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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Investimenti

Lug
27
2012
Più che l’enorme debito pubblico, più che la montagna di spesa pubblica, più che la chiusura dei cantieri per opere pubbliche, più che l’influenza delle corporazioni che impediscono la concorrenza, più che la pressione dell’alta dirigenza pubblica che non vuole semplificare e farsi controllare, più di tutto questo, è l’incertezza che rende lo scenario italiano cupo. Tale questione è centrale, per comprendere l’accanimento del mercato e della speculazione contro il debito pubblico italiano e, in generale, contro il nostro Paese.
Il Professore sta attuando, seppure con lentezza, la revisione della spesa. Il primo decreto di quattro miliardi di risparmi, che ha consentito il rinvio dell’aumento dell’Iva dal primo ottobre 2012 al primo luglio 2013, sta per essere convertito in legge. Sono in via di approntamento altri due decreti ben più corposi di tagli chirurgici, che comprendono le dismissioni del patrimonio, che saranno approvati ai primi di agosto e alla fine d’agosto.

La revisione della spesa, portata dal secondo e terzo decreto, dovrebbe fare emergere risorse finanziarie atte allo sviluppo. Che, però, non può attivarsi, se contestualmente non vengono approvate altre riforme in materia di concorrenza e di semplificazioni procedurali.
Vi è poi l’ulteriore riforma in materia di riorganizzazione ed innovazione di tutta la burocrazia (statale, regionale e comunale), che è la palla al piede dello sviluppo, per trasformarla in propulsore dello sviluppo.
Anche se quanto precede venisse realizzato, tuttavia, non sarebbe bastevole a respingere con fermezza ed efficacia l’attacco dei mercati sui nostri titoli pubblici.
Infatti, essi guardano la prospettiva, cioè il medio periodo. Si chiedono se il Governo che succederà a quello attuale, dopo la scadenza naturale del 2013, saprà proseguire sulla strada virtuosa dei conti in ordine e della contestuale crescita.
è proprio l’incertezza del domani istituzionale che fa mantenere l’attenzione del mercato sui nostri debiti, con la conseguente speculazione che mantiene alta la differenza di tasso tra i nostri bond e quelli tedeschi. Questo problema va risolto, al più presto.
Paradossalmente, la Grecia e la Spagna, sotto questo profilo, stanno meglio di noi perché entrambe hanno appena eletto le loro maggioranze e i loro Governi, che dureranno tutta la legislatura. Anche la Francia ha appena eletto presidente della Repubblica e maggioranza, che dureranno cinque anni.
I mercati non continuano la loro azione speculativa quando sanno che le istituzioni sono ferme e durature. Ecco perché, segretamente, sembra che il presidente Napolitano, lo stesso Monti e la strana maggioranza ABC stiano prendendo in esame la possibilità di votare in autunno.
Ma questa ipotesi può realizzarsi solo nel caso che i tre leader convengano di fare un listone unico con a capo Monti e il suo Governo che, in questo caso, non potrebbe più chiamarsi tecnico. Naturalmente, nello stesso Governo dovrebbero esserci i leader dei tre raggruppamenti o loro delegati. è questa un’ipotesi inverosimile? Non lo sappiamo. Sappiamo che sarebbe un’ottima via d’uscita.
 
Non si può pensare che il tacchino aspetti con ansia il Natale. Neanche che l’alta e la media burocrazia si privino dei privilegi che hanno come contropartita un enorme danno per i cittadini. è la classe politica nel suo insieme, sostenuta dalla parte sana della borghesia (vi è una parte marcia che fa affari con i partitocrati) che deve tagliare le unghie ad alti e medi burocrati, responsabilizzandoli totalmente in base ai risultati che devono conseguire, applicando con la massima obiettività e severità la scure della risoluzione dei contratti, nel momento in cui tali risultati non vengono raggiunti, per qualsiasi motivo.
Ovviamente la classe politica deve dare l’esempio di moralità e di responsabilità, senza di che non può imporre una linea che pensi, come sosteneva De Gasperi richiamato da Monti, alle generazioni future.
La questione è tutta qua. Occorre mettere nelle istituzioni statali, regionali e locali etica, moralità, efficienza, capacità. Con questi valori si respingeranno gli attacchi del mercato e si rimetterà l’Italia nelle condizioni di funzionare.
Ago
03
2011
La nostra Isola, si sa, è maestra delle chiacchiere, maestra della politica vuota, maestra delle incompiute, di cui La Padania ha pubblicato un vergognoso elenco, vero purtroppo. Si sommano inconcludenza, vanagloria e incapacità per formare una miscela del non fare. Dall’Ospedale di Lentini, alla statale 640 di Agrigento, dove i lavori procedono con grande lentezza. E nel lungo elenco delle incompiute siciliane figurano anche il Velodromo di Paternò, l’orfanotrofio di Enna e numerose opere nel territorio di Giarre.
Per attivare i cantieri di opere pubbliche indispensabili ci vogliono tempi immemorabili. Le ultime due che vogliamo citare sono l’Aeroporto di Comiso e l’autostrada Ragusa-Catania.
Nel nostro forum del 13 marzo 2010 il presidente dell’Enac, Vito Riggio, ci confermò che per quanto riguardava il suo Ente non vi erano problemi burocratici, tanto che prevedeva l’apertura ai voli sin dal luglio 2011, cioè dopo poco più di un anno. Siamo ad agosto e la Soaco, società che gestirà lo scalo, prevede di poter aprire ai voli entro l’estate del 2012. Staremo a vedere se quest’altra scadenza verrà rispettata.

Sulla Rg-Ct si sono scritti romanzi. Un’opera che costerà intorno a un miliardo e che attiverà circa 10 mila posti di lavoro. Peccato che tutti fanno a gara per ostruirla. Un tiro al piccione, per bassi interessi di bottega, che impedisce l’apertura dei cantieri, urgente come ben tutti capiscono.
Vi è un’altra opera stradale, non secondaria, di cui nessun giornale parla ed è la bretella fra tale autostrada e l’aeroporto. Come ci ha detto il presidente della Provincia di Ragusa, Giovanni Antoci, in occasione del forum del 17 maggio scorso, il suo Ente “ha predisposto la progettazione esecutiva”, ma i cantieri non sono ancora partiti. Certo è che senza bretella, da aprire contestualmente all’aeroporto, ci sarà un appesantimento del traffico anche per chi proviene da Catania.
Vi è poi l’annosa questione del completamento della Siracusa-Gela, arrivata a Rosolini, neanche in buone condizioni. Anche in questo caso, non vediamo la necessaria rapidità per aprire i cantieri in modo che nel giro di qualche anno essa possa essere completata.
 
Mentre da noi si chiacchiera, in Lombardia operano. Il 22 luglio 2009 è stato dato il via alle ruspe per la costruzione della Brebemi, l’autostrada bis che collegherà Brescia, Bergamo e Milano. Un’opera strategica per la mobilità lombarda che ha già raggiunto metà del percorso e fra due anni sarà aperta al traffico. Il termine è certo perché, per quell’autostrada, lo Stato non ha dato finanziamenti, essendo realizzata totalmente in project financing con una spesa di 2,4 miliardi da parte di banche e soci privati.
Tutto ciò assicura puntualità di consegna e attivazione del traffico, in quanto la società di gestione ha interesse a riscuotere il pedaggio il prima possibile. Lunga 62 chilometri, attraversa cinque province e 43 comuni. Attorno a essa verranno realizzati ulteriori 40 chilometri di viabilità di connessione o compensativa, tra cui la completa riqualificazione, a livello di autostrade urbane, delle provinciali Cassanese e Rivoltana, arterie assediate dal traffico caotico.
La Brebemi sarà dotata di barriere antirumore con interventi di fitodepurazione e biomassa, le dune saranno mascherate, si realizzeranno piste ciclabili e interventi di sistemazione vegetale lungo tutto il percorso.

Sul versante degli investimenti produttivi, la Regione Lombardia e la Bei (Banca europea per gli investimenti) hanno stipulato un accordo per mettere a disposizione delle Pmi lombarde una cifra di 500 milioni di euro, con interessi inferiori a quelli di mercato. Questa disponibilità finanziaria attirerà nuovi investimenti produttivi e creerà altri posti di lavoro.
La questione importante, al di là del finanziamento vero e proprio, riguarda la velocità con cui la Regione Lombardia si è impegnata a sostenere le richieste di autorizzazione per innestare i processi di industrializzazione: è proprio questo l’aspetto fondamentale del continuo movimento espansivo di quella regione, già locomotiva del sistema economico italiano.
I due esempi che abbiamo riportato sono lontani anni luce dal modo di agire della Regione siciliana. Riflettiamoci.
 
Ago
02
2011
La crisi del 2008 ha portato l’Unione a stringere i freni su tutti i propri 27 partner, che non hanno le carte in regola, ossia che non rientrano nei tre parametri di Maastricht: rapporto Pil-debito (60%), rapporto Pil-deficit (3%), inflazione non superiore alla media. L’accordo è stato riversato nel Patto di stabilità 2011, con cui si sono chiuse le saracinesche a tutti gli Stati viziosi. Cos’hanno fermato le saracinesche? Le spese eccedenti l’equilibrio di bilancio, quelle che creano il disavanzo annuale che si somma al debito sovrano.
Bloccata per sempre la porta della svalutazione, come facevano molti Stati ante euro, e bloccata la seconda porta delle uscite, ogni Paese è incatenato e costretto a diventare virtuoso. Intendiamoci, non una virtù straordinaria o paradisiaca, bensì una virtù ordinaria, che serva a bene amministrare le proprie risorse e a non spendere di più di quanto si incassi.
Ecco la vera svolta obbligata cui debbono necessariamente sottostare tutti i Paesi che fino a oggi si sono indebitati oltremisura per alimentare clientelismo, favoritismo e corruzione.

Sarà inesorabile, per Regione ed Enti locali, procedere alla riorganizzazione dei propri servizi, per cui saranno costretti a redigere il Piano aziendale anche in virtù delle regole imposte dal già citato Patto di stabilità.
Continuare con la manfrina, con le lamentazioni, col pietismo e altri umilianti comportamenti non fa altro che moltiplicare l’indignazione dei siciliani, i quali si rendono finalmente conto che il ceto politico e burocratico, nonché le diverse corporazioni, hanno distrutto il tessuto economico della Sicilia, con gravi ripercussioni su quello sociale.
Non siamo cuochi e non abbiamo una ricetta, però la ricetta per far decollare la Sicilia c’è e ha due espressioni: tagliare il clientelismo e attivare gli investimenti.
Riconosciamo che è noioso, per noi che lo scriviamo da tanti anni e, immaginiamo, anche per gli affezionati lettori, sentirsi ripetere continuamente la diagnosi e la terapia. Però non abbiamo scelta perché la casa brucia ed è inutile discutere su come spegnere l’incendio: ci vogliono pompieri e canadair.
 
I pompieri sono i politici virtuosi, quelli onesti e capaci, i quali debbono cambiare il modo di raccogliere suffragi, proponendo agli elettori un progetto complessivo di alto profilo, che abbia come conseguenza la creazione di ricchezza e di posti di lavoro produttivi. I pompieri sono anche i burocrati più capaci, quelli che hanno una vasta esperienza di come si programmi, si organizzi, si gestisca e si controlli un Ente pubblico, anche avendo frequentato master di lungo periodo (due anni) in Europa o negli Stati Uniti.
Il canadair è lo strumento. In particolare le risorse finanziarie. La Sicilia, paradossalmente, abbonda di danari. Ma la scellerata conduzione della Cosa Pubblica da parte degli ultimi governi nel decennio che ci ha preceduto ha assorbito le risorse regionali assumendo alla Regione 10 mila persone di cui non c’è alcun bisogno. Ed elargendo in spesa corrente risorse a formatori e altri clienti di vario genere.

è ora di dire basta a questo scempio, perché se la Regione non ha risorse proprie per co-finanziare i progetti con il proprio terzo (gli altri due terzi sono forniti da Unione europea e Stato), di fatto blocca ogni spesa.
Il tappo di bottiglia che sta asfissiando la Sicilia è la spesa corrente, al di là di ogni necessità. L’alternativa, che tutti comprendono, è fra quest’ultima e gli investimenti. Se Governo regionale e maggioranza, nonché l’opposizione, non ribaltano l’attuale situazione tagliando la spesa corrente per liberare le risorse necessarie a co-finanziare gli investimenti, fra non molto tutti i siciliani ci troveremo in braghe di tela, ovvero in mutande.
La sordità del ceto politico è preoccupante. Come fa a non vedere che il terreno si inaridisce perché mancano sementi, fertilizzante e acqua? Eppure nel ceto politico vi sono tante persone corrette e capaci. Devono emergere e fare appello a tutti i siciliani di provata professionalità affinché aiutino a riorganizzare la macchina regionale e quella degli Enti locali, a costo zero. Ripetiamo ancora una volta: abbiamo l’elenco di questi volontari, pronti a dare la loro professionalità senza nulla chiedere.
Lombardo lo chieda.
Lug
10
2010
Il ministro dell’Economia ha parlato di cialtroneria. Il termine significa essere cialtrone per abitudine o per natura. A sua volta, fra i vari significati, cialtrone è persona sciatta che nel lavoro sia solita abborracciare.Come definire meglio di così chi non fa il proprio dovere? Il dovere di questa Regione, ceto politico e burocratico, è di fare sviluppare le attività portando sul mercato tutte le risorse finanziarie disponibili e attraendo altre risorse da tutto il mondo per investimenti in un meraviglioso territorio che offre opportunità potenziali sempre utilizzate poco.
Gli unici veri investimenti, nel corso dei decenni, sono stati quelli dei petrolieri perchè qui hanno trovato un ceto dirigente servile e hanno potuto insediare stabilimenti altamente inquinanti, senza mai aver pagato contropartite disinquinanti.
Al riguardo, fa specie sentire le pressioni del ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, perchè il Governo regionale approvi l’installazione di tre termovalorizzatori da oltre 500 mila tonnellate.

Si tratta di impianti obsoleti e superati che industrie del Nord non sanno a chi vendere: un’ulteriore forma di colonizzazione inaccettabile.
A fronte di una forte denuncia di questo screanzato tentativo, vi è la soluzione costituita da impianti che possano servire una provincia o porzione di essa e quindi avvicinino la responsabilità del ciclo degli Rsu (Rifiuti solidi urbani) ai cittadini, i quali possano sorvegliare l’efficienza del servizio.
Nell’ambito di un Piano regionale, ogni Provincia, sotto forma di Consorzi di Comuni, o Consorzi di Comuni di dimensioni minori, debbono avere la facoltà autonoma di acquistare tali impianti e di gestire senza interferenze un servizio locale.
Le risorse per investimenti ci sono, ma restano accantonate per incapacità degli amministratori regionali e locali di utilizzarle. Chi ha la responsabilità di guidare una Regione importante come la Sicilia deve mettere in atto dei congegni legislativi e amministrativi che siano cogenti nei confronti della propria amministrazione e di quella degli Enti locali. I direttori generali che non spendono devono essere revocati, i sindaci che non fanno progetti devono decadere per legge.
 
Tremonti ha ragione quando definisce cialtroneria la semplice fotografia del fatto che su 44 miliardi di Fondi ne sono stati spesi solo 3,6, meno del 10 per cento. Si potrebbe definire in altro modo ma non ci preoccupiamo di un lessico fantasioso, bensì del fatto in quanto tale. Solo la Sicilia in tre anni e mezzo del Piano 2007/13 avrebbe potuto spendere la metà, pari a circa 9 miliardi e non è arrivata neanche al 10 per cento. Manca, quindi, sul mercato isolano, la liquidità conseguente, con un’accentuazione di problemi per tutti. Si tratta di vera irresponsabilità. Se nessuno risponde della propria missione, c’è il caos. Come definire la mancata spesa di 9 miliardi?
Deve finire il gioco dello scarica- barile, per entrare in un percorso virtuoso in cui ogni pezzo della società siciliana faccia l’intero proprio dovere. Senza di che, si continueranno a rimbalzare le colpe, un meccanismo privo di risultati positivi.

L’incertezza della situazione politica è causa di un procedere insicuro e incerto, il che comporta una perdita del prezioso tempo che non abbiamo più.
Vi è una discussione continua fra tutte le componenti di maggioranza e opposizione che in un caleidoscopio in continuo movimento si uniscono e si separano. La situazione regionale riflette quella nazionale nella quale ognuno aspetta di far fuori l’avversario o il compagno, senza peraltro guardare quello che c’è dopo.Tutto ciò infischiandosene dei siciliani e soprattutto dei 236 mila disoccupati, secondo l’Istat, che ormai vivono in condizioni difficili perchè in molti non hanno la preparazione sufficiente per rispondere alle numerose opportunità di lavoro che ci sono anche in Sicilia.
Da noi abbiamo anche questa carenza: una modestia professionale che non rende competitiva nel suo complesso la comunità isolana con quella delle più avanzate regioni del Nord Italia e dell’Europa. Anche a questo dovrebbe pensare il ceto politico, guardando avanti e abbattendo il tasso di rissosità che è un danno per tutti, nessuno escluso.