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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Giovanni Pitruzzella

Mag
03
2012
Quando Antonino Pulvirenti ha fondato Wind Jet, abbiamo sostenuto l’iniziativa coraggiosa e perfino temeraria. In un mondo di giganti dell’aria, il Davide può avere possibilità di successo se ha un’organizzazione molto snella, costi fissi bassi, e offre una qualità superiore ai Golia. Non sappiamo se la compagnia catanese abbia avuto questi requisiti essenziali, ma abbiamo assistito a una crescita vorticosa di attività, con l’istituzione di tratte aeree per raggiungere gli aeroporti più disparati.
Certo, l’aumento del carburante è stato una componente negativa dei bilanci che tutte le compagnie hanno dovuto sopportare, ma che forse, per una piccola compagnia, diventa quasi intollerabile. Fino al 2011 sembra che i passeggeri trasportati abbiano raggiunto la cifra di 2,6 milioni, come riportato dal sito dell’Enac, e la perdita di esercizio dovrebbe attestarsi sopra i 3 milioni di euro, cifra che verrà confermata o meno non appena verrà depositato il bilancio alla Camera di Commercio.

L’aumento vorticoso delle destinazioni poteva avere una logica imprenditoriale oppure una seconda logica: gonfiare la compagnia per poi venderla, cosa che un imprenditore ha l’assoluta libertà di fare. Ma c’è un “ma”: quando quest’operazione può danneggiare i cittadini, vìola il principio dell’interesse generale e, quindi, comporta un’autorizzazione da parte dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.
Pulvirenti ha stipulato un accordo di massima con Andrea Ragnetti, amministratore delegato di Alitalia, per la cessione delle azioni di Wind Jet alla Cai. Con questa operazione Alitalia diventerebbe titolare degli slot, fra cui quelli più appetibili riguardano l’aeroporto di Catania.
L’incorporazione o il controllo di Wind Jet comporta anche l’incorporazione e il controllo della tratta Roma-Catania che è la più ricca del mercato nazionale, più ancora che la Linate-Fiumicino.
Ora, mentre sulla Milano-Roma si è aperta la concorrenza vera, con ben due compagnie ferroviarie ad alta velocità (Trenitalia con Frecciarossa e Nuovo trasporto veloce con Italo), per cui vi è ampia facoltà di scegliere fra terra e cielo, fra Catania e Roma l’unico mezzo agibile è l’aereo, perché hanno tagliato i treni a lunga percorrenza e in auto non si può andare.
 
Dunque, abbiamo solo l’aereo per andare a Roma. Alitalia già pratica tariffe di un certo peso, salvo i pochi posti che mette sul mercato a prezzi promozionali, Wind Jet, invece, ha fatto il suo lavoro di compagnia low cost e ha consentito i viaggi di andata e ritorno a prezzi adeguati.
Fermo restando che nessuno può obbligare un imprenditore a tenere in vita la propria impresa. Se non ce la fa, chiude i battenti e la mette in liquidazione o, se in dissesto, porta i libri in tribunale. In questo modo si liberano gli slot e possono venire sulla tratta Roma-Catania compagnie low cost internazionali come Easy Jet, Ryan Air e altre, pronte e liete di assorbire questo traffico.
Una cosa che non può fare l’imprenditore è quella di trarre profitto da una situazione negativa, come fecero a suo tempo gli imprenditori che rilevarono la parte attiva della vecchia Alitalia. Complice o artefice Berlusconi, la stessa ha scaricato sull’erario, cioè su noi cittadini, tra i 3 e i 4 miliardi di perdite e ha messo in una sorta di cassa integrazione 5 mila dipendenti, che stanno ricevendo lo stipendio senza far nulla per sette anni: un’autentica vergogna.

Non ci sembra che il pre-patto tra Alitalia e Wind Jet abbia molte speranze di andare a buon fine perché il rigorosissimo presidente dell’Antitrust, professor Giovanni Pitruzzella, quando il fascicolo verrà istruito, dovrà esprimersi su una situazione chiarissima: la mancanza di volontà di proseguire l’attività della compagnia catanese che però vuole impedire ad altre aziende di sostituirla, con beneficio dei cittadini. Né può essere messo sul piatto il solito ricatto occupazionale: 441 lavoratori catanesi a spasso perché, se Wind Jet chiude, verranno altre compagnie a sostituirla, sempre con prezzi low cost,  che assorbiranno tale manodopera.
L’Antitrust ha bloccato la fusione fra le assicurazioni Unipol e Fonsai. Anche lì vi era il ricatto occupazionale. Un precedente da tenere presente nella vicenda Alitalia-Wind Jet. Vito Riggio, presidente dell’Enac, ha acceso i riflettori sull’operazione: un’ulteriore garanzia che i siciliani non verranno penalizzati ancora una volta.
Nov
24
2011
La Corte dei Conti ha stimato che la corruzione costa, in Italia, circa 50 miliardi di euro. Non ha aggiunto che essa sia ben maggiore per l’effetto moltiplicatore sull’economia.
Vi è un enorme danno che consiste nelle turbative e nelle perturbazioni del mercato. Se un’asta per l’assegnazione di opere pubbliche viene truccata, la conseguenza è che il costo dell’opera sarà molto maggiore per compensare le tangenti che andranno ai pubblici amministratori, ai tecnici e - perché no? - in un maggior guadagno per l’impresa.
Se un servizio pubblico non viene dato in appalto, com’è il caso dei servizi locali, la condizione di monopolio consente di ricavare prezzi ben più elevati di quelli di mercato, con la conseguenza che si formano risorse da distribuire fra tutti quelli che stanno nel giro. Se società pubbliche emettono fatture con importi gonfiati, i relativi importi in nero servono per alimentare coloro che faranno favori.
Lo scandalo Enav, quello di Finmeccanica e le altre decine di scandali verificatesi in questo anno, fanno vedere come i valori etici siano sconosciuti in molti amministratori pubblici, statali e locali, e tutti tendano a realizzare profitti personali sotto forma di corruzione.

La corruzione è estesa in tutta Italia, dalla Lombardia alla Sicilia. Ma il cuore del malaffare cancerogeno è a Roma, ove nei Ministeri si stabiliscono le tangenti corrispondenti ai favori. Le tangenti non necessariamente sono in danaro, ma anche sotto forma di assunzione di parenti e affini, di vendita di barche a società pubbliche con un sovrapprezzo, di acquisti di appartamenti con vista sul Colosseo a un prezzo pari a quello di un corrispondente immobile di un paesino. E così via.
La fantasia di corrotti e corruttori è infinita, anche perché, nel sottobosco di germi e batteri, le infezioni si estendono senza limiti. Tutto ciò accade perché il tessuto della Pubblica amministrazione e del ceto politico non ha in sè i necessari anticorpi per distruggere germi e batteri della corruzione e, andando ancora a monte, la causa primordiale è l’assenza di cultura dei responsabili istituzionali e burocratici, che passa attraverso la lettura di almeno mille libri.
 
La corruzione provoca un ulteriore danno: la distorsione delle regole di mercato e di concorrenza. Il nuovo presidente dell’Autorità, Giovanni Pitruzzella, siciliano doc, prende una grande eredità che gli lascia il bravo Antonio Catricalà, passato rapidamente, armi e bagagli, a quel ruolo delicatissimo, già ricoperto da Gianni Letta, di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e segretario del Consiglio dei ministri. Se Monti farà onore ai suoi impegni, dovrà fornire l’Autorità di strumenti legislativi tali da combattere oligopoli e monopoli.
Proprio la concorrenza è l’antidoto alla corruzione. Dove c’è concorrenza i prezzi calano e quando i prezzi calano non c’è spazio per le tangenti. è dunque, al di là delle regole etiche, proprio la concorrenza, inserita in dosi massicce nel mercato, che contribuirà a ridurre la corruzione. Si tratta di prendere atto della rapidità con cui l’Autorità guidata da Pitruzzella potrà agire, fornita dei nuovi strumenti legislativi.

C’è un altro mezzo efficace per combattere la corruzione, in modo capillare, e riguarda la presenza, negli Enti locali, del Nucleo investigativo affari interni (Niai). In quasi nessuno degli 8.080 Comuni italiani esiste e questo impedisce di svolgere le opportune e continue indagini all’interno di ogni Amministrazione, ma non c’è neanche nei Ministeri e nelle Regioni.
In assenza di un controllo sistematico sull’efficienza dell’amministrazione, la corruzione emerge solo quando ci sono delle denunce, di cui poi si occupano le Procure della Repubblica.
In questo modo, l’emersione della corruzione non è sistematica, ma sporadica. Per ogni caso che viene fuori, ve ne saranno cento o mille che rimangono nascosti, il che è veramente un guaio. Nel mondo anglosassone e negli Stati Uniti vi è sempre un ufficio degli affari interni, in ogni amministrazione pubblica, e infatti là vi è meno corruzione che da noi.
Anche in questo caso, per ciò che riguarda il nostro Paese, è assente la volontà politica di procedere per istituire un sistema di controllo efficace e continuo. Sarà perché anche corrotti e corruttori votano.