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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Crisi

Lug
26
2012
La speculazione internazionale ha mandato avvisi a Germania, Finlandia e Olanda, forse gli Stati più forti d’Europa. Sta ignorando la Francia e continua ad attaccare Spagna, Grecia e Italia.
è illusorio pensare che l’Europa possa salvare qualcuno dei partner mandando a fondo gli altri. Bisogna rendersi conto che tutti i 17 Stati Uem sono sul Titanic. Qualcuno ai piani alti, qualche altro nella stiva, ma se affonda la nave affondano tutti. Pochi si salveranno.
Però i partner che hanno i conti in regola hanno meno da temere se contribuiscono al salvataggio di quelli che stanno in fondo. Naturalmente se questi ultimi hanno la voglia di rimettere i conti in ordine, prendendo atto che il tenore di vita delle proprie popolazioni è tornato indietro di dieci-quindici anni e che, quindi, bisogna ricominciare la salita.
L’Euro-Titanic non può schivare l’iceberg della caduta della moneta unica se tutti i Paesi non rientrano nei parametri del patto di Maastricht (1992). Ognuno di essi deve avere la consapevolezza che rimettere i conti in ordine è un’esigenza primaria.
 
In questi giorni la Camera ha approvato in via definitiva il fiscal compact, cioé il patto approvato a Bruxelles il 7 marzo 2012 che ha confermato il patto di stabilità firmato da capi di Stato e Governo il 25 marzo 2011. L’italia è la dodicesima nazione che approva il fiscal compact.
Esso impone di tagliare, dal 2013 al 2032 (vent’anni), la metà del debito esistente, in Italia pari a circa 980 miliardi di euro, in modo che il restante rientri nel 60 per cento del Pil. Il che significa che bisogna tagliare 45 miliardi l’anno evitando di emettere nuovi titoli di Stato per pari importo.
Quanto precede è fondato sulla premessa che dal 2013 vi sia il pareggio di bilancio, così come prevede il nuovissimo quarto comma dell’articolo 81 della Costituzione.
Il taglio del debito pubblico può essere fatto mediante alcune leve: inserire un’imposta sui patrimoni superiori a dieci milioni di euro, esclusi gli immobili già gravati dall’Imu, il che non farebbe aumentare la pressione fiscale, non sarebbe un gran peso per i proprietari di tali patrimoni, ma porterebbe nelle casse pubbliche alcuni miliardi.
 
Seconda: costituire un fondo pubblico nel quale fare confluire i beni immobiliari di Stato, Regione e Comuni - che superano i 500 miliardi e rendono solo lo 0,3% - che emetta obbligazioni garantite dallo Stato, con le quali acquistare nuove emissioni di debito pubblico. Ovviamente il fondo comune dovrebbe procedere a vendere gli immobili e terreni ricevuti alle migliori condizioni possibili.
Terza: spingere l’Europa ad approvare la Tobin tax. Già la Francia l’attiverà dall’uno agosto prossimo, sulle transazioni di azioni (e non di obbligazioni) delle società quotate in Borsa (Cac40). Gettito di un miliardo pari allo 0,2% degli importi.
Il versante più importante è quello della crescita per la quale ci vogliono risorse. Non potendo aumentare ulteriormente le tasse, è necessario tagliare la spesa pubblica prevista per quest’anno dal Def in 724 miliardi. Il primo decreto del 6 luglio 2012, n. 95 sulla revisione della spesa è stato un assaggio di meno di quattro miliardi, che il Governo ha chiesto di approvare in via definitiva entro il due di agosto. Il secondo decreto verrà approvato probabilmente i primi di agosto (sarà più corposo) ed il terzo alla fine di agosto.

Col recupero di queste risorse si può dar fiato all’economia aprendo tutti i cantieri per opere strategiche ordinarie, regionali e statali, si possono sostenere le imprese che abbiano progetti innovativi, si possono finanziare migliaia di iniziative di piccoli imprenditori che hanno validi progetti, ma non i relativi quattrini.
Altra leva è quella di riformare profondamente tutta la burocrazia. Persino in Emilia, dove le cose funzionano, Comuni e imprese lamentano che essa frena. La riforma deve prevedere l’inserimento dei due valori fondamentali, quali il merito e la responsabilità.
La recente sentenza della Corte Costituzionale ha annullato due provvedimenti sulle liberalizzazioni dei servizi pubblici locali, che sono una cancrena in quanto rifugio di trombati e raccomandati. C’è spazio, secondo l’indirizzo della Corte, per intervenire in direzione di una vera concorrenza pro cittadini. Occorre individuarlo subito.
Lug
11
2012
Quando c’è crisi, le aziende tagliano i costi del 20 per cento rendendo più efficiente l’organizzazione e sostituendo la qualità alla quantità. Fra l’altro eliminano qualche ramo secco e in extremis mettono i dipendenti in Cassa integrazione.
Lo Stato si comporta in tutt’altra maniera. La revisione della spesa stabilita dal Governo è di circa dieci miliardi, pari all’1,5 per cento della spesa prevista dal Def in 724 miliardi. Mentre è in balia del mercato il costo per interessi stimato in 84 miliardi, importo che sarà quasi certamente superato.
Il Governo si comporta in modo contrario all’interesse della collettività, che è quello di risparmiare tagliando la spesa improduttiva. Ovviamente ogni tagliato protesta, perché vorrebbe mantenere inalterata la rendita di posizione.
È vero che il ministro Giarda ha messo sotto osservazione un primo blocco di spesa pubblica per 100 miliardi, per poi, dice, ruotare i riflettori verso un altro blocco di spesa pubblica per 300 miliardi. Però il primo minitaglio è veramente deludente.

Il Governo ha annunciato di voler ridurre la pianta organica dei dirigenti di almeno il 20 per cento e quella dei dipendenti di almeno il 10 per cento. Di buone intenzioni è cosparsa la strada dell’inferno. Infatti se non si mettono in atto meccanismi rigorosi che procedano senza guardare in faccia a nessuno, il taglio della spesa avverrà in misura talmente esigua che non consentirà di recuperare risorse per non far aumentare l’Iva e per  investimenti.
Il nodo è proprio questo. Occorrono risorse per aprire i cantieri e agevolare gli investimenti produttivi, in modo che l’occupazione ricominci a crescere, la gente abbia più risorse a disposizione, e, seppur lentamente, i consumi ripartano.
Quando un’azienda deve tagliare il costo del personale, nel caso dell’industria ricorre alla Cig ordinaria e straordinaria. Fino a qualche tempo fa, la Cig per i dipendenti pubblici non esisteva. Poi è intervenuta la legge 183/2011 la quale, all’art. 16, prevede che i pubblici dipendenti in esubero possano essere collocati in disponibilità con l’80 per cento dello stipendio. Nonostante sia in vigore da otto mesi nessun ente statale, regionale o comunale l’ha utilizzata, pur nella necessità di ridurre le spese del personale.
 
I sindacati arretrati e corporativi hanno cominciato a strillare contro i tagli e non si rendono conto che difendere i privilegiati va contro l’interesse generale.
I loro leader, Camusso, Bonanni, Angeletti e Centrella, dicono una falsità: tagliare il numero di dipendenti pubblici significa tagliare i servizi. Non è affatto vero, tanto che per lo svolgimento di quasi tutti vi è una ridondanza di dipendenti amministrativi rispetto a coloro che effettuano i veri e propri servizi. Tagliare gli apparati, dunque, non significa per nulla tagliare i servizi, ma mettere in campana dipendenti non utili agli stessi servizi in attesa che vadano in pensione o si trasferiscano al settore privato.
È proprio questa la chiave di volta degli esuberi del settore pubblico: facilitare e promuovere il loro trasferimento verso il settore privato, ove, è noto, si lavora di più ed in modo più efficiente. Forse è proprio per tale motivo che a nessun dipendente pubblico passa per la testa di trasferirsi nel settore privato. Ma, se vi fosse costretto, se cioè fosse messo davanti al bivio, del tipo o vai a lavorare nel privato o vieni licenziato, probabilmente sarebbe indotto a fare la scelta giusta.

Quanto scriviamo conferma che il settore pubblico è privilegiato, diversamente nessuno vorrebbe restarci a tutti i costi. Tale privilegio deve cessare. Il sistema del lavoro fra pubblico e privato deve avere regole uguali, compresa la licenziabilità, di modo che ogni cittadino italiano sfrutti la migliore opportunità per se stesso: un’opportunità poggiata sul merito e la responsabilità, non sul privilegio e la raccomandazione.
Privilegio e raccomandazione che generano corruzione e disfunzione, mentre i pubblici impiegati dovrebbero sempre tenere a mente l’articolo 98, primo comma, della Costituzione, il quale recita che sono al servizio esclusivo della Nazione (e non a quello del padrino politico).
Nonostante l’obiettiva critica della modestia del taglio della spesa pubblica, è stato comunicato che Enrico Bondi, detto mani di forbice, abbia già individuato 36 miliardi di tagli. Attendiamo che si tramutino in risparmi effettivi.
Lug
04
2012
In Sicilia vi sono centinaia e centinaia di migliaia di dipendenti pubblici che lavorano poco, ma guadagnano più dei dipendenti privati. Nella pubblica amministrazione si è diffuso una sorta di assistenzialismo unito al menefreghismo, mentre vogliamo dare atto a moltissimi bravi dirigenti e dipendenti che fanno fino in fondo il proprio dovere con abnegazione e spirito di sacrificio. Però sono umiliati dal fatto che i loro colleghi fannulloni percepiscono gli stessi compensi.
In una situazione di crisi nera come quella siciliana, ben maggiore di quella nazionale, perché qui l’assistenzialismo l’ha fatta da padrone e ha impedito lo sviluppo di una classe imprenditoriale, occorre una svolta ed una testimonianza da parte di tutti i siciliani che lavorano, per esempio, con la rinuncia a una settimana di ferie.
È inconcepibile che in un quadro di questo genere vi siano dipendenti pubblici e privati che godano di 30/32 giorni di ferie pagate e su cui matura anche il Tfr, peggio ancora quando vi sono dipendenti con una settimana lavorativa di cinque giorni. Il che significa che per 32 settimane lavorano quattro giorni su sette.

In condizioni normali questo rapporto è accettabile, ma non quando c’è crisi, quando ci sono centinaia di migliaia di disoccupati, quando l’economia è in tilt, quando le casse della Regione e molte dei Comuni sono vuote.
In altre parole, occorre che chi non sta subendo la crisi o la subisce poco -  per esempio i pensionati d’oro e tutti gli altri pensionati della Regione che godono di un assegno per cui non sono stati versati i contributi (gente che percepisce normalmente 2/3 mila euro al mese con punte che arrivano anche a 40/50 mila euro al mese) - sia chiamato in causa. Gli assegni vengono pagati puntualmente, mentre ad essi dovrebbe essere applicato un contributo di solidarietà proporzionato tra il 5 e il 50%, in modo da rimettere nell’alveo di una equità generale tutti coloro che continuano a stare sopra tale equità.
Apparentemente sembra contraddittorio promuovere la rinunzia di una settimana di ferie di fronte a tutti i disoccupati. In effetti non lo è, tenuto conto del fatto che lavorare in quella settimana non comporta nessun costo addizionale, ma farebbe aumentare un pochino il Pil regionale.
 
La Sicilia non regge più chi lavora poco e non regge più tanti disoccupati. Ma non abbiamo sentito i sindacati dei dipendenti citare i macro-squilibri che ci sono tra il settore pubblico e il privato, come se essi difendessero i privilegi del primo senza migliorare la situazione del secondo.
Quando c’è una crisi nera come questa, i sindacati dovrebbero chiedere che il lavoro esistente venga distribuito anche a coloro che non ce l’hanno con una sorta di contratto di solidarietà, per cui ogni dipendente rinunzia a una piccola parte dei propri compensi, oltre una certa soglia, per consentire ad altri di avere un minimo di assistenza.
Ma questo è un rimedio terapeutico di una patologia diffusa. Il vero rimedio è quello di immettere sul mercato siciliano i miliardi disponibili dell’Unione europea, del ministero dell’Economia e della Regione che dovrebbe però sottrarli alla spesa corrente inutile e improduttiva.
Qui ci dobbiamo rimboccare le maniche tutti, giovani e meno giovani. Ma anche i disoccupati devono entrare nell’ordine di idee che i mestieri manuali sono socialmente apprezzabili, anche se faticosi. 

Mancano modelliste, confezionatrici, tagliatrici, ebanisti, muratori qualificati, idraulici, tecnici veri di software, programmatori e via elencando, per i quali ha fallito totalmente la formazione regionale che aveva il compito di attivare percorsi formativi, per ottenere persone veramente qualificate in possesso di competenze e professionalità.
Man mano che scorriamo l’elenco delle cose non fatte ci accorgiamo che non c’è un settore che funzioni, in questa Regione, perché il pesce puzza dalla testa e quindi anche il corpo diventa fetido. Così, imprenditoria e professionisti hanno le loro responsabilità perché si sono appiattiti sul ceto partitocratico cercando di ottenere privilegi e infischiandosene dell’interesse generale.
In genere, possiamo dire che tutta la borghesia siciliana ha fallito e ha rinunziato al ruolo innovativo e trascinatore. è ora che si svegli e adempia al compito etico che la storia le ha assegnato.
Nov
26
2011
La questione degli Eurobond è semplicissima: la Bce dovrebbe emettere dei titoli europei che via via sostituiscano quelli dei 17 Paesi partner dell’Unione europea.
L’idea è buona ma manca delle gambe per camminare. Infatti è impensabile la realizzazione di questo progetto se prima non vi sia un’armonizzazione dei sistemi fiscali di tutti i Paesi che hanno refluenze finanziarie e delle regole che debbono governare in maniera tassativa i bilanci pubblici di ogni partner.
È vero che il trattato di Maastricht (7 febbraio 1992) ha stabilito tre parametri per l’adesione: l’inflazione di ogni Paese nella media europea, il debito non superiore al 60% del Pil; il disavanzo (o deficit) annuale non superiore al 3% tra entrate e uscite a condizione che esso non faccia sforare il parametro precedente.
Ma questi parametri non sono stati supportati da sanzioni, per cui i partner meno avveduti li hanno allegramente sforati fino ad arrivare a livelli incontrollabili del debito pubblico, in Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda.

La Grecia ha falsificato i bilanci inviati all’Unione e quest’ultima non ha mandato i suoi ispettori per verificarli alla fonte.
Ma anche l’Italia ha manipolato i propri bilanci facendo apparire disavanzi annuali inferiori a quelli veri e comunque facendo aumentare il debito pubblico da mille miliardi del 1992 a 1.900 miliardi di quest’anno, quasi il doppio.
Le regole che dovrebbero essere imposte coattivamente ai 17 partner sono già rispettate dalla Germania e, in parte, da altri Paesi. Ma il meccanismo del contenimento non può essere affidato alla buona volontà. Il rigore deve essere una regola applicata da tutti, vogliano o non vogliano.
È in atto in gestazione un provvedimento sanzionatorio, secondo il quale il Paese che non osserva il pareggio di bilancio perde tutti i finanziamenti europei. Non sappiamo quando esso diventerà una direttiva cogente.
Il proposito dell’ex governo Berlusconi d’inserire in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio (la golden rule) è del tutto inutile: infatti, se vi fosse una direttiva in questo senso, l’Italia dovrebbe stare nei limiti senza bisogno di una norma costituzionale.
 
La Germania è come la formica. Ha una spesa pubblica essenziale, non cede ai clientelismi e ai favoritismi, investe molto in attività produttive e in opere pubbliche con la conseguenza che non ha deficit e che il suo debito rispetta il parametro di Maastricht.
La conseguenza più vistosa di tutto ciò è che paga bassi interessi al proprio debito pubblico, addirittura inferiori al 2%. I 500 punti di differenza dei Bpt italiani fanno costare al nostro Erario interessi in misura del 7%, pari a oltre 80 miliardi l’anno, un peso insostenibile per le casse pubbliche.
La Germania, dunque, non intende approvare l’emissione degli Eurobond se tutti i Paesi non rispettano la regola del pareggio di bilancio e, per coloro che hanno un debito sproporzionato (in Italia è doppio rispetto al parametro di Maastricht), un piano per abbatterlo entro 20 anni. Così è stato stabilito nel patto di stabilità del 25 marzo 2011 che non contiene sanzioni molto pressanti. 

La Lega è un partito territoriale che si è espanso in diverse regioni denominate da esso Padania, una località inesistente che ha il solo scopo di generare in quegli abitanti una sorta di amor patrio. Ma anche egoismi e violazioni: per esempio, quel 10% di agricoltori che non vuole pagare le quote latte nonostante il 90% lo abbia pagato, o quel 65% di pensionandi di anzianità che non vogliono sottostare alle regole europee e cioè andare in quiescienza a 67 anni.
Ma su una questione ha perfettamente ragione: la spesa pubblica per abitante deve essere uguale in tutta Italia, in qualunque regione e in qualunque comune. Ancora ragione ha la Lega quando afferma che loro non sono disposti a praticare una politica di rigore quando le regioni del Sud praticano una politica della spesa inutile e improduttiva.
È tutto qua il nocciolo della questione: le regioni del Sud, e qualcuna del Centronord, devono mettersi le carte in regola, cioè spendere solo ciò che serve per produrre i servizi, abbandonando la strada delle assunzioni clientelari e di tutti quei costi che non servono ai cittadini, ma a coloro che non hanno senso di responsabilità e valori etici. Una volta si diceva: “Mandateli al confine”.
Nov
05
2011
Quando ci sono crisi, catastrofi e grossi problemi, i soggetti più deboli e quelli mediocri vengono travolti. è una legge naturale, secondo la quale i più forti e i più bravi resistono e sopravvivono, anzi incrementano i loro spazi lasciati liberi dagli altri che se ne sono andati.

Quando la Natura viene aggredita reagisce contro gli aggressori. Le epidemie non nascono per caso e neanche le guerre. In entrambi i casi, muoiono migliaia o milioni di persone e si fa spazio. è inutile prendersela con le imperscrutabili regole della Natura stessa.

Quanto precede, per ricordare che  il 31 ottobre è nato il settemiliardesimo abitante del pianeta. Siamo veramente tanti, per cui bisognerà inventarsi nuovi modi per produrre più alimenti e più energia verde. Bisognerà inoltre che i Paesi sottosviluppati limitino le nascite, come peraltro stanno facendo i Paesi emergenti, tra cui Cina e India.


Le crisi fanno parte dell’andamento della vita umana e delle aggregazioni di persone. Quella che si è abbattuta sul mondo occidentale nel 2008, seconda per importanza dopo quella del 1929, è stata causata dall’incapacità dei governi occidentali di imporre serie regole al settore finanziario, nel quale l’arbitrio di  speculatori e banchieri ha innescato il disastro che stiamo subendo.

L’Unione europea monetaria ha preso seri provvedimenti nei confronti dei propri diciassette partner, costringendoli a rientrare nei parametri del trattato di Maastricht, tra cui: non oltre il 3% di disavanzo annuale e non oltre il 60% del Pil sul debito pubblico. La ferrea stretta è stata la condizione perché la Bce acquistasse titoli del debito sovrano delle nazioni più traballanti (Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia). Nel nostro Paese la stretta si è trasformata in tagli della spesa pubblica nazionale e di quella di Regioni ed Enti locali.

Seguendo la filiera, siamo arrivati alla nostra Isola. Qui Governo e Assemblea regionale sono messi con le spalle al muro. Ma fanno i sordi, perché non procedono con immediatezza a tagliare il 50% del costo della politica, a cominciare dall’abrogazione della L.r. 44/65 che parifica l’Ars al Senato e i relativi vitalizi.
 
I tagli dovrebbero proseguire allineando il contratto dei dipendenti regionali a quello dei dipendenti delle altre Regioni. Un intervento di equità sarebbe quello di istituire un contributo di solidarietà sui pensionati della Regione, pari alla differenza tra il loro assegno e quello dei pari grado delle altre Regioni.
Ulteriore taglio della spesa pubblica riguarda il numero dei dipendenti di Regione ed Enti locali, che non può essere superiore a quello delle Regioni del Nord, paragonandolo al numero degli abitanti. Per esempio: tremila in Lombardia per dieci milioni di abitanti, ventunomila in Sicilia per cinque milioni di residenti.
Altrettanto risparmio scaturirebbe dalla trasformazione delle attuali Province regionali in Province consortili o Consorzi di Comuni.
 
Abbiamo fatto un succinto elenco di risparmi per fare emergere con chiarezza grandi risorse che servirebbero per co-finanziare i progetti alimentati dai fondi Ue.
L’assessore regionale all’Economia, Armao, sostiene che i vincoli del Patto di stabilità limitano il co-finanziamento dei progetti. È vero se egli non procede a fare i tagli prima elencati. è falso se, invece, procede come il buon padre di famiglia nella linea da noi indicata.
La domanda è: Armao e il Governo di cui fa parte è riformista o conservatore? Vuole mantenere i privilegi esistenti o vuole tagliarli, per distribuire risorse ai siciliani mediante l’apertura dei cantieri?
Siamo al punto di svolta. è incomprensibile che si appostino in bilancio nove miliardi e mezzo quale differenziale tra tutte le entrate accertate e tutte le spese impegnate. Il che, tradotto dal burocratese, significa che vi sono progetti per altrettanta somma, incagliati da una burocrazia malsana e corrotta e dalla mancanza di doverosa vigilanza degli assessori.
Tutti costoro dovranno rendere conto ai siciliani, a meno che la Regione nel suo complesso non dia un colpo d’ala e intraprenda la strada virtuosa della sana amministrazione e dello sviluppo.
Nov
03
2011
Prendiamo una famiglia, nella quale il padre e la madre lavorando procurano le risorse finanziarie necessarie al buon andamento della stessa. Per un errore di educazione,  quattro figli, che hanno sempre vissuto nel benessere, spendono più di quanto i genitori incassano.
Accortisi dello squilibrio, i genitori decidono di tagliare le spese fra cui quelle dei figli. I quali non solo dovranno rinunziare al superfluo, ma anche ad altro non più compatibile col bilancio.
Se i genitori facessero un referendum fra gli stessi figli sul taglio delle spese essi sarebbero favorevoli o contrari? Verosimilmente contrari. La stessa mossa ha fatto George Papandreou, annunciando il referendum per sottoporre la politica dei tagli a coloro che sono colpiti dai tagli medesimi. Come chiedere se al tacchino piace il Natale.
La questione non ha alcuna logica politica e sociale, vi sono altre questioni dietro.  

Innanzitutto, secondo la legislazione greca, il referendum non può essere proposto dal presidente del Consiglio, bensì dal Governo, cosa che non è avvenuta. Poi, deve seguire una procedura non breve per arrivare alla consultazione. Ma in un periodo di alcuni mesi la Grecia cadrebbe nel precipizio, andando in default e uscendo dall’euro con conseguenze disastrose.
La strada del referendum è verosimilmente sbarrata per cui si deve supporre che Papandreou abbia contato sull’effetto annuncio, con un’azzardata mossa di poker per fare pressione (o ricatto) sull’Unione europea. Perchè pressione? Per ottenere i prestiti necessari al salvataggio della nazione ellenica, senza che il Governo e il Parlamento siano costretti ad ulteriori sanguinosi tagli della spesa pubblica.
Vi è anche una questione interna alla Grecia e cioè che la maggioranza perde pezzi e forse non è più maggioranza. Un Papandreou debole di fatto ha bisogno dell’appoggio dell’Ue, ma non può ottenerlo se non fa ulteriori tagli. Sembra un circolo vizioso senza uscita. Ma la soluzione verrà trovata oggi stesso, giovedi, nella riunione del G 20.
Non è in gioco la sopravvivenza della Grecia nè la crisi dell’Italia, bensì l’Unione monetaria.
 
In questo quadro, l’Italia non è in cattive condizioni. Ha un risparmio elevato, la disoccupazione media nazionale migliore di quella di Germania e Francia, il Pil in leggera crescita, ma non in decrescita, le imprese che incrementano l’esportazione, i consumi stabili anche se non crescono. Cos’è che non va? Quel mostro del debito pubblico, cumulato da governi, che si costituivano dopo le elezioni col maledetto sistema elettorale proporzionale, per cui i cittadini non decidevano mai prima chi dovesse governarli. Tuttavia, in questi diciassette anni di sistema elettorale maggioritario, il debito pubblico si è incrementato ancora.
Con l’ultima versione del Patto di stabilità (25 marzo 2011), la questione dell’aumento del debito sovrano si è chiusa perchè i mercati e gli speculatori hanno capito che potevano guadagnare molto, sfruttando questa situazione.

Berlusconi ha continuato a sottovalutare la gravità della situazione e a rinviare le riforme richieste nella lettera della Bce del 5 agosto 2011. Anche lui, come Papandreou, ha scherzato col fuoco ed ora rischia di restarne bruciato.
Per fortuna, il capo dello Stato, con la sua autorevolezza morale, sta costringendo lo stesso Cavaliere, il riottoso Bossi e la parte riformista dell’opposizione, a convergere sulle immediate misure che blocchino la speculazione. In questo tragico momento non importa chi faccia il proprio dovere. Importa che lo si faccia.
È insulso continuare a chiedere le dimissioni di Berlusconi quando il Parlamento deve votare a giro di posta la trasformazione degli impegni calendarizzati dal Governo e che vanno anticipati oggi e non domani.
Berlusconi è alla stretta finale: prendere o lasciare. Se prende, dovrà approvare la più grande serie di riforme del dopoguerra. Se lascia, passerà allla storia come uno gnomo che sa raccontare barzellette, tutta apparenza e niente sostanza. Papandreou e Berlusconi: due personaggi che la storia ci dirà di che pasta siano fatti.
Ago
04
2011
Lunedì 1 agosto il governo degli Stati Uniti ha risolto il problema del debito pubblico, 14.200 mld di dollari rispetto ai 14.624 del Pil (fonte Ocse, 2010), evitando così la dichiarazione di decozione. è noto a tutti che la partita non è stata di carattere economico-finanziaria, bensì politica. La guerra che hanno scatenato i repubblicani contro il presidente Obama ha come obiettivo la sua mancata prossima rielezione, come accadde al 41° presidente degli Stati Uniti, George Bush padre, il quale fu sconfitto al secondo mandato dal democratico Bill Clinton.
Mentre si è giocata questa difficile partita, il Paese nordamericano è stato sull’orlo della decozione anche se non ha raggiunto i livelli dell’Italia. Il limite massimo del debito pubblico è fissato per legge, ma ricordiamo, che tre presidenti degli Usa hanno elevato tale limite di volta in volta sino a raggiungere quello attuale.
La questione è stata di difficile soluzione, ma riteniamo che essa sia arrivata, perché il popolo americano ha fatto un’enorme pressione sul Congresso mediante mail e telefonate, affinché il buon senso prevalesse e si raggiungesse l’accordo tra il partito democratico al governo e quello repubblicano all’opposizione, chiudendo così una vicenda, diventata penosa. 

Se Atene piange, Sparta non ride. L’Ue ha i suoi problemi anche derivanti dalla debolezza della moneta americana, perché un euro forte penalizza le esportazioni, mentre, d’altra parte, subisce la pressione dei prodotti a basso prezzo che provengono dai Paesi emergenti, come Cina e India. Peraltro in Europa, l’area euro è limitata a 17 membri su 27, perché non tutti hanno trovato convenienza a inserirsi nello scudo monetario europeo. Per esempio, la Gran Bretagna che, nonostante abbia mantenuto la propria moneta, riesce a tenere in buon equilibrio i propri conti e beneficia del periodo thatcheriano in cui furono liberalizzati i servizi in favore dei cittadini con l’aumento della concorrenza, e privatizzati quasi tutti gli enti pubblici, sanità compresa.
La Norvegia, colpita dal grave attentato dei giorni scorsi, addirittura è voluta restare fuori dall’Unione europea. Ma quel Paese, grande un quarto più dell’Italia, ha una popolazione di appena 5 milioni di abitanti, quanti quelli della Sicilia, e ricchezze naturali e petrolio in abbondanza.
 
Di fronte alle debolezze dei due colossi, Usa ed Europa, i Paesi in via di sviluppo crescono senza sosta e acquisiscono aziende occidentali oltre che titoli di Stato con importi elevatissimi. Il che comporta che essi hanno nella propria facoltà la possibilità di condizionare Usa e Ue.
Lo scenario mondiale è così stravolto perché i forti di una volta stanno diventando deboli e i deboli, forti. In questo passaggio di poteri vi è lo stato di fibrillazione e di debolezza dell’intera economia mondiale di cui fanno le spese i Paesi del terzo mondo, ove la povertà regna sovrana, senza la speranza di poter essere sostenuti dai cosiddetti Paesi ricchi che stanno attraversando un guado particolarmente pericoloso.
Guardando indietro, e molto lontano, ci accorgiamo che nei millenni l’uomo ha sempre avuto periodi negativi, con morti e feriti, ma poi li ha superati. Fra questi, indichiamo le due guerre mondiali che hanno bruciato milioni di vite e infinite risorse economiche, sottratte all’aiuto che si poteva dare alle popolazioni povere.

Guardando il mondo come se ci trovassimo su un satellite, significa astrarsi dalla superficie terrestre ed avere una cognizione complessiva di come vanno le cose.
Certo, la nostra pochezza ed infinitesima dimensione ci rendono difficile questa visione. Tuttavia dobbiamo sforzarci di guardare ad ampio spettro quello che accade, augurandoci che sempre e comunque il buon senso prevalga. In effetti, spesso, i guai si moltiplicano perché fra gli uomini c’è malafede, egoismo e cattiva volontà. Se prevalesse la cooperazione e la collaborazione fra i governi dei popoli, molti problemi si potrebbero risolvere, mentre rimangono irrisolti.
Finché esisterà l’uomo vi saranno turbolenze, ma gli uomini di buona volontà debbono mantenere i nervi a posto e tentare di fare prevalere la ragione sulla forza. Non sempre ci si può riuscire, ma bisogna essere consapevoli di questa necessità, in modo da ridurre al minimo gli effetti negativi dell’egoismo. La realtà non va nascosta, ma affrontata con onestà.
Set
03
2010
Con il taglio delle risorse a disposizione di Regione e Comuni siciliani, di fatto la possibilità di manovra di chi gestisce le aziende pubbliche - in particolare l’assessore all’Economia, Michele Cimino, e quella dei 390 sindaci - è quasi pari a zero.
Ma c’è una grandissima possibilità per accelerare lo sviluppo, e cioè aprire il cantiere Sicilia in ognuno dei 390 Comuni, per costruire infrastrutture nuove, restaurare le altre, completare quelle che perennemente sono a un passo dall’apertura.
è inutile ripetere ancora una volta quali siano le infrastrutture regionali e locali urgenti, senza le quali non vi è mobilità di cose e persone, sicurezza dei territori, sanità dell’ambiente, soddisfazione dei bisogni dei cittadini, soprattutto di quelli meno abbienti che hanno bisogno delle istituzioni per soddisfare le loro necessità, anche le più esigue.
è difficile individuare e quantificare, da parte degli assessorati regionali competenti, quali possano essere i bisogni dei singoli Comuni, se non sono essi a indicarli.

Ma una cosa gli assessorati regionali possono fare (e dovrebbero fare): chiedere in modo perentorio ai 390 sindaci il loro Parco progetti, cantierabili e perciò finanziabili.
Abbiamo pubblicato interviste a sindaci di diversi Comuni, e continueremo a farlo, per chiedere loro copia del Parco progetti, cantierabili e finanziabili, ma fino a oggi nessuno ce l’ha inviato.
Com’è possibile, chiediamo all’opinione pubblica, che chi ha la responsabilità di gestire un ente locale, di fronte ai pressanti bisogni che vengono dai propri cittadini, non elabori un Parco progetti, cantierabili e finanziabili, sapendo che si possono  ottenere le risorse necessarie per aprire i cantieri?
Com’è possibile, chiediamo all’opinione pubblica siciliana, che vi siano sindaci che non hanno capito che per ogni cento milioni di euro investiti in infrastrutture si aprono più di mille opportunità di lavoro?
Com’è possibile, chiediamo all’opinione pubblica, che vi siano sindaci che non hanno capito che il miglioramento della qualità della vita della propria città dipenda da una gestione ordinaria dei servizi?
 
Beninteso, vi sono tanti sindaci che queste cose le hanno capite e li invitiamo a inviarci copia del Parco progetti che hanno spedito alla Regione con la data della mail di accompagnamento. Con l’occasione potranno comunicarci di avere informatizzato tutti i loro servizi e inviarci il Piano aziendale nel quale vi sia un giusto equilibrio fra risorse professionali e finanziarie per ottenere migliori e maggiori servizi.
Assicuriamo a questi bravi sindaci (e siamo certi che ve ne sono) che daremo integrale pubblicazione dei documenti. Certo, se non dovessero pervenirci, saremmo autorizzati a ritenere che bravi sindaci non ve ne siano. Ma non vogliamo crederlo.
Non possiamo più tollerare la differenza di qualità amministrativa fra i sindaci leghisti e quelli siciliani. Il partito di Bossi è in forte crescita perché ha coltivato una classe dirigente giovane, formata nei piccoli enti locali: da consigliere comunale a consigliere provinciale, da consigliere ad assessore della Regione, e perfino a presidente di Regione e ministro.

L’azione di Roberto Maroni, ministro dell’Interno, è commendevole e approvabile. Ha dato fiducia alle Forze dell’ordine e alla Guardia costiera con il risultato di avere inferto colpi mortali alla malavita organizzata e quasi del tutto cancellato l’immigrazione clandestina. Vorremmo che avesse adesso il coraggio di Sarkozy nel rinviare tutti coloro che non hanno diritto di stare legittimamente sul nostro territorio alle loro patrie, dove potranno fare quello che crederanno opportuno.
In questo quadro, i sindaci siciliani devono prendere iniziative, cioè controllare il territorio dagli abusi che commettono gli immigrati clandestini, dagli abusi che commettono i cattivi siciliani nei confronti degli immigrati clandestini (pensiamo al lavoro nero) e dall’utilizzazione di tanti poveracci che si devono nascondere, anche da parte della malavita organizzata.
L’ordinaria amministrazione è il massimo che un sindaco siciliano deve perseguire. Se non sa come fare vada a copiare modelli funzionanti che esistono, per esempio, in Svizzera, Germania e Francia.
Gen
05
2010
Più volte abbiamo denunciato l’enfatizzazione di una crisi vera, ma in dimensioni molto minori di quanto certi poteri forti e certa stampa contigua hanno strombazzato ai quattro venti, più per spaventare i cittadini che per fare informazione obiettiva e completa.
Abbiamo assistito a un boom di acquisti, sia natalizi che da quando sono cominciati gli sconti, il due di gennaio. Chilometri e chilometri di file, negozi pieni, commercianti soddisfatti, spesa per consumi in aumento rispetto al 2008.
Solfa diversa si è verificata in Sicilia, ove vi è un reddito pro-capite dimezzato rispetto a quello della Lombardia, ma in compenso ove vi è un assistenzialismo integrato a un clientelismo parapolitico che tiene tutto il sistema economico regionale in stand-by. Il divario si è manifestato anche questa volta, e continuerà ad aumentare, se il Governo di Lombardo non metterà mano con urgenza alle riforme strutturali.

La Sicilia è stata sempre in crisi dal dopoguerra, per tre cause più volte denunciate da questo giornale: la prima riguarda il comportamento provinciale della classe politica, che non ha pensato a un progetto di alto profilo per lo sviluppo del sistema economico siciliano, basato su concorrenza, trasparenza e merito. La seconda, è la subordinazione del ceto economico e professionale ai colonizzatori del Nord. La terza, riguarda il livello di generale deresponsabilizzazione del ceto dirigenziale pubblico che solo in pochi casi ha fatto valere competenza e indipendenza dai propri padroni politici, anche se la lr 10/2000 ha sganciato completamente l’attività amministrativa da quella del Governo.
La crisi perenne della Sicilia non potrà cessare se non si volta pagina. Certo, non è un bell’esempio avere proceduto alla stabilizzazione di 2 mila dipendenti della Regione e alla proroga di 3 mila contratti a tempo determinato, anche se soltanto per 3 mesi. Stabilizzazione e prorogatio, in limine mortis del defunto anno 2009, cioè avvenute con decreti del 31 dicembre.
 
Abbiamo più volte sottolineato che la Regione, qualora lo ritenga, può fare assistenza e può erogare ammortizzatori sociali, ma non deve camuffarli da servizi pubblici. Chiediamo agli assessori al ramo e ai dirigenti al ramo sulla base di quale Piano industriale, dipartimento per dipartimento, abbiano determinato che occorrono questi 5 mila dipendenti.
Sol che facciamo un paragone con la Regione Lombarda, che ne ha 3.251, notiamo che la Sicilia (21.104 fra dipendenti a tempo indeterminato e a tempo determinato) ne ha ben 17.853 in più. Non sapremo poi, fra tre mesi, come la Regione potrà rinnovare ancora questi contratti, atteso che la legge Brunetta vieta tassativamente l’ingresso nella Pa per via diversa dai concorsi pubblici, i quali, a loro volta, non possono essere banditi se non c’è un Piano industriale che indichi il fabbisogno (qualità e quantità) di figure professionali.

La riforma della burocrazia è fondamentale per l’attuazione di tutte le altre riforme, naturalmente una burocrazia totalmente informatizzata e messa in rete in modo da colloquiare con imprese, cittadini ed Enti locali esclusivamente per via telematica.
Ma già dai primi vagiti di quest’anno, si profila un disastro perché tre quarti degli uffici regionali, centrali e periferici ancora chiedono carta, carta e carta. Addirittura vi sono dipendenti che non sanno come dal primo gennaio sia entrata in vigore, obbligatoriamente, l’uso della Pec (Posta elettronica certificata) e l’invio delle fatture di forniture di beni e servizi esclusivamente per via telematica e si permettono, come comuni cialtroni, di pressare utenti e fornitori affinché inviino lettere, fatture e raccomandate con la carta. Un’autentica vergogna che i neo 26 dirigenti generali devono stroncare immediatamente.
La situazione è peggiore nel sistema degli enti locali (390 Comuni e 9 Province) ove direttori generali e segretari generali non hanno provveduto, nel 2009, ad attivare i sistemi informatici e i loro siti internet per fare scorrere i servizi da e verso i richiedenti.
Bisogna cambiare subito registro per mettersi a funzionare come la Regione Lombardia. La squadra dei dg regionali e di quelli sanitari è di buon livello, ma la responsabilità, non solo penale, è individuale. Le scuse e le parole stanno a zero.