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Quotidiano di Sicilia
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E-cologia di Antonio Casa
il blog sull'ambiente e il consumo


Set
24
2012
Mentre a Taranto la magistratura inquirente ferma una delle più grandi acciaierie d'Europa perché continua ad inquinare troppo, in Sicilia la magistratura amministrativa evita alle imprese del petrolchimico di Augusta di mettere mano al portafoglio per contribuire al piano di bonifica stabilito da un accordo di quattro anni fa.
Secondo il Tar di Sicilia, la compartecipazione delle imprese, seppure in minima parte rispetto a quanto stabilito, 100 milioni su 770, non è dovuta.
 
Stato e Regione siciliana, ai quali spetta il maggiore onere finanziario (in questo momento tutto), presenteranno ricorso al Consiglio di giustizia amministrativa. Il minimo che possono fare.

La battaglia legale, pare di leggere, si snoda sulla teoria che le attuali imprese presenti nel polo petrolchimico di Augusta non sono le sole responsabili dell'inquinamento dell'area, perché esse sono subentrate a quelle che avevano iniziato a farlo. Insomma, si sono assunte il rischio industriale ed economico, non quello di perpetrare a spargere veleni in nome e conto di chi vi era prima.

Così, l'ormai noto principio europeo del "chi inquina paga" da noi è un'interpretazione.
Dic
19
2011
La notizia: un dipendente in servizio all’Ispettorato forestale di Enna, Sebastiano Messina, 54 anni, martedì scorso si è incatenato a un palo elettrico davanti palazzo d’Orleans, sede della Presidente della Regione siciliana. La stessa da cui il signor Messina riceve regolarmente lo stipendio. Tuttavia, rivela egli stesso, da un po’ di tempo non lavora.
 
Ai passanti incuriositi il dipendente regionale ha mostrato un cartello con scritto: "Protesta di un dipendente regionale di ruolo costretto fannullone dai dirigenti del Corpo forestale".
 
Il “fannullone” con lo stipendio ha racconta che da circa un anno non svolge più alcuna attività non avendo incarico. "Ho chiesto spiegazioni al mio dirigente - dice - ho presentato anche un esposto in Procura, a niente. Percepisco lo stipendio ma voglio lavorare per meritarlo. Con il mio gesto porto avanti una azione di protesta costruttiva per sensibilizzare le istituzioni e avere  restituita la dignità di lavoratore".
 
Molti disoccupati, soprattutto quelli messi a forza fuori dal mercato del lavoro, leggeranno con un po’ di invidia. Non troppo, sia chiaro. Il lavoro è innanzitutto dignità, come afferma Messina. Il quale, con il suo gesto eclatante, ha sfatato il mito dei dipendenti regionali che vanno al lavoro solamente per ricevere compensi medi superiori al 30% di quelli statali e che vanno in pensione con molti anni di anticipo e con assegno quasi pieno per accudire un parente malato, grazie alla modifica della legge nazionale 104/92. In tal caso bastano 25 anni di contributi per gli uomini e 20 per le donne.
 
Non so se qualcuno dei 18 mila dipendenti regionali di ruolo siciliani abbia ringraziato Sebastiano Messina. Nel caso aggiungo la mia firma.   
Nov
28
2011
Dal fango di Saponara, Barcellona Pozzo di Gotto e gli altri centri del messinese, sconvolti dalla furia della pioggia di martedì scorso, è emersa la solita cantilena “post evento” di politici e amministratori di qualsiasi livello. I tecnici invocano, non possono fare di più. 
 
Ho perso il conto di quanti hanno dichiarato che le “morti si potevano evitare”, che “la colpa è di chi ha fatto costruire le case proprio lì”, che “la prevenzione è l’unica arma che abbiamo contro il rischio idrogeologico”, che “non ci sono fondi sufficienti per gli interventi”, eccetera.
 
Senza contare la “priorità agli aiuti verso le popolazioni colpite”: ovvietà che lascia il tempo che trova.
 
Piuttosto noto che, tranne poche eccezioni – rappresentate da Fiorello (ha detto che ne parlerà nella sua trasmissione, lunedì prossimo) e dalle società di calcio Catania e Palermo – si sia fatta fatica a lanciare subito una sottoscrizione in favore delle vittime. Dopo un paio di giorni dai fatti, si è mossa anche La7. A me pare che quando queste disgrazie succedono nel Nord, la macchina della solidarietà parte poche ore dopo le tristi notizie. Spero, ovviamente, di essere smentito.
 
Piuttosto, bisognerà ricordarsi di questa gente tra un mese o un anno: la vicenda di Giampilieri e Scaletta Zanclea, che, a distanza di 25 mesi dalla frana che causò 37 morti (37 morti!), attendono ancora la ricostruzione e la messa in sicurezza totale dei territori, insegna a non fidarsi più delle pacche sulle spalle. Mentre scrivo queste righe, hanno annunciato lo sblocco dei fondi per la zona sud di Messina, circa 160 milioni, fino a ieri impantanati nel decreto "Milleproroghe". Dunque, serviva una tragedia per portare i soldi a quella precedente.
 
L’ennesima alluvione in questa terra bella e sfortunata avrebbe meritato il silenzio delle parole di circostanza. Molto prima, c’erano regole che, con evidenza, non sono state fatte rispettare e opere da costruire mai realizzate. Ma quando serve, viene più naturale chiacchierare. Dopo.
 
Il clima è cambiato. Cambi anche il modo di amministrare.
Set
07
2011
"Pezzo di merda" urla un bambino che dimostra si' e no sei anni. Agita i pugni, spaventando un paio di cagnolini a spasso con distratti padroni. Ce l'ha con il coetaneo che non gli passa il pallone.
Per campetto hanno a disposizione una delle piazze piu' belle della Sicilia. Il cerchio di centrocampo e' una fontana con spaventose maschere da cui sgorgano i fiotti d'acqua, le tribune sono le sedie attorno ai tavoli dei bar, sulle quali pochi avventori sono piazzati in favore del vento, unica difesa contro l'ultima ondata di calura. La solita Catania estiva, prima che ricominci lo struscio serale senza soluzione di continuita'.

Solo i piu' attenti si accorgono che le luci del teatro Massimo sono accese come alla vigilia di una prima da cartellone. Dentro, pero', tra le  colonne e il foyer si vedono sparuti gruppi, molto meno del minimo atteso per un'opera degna di tale palcoscenico. Perche' da queste parti il bel canto viene apprezzato e i fischi che vengono giu' dal loggione sono sempre temuti.

Eppure a Catania e' morto un grande tenore il cui nome e' già leggenda, ma i concittadini di Vincenzo Bellini se ne fottono. Poca gente sta rendendo omaggio mentre scrivo queste righe alla salma di Salvatore Licitra, esposta nella camera ardente allestita al centro del foyer del teatro Massimo. E tra questi, gli amici, i colleghi, ogni tanto qualche rappresentante delle istituzioni. Ma la citta' manca. E neanche tanto clamorosamente.

Confermando la consueta apatia verso ricorrenze, omaggi ed eventi del genere, i catanesi rimangono quelli di sempre, in questi giorni molto piu' interessati a cercare un po' di fresco che a rendere l'ultimo saluto a un grande personaggio osannato su giornali, tv e internet dei cinque continenti. Un'emozione destinata a durare.

Davanti al tempio della lirica uno arriva immaginando le code per entrare per pregare davanti ad un pezzo della storia della musica. Invece no. Nel Bellini si entra come dentro al bar del vicoletto accanto. Assistiamo ad una dolorosa insensibilita', mentre dentro la bara c' e' quel che resta di un uomo fuori dall'ordinario, reso immortale dalla voce diffusa in sala e dalla scelta dei familiari di donarne gli organi. Un gesto generoso, al pari di quel che l'uomo, giurano tutti coloro che lo hanno conosciuto, ha dimostrato in vita.

Salvatore Licitra e' li', visibile dalla testa ai piedi attraverso una teca, una smorfia che sa di sorriso. Il viso e' truccato, la faccia e la parrucca sono del cavalier Cavaradossi, il pittore amante della Tosca che anche su youtube commuove sulle strofe di "E lucevan le stelle", da egli stesso interpretato nel 2007 sul palco che dista appena 30 metri. Nell'angolo, una grande foto di quella serata indimenticabile. Poi le sedie su cui si adagiano  genitori e parenti.

Qui Licitra e' stato osannato dagli impertinenti loggionisti, ora storditi dall'afa e da uno storico menefreghismo civico. Anche quello, purtroppo, non muore mai.
Ago
31
2011
Non tornano i conti sulla produzione di energia da fonte eolica in Sicilia. Da un lato, il Governo regionale dichiara da tempo di non volere più rilasciare autorizzazioni per l'installazione di pale che a destra e a manca deturpano il paesaggio e, stando all'attuale rete, non sono nemmeno tutte allacciate. Molte girano a vuoto, insomma, ma sono state realizzate solo grazie alla serie di bonus che consente ai costruttori e/o ai gestori di ricavare soldi a ventate. Il Piano energetico regionale (Pears) favorisce il fotovoltaico e, al limite, i mini impianti eolici finalizzati all'auto-alimentazione domestica e imprenditoriale.
 
Dall'altro lato, gli ultimi dati dicono che la Sicilia è salita al primo posto, scalzando così la Puglia, per produzione. Secondo i dati forniti nell'ambito del Poi Energia (programma dell'Ue attivo in quattro regioni del Sud Italia), La regione con la massima potenza installata di eolico è prioprio l'Isola, con 1.449 Mw e 1.245 aerogeneratori. Seguono Puglia (1.291 Mw), Campania (915 Mw), Calabria (770 Mw), Sardegna (673 Mw), Molise (372 Mw), Basilicata (279 Mw) e Abruzzo (225 Mw). Complessivamente, l'Italia è il sesto Paese al mondo, con una capacità installata nel 2011 pari a 460 MW che ha contribuito a superare i 6.000 MW. Cina, Stati Uniti, Germania, Spagna e India rappresentano il 74% della produzione mondiale.
 
A questo punto, la domanda è: come ha fatto la Sicilia a diventare negli ultimi mesi la "principessa" dell'eolico italiano? E' probabile che siano entrati in funzione impianti la cui autorizzazione è stata rilasciata prima dell'entrata in vigore del Pears. Solo così si spiegerebbe il sorpasso alla Puglia. Anche se la carta dei venti penalizza la Sicilia rispetto ad altre regioni. Già, ma questo è il discorso di prima...
Ago
01
2011
Massima solidarietà ai dipendenti dell’Ast, l’Azienda siciliana trasporti, partecipata al 100% della Regione. Non è affatto bello trovarsi senza gli ultimi stipendi e con i fornitori che negano l’erogazione di carburante necessario per coprire le tratte giornaliere.

Detto questo, occorre specificare che così com’è l’Ast è un’azienda pubblica che riesce a chiudere i bilanci non perché sa stare sul mercato, ma grazie soltanto al contributo di “mamma Regione”. Fanno sapere i sindacati: la momentanea insolvenza è causata dal mancato trasferimento di 11 milioni dalla Ragioneria generale della Regione; inoltre, da essa mancano all’appello 23 milioni relativi al saldo dell’esercizio 2010 e all’acconto 2011. 

L’Ast è di una di quelle aziende che il Governo regionale vorrebbe dismettere anche a costo zero, purché vi fosse qualcuno in grado di acquisirla.

Ogni anno macina perdite. L’unico attivo prodotto negli ultimi anni è stato determinato da una serie di cessioni. Con oltre mille dipendenti e un parco automezzi sicuramente da rinnovare, il futuro è tutto da decifrare.

Fino allo scorso anno “mamma Regione” ha elargito, per legge, le somme sufficienti per andare avanti. Ora, nelle casse di Palermo il denaro è finito. I tagli, dolorosi, emergono in tutta la loro necessità. Altrimenti tutta la baracca affonda.   
L’Ast ha bisogno di un nuovo e serio piano industriale. Di un minore numero di dipendenti e di più bus moderni. Le regole della concorrenza insegnano che altre imprese del ramo vanno avanti. Anche a loro vanno contributi regionali a chilometro per le cosiddette tratte sociali, ma non certamente della stessa portata riservata all’Ast, che in questo modo viene sistematicamente pagata anche da coloro che il bus non lo prendono mai. E’ giunto il momento di cambiare e questo lo sanno anche i sindacati.
Lug
06
2011
Nelle ultime settimane, dalla differenziata sono emerse due considerazioni.
La prima è che senza infrastrutture la raccolta indirizzata al riciclo dei materiali non può decollare. Una constatazione che è arrivata direttamente dall’Osservatorio regionale dei rifiuti. La fotografia sullo stato di avanzamento degli investimenti, come abbiamo scritto nell’edizione del 22 giugno scorso, risulta ancora più preoccupante, visto che, a fronte di 200 milioni di euro spesi, la metà degli impianti esiste solo come mero dato numerico, ma non contribuisce al sistema di gestione dell’immondizia isolana.

Il dato complessivo certifica 200 milioni di euro di fondi europei di Agenda 2000 spesi per costruire Centri comunali di raccolta (Ccr) dei rifiuti e isole ecologiche comunali (Isec). Il risultato di questo cospicuo investimento è imbarazzante: solo metà degli impianti finanziati sono anche funzionanti.
In dettaglio nelle 9 province dell’isola sono stati realizzati 98 Ccr, ma 35 non funzionano, mentre su 259 isole ecologiche ben 183 sono “inutilizzabili”.

Non cambiano i dati che riguardano le isole ecologiche comunali: su 259 dislocate nelle nove provincie, solo 76 risultano non funzionanti. Un vero macigno, che, in attesa della completa applicazione della legge 9 del 2010 sulla riforma dei rifiuti e dato il paventato rifiuto di Roma sul nuovo piano rifiuti stilato dai supertecnici della Regione, rischia davvero di far collassare il sistema della differenziata.

Seconda considerazione. In un volume dal titolo ‘Quel che resta di un bene’ di Carlo Montalbetti, direttore Comieco, e Ercole Sori, direttore del Centro di studi storici Sammarinesi e docente di storia economica dell’Università politecnica delle Marche, viene affermato che la raccolta differenziata produce ricchezza e sostenibilità ambientale. In totale, i comuni italiani hanno potuto beneficiare di circa 700 milioni di euro per il servizio di raccolta. In Sicilia, invece, molto spesso la filiera che ha beneficiato della spazzatura è stata quella criminale, circostanza denunciata in diversi rapporti, tra cui la relazione sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nella Regione siciliana della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

Solo la capienza delle discariche isolane, che tra l’altro inguaiano il pubblico con costi onerosi, ha sinora permesso che l’Isola non diventasse la Campania. Ma senza accorgimenti la situazione non potrà durare: i tecnici della Regione dicono che questo ritmo di produzione di rifiuti (mediamente 2,5 milioni di tonnellate all’anno) e di smaltimento indifferenziato (90% del totale con circa l’8% di differenziata) potrà durare al massimo per un altro lustro. Se ciò non bastasse il sistema di gestione dei rifiuti isolani ha evidenziato favori plurimi e clientelari a tutti i livelli.

Basti pensare a quanto hanno prodotto le 27 Ato Spa in 9 province. Con assunzioni incontrollate e gestioni allegre a scapito della gestione finanziaria degli Ambiti, hanno lasciato un debito di circa 1 miliardo di euro. Le nuove Srr che sostituiranno le Ato saranno soltanto 10. La Regione si sobbarcherà il ripianamento dei debiti che i Comuni hanno nei confronti degli Ato rifiuti di tutta la Sicilia. L’accensione del mutuo da 1 miliardo di euro, permetterà ai Comuni di pagare le spettanze arretrate alle imprese che attualmente sono creditrici di cifre enormi. Poi, è meglio incrociare le dita.
Giu
09
2011

Nel momento in cui scrivo questo post non sono ancora chiare le cause dell’incendio avvenuto giovedì 9 giugno nell'area del polo petrolchimico di Priolo. E’ certo che le fiamme hanno interessato la vasca di raccolta delle acque reflue degli stabilimenti petroliferi, gestita dal consorzio "Priolo Servizi". Ad incendiarsi è stato " il contenuto della vasca, costituito da acque intrise di oli ed idrocarburi - hanno spiegato i vigili del fuoco -. Le fiamme si sono immediatamente estese all'intera area di trattamento, lunga oltre cento metri, penetrando inoltre nei condotti fognari dove, a causa della formazione di vapori, si sono verificate esplosioni che hanno provocato l'espulsione di alcuni tombini. Dopo circa un'ora e trenta di lavoro, l'incendio è stato domato. Di seguito, sono state effettuate ulteriori operazioni di verifica e messa in sicurezza dell'intera area interessata dall'evento".

 

Si tratta dell’ennesimo incidente nel petrolchimico del tristemente famoso triangolo della morte.

Non è una novità: tra il 2007 e il 2009 si sono verificati 193 incidenti (rilasci di sostanze compresi) nell’area. La media di uno ogni tre giorni, secondo la relazione firmata dall’ex dirigente generale della Protezione civile regionale, Salvatore Cocina.

 

Non è il modo migliore per sponsorizzare, proprio nella medesima area, la costruzione del rigassificatore che invece vorrebbero industriali e politici. Ribadiamo ancora una volta: installare lì un impianto che stocca da 8 a 12 miliardi di metri cubi di gas naturale liquido l’anno, seppure il Gnl sia ritenuto il più sicuro del suo genere, non è ragionevole. In una zona, tra l’altro, ad alto rischio sismico, dove sono presenti 4 faglie nel raggio di 37 chilometri dalla costa, una delle quali a soli 8 km. Esposta al rischio tsunami causato da terremoto in mare aperto, nello Jonio.

 

Fatevelo, il vostro rigassificatore. Ovunque, ma non lì.

Mag
26
2011

La vicenda della privatizzazione di Siremar (già gruppo Tirrenia, la cui vendita è stata scorporata dalla casa madre), la compagnia di navigazione che collega la Sicilia alle Isole minori, rischia di diventare un boomerang per il Governo regionale,

 

Un anno fa, infatti, la Siremar venne offerta gratis – al pari di altre consorelle regionali – alla Regione. La quale rifiutò l’offerta perché aspirò, per tramite la compartecipata Mediterranea Holding, a prendersi tutta Tirrenia, in modo da contare nei tavoli importanti del trasporto nazionale.

Finì male. La prima gara per la vendita di Tirrenia, che vide proprio Mediterranea H. quale unica società a presentare un’offerta, venne annullata.

 

Pochi giorni fa l’ultimo capitolo: Tirrenia è stata venduta a Compagnia italiana di navigazione (anche se non sono esclusi colpi di scena, ma per altre ragioni), formata dagli armatori Gianluigi Aponte (Msc), Manuel Grimaldi (Grimaldi Group) e Vincenzo Onorato (Moby).

 

Per Siremar, invece, sono state presentate due offerte: la prima è migliorativa da parte della Compagnia delle Isole, la seconda è stata presentata 'ex novo' da Societa' di navigazione siciliana, formata da Ustica Lines e Caronte.

 

Soltanto che la Compagnia delle isole è una società che fa capo alla Mediterranea Holding, di proprietà al 37% della Regione siciliana, la stessa che adesso è disposta a pagare ciò che sarebbe stato un gentile omaggio da parte di Roma.

Mag
11
2011
L'estate è alle porte e, come ogni anno di questi tempi, vengono stilate le classifiche delle spiagge più belle, più pulite e con maggiori servizi. Ha iniziato la Fee, Foundation for Environmental Education (Fondazione per l'Educazione Ambientale), che assegna la Bandiera Blu, riconoscimento per le località che oltre al bel mare offrono una serie di servizi.
 
Quest'anno, la Sicilia potrà esporre sei Bandiere Blu, due in più dello scorso anno. A Menfi (16° anno consecutivo), Fiumefreddo di Sicilia (Marina di Cottone), Pozzallo e Marina di Ragusa, si sono aggiunte Lipari e Santa Maria del Focallo (in territorio di Ispica, confinante con Pozzallo). La nostra Isola può fregiarsi di un riconoscimento in più della Sardegna, sinonimo del mare per eccellenza nel nostro Paese. Ma, ahinoi, quante sono lontane Liguria (17 Bandiere Blu), Toscana e Marche (16 a testa), che, eppure, hanno meno chilometri di costa rispetto alla Sicilia!
 
Questi riconoscimenti servono? Certo. Una parte di vacanzieri, soprattutto forestieri, scelgono di trascorrere qualche giorno in riva nei luoghi tanto pubblicizzati (a costo zero), piuttosto che in altri, anonimi e senza garanzia.
 
Questo aspetto, tuttavia, non è il solo a manifestare le positività delle decisioni internazionali. Nelle amministrazioni locali s'innesca, infatti, un meccanismo di interventi volti a confermare il risultato anche per l'anno seguente, se non teso a migliorarlo. Perché se quest'anno è andata bene, non è detto che il prossimo anno la Bandiera Blu arrivi soltanto per grazia ricevuta. Ed è bello assistere ad una gara per dare decoro al proprio territorio.
 
Ora, attendiamo le "Vele" assegnate per il mare cristallino. L'anno scorso, furono sperticate lodi per Lampedusa, San Vito Lo Capo e Noto. Vedremo.
 
Amministratori, sveglia. Una spiaggia pulita ha molte facce, tutte esposte al vento di favore.