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Quotidiano di Sicilia

E-cologia di Antonio Casa
il blog sull'ambiente e il consumo


Tag Ambiente

Giu
18
2010
"Il ministero dell'Ambiente, da quando esiste la Commissione per la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), cioè dal 1997, non ha mai autorizzato alcuna perforazione petrolifera nel mare della Sicilia". Lo afferma il ministro dell'Ambiente, del Mare e della Tutela del Territorio Stefania Prestigiacomo intervenendo in merito alla vicenda relativa alle trivellazioni petrolifere nei mari siciliani. "Allo stato degli atti – precisa il ministro – esiste una sola richiesta di esplorazione senza perforazione per la quale non è stata concessa la VIA".
 
Il ministro Prestigiacomo già nelle scorse settimane ha ribadito in più circostanze di ritenere improponibile l'attività di estrazione di idrocarburi in zone di mare vicine ad aree protette, come è il caso delle Egadi, e che in quest'ottica effettuare esplorazioni rischia di rivelarsi per le stesse aziende un inutile dispendio di denaro. "Questa è la situazione – ha proseguito il ministro – ad oggi non esiste realisticamente alcun rischio che il mare della Sicilia sud occidentale sia trasformato in un campo petrolifero"
 
Eppure, basta sfogliare i giornali e scoprire che a fine aprile l'Eni ha annunciato, nel corso della conferenza stampa successiva all'assemblea degli azionisti, tramite il direttore generale della divisione Esplorazione e produzione, Claudio Descalzi, come siano stati scoperti parecchi miliardi di metri cubi di gas nel Canale di Sicilia. Pochi giorni dopo è invece stata la volta della Shell che sul Corriere Economia, tramite Marco Brun, presidente e amministratore delegato, ha dichiarato come nel Canale di Sicilia ci sia un autentico tesoro petrolifero. Come sarebbero stati scoperti questi favolosi giacimenti? Senza sondaggi?
 
Incrociando i dati, attualmente nell’Isola ci sono 21 titoli minerari - 6 permessi di ricerca, 14 concessioni di coltivazione (nel dettaglio ci sono 13 titoli produttivi a gas e 5 a olio) e 1 permesso di ricerca di risorse geotermiche – e altre 11 istanze sono state presentate per il conferimento di nuovi titoli minerari, senza contare i permessi di ricerca nel mare antistante le coste isolane che sono almeno 12.
 
Per poter trivellare in mare, le imprese hanno bisogno di speciali fluidi e fanghi perforanti per portare in superficie i detriti perforati (cutting) lasciando tracce di cadmio, cromo, bario, arsenico, mercurio, piombo, zinco e rame.
 
Se il ministero dell'Ambiente non ha autorizzato perforazioni o ricerche, qualcun altro lo ha fatto. Il risultato, tanto, è sempre lo stesso.
Mar
10
2010
Le imprese che hanno operato nel polo petrolchimico Augusta-Priolo dovranno pagare per i danni ambientali arrecati all'area. Lo dice una sentenza della Corte Ue di giustizia, secondo cui "gli operatori che hanno impianti limitrofi a una zona inquinata possono essere considerati presunti responsabili dell'inquinamento". 
 
La Corte Ue si è pronunciata dopo essere stata investita dal Tar della Sicilia (ne avevamo parlato nel Qds del 24 luglio 2009) che dovrà decidere su alcuni ricorsi presentati da Erg, Eni, Polimeri Europa, Syndial, contro alcuni provvedimenti che le obbligano ad adottare misure per la riparazione del danno ambientale nella zona di Priolo accollandosene gli oneri finanziari.
 
Le imprese dovranno pagare circa 200 milioni su complessivi 850 milioni promessi dall'accordo di programma siglato nel novembre 2008.