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Quotidiano di Sicilia

 
Bios kai ethos di Margherita Montalto
il blog sulla bioetica


Ott
11
2011
In questo periodo è stato portato in luce il problema del suicidio in carcere e di conseguenza la qualità di vita del carcerato. La Bioetica affronta questa realtà a partire dal suo intento  sistematico come enunciato di “scienze della vita e dalla cura della salute”. Diverse testimonianze rilasciate alla stampa da alcuni detenuti hanno fatto emergere quanto complessa sia la loro vita dietro le sbarre. “il fatto che abbiamo commesso errori, non significa che dobbiamo vivere in cella come degli animali”. Uno dei motivi scatenanti è il sovraffollamento. Senza volere entrare nel merito degli errori e senza proporre alcun giudizio vorrei segnalare quanto ha affermato il Comitato nazionale per la Bioetica a riguardo in un documento del 2010.

Il CNB avvisa che è compito della bioetica “segnalare i settori in cui emerge una condizione di disagio e di crisi delle prospettive relazionali e di cura, evidenziando le condizioni sociali e politiche che li alimentano e proponendo, al contempo, specifici correttivi e soluzioni. rilevanza sociale ed etica da meritare una riflessione, particolarmente in questo momento storico…”

I dati sulla condizione di disagio sono riportati dal Comitato che rileva che “il 2009 ha segnato un record negativo, con 72 suicidi; alla metà del 2010, 32 persone si sono tolte la vita e 44 hanno tentato il suicidio. Il richiamo alla responsabilità sociale è rafforzato dalla considerazione della particolare vulnerabilità bio-psico-sociale della popolazione carceraria rispetto a quella generale. Ne deriva il preciso dovere morale di assicurare un ambiente carcerario che rispetti la dignità delle persone in un percorso di reintegrazione sociale, alla luce di una riconsiderazione critica delle politiche penali. Il CNB ritiene che il carcere revochi il diritto alla libertà, ma non può annullare i diritti fondamentali ed inalienabili: salute, risocializzazione. La pena non deve mortificare la dignità umana.
Ott
05
2011
Uno dei principali comandamenti che l’uomo dovrebbe rispettare per il suo equilibrio e quello altrui è: Non giudicare.
Tutti siamo moralisti, psicologici, sociologici. Ciascuno la dice lunga su come esprimere “un’opinione” su qualcosa o qualcuno. Così si dice “esprimo un mio parere”.
 
Non è giudicare gli altri che si diventa grandi pensatori o grandi uomini di morale. Non mi riferisco a chi commette omicidi, a chi non vive nella legalità. Affronto un argomento molto più profondo che riguarda il vissuto di un essere umano. Ognuno di noi ha una storia, un dolore con cui avere ha avuto a che fare, contro cui ha dovuto o deve lottare per sopravvivere o per cercare di illudersi di vivere.
 
Ognuno di noi avrà detto mille volte o forse almeno una volta: “A me non capiterebbe mai una simile situazione”. Poi, la vita, ad un tratto, quella situazione negata e disprezzata, si presenta e come in una pista si salta dentro e si balla. Ma arriva qualcuno che da quel momento in poi, scuoterà la testa disapprovando, ma proprio lui/lei, dovrà ricredersi perché guarda caso, ci cade dentro con tute le scarpe.

Si giudicano atteggiamenti, modi di essere, di esprimersi, anche il modo di guardare. Etichette a tutto spiano. I grandi uomini commenteranno: “Vedi quello o quella, come cammina, come si veste, vedi come guarda? È persona poco seria”. Magari quella persona ha problemi alla schiena e il suo incedere diventa “ambiguo”, o forse la vista non lo aiuta e deve sforzare gli occhi, o ha assunto u atteggiamento scaturito da un meccanismo di difesa unico modo che ha trovato per difendersi, o magari non sarebbe il caso che chi giudica prima prenda avvio da se stesso?

Gesù disse: “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”. Ricordiamolo ogni tanto; siamo tutti sotto lo stesso tetto stellato,  respiriamo tutti la stessa aria, non facciamoci trascinare da moralismi che danneggiano  la nostra intelligenza e la sensibilità di cui  ci vantiamo di essere dotati.