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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Lombardia

Ago
03
2011
La nostra Isola, si sa, è maestra delle chiacchiere, maestra della politica vuota, maestra delle incompiute, di cui La Padania ha pubblicato un vergognoso elenco, vero purtroppo. Si sommano inconcludenza, vanagloria e incapacità per formare una miscela del non fare. Dall’Ospedale di Lentini, alla statale 640 di Agrigento, dove i lavori procedono con grande lentezza. E nel lungo elenco delle incompiute siciliane figurano anche il Velodromo di Paternò, l’orfanotrofio di Enna e numerose opere nel territorio di Giarre.
Per attivare i cantieri di opere pubbliche indispensabili ci vogliono tempi immemorabili. Le ultime due che vogliamo citare sono l’Aeroporto di Comiso e l’autostrada Ragusa-Catania.
Nel nostro forum del 13 marzo 2010 il presidente dell’Enac, Vito Riggio, ci confermò che per quanto riguardava il suo Ente non vi erano problemi burocratici, tanto che prevedeva l’apertura ai voli sin dal luglio 2011, cioè dopo poco più di un anno. Siamo ad agosto e la Soaco, società che gestirà lo scalo, prevede di poter aprire ai voli entro l’estate del 2012. Staremo a vedere se quest’altra scadenza verrà rispettata.

Sulla Rg-Ct si sono scritti romanzi. Un’opera che costerà intorno a un miliardo e che attiverà circa 10 mila posti di lavoro. Peccato che tutti fanno a gara per ostruirla. Un tiro al piccione, per bassi interessi di bottega, che impedisce l’apertura dei cantieri, urgente come ben tutti capiscono.
Vi è un’altra opera stradale, non secondaria, di cui nessun giornale parla ed è la bretella fra tale autostrada e l’aeroporto. Come ci ha detto il presidente della Provincia di Ragusa, Giovanni Antoci, in occasione del forum del 17 maggio scorso, il suo Ente “ha predisposto la progettazione esecutiva”, ma i cantieri non sono ancora partiti. Certo è che senza bretella, da aprire contestualmente all’aeroporto, ci sarà un appesantimento del traffico anche per chi proviene da Catania.
Vi è poi l’annosa questione del completamento della Siracusa-Gela, arrivata a Rosolini, neanche in buone condizioni. Anche in questo caso, non vediamo la necessaria rapidità per aprire i cantieri in modo che nel giro di qualche anno essa possa essere completata.
 
Mentre da noi si chiacchiera, in Lombardia operano. Il 22 luglio 2009 è stato dato il via alle ruspe per la costruzione della Brebemi, l’autostrada bis che collegherà Brescia, Bergamo e Milano. Un’opera strategica per la mobilità lombarda che ha già raggiunto metà del percorso e fra due anni sarà aperta al traffico. Il termine è certo perché, per quell’autostrada, lo Stato non ha dato finanziamenti, essendo realizzata totalmente in project financing con una spesa di 2,4 miliardi da parte di banche e soci privati.
Tutto ciò assicura puntualità di consegna e attivazione del traffico, in quanto la società di gestione ha interesse a riscuotere il pedaggio il prima possibile. Lunga 62 chilometri, attraversa cinque province e 43 comuni. Attorno a essa verranno realizzati ulteriori 40 chilometri di viabilità di connessione o compensativa, tra cui la completa riqualificazione, a livello di autostrade urbane, delle provinciali Cassanese e Rivoltana, arterie assediate dal traffico caotico.
La Brebemi sarà dotata di barriere antirumore con interventi di fitodepurazione e biomassa, le dune saranno mascherate, si realizzeranno piste ciclabili e interventi di sistemazione vegetale lungo tutto il percorso.

Sul versante degli investimenti produttivi, la Regione Lombardia e la Bei (Banca europea per gli investimenti) hanno stipulato un accordo per mettere a disposizione delle Pmi lombarde una cifra di 500 milioni di euro, con interessi inferiori a quelli di mercato. Questa disponibilità finanziaria attirerà nuovi investimenti produttivi e creerà altri posti di lavoro.
La questione importante, al di là del finanziamento vero e proprio, riguarda la velocità con cui la Regione Lombardia si è impegnata a sostenere le richieste di autorizzazione per innestare i processi di industrializzazione: è proprio questo l’aspetto fondamentale del continuo movimento espansivo di quella regione, già locomotiva del sistema economico italiano.
I due esempi che abbiamo riportato sono lontani anni luce dal modo di agire della Regione siciliana. Riflettiamoci.
 
Mag
24
2011
Ero consigliere alla Presidenza della Regione, correva l’anno 1986. Il presidente, Rino Nicolosi, cui mi legava una disinteressata amicizia, in un discorso memorabile, avvertì che la vera mafia, quella ricca, quella che contava, era a Milano e nella Borsa.
Sono passati 25 anni e i quotidiani scoprono l’acqua calda nel constatare la moltiplicazione di inchieste, di arresti e di sequestri di beni mobili e immobili di organizzazioni criminali che si stanno inserendo in quel tessuto economico. Peraltro, nel Veneto esiste già un’infiltrazione sostanziale con i mafiosi del Brenta, che controllano gran parte di quel territorio.
Quanto precede, per dire che la questione della criminalità organizzata è una questione nazionale. I metodi d’infiltrazione sono diventati più sofisticati e oggi a rappresentare gli interessi delle organizzazioni criminali vi è un ceto professionale e imprenditoriale in guanti bianchi, apparentemente irreprensibile, che fa un business mirato al trasferimento di risorse finanziarie illecite nel versante dell’economia ufficiale.

Il ceto professionale in guanti bianchi ha ramificazioni estere in nazioni inserite nella black list e nella lista grigia, ove si opera senza controlli o con controlli molto limitati. È del tutto evidente che la mafia si inserisce dove c’è la ricchezza, perché la sua azione parassitaria si nutre meglio dove c’è più polpa e non dove c’è povertà. In Sicilia, risulta un reddito pro-capite di 14 mila € contro i 28 mila della Lombardia, quindi qui la speranza di grattare qualcosa da uno stato di obiettiva semipoverà è basso. A Milano vale il doppio.
Dopo 25 anni dalla denuncia di Nicolosi, la situazione per la città meneghina si sta aggravando e vorremmo che le Procure, non solo del capoluogo ma anche delle altre città, si occupassero di snidare i reati contro la Pubblica amministrazione, da chiunque perpetrati.
Non solo, quindi, quelli della criminalità organizzata, ma anche tutti gli altri che saccheggiano la Cosa pubblica, come ha ampiamente comunicato nella sua relazione annuale, il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino. Oltre all’evasione, è grave l’espandersi della corruzione.
 
Evasione fiscale e contributiva, attività economiche malavitose, corruzione estesa nella Pubblica amministrazione sono tre cancri difficili da estirpare, perché vi è una zona grigia che fa congiungere i criminali con una parte debosciata del ceto politico e amministrativo.
I dirigenti che non osservano i tempi del procedimento, cadenzati dalla Legge 241/90 e, in Sicilia, dalla Lr 10/91, sarebbero perseguibili amministrativamente e penalmente. Ma, in effetti, questo non accade quasi mai, con la conseguenza che la non punibilità incentiva altri a cadere in fallo. Peraltro, la non punibilità del falso in bilancio introdotta con legge dal Governo Berlusconi ha portato molti amministratori di società a dichiarare dati non veri, tanto il rischio è modesto e vale la pena correrlo.
Se per l’evasione fiscale e contributiva l’azione dell’Agenzia delle Entrate, della Guardia di Finanza e del settore ispettivo dell’Inps sta portando risultati concreti (nel 2010 ben 21 miliardi di euro), se i sequestri di beni della criminalità organizzata si moltiplicano ogni giorno sotto l’impulso del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, vi è una carenza assoluta nelle Pubbliche amministrazioni - statale, regionali e locali - di lotta alla corruzione. Ciò perché nessuno la va a cercare.

Infatti, in nessun Ente esiste un Piano aziendale che stabilisca tempi, modi, obiettivi e figure professionali necessarie per produrre i servizi. E non esistono i Niai (Nuclei investigativi affari interni) che vadano a controllare e a scavare dentro quegli ambienti misteriosi della Pubblica amministrazione per far emergere la corruzione e le inefficienze. Come? Controllando i tracciati digitalizzati e paragonando i risultati agli obiettivi. Dai ritardi, dalle lacune, dalle carenze, emergerebbero con chiarezza inefficienza e corruzione.
Fino a oggi, almeno in Sicilia, non abbiamo notizie che Regione ed Enti locali abbiano istituito il Niai, il che significa dare copertura a inefficienze e corruzione. Perciò, quando il pesce puzza dalla testa bisogna gettarlo nell’immondizia, per evitare che l’odore fetido si espanda fra i cittadini.
Feb
05
2010
Il 31 gennaio, la Regione Lombardia ha inaugurato il grattacielo di 39 piani, il più alto di Milano, nel quale troveranno allocazione tutti gli uffici regionali. L’operazione ha una ragione organizzativa e una finanziaria. Quella organizzativa riguarda la concentrazione in un unico stabile di tutti gli uffici, in un sistema totalmente informatizzato e collegato, per cui i 3000 dipendenti non hanno più motivo di fare i camminatori.
Quella finanziaria riguarda la razionalizzazione dei costi, mediante il rilascio di tutti gli immobili in affitto e l’utilizzazione dei relativi canoni per pagare le rate di leasing col cui finanziamento è stato costruito il palazzo della Regione. Alla fine dei 30 anni, l’istituzione lombarda diverrà proprietaria dello stabile e non avrà depauperato canoni di locazione inutilmente.
L’aspetto più importante di questa operazione è che la programmazione dell’opera e di cinque ospedali è stata effettuata appena nel 2006.

In un Paese agli ultimi posti in Europa per capacità di costruire infrastrutture nei tempi previsti e senza aggravi di costi, la realizzazione del palazzo della Regione Lombardia costituisce un record, perché realizzato nel triennio 2007, 2008 e 2009.
L’ente regionale, che è stato capace di tale record si chiama Infrastrutture Lombarde Spa, affidato a un ingegnere, Antonio Rognoni, al quale sono stati dati 1,3 mld di euro e carta bianca per realizzare il palazzo e cinque ospedali. Rognoni come Bertolaso.
La Regione Lombardia ha solo altre tre partecipazioni societarie: Lombardia Informatica, Finlombarda e Cestec, ente per la consulenza aziendale. Le quote delle tre partecipate non sono cedibili e sono controllate al cento per cento. Ma, contrariamente alle regioni meridionali, queste tre partecipate funzionano, ottimizzano i conti senza perdite, anche se con utili minimi, ma realizzano opere e strutture organizzative.
I vertici sono snellissimi, sia sotto il profilo amministrativo che sotto quello tecnico e poggiano sulla responsabilità affidata a un’ottantina di tecnici (ingegneri, architetti, geometri e uomini di finanza) coordinati da solo sei responsabili di settore.
 
Questo pool così snello risponde esclusivamente al presidente della Regione, Roberto Formigoni, il quale sceglie i responsabili a uno a uno sulla base delle competenze professionali e non sull’appartenenza alle famiglie, e li valuta in relazione ai risultati che ottengono. Il pool e il suo responsabile Rognoni hanno adottato un controllo di gestione in termini di sicurezza sul lavoro, di tempi di realizzazione degli step, di regolarità dei pagamenti (la Regione paga con puntualità entro 60 giorni, per evitare oneri aggiuntivi e revisioni prezzi), di qualità dei lavori e di turnazioni che hanno consentito di tenere i cantieri attivi, 24 ore su 24, con un numero di operai oscillante tra 500 e 700, su tre turni.
La Infrastrutture Lombarde Spa si occuperà dell’Expo 2015, ma ha anche in programma una lunga serie di opere che verosimilmente, dato l’esempio prima indicato, si realizzeranno in tempi certi e con costi predeterminati, anche con la collaborazione di privati, in project financing.

Non crediamo che la Regione lombarda sia amministrata da marziani, bensì da uomini politici responsabili che scelgono amministrativi e tecnici capaci. I 39 piani della nuova sede della Regione Lombardia sono l’esempio di una civiltà e di una capacità di gestire la Cosa pubblica che la Regione siciliana si sogna.
È infatti da più di 30 anni che si sente parlare di concentrare tutti gli uffici in una cittadella, ma nessuno ha mai messo mano con concretezza a questo progetto, con la conseguenza che si sprecano milioni e milioni di euro di affitti, con una dispersione di energie umane e tecniche enorme e con risultati risibili e deludenti.
I siciliani, che lavorano e producono ricchezza, non si sentono inferiori a nessuno. Quando assistono all’inconcludenza, al clientelismo e all’inefficienza di una classe politica e burocratica che non è capace di realizzare un sistema organizzativo efficiente, di tipo europeo, dovrebbero deprimersi. Ma l’ottimismo ci salva e ci spinge a costruire una Regione siciliana non inferiore a quella lombarda, come potete rilevare in ultima pagina.