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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Set
30
2011
È notizia di questi giorni che sono stati effettuati i test definitivi per gli aerei, i cui motori non consumano kerosene, bensì olio di camelina.
La camelina sativa è una pianta a germinazione spontanea con fiori gialli di 5-10 centimetri. Si coltiva in terreni aridi fino a mille metri di quota. Da essa si ottiene olio biocombustibile per l’aviazione, con il taglio dell’emissione di CO2 del 30 per cento rispetto ai carburanti fossili.
Vi è un altro carburante verde, utile per fabbricare il biofuel. Si tratta della jatropha curcas, che vogliono coltivare in Sicilia. Ma la Regione prima ha negato i fondi Ue per la realizzazione di un impianto, con ciò impedendo lo sviluppo di un comparto agricolo del futuro, qual è quello del biocarburante, poi ha promesso di concedere una proroga al decreto autorizzativo per lo stesso impianto, come si evince dalle dichiarazioni pubblicate nelle pagine interne.
Gli aerei verdi sono diventati una realtà. Lufthansa e Klm hanno iniziato i primi collegamenti di linea tra Francoforte e Amburgo, Amsterdam e Parigi, cominciando ad utilizzare una miscela a metà tra kerosene tradizionale e biocarburanti.

Nel giugno scorso, sono stati effettuati i primi voli transatlantici con biokerosene da parte di due aerei americani: Gulfstream 450, con propulsore Rolls Royce, e Jumbo B747-8 cargo della Boeing, con motori General Electric. Entrambi hanno utilizzato carburante verde dalla camelina. Il nuovo combustibile è stato approvato dal Astn, ente americano che sovrintende ai nuovi carburanti. Secondo la Boeing, nel 2015 si potranno effettuare molti voli con utilizzo di green fuel solché l’agricoltura ne produrrà a sufficienza.
Tale carburante si può usare perché ha tre caratteristiche che può garantire: più basso punto di congelamento, più elevata stabilità termica,  maggiore potenziale energetico.
Il biofuel di seconda generazione si produce anche con altri prodotti vegetali: soia, mais, colza, grano, alga, ma può derivare anche riciclando l’olio delle fritture e il grasso del pollo, usando gli scarti e magari sfruttando l’erba.
L’alga offre una biomassa molto speciale e pregiata, perché contiene olio da cui si può ricavare biodiesel ma anche carboidrati da far fermentare per ricavarne etanolo, carburante molto diffuso in Brasile.
 
La questione, che deriva dall’approvvigionamento di materia prima verde, è sulla capacità del mondo agricolo di produrre a sufficienza quantità di piante necessarie per realizzare biocarburanti. Da queste colonne abbiamo più volte sollecitato la Regione a varare un piano di incentivi per coltivare tali piante, nei quattromila chilometri quadrati di terreno incolto.
Siamo certi che le associazioni degli agricoltori e gli stessi coltivatori affronterebbero con entusiasmo questa nuova e incentivante impresa, perché i loro prodotti sarebbero già collocati sul mercato. Infatti, parallelamente, la Regione dovrebbe concedere la proroga alle autorizzazioni per l’impianto di produzione di biodiesel a Priolo, richiesta da Ecoil e non ancora rilasciata dall’ente medesimo. Un ritardo ingiustificato e pernicioso perché di tutto ha bisogno l’economia siciliana tranne che di freni artificiosi che forse nascondono corruzione, politica o materiale.

Uno scienziato giapponese, Akinori Ito, ha inventato un elettrodomestico grande quanto un televisore, che si può usare anche in casa. Il macchinario consente di convertire un chilogrammo di plastica di scarto in circa un litro d’olio, con cui alimentare stufe e generatori o, mediante un processso di raffinazione, anche automobili.
In Malaysia, entro pochi mesi, aprirà il primo impianto al mondo per la produzione di bioetanolo, estratto da gusci di frutta diversa, tra cui la palma. Quaranta milioni di tonnellate di gusci vuoti, scarto della produzione di olio di palma, costituiranno materia prima a costo quasi zero per l’impianto che trasformerà i gusci in bioetanolo. Mentre fino ad oggi tali gusci venivano ammassati nelle discariche, con relativi pesanti costi di smaltimento.
Vi sono tante altre novità in materia, basta guardarsi in giro nel mondo e copiare quello che funziona. Ma la classe dirigente siciliana tutta non sa fare altro che lamentarsi, senza pensare che questo è l’unico sistema per affossare ancora di più la Sicilia. Invece, dovrebbe pensare a innovare e muoversi, senza attendere il Messia che non verrà.
Set
29
2011
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella sua visita siciliana, in occasione della commemorazione di Giuseppe La Loggia, ha spronato con forza i politici dell’Isola. In 20 minuti, ha fotografato come dal 1946 l’Autonomia abbia danneggiato i siciliani per distorsioni e inquinamenti che hanno gravato sulla gestione degli istituti dell’Autonomia in Sicilia.
Napolitano ha invitato le istituzioni regionali a muoversi in direzione del risanamento dei conti partendo dalla riduzione dei costi dell’Assemblea regionale, per i quali non serve una riforma costituzionale bensì la semplice abrogazione della Legge regionale 44/65 che parifica compensi di deputati e dipendenti a quelli del Senato.
Napolitano ha anche indicato l’urgenza per l’abolizione delle Province: anche in questo caso non occorre una legge costituzionale, bensì una modifica della L.r. 9/86, eliminando gli apparati elettivi per trasformare le attuali Province regionali in Province consortili, ovvero in consorzi di Comuni, liberamente associati.

Il Presidente della Repubblica ha aggiunto che non vi può essere ulteriore reticenza o silenzio sulla gestione dei poteri regionali e locali e sull’atteggiamento del settore privato. Lo Statuto, ha concluso Napolitano, va riformato e rilanciato senza più esitazioni o ritardi.
Mentre arrivava l’alto monito, i baby pensionati della Regione, anziché rinunciare al privilegio di terminare il percorso lavorativo (sic!) in 25 anni, hanno moltiplicato le richieste, tanto che, in 8 mesi, ben 159 hanno usufruito della L.r. 104/92 che consente a 45 o 50 anni di togliere il disturbo e vivere a spese dei contribuenti.
La vergogna tutta siciliana è che mentre la legge nazionale n. 122/10 ha ridotto le indennità di consiglieri comunali e circosrizionali e quelle degli assessori degli enti locali, del 10% in tutta Italia, l’assessore al ramo, Caterina Chinnici, con la prima circolare dell’anno, ha comunicato che tali tagli non si applicavano in Sicilia, col risultato che i consiglieri di Messina percepiscono quanto prima, mentre i consiglieri di Reggio Calabria hanno visto ridotto il loro compenso. Alla faccia dell’Autonomia.
Non sappiamo che farcene di questa Autonomia, anzi ci rinunziamo volentieri se essa serve come scudo per aumentare e mantenere privilegi del tutto anacronistici.
 
Cisl e Uil chiedono fatti concreti alla Regione: l’immobilismo di provvedimenti urgenti per lo sviluppo, il risanamento del debito, l’eliminazione degli sprechi e il taglio dei costi della politica non  piu accettabile. Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali tuonano da tempo, ma il ceto politico siciliano è sordo, tanto è vero che i deputati si sono concessi ben 38 giorni di ferie continuando a percepire 20 mila euro al mese, lordi, s’intende.
E intanto i Fas non si spendono perché le casse della Regione sono vuote in quanto hanno pagato stipendi inutili, consulenze ed altri sprechi di spesa corrente, e non vi sono le risorse per finanziare i progetti per i quali sono disponibili i fondi europei e Fas.
Così le opere pubbliche, tra cui strade e autostrade, languono, le gare pubbliche sono crollate del 50% in due anni, hanno perso il lavoro oltre 30.000 persone nel settore delle costruzioni, ma i dipendenti pubblici regionali e locali continuano a percepire regolarmente l’intero stipendio. E l’intero assegno continuano a percepire i regionali pensionati.

Ora, qui non si tratta di fare antipolitica. Anzi noi sosteniamo che la politica è indispensabile per una Comunità, a condizione che essa sia alta e che favorisca l’interesse generale piuttosto che l’interesse dei singoli. Questo è il primo precetto del Contrat Social di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) che si dovrebbe tenere sempre a mente.
Ma questo ceto politico forse non sa chi sia il filosofo francese né si è approvvigionato della necessaria cultura e professionalità per capire che vi sono limiti di decenza e dignità sotto i quali non si può andare.
Non è dignitoso che vi siano dirigenti regionali che non fanno nulla e che percepiscono oltre cento mila euro l’anno. Non è dignitoso che un commesso dell’Ars (pardon, assistente parlamentare) con 15 anni di servizio percepisca oltre 100 mila euro all’anno, quando vi sono 236 mila disoccupati e tanta gente che vive con appena 1.000 euro al mese.
Lombardo e la sua maggioranza meditino su queste brevi e chiare fotografie e dica se vuol mettere rimedio a queste situazioni discriminatorie.
Set
28
2011
Dei circa 65.000 carcerati contro una capienza di 45.000 posti, ben il 40% è in attesa di giudizio. Significa che 26.000 cittadini, presunti innocenti ai sensi dell’articolo 27 della Costituzione, stanno in gattabuia sol perché la Giustizia non riesce ad arrivare a una sentenza che dica se essi siano colpevoli o innocenti. Si tratta di una vergogna tutta italiana, che 64 anni di democrazia caotica non sono riusciti a cancellare.
A destra e a manca si blatera di processo lungo, di prescrizione breve e di altre amenità trascurando questa terribile realtà. Privare un cittadino della propria libertà, quando egli è un presunto innocente, è una cosa gravissima. Ci rendiamo conto che lasciare in circolazione presunti colpevoli è cosa altrettanto grave, ma far restare 26.000 persone in una zona grigia è un’ignominia contro l’Umanità.
L’opinione pubblica si accorge di questi fatti quando vengono scarcerati dei cittadini, o perché riconosciuti innocenti o perché le circostanze non impongono la custodia cautelare nelle inumane carceri italiane.

I vari governi hanno fatto indulti e amnistie per svuotare le carceri. Ma questi sono provvedimenti ingiusti perché non stabiliscono, secondo la certezza del Diritto, se l’imputato sia colpevole o innocente. Nel primo caso, deve stare dentro fino a scontare tutta la pena, seppure ridotta da una serie di benefici; nel secondo, deve essere immediatamente reso libero. Ma la questione, ripetiamo, di presunti innocenti che stanno dietro le sbarre è totalmente deprecabile.
Su 9.000 giudici ordinari della Pianta organica, gli effettivi sono appena 7.700, ne mancano 1.300. Non si capisce perché il ministero di Giustizia non bandisca concorsi a ripetizione per radunare i 1.300 giudici mancanti in un anno e non di più. Si dice che le facoltà di Giurisprudenza delle Università italiane non formino più i giovani come prima, ma riteniamo che vi siano, fra decine di migliaia di laureati, 1.300 giovani meritevoli di diventare magistrati.
Oltre ai giudici togati, vi sono i Goa (Giudici onorari aggregati), i Got (Giudici onorari di Tribunale) i Giudici di pace, i giudici amministrativi, i Giudici contabili, i Giudici tributari e ora si sono aggiunti i Mediatori. Si tratta di magistrati che si occupano di cause minori preposti a smaltire gli arretrati.
 
Nonostante questa massa di persone giudicanti, gli arretrati nei settori penale, civile, amministrativo e tributario sono pesanti e aumentano di giorno in giorno, salvo luminose eccezioni come quelle dei Tribunali di Torino e Bolzano, che sono riusciti a diminuire il carico.
Vi è una causa del malfunzionamento che unisce tutte le branche della Giustizia e riguarda la disorganizzazione dell’apparato amministrativo, ove l’efficienza è una parola spesso sconosciuta. Ci si continua a lamentare della diminuzione dell’organico senza tener conto dell’informatizzazione degli uffici che avanza, che riduce fortemente i tempi di funzionamento e che, addirittura, apporta un esubero di tempo rispetto a prima. Se i dirigenti organizzassero gli uffici secondo regole di efficienza, con i tempi contingentati, e se vi fosse un controllo di gestione ferreo che consentisse di paragonare gli obiettivi prefissati ai risultati raggiunti, tutto andrebbe a posto.

È inutile sperare che la Giustizia italiana possa essere dotata finanziariamente più di ora. Anzi, è presumibile che, nel tempo, le risorse destinate diminuiscano. Perciò occorre, scusate il brutto neologismo, efficientizzare i settori, le branche e ogni rivolo amministrativo. Ma occorre anche lavorare meglio, cioè nello stesso orario di lavoro rendere molto di più, con concentrazione, abnegazione e, trattandosi di dipendenti pubblici, senso dello Stato.
Benedetta sia la crisi, lo ripetiamo sovente, perché sta costringendo tutti gli apparati pubblici a una revisione completa del proprio malfunzionamento per tendere al buon funzionamento. Insomma, bisogna passare da un comportamento altamente vizioso (inefficace) ad altro opposto, completamente virtuoso.
Chi non saprà cogliere questa necessità immediata verrà espulso dal sistema perché l’indignazione, che monta ogni giorno di più nei cittadini, contro i cattivi servitori dello Stato, li esporrà al pubblico ludibrio. Sono quelli bravi, all’interno dell’amministrazione pubblica, coloro che devono guidare silenziosamente questa rivoluzione. E devono far presto. Non c’è più tempo.
Set
27
2011
Da parte dei sindaci sentiamo solo lamentele perchè sono state ridotte le entrate provenienti dallo Stato centrale in funzione del Patto di stabilità. I sindaci sanno solo protestare perchè questa mala attività cerca solidarietà nei propri amministrati e giustificazione per la pessima qualità dei servizi, mentre nascondono il sistema clientelare che ha portato a fare diventare obese di personale e consulenti le proprie amministrazioni, con una spesa corrente fuori controllo, improduttiva, che non serve ai cittadini.
Abbiamo più volte elencato come i sindaci possano aumentare le loro entrate, tagliare contestualmente la spesa corrente ed in particolare gli apparati, senza danneggiare i cittadini e senza ridurre i servizi sociali.
Molti dei sindaci sono politicanti da due soldi, altri sono professionisti in gamba. Ovviamente ci rivolgiamo a questi ultimi perchè hanno la sensibilità per capire le argomentazioni utili al miglioramento del funzionamento delle loro amministrazioni.

Fra le entrate un posto di rilievo ha la caccia agli evasori che, all’articolo 1 (co. 12 bis) della legge 148/2011 prevede che ben il 100 % delle somme recuperate dall’Agenzia delle Entrate venga girato ai Comuni. Certo per raggiungere un qualche risultato i sindaci dovrebbero costituire il Nucleo tributario locale (Ntl), il quale avrebbe il compito di verificare il tenore di vita dei residenti paragonandolo con le dichiarazioni dei redditi di ciascuno di essi che, in base all’art. 42 della L. 133/2008, vengono depositate presso tutti i Comuni.
Vi è un’altra entrata che potrebbe essere fortemente potenziata, riguarda i rifiuti solidi urbani (Rsu), i quali oggi costituiscono un costo a perdere dei cittadini rispetto al proprio comune, mentre nelle città civili (per esempio, Berlino) essi sono diventati una risorsa, cioè una materia prima suscettibile di produrre ricchezza in termini di carta, vetro, plastica, fertilizzanti, biogas ed energia elettrica.
Se gli amministratori locali e i loro dirigenti dovessero inventarsi un sistema organizzativo per ottenere il ribaltamento degli Rsu da spesa a entrata, si potrebbe chiedere troppo. Qui si tratta invece più semplicemente di copiare.
 
è possibile che amministratori e dirigenti siciliani non sappiano copiare modelli organizzativi che funzionano e ottengono risultati? Basterebbe che si informassero qual è il Comune più virtuoso d’Italia, simile al proprio per numero di abitanti e territorio, e andassero a rilevare gli estremi del sistema che fa funzionare il recupero di quei beni e prodotti dai rifiuti.
Vi è un piccolo Comune in provincia di Pisa, Peccioli, che ha installato un impianto di trasformazione dei rifiuti in energia e con i proventi riesce a svolgere l’intero ciclo del servizio senza far pagare la Tarsu o la Tia ai propri cittadini. è vero, si tratta di un piccolo ente, ma nulla esclude che anche un ente di medie dimensioni possa adottare impianti simili e sistemi organizzativi simili. Copiare non è un’onta, anche perchè si possono migliorare le cose che si vedono. L’importante è fissare gli obiettivi e raggiungerli mediante adeguati risultati.

Ripetiamo, noiosamente, che i sindaci per fare funzionare i loro enti debbono prendere tre decisioni: la prima consiste nel far redigere il Piano aziendale (che non significa piano industriale); la seconda riguarda la richiesta di certificazione europea per le proprie procedure; la terza, nominare società di revisione iscritte alla Consob per certificare i propri bilanci, preventivo e consuntivo, non in base a questioni formali, bensì in base al raffronto fra gli obiettivi posti nel Piano aziendale e i risultati raggiunti.
Proprio questo confronto, da rendere trasparente sul sito della propria amministrazione, consentirebbe al sindaco di presentarsi all’esame elettorale con le carte in regola ed ai cittadini di approvare o respingere il consuntivo di una consiliatura.
La stretta del Patto di stabilità europeo del 25 marzo 2011 si farà sempre più fitta. Nessun sindaco, cellula primaria dello Stato, deve venir meno alle proprie responsabilità che riguardano la sua capacità di bene amministrare la sua comunità. Chi non lo avesse ancora capito sarà travolto dagli eventi e a nulla varranno le sue posizioni da questuante con la mano tesa nei confronti di uno Stato cinico e barbaro.
Set
24
2011
Bossi sembra un relitto. Ampia comprensione umana per la sua malattia, ma quando una persona è in quello stato si dovrebbe ritirare a vita privata e non continuare a pontificare come fa quasi tutti i giorni.
Sembra di ritornare ai tempi degli egizi quando la morte dei faraoni non veniva comunicata per molto tempo, in modo da consentire alla Casta di prolungare il proprio potere e preparare la successione secondo la propria convenienza. Lo stesso accadeva nell’Unione Sovietica, quando il dittatore moriva senza che l’evento fosse annunziato subito, bensì parecchio tempo dopo.
Bossi rimane dov’è non per sua forza, ma perché le diverse componenti sottostanti (Maroni, Calderoli, il Cerchio magico capitanato dalla moglie del senatur Manuela Marrone) sono in guerra fra loro e nessuna di esse ha la possibilità di prevalere sulle altre. Il tentativo del Capo di incoronare quella mediocrità riconosciuta del figlio Renzo, che lui stesso ha denominato Trota, è destinato a naufragare perché, comunque, la Lega rappresenta una realtà politica di un territorio a cui non può essere imposto il capo.  

Bossi ha capito che la situazione di questa maggioranza è diventata fragile, per cui sta tirando i remi in barca e portando alla ribalta il vecchio cavallo di battaglia della secessione. Essa ha come fondamento il fatto che tre regioni del Nord (Piemonte, Lombardia e Veneto) producono gran parte del Pil Nazionale e danno il loro sangue all’altra parte del Paese per oltre cento miliardi l’anno.
Non tengono conto delle altre regioni del Nord, perché amministrate da un’altra parte politica, che producono anch’esse cospicua parte del Pil, riversando le imposte a favore di altri. Di chi? Ovviamente delle regioni meridionali che sono quelle a minor Pil, a minor capacità di produzione di ricchezza, con la maggiore disoccupazione e con una disamministrazione pubblica da terzo mondo.
La questione meridionale, studiata ed evidenziata da tantissimi meridionalisti, ha fotografato le due Italie che si trovano su piani totalmente diversi. è ormai opinione comune che la responsabilità di questo stato di cose sia del ceto politico meridionale che ha fatto del clientelismo e della corruzione la propria linea.
 
A leggere la storia, precedente all’Unità d’Italia, risulta che in quel fantomatico territorio denominato Padania, la sottoalimentazione e la povertà aveva fatto diffondere in maniera notevole sia il cretinismo che la pellagra. Prima del 1861, secondo Francesco Saverio Nitti, l’area partenopea era molto industrializzata e vi era più grande ricchezza che in quasi tutte le regioni del Nord. Il poverissimo Friuli viveva di stenti con un’emigrazione forte verso le regioni del Sud. L’agricoltura al Sud era florida. Al Nord appena sufficiente per provvedere al vitto di chi vi lavorava. Non parliamo della cultura, vasta e diffusa in tutto il Sud, scarsa e a macchia di leopardo nel Nord.
La prima cattedra di economia politica è stata inventata al Sud, ove è nata la prima ferrovia d’Italia, il primo telegrafo elettrico, i primi ponti sospesi in ferro e l’illuminazione cittadina a gas.

La Sicilia era pascolo quasi esclusivo delle famiglie inglesi (Nelson, Woodhouse, Whitaker) le quali promossero l’invasione garibaldina da buoni massoni, esercitando forti pressioni e finanziando la spedizione attraverso l’altro grande massone quale era Camillo Benso conte di Cavour.
Perché in 150 anni la situazione si è ribaltata a danno del Sud? Perché i poteri forti, che albergano nel Nord, hanno attratto la maggior parte delle risorse dello Stato con le quali hanno creato infrastrutture di varia natura (opere pubbliche, industrie e strutture diverse) e finanziato attività economiche a carico della collettività (Fiat per tutti).
Ora è troppo comodo dire che quelle regioni riversano a favore del Sud i loro proventi. Se lo Stato invierà al Sud quanto ha inviato al Nord negli ultimi 150 anni, creerà quello sviluppo autonomo che non ha più bisogno di riversamenti. Perché questo accada è necessario che il ceto politico meridionale ribalti il suo modo di funzionare e punti su efficienza e organizzazione in base ai valori di merito, responsabilità e onestà.
Senza tutto questo il Paese continua a trascinare questi vagoni pesanti, rappresentati dalle 8 regioni meridionali, che invece dovrebbero diventare locomotiva in un sistema competitivo tra Nord e Sud, nell’interesse di tutti.
Set
23
2011
La spesa pubblica in Italia, nel 2011, raggiungerà il 49,9 per cento del totale. Nella Grecia fallimentare raggiunge il 49,7 per cento, in Portogallo il 47,7 per cento, in Irlanda il 45,5, in Spagna il 42,9. Questi dati provengono dalla Commissione europea e indicano l’obesità delle istituzioni italiane che si mangiano la metà della spesa complessiva.
Questo è il nodo della questione. Fuggire dalla realtà, aumentando le imposte, come ha fatto questo Governo, significa portare la pressione  fiscale a 45,7 per cento, cioè quattro punti oltre la media europea.
Combinando i due dati si capisce perché la crescita del Pil italiano nel 2011 sarà inferiore allo 0,8 per cento e quella del 2012 intorno allo 0,2 per cento. Si tratta infatti di una manovra che sottrae risorse ai cittadini - i quali inevitabilmente spenderanno di meno nei consumi - e mantiene un livello di spesa corrente estremamente elevato, avendola sottratta a quella per gli investimenti. Anche in questo caso lo stallo è depressivo, perché genera assistenzialismo anziché produzione di ricchezza.

La prossima manovra che Governo e maggioranza attueranno nel mese di ottobre, per ottemperare alle indicazioni della Bce, la quale senza rigore non comprerebbe i titoli italiani, riguarderà esclusivamente il taglio della spesa pubblica, cioè la spesa corrente, non quella per investimenti.
Dovranno essere toccati i tabù delle pensioni di anzianità, dell’interesse sul debito pubblico, abbattendolo mediante la vendita di immobili, il taglio decisivo delle remunerazioni dei pubblici dipendenti, nonché l’eliminazione delle indennità a consiglieri comunali e circoscrizionali, e a deputati nazionali e regionali. Il Governo dovrà inoltre procedere allo smantellamento delle società pubbliche locali, le quali pagano fra amministratori e revisori oltre 40 mila persone del tutto inutili alla produzione dei servizi.
Se tali servizi fossero affidati a imprese, mediante bandi di gara di evidenza pubblica, costerebbero infinitamente di meno e sarebbero più efficienti. Certo, in questo caso, occorrerebbe attrezzare le istituzioni con opportuni organi di controllo, che dovrebbe essere tassativo.
 
Vi è poi un’altra questione, che non viene riportata sovente sul tavolo e, cioè, la qualità della spesa pubblica. E per qualità noi intendiamo la sua produttività. Ciò significa che a ogni euro speso deve corrispondere più di un euro di servizio prestato, per l’effetto moltiplicatore di una sana ed efficiente organizzazione. Questo meccanismo virtuoso diventerebbe la base per remunerare dipendenti e dirigenti pubblici, anche premiandoli per gli obiettivi che via via raggiungono. 
Nella remunerazione dei dipendenti pubblici, almeno in quelli siciliani, vi è un aspetto che ha del ridicolo. Una parte dei compensi annuali è subordinata al raggiungimento degli obiettivi. Il fatto è che anche quando essi non vengono raggiunti il cosiddetto premio viene erogato ugualmente. Si tratta di una palese iniquità, non giustificabile in alcun modo, che ha un ulteriore effetto negativo: quello di diseducare i cittadini, i quali si sentono presi in giro perché i loro quattrini vengono gettati al vento e anche perché si diffonde un principio antimeritocratico.

Vi sono molti metodi per valutare la produttività della spesa pubblica. L’organizzazione è una scienza che ne prevede tantissimi, trasferiti nel controllo di gestione, noto ai professionisti di questo ramo. Ricordo che il controllo di gestione obiettivo si fa nelle aziende private, in quelle pubbliche e nella pubblica amministrazione, solo che in quest’ultima il controllo è meramente formale e non riguarda il rigoroso rapporto fra obiettivi fissati e risultati raggiunti.
Mancando questo controllo, è impossibile valutare l’opera di chi ha prestato il proprio lavoro professionale, dal che ne consegue che tutti sono uguali, venendo meno la graduatoria che si sgrana fra il primo e l’ultimo di ogni situazione.
La questione è semplice ed è inutile girarci intorno. Chiunque apra la bocca per emettere fiato danneggia la collettività. Lo fa perché è in malafede o ignorante, ma il risultato è il medesimo. Cincischiare ancora sulla produttività della spesa pubblica è delinquenziale.
Set
22
2011
Ogni volta che c’è uno stato di crisi, si pensa sempre che lo possa risolvere il Cavaliere Bianco, vale a dire l’unto del Signore con capacità taumaturgiche, che con un colpo di bacchetta magica fa sparire i problemi.
Nella realtà non è così. Perchè ai problemi si contrappongono le soluzioni che possono essere di tipo strutturale o di tipo ordinario.
In ogni  caso, sono le persone dotate di normale professionalità e intelligenza che risolvono i problemi. Non ci vogliono i geni della lampada, non ci vogliono poteri straordinari.
Non vi sembri che questo sia un inno all’ordinario o all’ordinaria amministrazione, ma semplicemente la constatazione che la natura funziona in base a regole ordinarie.
Se l’uomo non fosse stolto adotterebbe sempre regole ordinarie. Ma siccome è stolto, famelico, aggressivo, iniquo commette errori su errori che stravolgono lo stato dei fatti. Ecco perchè si verificano le crisi, cui poi dare soluzioni diventa difficile. Certo, vi sono eventi naturali (tifoni, inondazioni, terremoti, eruzioni vulcaniche) che creano grossi problemi all’umanità, però essi rientrano nel funzionamento ordinario della Natura.

L’uomo ci mette del suo per violentarla: inquina l’atmosfera, disbosca, devìa il corso dei fiumi, insomma fa di tutto per rompere le sue regole. Ma, fa di peggio: vive in modo disorganizzato, prevarica gli altri, distribuisce ricchezza a pochi e povertà a tanti, non rispetta i valori eterni di equità e giustizia.
Questi comportamenti creano crisi in continuità, per affrontare le quali occorrono interventi forti. Ricordate la favola di Esopo, La formica e la cicala? Molte persone in silenzio si comportano come la prima, ma una minoranza che si comporta come la seconda fa gravi e generali danni, che ricadono anche su chi si comporta come la formica. Si tratta di una palese iniquità che è connaturata all’uomo e che solo la cultura e i buoni sentimenti possono contrastare.    
Si cerca l’eroe, la persona straordinaria, che qualche volta esiste. Ma la soluzione ai problemi, che possono essere molteplici, non sono trovati in via straordinaria. Il funzionamento di ogni cosa deve essere stabilito dalle regole di una Comunità.
 
Ecco di che si tratta: di regole, vale a dire di quel  modo di svolgersi ordinato e costante che si riscontra nella quasi totalità dei fatti, nel campo della natura o dell’agire umano.  
Nelle moderne Comunità le regole generali si trasformano in leggi costituzionali e ordinarie, le quali vanno osservate da tutti i membri della stessa. Nella realtà tale osservanza non vi è sempre, per cui si verificano delitti, reati, violazioni di ogni genere.             
Per ogni circostanza vi sono le regole: Regola Catoniana, Regola di diritto, Regole dell’Aja (1921), Regole di Amburgo (1919), Regole di Anversa (1877), Regole di Oléron, Regole di Varsavia (1928), Regole di Vienna (1926) ed altre.    
Come vedete l’uomo è prodigo di regole. Vi sono anche quelle ecclesiastiche e religiose. La questione verte sulla capacità o l’incapacità di rispettarle. Anche perchè chi dovrebbe controllare sul rispetto delle stesse, spesso è il primo che le vìola.

Sembra un ritornello: il rispetto dell’ordinario consentirebbe di vivere meglio. Consigliabile è la lettura del volumetto di Thomas More (1478 - 1535) Utòpia, nel quale si narra che in quella fantomatica Comunità gli abitanti davano per quello che potevano e prendevano quello che era loro strettamente necessario. Ma si sa,  il mondo immaginario nella realtà non esiste. Ognuno dà il meno possibile e prende il più possibile.
L’egoismo è diffuso anche perchè fa parte della natura umana. Per fortuna vi sono tantissimi abitanti di questo pianeta che sono altruisti. Alcuni dei quali vengono proclamati santi perchè hanno compiuto miracoli. Ma il vero miracolo consiste nel fatto che ognuno di noi faccia sempre il meglio che può e l’intero proprio dovere, ogni giorno, senza esaltazioni e senza aspettarsi riconoscimenti: insomma, un comportamento ordinario. Se poi si è anche bravi, è giusto che gli altri riconoscano il merito. Ma non si deve rimanere delusi quando tale riconoscimento non arriva.
Si dice che spesso le qualità e il merito sono riconosciute post mortem ed anche che nemo propheta in patria. Sante parole.
Set
21
2011
Abbiamo letto che la Regione ha bloccato la trattativa per l’aumento di stipendio ai propri dipendenti e dirigenti, che sono già fortemente privilegiati. Come abbiamo più volte pubblicato in inchieste precise, mai smentite o contestate da chicchessia, mediamente i dipendenti di questa Regione guadagnano il 49% in più rispetto ai ministeriali e il 44,5% in più rispetto ai dipendenti delle altre Regioni e degli Enti locali.
Altro che aumenti, bisogna tagliare, anzi allineare questi stipendi a quelli degli altri italiani. Non c’è più trippa per gatti non ci sono più risorse. Ai siciliani si chiedono sacrifici pesanti. Non è possibile che in questa situazione di grave difficoltà vi siano ventimila persone che guadagnano molto di più di quanto dovrebbero e migliaia di altre persone inserite mediante raccomandazione nelle partecipate regionali e locali che, anch’esse, guadagnano molto di più di quelli che lavorano.
Diciamo di quelli che lavorano perchè intendiamo dire con chiarezza che mediamente tutti costoro non lavorano. Nessuno controlla infatti quali risultati raggiungano e se tali risultati siano in linea con gli obiettivi che dovrebbero essere fissati dai dirigenti.

I privilegi non si fermano qua. è quasi noioso ricordare tutti gli altri: dall’Assemblea regionale alla Sanità, dal Consorzio autostrade alle Ato spa e così via. Ovunque si trovi la mano regionale, corrispondono disservizi e sprechi, perchè non sono presenti i valori di merito e responsabilità. Nessuno risponde per i propri incarichi e, comunque vadano le cose, continua ad incassare puntualmente i propri compensi che vengono corrisposti anche non pagando i fornitori, che a loro volta hanno difficoltà coi propri dipendenti. Una discriminazione stridente fra i dipendenti pubblici e quelli privati che Mamma Regione tratta in maniera difforme secondo la regola di figli e figliastri.
La grave crisi che sta attanagliando il popolo siciliano non è effetto solo dei privilegi, ma dell’inefficienza di una dirigenza che costa decine di milioni di euro e che non perviene ai risultati, peraltro ben chiari e ben descritti in molteplici direttive presidenziali di cui ne citiamo quattro: 15 settembre 2008; 6 marzo 2009; 6 ottobre 2010; 2 settembre 2011.
 
Delle due l’una: o il presidente Lombardo abbaia alla luna e parla al vento per cui i dirigenti se ne fregano del suo ripetuto e preciso indirizzo, oppure tali dirigenti non hanno le cognizioni professionali sufficienti per far fronte alle onerose e importanti incombenze che gravano sulle loro spalle.
Sia come sia, il risultato di questo marasma è che la Regione si trova con le casse vuote, fatto più volte dichiarato urbi et orbi dall’assessore all’Economia Gaetano Armao. Vi è un altro risvolto gravissimo da quanto scriviamo e cioè che senza risorse finanziarie la Regione non può cofinanziare i progetti approvati dall’Unione europea, con l’ulteriore danno di non creare: nuovi posti di lavoro, Prodotto interno lordo e ricchezza tassabile.
Una situazione insostenibile per il popolo siciliano. Ma sembra che i responsabili delle istituzioni, cioè i deputati regionali, la Giunta di governo e la dirigenza non la colgano perchè hanno continuato a fare regolarmente le proprie ferie distraendosi dall’incendio che sta avvolgendo la Sicilia.

L’assessore Armao sta attrezzandosi per tagliare 2,7 miliardi in tre anni. Sbaglia i conti. Egli deve tagliare 3,6 miliardi nel bilancio preventivo 2012 della Regione, che andrebbe approvato tassativamente entro il 31 dicembre di quest’anno, in modo da far capire a tutte le amministrazioni locali che è arrivato il tempo di funzionare secondo i principi di organizzazione ed efficienza. Basta con questuanti che tendono la mano continuamente, basta con la richiesta di favori, bisogna virare su un percorso virtuoso nel quale ognuno riceve per quello che dà.
La situazione peggiora di ora in ora. La stretta del Governo centrale non è finita, essa costringerà tutti a diventare virtuosi loro malgrado e a organizzare servizi efficienti, che costino poco in relazione a quello che danno. La questione è tutta qui. Occorre che gli amministratori diventino virtuosi, lavorino per obiettivi con la consapevolezza che se non li dovessero raggiungere dovranno lasciare il posto a chi sa fare più e meglio.
Set
20
2011
Nel 2011, Tremonti è stato prodigo di manovre. Ne ha portato a compimento ben tre: la legge 98 del 6 luglio, la legge 111 del 16 luglio e infine la legge 148 del 14 settembre scorso. Nel loro insieme, le tre manovre hanno portato rettifiche nei conti dello Stato per oltre 100 miliardi, almeno in teoria.
In teoria perché può verificarsi che le previsioni basate sulle sabbie mobili siano inferiori alle aspettative, come per esempio il recupero dell’evasione fiscale. Ma in questo caso, è già stato previsto che verrà fatto un taglio lineare ad agevolazioni, detrazioni e deduzioni per fare quadrare in ogni caso i conti e portare all’agognato pareggio di bilancio 2013.
Benedetta sia la crisi che ha costretto i governanti italiani a queste manovre. Certo, potevano evitare di fare tre leggi, mentre se avessero avuto chiaro il quadro della situazione sarebbero potuti intervenire una sola volta, per evitare il disdoro internazionale che ha subìto il Paese.

Benedetta sia la crisi che costringerà gli apparati statali, regionali e locali ad una forte cura dimagrante. Ma non è finita qui perché, necessariamente, nella legge finanziaria cui Governo e maggioranza metteranno mani nelle prossime settimane, verranno introdotti almeno tre ulteriori correttivi: il taglio delle pensioni di anzianità, vergognoso privilegio tutto italiano; la vendita o la cartolarizzazione di una parte del patrimonio immobiliare pubblico per non meno di 200 miliardi (con la conseguenza di una riduzione di interessi per circa 10 miliardi); il taglio degli innumerevoli privilegi cui fanno fronte indennità, compensi ed altre spese inutili; la liberalizzazione di tanti settori, fra cui quello delle società pubbliche locali, in modo da mettere in moto il processo di crescita.
Le liberalizzazioni sono basate su riforme a costo zero, ma che hanno un forte impatto politico perché devono tagliare le unghie ai privilegiati, i quali faranno di tutto per evitarlo.
Non c’è dubbio che i tagli dovranno essere fatti agli apparati e non ai servizi. I sindaci che piangono non lo fanno perché gli mancano meno risorse (anzi), ma perché saranno costretti a tagliare privilegi e clientelismi locali.
 
I sindaci, a cominciare da quel campione di Gianni Alemanno, sanno che i tagli li porteranno a ridimensionare il personale, inutilmente sovrabbondante da Roma in giù, le consulenze, le indennità, i compensi per consiglieri comunali, assessori  ed altri privilegiati. Certo, il Governo non è stato abbastanza coraggioso nello stabilire una regola elementare: chi vuol fare il consigliere comunale e circoscrizionale non deve avere alcun compenso, salvo l’eventuale rimborso spese a pié di lista. Con tale articolo molti dei famelici consiglieri, non avendo più alcun compenso, avrebbero cercato altrove il modo per sbarcare il lunario, scaricando le finanze comunali di un peso insopportabile.
I soldi amministrati dai Comuni sono più che sufficienti per i servizi che producono, solché la gestione dell’amministrazione fosse fatta secondo principi di efficienza ed efficacia. Ma così non è stato, anche se d’ora in avanti così dovrà essere.

In questo quadro, i sindaci e i presidenti di Regioni avranno la convenienza di valorizzare i bravi dirigenti perché sono loro che fanno marciare l’apparato in senso positivo. Certo è che va isolato il grano dal loglio, i cattivi dirigenti vanno messi in condizione di non nuocere, di non alimentare la corruzione ed il lassismo. Solo inserendo i valori di merito e responsabilità, le Regioni ed i Comuni potranno funzionare anche con le risorse finanziarie ridotte che, inevitabilmente, si ridurranno ancora.
Chi non ha capito che la festa clientelare è finita per sempre, perché il cappio del rigore europeo si stringerà ancora di più, o è un illuso o un imbecille.
In altri termini, si tratta di cominciare ora e subito, una buona amministrazione di ogni ente, comunale o regionale, in modo da offrire ai propri cittadini i migliori servizi ai costi più bassi. Occorrerà che tutti i pubblici dipendenti si mettano a lavorare alacremente, evitando la discriminazione tra chi, oggi, lavora molto e bene e chi, invece, si occupa dei propri affari, magari firmando i fogli di presenza falsi.
Set
17
2011
Ogni venerdì pubblichiamo nuove opportunità di lavoro sperando nel riscontro di almeno il doppio di aspiranti. Delusione. Sono in pochi a proporsi, il che sembra anomalo tenuto conto della diffusa disoccupazione che, secondo l’Istat, ha raggiunto, nel 2010, ben 236 mila unità.
Perché, si chiedono in tanti, i disoccupati non rispondono a opportunità di lavoro? La risposta è nei fatti: non possiedono competenze per proporsi positivamente alle opportunità e, peggio, non hanno alcuna voglia di formarsele.
Trascuriamo, nella nostra valutazione, quell’istituto mangiasoldi della Formazione professionale, perché, in tanti decenni, non ha reso idonei i partecipanti ai corsi se non rilasciando loro inutili pezzi di carta. Tuttavia, tale Formazione ha bruciato miliardi e miliardi di euro nell’ultimo ventennio. Una vergogna senza limiti di cui però ceto politico e formatori stessi non si vergognano affatto.

La questione dei precari, pubblici e privati, è una falsa questione. Tutti costoro, in verità, cercano uno stipendio o un’indennità qualsivoglia, non un lavoro. Se così fosse, si preparerebbero, studierebbero e si aggiornerebbero tutti i giorni e invierebbero i propri curricula a chi offre un lavoro professionale.
Vedete, chi esibisce diplomi, lauree, attestati di partecipazione e altri inutili cartacce non viene valutato, perché quello che conta è il suo saper fare. Quando c’è una selezione per una qualunque mansione, i candidati vengono valutati per quello che sanno fare. Naturalmente, questo discorso non vale (almeno non valeva) per il settore pubblico, nel quale ciò che contava era la raccomandazione.
Vi fu, in qualche decennio del dopoguerra, l’assunzione pubblica per merito, quando si svolgevano i concorsi che costituivano selezioni serie. Poi, un ceto politico improvvido, dagli anni Ottanta in avanti, scoprì che si potevano far entrare nella Pubblica amministrazione i propri raccomandati per chiamata diretta, violando l’articolo 97 della Costituzione. E così le maglie dell’impiego pubblico si allargarono a dismisura, facendo entrare inutili e incompetenti dipendenti e dirigenti. Sono proprio questi ultimi i colpevoli dello sfascio della Pubblica amministrazione.
 
I precari competenti non esistono. Infatti, chi è competente non può essere precario in quanto trova subito collocazione, e chi è precario non può essere competente perché, se lo fosse, troverebbe collocazione. La questione è lineare, non ha controindicazioni e sfidiamo chiunque a provare il contrario.
Naturalmente, non prendiamo in considerazione, in questo ragionamento, né il pietismo siculo secondo cui tutti tengono famiglia, né lo sfrenato clientelismo di alcuni uomini politici di bassa lega che utilizzano i galoppini e neppure chi sostiene che foraggiare gli inutili raccomandati precari costituisca un ammortizzatore sociale.
Se governi e maggioranze regionali, in questi ultimi vent’anni, avessero speso tutte le risorse europee e statali, cofinanziate da quelle regionali, si sarebbero create decine di migliaia di posti di lavoro, produttori di ricchezza, nei quali chi avesse cercato un lavoro l’avrebbe trovato senza alcuna preoccupazione.

Quest’azienda ha più volte comunicato che è disposta ad assumere subito 10 agenti professionisti della vendita, ma non ne trova, se non con difficoltà, perché chi deve agire nel mercato deve essere persona preparata e competente, persona disposta a fare sacrifici per imporsi e per servire bene la propria clientela.
Abbiamo selezionato moltissimi richiedenti che volevano fare i giornalisti, ma non avevano la minima idea di come si facessero le inchieste e di come si potesse approfondire ogni questione informativa. Ma, chi è stato disposto a sacrificarsi, a studiare, ad apprendere le tecniche dell’organizzazione e dell’efficienza per fare bene il nostro mestiere, oggi si trova all’interno del QdS e svolge onorevolmente la propria professione con competenza.
Continuiamo a scrivere, controcorrente, che i precari competenti non esistono. Esistono i precari incapaci, perché non hanno studiato, perché non hanno maturato esperienze, perché non hanno capito che per lavorare ci vogliono competenze, non raccomandazioni del politico di turno. La diseducazione che si è diffusa in Sicilia, ora dovrà essere ribaltata in un processo virtuoso, che ancora, però, non si vede.
Set
16
2011
Vi sono direttive Ue che non sono state recepite dallo Stato italiano per indolenza o per convenienza. Nel primo caso, in quanto la burocrazia italiana è famosa al mondo per la sua inefficienza e disorganizzazione, per cui quello che si potrebbe fare in un giorno si fa in un anno. Nel secondo caso, perché l’inserimento nell’ordinamento legislativo nazionale di direttive europee comporta spesso l’abolizione di privilegi, di Caste e corporazioni, per cui queste ultime fanno in modo di rinviare l’amaro calice.
In un modo o nell’altro, l’Italia annaspa perché non modernizza il suo sistema legislativo e non si adegua alle norme dell’Unione, di solito più progredite di quelle nazionali. In questi casi il governo nazionale e le sue strutture costituiscono uno scudo negativo per chi volesse da subito applicare quelle norme.
Tuttavia, vi sono due possibili correttivi: il primo riguarda la magistratura, alla quale si possono rivolgere i cittadini italiani chiedendo che vengano applicate le norme europee quand’anche non ancora recepite dall’Italia. Di solito tribunali e corti accettano le istanze e le applicano.
Il secondo riguarda la facoltà per le Regioni di recepire direttamente le norme europee con proprie leggi regionali anche se in contrasto con quelle nazionali. Sono frequenti le sentenze della corte Costituzionale che danno ragione a quelle regioni che applicano le normative europee sovranazionali e non quelle nazionali.

La questione non è di poco conto anche perché è importante che ciascuno di noi si senta cittadino europeo prim’ancora che indigeno. Ricordiamo che le 344 regioni europee sono diverse fra di loro per usi, etnie, costumi, abitudini, linguaggi e via enumerando. Però, lo spirito di Gaetano Martino, che nel giugno del 1955 portò a Messina i capi di Stato e di governo per porre le basi al mercato comune, è rimasto intatto per questi 56 anni. Il trattato di Roma istitutivo della Cee (25 marzo 1957) sostituì la Ceca (Comunità economica del carbone e dell’acciaio), che era stata a sua volta costituita nel 1951.
Il nostro futuro è in Europa, non a Tripoli o ad Algeri. Però dobbiamo avere la capacità di pensare che noi europei del Mediterraneo possiamo collaborare, sul piano sociale ed economico, con tutte le popolazioni della costa africana (Marocco, Tunisia, Algeria, Libia ed Egitto).
 
Essere europei nella mente deve portare a diventarlo anche nei propri comportamenti. Certo, è difficile pensare di uniformarci a una regione della Lettonia o della Lituania, ma non è questione di amalgamarsi, quanto di utilizzare al meglio le diversità per un obiettivo comune. La strada è molto lunga perché in mezzo secolo l’Unione ha fatto poco per darsi regole comuni, trovando resistenze in quasi tutti i propri membri.
Quando è entrato in circolazione l’euro (1 gennaio 2002) i Paesi dell’Unione monetaria hanno fatto un enorme passo avanti. Se oggi Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia stanno reggendo alla crisi internazionale che ha messo a nudo gli scellerati comportamenti dei propri governi degli ultimi 20 anni lo si deve proprio allo scudo monetario. Fra i Paesi deboli vogliamo citare l’Irlanda (70 mila kmq con appena 4,5 mln di abitanti) la quale, per rimettere a posto i propri conti, ha tagliato il 50% degli stipendi di tutti i dipendenti pubblici, azione per altro ripetuta dalla Grecia.

Quando qualcuno si lamenta che la Bce ha commissariato il governo italiano dovrebbe, invece, rallegrarsene, perché proprio il seguire le indicazioni del board della Banca europea, ha consentito all’Italia di salvarsi, almeno sembra. Ovviamente le indicazioni sono state fatte per macrosaldi, lasciando ovviamente alla facoltà del governo di ottenerli con tagli alla spesa pubblica corrente e nuove imposte o con una miscela fra le due possibilità.
Un governo assennato avrebbe dato prevalenza ai tagli per risparmiare, in modo da realizzare risorse utili ad abbattere l’enorme debito pubblico e fare nuovi investimenti. Il governo italiano ha, invece, optato per mettere pesantemente le mani nelle tasche degli italiani senza tagliare nessuno dei grandi privilegi delle Caste, soprattutto quella politica, senza pensare allo sviluppo.
Lo sviluppo poggia sulle gambe delle liberalizzazioni, dei nuovi investimenti, delle aperture dei cantieri delle opere pubbliche di interesse strategico nazionale ed europeo, sulla mobilità del mondo del lavoro e sulle convenienze per i gruppi internazionali di venire ad investire in Italia offrendo soprattutto rapidità nel rilascio di autorizzazioni e concessioni.
Set
15
2011
Negli Stati Uniti, e anche in altri Paesi, i cittadini usano vantarsi positivamente delle imposte che pagano e dei redditi sui quali gravano. In quei Paesi, a principale rito protestante, c’è l’abitudine alla concretezza calvinista, che ha al centro i valori di merito e responsabilità. Ecco perché si porta nel proprio medagliere l’entità dei propri guadagni e delle relative imposte pagate in quanto, normalmente, a essi corrisponde la capacità di produrli.
Si tratta di un meccanismo virtuoso che consente di far muovere la macchina economica, con una crescita adeguata anche in periodi di crisi. In quei Paesi, l’evasione fiscale e contributiva è ridotta a minimi fisiologici anche perché, non solo predomina il senso comune che fa prevalere merito e responsabilità, ma i controlli pubblici sono rigorosissimi, approfonditi e basati soprattutto sulle indagini che riguardano le vie del danaro.

Si ricorda che Alphonse Gabriel Capone, detto Al, il numero uno di  Cosa nostra americana, fu incarcerato, condannato e distrutto per evasione fiscale dalla squadra degli Intoccabili guidata con fermezza da Eliot Ness. Non potendo trovare le vie del malaffare, Ness scavò in quelle finanziarie e siccome il boss viveva nei migliori alberghi, attorniato da squadre di servitori e di sodali non potendo dimostrare alcun reddito, fu accusato senza dubbio di evasione fiscale. E dato che nel Paese nordamericano l’evasione fiscale è un reato gravissimo, fu condannato a 11 anni di reclusione, dal che la sua organizzazione crollò.
Nel nostro Paese accade il contrario. La gente si vanta di non pagare le tasse e perfino il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, qualche anno fa, ha anche giustificato parzialmente tale comportamento delinquenziale con un’eccessiva pressione fiscale. Il Cavaliere avrebbe fatto meglio a tacere, oppure a dire male con chiarezza, non solo dell’eccessiva pressione fiscale, ma e soprattutto della pessima qualità dei servizi pubblici alimentati dalla spesa corrente. E avrebbe dovuto aggiungere che tale pessima qualità è conseguenza di un ambiente ove nascono e crescono il virus della corruzione e della malavita organizzata.
 
Secondo il ministero dell’Economia, i cittadini italiani che dichiarano più di 300 mila euro di reddito annuale lordo sono appena 34 mila. Vengono vendute 200 mila auto di grossa cilindrata, ma solo in 76 mila le potrebbero comprare. Vi sono migliaia di società create per intestarsi barche e villoni, sempre in perdita, per cui non pagano alcuna imposta. L’elenco è lungo e non vale la pena continuare perché le porcherie non finiscono mai.
Proprio per questo è indispensabile poter pubblicare le dichiarazioni dei redditi degli abitanti di ognuno degli 8.092 Comuni italiani, perché solo un controllo capillare sul territorio può far emergere il tenore di vita di tanti furbetti - piccoli, medi e grandi - che continuano a usufruire dei servizi pubblici senza partecipare con le proprie imposte.
Certo, un Governo serio avrebbe istituito quel meccanismo presente in tutti i Paesi avanzati del Conflitto di interesse, cioè consentire ai cittadini la deduzione anche parziale dal reddito delle proprie spese, in modo da incentivarli a chiedere scontrini e fatture.

Le ultime Manovre hanno inserito la facoltà, per gli Enti accertatori - Agenzia delle Entrate e Guardia di finanza - di guardare nelle vie del denaro: conti e libretti bancari, conti e libretti postali, dossier titoli, strumenti finanziari, fondi di investimento e via enumerando. Inoltre, le Manovre consentono di ragguagliare i redditi al tenore di vita, con la facoltà di incrementare quelli dichiarati dell’ammontare delle spese non giustificabili perché sproporzionate.
Caso diverso è quello degli studi di settore per le imprese, perché lo strumento va affinato e reso aderente alla realtà in quanto, spesso, i calcoli statistici la deformano.
A monte di quanto scriviamo, ci dovrebbe essere un’iniziativa del ministero dell’Economia, attuata mediante una campagna di comunicazione, per spiegare ai cittadini le due questioni prima indicate: a) guadagnare molto, anche diventando ricchi, purché siano state pagate tutte le imposte, è un fatto positivo; b) la volontà di migliorare nettamente gli attuali, deficitari, servizi pubblici.
Lo faranno? Vedremo.
Set
14
2011
La grave crisi che ha colpito l’economia delle Nazioni avanzate è propria della degenerazione di un sistema di comando della finanza mondiale, non più controllata dai governi. Quanto precede è dimostrato dal fatto che nel gruppo dei paesi ad economia emergente (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), cioè il gruppo Brics, la crisi non è arrivata, anzi essi continuano a crescere molto rapidamente. Il virus non è quindi derivato dalla crisi, la quale è effetto e non causa.
I Governi dei dieci Paesi più industrializzati fanno fatica a rimettere in carreggiata la loro economia anche perchè essa subisce gli effetti di una democrazia distorta ove privilegi e abusi pesano sulla maggior parte delle popolazioni per favorirne una piccola parte.
Non è il denaro che manca complessivamente all’economia mondiale, bensì la sua opportuna utilizzazione, in base a criteri di equità e giustizia sociale difficilmente riscontrabile in questi tempi. Tuttavia non si può fare di tutta l’erba un fascio. Vi sono Paesi che hanno corretto rapidamente i loro errori e stanno risalendo la china.

La Germania è uno di questi. Proprio perchè si è rimessa a funzionare, caricando di sacrifici i propri ottantatre milioni di tedeschi, ha tirato la ripresa in Europa. Se in quel Paese i lavoratori vanno in pensione a sessantasette anni non possono tollerare che una parte di italiani privilegiata ci vada sei, sette anni prima. Se i sindacati dei lavoratori hanno firmato patti di solidarietà con le imprese, per aumentare la produttività e l’efficienza non possono tollerare che in Italia altrettanti patti vengano ostacolati da una parte del sindacato ancora ideologizzato. Se quel Paese ha tagliato drasticamente la spesa pubblica corrente, eliminando privilegi e rendite di posizione, non può tollerare che l’Italia mantenga gli uni e le altre.
Da quanto precede risulta evidente che la manovra in corso di approvazione non ha risolto nessuno dei punti citati. Il Governo in carica, o altro di solidarietà nazionale o di grande coalizione, dovrà necessariamente intervenire su almeno cinque punti, e quì, di seguito, ve li elenchiamo brevemente.
 
1) Imposta sui grandi patrimoni almeno da cinquanta milioni, con destinazione la riduzione del debito pubblico.
2) L’eliminazione dell’iniquo privilegio delle pensioni di anzianità, senza alcuna distinzione.
3) Il taglio della spesa pubblica di almeno il 30% con destinazione delle risorse in parte verso nuovi investimenti e in parte verso la decurtazione del debito pubblico.
4) Intervento sui privilegi delle corporazioni e delle caste favorendo la concorrenza e abolendo i contributi a pioggia al difuori di un processo di sviluppo economico.
5) Liberalizzazione dei mercati a tutto campo, a partire dai monopoli delle società di servizio pubblico locale ove sindaci e partiti hanno piazzato i loro  amici e protetti.
Vi sarebbero altre cose da fare, ma è inutile citare il benaltrismo perchè è un modo per eludere i problemi e procrastinare lo stato di difficoltà in cui ci troviamo. Non vedere e non sentire  è estremamente colpevole.

Le questioni che abbiamo evidenziato derivano da un solo fatto: il ceto politico italiano e meridionale si è servito dei cittadini, usandoli per propri fini ed interessi, dimenticando, invece, che esso era al loro servizio, in quanto mandanti di un potere -  dovere.
Qui si tratta di ribaltare questa posizione mentale e ritornare alla Democrazia vera e seria, secondo regole che esistono da oltre duemila anni e cioè i cittadini danno un mandato e il ceto politico lo esegue, facendo prevalere l’interesse generale su quello particolare. Poche e semplici regole che aiuterebbero a uscire dalle presenti, enormi difficoltà, che permarranno se non vi sarà la svolta richiamata.
Trattando di Etica & Valori, non intendiamo entrare nel merito. Ci interessa portare alla valutazione dei lettori le questioni morali che dovrebbero informare il comportamento di chi ha responsabilità. Essi dovrebbero ricordarsi che più alte sono le responsabilità, più alto deve essere il senso del dovere e del servizio.
Il servizio agli altri: ecco cosa dovremmo sempre rammentare in ogni momento della nostra vita
Set
13
2011
Mercoledi 7 settembre il Senato ha approvato la manovra da 54 miliardi di euro, di cui 36 di nuove tasse e 18 di tagli. In questi due dati si manifesta la pochezza e l’incapacità di una maggioranza di dar corso all’indignazione dei cittadini, che vengono ulteriormente caricati da una pressione fiscale insostenibile, mentre tutte le Caste privilegiate, a cominciare da quella politica, per continuare con quella burocratica e via dicendo, non sono state chiamate ai necessari tagli.
La questione non finisce qui, perché la pressione fiscale complessiva è destinata ad aumentare, in quanto la riduzione dei trasferimenti che le quattro manovre hanno previsto per Regioni ed Enti locali provocherà aumenti di addizionali e di imposte locali, almeno nelle Regioni e nei Comuni viziosi. Non faremo, da oggi in poi, più riferimento alle Province perché le consideriamo nella forma attuale dei cadaveri incostituzionali: infatti il Governo nazionale ha approvato il ddl per sopprimerle e quello siciliano sta presentando il ddl per convertirle in Consorzi.

Non sappiamo se la manovra che la Camera approverà oggi o domani sarà sufficiente per fermare i mercati. Lo vedremo nei prossimi giorni. Riteniamo però che questa maggioranza sarà costretta a furor di popolo a fare un’ulteriore manovra esclusivamente per la riduzione della spesa corrente, nonché con l’inserimento di elementi di liberalizzazione dei mercati, a cominciare dalle società pubbliche locali ed elementi per attivare lo sviluppo.
è del tutto evidente che questi tagliatori nazionali sono degli incoscienti, perché pur di non eliminare i numerosissimi privilegi delle numerosissime Caste non hanno liberato le risorse necessarie per l’apertura dei cantieri delle grandi opere di interesse nazionale ed internazionale e neppure per il supporto alle imprese e al tessuto produttivo.
Si tratta di una resistenza passiva fuori dall’ordinario, che dimostra ancora una volta l’insensibilità dei responsabili delle istituzioni nazionali che, pur di fronte a una situazione gravissima, non prendono in considerazione di fare rinunce e di contribuire al risanamento delle finanze pubbliche mediante minori uscite.
 
I cittadini capiscono la buona amministrazione. I sindaci dei Comuni virtuosi - cioè quelli che hanno i conti in ordine, quelli che hanno redatto il Piano aziendale, quelli che hanno il giusto personale per erogare i servizi, quelli che usano la spesa corrente col contagocce, quelli che destinano tutte le risorse possibili per investimenti e opere pubbliche - non avranno granché da temere dai tagli, anche perché essi sono ampiamente bilanciati dal raddoppio delle attribuzioni per recupero di evasione dei propri cittadini.
Mentre, infatti, il quarto decreto sul federalismo fiscale (d. lgs. n. 23 del 14 marzo 2011) prevedeva che ai Comuni andasse attribuito il 50 per cento dell’evasione recuperata, con la legge in via di approvazione, ai Comuni è attribuito il cento per cento dell’evasione recuperata. Siccome l’evasione si annida all’interno dei proventi di ogni cittadino dei comuni e siccome essa ammonta a 120 miliardi di euro, ecco che, teoricamente, se tutti i Comuni la scoprissero riceverebbero una valanga di quattrini pari agli stessi 120 miliardi.

I dolori saranno, invece, per i sindaci viziosi, quelli cioè che non hanno i conti in ordine e che si sono comportati al contrario dei loro colleghi virtuosi. I tagli e i minori trasferimenti stringeranno la loro gola politica in maniera serrata, perché dovranno rapidamente bloccare tutte quelle spese clientelari che hanno consentito loro di disamministrare, senza un progetto di sviluppo, senza un progetto di crescita.
Dobbiamo purtroppo sottolineare come i sindaci viziosi si trovino in maggioranza nel Sud Italia. Nella nostra Isola, su 390 Comuni, ve n’è uno solo iscritto all’Associazioni nazionale dei Comuni virtuosi, ed esattamente quello di Aci Bonaccorsi.
Diamo ai 389 sindaci viziosi tre consigli non richiesti: redigere subito il Piano aziendale, chiedere la certificazione di qualità delle procedure all’Unione europea e nominare società di revisione iscritte alla Consob per certificare i bilanci. Un altro consiglio vogliamo dar loro: istituire subito il Niai (Nucleo investivativo affari interni) per la ricerca della corruzione e l’Ntl (Nucleo tributario locale) per il recupero dell’evasione.
Set
10
2011
Quasi cento indagati o inquisiti nel Parlamento nazionale, un terzo in quello della Regione siciliana, numerosi nel Consiglio regionale della Lombardia, corruzione nella Protezione civile e nei Grandi appalti. Insomma, la Cosa pubblica a livello statale, regionale e locale è sempre di più permeata dal cancro della corruzione, dando un pessimo esempio ai cittadini soprattutto giovani, ai quali non si può poi rimproverare se tendono anch’essi verso di essa, se cercano la raccomandazione, il favore e quant’altro connesso.
Il neo segretario del Pdl, Angelino Alfano, nominato per acclamazione dal Consiglio nazionale, ha esordito ottimamente: “Intendo fare il partito degli onesti”. Un proponimento sacrosanto che sottoscriviamo totalmente, augurando all’amico che sia in condizione di realizzarlo anche parzialmente. Per fare questo ha bisogno, però, di cacciare tanti deputati e senatori, nonchè amministratori locali, cosa che gli riuscirà estremamente difficile.

Gli italiani sono un po’ scettici di fronte al pronunziamento del segretario Pdl. Chi, invece, non l’ha creduto per niente è stata l’Onorata società la quale, con un annuncio tanto drammatico quanto improvviso, ha inviato i propri ambasciatori di Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra nelle sedi dei più grandi partiti italiani.
Hanno incontrato per primo l’Angelino e gli hanno notificato l’irrevocabile decisione della propria organizzazione di non avere più niente a che fare col suo partito. Poi si sono recati da Bersani, il quale è sbiancato in viso nel sentire la stessa comunicazione. Pierluigi ha però osservato, sommessamente, che l’avvertimento non poteva riguardare il suo partito perchè esso è pulito e bianco-candido. Tuttavia ha preso nota della notifica.
Poi è stata la volta di Pierferdinando, il quale, sentita la mortale comunicazione, ha pensato che ormai non ci si poteva fidare più di nessuno. I tre ambasciatori hanno visitato anche i partiti minori affinchè fosse chiarissima questa loro uscita dall’agone partitocratico.
Ma, per essere più convincenti, hanno comunicato la decisione a tutte le altre istituzioni: Comuni, Province, Regioni, nonchè a Partecipazioni, Circoli, Ordini ed altri consimili Congreghe. Si è trattato di un’operazione inaspettata che ha destato molta meraviglia.
 
Insomma, l’Onorata società si è voluta dissociare totalmente dallo Stato e dalle Caste motivando con: “Ci state rovinando la reputazione. Siamo delinquenti, ma abbiamo comunque la nostra dignità. Facciamo i nostri affari, ma tutti sanno di che si tratta, mentre voi, sotto lo scudo del mandato popolare, praticate e diffondete corruzione nascosta apparendo come santarellini”.
Nessuno si scandalizza quando vengono arrestati i componenti della criminalità organizzata. Il fattaccio è che continua a non esserci più scandalo quando ad essere arrestati, se il Parlamento lo consente, sono rappresentanti delle istituzioni, compresi ministri nominati ad hoc per evitare i processi.
“Benedetta la crisi!”, sosteniamo da tempo, perchè costringerà chi rappresenta il popolo a un pentimento anche parziale. I cittadini non sopportano più che vi siano privilegiati  con stipendi blu, pensioni blu, macchine blu, viaggi aerei e terrestri blu, vitalizi e indennità blu, rimborsi spese blu e in qualche caso, escort blu e funerali blu.

I cittadini cominciano a urlare e a pensare che i politici siano mafiosi, oltre che corrotti. Il che non è vero perchè fra essi ve ne sono tantissimi onesti e capaci.
Però chiamare mafiosi i politici, ai mafiosi non va giù, si sentono offesi come se essi fossero chiamati politici. Ed è questa la causa della loro iniziativa: delinquenti sì, corrotti no. Anzi, si sono impegnati ad aiutare gli italiani proponendo una distribuzione straordinaria di coca per distrarli da miseria e disoccupazione nonchè da una pressione fiscale asfissiante.
Siamo certi che tutti i partiti, dalla punta di estrema destra a quella di estrema sinistra, si dorranno di questa iniziativa di Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra perchè dovranno studiare nuove strategie per affrontare le prossime elezioni.
“Benedetta crisi!” dicevamo perchè quanto meno ha fatto prendere quest’iniziativa all’Onorata società, la quale, però, non ha comunicato di uscire dalla scena politica, ma di diventare autonoma dalle connessioni ai partiti e pertanto ha comunicato che fonderà il proprio partito: il Partito dei Superonesti.
Set
09
2011
Il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, dice spesso cose sbagliate, demagogiche e piene di propaganda. Ma una cosa l’ha detta giusta: bisogna indagare sulla formazione dei patrimoni, per verificare se nel formarsi essi abbiano scontato regolarmente le imposte. L’argomento ha un sottointendimento malizioso e sottile: i patrimoni si sono potuti formare anche con le infiltrazioni di risorse finanziarie provenienti dall’Onorata Società.
Per un momento restiamo alla prima questione. Chi ha cominciato a lavorare da mozzo, come Aristotele Onassis, poi è diventato un armatore di dimensioni planetarie, non ha mai spiegato all’opinione pubblica del suo Paese (la Grecia), né a quella internazionale, quale sia stato il processo di accumulo della ricchezza attraverso meccanismi leciti o illeciti, né se tale ricchezza sia stata sottoposta sistematicamente ad imposte.
Abbiamo citato un signore morto da tempo per evitare che il pensiero del lettore corresse rapidamente a viventi, nazionali o internazionali, che sono diventati straricchi, ma non hanno mai spiegato come.

La questione non è di poco conto, in un momento in cui lo Stato non incassa centoventi miliardi di imposte, di cui la metà da Iva evasa. Se ne incassasse la massima parte potrebbe destinarla all’abbattimento del mostruoso debito superiore a 1.900 miliardi di euro.
La questione dell’evasione in Italia è patologica perché supera enormemente una parte di essa accettabile, stimata comunemente in circa il 5 per cento. La lotta all’evasione che fanno Guardia di finanza e Agenzia delle Entrate non è stata fornita di idonee leggi, almeno fino ad oggi, in grado di chiedere ai contribuenti possessori di straordinari patrimoni il loro processo di formazione.
Gli strumenti inseriti dalle quattro manovre 2011 hanno cominciato a produrre effetti dal 1° luglio di quest’anno, per quanto concerne lo spesometro, e dagli ultimi anni per le imprese, per quanto concerne gli studi di settore. Ma nulla hanno predisposto, tali norme, per attivare le indagini che consentano di retrocedere nel tempo per arrivare a determinare il punto di partenza dei patrimoni posseduti e le successive tappe.
 
I furbetti del quartierino, i palazzinari delle varie città, i finanzieri ed altra brava gente di siffatto tipo, di colpo sono apparsi ricchi, ma non si sa laprovenienza di tale ricchezza, né se da fonte lecita , né se da evasione fiscale e previdenziale.
Noi siamo sempre stati favorevoli a che i cittadini possano diventare ricchi, purché la ricchezza in quanto tale sia frutto di capacità, di intelligenza, di onestà e di saper fare. E tassata. La ricchezza formata in modo delinquenziale o trasformando l’evasione non solo turba le coscienze dei cittadini, ma anche il mercato, le regole della concorrenza e l’etica degli affari.
Scusate se citiamo l’etica degli affari, ma senza di essa ognuno è autorizzato a rubare, a imbrogliare, ad aggredire gli altri: cosa riprorevole, che va emarginata. Va da sé che nessuno si autodenuncia, né si dichiara colpevole di evasione se i controlli non lo mettono alle strette, anche perché in questo versante non esiste  l’inversione dell’onere della prova.

La Sicilia è povera, almeno relativamente. Il reddito procapite è all’incirca la metà di quello dei lombardi. Dovremmo vergognarci di questo stato di inferiorità ed indicare con chiarezza e forza le gravissime responsabilità del ceto politico che ha governato dal dopoguerra ad oggi. Responsabilità molto più grandi sono da addebitare a Governi e maggioranze regionali in questi ultimi vent’anni.
Quando la zona grigia è estesa, i parassiti vivono bene, perché nessuno li disturba e possono tranquillamente accumulare ricchezze, evadendo o utilizzando risorse di provenienza criminale.
Il compianto prefetto Dalla Chiesa, lo ripetiamo continuamente, arrivato a Palermo dispose subito che le indagini esplorassero la via del denaro, in modo da colpire l’accumulo dei patrimoni. Puntando al cuore del problema, fu abbandonato dal ceto politico nazionale, probabilmente su impulso di chi in Sicilia si sentì minacciato dal nuovo corso.
Vi sono patrimoni, nell’Isola, che si sono formati in un quarto di secolo. I siciliani vorrebbero sapere come sia stato possibile e se hanno scontato tutte le imposte.
Set
08
2011
L’erario, da giochi e scommesse, ha incassato, nel primo semestre 2011, 35,8 miliardi di euro, in aumento del 20 per cento rispetto allo stesso periodo del 2010. Ai giocatori sono stati restituiti in vincite 27 miliardi. Allo Stato sono rimasti 4,6 miliardi. Per conseguenza, alle società di gestione è andata la differenza di ben 4,2 miliardi.
Si presume che alla fine dell’anno corrente le casse pubbliche incamereranno oltre dieci miliardi e di altrettanta somma beneficeranno le società di gestione, per esempio Snai, Sisal, Lottomatica.
Questo è il fatto sul quale non vogliamo fare considerazioni solamente etiche, ma di opportunità sociale. Vi è tanta gente che ogni giorno sottrae ai propri magri introiti somme che utilizza per il gioco d’azzardo, perché di questo si tratta. Altra che passa il suo tempo libero, ma spesso anche quello lavorativo, nelle sale da gioco, facendosi possedere da quel diavolo selvaggio che è il vizio dal quale difficilmente si esce.

Con il gioco d’azzardo, lo Stato ha un comportamento incostituzionale e diseducativo. Incostituzionale perché la nostra Magna Carta è fondata sui valori morali. Quello del gioco è sicuramente un disvalore. Diseducativo perché invita i cittadini a giocare sperando in una vincita che possa risolvere i loro problemi. Mentre dovrebbe educarli a diventare competenti, in modo da trovare collocazione sul mercato e svincolarsi dai bisogni guadagnando quanto serve con le proprie capacità.
Da qualunque parte si giri, si tratta di una sporca faccenda, anche perché fa arricchire i soliti noti. è proprio di questi giorni la notizia dell’inchiesta aperta dalla Dia di Palermo, a fine maggio, nei confronti di tale Michele Spina, il quale nella sua qualità di responsabile della Primal Srl ha ammesso di avere fatto lauti regali ai vertici della sede siciliana dei Monopoli, anch’essi finiti in manette. Con questa ammissione Spina è stato mandato ai domiciliari.
Il re della Snai ha confessato di avere pagato tangenti e offerto viaggi a funzionari diversi. L’inchiesta vuole accertare se dietro questi personaggi vi siano infiltrazioni di Cosa Nostra, mentre l’imprenditore ai domiciliari nega qualsiasi rapporto con esponenti mafiosi.
 
Non c’è dubbio che i siti dove i cittadini si rovinano consentono un forte riciclaggio potenziale, dato il movimento di denaro contante. è vero che col Dl 138/11, ai fini della tracciabilità, nessun movimento fluido può esser fatto al di sopra di 2.500 euro. Tuttavia questa cifra, ripetuta ennesime volte, può dar luogo a movimenti di una certa rilevanza. Male ha fatto Tremonti a tenere così alta la soglia della tracciabilità. Avrebbe dovuto abbassarla a 500 euro. Infatti nessuno, che non sia evasore o malfattore, ha interesse a movimentare soldi in contanti per le proprie necessità, anche atteso che ai figli si possono fare donazioni in denaro non soggette ad alcuna imposta.
La questione non riguarda ovviamente la nostra Isola, ma l’intero Paese e quelle regioni più ricche ove in proporzione le giocate sono più basse. Sembra un paradosso, ma si spiega con la circostanza che chi ha più bisogno gioca di più perché pensa si risolvere una volta per tutte i propri problemi. Non sa, il poveretto, che la migliore vincita è la somma che non ha giocato.

In Europa, vi è un quadro eterogeneo delle norme relative al gioco d’azzardo. In venti Stati membri, compresa l’Italia, quello online è consentito, mentre in sette, tra cui Germania, è vietato. In Italia il mercato è liberalizzato, tanto che operano parecchie società in concorrenza, in altri Stati è delegato al Monopolio di Stato.
La Corte di Giustizia delle comunità europee ha affermato spesso che ogni Stato può porre dei limiti alla libera circolazione dei servizi. Tuttavia, ha raccomandato che i giochi vengano controllati per evitare violazioni dell’ordine pubblico.
Le scommesse online, essendo più facilmente accessibili di quelle tradizionali, comportano un più elevato rischio di frodi, dipendenza da gioco, cattivo uso di dati personali ed estremi delle carte di credito, pericolo per i bambini e minacce alla regolarità di giochi ed eventi sportivi. Per questo, il Parlamento europeo ha invitato il Consiglio a cercare una soluzione al problema della dipendenza dal gioco d’azzardo.
Set
07
2011
Dopo i ridicoli tagli da 85 milioni, l’assessore, Gaetano Armao, forse dopo aver letto l’elenco dei tagli possibili puntualmente pubblicati su questo foglio, ha annunciato che la Regione si appresta a tagliare 2,7 miliardi, senza indicare dove e con quale destinazione delle risorse recuperate. Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, dal canto suo, ha già annunciato che la Regione può funzionare con duemila e non ventimila dipendenti ufficiali, da qui al 2020, e giorni fa ha rivisto il numero a tremila dipendenti.
Esprimiamo vivo apprezzamento sia per Lombardo che per Armao, ma vorremmo vedere i due disegni di legge che traducono in fatti gli annunci. Ci dispiacerebbe constatare che il Governo regionale ha preso le brutte abitudini di quello nazionale, il quale in tre anni ci ha riempito di propositi non trasformati in fatti.

Con trent’anni di ritardo, gli attuali responsabili della Regione si stanno accorgendo che essa è obesa, super grassa perchè ha ingurgitato risorse pubbliche schiacciando l’economia e azzerando lo sviluppo. Si è trattato di una perniciosa bulimia della spesa corrente servita per alimentare clientelismi e favoritismi di ogni genere, che hanno comportato una compressione del tenore di vita dei siciliani e una disoccupazione, soprattutto giovanile, mai raggiunta in questo trentennio.
Si sa, i problemi si accavallano, la malattia se non curata peggiora, mentre il tempo assume un ruolo fondamentale nel fare o nel non fare. L’aspetto più grave è che i miliardi disponibili dell’Unione europea e dello Stato non sono stati spesi per l’ignavia dei vari dirigenti generali, per la voluta farraginosità delle procedure, per l’abitudine a dire di no a tutto (così non si assumono responsabilità) e anche per la mancata attenzione dei governi regionali. Gli stessi avrebbero dovuto puntare decisamente all’apertura dei cantieri per opere pubbliche ed al sostegno delle attività produttive di ricchezza e di posti di lavoro. Il ceto politico siciliano, invece, si è sempre curato di dare sussidi e indennità di vario genere; insomma ha distribuito ammortizzatori sociali, ovviamente clientelari, e non si è mai preoccupato di creare le condizioni per la crescita.
 
Il cancro della Pubblica amministrazione siciliana è la disorganizzazione e l’inefficienza, più che l’infiltrazione mafiosa e la corruzione, anche perchè queste ultime sono figlie delle prime due. In un corpo sano che funziona in base alle regole dell’organizzazione e dell’efficienza, ovviamente guidate dai valori etici, criminalità organizzata e corruzione emergono e possono essere combattute ed emarginate, come accade quando un corpo sano viene colpito da una malattia. Ma quando il corpo è gracile e debole qualunque malattia lo sovrasta e perfino lo uccide. 
Non vi sembri un paradosso, ma noi, che da decenni sosteniamo che Regione e Comuni debbano mettersi le carte in regola e trasformarsi da enti viziosi in enti virtuosi, rendiamo merito alla crisi che ha colpito l’Occidente e l’Europa e, al suo interno, i Paesi più disordinati e gracili: Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia.

Zapatero ha dimostrato di essere un grande statista. Quando ha capito che la Spagna era in pericolo, ha dichiarato subito che non si sarebbe più candidato nelle prossime elezioni  e in tal modo ha reso le sue mani libere di fare approvare una serie di provvedimenti impopolari contro le Caste. Così ha rimesso in ordine rapidamente i conti del Paese iberico. Tutto ciò mentre egli ha poco più di 50 anni e non 74 .
La crisi che ha colpito l’Italia si è riversata sulle venti regioni, ma saranno più colpite quelle che non hanno i conti in ordine, cioè le regioni meridionali e, fra esse, la Sicilia. Ecco perchè l’abbiamo salutata con favore. Essa costringerà anche i più riottosi a ridurre la spesa corrente per tagliare il disavanzo di bilancio e girare l’eventuale eccedenza di risorse finanziarie al cofinanziamento dei progetti per opere pubbliche o per infrastrutture.
Insomma, urge far dimagrire rapidamente la Regione e girare agli investimenti, altrettanto rapidamente, le energie recuperate, per cominciare a percorrere la strada dello sviluppo. Guai a perdere ancora tempo e a cincischiare sul nulla. Perderanno i politici, ma, peggio, i siciliani.
Set
06
2011
Nella continuità fra la vita e la morte, bisogna cogliere il senso dell’esistenza. Non sappiamo se essa cominci o vi sia continuamente. Non sappiamo se lo spirito (anima) esista prima del concepimento o si formi in uno ad esso. Nel primo caso, l’anima entra nel corpo per un periodo temporaneo (la vita), alla fine del quale ne esce, per inserirsi in un altro corpo. Nel secondo caso lo spirito nasce col corpo, ma poi ne esce quando questo cessa di vivere.
In questo quadro, il passaggio del corpo dallo stato vivente a quello inerte è ininfluente sull’esistenza dello spirito, il quale, secondo la quadripartizione socratica, sovrintende la mente che sovrasta il cervello che, a sua volta, regola le funzioni del corpo.
Lo spirito dovrebbe essere energia pura che sta insieme a quella di tutto il cosmo, fatto da chissà quanti pianeti, satelliti e stelle. La pochezza dell’uomo, la sua infinitesima dimensione, spesso, non riesce a comprendere l’immensità, mentre una normale riflessione dovrebbe farci capire cosa effettivamente siamo: polvere.

Polvere sei e polvere diventerai, sogliono ripetere i frati Trappisti. Ci ricordano la nostra provenienza e la nostra destinazione materiale. Ecco perchè ci sembra anacronistico (ma è un nostro parere personale) il culto dei corpi anche quando questi non esistono più. Mentre lo spirito di chi se ne è andato è sempre presente senza tempo e senza luogo, perchè vive costantemente (almeno finchè ci siamo) nella nostra mente, nei nostri ricordi, negli atti che  compiamo.
Quante menzogne sono riportate anche in libri autorevoli, da distinguersi rispetto a tesi e argomentazioni che, non avendo alcuna prova scientifica, sono tutte valide.
L’immensità del cosmo deve aver avuto un Architetto Supremo anche se gli Atei negano qualunque cosa al di fuori della vita corporea. Ognuno può pensarla come crede, ma deve formarsi un convincimento che derivi dalla comprensione dei fatti e da moltissime letture che vanno, via via, moltiplicate senza fermarsi, in un approfondimento continuo.
Nessuno saprà mai la verità, perchè lo spirito di chi se ne è andato non trasmette normalmente con i viventi. Però resta in contatto, almeno come l’intendiamo noi.
 
Vincenzo Cardarelli ci ricordava che si può morire, ma non farsi ghermire dalla morte. Che significa? Significa che quando dipende da noi possiamo morire, ma non soccombere. In altri casi, accada quello che deve accadere.
In vista della fine di un lampo (la vita) tra due periodi oscuri dobbiamo essere consapevoli che la realtà non è quella che ci circonda, perchè gran parte di essa non è da noi conosciuta, non sappiamo neanche cosa sia.
Il movimento degli astri, le infinite combinazioni delle stelle e i profondi cambiamenti che avvengono su questo minuscolo pianeta, la nascita e la morte della specie umana misurate in miliardi di anni, sono fatti che ci devono indurre a muoverci con serenità e consapevolezza che noi viventi (uomini, animali e vegetali) possiamo fare ben poco per mutare il lungo corso degli eventi.
Molte circostanze sono già scritte, altre verranno scritte dalla Natura che ha le sue regole fisiche, le sue cadenze a orologeria, i suoi meccanismi che comprendono anche le persone umane. Non dobbiamo mai dimenticarlo perchè perderemmo la nostra stella polare.

Ragionare, conoscere, valutare, pensare: tutti atti del nostro esistere. Ma non possiamo trascurare la nostra fisicità. Pur sapendo quanto precede, quando viene a mancare una persona cara, viene a mancare un pezzo di noi. Pensare che esista ancora sotto forma di spirito è una consolazione ed un convincimento, un modo di essere, quasi uno stadio interno dell’insieme: corpo, cervello, mente e spirito.
 C’è un libro di un giovane teologo, che consiglio (Vito Mancuso, L’anima ed il suo destino), che fa ragionamenti non religiosi intorno all’anima. Utile è la sua lettura nei momenti di riflessione, anche vacanzieri, quando si stacca la spina dalle abitudini giornaliere, ma non si dovrebbe staccare il pensiero. Anzi, proprio quando si è sereni, si capiscono di più gli approfondimenti.
Riflettere su quello che andiamo scrivendo ci aiuta a staccarci dalle miserie umane, dalle bassezze e dalle piccolezze. Ci aiuta e ci ricorda che quello che conta nella vita è essere persone per bene e fare tutto il proprio dovere. Lì possiamo arrivare. Lì  dobbiamo arrivare.
Set
03
2011
Assicuratori, banchieri, cooperative bianche e rosse, Stato del Vaticano, calciatori, dirigenti pubblici, sindacati, imprenditori, ordini professionali, politici, burocrati, magistrati, tassisti e gondolieri. L’elenco delle Caste non è esaustivo. Non abbiamo dimenticato, anzi la scriviamo appositamente per ultima, la Casta dei giornalisti, quella cui noi apparteniamo.
Sono Caste che richiamano le corporazioni fasciste le quali hanno privilegi di ogni genere, che sottraggono risorse alle casse dello Stato in modo ingiustificato, costringendo governi e maggioranze a tassare di più i cittadini che pagano le imposte. Ma non vogliamo dimenticare le Caste occulte (ma non tanto): la criminalità organizzata, che gestisce una parte del ceto politico e dell’economia, gli evasori fiscali e previdenziali e ultima, ma non meno importante, quella di corrotti e corruttori.
Tremano i polsi a pensare come si possa fronteggiare questa moltitudine di affamati cittadini che affondano i loro denti aguzzi nel tessuto sociale, fatto dalla moltitudine di chi lavora onestamente e sbarca con fatica il lunario.

Questo scenario, che andiamo descrivendo da decenni, non è stato posto sotto i riflettori da giornali e giornalisti, se non in questi ultimi tempi, quando si sono moltiplicati libri e inchieste su scialacquatori, sanguisughe, approfittatori di ogni genere e tipo. Vi è ora una grande sensibilità sulla materia, tanto è vero che libri e inchieste hanno avuto grande successo.
La domanda che si pone è come mai solo di recente i riflettori dell’informazione sono stati puntati sulle Caste. La risposta è semplice: fino a quando Governi e maggioranze potevano ampliare il disavanzo annuale dello Stato a dismisura, con ciò edificando il mostruoso debito pubblico che ci ritroviamo, superiore a 1900 miliardi, la questione veniva rinviata. Ma con i Patti di stabilità europei, soprattutto con l’ultimo del 25 marzo, Europlus, la festa è finita perchè è stata istituita la Regola d’oro (Golden Rule) e cioè l’obbligo per tutti gli Stati membri di avere il pareggio annuale di bilancio, senza alcuna possibilità di disavanzo.
Cosicchè il campo si è ristretto, i soldi sono finiti e con essi clientelismo e possibilità di alimentare le Caste.
 
Vi sono giornalisti da tavolino che guardano i terminali delle agenzie e riempiono le pagine, vi sono i giornalisti da marciapiede. Ripeteva Indro Montanelli che il vero giornalista è colui che consuma le suole delle scarpe e il dito indice, quest’ultimo a forza di suonare campanelli. Giornalista da marciapiede è colui che non si siede mai, che organizza l’inchiesta, che scava e non si arrende di fronte alle difficoltà che incontra.
I grandi Bob Woodward e Carl Bernstein sono noti per avere fatto cadere quel corrotto del presidente degli Usa, Richard Nixon, ma pochi si ricordano che un grande protagonista della vicenda fu il direttore del Washington Post, Ben Bradlee, il quale ebbe il fegato di far scrivere ai due giornalisti l’inchiesta che costrinse Tricky Dick Nixon a dimettersi per evitare l’impeachment.
Bernstein e Woodward non stavano un secondo seduti, ma erano sempre in giro a cercare e a controllare notizie, a contattare gole profonde, a non farsi intimidire dai servizi segreti e dai burocrati federali che opponevano silenzi e minacce.

Il nostro Paese ha bisogno di normali giornalisti-inchiestologi, gente che vuole fare solo il proprio dovere, che tiene la schiena dritta, che non si inchina davanti al potente di turno, che denuncia le eventuali minacce ricevute e continua nella propria attività per appurare la verità. Il ceto politico e burocratico e tutte le Caste prima elencate tendono a nasconderla.
Proprio per questo il vero giornalista, quello da marciapiede, non è colui che è iscritto all’albo, non importa se come professionista o come pubblicista, ma chi va alla ricerca della notizia, la verifica e poi la pubblica, naturalmente se è supportato da un direttore da marciapiede e da un editore che non arretra neanche di un millimetro.
La nostra Isola ha bisogno di giornalisti di tal fatta. Più ce ne sono e meglio è, non c’è bisogno di chi lavora per il quieto vivere, ma di chi lavora al servizio dei siciliani, dando voce a chi non ce l’ha. La nostra è una nobile professione che dobbiamo onorare facendo il nostro normale dovere tutti i giorni dell’anno, senza esitazioni.
Set
02
2011
La coppia Lombardo-Cracolici ha guidato quest’ultimo periodo della Sicilia. Mi ricorda tanto l’altra coppia famosa degli anni ‘80 fra Nicolosi e Russo. Il primo è stato sette volte presidente della Regione, il secondo era capogruppo all’Assemblea regionale per il Partito comunista. Posso testimoniare che non si muoveva foglia senza un accordo fra i due e fu proprio questo accordo che consentì a Nicolosi di governare a lungo la Sicilia (cinque anni).
Cracolici non è in sintonia col suo segretario regionale, Francesco Lupo, il quale deve mediare con una forte minoranza interna che fa capo a Enzo Bianco e Giovanni Barbagallo, la quale spinge per togliere l’appoggio all’attuale Governo tecnico.
Il prossimo 13 settembre i democratici dovranno prendere decisioni relative a questa coalizione, per stabilire se essa debba proseguire fino al 2013 o cessare subito. La questione di fondo su cui ruota questa opportunità è mascherata da una ragione politica, ma la verità è una questione sostanziale.

Si tratta del ribaltamento dell’attuale linea politica (e non editoriale) del quarto governo Lombardo, che deve procedere a tagliare la spesa corrente in misura rilevante (noi abbiamo più volte proposto 3,6 miliardi di euro) per: a) pareggiare il bilancio 2011; b) far emergere le risorse necessarie a cofinanziare i progetti di opere e servizi per i quali sono pronti i soldi europei e quelli dello Stato.
La scellerata politica dei governi Cuffaro, non mutata dai governi Lombardo, è stata quella di far continuare a crescere la spesa corrente con la conseguenza di non aver avuto quanto serviva per cofinanziare le opere. Assunzioni, assunzioni, assunzioni ad libitum. Clientelismo, clientelismo, clientelismo senza freni. Un modo per affossare la parte buona dell’economia siciliana, la quale ha bisogno, invece, di avere sostegni in tempi rapidi.
Il peggio di quanto precede è che i governi Cuffaro e Lombardo non hanno proceduto a tagliare gli indecorosi privilegi della Casta politica e della Casta burocratica. La prima che con l’indegna legge 46/65 equipara i compensi di deputati e dirigenti regionali a quelli del Senato. La seconda, non avere tagliato l’Aran Sicilia, allineando gli stipendi dei regionali a quelli delle altre regioni.
 
Si tratta sempre di persone intelligenti, che continuano a percorrere la strada dell’Inferno, perché sanno perfettamente che più ampliano la spesa corrente, ovvero non la tagliano in maniera adeguata, più giù va lo sviluppo. Il sistema di un Paese è a vasi comunicanti: a seconda dove sono destinate le risorse esso cresce o decresce.
Benedetto Croce aveva definito il politico onesto e capace: “Quello che risolve i problemi, che è un vero professionista, dotato di valori etici”. Nessuno comprende quali siano tali valori etici osservati quando di fronte a 236 mila disoccupati (Istat, 2010) Lombardo ha assunto cinquemila dipendenti, entrati alla Regione per chiamata diretta, cioè in base alle raccomandazioni e negando a tutti coloro che avevano pari requisiti la possibilità di una competizione che può avvenire solo attraverso concorsi pubblici (art. 97 della Costituzione) e selezioni legali.
Tutti i siciliani debbono avere pari opportunità, che è stata loro negata da responsabili istituzionali moralmente squalificati.

Ci dispiace se queste note toccano la suscettibilità di chi ha compiuto questi misfatti politici, ma abbiamo il dovere di farlo, come facciamo da 35 anni. Dispiace ancora di più che la Presidenza della Regione, per le puntuali inchieste che noi pubblichiamo, anziché ribadire e spiegare le proprie ragioni, che pubblicheremmo puntualmente, censura il QdS che infatti non compare più sul suo sito.
Ma tant’è. I nostri affezionati 200 mila lettori prendono atto di questi fatti e continuano ad apprendere le cose che scriviamo nonostante persone che non hanno il senso del decoro e dell’onestà intellettuale per fare della trasparenza il proprio costume.
Invece nascondono i privilegi e i comportamenti apolitici, (ove per polis si intende un’attività nobile e seria) pur di difendere il proprio orticello. Non sanno, costoro, che l’indignazione dei siciliani li travolgerà, indipendentemente dalla finzione della collocazione nell’agòne politico di destra, centro o sinistra.
Si tratta, infatti, di finzione, perché nella sostanza il ceto politico si divide in due: egoisti e disonesti; capaci e onesti.
Set
01
2011
Un falso dilemma agita l’Italia per effetto del Dl 138/2011, terza Manovra estiva di Tremonti nell’anno corrente. Riguarda il taglio previsto di 36 (poi divenute 29) Province su 110 in totale, seguendo un criterio quantitativo, non rispettoso di necessità dei territori ed anche di usi e tradizioni. L’articolo 114 della Costituzione prevede l’istituzione di Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni ma, ovviamente, non precisa quali forme debba avere ciascuno di codesti enti, né come essi debbano essere istituiti e neppure su quali territori debbano agire.
Tutto ciò andava disciplinato con legge ordinaria. Ed infatti il Parlamento approvò la legge n. 122/1951 con cui ha istituito gli organi elettivi. Con il rientro di Trieste in Italia, già nel 1954, si contavano ben 92 Province. Ma con successive leggi ne sono state istituite altre, fino a raggiungere il macroscopico numero di 110. Fra esse ve n’è addirittura una che ha appena 58 mila abitanti (Ogliastra). Così come sono state istituite, le Province possono esser cambiate nella forma. La questione riguarda il costo dei loro apparati politici e burocratici.

È su di essi che dev’ essere abbattuta la scure dei tagli, non sulle Province in quanto tali. C’è una soluzione a questa possibilità? C’è, è semplice, basta che il Parlamento abbia voglia di attuarla. Di che si tratta? Di quanto propone l’articolo 15 dello Statuto siciliano. Il quale prevede che i Comuni possano accorparsi in un ente intermedio sotto forma di Consorzio di Comuni che nessuno vieterebbe di chiamare Province consortili.
Basta modificare la citata legge ordinaria, per consentire ai Comuni di aderire, liberamente, ma obbligatoriamente (nel senso che non possono restare fuori), alle Province consortili. La modifica avrebbe il pregio di abbattere il costo degli apparati perché il Consorzio graverebbe sui bilanci dei Comuni, in proporzione al numero di abitanti, con ciò mandando a casa consiglieri, assessori e presidenti, risparmiando tutte le relative indennità. Studi diversi hanno concordato che tali risparmi potrebbero ammontare a circa 5 miliardi.
Lasciando piena libertà ai Comuni di accorparsi come meglio credono, l’istanza proverrebbe dal territorio. Ogni cittadino avrebbe a carico una quota uguale per la Provincia consortile e potrebbe controllare se i propri sindaci operano bene o male nell’ambito dell’ente di secondo grado.
 
Le Province consortili così costituite entrerebbero in vigore con le prossime elezioni comunali, perché quelle provinciali sarebbero abolite, con ulteriore risparmio di costi amministrativi. 
Chi non vuole fare una riforma così semplice peschi nel torbido e agiti gli spettri di una falsa democrazia, per salvare la casta formata da consiglieri, assessori e presidenti provinciali che, con la soluzione da noi prospettata, sarebbero sostituiti dai sindaci dei Comuni consorziati, ovviamente a costo zero, neanche quello relativo al rimborso spese.
La soluzione, inoltre, non imporrebbe dall’alto la riduzione del numero delle Province, in quanto consentirebbe ai Comuni di mettersi insieme secondo i propri interessi. Al limite, le Province potrebbero anche aumentare di numero, ma sarebbe errato.
Anche per quanto riguarda i Corpi dello Stato (Comandi delle Forze dell’Ordine e Prefetture), nulla vieterebbe che avessero giurisdizione per più Province consortili.

La soluzione per la Sicilia è ancora più semplice perché, come prima indicavamo, è nello Statuto. Sorprende che venticinque anni fa l’Assemblea regionale approvò l’incostituzionale legge (9/86), che stranamente passò anche il vaglio del commissario dello Stato dell’epoca e che nessun Governo successivo ha ritenuto di modificare nel senso previsto dallo Statuto.
Sorprende ancor di più che il presidente Lombardo, nonostante abbia diverse volte dichiarato l’abolizione delle Province attuali per sostituirle con i Consorzi di Comuni, a distanza di 40 mesi da quando si è insediato, non abbia ancora depositato il relativo Disegno di legge presso l’Ars.
Un ritardo colpevole che non ha spiegato ai siciliani, perché se l’avesse fatto avrebbe avuto un consenso generale. Ma, si sa, è più difficile accontentare chi non ha voce (appunto, i siciliani) che scontentare le carneadi partitocratiche che pullulano nelle Province siciliane incostituzionali, che assorbono parassitariamente risorse pubbliche. Come se fosse scritto in qualche posto che il seggio conquistato debba essere equiparato ad un posto di lavoro per i senzamestiere.