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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Ambiente

Ago
09
2012
Il Tribunale del Riesame di Taranto ha emesso un’equa sentenza. Da un canto non ha impedito lo svolgimento dell’attività all’interno dello stabilimento dell’Ilva, dall’altro ha mantenuto sotto sequestro le sei aree, di cui alla sentenza del gip, però non impedendo che si facciano tutte le opere per la messa in sicurezza ambientale dell’impianto.
Il Tribunale ha inoltre nominato co-commissario l’attuale presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, il quale, congiungendo i due incarichi, risponderà al magistrato dell’attività obbligatoria prevista dalla sentenza.
La situazione che si è procrastinata per decenni a Taranto, e cioè quella di dare a lavoratori e alla città pane e veleni, era inaccettabile, cosicché è arrivata la svolta.
Bisogna dar merito ai procuratori di Taranto, che hanno attivato una coraggiosa inchiesta contro il colosso italiano dell’acciaio, e allo stesso Gip, Patrizia Todisco, che ha ordinato il sequestro, mettendo con le spalle al muro non solo la stessa società, ma anche il ministero dell’Ambiente, quello dello Sviluppo economico, l’altro della Coesione, la Regione, la Provincia ed il Comune.

In questo decennio, tutti avevano fatto orecchie da mercante. La drastica decisione del Gip ha messo tutti di fronte alle proprie responsabilità. Il Governo si è precipitato ad approvare un decreto-legge venerdì 3 agosto, che è stato controfirmato dal presidente della Repubblica e pubblicato sulla Guri, con il quale sono stati stanziati 336 milioni. L’azienda si è detta disponibile ad attivare il processo di risanamento, anche perché cinque degli otto dirigenti agli arresti domiciliari sono stati rimessi in libertà.
Forse questa è la volta buona per fare diventare il territorio della città pugliese normale, con un funzionamento ordinario. Forse è arrivato il momento in cui i dipendenti dell’Ilva possono ottenere il pane, ma non i veleni.
è triste constatare che occorra sempre l’intervento del magistrato perché ognuno compia il proprio dovere. Questa non è una condizione sociale normale, cioè una condizione nella quale ognuno faccia il proprio dovere. I furbetti sono presenti in ogni ambito della società, ma questa non ha ancora gli anticorpi per isolarli.
 
La vicenda di Taranto ci ha fatto pensare a quella del Triangolo della morte (Priolo-Melilli-Augusta), ove vivono circa sessantamila abitanti, dei quali circa seimila lavorano, direttamente e indirettamente, in tutti gli impianti colà insistenti.
Questi lavoratori mangiano pane e veleni, mentre è sempre presente il ricatto della chiusura per evitare che le aziende mettano in sicurezza ambientale il territorio devastato.
Peraltro, in quelle tre cittadine i veleni si assorbono tutti i giorni, con la conseguenza del moltiplicarsi dei casi di cancro e di nascite di bambini malformati. Basta passare lungo l’autostrada adiacente per sentire un puzzo nauseante, nonostante i vetri chiusi e il condizionatore funzionante.
Non sappiamo perché le Istituzioni prima elencate non siano intervenute. Non sappiamo perché la Procura della Repubblica competente per territorio non abbia aperto i fascicoli. In ogni caso, non ci risulta che vi sia una comunicazione di chiusura delle indagini al riguardo.

Dobbiamo ricordare che la Corte di giustizia europea ha ulteriormente confermato il principio che “chi inquina paga”. Dobbiamo ricordare che vi sono risorse disponibili a livello europeo, nonché un recente finanziamento del Cipe di 51 milioni. Chi manca all’appello? Le aziende interessate, che dovrebbero scucire un centinaio di milioni, fanno ostruzionismo, mentre la dissennata Regione che, pagando superstipendi ai propri impiegati, dirigenti e pensionati, che sono in numero abnorme, non ha soldi per co-finanziare i fondi europei.
Si rende dunque necessaria una coraggiosa azione della Procura della Repubblica di Siracusa e del Gip di quel Tribunale, per mettere in moto un analogo meccanismo a quello di Taranto, in modo da costringere le aziende ad eliminare i veleni e fornire solo il pane ai propri dipendenti e ai cittadini residenti, coniugando attività produttive, ambiente e salute.
In questo quadro è stato fuori luogo il tentativo degli imprenditori Garrone di insediarvi il rigassificatore. Ora che se ne sono andati, i conquistadores della compagnia anglo-olandese Shell vorrebbero attivare questo impianto.
Abbiamo detto no ai Garrone e diciamo no a Shell. Al prossimo presidente della Regione toccherà ribadire questo no.
Feb
04
2011
Ritorniamo sulla speculazione dei certificati verdi e d’origine, perché va spiegato con chiarezza come dietro falsi ambientalisti si nascondano persone disoneste, in quanto utilizzano risorse pubbliche per fini illecitamente privati.
I certificati verdi sono titoli negoziabili, accorpati in unità da 100 MWh, che vengono rilasciati dalle imprese che emettono meno Co2 grazie all’utilizzo di fonti rinnovabili. Fin qui tutto bene. Dove nasce l’imbroglio, peraltro non contrastato dalla legge? Nasce dal fatto che il gestore, ottenuti questi certificati, li rivende ad aziende che gestiscono impianti fortemente inquinanti. Perché queste ultime li comprano? Perché pur non attivando gli impianti stessi, il certificato gli fa media con l’impianto inquinante attivo. È del tutto incomprensibile come sia consentita una miscela tra alto inquinamento effettivo e basso inquinamento virtuale. Una semplice finzione, che permette però a chi inquina di continuare a farlo legalmente.

Altra questione riguarda i certificati di origine che attestano il basso inquinamento di energia acquistata all’estero. Anche in questo caso tali certificati non contribuiscono a diminuire il tasso di inquinamento ma, ancora una volta, a miscelare sul piano documentale l’inquinamento effettivo dell’impianto insediato sul nostro territorio, con il basso inquinamento virtuale portato dai certificati d’origine. Un comportamento inqualificabile che, sembra, venga interrotto a partire dal 2012. Ma è difficile credere che la cuccagna possa essere fatta sparire nel sistema italiano ove la corruzione la fa da sovrana ed il Parlamento tiene nei cassetti la legge anticorruzione.
Da qualunque parte si giri si tratta di una sporca faccenda, non solo perché così l’ambiente s’inquina di più, ma anche perché consente guadagni non proprio puliti. Il ministero dell’Ambiente e l’assessorato regionale omonimo non hanno mostrato in questi quasi tre anni di legislatura di volere affrontare la questione quasi di petto, in modo da tagliare questa situazione. Perché ministero e assessorato restino inattivi non ce l’hanno spiegato, nonostante l’avessimo loro chiesto ripetutamente. Forse hanno qualcosa da nascondere.
 
La Sicilia detiene il non commendevole record del 16,7% di impianti eolici di tutta Italia. È seconda, appena dopo la Puglia. Gli aerogeneratori sono disseminati su tutto il territorio isolano, ovviamente in cima a colline, perfettamente visibili a chi percorre strade e autostrade.
La parte che meno si conosce è che spesso questi impianti non hanno autorizzazione da parte del gestore della rete a fornire energia elettrica, in quanto non sono allacciati. Ma incassano regolarmente gli incentivi pubblici una volta realizzato l’impianto. Da informazioni assunte presso l’assessorato al ramo, risulta che vi sono circa 176 richieste pendenti che sono state collocate in stand by, in quanto la Giunta regionale ha deciso opportunamente di bloccare il rilascio delle autorizzazioni, già due anni fa, al momento del varo del Pears (Piano energetico ambientale regionale siciliano).

Com’è noto, i tre poli di massimo inquinamento della Sicilia si trovano a Milazzo, nel Triangolo della morte (Augusta, Priolo, Melilli) e a Gela. Ma proprio nel secondo, la pervicacia delle imprese, che hanno rovinato quel territorio, impedisce loro di fare quelle opere di bonifica ambientale indispensabili ed obbligatorie perché così ha stabilito la Corte di giustizia europea in più di un’occasione, l’ultima ribadita nel luglio dello scorso anno con un tanto semplice quanto efficace motto: Chi inquina paga.
Ritorniamo sull’inazione dell’assessore al ramo e del suo dirigente generale,  che di fronte agli atti omissivi di dette imprese non le mettono in mora, obbligandole a fare quanto è loro dovere. Comprendiamo che è difficile resistere alle azioni delle lobbies, ma non si deve cedere alle loro lusinghe e alle loro cagnottes.
Capiamo che tutti tengono famiglia, ma essa dev’essere alimentata e sostenuta in maniera pulita e non inquinata. I siciliani si aspettano atti di giustizia e rispetto sociale e non attese passive di chi li governa.
Nov
03
2010
Ritorniamo ancora sulla questione perché, pur passando decenni, non arriva la soluzione, com’è accaduto in Lombardia, Toscana ed altre regioni del Nord. La questione di fondo riguarda la malnata gestione dei rifiuti solidi urbani (Rsu) considerati come materie da bruciare, inquinando l’ambiente, e non materie prime per la produzione di energia (gas ed elettricità), con scarichi vicini allo zero. 
La questione dei termovalorizzatori di vecchia generazione, che alcune industrie del Nord volevano piazzare in Sicilia, è stata ben risolta dal presidente Lombardo, rescindendo i relativi contratti. Quei termovalorizzatori erano molto costosi, producevano un forte inquinamento ambientale ed erano molto grandi. Tre molto che giustificano pienamente la chiusura di Lombardo.
Ma il non fare non risolve il problema, che rimane tutto intero. Qual è? Quello di utilizzare i rifiuti come materie prime, in modo che nello stesso periodo (giorno) si producono e si distruggono.

In Sicilia vi sono quattordici discariche. Qualche dissennato responsabile delle istituzioni parla di individuarne altre, come se questa fosse la soluzione del problema. Mentre la legge 9/2010, che ha istituito le dieci nuove Ato e soppresso le vecchie ventisette (ancora tutto sulla carta), prevede una filiera dei rifiuti che parta dall’immagazzinamento in apposite aree e che prosegua attraverso un processo produttivo di gas ed energia, con un residuo molto basso. Il che significa che ogni provincia dovrebbe avere il suo impianto, dotato di discarica che, a ciclo continuo, smaltisca gli Rsu. Dunque, non solo non si devono creare nuove discariche, ma occorre chiuderne quattro per lasciarne solo dieci, tante quante sono le nuove Ato Spa.
Impianti industriali di ultima generazione per la produzione di energia che utilizzino come materia prima gli Rsu  ve ne sono diversi  e contano su brevetti internazionali. Si tratta ora di attivare subito le Ato Spa provinciali, in modo che si dotino immediatamente di tali impianti. In questo quadro rientra anche la raccolta differenziata, perché prima di portare i rifiuti nel magazzino dell’impianto di produzione di energia vengano recuperate le diverse materie prime.
 
Vi è una variante alla soluzione prospettata prima e riguarda la possibilità di insediare più impianti industriali di piccola dimensione a stella intorno al magazzino (ex discarica) dei rifiuti, in modo da creare alternative in caso di guasto di qualcuno degli impianti stessi. L’esempio negativo del termovalorizzatore di Acerra dimostra due cose: la prima che quell’impianto è molto inquinante, in quanto di vecchia generazione; la seconda che non riesce ad andare a regime, perché di grandi dimensioni.
Folle è l’idea di mandare i rifiuti in altre nazioni d’Europa con un costo di trasporto enorme (si parla di oltre 500 euro per tonnellata via treno e di oltre 250 euro per tonnellata via mare). Attualmente il conferimento nelle discariche arriva anche a un massimo di 109 euro, mentre se il conferimento avvenisse nel magazzino potrebbe scendere sotto i 50 euro per tonnellata.

Quanto precede, presenta un ulteriore vantaggio: mettere a gara di evidenza pubblica di livello europeo gli impianti industriali da connettere con i magazzini (ex discariche) di Rsu, in modo da assegnare l’impianto a chi offra minore impatto ambientale ed al prezzo più basso, per l’utilizzazione della materia prima (Rsu).
Il magazzino potrebbe essere gestito dalla stessa industria o da altra società che otterrebbe l’appalto mediante gara pubblica, fondata su due requisiti: il prezzo più basso nel ricevere gli Rsu ed il prezzo più basso per trasferire tali Rsu agli impianti industriali.
Come si vede da quanto andiamo scrivendo, la soluzione c’è, è economica e funzionale. Si tratta di copiare il modello già funzionante che esiste in diverse città d’Europa (Berlino, Monaco di  Baviera, Rotterdam).
Vogliamo ulteriormente precisare che nel mondo mediatico occorre trasformare la denominazione di termovalorizzatore o inceneritore in impianto industriale per la produzione di energia con materia prima (rifiuti).
Siamo convinti che così com’è impostato il problema tanti comuni ambirebbero ad avere un impianto industriale di questo tipo, perché porterebbe ossigeno alle casse dell’amministrazione e nessun danno ambientale per i cittadini.
Ott
09
2010
Il Presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, ha dimenticato che è il Presidente di tutti i siciliani, non dei privilegiati che sono stati chiamati all’interno dell’amministrazione regionale su raccomandazione di questo o quell’uomo politico. La delibera di Giunta 271/10 del 29 luglio ha stabilito di procedere all’assunzione con contratto a tempo indeterminato dei raccomandati. Con ciò escludendo i 236 mila disoccupati che hanno pari diritto a essere valutati per entrare nell’amministrazione regionale. Si tratta di una violenza civile, priva di ogni riferimento etico, in quanto favorisce 5 mila privilegiati e discrimina 236 mila disoccupati che hanno pari diritti.
Si fermi, Lombardo. Subito, prima che sia troppo tardi e consenta a chi ritenga di avere i requisiti di partecipare alle selezioni, e se è proprio necessario (ma non lo è) assumere ex novo altri 5 mila dipendenti in una Regione che ne ha in esubero altrettanti.

Il Lombardo quater è stato approvato informalmente con 46 voti (alla Regione non è prevista la fiducia). Una maggioranza esigua, debole e fragile. Tuttavia, volere o volare, la Giunta Lombardo deve innestare la quarta e procedere speditamente con il Piano di riforme alla base del suo quarto programma.
L’abolizione della incostituzionale lr 9/86 sulle Province, che vanno trasformate in Consorzi di Comuni ai sensi dell’articolo 15 dello Statuto siciliano, è un inizio. Ma occorre impostare la finanziaria 2011 tagliando 2,9 miliardi di sprechi, più volte elencati in queste pagine. è poi urgente la riforma della Pubblica amministrazione, affidando ai 28 dirigenti generali il compito di coordinare i 430 direttori di servizi e i 66 direttori d’area all’interno di un Piano aziendale della Regione, in atto inesistente. Ai dirigenti generali vanno affidati obiettivi precisi cui collegare i loro premi, senza sconti. Chi non raggiunge gli obiettivi non solo non deve avere il premio, ma gli si deve rescindere il contratto. Un modo serio per fare politica.
è poi indispensabile attivare le procedure di spesa per immettere liquidità nel mercato siciliano. Ci riferiamo, beninteso, alla spesa per investimenti e non a quella corrente che, ripetiamo, va tagliata con l’accetta. Occore quindi il Piano regionale delle infrastrutture che deve collegarsi ai Parchi progetto dei 390 Comuni.
 
L’insieme di progetti cantierabili deve ottenere in tempi rapidissimi i finanziamenti previsti da Ue, Stato e dalla stessa Regione, in modo che in pochi mesi si possano aprire migliaia di cantieri in Sicilia e con essi si possano offrire decine di migliaia di posti di lavoro. Ricordiamo che per ogni miliardo investito si aprono 8-10 mila opportunità di lavoro.
Vi è poi da rivedere con la massima urgenza il Pears (Piano energetico ambientale Regione Sicilia) che preveda la bonifica di quei territori fortemente inquinati a causa della produzione di raffinato fossile o di energia elettrica che utilizza ancora l’olio combustibile o pet coke, nonché la produzione di sostanze chimiche e fertilizzanti.
Assume particolare importanza la bonifica del Triangolo della morte ove, ancora oggi, vi è un indice quadriplicato, rispetto alla media nazionale, di morti per cancro e di nascite di bambini malformati. Tutto quel territorio va messo a norma, anche di sicurezza, senza pensare all’insano progetto del rigassificatore, che può essere approvato solo dopo che si sia provveduto a mettere in ordine il territorio, cioè fra dieci anni. Il nuovo assessore al ramo si legga bene le carte e faccia un sopralluogo personale prima di entrare nell’infernale strada che porterebbe a una dissennata approvazione del rigassificatore.

Altro capitolo urgente è quello della messa in sicurezza, dal punto di vista idrogeologico, di tutto il territorio montano nel quale insistono Comuni e frazioni. Non occorre aspettare tragedie come quella di Giampilieri per mettere in atto un programma di opere, con le quali si possono fare investimenti che aprirebbero tantissimi cantieri, in cui troverebbero lavoro molti degli attuali disoccupati.
Vi sono altre questioni importanti, più volte citate, che qui omettiamo. Ma una non possiamo sottacerla: a monte di tutto c’è l’urgenza che presidente e assessori governino ed esigano concretamente che i dirigenti generali escano dall’immobilismo. Anche loro innestino la quarta per velocizzare tutte le procedure, fare camminare i files (pardon, le carte), ottenere risultati. Di ciò ha bisogno la Sicilia: risultati, risultati, risultati. Ora.
Lug
20
2010
Ricordate il famoso romanzo di Margaret Mitchell, Via col vento? La frase che è rimasta in memoria a tanti è “Domani è un altro giorno e si vedrà”, ripresa in una famosa canzone di Ornella Vanoni. La storia è nota a tutti e riguarda la schiavitù negli Stati confederati del Sud ante la riunificazione degli attuali Usa. Perché Via col vento? Perché il vento porta in giro speranze e delusioni, circùita situazioni negative e ne riporta altre positive.
Il vento è fonte di energia ed è per questo che in questi ultimi decenni sono stati progettati e installati in tutta Europa aerogeneratori per catturane la forza.
Il business delle pale è molto appetito, perché gli impianti costano relativamente poco, hanno bisogno di modesta manutenzione e gestione, rendono molto. Sul business ha messo l’occhio la malavita organizzata che, molto sbrigativamente, ha cercato di esercitarlo in modo esclusivo. In Sardegna le indagini sono esplose in concomitanza delle inchieste sulla nuova P2, chiamata P3.

Risultano indagati il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci; uno dei coordinatori nazionali del Pdl, Denis Verdini; il direttore dell’Arpa Sardegna, Ignazio Farris; il commissario dell’Autorità d’ambito, Franco Piga e il commissario provinciale di Iglesias, Pinello Cossu. Mentre sono stati arrestati l’ex piduista Flavio Carboni, l’ex Dc Pasquale Lombardi e il costruttore Angelo Martino. L’inchiesta non si limita solo all’affare dell’eolico, ma ad ogni altro filone di appalti pubblici, anche attraverso le scorciatoie della Protezione civile. Ci riferiamo alle scorciatoie intendendo le ordinanze che, per supposte ragioni di urgenza o di somma urgenza, hanno tagliato procedure e controlli ordinari. Vedi gli appalti per la Maddalena dove si doveva tenere il G8 poi trasferito a L’Aquila.
La corruzione sta emergendo con grande virulenza e sembra del tutto fuori luogo il modo sbrigativo con cui Berlusconi la liquida. Come Bettino Craxi, quando il 7 febbraio del 1992 appellò come mariuolo il presidente del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, arrestato in flagranza di reato mentre intascava una tangente di 7 milioni di lire.
 
In Sicilia, il Governo Lombardo e l’assessore al ramo hanno bloccato le autorizzazioni a nuovi impianti eolici. Considerato che nella nostra Isola vi è il 16,11% di tutti gli impianti d’Italia e che vi sono regioni nelle quali non è installata neanche una turbina eolica, non si capisce perché si debba dare corso ad autorizzare nuovi impianti che deturpano in modo forte l’ambiente. è bene, quindi, che coloro i quali hanno presentato le domande si mettano il cuore in pace, perché questo business non s’ha più da fare.
Non si capisce un’altra cosa. Perché non si debba attuare il Pears (Piano energetico ambientale regionale siciliano) pur assoggettandolo ad una serie di modifiche che privilegino le fonti rinnovabili. In particolare, le fonti verdi (vegetale, geotermico, solare, fotovoltaico, biomassa e via enumerando) dovrebbero essere oggetto di progetti di sviluppo organico, in modo da produrre energia a basso costo e a basso inquinamento.

Come abbiamo più volte pubblicato, nella nostra Isola vi sono otto mila chilometri quadrati di terreni incolti o utilizzati con colture a basso reddito. Vi sono altri terreni che devono essere espiantati da viti, perché la Ue finanzia la dismissione delle coltivazioni di uva da mosto. Questi terreni potrebbero essere utilizzati per la coltura di piante, tra cui jatropha curcas, colza, mais, barbabietola, girasole e via elencando.
Vi è un dato che ci sorprende, come ci sorprese nel 1992, quando la bufera di Mani Pulite imperversava a Milano e la Sicilia ne risultava esente. Mi ricordo che scrissi un editoriale intitolato “Il ciclone Mani pulite arriva in Sicilia?”, pubblicato il 10 ottobre 1992, sottolinenando questa anomalia. Visto che qui il business dell’eolico è esteso, non si capisce perché dopo i preavvisi di bufera con gli arresti di Trapani, tutto si sia calmato e ora è ripresa la pressione sull’assessorato regionale competente per il rilascio di nuove autorizzazioni. Passata è la tempesta/odo gli augelli far festa. Ricordate Giacomo Leopardi?
Mar
31
2010
Sulla stampa e nelle televisioni si sente parlare delle Ato, società per azioni, come di soggetti maschili: gli Ato. Essendo invece delle Spa, ovviamente si tratta di un acronimo femminile. Perché questa precisazione apparentemente lessicale? Perché le Ato non hanno agito come soggetti di diritto privato, seppur controllate dai Comuni, bensì come strutture clientelari al di fuori delle regole del Codice civile e della buona amministrazione.
Le Ato Spa sono state fondate dai Comuni i quali sono rappresentati nell’assemblea dai sindaci o dai loro delegati. Esse hanno il compito di effettuare i servizi di raccolta e smaltimento dei rifiuti o il servizio idrico ove richiesto. Si tratta di società di gestione che hanno la possibilità di affidare a terzi il servizio o di gestirlo in house.
Le entrate sono costituite dalla Tarsu, a carico di imprese e cittadini proprietari o inquilini di abitazioni, addizionate dalle entrate provenienti dai Comuni ai quali le stesse società hanno effettuato il servizio pubblico.

Dall’altra parte, le uscite sono costituite dalla spese di gestione di rete e/o di quelle necessarie per l’affidamento a imprese. Il bilancio può essere previsto in utile o in pareggio, mai in perdita perché preventivato sulle entrate effettive e sulle uscite corrispondenti.
Così non è stato, le Ato Spa hanno maturato un miliardo di debiti, conseguenza di cattiva gestione sotto lo sguardo schifato dei cittadini sommersi di spazzatura.
Come è potuto accadere tutto cio? E soprattutto, perché? Gli amministratori, ricordiamo, nominati ai sensi del Codice civile, si sono fissati compensi sproporzionati; hanno proceduto ad assunzioni clientelari ingiustificate; non hanno attivato procedure coattive nei confronti dei loro clienti: cittadini, imprese, enti locali, contravvenendo così ad un preciso imperativo del Codice civile, senza che i collegi dei revisori (controllori) battessero ciglio. Uno sporco imbroglio maturato sulle spalle dei cttadini.
 
Chi pagherà il miliardo di debiti? Naturalmente quei fessi dei siciliani attraverso il bilancio regionale. Qualcuno degli amministratori andrà in galera per bancarotta fraudolenta? Ne dubitiamo. Perchè fino ad oggi nessuna Procura siciliana ha aperto fascicoli per le chiare notizie criminis provenienti da un comportamento illegale di amministratori e revisori contabili.
L’altra metà della mela è data dai sindaci, che si sono comportati in modo scorretto. Nella loro qualità diprimi cittadini sobillavano i propri utenti a non pagare la Tarsu; come responsabili dell’ente locale non hanno pagato il servizio; come componenti dell’assemblea delle Ato Spa protestavano perché gli amministratori non attivavano le procedure coattive nei confronti dei debitori. Un esempio di trasformismo deteriore, frutto della cattiva politica che ha rovinato la Sicilia.
Su questo sporco imbroglio ne saprete di più leggendo l’inchiesta a pagina 10. Il peggio della questione è che l’assessore competente per la vigilanza sul buon funzionamento delle Ato non ha fatto alcuna mossa, mentre avrebbe dovuto inviare gli ispettori per controllare le cospicue disfunzioni trasformatesi in vergogne sulle strade di tante città siciliane.

Ora il Governo regionale sta finalmente cercando di metterci una pezza. L’Assemblea ha approvato faticosamente gli articoli della riforma che riducono le Ato da 27a 10 (9 provinciali piu una per le Isole) ma, nel disegno di legge, non abbiamo ancora individuato le forti sanzioni nel caso gli amministratori non si comportassero secondo legge. Nè abbiamo intravisto alcuna norma per vietare l’assunzione di ulteriore personale e neppure l’obbligo per il cda di redigere un piano industriale secondo principi di efficienza indispensabili per governare una Spa.
Infine non abbiamo scorto cosa fare dei mille dipendenti in più che non possono certamente continuare ad albergare nella pancia delle nuove Ato, pena il loro proclamato fallimento in anticipo. Se la legge di riforma nasce male il problema non viene risolto.