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Quotidiano di Sicilia

 
Bios kai ethos di Margherita Montalto
il blog sulla bioetica


Set
26
2011
n questi giorni siamo stati invitati ad una riflessione, non per giudicare, ma solo per capire meglio.
Vorrei analizzare la questione da punto di vista bioetico e non di una bioetica laica o cattolica, ma semmai di una bioetica obiettiva che rispetta obiettivamente il principio della qualità della vita. Il caso della coppia un po’ attempata che ha dato vita ai due bimbi nati pochi giorni fa e che si è rivolta a strutture estere per effettuare l’ovodonazione tra l’altro vietata in Italia, e forse non a caso. 
Da un Ansa si legge che la perplessità dei medici, a causa dell’età avanzata della coppia, “si è rivelata un'avventura positiva per tutti e ieri sono nati due bambini amati e desiderati. La loro non e' stata un'avventura basata sull'irresponsabilità. Si tratta di una coppia che ha lottato per questi risultati e molto religiosa e il loro rimane un caso molto raro''. E sembra il caso che rimanga raro. Il figlio non deve essere un oggetto del desiderio da parte del genitore. Non si sta mettendo in discussione l’amore che questi genitori nutrono per i loro tanto desiderati bimbi, ma forse il loro egoismo fa accorciare loro la vista rispetto al futuro e alla crescita psicologica di questi bimbi man mano che il tempo passa. E proprio il tempo sarà la loro difficoltà. Si ritroveranno a 20 anni con un padre di 92 anni e una madre di 78 anni, due nonni al posto di genitori. 
E le difficoltà a dovere trovare le risposte a domande perché “mamma tu sei più vecchia delle mamme degli altri miei compagni? Le mamme corrono con loro, vanno in altalena, tu perché non vieni con me? E tu papà perché non vieni a correre con me. Il papà del mio compagno di banco lo fa”. Cosa si risponderà, ma il punto non è solo questo.
Cosa risponderanno i genitori?
E’ la “moda di avere figli” in tarda età. 
Il figlio è alterità, proiezione, cura,  energia, altro da me madre o padre. Se nella femmina l’istinto di procreazione è fisiologico, ciò non significa che “a tutti i costi ” devo essere madre.
Set
19
2011
Tra i vari motti che circolano uno è il più pratico ed essenziale: ASTENERSI PERDITEMPO.

E se il tempo è denaro allora molti sono i soldi persi.... Se predichiamo azione dobbiamo dimostrare di saperla mettere in atto e mettere gli altri nelle condizioni di poterlo fare.
Non credo ai precari. Il male maggiore ed assoluto, in un momento significativo di crisi, come quello che la nostra società sta attraversando, vivendo ed affrontando è dovuto alla cattiva distribuzione delle risorse umane. Ma questo dipende dai dirigenti. Solo che alcuno vuole ammetterlo e soprattutto alcuno vuole farsene carico. Perché? Svariate le risposte. La politica, gli interessi, il gioco delle parti.

Dunque le risorse umane ben distribuite servono a creare degli equilibri economici, di impiego e distribuzione dell’economia in termini di entrate.

Non è vero che ci sono incapaci sul lavoro. I veri incapaci sono i dirigenti che non sanno percepire e valutare il valore delle capacità dell’impiegato e investirlo secondo quanto occorre.
 
Per esempio se in una azienda o magari nelle Forze di polizia, magari l’esempio può essere compreso facilmente, si desse incarico ad uno del personale a svolgere attività operativa su strada mentre è più idoneo a stare al computer, si brucerebbe un’unità e si perderebbe tempo in quanto la sua inadeguatezza farebbe rallentare il perseguimento degli obiettivi. Ma se si insiste su questo ovvero fare usare il pc ad uno che sa fare altro il limite non è di quello ma  di chi lo ha proposto per quel ruolo. Qualcuno potrebbe obiettare: ma sul lavoro occorre sapere fare tutto. può darsi, ma la tuttologia è dispersiva. Allora che senso hanno le specializzazioni?

Inoltre, nemmeno il dirigente può lamentarsi se si perde tempo. Cambia il ruolo e gli obiettivi saranno raggiunti con minore dispendio di tempo, energie e denaro, almeno si da lo stipendio in modo appropriato alle competenze.

Non vorrei puntare il dito sui dirigenti, ma semmai una spinta a smetterla di dare la colpa agli altri perché sono “incapaci”.
Tutti sanno fare tutto. Poi occorre valutare, sempre se vuole tendere al risparmio, a capire bene le attitudini.
 
Una equa distribuzione delle risorse consente di arrivare a livelli di efficienza ed efficacia in mino tempo possibile.
Senza dimenticare dunque Astenersi perditempo.
Set
13
2011
Nella vita occorre coraggio. Qualcuno ha detto che ci vuole più coraggio a vivere che a morire. Verissimo. La gente si ferma alle abitudini. Mangia per abitudine, sta con qualcuno per abitudine, legge per abitudine, si muove per abitudine. Di tutto ciò cosa assapora? Niente.

“Lo amo” per abitudine. Oramai, dopo tanti anni. Poi si sente la necessità di cose nuove, fresche, diverse che svecchiano quell’adagio dell’abitudine e…ci si stupisce che accada qualcosa di nuovo, di frizzante. E si pensa. A  quel punto è chiaro. L’abitudine è stagnazione dell’anima, della mente, del pensiero, della personalità.

Il fatto è che occorre veramente quel famoso coraggio che oso definire “grandi manovre della vita”. Chi riesce nelle sterzate, chi cambia radicalmente sistema vecchio per ritrovarsi in qualcosa di nuovo è dotato di grande forza. Qualcuno disse “chi cambia la via vecchia con la nuova…”. Forse. Ma chi ha il coraggio di cambiare, di rivedere, di oltrepassare, di andare oltre il muro deve scommettere con se stesso. Può darsi che non troverà niente, può darsi che invece si aprano orizzonti e scenari magnifici. Ma intraprendere queste grandi manovre è da Uomini leali, vivi. I vigliacchi si accordano con le abitudini. E rimangono piccoli. Può darsi che qualcuno rimprovererà a queste mie affermazioni qualcosa. Bellissimo. Grazie. Voglio proprio questo. Che qualcuno risponda. Che si muova. Uno stimolo è sinonimo di movimento.

Le gradi meravigliose manovre sono spesso “salvavita”. Ahimè. Che tristezza chi cerca altro oltre l’abitudine ma rimane conficcato in essa. Povera abitudine che pena mi fai. Distruggi la crescita, l’evoluzione, danneggi l’esplorazione, disarmi l’inventiva. Povero chi ti sposa. L’abitudine è sentirsi protetti, al calduccio dello stagno, coperti solo da roba vecchia, polverosa. E dentro, quel fuoco della vita che arde si ribella, ma lo sposo dell’abitudine, pur avvertendola, non fa nulla.

Perché se avverte il bisogno di altro? Perché il suo grande Amore  si chiama Vigliaccheria.
Set
06
2011
L’ uomo pensa a come fare passare il tempo e vuole trovate il tempo per farlo passare e o  si accorge che così facendo si affanna e non risolve alcunché. Corre, si dibatte e sembra “sudato” di avere fatto tutto. Chi ha soldi, potere, si avvilisce non riuscendo a trovare l’isola che non c’è. C’è gente che a 40 anni ha avuto tutto dalla vita, e non si accontenta: le donne diventano isteriche, gli uomini si disperdono.
 
C’è chi invece al loro posto lotta e fatica tutta una vita per raggiungere traguardi, ottenere risultati e con silenziosa dignità arriva magari a 70 anni e non ha avuto tutto e muore  ammalato e nell’impossibilità di curarsi. A ciascuno il suo però. Non possiamo certo dire però che il dolore, la sofferenza guardi in faccia gli uni o gli altri e ne faccia differenza. Il grande Totò nella “A livella” ne ha dato profondo esempio di riflessione. Il dolore appartiene all’uomo purtroppo.
 
Ci sono dolori fisici e dolori morali, interiori, intimi. Quale sia più sopportabile o giudicare sulla sua intensità non possiamo dirlo. Il dolore è personale e alcuno, se non la persona colpita, può fronteggiarlo. Il dolore chiede un dialogo. Chi sta vicino può solo comprendere ma mai compenetrare l’intensità vissuta dall’interessato e l’errore più grande che si possa fare è cercare di stare accanto a queste persone con frasi inopportune della serie: “Non fare così, ora passa, vedrai è solo l’impressione, stai esagerando”. Una cosa è certa. Il dolore morale non può essere attutito da alcun farmaco e se attacca il cervello diventa follia, il dolore fisico grazie alle terapie trova un po’ di conforto.

La vicinanza di affetti è importante ma spesso l’isolamento di chi soffre diventa atto di riflessione che non vuole coinvolgere alcuno. Ecco perché il dolore è individuale e ciascuno lo elabora a modo proprio e non e dato ad alcuno interferire.
Il silenzio, la comprensione, l’attenzione arrecano più sollievo che mille domande o pretesa di risposta da parte di chi non sa perché “proprio a me?”.