5 milioni mentre i 90 deputati siciliani oltre venti milioni, quattro volte di più. Da queste sintetiche indicazioni si capisce la differenza della politica fra le due Regioni: in quella spagnola si elaborano progetti che si realizzano in tempi ragionevoli; in Sicilia, si pensa solo a come fare clientelismo distribuendo a pioggia indennità e compensi a decine di migliaia di privilegiati.
È quasi noioso ripetere questi argomenti, ma finchè non ci sarà una svolta, che potrà dare questo governo o quello della prossima legislatura, saremo costretti ad evidenziare costantemente la patologia che ci affligge. Non c’è la capacità, nel ceto politico siciliano, di ritornare al merito e alla responsabilità istituzionale.
Per esempio, si discute di chi debba andare ad occupare i vertici dell’Irfis-FinSicilia: presidente e direttore generale. Avere permutato le quote con Unicredit è stata un’operazione positiva. Ora il glorioso istituto è controllato interamente dalla Regione che dovrebbe farne il primo strumento per lo sviluppo dell’economia siciliana. Ma questo non può accadere se i vertici non sono capaci e competenti.
 
Gaetano Armao è un valente professore e professionista, ma non sappiamo che abbia anche necessarie competenze nazionali e internazionali per guidare un istituto bancario di mediocredito. Enzo Emanuele è un valente dirigente pubblico, ma non ci risulta che abbia competenze tecniche per organizzare e gestire lo stesso Irfis.
Nella considerazione che precede, ovviamente, non c’è nulla di personale. Ma come si può pensare allo sviluppo della Sicilia se un istituto fondamentale che deve sostenerlo non è guidato da manager nazionali o internazionali? Meglio sarebbe che questo governo morente desse incarico a una società specifica per cercare i due vertici di alto livello.
Come sarebbe opportuno che Lombardo, in questo scorcio di legislatura, insediasse un paio di esperti prelevati dalla Mckinsey per elaborare, seppure in limine mortis, un progetto di ampio respiro, per spostare l’asfittico 5,6 per cento del Pil su quello nazionale al più adeguato e consistente 8 per cento, nel corso della prossima legislatura.

Il progetto, ripetiamo redatto da esperti della Mckinsey, o analoghi, dovrebbe trasformare la Regione in locomotiva, non più dispensatrice di favori, per sviluppare le branche economiche più moderne: agricoltura innovativa, energia verde, servizi avanzati, turismo organizzato ed efficiente e così via.
Naturalmente, precondizione sarebbe un riordino efficiente della burocrazia pubblica, della burocrazia regionale e di quelle comunali tagliando le lunghe e farraginose procedure, in modo da costringere tutti i burocrati ad evadere le istanze in tempi brevi e certi.
Efficienza ed efficacia della Pa, istituto di mediocredito condotto da manager capaci, inquadramento delle attività dei 390 sindaci entro perimetri di funzionamento elevato, eliminazione di tutte le società partecipate, usate come contenitori di clientelismo e di corruzione: ecco alcune linee guida di una Regione locomotiva.
Noi siciliani non siamo secondi a nessuno, ma non possiamo restare in questo stato per colpa di partitocrati senzamestiere.
Giu
05
2012
Come fare per onorare l’impegno di pagare un ventesimo del surplus del debito pubblico, rispetto al paramentro di Maastricht del 60 per cento debito/Pil, a cominciare dal 2013? Sono cinquanta miliardi per anno, fino al 2032.
Considerato che la pressione fiscale non può essere aumentata, sia per la sua insopportabilità che per l’alimentazione della recessione, occorre trovare altre strade. Ce ne sono almeno due. La prima riguarda la vendita annuale di un lotto corrispondente di patrimonio pubblico per i cinquanta miliardi necessari. La seconda: tassare con un’aliquota piccola i patrimoni al di sopra dei dieci milioni di euro. Con lo 0,50 per cento, si potrebbero portare a casa i cinquanta miliardi necessari. 
Questa imposta sui patrimoni sarebbe la quarta rispetto a tre già operative. La prima è l’imposta sugli immobili; la seconda è la tassa di possesso sulle auto; la terza è la recente imposta su conti bancari e dossier titoli.

Cerchiamo di capire la differenza tra imposta sui redditi e imposta sui patrimoni. La prima si paga sulla ricchezza generata a qualunque titolo e in qualunque forma. La seconda si paga sulle cose, che non producono ricchezza di per sé, e costituisce una vera e propria tosatura del valore del bene. Se ogni anno sugli immobili, su un’auto o sui conti correnti, si pagasse un’aliquota dell’un per cento, dopo cento anni il contribuente avrebbe pagato allo Stato l’equivalente dell’intero valore del bene.
Chi possiede patrimoni superiori a dieci milioni di euro è normalmente in condizione di pagare una piccola imposta, anche se in questo periodo vi è una generale crisi di liquidità, sia perché il ciclo economico è in decrescita e anche perché mancano nel mercato i settanta miliardi che le Pubbliche amministrazioni non pagano alle imprese.
Perciò, nessuno bari. In una situazione di gravissima difficoltà è indispensabile tagliare la spesa pubblica improduttiva. Gli interessi sul debito pubblico, stimati quest’anno dal Def in ottantaquattro miliardi (ma forse ce ne vorranno di più), costituiscono una vera e propria emorraggia che sottrae risorse agli investimenti e alle opere pubbliche.
 
Veniamo all’altro canale di risparmio: il taglio della spesa improduttiva. Vi sono almeno tre filoni su cui intervenire. Il primo riguarda gli acquisti di beni e servizi della Pubblica amministrazione. Essi ammontano a centoquaranta miliardi. Un taglio del venti per cento farebbe risparmiare ventotto miliardi. è attuabile? Certamente.
Basterà che tutte le amministrazioni (statali, regionali e locali) adeguino i prezzi dei beni e servizi acquistati a quelli più bassi del mercato, ovvero a quelli indicati dalla Consip, e il gioco è fatto. Secondo: vengono dati contributi alle imprese per quarantaquattro miliardi. Non sempre sono utili, anzi spesso costituiscono una sorta di assistenzialismo parassitario che impedisce alle imprese stesse di camminare con le proprie gambe. Razionalizzando e qualificando gli interventi si potrebbero risparmiare dieci milardi. Con questo risparmio, costringendo le stesse imprese a crescere, perché diminuiscono gli aiuti.

Ancora: riqualificando la spesa corrente nei diversi capitoli di bilancio e trasformando le attuali Province in Province consortili, si potrebbero tagliare quindici miliardi, cui aggiungere una limatura del sei per cento sulla spesa corrente (725 mld) prevista dal Def, per avere un ulteriore risparmio di cinquanta miliardi.
Naturalmente tutte le risorse finanziarie risparmiate, una volta tagliato il debito pubblico, potrebbero essere destinate a finanziare le opere pubbliche per cento miliardi, come ha annunciato il ministro Passera, nonché a fare nuovi investimenti, nazionali ed internazionali, mediante la sistemazione dei territori e la relativa logistica.
Quello che scriviamo è ridotto all’osso, soprattutto per renderlo comprensibile. Non c’è bisogno di paroloni per sapere cosa ci sia da fare. Occorre forza morale per resistere a quella delle corporazioni che vogliono continuare a fare i parassiti sulla pelle e sulle tasche dei cittadini. Razionalizzare la spesa avrebbe, come effetto indotto, una sua migliore qualità ed efficacia di cui tutti ne potrebbero beneficiare.
Giu
01
2012
Scusate la franchezza, ma non se ne può più. Tutti i canali radio e televisivi sono concentrati sul terremoto dell’Emilia. è del tutto ovvio che siamo solidali con una tragedia che è capitata in quella ricca terra e concordiamo pienamente con le ferme parole del presidente Napolitano e con la tempestività del presidente Monti circa gli interventi urgenti, indispensabili e necessari.
Ancora, esprimiamo ammirazione per quelle laboriose popolazioni che, immediatamente dopo il primo terremoto, sono tornate al lavoro anche correndo rischi notevoli, che poi si sono concretizzati nella morte delle 17 persone del secondo terremoto, non collegato al primo.
Tuttavia, nonostante il gravissimo evento, non è possibile che servizio pubblico radiotelevisivo, televisioni commerciali e quotidiani concentrino la loro attenzione su di esso, dimenticando tutte le altre emergenze che ci sono nel Paese e, soprattutto, dimenticando l’incuria e l’incapacità previsionale delle istituzioni in questi 64 anni.  

Si sa che il territorio nazionale è più o meno soggetto al rischio sismico, in modo più probabile ed evidente tutta la fascia costiera tirrenica della Calabria e quella ionica della Sicilia.
Si parla da decenni di leggi che dovrebbero assicurare la ricostruzione post-terremoto, senza gravare interamente sulle casse dello Stato e con delle procedure semplici, tassativamente predisposte, in modo che, in caso di queste catastrofi, la macchina pubblica e privata si metta in moto automaticamente, ovviamente dopo che il fenomeno sia cessato.
Si è parlato di obbligare i proprietari ad un’assicurazione contro i terremoti, pagando una piccola cifra certamente inferiore all’Imu. Si è parlato di accantonare un fondo pubblico contro i terremoti. Si è parlato di far intervenire i Lloyd’s di Londra per assicurare le compagnie italiane che avrebbero dovuto provvedere alle assicurazioni degli immobili di imprese e privati.
Si è anche parlato di corrispondere contributi e prevedere facilitazioni fiscali nei confronti dei proprietari di immobili (imprese e cittadini) che avessero provveduto a metterli in sicurezza antisismica anche nel caso di terremoti fino a 7,5 gradi della scala Richter.
 
Com’è a tutti noto, il Giappone, distrutto dalla guerra, dal 1946 in poi ha ricostruito il Paese con stabili che resistono regolarmente ai terremoti fino al grado prima indicato. Quando si verificano questi eventi, i palazzi oscillano fino a sei metri ma senza danno e soprattutto senza vittime. È vero che il popolo giapponese è straordinario, e lo ha dimostrato nell’ultima vicenda dell’esplosione della centrale atomica di Fukushima, conseguente a terremoto, maremoto e tsunami.
Ma dopo poche settimane sono state ripristinate e ricostruite strade, sistemati palazzi e la vita ha ripreso a pieno ritmo senza quell’esteso pietismo che c’è in Italia. I giapponesi, infatti, hanno pudore, non manifestano le loro preoccupazioni e le loro paure, guardano avanti con ottimismo e positività. Un popolo da ammirare e soprattutto da emulare.
Ma noi siamo mediterranei, con tutti i relativi pregi e difetti.

Quasi ogni anno, in qualche parte del Paese si verifica un terremoto. Puntualmente, il Governo predispone la terapia per curare l’emergenza, accenna a soluzioni strutturali ma poi, preso dai problemi di tutti i giorni, dimentica questa via. Invece, proprio la ristrutturazione degli immobili in senso antisismico sarebbe un corretto modo per mettere in moto l’economia.
Se cittadini e imprese  avessero, come prima si scriveva, facilitazioni fiscali e finanziamenti, non a fondo perduto ma a interessi zero, il bilancio dello Stato avrebbe qualche onere finanziario, pienamente compensato dalle imposte sui redditi che si maturerebbero mettendo in moto un filone economico capillare di decine e decine di miliardi. Con ciò, si creerebbe occupazione conseguente, ricordando che per ogni miliardo investito si mettono in moto circa mille posti di lavoro.
Anziché dilapidare 725 miliardi di spesa pubblica e 84 miliardi di interessi sul debito (tanto è previsto per il 2012 dal Def) basterebbe economizzare il dieci per cento di spesa (cioè tagliare quella improduttiva, 75 miliardi) e vendere il patrimonio pubblico per diminuire il debito con relativo taglio degli interessi.
Buon senso e capacità: ecco cosa manca ai nostri governanti. Altro che lacrime di coccodrillo.