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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Michelangelo Russo

Gen
16
2010
Quando vedo dialogare il presidente eletto dai siciliani, Raffaele Lombardo, col presidente del gruppo del Pd all’Ars, Antonello Cracolici, mi sembra di tornare indietro di oltre 20 anni, quando vedevo dialogare il presidente eletto dai deputati regionali, Rino Nicolosi, col presidente del Gruppo comunista all’Ars, Michelangelo Russo. Io stesso, qualche volta, nella qualità di consigliere della Presidenza, ero portatore di messaggi in andata e ritorno fra i due. Non si trattava di un inciucio, bensì della necessità di un serrato dialogo fra il presidente della Regione e il potente capo dell’opposizione, che proprio in quegli anni (1986) mi offrì, mediante Vasco Giannotti, la candidatura sicura come indipendente a un seggio dell’Ars. Candidatura che io, onorato, non accettai.

Si è ripristinato questo raccordo, fra Lombardo e Cracolici, ma con alcune differenze. La prima riguarda la modalità di elezione del presidente della Regione sopra indicata. La seconda è la posizione autonomista del presidente, che ha il dovere di dialogare con tutti quelli che ci stanno a fare le riforme indispensabili per la Sicilia. È inutile che ancora una volta le enumeriamo perché sono state più volte elencate nelle pagine di questo giornale. Il dialogo con tutte le parti politiche è indispensabile, anche perché bisogna offrire all’opinione pubblica, in modo trasparente e nitido, la posizione di ogni gruppo politico sui singoli provvedimenti, i quali non devono essere confusionari ma riportare con chiarezza il mezzo al fine.
Il presidente della Regione deve altresì dialogare con il Governo centrale con fermezza, spiegando all’opinione pubblica nazionale le motivazioni della propria autonomia e quelle ancor più forti, che obbligano qualunque governante della Sicilia a mettere in atto tutti i mezzi a propria disposizione per cominciare il processo di sviluppo e di avvicinamento dei parametri macroeconomici a quelli della Lombardia.
In tutto l’anno appena cominciato, proporremo continuamente il benchmark fra Sicilia e Lombardia, cioè il raffronto continuo dei dati delle due Regioni che parlano da soli, senza bisogno di commento.
 
Così Jordi Pujol ha arricchito la Catalogna. In 35 anni, giostrando a livello regionale con il Partito popolare e quello Socialista, e contemporaneamente con il Governo centrale, ha ottenuto risorse finanziarie straordinarie con le quali ha effettuato investimenti senza sosta e ha fatto diventare Barcellona una delle più belle, ordinate e attrezzate capitali d’Europa.
La regione catalana ha la propria lingua ufficiale, i propri ambasciatori ed è orgogliosa di essere la prima di Spagna, capovolgendo il concetto di Sud. Nel caso della nazione iberica, il Sud è in testa alla classifica delle regioni.
Sorge la domanda: cosa abbiamo noi siciliani meno dei catalani? La nostra storia è millenaria, l’intelligenza di tutti gli isolani fulge quando vanno per il mondo. Forse abbiamo un peso che la Catalogna non ha: la mafia. Ma la mafia è diventato un alibi, perché ogni cosa che non funziona nel ceto politico e in quello burocratico si attribuisce alla malavita organizzata.

Non possiamo escludere che essa influenzi elettori, candidati, dirigenti regionali, sindaci, Giunte, consiglieri, burocrati locali e via elencando, ma siamo fortemente convinti che se i responsabili delle istituzioni funzionassero con professionalità, onestà e rettitudine, la mafia sarebbe respinta dagli anticorpi di una sana amministrazione.
Quando ognuno, invece, pesca nel torbido e cerca di soddisfare famelici interessi personali, è chiaro che non può opporsi con successo a richieste malavitose perché gli scheletri conservati nei propri armadi glielo impediscono.
Un pubblico amministratore non si sporcava mai le mani e lo diceva ai quattro venti. Ma non diceva che indossava i guanti quando prendeva le buste. Se è questa la coscienza che agisce nella Cosa pubblica risulta conseguente che essa non può funzionare al servizio dei cittadini.
Non si tratta di una questione personale, ma di una questione di metodo indispensabile per innestare il processo di sviluppo che avvicini la Sicilia a Lombardia e Catalogna.