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Pirandellog di Diomede
il blog su libri, tendenze letterarie e dintorni


Set
23
2010
La seconda fatica letteraria di Glenn Cooper è interessante, coinvolgente. Una lettura che prende il lettore, trascinandolo in ambienti che trasudano di mistero. Il libro delle anime è in apparenza un comune libro antico, che giace nei sotterranei di una famosa casa d'aste, specializzata in libri antichi.
 
Ma in realtà dovrebbe trovarsi nella Biblioteca dei Morti, la sconfinata raccolta di volumi in cui è riportata la data di nascita e di morte di tutti gli uomini vissuti dall’VIII secolo in poi. Tra le sue pagine scorre una storia segreta, scritta col sangue e impressa sulla carta sin dal 1297 da innumerevoli scrivani, discendenti da Octavus. Quest'ultimo viene accolto all'abbazia di Vectis, Isola di Wight, dove ci si accorge che non è del tutto normale, forse una forma di autismo, ad ogni modo dimostra di possedere una strana capacità di scrivere. Nessuno gli aveva mai insegnato nulla. Non scrive con senso logico e coerente. Scrive solo nomi e date, date di nascita e di morte. L'abate fonda segretamente L'Ordine dei Nomi.
 
Octavus cresce e, dato che sa del suo strordinario potere, l’abbate lo fa accoppiare con delle suore le quali gli daranno solo figli maschi che gli somiglieranno tutti: capelli rossi, occhi chiari e pelle diafana. Tutti con lo stesso stupefacente potere. Già nel Trecento un anziano frate aveva affidato a una pergamena i tormenti causati dal libro. Nel XVI secolo il libro riappare e illumina un teologo, un genio, un visionario (o sono tutti e tre diverse manifestazioni di una stessa persona?).
 
L'ultimo anello della catena è Will Piper, ex agente dell’FBI, uomo dall'animo amaro o forse solo giunto all'ultimo grado della disillusione. La Biblioteca gli ha distrutto la vita. Ma Will è seriamente intenzionato a pareggiare i conti con il Fato. Su ogni suo passo incombe il mistero di una data: quel 9 febbraio 2027 a cui sembra rimandare l'intera Storia della Biblioteca. E forse anche la sua stessa vita.
 
A.G.
Set
14
2010
L'Impero dei Draghi di Valerio Massimo Manfredi è forse il più "fantastico" dei libri scritti dall'autore. Infatti, sebbene nei precedenti romanzi abbia abituato il lettore a scenari fanta-storici ma comunque verosimili, quest'opera richiede invece una maggiore sospensione dell'incredulità di fronte allo scontro di due civiltà, quella romana e quella cinese, che purtroppo si riduce a una mera carneficina fra pseudo-ninja (per quanto il termine sia giapponese) e legionari pronti alla testudo sempre e comunque.
 
Nonostante questo, la trama scivola godibile fino a poco più di metà libro, seguendo le orme di Marco Metello Aquila e i suoi uomini in fuga rocambolesca dalla prigionia persiana. L'imperatore Valeriano è la classica figura ieratica e dignitosa immancabile nei libri manfrediani, mentre Uxal (nonostante venga dimenticato troppo presto) la guida del viaggio che porta i Romani alle porte dell'Impero Celeste.
 
In tutto questo, il comandante Aquila si dimentica troppo presto del figlioletto in patria salvo ricordarsene alla fine del libro (e dopo essere usciti indenni dalla sospensione massima dell'incredulità) quando, con al fianco l'immancabile amazzone, stavolta dagli occhi a mandorla, inspiegabilmente innamorata di lui decide di tornare indietro dopo un periodo di assenza tanto dilatato nel tempo del libro quanto breve nella condensazione della resa dei conti finale con l'antagonista Wei.
 
L'Impero dei Draghi è tuttavia in linea con la produzione di Manfredi, sebbene un punto di vista ulteriore, magari quello del figlio troppo presto accantonato, avrebbe dato lustro a una trama altrimenti prevedibile e movimentata unicamente da un'ambientazione più particolare rispetto ai canoni abituali dell'autore.
 
B.M.