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Quotidiano di Sicilia
Direttore Carlo Alberto Tregua
 
Il Blog del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Set
09
2010
La Sicilia è dei siciliani non dei traditori
Chi sono i traditori della Sicilia? Tutti coloro che in 64 anni hanno anteposto i loro interessi personali a quelli dei siciliani. In altri termini, sono stati dalla propria parte e da quella dei propri accoliti quando hanno acconsentito e favorito attività che avvantaggiavano i pochi e svantaggiavano gli isolani.
Questi traditori hanno nome e cognome, ma non tocca a noi farlo, almeno in questo momento. Possiamo dire, senza ombra di smentita, che sono coloro che hanno contribuito, senza muovere un dito, al vilipendio dello Statuto siciliano, che ha costituito l’unica ragione perché il nostro popolo non si separasse dall’Italia.
Siamo profondamente convinti che se, nel 1946, questa Regione fosse divenuta una Repubblica indipendente, oggi le condizioni economico-sociali sarebbero di gran lunga superiori a quelle nelle quali ci dibattiamo con grande difficoltà. In ogni caso, si sarebbe tolto l’alibi che la condizione di depressione economico-sociale della Sicilia sia colpa dello Stato centrale.

A Roma, i traditori dei siciliani non hanno mai fatto il bene della Sicilia, tanto che a distanza di 64 anni il nostro Pil su quello nazionale è inalterato. Ciò significa che non siamo riusciti a crescere di nulla.
La piccola Malta, invece, dal dopoguerra in avanti, seppure con molta fatica e senza alcun tesoro naturale (si tratta di un’isola spazzata dai venti al centro del Mediterraneo) è riuscita a crescere e da poco è entrata nell’Unione europea con pari dignità degli altri 26 partner. Malta utilizza tutti i finanziamenti dell’Ue, sfrutta i commerci internazionali e fa crescere costantemente il turismo con un numero di pernottamenti che è più della metà di quelli siciliani, pur avendo una popolazione di 400 mila abitanti contro i 5 milioni della nostra Isola.
I traditori dei siciliani sono quelli che non difendono il nostro territorio dalle vessazioni della Corte Costituzionale che, dopo avere illegittimamente fatto cessare l’attività dell’Alta Corte, ha cominciato ad emanare una serie di sentenze, vedi caso tutte contro la Sicilia, con le quali sono stati danneggiati lo sviluppo e l’economia, tarpando le ali a una serie di iniziative che potevano avere successo.
 
È nostra abitudine rassegnare le responsabilità, a cominciare dalle nostre. Quando ci riferiamo ai traditori dei siciliani pensiamo anche a chi abita qui e ha il nostro sangue. Molti di questi, attraverso l’istituzione regionale, hanno fatto più danni di Attila, primo fra i quali avere favorito una elefantiaca pubblica amministrazione che ha bloccato sistematicamente il processo di sviluppo. Se avessimo avuto un presidente come Lee Hsien Loong, la fortuna di Singapore (anch’essa un’isola con 5 milioni di abitanti, ma Repubblica e non regione d’Italia), oggi produrremmo ben più degli 85 miliardi di Pil, ma ragionevolmente saremmo attestati su 120 o 130 miliardi, cifra adeguata ai parametri della nostra economia, ragguagliata ai fattori presenti in quest’Isola.
Non dico che dovremmo fare come il Montenegro o il Kossovo, che dalla loro indipendenza hanno iniziato un incredibile processo di sviluppo, in quanto si sono sottratti alle grinfie del loro Stato centrale (la ex-Jugoslavia di Tito), ma almeno utilizzare tutta l’Autonomia statutaria.

La Sicilia stava meglio prima dell’Unità d’Italia, ormai la revisione storica concorda su questo punto. Palermo era una grande capitale, non certo la miserrima città di oggi, piena di tesori e di ricchezze ove anche i ceti meno abbienti stavano bene, compatibilmente con quell’epoca. Napoli era una delle maggiori città d’Europa, la sua valuta era considerata come l’odierno euro, i commerci erano fiorenti, le arti erano sostenute da tanti filantropi che oggi non ci sono più. Allora non c’era la malavita organizzata, almeno com’è oggi, nè a Palermo nè a Napoli, ma solo una parte modesta che accolse Garibaldi a Marsala con grande favore e lo aiutò ad attraversare tutta l’Isola in modo quasi indenne.
Una responsabilità primaria in questo scenario l’ha avuta il popolo siciliano, che è stato sempre a chiedere e mai a organizzarsi, cercando al proprio interno gli elementi per produrre ricchezza e creare valore.
Un popolo deve avere dignità e orgoglio, due valori senza dei quali è solo una mandria.
Set
08
2010
Il denaro tassato libera dai bisogni
Secondo Friedrich Nietzsche (1844–1900) i preti dicono sempre menzogne. Eccessivo. Tuttavia la religione cattolica predica il perdonismo ed esalta la povertà fisica ed implicitamente la povertà di spirito, il che è contrario ad un principio naturale, secondo il quale i meritevoli devono primeggiare nelle classifiche e gli altri devono essere inseriti fino all’ultimo posto.
In questo quadro, nel nostro Paese, un pensiero catto-comunista ha dominato il dopoguerra: che la ricchezza fosse peccato, anche questo riconducibile ad un passo del Vangelo,  secondo il quale è più facile che un cammello passi per una cruna dell’ago piuttosto che un ricco entri nel Regno dei Cieli. Per noi, questo è sbagliato perchè si presume che il ricco sia peccatore.
La verità è che bisogna entrare in profondità nel concetto di ricchezza per determinare quale è quella positiva e quale quella negativa.
La ricchezza che si tramanda da padre in figlio è soggetta ad una modesta imposta di successione. Gli immobili si trasferiscono comprensivi del terreno su cui insistono, mentre in Francia ed in altri Paesi il terreno è sempre di proprietà dello Stato, cui  ritorna dopo novantanove anni.  

Se ricchezza vuol dire rendita di posizione ha una connotazione negativa. In altre parole, chi si gode la ricchezza prodotta da altri senza far nulla con il proprio apporto non ha il diritto etico di usufruirne. Peggio, come capita quando generazioni successive dilapidano i patrimoni dei propri  avi.
Caso opposto è quello in cui la ricchezza venga prodotta da chi ha messo in atto attività produttive capaci di generare valore. In questo caso, l’aspetto etico che va guardato è se tale ricchezza sia stata soggetta alla   imposizione fiscale, per ottemperare al precetto di cui all’articolo 53 della nostra Costituzione.
Assolti gli obblighi fiscali e valutando la produzione di ricchezza, fonte di attività oneste, il metro del proprio reddito diventa onorevole ed anche oggetto di confronto positivo. Proprio il contrario di quanto afferma il principio prima scritto, portato avanti per lunghi anni, da una becera politica, appunto catto-comunista.
All’inferno, se esiste, devono andare i deliquenti e gli evasori, non chi produce onestamente ricchezza, chi dà lavoro e chi paga tutte le imposte, anche se ingiuste.
 
In questo quadro va rimarcata una fonte indebita di ricchezza cioè quella generata senza merito o senza la misura dell’eventuale merito. Ci riferiamo alla pletora di dirigenti pubblici di Stato, Regioni e Comuni i cui compensi non sono ragguagliati agli obiettivi e, soprattutto, non sono ragguagliati ai risultati. Come è noto, facendo il confronto tra obiettivi e risultati si capisce se il responsabile di un’amministrazione sia meritevole o meno.
Come continua a ribadire il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, visto che i servizi pubblici non hanno un prezzo devono essere misurati in altro modo. Solo la misura di quantità e qualità dei servizi pubblici può indicare se essi siano ragguagliati e ragguagliabili agli obiettivi prefissati dalle amministrazioni.
Gli incompetenti o chi è in malafede affermano che i servizi non sono misurabili. Dietro questa affermazione vi è quel mondo grigio e denso quasi impenetrabile della Pubblica amministrazione, dentro la quale si commettono arbitri di ogni genere, atti di ruberie e corruzione.

Per questa ragione, le amministrazioni e la burocrazia resistono all’obbligo della trasparenza, che è quello di mettere sui siti ogni atto ed ogni provvedimento, in modo che i cittadini, che sono i loro datori di lavoro, possano constatare se i pubblici dipendenti funzionino o meno, rispetto ad un piano aziendale che ogni ente deve avere.
Dalle nostre inchieste e da quelle di altri giornali sono emersi dirigenti dello Stato e delle Regioni che oltre a percepire ricchi emolumenti di circa duecentocinquantamila euro lordi all’anno hanno percepito (e continuano a percepire) compensi per incarichi extra (quali commissari, arbitri, consulenti, avvocati pubblici e via elencando) pari a una o più volte il loro compenso base.
Gente che ha incassato, in un anno, spesso più di un milione di euro, anche se ha pagato le imposte, senza alcuna proporzione con il merito del proprio lavoro.
Set
07
2010
Fermare la fuga dalla Sicilia
È noto a molti l’esperimento della rana cinese: dentro una pentola d’acqua fredda si accende un fuoco leggero, che la riscalda lentamente; la rana non si accorge del surriscaldamento e muore bollita. Se, invece, viene gettata nell’acqua calda, si scotta, reagisce e balza fuori dalla pentola salvandosi.
L’economia della Sicilia è già bollita e sta morendo, perchè cotta al fuoco lento dell’incapacità di farla svegliare, reagire e salvarsi. La questione non riguarda solo il dopoguerra, tuttavia ci limitiamo ad osservare quanto è successo in questi 63 anni, in cui il Pil prodotto, su quello nazionale, è rimasto inchiodato a poco più del 5 per cento, mentre dovrebbe essere fra l’8 e il 9 per cento, cioè dagli 85 miliardi attuali a circa 130. 
è mancata la programmazione dello sviluppo, sono mancati investimenti in infrastrutture, che costituiscono il fondamento per il movimento di beni e persone e quindi per l’agilità dell’economia. è mancato soprattutto un quadro di condizioni per attirare investimenti nazionali e internazionali.

I governi regionali che si sono succeduti in questi 63 anni - il primo (1947/1949) presieduto da Giuseppe Alessi (Dc) - si sono preoccupati di creare bacini di voti da alimentare col clientelismo e col favore. Quasi mai hanno realizzato e messo in atto un progetto di sviluppo alto che utilizzasse in pieno tutte le risorse dell’Isola, cospicue e di alto valore. Cosicchè non solo non sono arrivati nuovi investimenti, ma molti di quelli presenti hanno preso la fuga.
Il rischio è permanente perchè ancor oggi altri gruppi stanno decidendo di andarsene dalla Sicilia: dalla Fiat alla Keller, all’Eni di Gela. Mentre il Governo regionale attuale, presieduto da Raffaele Lombardo, dovrebbe smetterla di cincischiare su alleanze e quadri politici, peraltro essenziali per governare, e votarsi a stimolare fortemente le tre attività prima indicate: programmazione dello sviluppo, investimenti in infrastrutture e  attrazione di  capitali.
Il macigno dell’economia siciliana è la perenne questione dei precari, ovverosia impegnare il tempo per trovare risorse a perdere che sono gli ammortizzatori sociali per questi siciliani, privilegiati perché raccomandati, i quali, anziché formarsi le competenze per cercare un lavoro che c’è, aspettano il favore di un’indennità regionale o comunale.
 
Il Governo deve porsi la questione di creare lavoro in attività che producano valore e non in passività a perdere, come gli ammortizzatori sociali, in modo che tutti i siciliani che abbiano competenze e voglia, possano trovare le mansioni che sono capaci di svolgere.
L’attrazione degli investimenti nazionali ed esteri passa attraverso una burocrazia snella ed al servizio del progetto alto, pronta a collaborare con procedure istantanee per chiunque faccia richieste di autorizzazioni, senza ovviamente danneggiare il territorio. Non si capisce perché, per esempio, la burocrazia regionale si sia messa di traverso con comportamenti dilatori per far partire la superstrada Ragusa-Catania o perché non collabori pienamente con l’Eni per attivare investimenti di 500 milioni che il colosso energetico vuole fare a Gela. O perché abbia tardato alcuni anni a rilasciare la concessione al gruppo Forte per il Resort Verdura di Sciacca.

Potremmo fare centinaia di esempi di mala-amministrazione ma non servirebbero ad aumentare l’informazione su un fatto che è già di dominio pubblico. Dirigenti e dipendenti regionali ci costano 18 volte in più di quelli della Lombardia, come abbiamo pubblicato nell’inchiesta di mercoledì scorso, ma rendono forse 18 volte in meno. Il Governo continua ad assumere, non preoccupandosi di tagliare, invece, l’enorme ed ingiustificata spesa per i propri dipendenti.
Purtroppo Lombardo sta seguendo la via della rana cinese e lo invitiamo a comunicarci se intenda fare aumentare il Pil della Sicilia da qui alla fine della legislatura e di quanti punti percentuali. Oppure la rana bollita potrà essere solo sotterrata.
Non vogliamo credere che questo sia l’intendimento dell’attuale Governo, ma aspettiamo atti concreti che abbiano la finalità di immettere liquidità sul mercato siciliano utilizzando tutte le risorse europee e statali su progetti cantierabili ed immediatamente finanziabili. Dal numero dei bandi di gara si potrà misurare l’andamento e la volontà del fare.
Occorre rendersi conto che Autonomia vuol dire qualità oppure è una parola senza senso.
Set
03
2010
Aprire subito il Cantiere Sicilia
Con il taglio delle risorse a disposizione di Regione e Comuni siciliani, di fatto la possibilità di manovra di chi gestisce le aziende pubbliche - in particolare l’assessore all’Economia, Michele Cimino, e quella dei 390 sindaci - è quasi pari a zero.
Ma c’è una grandissima possibilità per accelerare lo sviluppo, e cioè aprire il cantiere Sicilia in ognuno dei 390 Comuni, per costruire infrastrutture nuove, restaurare le altre, completare quelle che perennemente sono a un passo dall’apertura.
è inutile ripetere ancora una volta quali siano le infrastrutture regionali e locali urgenti, senza le quali non vi è mobilità di cose e persone, sicurezza dei territori, sanità dell’ambiente, soddisfazione dei bisogni dei cittadini, soprattutto di quelli meno abbienti che hanno bisogno delle istituzioni per soddisfare le loro necessità, anche le più esigue.
è difficile individuare e quantificare, da parte degli assessorati regionali competenti, quali possano essere i bisogni dei singoli Comuni, se non sono essi a indicarli.

Ma una cosa gli assessorati regionali possono fare (e dovrebbero fare): chiedere in modo perentorio ai 390 sindaci il loro Parco progetti, cantierabili e perciò finanziabili.
Abbiamo pubblicato interviste a sindaci di diversi Comuni, e continueremo a farlo, per chiedere loro copia del Parco progetti, cantierabili e finanziabili, ma fino a oggi nessuno ce l’ha inviato.
Com’è possibile, chiediamo all’opinione pubblica, che chi ha la responsabilità di gestire un ente locale, di fronte ai pressanti bisogni che vengono dai propri cittadini, non elabori un Parco progetti, cantierabili e finanziabili, sapendo che si possono  ottenere le risorse necessarie per aprire i cantieri?
Com’è possibile, chiediamo all’opinione pubblica siciliana, che vi siano sindaci che non hanno capito che per ogni cento milioni di euro investiti in infrastrutture si aprono più di mille opportunità di lavoro?
Com’è possibile, chiediamo all’opinione pubblica, che vi siano sindaci che non hanno capito che il miglioramento della qualità della vita della propria città dipenda da una gestione ordinaria dei servizi?
 
Beninteso, vi sono tanti sindaci che queste cose le hanno capite e li invitiamo a inviarci copia del Parco progetti che hanno spedito alla Regione con la data della mail di accompagnamento. Con l’occasione potranno comunicarci di avere informatizzato tutti i loro servizi e inviarci il Piano aziendale nel quale vi sia un giusto equilibrio fra risorse professionali e finanziarie per ottenere migliori e maggiori servizi.
Assicuriamo a questi bravi sindaci (e siamo certi che ve ne sono) che daremo integrale pubblicazione dei documenti. Certo, se non dovessero pervenirci, saremmo autorizzati a ritenere che bravi sindaci non ve ne siano. Ma non vogliamo crederlo.
Non possiamo più tollerare la differenza di qualità amministrativa fra i sindaci leghisti e quelli siciliani. Il partito di Bossi è in forte crescita perché ha coltivato una classe dirigente giovane, formata nei piccoli enti locali: da consigliere comunale a consigliere provinciale, da consigliere ad assessore della Regione, e perfino a presidente di Regione e ministro.

L’azione di Roberto Maroni, ministro dell’Interno, è commendevole e approvabile. Ha dato fiducia alle Forze dell’ordine e alla Guardia costiera con il risultato di avere inferto colpi mortali alla malavita organizzata e quasi del tutto cancellato l’immigrazione clandestina. Vorremmo che avesse adesso il coraggio di Sarkozy nel rinviare tutti coloro che non hanno diritto di stare legittimamente sul nostro territorio alle loro patrie, dove potranno fare quello che crederanno opportuno.
In questo quadro, i sindaci siciliani devono prendere iniziative, cioè controllare il territorio dagli abusi che commettono gli immigrati clandestini, dagli abusi che commettono i cattivi siciliani nei confronti degli immigrati clandestini (pensiamo al lavoro nero) e dall’utilizzazione di tanti poveracci che si devono nascondere, anche da parte della malavita organizzata.
L’ordinaria amministrazione è il massimo che un sindaco siciliano deve perseguire. Se non sa come fare vada a copiare modelli funzionanti che esistono, per esempio, in Svizzera, Germania e Francia.
Set
02
2010
La Giustizia lavora solo 10 mesi e mezzo
Il bailamme agostano ha dimostrato ancora una volta che la politica italiana è basata su un teatrino indecoroso, oggetto di sarcasmo da parte delle democrazie avanzate e di lazzi da parte dei giornali. In nessun quotidiano europeo o statunitense vi è questa continua rappresentazione dei leader politici che si parlano addosso e parlano addosso agli altri. In nessun quotidiano europeo o statunitense c’è questa spasmodica ricerca dei retroscena fatti di pizzini, allusioni, insinuazioni e consimili attività perniciose.
Certo, questa manfrina fa vendere più copie, anche perché alimenta la voglia dei cittadini di scagliarsi contro questo o quel rappresentante istituzionale, che normalmente non fa il proprio dovere. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha giustamente posto alla propria maggioranza, ma segnatamente al gruppo Fli (Futuro e libertà per l’Italia) di approvare o non approvare cinque punti: Fisco, Mezzogiorno, Giustizia, Federalismo e Sicurezza.

A ben guardare, la giustizia sarà il tema caldo, perché contiene la riforma del processo penale con l’inserimento di vincoli temporali nei diversi gradi, per costringere i giudici ad arrivare a sentenza in tempi contingentati, ma sicuramente non brevi.
Questo provvedimento non si trova nel programma di governo, ma ha la funzione di tagliare i processi (Mills, Mediaset, Mediatrade) a carico del Cavaliere. Inutile nascondere questa verità. è opinione diffusa che questo provvedimento è l’ultima spiaggia per salvare Berlusconi dalle condanne che potrebbero provocargli la decadenza dai pubblici uffici, ritenuto che la Corte Costituzionale, nella seduta del 14 dicembre, dichiarerà incostituzionale l’ultimo provvedimento di protezione dei quattro vertici dello Stato.
Dunque, è corretto stabilire un cronoprogramma dei processi perché essi si concludano con sentenza entro un certo tempo e non in qualunque tempo. è iniquo, invece, che nulla sia previsto sulla certezza dei tempi nel processo civile. Il ministro Alfano ha proposto una nuova figura (il mediatore) che dovrebbe intervenire prima del giudice per far conciliare le parti. Non sembra che questo rimedio sia appropriato.
 
La legge Pinto (89/01) consente a qualunque parte coinvolta in un processo di chiedere un risarcimento, per ogni anno di ritardo rispetto al primo triennio, periodo che si ritiene equo per lo svolgimento di un processo civile o penale. Nella citata legge è già indicato il giusto periodo di un giusto processo. Tant’è che, per ogni anno successivo, l’attore e il convenuto possono chiedere il giusto risarcimento per il ritardo, facendo ricorso alla Corte d’Appello del distretto giudiziario, ritardo che viene liquidato in circa mille euro per ogni anno.
Sembra che nel 2009 lo Stato abbia sborsato per il risarcimento 500 milioni di euro. Se i processi si chiudessero nel tempo previsto, tale somma potrebbe essere destinata a finanziare la macchina della giustizia.
Ma c’è un altro elemento che va messo in luce. L’Italia è un Paese europeo nel quale la giustizia funziona solo dieci mesi e mezzo. Non si capisce perché dal 1° agosto al 15 settembre essa si paralizzi, salvo i casi urgenti.

Vi è un altro elemento di valutazione. Le procedure, civile e penale, sono farraginose e complicate. Sotto l’etichetta delle garanzie si nascondono una serie di passaggi inutili e dannosi che hanno l’unico scopo di alimentare un’attività giudiziaria che danneggia coloro che chiedono giustizia (a torto o a ragione) e favorisce la categoria professionale dei difensori secondo il principio che il processo più pende e più rende. Le commissioni che si occupano di preparare le riforme dovrebbero prevedere la presenza di ingegneri e professori universitari esperti di organizzazione, oltre che dei giuristi.
Solo trovando un giusto punto di equilibrio fra la necessità di una giustizia equa e quella di chiudere i processi in un tempo predeterminato, non molto superiore a quello previsto dalla citata legge Pinto, vi può essere una vera innovazione, che non serva a discettare di aria fritta.
Di questo oggi si tratta: discutere del nulla per interesse di bottega. è ora di finirla, per occuparci di questioni serie.
Set
01
2010
I siciliani sono bravi ma debbono dimostrarlo
Finiamola con questo comportamento disonorevole di chiedere e dipendere dal Governo centrale come se senza di esso noi siciliani dovessimo considerarci pezzenti. Si tratta di uno stato mentale che va ribaltato al più presto, per porre con grande chiarezza un bilanciamento fra doveri e diritti che debbono esservi tra il popolo siciliano e quello italiano. Né più nè meno di quello che Bossi sta facendo, avendo iniziato nel 1989 mentre noi lo indichiamo dal 1979, cioè dieci anni prima.
La popolazione della Padania, un territorio inesistente, non ha niente di più della Sicilia, un territorio ben circoscritto con una storia millenaria cominciata con i Sicani e i Siculi 800 anni prima di Cristo e il cui culmine è stata l’epoca federiciana del XII  secolo.
L’indipendentismo della Sicilia, proclamato alla fine della guerra, fu prontamente neutralizzato dai costituenti nazionali recependo, senza cambiare una virgola, lo Statuto siciliano nella Costituzione e per ciò stesso trasformata in una legge di rango costituzionale.

La classe politica siciliana nel dopoguerra, lo ripetiamo fino alla nausea, non ha preteso legalmente il rispetto integrale della nostra legge costituzionale, subordinando gli interessi dei siciliani a quelli dei notabili romani di tutti i partiti.
Con ciò estendendo un’immagine negativa su tutta la popolazione e sulla sua classe dirigente, come se noi tutti fossimo degli accattoni che hanno vissuto sulle spalle dell’economia del Nord, incapaci di produrre ricchezza e sviluppo.
Ci siamo sempre ribellati, e continueremo a ribellarci contro questa immagine non vera, perché sia all’interno della classe politica, sia nella classe dirigente (istituzionale, imprenditoriale, professionale e sindacale) vi sono numerosissimi bravi professionisti in grado di competere, anche in modo vincente, con professionisti di tutto il mondo. Ma le regole e le condizioni della competizione debbono essere uguali per tutti, perché non è pensabile di vincere una gara se nelle tasche vi sono delle pietre. E le condizioni di mercato, sociali e infrastrutturali, sono ormai molto diverse fra Padania e Sicilia, per effetto di una politica profondamente diversa che ha prodotto sviluppo al Nord e assistenzialismo da noi.
 
I siciliani sono bravi, ma debbono dimostrarlo. Certo, si tratta di avere la volontà di essere bravi, mettendocela tutta e acquisendo know how e competenze più avanzate, anche copiando modelli che funzionano molto bene.
Per le imprese, la questione della competitività è fondamentale, diversamente non stanno sul mercato e falliscono. I prezzi dei loro prodotti o servizi debbono essere concorrenziali, per qualità e quantità, diversamente le imprese chiudono i bilanci in perdita e, come risultato finale, portano i libri in tribunale. Per le istituzioni (centrale e locali) la questione è molto diversa perché i servizi non sono misurati dalla soddisfazione dei cittadini. Per conseguenza, possono raggiungere le peggiori inefficienze, senza che nessuno paghi.
Con la manovra d’estate (legge 122/10) sono stati imposti molti vincoli alla pubblica amministrazione, per cui Ministeri, Regioni e Comuni, devono immediatamente rivedere i loro bilanci che subiscono una cura dimagrante. 

La Sicilia avrà dei forti tagli a livello regionale e altri sui 390 comuni. La sua attuale politica di bilancio non è quella di destinare le risorse ad attività produttive ed infrastrutture, bensì continuare ad assumere inutile personale e pagare inutili stipendi (inutili perché non finalizzati alla produzione di servizi efficienti da rendere ai cittadini).
Occorre che la classe burocratica siciliana imbocchi la strada del merito, unico metro per diventare competitivi e concorrenziali. I soldi sono finiti. Unico mezzo per far bastare le risorse pubbliche, sempre minori, è quello di inserire nell’organizzazione degli enti siciliani forte innovazione e grande efficienza. Di modo che, con minori risorse si ottengano migliori e maggiori servizi. Chi si intende di organizzazione sa che questo è fattibile.
Non vorremmo annoiare gli affezionati lettori, che ringraziamo per i loro apprezzamenti, ma anche per le loro critiche, purché argomentate. Ma è nostro dovere ribadire continuamente le soluzioni indispensabili per fare diventare la Sicilia una regione con una classe dirigente brava e competitiva che punti allo sviluppo, misurato dall’aumento del Pil.
Ago
31
2010
Lombardo scagionato ora, riforme e sviluppo
I quotidiani hanno fatto un can-can sulla vicenda giudiziaria di Raffaele Lombardo, preannunciando, non si sa in base a quali fonti, che egli sarebbe stato incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa. Quando ai primi di agosto è trapelata la notizia che il procuratore capo di Catania, Enzo D’Agata, non abbia chiesto al Gip alcunchè a carico del presidente della Regione, la notizia è stata pubblicata come fatto di ordinaria amministrazione.
Invece, no. Sarebbe stato opportuno dare la stessa evidenza e lo stesso spazio alla notizia che non coinvolge il presidente della Regione, come quella che l’avrebbe coinvolto.
La questione è rilevante e alla ripresa dell’attività politica vogliamo richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che la Sicilia, passata  (almeno per ora) la bufera, deve ricominciare il suo percorso di rinascita, abbandonando il piattume e l’immobilismo che la tengono inchiodata in uno stato di depressione continua, che dura da 64 anni.

Ora Lombardo si occupi urgentemente di sviluppo e di riforme, abbandonando definitivamente la strada sbarrata dall’euro, dal patto di stabilità e dalle manovre 2008 (L. 133/08) e 2010 (L. 122/2010) dell’assistenzialismo e dell’utilizzo delle risorse finanziarie della Regione come ammortizzatori sociali.
Il presidente della Regione deve tagliare gli sprechi e la spesa corrente, clientelare ed inutile. Bene ha fatto nell’annunciare l’abrogazione della legge 9 del 1986 sulle incostituzionali Province regionali siciliane, ma sottolineiamo il suo silenzio assordante sulla legge 44 del 1965 che equipara l’Ars al Senato mentre dovrebbe essere equiparata al Consiglio regionale della Lombardia. Il presidente della Regione abbandoni la strada dell’assunzione a tempo indeterminato, senza concorso e perciò illegittima, dei precari regionali e comunali. Se continuasse, commetterebbe una grave violazione all’equità tra i cittadini perchè farebbe entrare nella Pubblica amministrazione i privilegiati, perchè raccomandati, lasciando fuori tutti gli altri siciliani che non hanno avuto il privilegio della raccomandazione.
Le pubbliche amministrazioni, regionale e comunali, non hanno bisogno di altro personale perchè tutte (salvo eccezioni) fuori dai limiti del patto di stabilità.
 
Di cosa si deve occupare Lombardo? Di investimenti in attività produttive e di investimenti in infrastrutture. Per questi ultimi è necessario redigere il Piano regionale delle infrastrutture che assommi l’elenco generale dei 390 Parchi progetto comunali. Tutti i progetti regionali e comunali, se redatti in conformità alle rigorose procedure europee, vanno fatti approvare dall’Ue con assoluta celerità, chiedendo il massimo sforzo all’Ufficio regionale di Bruxelles, diretto da Francesco Attaguile. Bisogna aprire subito il Cantiere Sicilia per immettere liquidità nel mercato siciliano e puntare almeno all’aumento di un punto del Pil Sicilia, pari a 850 milioni di euro.
Per quanto concerne le attività produttive, l’assessore alle Politiche agricole Titti Bufardeci solo nei giorni scorsi è intervenuto sulla questione dei 6 mila chilometri quadrati (su 25 mila) di terreni incolti in Sicilia. Le nostre inchieste già da qualche anno hanno puntato il dito contro questa situazione, l’ultima è del 16 aprile 2010.

Abbiamo suggerito alla Regione di redigere un Piano agricolo dell’energia verde che favorisca la coltura di iatropha, canna da zucchero, barbabietola, legno per bio masse e via enumerando,  per la produzione di carburante verde. Contestualmente, in collaborazione con l’assessorato alle Attività produttive, bisogna attivare una trattativa con i produttori di gasolio perchè utilizzino una parte di materia prima verde, il che costituirebbe uno sbocco naturale per la produzione.
Altro filone. Le attività economiche siciliane non riescono ad andare in massa sui mercati per ragioni ataviche di individualismo, ma anche perchè manca un progetto che riunisca tutte le risorse imprenditoriali, professionali ed economiche per convogliarle come un laser sui mercati nazionali ed internazionali. Ecco di cosa si deve occupare la Regione.
Ulteriore iniziativa urgente è quella di mettere a reddito il territorio siciliano, fatto di tesori e ricchezze (borghi, siti archeologici, parchi naturali, riserve marine, musei e via cantando) che non hanno la concorrenza cinese, ma che debbono essere fruiti dai flussi turistici di tutto il mondo che qui verranno quando i servizi e le infrastrutture di trasporto saranno competitivi.
Forza Lombardo, occupati di competitività e concorrenza, ne abbiamo bisogno.
Ago
27
2010
L’Unità d’Italia proclamata in francese
Le letture agostane mi hanno fatto scoprire che Camillo Benso conte di Cavour, al Senato, annunciò con queste frasi l’Unità d’Italia. Le Royaume d’Italie est aujourd’hui un fait. Le Roi, notre auguste Souverain, prend lui-meme et pour ses succeseurs le titre de Roi d’Italie.
La Massoneria inglese, che non accettava di essere accantonata dal re borbonico, fu la leva che spinse quel primo ministro a tentare l’annessione del Meridione. Per altro sembra che egli non fosse convinto di costituire uno Stato unitario bensì uno Stato confederale. Ma poi ragioni predatorie (conoscendo le ricchezze che erano depositate nel Sud, soprattutto a Napoli e Palermo), lo convinsero ad utilizzare quel mercenario e guerrafondaio di Giuseppe Garibaldi per infrangere una situazione istituzionale, quella borbonica, ed acquisire l’intero territorio.
Come ricorda Pino Aprile nel suo libro Terroni, la denominazione Italia fu data al territorio inesistente che Bossi chiama Padania quando Roma organizzò l’Impero, mentre la parte meridionale e precisamente la Puglia, venne chiamata Apulia. Ma Italia, nella storia, fu un pezzo di Calabria tirrenica.

La questione meridionale che si contrappone a quella settentrionale, è un falso problema. Quello vero riguarda la parità dei diritti di tutti i cittadini della Penisola, subordinata alla parità dei doveri. I doveri dicono che ognuno deve fare la propria attività e poi guardare se l’altro non l’abbia fatta.
Prima della seconda guerra mondiale, il Sud aveva 1.000 km in meno di linee ferroviarie del Nord. Oggi la questione è peggiorata, anche per effetto della costruzione delle linee ad alta capacità e velocità che, vedi caso, partono da Torino e arrivano a Salerno. Prima dell’Unità, il Sud aveva un reddito procapite superiore a quello del Nord, oggi è sei volte inferiore.
Nel dopoguerra, la Sicilia produceva il 5,6% del reddito nazionale. A distanza di 64 anni produce sempre il 5,6% del reddito nazionale. La nostra Isola è stata depredata del ricco tesoro del Banco di Sicilia, di opere d’arte e di ogni bene prezioso asportato dai predoni del Nord. E siamo diventati gli elemosinati dell’Unità.
 
Bisogna sfatare anche la questione del brigantaggio meridionale. Quando i piemontesi cercavano di imporre tasse e gabelle che impoverivano ancora di più le popolazioni meridionali, vi fu una naturale ribellione contro queste violente vessazioni e il popolo lottò l’invasione e le supercherie, cosicché questi patrioti del Sud furono denominati briganti e con questo titolo acquisirono il diritto ad essere trucidati in massa.
Non fu esente da questi comportamenti meritori, anche il grande Nino Bixio che a Bronte trucidò innocenti contadini. Ovviamente tutti briganti.  Perfino il giornale leghista La Padania pubblica, l’11 agosto 2010, un veritiero articolo dell’ex presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Lorenzo del Boca, in cui è descritta la ferocia del numero due di Garibaldi.
Questo urlò al Senato della Repubblica che le promesse fatte alle popolazioni siciliane erano state tutte tradite, ma non fu ascoltato, e la repressione dei briganti, l’imposizione  di tasse e imposte inique portarono al sempre maggiore impoverimento delle regioni meridionali e fra esse di quella siciliana. Cosicché si mise in moto il concetto che l’Italia del Nord era ricca e quella del Sud era povera, ribaltando la verità che prima dell’Unità il Sud era ricco e il Nord, povero. Bell’affare abbiamo fatto. Ed oggi dovremmo festeggiare l’Unità!

La Sicilia dopo l’Unità e dopo la seconda guerra mondiale ha perso la propria identità. Quando un popolo non ha identità, non ha orgoglio e, se non ha orgoglio, la sua politica è vuota, o peggio subordinata agli interessi altrui. è quello che ha fatto la classe politica isolana in questi 64 anni in cui non ha avuto la capacità di far progredire anche di un solo punto il Pil della Sicilia su quello nazionale.
Le stragi e gli eccidi dei Savoia sono minor cosa rispetto alla immane responsabilità di chi ha guidato le nostre sorti in questi 64 anni senza un  progetto di Autonomia che mettesse a profitto i grandi tesori che si trovavano.
Nei 31 anni del QdS abbiamo indicato la svolta, molto prima di quello che ha fatto Bossi, con successo, dal 1989 in avanti. Ora occorre attuarla. Subito.
Ago
26
2010
È incostituzionale assumere senza concorso
È veramente un cattivo esempio, dopo 64 anni di malgoverno, sentire che ancora oggi la Regione intende violare la Legge pur di assumere dei dipendenti senza che la loro professionalità sia stata validata da concorsi pubblici, ai sensi dell’art. 97 della Costituzione.
Se così facesse la Regione commetterebbe anche una violazione del principio etico di equità sociale, in cima a ogni azione pubblica, e del principio economico di concorrenza. I due principi prevedono che tutti i siciliani debbano avere pari opportunità. Non vi possono essere siciliani più siciliani degli altri. In altre parole, non vi possono essere i raccomandati da un becero ceto politico, entrati nella Pubblica amministrazione, e gli altri rimasti fuori non perché sono incapaci, ma perché è stata loro negata la possibilità di competere ad armi pari in pubblici concorsi.
Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, è presidente di tutti i siciliani, anche se è stato eletto dal 65 per cento dei votanti. Non può e non deve continuare a mantenere il privilegio di chi è stato raccomandato e tenere fuori dalla Pa regionale e locale tanti altri bravi siciliani che, vincendo i concorsi, potrebbero andare a occupare posizioni oggi indebitamente occupate da altri.

Abbiamo espresso più volte solidarietà umana a tanti siciliani che, da anni o da decenni, si trovano nelle Pubbliche amministrazioni senza un contratto a tempo indeterminato. Ma nessuno li ha obbligati a entrarvi, né nessuno obbliga un siciliano a fare il precario.
Si dirà: non c’è lavoro e dunque si è costretti a fare ressa davanti alle segreterie dei cattivi uomini politici che promettono uno straccio di indennità pubblica. Si tratta di una pura falsità, che nessuno fino a oggi ci ha smentito in anni e anni in cui lo scriviamo. La verità è che in Sicilia vi sono decine di migliaia di opportunità di lavoro, ma solo per i competenti e coloro che possiedono professionalità.
Poi, la Regione dovrebbe spiegare ai siciliani in base a quale Piano industriale ha determinato in 15.600 i propri dipendenti contro i poco più di 3.200 della Regione Lombardia. Trascuriamo, ovviamente, la bufala che la Sicilia fa molte più cose della Lombardia.
 
La Legge 42/09 sul federalismo e i quattro decreti legislativi di attuazione (Demanio, Costi standard, Fabbisogni standard, Autonomie locali) stanno stringendo il collare sulle amministrazioni viziose e, nel calcolo dei fabbisogni, peserà anche il personale. Dal 2012 scattano gli standard per gli Enti locali, ma già dal 2011 il forte taglio alle Regioni della legge 122/10 (Manovra) costringerà quelle viziose a ridurre la deleteria spesa corrente.
Vi è poi lo scandalo delle partecipate, che l’assessore regionale all’Economia, Michele Cimino, sta tentando faticosamente e con ogni mezzo di ridurre o abolire. Col decreto firmato, ma non ancora pubblicato sulla Gurs, la riduzione è da 30 a 14. Cimino ha annunciato la cessione della quota Irfis e questo è un errore, perché essa dovrebbe essere scambiata in parte con la quota di Unicredit per formare il Mediocredito regionale.

Abbiamo appreso con soddisfazione che Fintecna ha annullato la gara per la cessione di Tirrenia e Siremar alla Mediterranea holding, un’operazione al di fuori dei compiti istituzionali della Regione che si deve preoccupare di mobilitare le risorse per fare sviluppo, affidato a imprese regionali, italiane o internazionali.
La notizia che l’Ars stia discutendo un ddl per assumere i parenti delle vittime del nubifragio del messinese è stupefacente, prima perché si presume che tali parenti siano disoccupati, e secondo perché è un vizio cronico quello di pensare che la Pubblica amministrazione debba essere considerata un ammortizzatore sociale. Sappiamo che è scomodo farsi il nodo della cravatta con la proboscide di un elefante, ma tentare di far entrare dalla finestra quello che non entra dalla porta è altrettanto scomodo. Piuttosto che far diventare precari altri siciliani, se inabili al lavoro, si dia loro un’indennità qualsivoglia e li si lasci a casa. Oppure la Regione faccia opportuni investimenti per sistemare il territorio, obbligando le imprese ad assumere tali parenti delle vittime. Insomma, si deve cambiare mentalità: dall’assistenzialismo alla produttività e alla ricchezza per i capaci.
Ago
25
2010
Autonomia vuol dir qualità
Ricordate l’attacco della vecchia canzone “Amore vuol dir gelosia”?  Una bella melodia che esprimeva il concetto secondo il quale nell’amore di coppia debba essere presente il sentimento della gelosia. Noi dissentiamo perché riteniamo che l’amore vuol dire dare e chi dà non può pretendere. Ergo, non c’è spazio per la gelosia. Questo non significa che il rapporto non debba essere giornalmente nutrito da attenzioni, gesti e comportamenti che alimentano la sua esistenza.
Parafrasando quell’attacco, vorremmo dire autonomia vuol dir qualità. Questo non vale solo per la Sicilia ma per qualunque dimensione di territorio ove vive una Comunità che intenda autogestirsi. La sua autogestione deve essere basata sulla qualità e non sulla gelosia o sull’invidia o altri sentimenti negativi.
Ma per venire alla nostra Isola, dobbiamo rilevare che quasi tutti i commentatori che hanno studiato la storia e la politica siciliane, sono arrivati alla conclusione che qui autonomia dei comportamenti e istituzionale non ve ne siano state.

Peggio, dietro il supposto paravento dell’autonomia, il ceto politico e quello burocratico (vogliamo aggiungere le corporazioni di imprenditori, professionisti e sindacati) hanno compiuto nefandezze, sperperando il denaro pubblico della Regione e quello del Governo centrale, attraverso finanziamenti falsi che non sono mai arrivati. Controprova: se in Sicilia fossero state spese veramente in infrastrutture le centinaia di miliardi stanziate dalla Cassa per il Mezzogiorno, la nostra Isola sarebbe la più infrastrutturata d’Italia. Invece, si trova agli ultimi posti della classifica, il che dimostra che il fiume di denaro è andato ad arricchire i faccendieri delle categorie prima indicate.
Il Movimento per l’autonomia, fondato da Raffaele Lombardo, con molto ritardo solo nel 2005, ha colto l’anelito di cambiamento dei comportamenti voluto dai siciliani, ribaltando il principio becero che l’autonomia servisse a creare e mantenere privilegi. L’Mpa si è posto invece l’obiettivo di far camminare la Sicilia con le proprie gambe, abolendo la mano tesa da elemosinanti e cominciando a comportarci da persone serie e professionali.
 
Noi ci siamo sempre rifiutati di pensare che i siciliani siano cittadini di serie B, ma, invece, ci riteniamo soggetti competitivi e in grado di affrontare qualunque circostanza al pari di chiunque altro. Lo dimostrano i nostri conterranei sparsi per il mondo che hanno raggiunto i vertici delle rispettive professioni.
Noi dobbiamo agire con qualità e cioè con le migliori armi professionali, senza ritenerci secondi a nessuno, ma non con comportamento arrogante e presuntuoso, bensì basato sulla nostra attività che intende raggiungere tassativamente obiettivi prefissati.
In questo quadro generale, il Governo regionale ha la primaria responsabilità di guidare una burocrazia regionale elefantiaca, nonchè di dare indirizzi precisi ai 390 sindaci, che poi sono liberi di fare buona o cattiva amministrazione. La Regione deve esercitare la sua funzione fondamentale di controllo, senza consentire che i bilanci preventivi e consuntivi vengano approvati con vistosi ritardi e quindi privando gli Enti locali del loro strumento principale di governo che è appunto il bilancio.
A riguardo, il Governo regionale dovrebbe preparare un ddl col quale si stabilisca, pena la decadenza delle amministrazioni locali, il termine del 31 dicembre di ogni anno per approvare il bilancio preventivo dell’anno successivo ed il termine del 31 maggio per approvare il consuntivo dell’anno precedente, da pubblicare in immediata successione sul sito dell’ente.

Autonomia vuol dir qualità. Qualità significa fissare gli obiettivi concreti e controllare, mese per mese, che essi vengano raggiunti dai dirigenti generali, pena la loro decadenza dall’incarico.
Sì, il punto nodale è quello dei controlli e delle sanzioni. Senza la sezione del controllo - ricordiamo che le precedenti sono programmazione, organizzazione e gestione - l’amministrazione pubblica (e quella privata) non può raggiungere gli obiettivi prefissati. Quando gli obiettivi si raggiungono, essi si chiamano risultati ed è proprio la comparazione tra questi ultimi ed i primi che determina il livello di qualità di chi dirige, che deve ricevere premi o sanzioni in proporzione.

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