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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Lug
31
2012
I Servizi pubblici locali (Spl) sono stati l’espediente di una partitocrazia corrotta e clientelare, per creare contenitori dentro cui immettere dipendenti, amministratori e revisori, amici degli amici. Con questo espediente hanno saltato il blocco del turn over dei dipendenti pubblici e quello dei concorsi perché, formalmente, le società che gestiscono tali servizi sono di diritto privato. Nulla vieta loro di comportarsi come tali, anche se controllati o posseduti dall’ente pubblico.
Il triangolo (ente pubblico-società figlia-ente pubblico) è micidiale, perché oltre a consentire i comportamenti clientelari prima richiamati, ottiene l’ottimo risultato di produrre servizi pubblici scadenti con contestuali gravi perdite di gestione, che poi l’ente proprietario deve risanare.
La demagogia di una certa parte della sinistra non riformista, insieme al portabandiera Di Pietro, ha promosso il referendum, ponendo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica un falso quesito: se l’acqua potesse essere privatizzata o meno.

Il popolo bue ha bevuto la panzana e si è riversato a votare contro la supposta privatizzazione dell’acqua.
In verità, il referendum poneva altre questioni: se i servizi pubblici locali dovessero essere gestiti in maniera efficiente, facendo aumentare nettamente la qualità, diminuire il costo e promuovere gli investimenti necessari. Contro questo ha votato il popolo, ripetiamo, bue e ignorante, senza accorgersi del danno che faceva.
Tale danno consiste nel fatto che viene continuato lo sperpero del denaro pubblico, nel pagamento di compensi a perdere di circa sessantamila persone, oltre a centinaia di migliaia di dipendenti delle società di gestione che producono solo perdite, salvo casi di efficienza piuttosto rari.
Di fronte al risultato referendario, la Corte Costituzionale, con la sentenza 199/2012, ha dovuto confermare che non potessero esservi norme contrarie alla volontà popolare. Fra esse l’art. 4 del Dl 138/2011 e l’art. 25 del decreto sulle liberalizzazioni. Tuttavia non è stato soppresso l’art. 3/bis del predetto decreto, per cui indirettamente la Consulta ha dato un assist al Governo, nel senso che il legislatore conserva il potere di intervenire nella materia oggetto del referendum.
 
Restano in piedi le regole europee sulla materia, che sono a maglie larghe. Il legislatore sottopone l’esistenza delle società in house a tre condizioni: la società affidataria dev’essere pubblica, deve svolgere la maggior parte della propria attività a favore dell’ente affidante e, terzo, deve garantire un controllo analogo a quello che ha il dovere di esercitare sui propri uffici.
Sono, come si capisce, vincoli elastici e ci vuole ben altro per ricondurre al buon senso presidenti di Regione e sindaci, che ora dovrebbero procedere, autonomamente e senza il cappio delle norme dichiarate incostituzionali, a razionalizzare le proprie società di gestione dei servizi pubblici locali.
Se questo atto di resipiscenza fosse affidato alla valutazione di quei rappresentanti delle Istituzioni, non avremmo speranza di cambiamento. Ma così non è, perché i soldi sono finiti, la santa crisi stringe ogni giorno di più il cappio al loro collo.
Volere o volare, presidenti di Regione e sindaci saranno costretti a tagliare questi filoni clientelari e, qualora rinsavissero, sciogliere le società per affidare i servizi a dipartimenti interni agli enti.

Così operando, otterrebbero un risparmio secco delle società che andrebbero liquidate ed utilizzerebbero il personale interno,che comunque pagano, eccessivo rispetto al fabbisogno.
Resterebbe il problema non secondario della qualità dei servizi prodotti e prestati ai cittadini. Ma questo è un problema più grande e rientra nella questione generale di far funzionare tutti i servizi di Regione e Comuni sui valori di merito e responsabilità.
Questo risultato si potrebbe ottenere se i politici preposti al governo di Regione e Comuni fossero persone oneste e capaci e, secondo, se esse scegliessero dirigenti e dipendenti che si ricordassero in ogni momento dell’articolo 98 della Costituzione, i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione.
Ma questo concetto si è perso per strada negli ultimi vent’anni, per colpa di una partitocrazia che ha continuato a fare clientelismo e favoritismo. La Santa crisi costringerà gli stolti a rientrare sulla retta via della gestione della Cosa pubblica nell’interesse comune. Oppure saranno cacciati a furor di popolo.
Lug
28
2012
 Chi mi legge da decenni sa che non sono mai stato tenero con il ceto politico perché essendo un attore primario, ha anche la responsabilità primaria di gestire l’intera società. 
Tuttavia, ho sempre sottolineato come una responsabilità non secondaria abbiano la classe dirigente e la borghesia tutta. Sia l’una che l’altra hanno avuto il torto di non indicare al ceto politico l’obbligo di ottenere il consenso su progetti alti che pensassero alle generazioni future piuttosto che sul clientelismo di basso rango, fondato sul favore e sullo scambio tra voto e bisogno. 
La parte peggiore della classe dirigente e della borghesia ha fatto patti scellerati con il ceto politico, per spartirsi le risorse pubbliche tanto faticosamente pagate da noi tutti contribuenti siciliani. Non è un caso che la Regione applichi la massima aliquota dell’Irap (4,82%), la massima aliquota dell’addizionale Irpef (1,73%) mentre i Comuni viziosi applicano anch’essi la massima aliquota dell’addizionale Irpef (0,8%).
Parti importanti della classe dirigente sono imprenditori e sindacalisti. Alcuni fra i primi hanno lucrato su contributi e agevolazioni (anche non meritati). Altri dei secondi (quelli che rappresentano i pubblici dipendenti) non hanno portato avanti un processo di equiparazione fra pubblici e privati, in modo da evitare che i primi fossero privilegiati rispetto ai secondi.  
 
 
La santa crisi, ormai lo scriviamo da molti anni, ha cominciato a costringere i responsabili delle istituzioni nazionali regionali e locali a tagliare gli sprechi, i favoritismi e i clientelismi. Ma il grosso dei tagli deve ancora arrivare. 
In base al patto fiscale, definitivamente approvato dal nostro Parlamento il 19 luglio scorso, molte Regioni ed enti locali sono da considerarsi in stato prefallimentare e quindi dovranno chiedere aiuto allo Stato centrale, il quale imporrà delle ferree regole di bilancio per rimettere in equilibrio i conti e ripianare le perdite con ulteriori sacrifici di bilancio.
Per questa operazione ci vogliono persone di grande capacità e professionalità, ma anche oneste, che taglino il grasso senza tagliare i servizi. Il grasso sarebbe l’apparato inutile che è servito solo per assumere personale, altrettanto inutile. è ora di cambiare radicalmente il modo di amministrare.
 
I sindacalisti regionali e provinciali, fra i quali ne conosciamo tanti molto bravi e onesti, devono guardare avanti e chiedere ai propri iscritti regionali di rinunziare alla quota di maggiore stipendio rispetto a quello degli statali. Devono chiedere ai pensionati iscritti di rinunziare a quella parte di assegno superiore a quello percepito dagli statali. Le imprese, dal loro canto, devono rinunziare a tutta quella massa di contributi che servono solo a mantenere in vita quelle che non hanno futuro, mentre vanno bene gli altri contributi che servono a sviluppare i progetti aziendali.
I politici veri facciano la loro parte rinunziando alla Legge 44/65 che equipara l’Ars al Senato, riportando le indennità dei consiglieri regionali (deputati) e di tutti i dipendenti a quelle dei consiglieri della Toscana o della Lombardia, con un risparmio secco di 100 milioni. 
Questi tagli, ed altri da noi elencati nelle pagine interne, comportano risparmi per 3,6 miliardi rispetto al bilancio preventivo 2012, con i quali si può riequilibrare la cassa e, cosa più importante, cofinanziare i fondi europei e statali, in modo tale da spendere subito tutti i 18 miliardi previsti dal Po 2007/13.
*** 
Nessuna parte economica, sociale e politica deve tirarsi indietro in questa situazione di gravissima crisi in cui verte la Regione. Gli ordini professionali devono dare un valido contributo alla risistemazione dei conti. Le banche che operano in Sicilia debbono fare opportuna e costante informazione, per indurre le imprese ad indirizzarsi verso settori d’avanguardia come la green economy, l’agricoltura innovativa e i servizi avanzati.
Rimettendo in equilibrio i conti della Regione, tocca ai Comuni inserire nei propri bilanci elementi di riqualificazione della spesa, tagliando tutta quella improduttiva, come abbiamo più volte pubblicato, in modo da recuperare risorse da destinare a cantieri, opere pubbliche e attrazione di investimenti nazionali e internazionali. 
Quanto precede non è esaustivo ma sarebbe un buon inizio. Metteteci testa. Ora, non domani. 
 
Lug
27
2012
Più che l’enorme debito pubblico, più che la montagna di spesa pubblica, più che la chiusura dei cantieri per opere pubbliche, più che l’influenza delle corporazioni che impediscono la concorrenza, più che la pressione dell’alta dirigenza pubblica che non vuole semplificare e farsi controllare, più di tutto questo, è l’incertezza che rende lo scenario italiano cupo. Tale questione è centrale, per comprendere l’accanimento del mercato e della speculazione contro il debito pubblico italiano e, in generale, contro il nostro Paese.
Il Professore sta attuando, seppure con lentezza, la revisione della spesa. Il primo decreto di quattro miliardi di risparmi, che ha consentito il rinvio dell’aumento dell’Iva dal primo ottobre 2012 al primo luglio 2013, sta per essere convertito in legge. Sono in via di approntamento altri due decreti ben più corposi di tagli chirurgici, che comprendono le dismissioni del patrimonio, che saranno approvati ai primi di agosto e alla fine d’agosto.

La revisione della spesa, portata dal secondo e terzo decreto, dovrebbe fare emergere risorse finanziarie atte allo sviluppo. Che, però, non può attivarsi, se contestualmente non vengono approvate altre riforme in materia di concorrenza e di semplificazioni procedurali.
Vi è poi l’ulteriore riforma in materia di riorganizzazione ed innovazione di tutta la burocrazia (statale, regionale e comunale), che è la palla al piede dello sviluppo, per trasformarla in propulsore dello sviluppo.
Anche se quanto precede venisse realizzato, tuttavia, non sarebbe bastevole a respingere con fermezza ed efficacia l’attacco dei mercati sui nostri titoli pubblici.
Infatti, essi guardano la prospettiva, cioè il medio periodo. Si chiedono se il Governo che succederà a quello attuale, dopo la scadenza naturale del 2013, saprà proseguire sulla strada virtuosa dei conti in ordine e della contestuale crescita.
è proprio l’incertezza del domani istituzionale che fa mantenere l’attenzione del mercato sui nostri debiti, con la conseguente speculazione che mantiene alta la differenza di tasso tra i nostri bond e quelli tedeschi. Questo problema va risolto, al più presto.
Paradossalmente, la Grecia e la Spagna, sotto questo profilo, stanno meglio di noi perché entrambe hanno appena eletto le loro maggioranze e i loro Governi, che dureranno tutta la legislatura. Anche la Francia ha appena eletto presidente della Repubblica e maggioranza, che dureranno cinque anni.
I mercati non continuano la loro azione speculativa quando sanno che le istituzioni sono ferme e durature. Ecco perché, segretamente, sembra che il presidente Napolitano, lo stesso Monti e la strana maggioranza ABC stiano prendendo in esame la possibilità di votare in autunno.
Ma questa ipotesi può realizzarsi solo nel caso che i tre leader convengano di fare un listone unico con a capo Monti e il suo Governo che, in questo caso, non potrebbe più chiamarsi tecnico. Naturalmente, nello stesso Governo dovrebbero esserci i leader dei tre raggruppamenti o loro delegati. è questa un’ipotesi inverosimile? Non lo sappiamo. Sappiamo che sarebbe un’ottima via d’uscita.
 
Non si può pensare che il tacchino aspetti con ansia il Natale. Neanche che l’alta e la media burocrazia si privino dei privilegi che hanno come contropartita un enorme danno per i cittadini. è la classe politica nel suo insieme, sostenuta dalla parte sana della borghesia (vi è una parte marcia che fa affari con i partitocrati) che deve tagliare le unghie ad alti e medi burocrati, responsabilizzandoli totalmente in base ai risultati che devono conseguire, applicando con la massima obiettività e severità la scure della risoluzione dei contratti, nel momento in cui tali risultati non vengono raggiunti, per qualsiasi motivo.
Ovviamente la classe politica deve dare l’esempio di moralità e di responsabilità, senza di che non può imporre una linea che pensi, come sosteneva De Gasperi richiamato da Monti, alle generazioni future.
La questione è tutta qua. Occorre mettere nelle istituzioni statali, regionali e locali etica, moralità, efficienza, capacità. Con questi valori si respingeranno gli attacchi del mercato e si rimetterà l’Italia nelle condizioni di funzionare.
Lug
26
2012
La speculazione internazionale ha mandato avvisi a Germania, Finlandia e Olanda, forse gli Stati più forti d’Europa. Sta ignorando la Francia e continua ad attaccare Spagna, Grecia e Italia.
è illusorio pensare che l’Europa possa salvare qualcuno dei partner mandando a fondo gli altri. Bisogna rendersi conto che tutti i 17 Stati Uem sono sul Titanic. Qualcuno ai piani alti, qualche altro nella stiva, ma se affonda la nave affondano tutti. Pochi si salveranno.
Però i partner che hanno i conti in regola hanno meno da temere se contribuiscono al salvataggio di quelli che stanno in fondo. Naturalmente se questi ultimi hanno la voglia di rimettere i conti in ordine, prendendo atto che il tenore di vita delle proprie popolazioni è tornato indietro di dieci-quindici anni e che, quindi, bisogna ricominciare la salita.
L’Euro-Titanic non può schivare l’iceberg della caduta della moneta unica se tutti i Paesi non rientrano nei parametri del patto di Maastricht (1992). Ognuno di essi deve avere la consapevolezza che rimettere i conti in ordine è un’esigenza primaria.
 
In questi giorni la Camera ha approvato in via definitiva il fiscal compact, cioé il patto approvato a Bruxelles il 7 marzo 2012 che ha confermato il patto di stabilità firmato da capi di Stato e Governo il 25 marzo 2011. L’italia è la dodicesima nazione che approva il fiscal compact.
Esso impone di tagliare, dal 2013 al 2032 (vent’anni), la metà del debito esistente, in Italia pari a circa 980 miliardi di euro, in modo che il restante rientri nel 60 per cento del Pil. Il che significa che bisogna tagliare 45 miliardi l’anno evitando di emettere nuovi titoli di Stato per pari importo.
Quanto precede è fondato sulla premessa che dal 2013 vi sia il pareggio di bilancio, così come prevede il nuovissimo quarto comma dell’articolo 81 della Costituzione.
Il taglio del debito pubblico può essere fatto mediante alcune leve: inserire un’imposta sui patrimoni superiori a dieci milioni di euro, esclusi gli immobili già gravati dall’Imu, il che non farebbe aumentare la pressione fiscale, non sarebbe un gran peso per i proprietari di tali patrimoni, ma porterebbe nelle casse pubbliche alcuni miliardi.
 
Seconda: costituire un fondo pubblico nel quale fare confluire i beni immobiliari di Stato, Regione e Comuni - che superano i 500 miliardi e rendono solo lo 0,3% - che emetta obbligazioni garantite dallo Stato, con le quali acquistare nuove emissioni di debito pubblico. Ovviamente il fondo comune dovrebbe procedere a vendere gli immobili e terreni ricevuti alle migliori condizioni possibili.
Terza: spingere l’Europa ad approvare la Tobin tax. Già la Francia l’attiverà dall’uno agosto prossimo, sulle transazioni di azioni (e non di obbligazioni) delle società quotate in Borsa (Cac40). Gettito di un miliardo pari allo 0,2% degli importi.
Il versante più importante è quello della crescita per la quale ci vogliono risorse. Non potendo aumentare ulteriormente le tasse, è necessario tagliare la spesa pubblica prevista per quest’anno dal Def in 724 miliardi. Il primo decreto del 6 luglio 2012, n. 95 sulla revisione della spesa è stato un assaggio di meno di quattro miliardi, che il Governo ha chiesto di approvare in via definitiva entro il due di agosto. Il secondo decreto verrà approvato probabilmente i primi di agosto (sarà più corposo) ed il terzo alla fine di agosto.

Col recupero di queste risorse si può dar fiato all’economia aprendo tutti i cantieri per opere strategiche ordinarie, regionali e statali, si possono sostenere le imprese che abbiano progetti innovativi, si possono finanziare migliaia di iniziative di piccoli imprenditori che hanno validi progetti, ma non i relativi quattrini.
Altra leva è quella di riformare profondamente tutta la burocrazia. Persino in Emilia, dove le cose funzionano, Comuni e imprese lamentano che essa frena. La riforma deve prevedere l’inserimento dei due valori fondamentali, quali il merito e la responsabilità.
La recente sentenza della Corte Costituzionale ha annullato due provvedimenti sulle liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, che sono una cancrena in quanto rifugio di trombati e raccomandati. C’è spazio, secondo l’indirizzo della Corte, per intervenire in direzione di una vera concorrenza pro cittadini. Occorre individuarlo subito.
Lug
25
2012
La Natura è stata creata da un Essere superiore (secondo me), che le ha dato le regole, insondabili e imperscrutabili da parte del genere umano. Noi non ci sappiamo spiegare la maggior parte degli eventi che accadono. Però, ogni tanto, qualcuno scopre qualcosa. In qualche altro caso, qualche altro inventa qualcosa. La sorpresa ci coglie in modo positivo e spesso si scatenano gli entusiasmi.
Ma non sono veri né la scoperta, né l’invenzione. La verità è un’altra. Siamo noi, che per il frutto di tante concause, veniamo a sapere qualcosa che prima non sapevamo.
Nell’Universo tutto è noto. Siamo noi, piccoli, miseri e umili uomini che non lo conosciamo. Come dire che nulla si inventa, nulla si scopre, ma tutto è a portata della nostra intelligenza (ed anche del caso fortuito),   perché in un certo momento se ne prende atto. Fu un caso, che consentì a Galileo Galilei (1564 - 1642) di scoprire la forza di gravità. Ma essa è sempre esistita da quando esiste la Terra. Nulla si crea, nulla si distrugge, affermava Antoine-Laurent de Lavoisier (1743 – 1794)
 
Non sono molte le persone che hanno la reale consapevolezza di essere poca cosa. Altre, invece, quelle più intelligenti e colte, sono umili, e più imparano più sanno e più si accorgono della microscopica dimensione di tutti noi, piccole formichine.
Intendiamoci, non intendo sminuire la capacità dell’umanità nel suo insieme di fare enormi progressi da quando l’uomo è andato in una posizione di equilibrio su due gambe. Intendo sottolineare, come molti facciano correre la fantasia a briglia sciolta, senza alcun collegamento con la realtà, e pensano, come Madame Pierrette, di costruire il proprio futuro basandosi su voli pindarici, piuttosto che su concretezza, operosità e  sacrificio.
Sono proprio questi i requisiti indispensabili per andare avanti e per crescere. Chi pensa di pervenire a dei risultati senza di essi è stolto e fuori dalla realtà. Stare con i piedi per terra significa prendere atto di quello che ci circonda e utilizzarlo al meglio, per progredire. Non si deve pensare di andare avanti a passi lunghi e frettolosi, ma di costruire il futuro, pazientemente, mattone sopra mattone, usando una malta adeguata che li tenga bene insieme.
 
Il 20 luglio 1969, due astronauti americani (Neil Armstrong e Buzz Aldrin) misero piede sul suolo di Selene (ricordo una canzone di Domenico Modugno). Fu un momento emozionante per chi lo vide e per il progresso dell’umanità. La navicella volò per circa trecentocinquantamila chilometri e scese su quel terreno desolato, ove non c’è vita.
Ma, fuori dall’emozione, la Luna esisteva già, come gli altri satelliti e pianeti di questo Universo e chissà di quanti altri Universi. Siamo noi, uomini, che abbiamo compreso dei meccanismi che ci hanno permesso di compiere l’impresa.
Se, anziché scatenare due guerre mondiali nello scorso secolo, l’umanità si fosse dedicata al suo progresso fin dai primi del 900, oggi sarebbe molto più avanti. Ma l’uomo è stolto, è accecato da tanti vizi, fra cui spicca la sua voglia di onnipotenza, e perde il lume della ragione, pensando che tutto può e, invece, è così piccolo che potrebbe neanche vedersi il riflesso allo specchio.

Nella famosa poesia di Antonio De Curtis (Totò) ‘A livella, sostanzialmente è riportato il cuore del problema: alla fine della vita - che Ennio Flaiano definisce come il lampo fra due periodi bui - il nostro corpo ha completato un ciclo e ne comincia un altro, come tutte le sostanze organiche. Secondo noi, che crediamo, lo spirito sopravvive, diventa energia e si mescola con l’energia esistente. Ma anche Socrate, che non credeva, definì la quadripartizione dell’essere umano: spirito, intelligenza, mente e corpo.
Ma c’é un altro oggetto che livella tutti gli uomini, cui nessuno pensa: il water. Non c’é infatti persona umana che non lo utilizzi, indipendentemente dal censo, dall’età, dallo stato sociale, dalla posizione economica, dal ruolo istituzionale o da altro. Chiunque viva, deve passare da questo oggetto, gli piaccia o non gli piaccia.
La morte ed il water livellano tutti gli uomini e ci fanno capire come qualunque forma di presunzione sia vacua. Dobbiamo avere sempre consapevolezza di come sono realmente le cose. Sognare ma non illudersi.
Lug
24
2012
La situazione è insostenibile perché, mentre la Casa brucia, il presidente Lombardo dice cose contrarie a quanto afferma la Corte dei Conti. Gli assessori tacciono, i dirigenti generali restano immobili come i conigli abbagliati dai fari delle auto.
A Radio Anch’io di giovedì 19 luglio, condotta come sempre dall’ottimo Ruggero Po, ho avuto modo di smentire Lombardo quando ha detto che non ha assunto neanche una persona. Infatti, nel gennaio 2011 la Regione ha assunto ex novo circa 5.000 dipendenti che avevano terminato i loro contratti e quindi erano liberi.
Ciò in violazione della Legge 102/09 (Brunetta) la quale disponeva (e dispone) che non si può rinnovare nessun contratto a tempo determinato per chi è già da più di 3 anni nella pubblica amministrazione.
Lombardo ha affermato che ha un credito dallo Stato di un miliardo, ma nulla ha detto sulla gravissima inadempienza della sua amministrazione che non ha speso sei settimi dei 18 miliardi messi a disposizione della Sicilia dal Po Ue 2007/13. Come si può pretendere di avere soldi dallo Stato quando non si è capaci di spendere, per investimenti, quello che è già disponibile?

Lombardo ha affermato che le nomine da lui fatte erano obbligatorie. Per alcune di esse è vero, ma non si capisce l’obbligatorietà di trasformare commissari straordinari di Asp in direttori generali, né l’obbligatorietà in qualche altra decina di nomine tutte facoltative. Poi, non ha spiegato perché in questi anni la Regione ha nominato centinaia di consulenti quando ha alle proprie dipendenze, lautamente pagati, 1.917 dirigenti che possiedono professionalità per le quali sono stati nominati gli stessi consulenti, con aggravio per le casse della Regione.
Lombardo non ha spiegato perché ha fatto emettere una circolare dal suo assessore Chinnici, per impedire che la Legge 42/10 fosse applicata in Sicilia. Tale legge ha riguardato il taglio di oltre 2.000 consiglieri comunali e provinciali divenuta operativa nella sessione delle elezioni amministrative 2012, ma non in Sicilia. Il risultato di questa dissennata circolare è stato quello di far pagare all’erario siciliano 175 milioni in più.
Lombardo non ha spiegato come mai la miracolosa riforma sanitaria non è riuscita a frenare l’aumento della spesa che, nel 2012, secondo la Corte dei Conti, è stata di ben 519 mln in più dell’anno precedente.
 
Lombardo non ha spiegato perché l’assessore al Lavoro non ha emesso il decreto per le 5.500 assunzioni delle imprese private, agevolate dalla Legge 106/2011, che doveva essere emanato entro il 30 di giugno. Il suo assessore al ramo nonché il direttore generale del dipartimento, nonostante le ripetute telefonate per avere spiegazioni, si sono trincerati dietro un colpevole silenzio.
Lombardo non ha saputo spiegare perché nel bilancio varato dalla sua Giunta e approvato improvvidamente dall’Assemblea regionale non è stato dettagliato l’elenco delle voci che compongono quell’inspiegabile elemento di pareggio tra entrate e uscite di circa 10 miliardi, chiamato avanzo di amministrazione.
Lombardo non ha spiegato perché i dipendenti regionali debbano guadagnare un terzo in più di quelli statali e comunali e i pensionati regionali debbano ricevere un assegno maggiorato rispetto ai colleghi statali, con l’aggravio di una gestione diretta del fondo pensioni che costa circa 10 milioni l’anno.
 
Non sappiamo che cosa il presidente della Regione voglia spiegare al presidente del Consiglio nell’odierno colloquio, perché l’insieme di quanto stiamo scrivendo è materia più che sufficiente per fare rimarcare lo stato di decozione della Regione, portato da marasma amministrativo, inefficienza più assoluta e  disordine dei conti.
Pqm, per questi motivi, è indispensabile che il Governo, ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto, degli articoli 81 (pareggio di bilancio), 117 (accordi internazionali), 120 (poteri sostitutivi), e 126 (gravi violazioni di legge) della Costituzione, provveda a commissariare con urgenza sia il governo regionale che l’Assemblea, mandando a casa 90 inutili deputati, anche quelli molto bravi e onesti che sono minoranza. I commissari dovranno  intervenire drasticamente, come un novello Enrico Bondi (mani di forbice), per riportare alla normalità la Regione siciliana, eliminando i tanti privilegi nati e cresciuti all’ombra di un’autonomia utilizzata non per sviluppare la Sicilia, come l’hanno pensata Alessi, La Loggia e Restivo, bensì per affossarla.
Occorre commissariare Governo e Assemblea fino al 2013 quando dovrà essere eletto un presidente al di sopra delle parti, che s’impegni a lavorare gratis per 5 anni.
Lug
21
2012
La bufera mediatica che si è scatenata sulla Sicilia era largamente prevedibile. I fatti contestati sono inconfutabili, anche se spesso confusi e falsi. Per esempio, l’indebitamento della Regione è di 5 e non di 17 miliardi di euro. Il peggio della questione è che non abbiamo nulla da dire a discolpa di un ceto politico e burocratico degno del nono cerchio dell’Inferno (i traditori della Patria).
Nessuno dei politici e dei burocrati siciliani può dire che quello che sta accadendo in questi giorni non sia stato regolarmente previsto e scritto sulle nostre pagine da 30 anni a questa parte e con maggiore frequenza e precisione negli ultimi tre anni. è tutto scritto nero su salmone.
Né possiamo assolvere politici e burocrati sostenendo che quanto accaduto sia causa di incapacità. Fra essi, ve ne sono tanti preparati che sanno perfettamente di aver percorso la strada dell’Inferno, compiendo atti deliberativi contrari all’interesse generale, per privilegiare oltre 100 mila siciliani che da questa crisi non stanno subendo alcuna conseguenza: ricevono regolarmente, infatti, prebende, indennità, stipendi.
 
Politicanti, la festa è finita, andate in pace, è il titolo del mio ultimo libro, il numero 20, uscito in aprile di quest’anno. Perché la festa è finita? Perchè i soldi sono finiti, perché il collare ha stretto in modo quasi asfissiante la finanza pubblica in Italia e per conseguenza nelle Regioni e nei Comuni, a cascata.
Che il ceto politico e quello burocratico siano andati dritti nel burrone infischiandosene dei siciliani è colpa gravissima, reato politico ed etico. Ma il redde rationem è arrivato pure per loro. Forse in luglio o in agosto non saranno pagati stipendi e indennità, perché le casse della Regione sono vuote.
Non comprendiamo sulla base di quali fatti il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, possa affermare che i conti sono in ordine. Una menzogna colossale che non ha nessun presupposto reale.
Abbiamo ripetute volte affermato che il bilancio della Regione è falso, ripetute volte affermato che la Regione è in default e quindi fallita, che l’avanzo di amministrazione (cifra compensativa fra entrate e uscite del bilancio) è destituita di ogni verità. Ma, si afferma, i conti sono in ordine.
La vergogna ha coperto tutti i siciliani, questo è il peggio della questione.
Siamo tutti responsabili del comportamento colpevole di qualche migliaio di persone che hanno occupato i vertici politici e burocratici e soprattutto una parte della borghesia, collusa con i politicanti marci, che ha corresponsabilità nel disastroso quadro che vediamo.

In ogni caso, per passare dalla diagnosi alla terapia, è necessario cambiare immediatamente i conduttori della Regione, mediante l’invio da parte del Governo nazionale dei commissari .
Questo atto è consentito dall’art. 8 dello Statuto siciliano e confermato dall’art. 120, secondo comma, della Costituzione, indipendentemente dalla volontà o meno di Lombardo di dimettersi il prossimo 31 luglio. Si aggiunge l’art. 119, settimo comma, della Costituzione, secondo il quale “... le Regioni possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare le spese per investimenti...”.
Il chiarimento tra lo stesso Lombardo e Monti, di martedi 24 luglio, deve portare a un cambio dei vertici, non a continuare a far danno attraverso 90 deputati, assessori e un presidente (o vice presidente).

Vi sono soggetti che in malafede strillano a difesa dell’autonomia. Sono proprio quelli che hanno combinato il disastro, perché hanno utilizzato l’autonomia non come elemento propulsore di sviluppo dell’economia e dei siciliani, ma come scudo per instaurare privilegi di ogni genere a favore di una piccolissima fetta della popolazione, appunto 100 mila persone, danneggiandone 4,9 milioni (vedi l’equiparazione dell’Ars al Senato, lr 44/65).
Basta con questa vergogna, la parte sana della borghesia reagisca, i sindacati che rappresentano lavoratori e pensionati pubblici che rischiano di perdere gli assegni espongano subito all’opinione pubblica la loro reazione. Confindustria ha parlato, l’Udc ha parlato. Lo facciano immediatamente gli altri partiti, che alle elezioni di ottobre (forse) saranno cancellati dai 4,9 milioni di siciliani che sono stati vilipesi, martoriati e calpestati in questi quattro anni.
Auspichiamo che i tre quotidiani generalisti della Sicilia (il QdS è un quotidiano economico) aumentino l’intensità della loro informazione nella direzione di una pulizia urgente e indispensabile. Lo stesso facciano la Tgr e i Tg regionali.
Lug
20
2012
Avevamo già scritto che anche la Merkel, la notte del 28 giugno, non ha perso nei confronti di Mario Monti, in quanto entrambi hanno mantenuto una linea che è di rigore e flessibilità. Il nostro presidente del Consiglio ha cercato (e cerca) di avere la possibilità di non far rientrare le spese per investimenti nel pareggio di bilancio e la Merkel chiede che gli aiuti si possano dare solo se si è verificato il controllo che i conti degli Stati membri siano in ordine.
Ma nessuno dei due ha mai pensato di non affrontare con decisione il piano di sviluppo che è l’unico modo perché gli Stati escano dalla recessione, seppur lentamente.
Il fondo salva-Stati provvisorio Efsf (European financial stability facility) e quello definitivo Esm (European stability mechanism) hanno il compito di contrastare la speculazione del mercato, salvaguardando quei membri dell’Ue che hanno imboccato la strada dell’equilibrio di bilancio, come ha fatto l’Italia, inserendo all’art. 81 della Costituzione la frase: “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”.

Mariano Rajoy, presidente del Consiglio spagnolo, ha varato un piano di tagli di 65 mld €. Egli è stato eletto qualche mese fa e ha davanti tutta la legislatura per fare riprendere la strada dello sviluppo al suo Paese. è probabile che, attuato il piano e dando dimostrazione di stabilità e continuità nel tempo, la Spagna esca dal guado prima dell’Italia.
Il nostro Paese, invece, ha un governo forse più autorevole di quello spagnolo, ma è a termine. L’incertezza che i partiti danno ai mercati mondiali su ciò che succederà dopo l’aprile del 2013 è la ragione per cui la speculazione continua a operare nei confronti dei nostri titoli del debito pubblico.
Sarebbe opportuno che i suddetti partiti si mettessero rapidamente d’accordo per una nuova legge elettorale, così come spinge con forza il Presidente della Repubblica, in modo da approvarne rapidamente una nuova per mettere in soffitta definitivamente il Porcellum.
Naturalmente una legge nuova che abbia due caratteristiche: restituisca ai cittadini il loro diritto di scegliere i parlamentari e, secondo, consenta al popolo di sapere in anticipo chi sono i contendenti e il primo ministro candidato, in modo che non vi siano sorprese dopo le elezioni.
 
La questione dello sviluppo è fondamentale, perché senza di esso non si crea lavoro e i disoccupati aumentano, le imprese non marciano, salvo quelle esportatrici che vanno molto bene. tutta la macchina economica del Paese è rallentata, anche per l’enorme pressione fiscale.
Relativamente ai tagli, questo Governo è molto timido, perché ha varato una revisione della spesa di appena 4 miliardi di euro, anziché di 40. E, sul versante del taglio degli interessi, ha programmato la vendita del patrimonio pubblico di una ventina di miliardi l’anno, dimensione molto bassa rispetto a 200 miliardi l’anno che costituirebbero un vero abbattimento della montagna di titoli pubblici, col conseguente abbattimento degli interessi.
Solo diminuendo la spesa pubblica si possono trovare le risorse per finanziare le opere pubbliche, fare diventare l’Italia un grande cantiere, sostenere l’apparato produttivo e quello dei servizi, incentivare la ricerca e l’innovazione, attrarre investimenti esteri, in modo da rendere più competitivo nel suo complesso il Paese.

La competitività aumenta anche facendo le riforme, che consentano a tutti i soggetti di stare in concorrenza, in modo da offrire migliori servizi a prezzi più bassi. In questa direzione dovrebbero essere cedute tutte le partecipate comunali e regionali, in modo che  i servizi possano essere gestiti con efficienza e soddisfazione dei cittadini.
Da qui passiamo al vero nodo che è tagliare le mani ai partitocrati, che si sono inseriti nell’economia e nei servizi per dare sfogo alla famelicità dei propri accoliti, i quali hanno trovato posto negli organici, nei consigli di amministrazione, nei collegi dei revisori, nelle consulenze e via enumerando, dando luogo a uno sperpero di risorse finanziarie che ormai sono finite.
è indispensabile che il governo Monti abbia la forza di tagliare ulteriori spese improduttive, perché questo è l’unico modo per recuperare le risorse necessarie agli investimenti. La Merkel ha ragione. Bisogna dargliene atto.
Lug
19
2012
L’italica abitudine è quella di chiacchierare dando fiato alla bocca. Questo comportamento è, qualche volta, anche delle persone intelligenti  ma svogliate che non si applicano. Risultato: la fiera delle parole sostituisce i fatti. Parlare è più facile che agire,  perché a correggere ci vuol poco, a smentire ancor meno ed appellarsi agli equivoci diventa facile. Chi agisce, invece, può sbagliare. In questo caso, c’è qualche altro, magari parolaio, che è pronto a puntargli contro un dito accusatorio.
Giampaolo Pansa ha definito Fausto Bertinotti il Parolaio Rosso, per la sua capacità di mettere insieme i discorsi, anche metafisici, in cui non sono mai presenti soluzioni ai problemi.
Ecco la questione, c’è chi affronta le situazioni, anche difficili, tentando di trovare soluzioni; c’è chi invece, di fronte alle difficoltà, si scoraggia e si arrende. Un comportamento deprecabile, perché ognuno di noi deve trovare in sé la forza e la capacità di agire e di reagire. Senza di che può essere assimilato a una ameba.

Un saggio sosteneva che bisogna pagare i risultati, non le chiacchiere. Qualcuno contesta, perché questa affermazione sarebbe di pertinenza del mondo degli affari. Non è solo così.
Nel campo della solidarietà, tutte le organizzazioni no profit devono assistere malati e bisognosi ed ottenere risultati: la guarigione dei primi, il sollievo dei secondi. I risultati si ottengono facendo sacrifici e mettendo dedizione; ma questi non bastano. Occorre anche organizzazione ed efficienza per ottenere risultati, come moneta sonante.
In questo senso metaforico il detto del saggio si giustifica. Anche quando incontra la disponibilità dei volontari, lo scambio arreca vantaggio ad entrambi ed ai terzi.
La disponibilità e l’impegno di ciascuno di noi, quando fa attività di servizio, è una sorta di pagamento per ottenere risultati. Per contro, chi ottiene assistenza perché sta male, può pagare il sacrificio degli altri con la gratitudine.
Ognuno di noi, per essere solidale con gli altri, deve ricordarsi che occorre dare senza mai nulla chiedere in cambio. Così contribuisce ad un circolo virtuoso, secondo il quale ciascuno riceve, non perché ha chiesto, bensì perché ha dato. Il dare è anche una forma di piacere interiore egoistico.
Nel versante degli affari, ancor più, vige il precetto che si pagano i risultati. Chi gestisce enti pubblici o privati; società pubbliche o private; organizzazioni di ogni natura, pubbliche o private, deve possedere la necessaria professionalità e capacità per essere in grado di raggiungere i risultati.
Solo un bravo leader, un bravo group leader, è in condizioni di guidare la squadra per fare goal. All’interno dei gruppi c’è sempre qualcuno che fa osservazioni, che obietta senza alcuna cognizione di causa. Dice parole o sequenze di parole senza alcun costrutto.
Costui non ha la capacità di ragionare per raggiungere risultati. Non merita alcun compenso, anzi va emarginato perché diffonde un cattivo esempio fatto di inefficienza e di nullità operativa. Purtroppo i parolai inefficienti sono in maggioranza e contribuiscono a bloccare l’avanzata sociale e innovativa della gente.
Pochi pensano che occorra essere essenziali, quasi lapidari, nel modo di pensare ed in quello di agire. Tanta gente tiene la testa per dividere le orecchie o per consumare shampoo.

La capacità di ottenere risultati è anche un precetto etico. Ognuno di noi consuma energia propria e di terzi, per produrre la quale si sostengono costi, cioè si brucia altra energia. Dobbiamo essere consapevoli che il consumo dell’energia non è un fatto naturale e che, se vogliamo operare, dobbiamo comprare l’energia che andiamo consumando.
Stolto è colui che pensi di potere vivere come un parassita. Ricordiamo la favoletta nella quale la mosca appollaiata sulla testa dell’asino, alla fine della giornata di lavoro esclama: “Abbiamo lavorato molto, siamo stanchi, ci meritiamo il giusto riposo”.
Chi non produce risultati è un parassita, ma, come la mosca, si lamenta e ritiene di avere diritto a un compenso o ad un meritato riposo, il che non è vero.
Criteri di equità impongono che ciascuno riceva per quello che dà, anzi ognuno di noi deve dare di più di quello che riceve. Fuori dalla realtà è quella teoria secondo la quale ognuno deve ricevere in base ai propri bisogni. é meglio che pensi ai bisogni degli altri.
Lug
18
2012
La Procura di Palermo, guidata dal capo Francesco Messineo, sta indagando sulle vicende del 1992 quando inspiegabilmente il ministro Conso non rinnovò (revocò) misure di carcere duro ai condannati per mafia.
La Procura di Palermo sta cercando di vedere se allora si commisero reati e se vi è un nesso con le morti di Falcone e Borsellino, chiamate anche stragi di Stato. Naturalmente si avvale di intercettazioni, così come sono oggi regolate dalla legge.
La vicenda deve emergere e non può restare nel limbo, come nel caso dell’abbattimento dell’Itavia a Ustica o delle stragi di Milano, Brescia e Bologna. Indagando e ascoltando le intercettazioni, nelle mani dei procuratori ne è capitata una riguardante la conversazione tra l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, ed il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che entra nella vicenda in modo casuale.
Mancino dice che si è rivolto al presidente della Repubblica per chiedergli di coordinare le attività delle diverse Procure. Ma coordinare non è compito del Presidente della Repubblica.

Perchè, dunque, Mancino si è rivolto al Capo dello Stato? In atto, non c’è risposta. Ricordiamo che lo stesso ex ministro è stato anche vice presidente del Csm. Si deve presumere che conosca perfettamente i meccanismi giudiziari. Ritorna per la seconda volta la stessa domanda: perchè Mancino si è rivolto al Capo dello Stato? In ogni caso l’ha fatto. Questo è un dato, che però qui non interessa l’analisi.
Ci chiediamo, invece, perchè Napolitano abbia sollevato il conflitto di attribuzione fra la Presidenza della Repubblica e la Procura di Palermo, davanti alla Corte Costituzionale.  La legge 219/89 prevede tre casi in cui il Presidente della Repubblica, chiunque esso sia, possa essere messo sotto inchiesta. Nessuno dei tre casi ricorre nell’attuale vicenda. Anzi, la Procura ha chiarito immediatamentev che la casualità della presenza del Capo dello Stato nell’intercettazione non ha nulla a che fare con la vicenda giudiziaria.
Tuttavia, la Procura conserva come prova l’intercettazione, limitatamente a quello che ha detto Mancino. Elemento utile per chiarire l’intera vicenda.
 
Ma il Presidente della Repubblica ha chiesto alla Corte Costituzionale, attraverso l’Avvocatura di Stato, che l’intera intercettazione venga distrutta. Se la sua richiesta fosse accolta la Procura verrebbe privata di una prova.
Ora, la questione è se si tratti di forma o di sostanza. La legge è forma attraverso cui deve raggiungere la sostanza. Ma non ci può essere forma senza sostanza, seppure i vizi di procedura spesso annullano processi, indipendentemente dalla sostanza.
Le regole vanno rispettate sempre, salvo un maggior rispetto quando vi sono fatti gravissimi come quello che stiamo esaminando e cioè le stragi di Stato del 1992. Casi come quello esaminato se ne sono sempre verificati e se ne verificheranno ancora, e anche in altri Stati.
In tutte le Costituzioni sono previste le possibilità di messa in stato di accusa dei Capi di Stato, ma qui in questa vicenda Giorgio Napolitano non c’entra per nulla e tutti siamo pronti a testimoniare della sua correttezza istituzionale e onestà personale.

Ma le stragi di Stato debbono trovare una risposta e se qualche soggetto istituzionale ha responsabilità, deve essere messo sotto processo. La vicenda è delicatissima e all’opinione pubblica non deve balenare l’eventualità che qualcuno voglia mettere sordine o bavagli. La verità deve emergere come il sole all’alba e risplendere per rassicurare i cittadini che almeno nelle vicende gravi essa possa trionfare. Sulla moglie di Cesare non deve esserci neanche un’ombra.
Attendiamo la sentenza della Corte Costituzionale, alla quale tutti i cittadini debbono attenersi, indipendentemente dal soddisfacimento delle diverse istanze.
In ogni caso manifestiamo solidarietà, per quello che vale, ai giudici di Palermo che, tra mille difficoltà, stanno tentando di arrivare a un chiarimento di quei fatti tragici provocati da chi ancora oggi resta nell’ombra. I manipolatori delle vicende e coloro che tramano alle spalle dei cittadini devono essere scoperti. Chiunque contribuisca, anche in buona fede, a che i burattinai rimangano coperti, ha un’involontaria connivenza che va eliminata.
Lug
17
2012
L’Unione europea ha giustamente ipotizzato la revoca di novecento milioni di finanziamenti alla Sicilia. Ma sono in discussione altri sei miliardi, che sono stati a disposizione di questi ceti, politico e burocratico, fin dal 2007. Inoltre, sono state sospese le erogazioni di fondi fino a nuovo ordine. Un fallimento completo del quale ha massima responsabilità il presidente e gli assessori che hanno governato la Sicilia dal 2008, ma non minore responsabilità hanno i dirigenti che al 31 dicembre 2011 erano, secondo la Corte dei Conti, ben 1.917, contro i 217 della Regione Lombardia.
è noto a tutti che il contratto di dirigente non ha nulla a che fare con quello del rapporto impiegatizio. Il dirigente non è un impiegato. Stipula un contratto col suo datore di lavoro, in questo caso la Regione, nel quale è scritto che deve raggiungere degli obiettivi per i quali percepirà i premi. Ma se non raggiungesse gli obiettivi concordati, non solo perderebbe tali premi, ma il suo contratto potrebbe essere risolto.

I comportamenti fallimentari dei dirigenti regionali, che hanno distrutto l’economia dell’Isola, complici i politicanti che si sono preoccupati solo di portare a casa i venti mila euro al mese più altre indennità, devono cessare immediatamente attraverso una selezione di quelli bravi, professionalmente preparati e meritevoli (che sono circa la metà) e mandare a casa gli altri, troncando il rapporto contrattuale. Tutto questo attraverso una riorganizzazione dell’apparato, da affidare appunto a quel migliaio di dirigenti in condizione di farlo funzionare con efficienza europea.
La riorganizzazione dell’apparato deve comportare la messa in disponibilità di diecimila dipendenti, totalmente inutili alla Regione e ai siciliani, con l’80% dello stipendio (Legge 106/2011), oltre al taglio dei super compensi di oltre un terzo rispetto ai dipendenti statali e comunali.
Un ulteriore taglio va fatto a quella parte dei sedicimila pensionati, mediante contributi di solidarietà, i quali percepiscono assegni esorbitanti rispetto a quelli che percepiscono i corrispettivi statali. Anche in questo caso occorre un intervento equitativo, per evitare che l’autonomia della Regione continui ad essere utilizzata per finanziare privilegiati.
L’occasione ha fatto scatenare la stampa nazionale, tra cui citiamo un editoriale di Gianantonio Stella sul Corriere della Sera e un altro di Maurizio Belpietro, direttore di Libero. Purtroppo non possiamo dar torto ad entrambi che chiedono il commissariamento della Regione come per altro fanno Gianpiero D’Alia, coordinatore dell’Udc siciliana e Ivan Lo Bello, vice presidente di Confindustria.
Assente nella protesta è la borghesia siciliana che assiste indifferente allo scempio che hanno compiuto partitocrati e burocrati pubblici.
L’Unione europea, come prima scritto, ha preavvisato che intende bloccare altri 6 miliardi di finanziamenti sul Po 2007/13 dal momento che la Regione ne ha utilizzato circa un decimo. A che serve mettere a disposizione risorse finanziarie se il cavallo non è capace di bere? Così ragionano giustamente a Bruxelles.
Il fallimento della Regione è un inferno per i siciliani, di cui ben 248.094 sono disoccupati mentre oltre il 38% dei giovani non trova lavoro. Su questo punto, però, ricordiamo che vi sono migliaia di opportunità di lavoro, cui giovani e meno giovani non sono capaci di rispondere perché non hanno le competenze. Il danno e la beffa anche quando il lavoro c’è, non ci sono i siciliani capaci di soddisfarlo.

La Sicilia è seduta su una polveriera. La Regione fallita, solo uno dei 390 Comuni è iscritto all’Associazione nazionale dei comuni virtuosi. La maggioranza dei sindaci non ha i conti in ordine mentre continua a pagare stipendi inutili a persone senza guida e interamente allo sbando. Il peggio è che non hanno un progetto di sviluppo, per cui vanno avanti senza meta, in un mare in tempesta.
Occorre che la società siciliana ponga con forza ai prossimi candidati alla presidenza della Regione dieci punti sui quali si debbono impegnare, elencati nelle pagine interne, e, con altrettanta forza, altro decalogo ai sindaci perché divengano virtuosi. Basta con clientelismi e favoritismi. è arrivato il momento d’interpretare una politica di alto profilo al servizio dell’interesse generale.
 
Lug
14
2012
È stata sbandierata ai quattro venti la formidabile  riforma della sanità in Sicilia, dopo il disastro clientelare dell’ex presidente Salvatore Cuffaro. Uno sforzo per riordinare l’inefficiente organizzazione di Asp e Ao è stato fatto. Altro sforzo per ridurre sprechi di ogni genere è stato compiuto. Ma, com’è noto a chi s’intende di gestione di enti, gli sforzi sono del tutto inutili se non rimettono i conti in ordine in modo da raggiungere quantomeno il pareggio di bilancio.
Tutti i proclami sentiti nel 2011 e in questo scorcio di anno sono miseramente crollati il 29 giugno, quando la Corte dei Conti ha pubblicato i dati. La sanità in Sicilia è costata 9,4 miliardi di euro contro 8,9 dell’anno precedente, con una maggiore spesa di ben 519 milioni di euro.
Altro che messa a posto dei conti. Il banco è saltato. Anche questa maggiore, enorme spesa della sanità ha contribuito a vuotare le casse della Regione. Beffa della beffa, l’assessorato al ramo ha comunicato che vuole assumere altro personale.

È possibile che vi sia qualche casella vuota di figure professionali, però essa non va riempita assumendo altra gente in un organico gonfio e ridondante, bensì riqualificando il personale che già è nell’organico.
Vi è poi un altro modo per risolvere qualche sporadica deficienza di figure professionali ed è quello di porre l’aut aut a tutta la classe medica: lavorare per la sanità regionale oppure per i propri studi privati. La promiscuità dei due interessi non crea la necessaria concorrenza fra pubblico e privato, che sarebbe la fonte di una migliore efficienza generale del comparto.
L’incapacità della supposta riforma sanitaria di chiudere gli ospedalini, di ridurre i costi di degenza per ogni posto letto occupato intorno a 700 euro e di 500 euro per ogni posto letto non occupato, non ha avuto successo. Direttori generali di aziende sanitarie provinciali e aziende ospedaliere non sono riusciti a mantenere la spesa tassativamente dentro le cifre previste nei bilanci preventivi. Non solo restano al loro posto, ma  hanno ricevuto premi. I primari che devono gestire i reparti, molti dei quali bravissimi professionalmente, non hanno capacità organizzative per rendere efficienti le strutture.
 
La Sicilia non può più permettersi di spendere 9,4 miliardi per una sanità inefficiente. Basta interpellare molti pazienti per sentire quali lamentele essi fanno. Basta andare in tanti reparti dove i primari sono assenti. Basta visitare qualche ospedalino per vedere come vige l’irresponsabilità e come il merito non si sa cosa sia. Per cui bravissimi medici, bravissimi infermieri e bravissimi addetti ai servizi sanitari ricevono lo stesso stipendio di inetti, fannulloni, incapaci e raccomandati.
Una situazione insostenibile che va cambiata e sulla quale i prossimi candidati alla presidenza della Regione per la XVI legislatura dovranno tassativamente impegnarsi.
Non è escluso che i tre quotidiani generalisti e il QdS, economico, mettano alle strette i prossimi candidati per farli impegnare pubblicamente sulle questioni che interessano i siciliani e non il ceto politico e burocratico. Vedremo chi assumerà gli impegni e chi li glisserà.

In Sicilia, vi sono centri pubblici di eccellenza sanitaria, anche privati. Ai primari bisognerebbe dare ogni anno premi. Per contro, vi sono centri di eccellenza negativa per incapacità, inefficienza e mancanza di professionalità. Quei primari dovrebbero essere cacciati, eventualità prevista nei loro contratti.
La sanità siciliana assorbe circa la metà dell’intero bilancio regionale. è giusto che sia così perché la salute dei cinque milioni di siciliani dev’essere salvaguardata. Ma è anche vero che, pur perseguendo questo superiore obiettivo, il budget può essere ridotto di circa un miliardo, come abbiamo più volte pubblicato, tagliando i farmaci per 500 milioni e immettendo efficienza con l’eliminazione di favoritismi e clientelismi nell’intera macchina con l’abbattimento dei prezzi di acquisto di beni e servizi esterni, per latri 500 milioni.
La revisione della spesa non deve toccare i servizi ai cittadini. Il costo dei servizi delle cliniche private deve costituire lo standard per Ao e presidi. Il tutto può avvenire se si immette qualità nel sistema.
Lug
13
2012
Da qualche tempo è stata coniata la locuzione Società civile per indicare quella parte della Comunità che non ha a che fare con la Società politica. Quest’ultima comprende genericamente tanti insiemi di persone: non solo gli eletti (che spesso non sono eletti) ai diversi incarichi istituzionali, statali, regionali e locali, ma anche  quel sottobosco che gravita attorno ad essi e che viene collocato in società partecipate, enti economici, enti pubblici non territoriali e via elencando.
Vi è poi la Società burocratica, quella che ha una grave responsabilità della crisi che ci attanaglia, la quale sconosce i due valori fondamentali: merito e responsabilità.
Da parte di giornali e televisioni, nonché di oratori in convegni e manifestazioni pubbliche, si continua a sottolineare l’esigenza di portare nelle istituzioni comportamenti della società civile, sottintendendo che quelli della parte politica sono una sorta di  società incivile. Una distinzione conseguente al suicidio che stanno commettendo i partiti politici.

Qualche ignorante ha fatto risalire la citata locuzione a Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che l’avrebbe usata nel suo libretto Du contrat social: ou principes du droit politique . In questo libretto, per la verità, Rousseau non fa alcun cenno alla società civile, bensì distingue le varie parti della Comunità. Il pensatore ginevrino esamina le condizioni all’interno della stessa, in modo da rispondere a una norma di giustizia.
Il contratto consiste in una sorta di accordo tra deboli e forti, nel quale i primi alienano totalmente i propri  diritti al corpo sociale, ove dominano i forti, ma questi ultimi devono badare a tutte le esigenze dei primi, difendendoli da ogni avversità. Il patto riguarda tutti i diritti civili dei membri della comunità, ove la libertà è coniugata con le norme che la governano. Dunque, nessun riferimento alla società civile ci proviene da Rousseau.
Ci siamo ricordati che anche Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831), ha espresso pensieri sul logo, cioè sul puro contenuto logico di ogni consapevolezza possibile; per cui coniuga l’idealità dell’essenza con la concretezza dell’esistenza. Purtroppo Hegel non ci ha aiutato a risolvere il problema di quella locuzione, se non il ruolo della società civile, nel quale prevale il bravo cittadino rispetto all’individuo.
 
La differenza fra società civile e società politica è del tutto pleonastica,  perché, all’interno della comunità,  devono convivere tutte le parti sociali: militari, religiosi, burocrati, professionisti, pensionati, politici e via enumerando.
L’articolo 49 della Costituzione prevede che i cittadini possano associarsi in partiti, i quali servono da cinghie di trasmissione fra loro e le istituzioni. è stata la degenerazione dei partiti che ha fatto nascere lo schifo e l’indignazione dei cittadini nei confronti dei partitocrati, perché questi, anziché perseguire, come loro dovere, l’interesse generale, via via, hanno perseguito l’interesse proprio e dei loro amici e parenti.
Ecco da dove nasce l’esigenza lessicale di distinguere la società civile da quelli che non perseguono l’interesse generale, cioè appunto i partitocrati, che transitoriamente hanno ricevuto incarichi istituzionali.
Bisogna sempre sottolineare che nella società politica vi sono moltissime brave persone, oneste e capaci, che non hanno compiuto reati né penali né morali.

L’assenza di qualità nel ceto politico, salvo le numerose eccezioni che vi sono, è la ragione per la quale l’Italia si trova in questo stato di arretratezza. Il declino del Paese è cominciato in luglio 1976 quando, all’Hotel Midas di Roma, Bettino Craxi e la sua banda cacciarono i socialisti onesti dal Psi.
Anni tremendi colpirono l’Italia sul piano della corruzione e del conseguente aumento della spesa pubblica (compensata in parte dalle ricorrenti svalutazioni), che ebbe il clou nel dodicennio ‘80-’92, quando il debito pubblico aumentò di dieci volte passando da duecentomila miliardi, a due milioni di miliardi di lire.
L’invasione dell’esercito della  società politica nelle istituzioni, ha prodotto Mani pulite e poi, diciotto anni in cui tutte le promesse del centro destra e del centro sinistra, sono state sistematicamente disattese, col risultato gravissimo che, al 30 aprile, il debito pubblico era arrivato a 1.948,6 miliardi di euro.
Monti potrà invertire la tendenza se la parte buona della società civile lo sosterrà, per evitare il fallimento del nostro Paese. Altrimenti, c’è il buio.
Lug
12
2012
In una regione dove ci sono oltre 200 mila disoccupati e c’è urgenza di dar loro qualche opportunità di lavoro, l’assessore e il direttore generale al ramo si permettono il lusso di non emettere, nella data di scadenza tassativa, cioè il 30 giugno di quest’anno, il Decreto dirigenziale che darebbe una grande boccata d’ossigeno al settore. Di che si tratta?
La legge 106/2011 ha previsto una serie di agevolazioni per le assunzioni di dipendenti nel Mezzogiorno entro un anno, cioè luglio 2012. La successiva legge 35/2012 ha esteso questo termine al luglio 2013. La prima legge ha subordinato la sua concretizzazione a un decreto interministeriale, pubblicato sulla Guri del primo giugno 2012, in cui si legge che: Ciascuna Regione adotta, nel rispetto delle proprie procedure, entro 30 giorni dalla data di pubblicazione del presente decreto, il pertinente provvedimento con cui stabilisce le modalità e le procedure per la concessione del credito d’imposta. Ricordiamo che la legge ha assegnato alla Sicilia 65 milioni di euro.
Ebbene, anziché occuparsi di realizzare tale agevolazione nei confronti di persone che vanno assunte nel biennio 2011/2013, a costo zero per la Regione, essa si occupa di tutt’altro.

Raffaele Lombardo ci ha dato molte aspettative quando fu eletto presidente della Regione. Abbiamo stima di lui come persona, ma come figura istituzionale ci ha molto deluso.
Comprendiamo perfettamente il suo disegno di vecchio democristiano impastato di democristianismo, secondo il quale il consenso non è fondato sui grandi progetti sociali di sviluppo e di crescita, bensì su una rete clientelare fatta di favori e controllata a vista da fedelissimi, messi nei gangli che disciplinano questi meccanismi.
Le oltre cento nomine nei nodi dell’amministrazione regionale, i cambi degli assessori di questi mesi e, per ultimo, la nomina (poi stoppata dal Tar) del commissario alla Camera di Commercio di Catania sono i fatti su cui basiamo la nostra descrizione. Per inciso ricordiamo che la Camera di Commercio etnea, essendo l’azionista di riferimento, con il 37,35% delle azioni, della Società aeroporto Catania Spa, ha un peso rilevante nella nomina del nuovo Cda Sac.
 
In questo ultimissimo scorcio di legislatura, se Lombardo si dimetterà, come si è impegnato a fare, il 28 luglio, le citate nomine hanno un preciso significato: stendere la rete sull’elettorato in modo da tentare di riportare quel 13,8%, pari a 371.418 voti, del 2008. Non sappiamo se in questo clima tale disegno vedrà la luce, perché la gente non crede più alle inutili promesse che, con il cruento taglio di risorse, non possono essere mantenute del tutto.
Se Lombardo avesse puntato, invece, la sua azione politica, fin dall’inizio, sui grandi progetti di sviluppo (energia verde, agricoltura innovativa, turismo d’elite e di massa, servizi avanzati e, soprattutto, apertura di tutti i cantieri per opere pubbliche) e sulla profonda ristrutturazione della burocrazia regionale, mettendo da canto 10 mila dipendenti anziché assumerne 5 mila; se avesse fatto questo, oggi il consenso per la sua azione ci sarebbe stato senza bisogno di fare questa marcata azione clientelare di vecchio stampo.

La Regione è in piena abulia, non ha un euro in cassa e ha persino negato il finanziamento corrente all’Assemblea regionale di ben 15 milioni di euro. Ma dal canto suo il presidente, Francesco Cascio, poteva dare un segnale ai siciliani mettendo all’ordine del giorno l’abrogazione della legge 44/1965, che la equipara al Senato, in modo da sforbiciare del 50% compensi di deputati, dipendenti e dirigenti, omologandoli a quelli del Consiglio regionale della Lombardia. Ricordiamo che questo spende 67 milioni in un anno contro i 167 dell’Ars.
Non solo alla Regione c’è abulia, ma c’è anche anarchia. Nessuno prende decisioni, perché tutti temono qualcosa, mentre incassano regolarmente i compensi mensili dei circa 20 mila cedolini emessi regolarmente ogni mese e puntualmente pagati.
Di fronte a questo scenario, idilliaco per i dipendenti regionali, che guadagnano il 37% in più di statali e comunali, vi sono migliaia di siciliani alla fame e disperati. Evidentemente a Lombardo importa tutelare i privilegiati ma fottersene di tutti gli altri siciliani. Un bel modo di fare una politica bulimica.
Lug
11
2012
Quando c’è crisi, le aziende tagliano i costi del 20 per cento rendendo più efficiente l’organizzazione e sostituendo la qualità alla quantità. Fra l’altro eliminano qualche ramo secco e in extremis mettono i dipendenti in Cassa integrazione.
Lo Stato si comporta in tutt’altra maniera. La revisione della spesa stabilita dal Governo è di circa dieci miliardi, pari all’1,5 per cento della spesa prevista dal Def in 724 miliardi. Mentre è in balia del mercato il costo per interessi stimato in 84 miliardi, importo che sarà quasi certamente superato.
Il Governo si comporta in modo contrario all’interesse della collettività, che è quello di risparmiare tagliando la spesa improduttiva. Ovviamente ogni tagliato protesta, perché vorrebbe mantenere inalterata la rendita di posizione.
È vero che il ministro Giarda ha messo sotto osservazione un primo blocco di spesa pubblica per 100 miliardi, per poi, dice, ruotare i riflettori verso un altro blocco di spesa pubblica per 300 miliardi. Però il primo minitaglio è veramente deludente.

Il Governo ha annunciato di voler ridurre la pianta organica dei dirigenti di almeno il 20 per cento e quella dei dipendenti di almeno il 10 per cento. Di buone intenzioni è cosparsa la strada dell’inferno. Infatti se non si mettono in atto meccanismi rigorosi che procedano senza guardare in faccia a nessuno, il taglio della spesa avverrà in misura talmente esigua che non consentirà di recuperare risorse per non far aumentare l’Iva e per  investimenti.
Il nodo è proprio questo. Occorrono risorse per aprire i cantieri e agevolare gli investimenti produttivi, in modo che l’occupazione ricominci a crescere, la gente abbia più risorse a disposizione, e, seppur lentamente, i consumi ripartano.
Quando un’azienda deve tagliare il costo del personale, nel caso dell’industria ricorre alla Cig ordinaria e straordinaria. Fino a qualche tempo fa, la Cig per i dipendenti pubblici non esisteva. Poi è intervenuta la legge 183/2011 la quale, all’art. 16, prevede che i pubblici dipendenti in esubero possano essere collocati in disponibilità con l’80 per cento dello stipendio. Nonostante sia in vigore da otto mesi nessun ente statale, regionale o comunale l’ha utilizzata, pur nella necessità di ridurre le spese del personale.
 
I sindacati arretrati e corporativi hanno cominciato a strillare contro i tagli e non si rendono conto che difendere i privilegiati va contro l’interesse generale.
I loro leader, Camusso, Bonanni, Angeletti e Centrella, dicono una falsità: tagliare il numero di dipendenti pubblici significa tagliare i servizi. Non è affatto vero, tanto che per lo svolgimento di quasi tutti vi è una ridondanza di dipendenti amministrativi rispetto a coloro che effettuano i veri e propri servizi. Tagliare gli apparati, dunque, non significa per nulla tagliare i servizi, ma mettere in campana dipendenti non utili agli stessi servizi in attesa che vadano in pensione o si trasferiscano al settore privato.
È proprio questa la chiave di volta degli esuberi del settore pubblico: facilitare e promuovere il loro trasferimento verso il settore privato, ove, è noto, si lavora di più ed in modo più efficiente. Forse è proprio per tale motivo che a nessun dipendente pubblico passa per la testa di trasferirsi nel settore privato. Ma, se vi fosse costretto, se cioè fosse messo davanti al bivio, del tipo o vai a lavorare nel privato o vieni licenziato, probabilmente sarebbe indotto a fare la scelta giusta.

Quanto scriviamo conferma che il settore pubblico è privilegiato, diversamente nessuno vorrebbe restarci a tutti i costi. Tale privilegio deve cessare. Il sistema del lavoro fra pubblico e privato deve avere regole uguali, compresa la licenziabilità, di modo che ogni cittadino italiano sfrutti la migliore opportunità per se stesso: un’opportunità poggiata sul merito e la responsabilità, non sul privilegio e la raccomandazione.
Privilegio e raccomandazione che generano corruzione e disfunzione, mentre i pubblici impiegati dovrebbero sempre tenere a mente l’articolo 98, primo comma, della Costituzione, il quale recita che sono al servizio esclusivo della Nazione (e non a quello del padrino politico).
Nonostante l’obiettiva critica della modestia del taglio della spesa pubblica, è stato comunicato che Enrico Bondi, detto mani di forbice, abbia già individuato 36 miliardi di tagli. Attendiamo che si tramutino in risparmi effettivi.
Lug
10
2012
Siamo al redde rationem. Il presidente dell’Autorità garante della concorrenza (Agcm), Giovanni Pitruzzella, ha fissato la data del 13 luglio per l’emissione della decisione in ordine al possibile monopolio di Alitalia in caso di acquisto della compagnia catanese Wind Jet.
La preoccupazione che esso si verifichi è reale e precisa. Quando si mettono insieme tutti gli slot (finestre di atterraggio e decollo dei voli) di Alitalia e di Wind Jet si copre oltre il 90 per cento del traffico. Resta fuori la piccola compagnia Blu Panorama con pochi voli al giorno.
Ora, è noto a tutti che fra Catania e Roma non c’è effettiva alternativa all’aereo, in quanto nessuno pensa di andare in auto sul percorso di guerra della Salerno-Reggio Calabria, nè vi è alcuna possibilità concreta di prendere il treno.
Se si realizzasse il monopolio di Alitalia su questa tratta che, come è noto, è la prima per numero di passeggeri in Italia, noi siciliani saremmo fortemente penalizzati.

Già da quando la notizia dell’ipotesi di accordo è stata comunicata, i prezzi di WJ sulla tratta RM-CT sono aumentati del 30 per cento circa. Se il garante della concorrenza dovesse avallare tale accordo, tali prezzi schizzerebbero in alto, per cui i passeggeri su questa tratta verrebbero a pagare, come accade con i biglietti Alitalia, oltre la metà del prezzo del biglietto Roma-New York.
Noi contiamo che il presidente Pitruzzella si renda conto di questa situazione gravissima che aggrava ulteriormente i problemi della Sicilia orientale. Mentre sarebbe salutare e all’interno della vera concorrenza che tutti gli slot di Wind Jet ritornassero alla casa madre (Enac) e da lì rimessi all’asta sul mercato, escludendo ovviamente Alitalia.
Ricordiamo che la Cai, società che controlla la compagnia, ha ricevuto un prezioso dono dal governo Berlusconi nel 2008 e cioè l’esclusiva del traffico sulla rotta Linate-Fiumicino, esclusiva (cioè monopolio) che scade nel 2013. Cinque anni di lauti affari con tariffe elevate perché senza concorrenza, che tuttavia non hanno fatto raggiungere il pareggio di bilancio alla compagnia stessa.
È però vero che su quella tratta vi sono due forti concorrenti, Trenitalia e Italo, che hanno rubato il 50 per cento di passeggeri con grande sollievo economico degli stessi.
 
Auspichiamo che lo stesso sollievo economico l’Antitrust voglia concederlo ai siciliani e a tutti coloro che utilizzano la tratta RM-CT senza alcuna concorrenza e senza alcuna alternativa. Qui si tratta di fare prevalere l’interesse generale su quello di parte, consentendo a noi che usiamo spesso l’aereo di non dissanguarci a favore di un nuovo monopolista, che la farebbe da padrone.
Nulla di personale, beninteso, nei confronti del bravo imprenditore Antonino Pulvirenti, il quale ha tutto il diritto di tentare di vendere la sua azienda che perde tre milioni l’anno.
Ma il suo diritto confligge fortemente col diritto dei cittadini di usare un trasporto aereo libero e in piena concorrenza. Nulla vieta al predetto Pulvirenti di chiudere l’azienda e restituire gli slot allo Stato che ne è il legittimo proprietario. Però, Pulvirenti non farà questo gesto da solo perché non è suo interesse, perciò occorre l’intervento determinante dell’Autorità che difende la concorrenza e, quindi, l’interesse generale.

Per ultimo, la questione degli oltre 450 dipendenti. Alitalia ha fatto sapere che in caso venisse graziata dall’Antitrust ne assumerebbe circa 300, lasciandone a casa 150. Se gli slot venissero messi all’asta, Easyjet ha già comunicato un forte interesse, ma vi sono altre compagnie disposte a prendersi la ricca tratta. Probabilmente assorbirebbero tutti i dipendenti perché si tratterebbe di un nuovo programma, diverso da quello di Alitalia che invece annetterebbe gli slot di Wind Jet ai propri, con la conseguenza dell’esubero prima indicato.
La situazione è chiarissima, il QdS l’ha illustrata per tempo alla pubblica opinione siciliana e romana. Ci auguriamo che essa venga risolta come si deve, senza ricorrere a marchingegni che non sono propri nè dell’autorità nè dello stesso presidente cui riconosciamo volentieri professionalità, obiettività e capacità di stare dalla parte dei cittadini. Siamo convinti che non saremo smentiti in alcun modo.
Lug
07
2012
Le elezioni primarie inventate dal Partito democratico non possono essere considerate delle vere e proprie elezioni, tant’è vero che legittimi sospetti hanno fatto pensare al voto interessato di partiti concorrenti, a favore di questo o di quel candidato. In Italia, le primarie sono un indegno teatrino, perché non governate da una legge che rende le norme uguali per tutti, mentre, così come sono, consentono arbitrii e distrazioni per favorire questo o quello.
Negli Stati Uniti, le primarie vi sono da decenni. Tutte disciplinate con una legge ferrea che consente a ogni Stato di eleggere i delegati alla Convention di agosto con il sistema maggioritario.
In altre parole, ognuno dei due o tre contendenti prende tutti i delegati di ogni stato. Quando si supera la fatidica soglia di 1.144 delegati, il candidato ha altissime probabilità di essere nominato per concorrere all’incarico di Presidente degli Stati Uniti, nel turno elettorale che si svolge sempre il secondo martedì di novembre, per poi procedere all’insediamento del neo presidente che si svolge sempre il 20 gennaio dell’anno dopo, che è dispari.

In Italia, si parla molto di approvare una legge che regoli le primarie, ma, in effetti, non c’è la volontà di procedere in questo senso, perché così tutti possono pestare l’acqua nel mortaio e prendere in giro i cittadini.
Io stesso, per provare la falsità di questo meccanismo, ho più volte partecipato alle primarie, pur non appartenendo né allo stesso partito, né ad altri partiti, in quanto sono un uomo libero. Tuttavia, votare è un diritto ma anche un dovere, a condizione che il proprio voto consenta un’innovazione della politica e, soprattutto, una pulizia rispetto a tanti collusi, corrotti, evasori e perfino condannati che ancora siedono in Parlamento e percepiscono regolarmente 20 mila euro al mese, oltre a trafficare, diffondendo corruzione.
Le primarie dovrebbero servire per eleggere i migliori soggetti della società (chiamarla civile è anacronistico perché non esiste la società incivile, a meno che non si intenda quella partitocratica), ma i migliori soggetti si possono selezionare se i senzamestiere fanno un passo indietro e non cerchino, invece, di arraffare posti, incarichi e altro.
 
Una legge che disciplini le primarie dovrebbe anche disciplinare il funzionamento dei partiti, lasciati liberi dall’attuale definizione dell’art. 49 della Costituzione. Tale articolo, però, ricorda che i partiti sono associazioni di cittadini e non di delinquenti che hanno lo scopo di derubare e di saccheggiare le casse pubbliche.
Intendiamoci, conosciamo moltissimi senatori e deputati onesti e capaci, molti consiglieri regionali onesti e capaci, molti consiglieri comunali onesti e capaci. Non bisogna mai sparare nel mucchio né prendere le persone come categoria.
I gruppi sono fatti da singole persone e ognuna di esse può essere altamente onesta e capace o altamente disonesta e incapace. Si tratta proprio di distinguere fra il grano e il loglio (Mt 13, 24-43).
Una legge sulle primarie che consentisse questa distinzione sarebbe utile ai cittadini. Essa dovrebbe prescrivere una reiscrizione ai partiti cui vogliano esprimere il proprio suffragio, in base ai certificati elettorali.

La farsa delle primarie ove tutti si iscrivono a prescindere del possesso dei certificati elettorali porta a risultati fuorvianti che non corrispondono alla situazione reale, con il risultato di far emergere candidati che la maggioranza dei simpatizzanti di un partito, magari, non vorrebbe.
Il disegno di legge prima richiamato che disciplinasse i partiti dovrebbe contenere i tre noti requisiti: statuto democratico standard, elenco delle entrate e delle uscite in un bilancio tipo e certificazione, da parte di società di revisione, dello stesso bilancio.
È inutile che Pd e Pdl continuino a parlare di primarie: si tratta di un imbroglio e di un inganno nei confronti dei cittadini. Dovrebbero, invece, promuovere la legge e approvarla in tempi brevi.
Questo e altro dovrebbero fare gli attuali partiti. Ma i loro dirigenti sono accecati e lontani dai cittadini, non accorgendosi di un suicidio che va avanti giorno dopo giorno nel crescere di un’indignazione non contro la politica, che è arte alta e nobile, ma contro la partitocrazia parassita, che succhia il sangue dei cittadini.
Lug
06
2012
Domenica 1 luglio è stato pubblicato sul quotidiano La Sicilia un editoriale, presumibilmente attribuibile al direttore, intitolato Giornali veri e falsi. Ritorniamo sull’argomento per manifestare in modo convinto il nostro parere positivo su quanto esposto.
Un quotidiano deve avere le proprie gambe per stare sul mercato e, soprattutto, deve vendere le proprie copie in maniera chiara e trasparente. Il nuovo regolamento dell’ente Accertamento diffusione stampa, in sigla Ads, prevede che ogni mese si possano leggere sullo stesso sito i dati del secondo mese precedente: in luglio leggiamo i dati di maggio 2012.
 In questo modo, l’opinione pubblica e gli inserzionisti sanno di poter contare su una diffusione in corso di certificazione e quindi stabilire l’equità dei prezzi praticati dagli editori, direttamente o attraverso le concessionarie di pubblicità.
L’argomento che affrontiamo può sembrare a prima vista non di interesse generale. Invece, lo è.

L’opinione pubblica siciliana deve sapere qual è la reale diffusione di ognuno dei tre quotidiani generalisti regionali, del nostro quotidiano economico, nonché dei quotidiani nazionali che si diffondono in Sicilia. Sapere, anche, attraverso Audipress, quanti sono i lettori per copia. Nel nostro caso, vi è l’abitudine di approfondire tutti i temi economici anche con riflessi sociali e pubblicare dati, dati e dati indicando la fonte.
 Con ciò vogliamo evitare il diffondersi di opinioni errate o superficiali. è stato il caso del servizio che altri hanno fatto sulla relazione della Corte dei Conti, relativa alla parificazione del bilancio della Regione 2011, senza dati, mentre noi li abbiamo pubblicati quasi tutti. Il quadro che ne è scaturito è stato sconsolante, perché la CdC ha messo allo scoperto tutte le magagne compiute da un ceto politico assistenziale, votato al clientelismo.
I quotidiani di carta sono ancora estremamente utili, perchè consentono, nel corso della lettura, di fare riflessioni ed eventualmente di prendere appunti, cosa che risulta difficile nel momento in cui la lettura si fa sul digitale. Quest’ultimo importantissimo strumento ha il pregio della rapidità, ma il difetto, appunto, di non consentire opportuna riflessione.
 
Giornali veri e falsi, scrive La Sicilia. Quelli falsi non solo non devono ricevere alcun contributo pubblico, ma devono andare fuori mercato. Il contributo di 120 milioni di euro, che sarà distribuito fra una trentina di testate, va anche ai giornali di partito, i quali vendono poco e fanno propaganda. Quindi non aiutano l’opinione pubblica a capire i problemi, ma la orientano verso il proprio orticello. è un’anomalia che essi siano assimilati ai quotidiani gestiti da cooperative di giornalisti o da fondazioni, quindi senza scopo di lucro, che invece fanno vera informazione, se vendono le copie.
Il Dl 63/12, approvato dal Senato mercoledi 27 giugno, è passato alla Camera per l’approvazione definitiva entro il 20 di questo mese. Sono stati inseriti finalmente rigorosi criteri sia sul versante del contributo alle copie vendute (e non più diffuse gratuitamente, com’era prima) sia per la parte dei costi ormai limitati a giornalisti, stampa, distribuzione e digitale.

La Fieg (Federazione italiana editori giornali) ha promosso questa azione rigorosa e ha formulato le proprie osservazioni, in modo da ottenere l’inserimento di elementi veri ed effettivi nel rapporto che deve avere un quotidiano con i propri lettori, che devono comprare il giornale, sia in forma cartacea che  digitale.
Nel testo citato da La Sicilia, viene rilevata la scarsa trasparenza dei bandi delle gare di appalto e subappalto, e dei finanziamenti sugli stati di avanzamento perché nel bilancio della Regione sono state previste spese senza copertura finanziaria. Per ciò la norma è stata impugnata dal commissario dello Stato.
Bastava a chi ha redatto tale bilancio, tagliare adeguatamente altre spese improduttive, superflue e clientelari per poter consentire questa che ha la sua ragion d’essere nel diritto dei siciliani di conoscere quello che accade nel mondo degli appalti, ove vi è diffusa una discreta corruzione.
Se a essa aggiungiamo la disfunzione cronica della burocrazia regionale, abbiamo indicato i due cancri, le cui metastasi stanno invadendo tutto il tessuto sociale ed economico dell’Isola.
Lug
05
2012
Appena apriamo gli occhi la mattina, ci dobbiamo augurare di incontrare nel corso della giornata poche difficoltà. Qualche illuso, invece, spera di non incontrarne affatto.
La questione è vecchia come il cucco. Le difficoltà fanno parte del nostro vivere, gli ostacoli del percorso sono naturali, vi sono le discese, le pianure e le salite. Non si tratta, quindi, di pensare che la vita sia facile, ma di semplificare al massimo i nostri comportamenti, in modo da evitare illusioni e superare le difficoltà che incontriamo.
In fondo, dobbiamo avere lo stato mentale per essere consapevoli della realtà, uscire dall’illusione che vi possano essere soluzioni magiche.
In qualche caso, speriamo nella  buona sorte o nella  manna che arrivi dal cielo. Ma sbagliamo perché i problemi si risolvono con intensità mentale, spirito di sacrificio e tantissime ore di lavoro. Occorre percorrere quelle strade con determinazione e senza tentennamenti.

Ma quando una strada non porta all’obiettivo prefissato, non bisogna scoraggiarsi, ma ricominciare a percorrere un’ulteriore strada, e così via, fino a quando la soluzione arriva in porto.
Bisogna pedalare con forza e abnegazione, non arrendersi mai, cercare continuamente le soluzioni, sapendo che prima o dopo qualcuna di esse arriva.
Quanto precede deve essere supportato da una mentalità ottimistica e positiva, come dire che occorre vedere il bicchere sempre mezzo pieno. Male fanno coloro che, invece, lo vedono mezzo vuoto e, anziché caricarsi positivamente, si caricano di energia negativa.
A ciò si aggiunga che i meridionali hanno attitudine, gesti e linguaggio teatrali, amplificando le difficoltà e restando pervicacemente ancorati ad un’assenza di azione, cercando di farsi compatire e di suscitare pietà nel prossimo.
Tutti ricordiamo il motto aiutati che Dio ti aiuta, il che significa che, in base al libero arbitrio che ciascuno di  noi possiede, deve decidere cosa fare, quando farla e come farla.
Certo, siamo condizionati dalle difficoltà che gli altri mettono sul campo ma, nonostante ciò, dobbiamo avere la forza di superarle. 
 
Come si fa ad avere più forza mentale? Occorrono vari elementi. Il primo è l’autostima, cioè il convincimento che ognuno di noi è nelle condizioni di affrontare le difficoltà e di superarle. Anche se non immediatamente, sapendo che due più due, magari tardi, fa sempre quattro. Altro elemento è l’autoaddestramento, cioè la voglia di migliorarsi continuamente, non solo aumentando la quantità delle cose che impariamo e memorizziamo ma, e soprattutto, di aumentarne la qualità.
Un metodo per imparare selettivamente è quello di memorizzare i nodi di una rete. Essi sono rappresentati dai concetti. Si comprende facilmente che una superficie molto estesa di una rete si riduce fortemente quando da essa si estraggono solo i nodi.
L’immensità della conoscenza non ci consente di poterla incamerare. Ma se afferriamo i concetti (i nodi) è più facile inserire nel nostro archivio questioni complete che hanno logica. Quanto precede non è facile, però, si può fare, anzi, si deve fare, se vogliamo crescere continuamente.

Crescere per arrivare dove? Alcuni nichilisti dicono che tutto questo non serve perché tanto si deve morire. Ma, così dicendo essi annullano quell’immenso dono che è la vita la quale va vissuta intensamente, minuto per minuto, pensando di essere immortali, ma sapendo che si può morire anche un minuto dopo.
Se noi viviamo pensando che dobbiamo morire siamo già morti, perché la vita non è fatta di pensieri negativi, ma di pensieri che costruiscono, non tanto per sé egoisticamente,  quanto per l’intera umanità. Tutti i grandi inventori, i grandi condottieri, i grandi uomini sapevano che un giorno avrebbero cambiato vita ma, nonostante ciò, hanno affrontato sacrifici ed hanno compiuto imprese che sono servite alle generazioni seguenti.
è proprio il concetto di umanità, in una sorta di continuità, dagli albori della vita fino ad oggi, che ci dà la tranquillità della sua continua evoluzione verso un miglioramento senza soste, anche per diminuire le profonde inequità che vi sono fra i sette miliardi di abitanti di questa terra.
Lug
04
2012
In Sicilia vi sono centinaia e centinaia di migliaia di dipendenti pubblici che lavorano poco, ma guadagnano più dei dipendenti privati. Nella pubblica amministrazione si è diffuso una sorta di assistenzialismo unito al menefreghismo, mentre vogliamo dare atto a moltissimi bravi dirigenti e dipendenti che fanno fino in fondo il proprio dovere con abnegazione e spirito di sacrificio. Però sono umiliati dal fatto che i loro colleghi fannulloni percepiscono gli stessi compensi.
In una situazione di crisi nera come quella siciliana, ben maggiore di quella nazionale, perché qui l’assistenzialismo l’ha fatta da padrone e ha impedito lo sviluppo di una classe imprenditoriale, occorre una svolta ed una testimonianza da parte di tutti i siciliani che lavorano, per esempio, con la rinuncia a una settimana di ferie.
È inconcepibile che in un quadro di questo genere vi siano dipendenti pubblici e privati che godano di 30/32 giorni di ferie pagate e su cui matura anche il Tfr, peggio ancora quando vi sono dipendenti con una settimana lavorativa di cinque giorni. Il che significa che per 32 settimane lavorano quattro giorni su sette.

In condizioni normali questo rapporto è accettabile, ma non quando c’è crisi, quando ci sono centinaia di migliaia di disoccupati, quando l’economia è in tilt, quando le casse della Regione e molte dei Comuni sono vuote.
In altre parole, occorre che chi non sta subendo la crisi o la subisce poco -  per esempio i pensionati d’oro e tutti gli altri pensionati della Regione che godono di un assegno per cui non sono stati versati i contributi (gente che percepisce normalmente 2/3 mila euro al mese con punte che arrivano anche a 40/50 mila euro al mese) - sia chiamato in causa. Gli assegni vengono pagati puntualmente, mentre ad essi dovrebbe essere applicato un contributo di solidarietà proporzionato tra il 5 e il 50%, in modo da rimettere nell’alveo di una equità generale tutti coloro che continuano a stare sopra tale equità.
Apparentemente sembra contraddittorio promuovere la rinunzia di una settimana di ferie di fronte a tutti i disoccupati. In effetti non lo è, tenuto conto del fatto che lavorare in quella settimana non comporta nessun costo addizionale, ma farebbe aumentare un pochino il Pil regionale.
 
La Sicilia non regge più chi lavora poco e non regge più tanti disoccupati. Ma non abbiamo sentito i sindacati dei dipendenti citare i macro-squilibri che ci sono tra il settore pubblico e il privato, come se essi difendessero i privilegi del primo senza migliorare la situazione del secondo.
Quando c’è una crisi nera come questa, i sindacati dovrebbero chiedere che il lavoro esistente venga distribuito anche a coloro che non ce l’hanno con una sorta di contratto di solidarietà, per cui ogni dipendente rinunzia a una piccola parte dei propri compensi, oltre una certa soglia, per consentire ad altri di avere un minimo di assistenza.
Ma questo è un rimedio terapeutico di una patologia diffusa. Il vero rimedio è quello di immettere sul mercato siciliano i miliardi disponibili dell’Unione europea, del ministero dell’Economia e della Regione che dovrebbe però sottrarli alla spesa corrente inutile e improduttiva.
Qui ci dobbiamo rimboccare le maniche tutti, giovani e meno giovani. Ma anche i disoccupati devono entrare nell’ordine di idee che i mestieri manuali sono socialmente apprezzabili, anche se faticosi. 

Mancano modelliste, confezionatrici, tagliatrici, ebanisti, muratori qualificati, idraulici, tecnici veri di software, programmatori e via elencando, per i quali ha fallito totalmente la formazione regionale che aveva il compito di attivare percorsi formativi, per ottenere persone veramente qualificate in possesso di competenze e professionalità.
Man mano che scorriamo l’elenco delle cose non fatte ci accorgiamo che non c’è un settore che funzioni, in questa Regione, perché il pesce puzza dalla testa e quindi anche il corpo diventa fetido. Così, imprenditoria e professionisti hanno le loro responsabilità perché si sono appiattiti sul ceto partitocratico cercando di ottenere privilegi e infischiandosene dell’interesse generale.
In genere, possiamo dire che tutta la borghesia siciliana ha fallito e ha rinunziato al ruolo innovativo e trascinatore. è ora che si svegli e adempia al compito etico che la storia le ha assegnato.
Lug
03
2012
Il solito pietismo italiano ha diffuso, attraverso cronisti e commentatori, la spiegazione della sconfitta della squadra Nazionale di calcio. Erano stanchi, sono stati sfortunati e... solo in fondo viene riconosciuta la netta superiorità dello squadrone iberico. L’allenatore Del Bosque è riuscito a fare un ottimo amalgama fra l’impianto del gioco del Barcellona, che i giocatori conoscono a menadito, e l’innesto degli ottimi pedatori (così li chimava il compianto Nicolò Carosio) del Real Madrid.
In natura c’è chi vince e chi perde. Di solito vincono i più forti e i più bravi, e perdono i più deboli e gli impreparati. è inutile girarci intorno: la squadra azzurra non ha retroterra perché non esiste un adeguato vivaio nazionale. I suoi giocatori sono troppo pagati. Quando un uomo guadagna molti milioni di euro all’anno, non sempre ha la volontà di sacrificarsi adeguatamente.
In ogni caso, con tutti i limiti descritti, questo gruppo può migliorare e competere dignitosamente nel prossimo Mondiale brasiliano del 2014.

Nel commentare gli ultimi fatti che hanno inadeguatamente collegato Mario Balotelli col più prestigioso Mario Monti, dobbiamo rilevare, contrariamente al coro di commentatori poco informati, che Angela Merkel non ha perso per niente nel Consiglio europeo prolungatosi fino alla notte di giovedì 28 giugno.
Infatti, se tiriamo fuori le circostanze dall’orchestra mediatica ben organizzata da chi ne ha interesse, secondo la quale il nostro presidente del Consiglio avrebbe nettamente vinto la tenzone, rileviamo che: primo, non sarà il fondo salva-Stati ad avere precedenza nel rimborso dei prestiti. Questa non è stata una concessione della Merkel, salvo un aspetto formale. Infatti, nessuno può pensare che tale fondo non venga rimborsato, perché se così accadesse si estinguerebbe, evento impossibile.
Monti ha sottolineato che solo i Paesi virtuosi potranno accedervi senza ulteriori prescrizioni, ma rigorosamente osservando quelle già esistenti nella documentazione che si firma ogni anno. Questo è esattamente il principio voluto dalla Merkel secondo cui i Paesi insolventi devono sottostare alle decisioni cogenti dell’Unione.
 
Secondo, per quanto riguarda la ricapitalizzazione delle banche, il fondo salva-Stati potrà provvedervi direttamente, senza che questo faccia gonfiare il debito pubblico dei Paesi sovrani. Sembrerebbe, a prima vista, un’omissione di sorveglianza da parte dei primi. Però, in sostanza, il fondo ricapitalizzerà direttamente le banche, accollandosi i rischi come azionista, ma proprio in questa veste diventerà un ferreo controllore. Quindi, eserciterà molta più attenzione sui comportamenti dei Paesi sovrani.
Possiamo dire che, nel complesso, la Merkel ha ottenuto un aumento della sorveglianza europea sugli Stati membri e non una diminuzione. Male hanno fatto coloro che hanno parlato di una sua sconfitta. Non poteva essere altrimenti, perché il sentimento del rigore è comune a tutto il popolo tedesco e alla maggiore rappresentanza politica. Cdu e Socialdemocratici non esprimono alcuna differenza d’opinione al riguardo.

Che il professor Monti goda di grande prestigio a livello europeo e mondiale non c’è alcun dubbio. Che il suo prestigio si trasferisca al nostro Paese, neanche. Ma proprio perché questo è un fatto obiettivo, non bisogna santificarlo e farlo uscire dalla dimensione umana da cui proprio lui non vuole uscire. L’uomo è capace, preparato, intelligente e, apparentemente, modesto. Ma consapevole delle sue doti. Peccato che non le stia usando adeguatamente nel versante dove nessuno è mai riuscito: il taglio della spesa pubblica.
Domenica primo luglio è scaduto il termine per dimezzare la rata dei rimborsi ai partiti di ben 180 milioni di euro. Gli stessi partiti hanno gonfiato la loro bocca dicendo che il risparmio sarebbe andato ai terremotati dell’Emilia. Nessuna legge è intervenuta e, pertanto, salvo qualche atto immediato, i partiti incasseranno nei prossimi giorni l’intera rata, mentre i terremotati emiliani aspetteranno invano.
La revisione della spesa è il vero esame della capacità di Monti di incidere su un meccanismo perverso. Attendiamo con ottimismo.