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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Pensioni

Ott
12
2011
Qualche giorno fa parlavo con due giovani di 24 e 28 anni, dipendenti, i quali mi chiedevano con una punta di amarezza se a 68 anni, probabile età per la pensione, riceveranno l’assegno di quiescenza. Mi dicevano ancora che alcuni loro parenti, con un età inferiore ai 60 anni, da molto tempo sono in pensione.
Questi due fatti danno la risposta ad una situazione non più sostenibile: i pensionati di anzianità e tutti coloro che sono andati in pensione prima dei 65 anni, anche utilizzando il sistema retributivo e non contributivo, si stanno mangiando e si sono mangiati le pensioni dei giovani di oggi.
Un ceto politico becero e clientelare ha approvato in Parlamento e all’Assemblea regionale, a getto continuo, leggi che hanno dato privilegi a non finire a tanta gente andata in  pensione con solo 11 o 16 anni di lavoro. Ora è venuto il momento di smetterla, perché non è possibile continuare a caricare sul sistema pensionistico tanta gente che non ha versato contributi almeno per quarant’anni.

In questa materia non rientrano i lavori veramente usuranti, il cui elenco va categoricamente indicato, perché è del tutto giusto che chi esercita tali attività debba lavorare per un numero minore di anni ai fatidici quaranta.
Vi è un’altra questione che incide sulle pensioni dei giovani trentenni e cioè la miscela esplosiva tra assistenza e previdenza. L’Inps, seppure abbia gestioni separate, alla fine tiene un conto consolidato nel quale vi è un attivo della previdenza e un enorme passivo dell’assistenza. Mentre la prima dovrebbe essere a carico dei datori di lavoro pubblici-privati e dei dipendenti, la seconda dev’essere a carico della fiscalità generale che deve avere le risorse per sostenerla.
Per preservare le pensioni dei giovani trentenni, che le percepiranno tra quarant’anni, dato che il bilancio dello Stato dev’essere tassativamente in pareggio nel 2013, vi è una possibilità che non è stata ancora presa in esame dal Governo e che risponde ad un principio di equità.
Si tratta di fare una valutazione a posteriori di tutti coloro che hanno percepito la pensione prima del termine di quarant’anni di lavoro, anche in base al retributivo anziché contributivo.
 
A tutti questi soggetti, che sono milioni, si dovrebbe chiedere un contributo di solidarietà, da scontare ogni mese, in modo da rendere omogeneo il sistema fra chi ha avuto, indebitamente, e chi avrà tra quarant’anni, lecitamente.
Una misura di equità che riequlibri il passato con il futuro e che metta tutti i cittadini in condizioni di eguaglianza, esattamente come prevede l’art. 3 della Costituzione.
Io, come baby pensionato, mi sono autodenunziato innumerevoli volte. Nonostante percepisca ben tre pensioni (Inpdap di 900 euro, Inpgi - giornalisti - 100 euro e Inps 100 euro) sono pronto a sostenere quanto precede. Naturalmente, mi rendo conto che esso non potrebbe essere applicato a chi riceve un assegno di non oltre 1.500 euro mensili. L’egoismo di chi ha percepito indebitamente pensioni di anzianità non è stato messo in evidenza nella pubblica opinione da giornali e giornalisti, che hanno fatto da coperchio al ceto politico clientelare cui prima si accennava.

Tremonti ha affrontato con grande determinazione la richiesta tassativa della Bce, formulata con la lettera del 5 agosto 2011. Ha fatto approvare la manovra portata dalla legge 148/2011, che conduce ad un disavanzo dell’1,2% nel 2012 e al pareggio nel 2013, ma ha commesso il grave errore di far quadrare i conti imponendo nuove tasse per due terzi e tagliando la spesa corrente solo per un terzo. Avrebbe dovuto fare il contrario.
Ora Berlusconi gli chiede risorse per finanziare la crescita. Ha perfettamente ragione. Ma Tremonti non può variare i saldi di bilancio. Dunque, gli rimane una sola strada: tagliare i privilegi, a cominciare da quelli dei politici e dei pubblici dipendenti, nonché le pensioni di anzianità e quant’altro rientri in una spesa inutile. L’ipotesi del contributo di solidarietà dei pensionati-privilegiati come prima abbiamo ampiamente descritto, comincia a farsi strada.
Il redde rationem è arrivato. Ognuno assuma le proprie responsabilità. Il giudizio di chi si sta comportando in modo equo o iniquo sarà dato dalle future generazioni.
Giu
29
2011
Il 16 luglio dello scorso anno pubblicammo un editoriale dal titolo “Quella vergogna dei pensionati regionali”. Ritorniamo sulla questione perché la vergogna è rimasta inalterata.
La vergogna consiste nel fatto che i pensionati della Regione sono particolarmente privilegiati perché rispetto a quelli statali percepiscono un assegno medio superiore del 30 per cento; una seconda vergogna, perché tale super pensione è calcolata in più anche rispetto a quella dei dipendenti degli enti locali siciliani; una terza vergogna riguarda il privilegio di andare in pensione con 20 (donne) o 25 (uomini) anni di cosiddetto servizio, sol perché abbiano un parente con disabilità gravi, mentre la legge nazionale prevede quest’eventualità solo se l’handicap colpisce il pensionando.
L’assessore Chinnici, rossa dalla vergogna per le giuste inchieste che hanno fatto giornali nazionali, si è affrettata a preparare un Disegno di legge che riporti la normativa siciliana a quella nazionale, ma limitatamente alla disabilità degli stesssi dipendenti. La vergogna non è stata sufficiente per inserire nello stesso Disegno di legge l’allineamento delle pensioni dei regionali a quelle degli statali e dei dipendenti degli Enti locali siciliani.

I baby pensionati, dal 2004 ad oggi sono oltre mille, persone sanissime che hanno avuto la sventura di una grave disabilità di un parente. Il che significa che riceveranno l’assegno pensionistico, secondo l’attuale attesa di vita, per i prossimi trent’anni. Questo, più che vergognoso, è socialmente destabilizzante, tenuto conto che la Sicilia ha 236 mila disoccupati (Istat 2009) e centinaia di migliaia di persone che vivono sull’orlo della povertà.
Ma i vergognosi privilegi non finiscono qua. Ve ne cito altri due: il primo riguarda le indennità di consiglieri e assessori di Enti locali ai vari livelli. Con la legge 122/10 è stato stabilito che dall’1 gennaio 2011 tali indennità dovessero essere tagliate intorno al 10 per cento. Ha stupito la circolare n. 1/2011 dell’assessore Chinnici che ha comunicato  ai consiglieri siciliani che la legge nazionale non sarebbe stata applicata e che per conseguenza potevano dormire sogni tranquilli, continuando a percepire le vecchie indennità.
 
Vi è poi un ulteriore vergognoso privilegio riguardante i dipendenti regionali: percepire stipendi mediamente superiori del 30 per cento a quelli dei loro colleghi statali e dei dipendenti degli enti locali siciliani. Qui ci fermiamo anche se l’elenco non è finito. Ogni volta che mettiamo mani nel bilancio della Regione scopriamo un continuo verminaio, fatto di porcherie di ogni genere, cioè di privilegi e di favori dispensati a destra e a manca.
Si tratta di un comportamento palesemente clientelare basato sul metodo del favore. Vorremmo che il presidente del Governo, Raffaele Lombardo, si ricordasse di essere presidente dei siciliani e non dei suoi amici. Lo stesso dicasi dei dodici assessori, cosiddetti tecnici, e dei 31 dirigenti generali che hanno responsabilità e doveri, non vantaggi e privilegi.
La questione delle questioni è sapere da tutti costoro se ricordano che cosa siano l’etica politica, i valori morali di riferimento dei loro comportamenti, l’equità come principio fondamentale di una Comunità, secondo il quale ognuno riceve per quello che merita dopo aver fatto il proprio dovere. Il rapporto fra meriti e bisogni ha comportato lunghe riflessioni.

Una Comunità, come quella siciliana, che non fonda il suo funzionamento sull’eguaglianza dei cittadini, prevista dall’articolo 3 della Costituzione, è da condannare senza mezzi termini. Ora, io non voglio apparire come Thomas More (1477-1535), che da Cancelliere del regno criticò aspramente Enrico VIII, difendendo i principi morali; e per questo venne processato, torturato e messo a morte, divenendo santo.
Lungi mille miglia il paragone, tuttavia non posso che ribadire ogni giorno una necessità: tutti i cittadini, a cominciare da quelli che hanno responsabilità istituzionali, debbono osservare innanzitutto le regole morali.
Voglio chiedere al presidente Lombardo e all’assessore Chinnici quali siano le regole di equità che li hanno portati in questi tre anni di legislatura a mantenere in vita i privilegi prima elencati e tanti altri che elenchiamo costantemente in questo giornale.
La coscienza ha la voce. Ascoltiamola o ce ne pentiremo.
Apr
29
2011
In questo clima di rigore, ancora del tutto insufficiente, stona mezzo milione di baby-pensionamenti che costano 9,5 mld € l’anno.
Lo sconcio della Regione siciliana, il cui legislatore ha approvato norme di chiaro stampo clientelare, è del tutto evidente quando viene agli onori della cronaca il caso di questo o quel dirigente, di questo o quel dipendente che va in pensione a poco più di 50 anni con ricchi assegni mensili.
In Italia, vi sono più pensionati che lavoratori. La cosa strana, ma non molto, è che i sindacati che dovrebbero occuparsi di lavoro oggi rappresentano di più i pensionati. Fra essi bisogna distinguere quelli del settore privato, dipendenti o autonomi, che percepiscono assegni in base ai contributi versati.
Vi sono quelli del settore pubblico che percepiscono pensioni in base a leggi clientelari, prescindendo dai contributi versati, dal che queste pensioni sono dei veri e propri regali che la Comunità paga a chi non le ha meritate.

Già vent’anni fa denunciai all’opinione pubblica il mio caso, non per raccontare i fatti miei che non interessavano a nessuno, ma per evidenziare il sistema che ho precedentemente descritto. In atto, godo di ben tre pensioni. Una come ex insegnante, per aver lavorato ininterrottamente all’interno di un istituto di Stato per 16 anni: tale pensione è di ben 900 euro mensili. Una seconda, ricca pensione, come giornalista, di 92 euro mensili. Una terza, dell’Inps, come amministratore, di 162 euro mensili. Va da sé che restituisco ampiamente questi soldi all’erario con un’aggiunta notevole.
Ma il punto non è questo. è che intendo ancora denunciare un sistema iniquo perché obbliga a versare contributi previdenziali sapendo che essi non produrranno una pensione degna di questo nome.
Vi è uno sperpero generale di risorse pubbliche e un cospicuo numero di cittadini che ne godono senza averne avuto merito. Fra questi, citiamo i pensionati d’oro, burocrati, alti burocrati e il ceto politico nazionale e regionale che percepisce pensioni importanti pur avendo fatto poco per meritarle.
 
Francia o Spagna, purché se magna. Un detto che si attaglia ai responsabili delle istituzioni, del tutto irresponsabili, che non si preoccupano dell’interesse generale. Anzi, quando c’è qualcuno che fa un’avance, lo accontentano per evitare che denunci il sistema.
Sento spesso delle osservazioni riguardo alle informazioni che questo foglio dà tutti i giorni. Mi dicono: servono queste inchieste, dato che non producono il risultato tangibile di far cambiare le cose? La risposta è semplice: nessuno di noi possiede la bacchetta magica, ma ha il dovere di fare tutto quello che può per diffondere nell’opinione pubblica idee e ragionamenti che hanno il compito di far cambiare le cose.
Ognuno di noi, per il lavoro che fa, ha il dovere di testimoniare, con il proprio pensiero e con le proprie opere, sugli avvenimenti e i fatti pubblici che interessano tutti, anche perché nessuno, a posteriori, possa mai dire che non ci sono state osservazioni e proposte per cambiare le cose. Per quello che ci riguarda, è tutto scritto nero su salmone.

Il rigore che Tremonti sta tentando di attuare, nonostante ministri-cicale, è indispensabile. Certo, non potrà tagliare i diritti acquisiti, come quelli dei pensionati ricchi. Tuttavia, se la legge consentisse una remissione volontaria delle pensioni a favore dei ceti deboli, io sarei il primo a firmare, naturalmente insieme ad altre centinaia di migliaia di indebiti pensionati.
Su base volontaria, si può fare tutto, ma deve servire. Per questo è necessario che si indichi l’obiettivo verso il quale il convoglio nazionale va. Un obiettivo fatto di equità, che consenta a ognuno di prendere dopo che ha dato, di esercitare un diritto dopo che ha fatto il proprio dovere. è inutile continuare a tuonare nelle piazze sui propri diritti quando è ben chiaro che gran parte degli italiani non compie i propri doveri.
Non appare chiaro alla pubblica opinione il piano dell’azienda Italia, né quello delle aziende regionali, delle Regioni-aziende o dei Comuni-aziende. Ognuno fa quello che vuole, guardando fino al proprio naso, senza orientamento.
Lug
16
2010
Un amico mi chiedeva per quale ragione un pensionato di Reggio Calabria (statale, regionale o comunale) debba percepire un assegno molto inferiore di un pensionato regionale che abita di fronte, a tre chilometri, nel territorio di Messina.
Abbiamo preso l’iniziativa di controllare i parametri in base ai quali sono andati in pensione i dipendenti della Regione Siciliana e quelli dei dipendenti della Regione Calabria. In quest’ultimo caso, essi, essendo equiparati ai dipendenti dello Stato e a quelli degli enti locali, ne ricevono lo stesso trattamento, in termini di anzianità di servizio e di percentuale dell’assegno rispetto all’ultimo stipendio.
Per contro, i pensionati della Regione Siciliana hanno condizioni nettamente più favorevoli, perché possono andare in pensione in un tempo ridotto (anche 25 anni per i dipendenti affetti da handicap grave o loro congiunti), perché la percentuale dell’assegno pensionistico rispetto allo stipendio è parecchio più elevata.

Oltre quindicimila pensionati siciliani pesano sul bilancio della Regione per ben 613 mln €, in quanto il ceto politico isolano ha inteso usare l’autonomia per dare ai dipendenti e ai dirigenti una serie di privilegi inauditi che fanno inorridire chiunque ne viene a conoscenza. Come possiamo chiedere al Governo centrale equità quando noi, al nostro interno, l’equità non sappiamo cosa sia?
C’è di più e di peggio. Il ceto politico regionale, in questi 64 anni di autonomia, non ha voluto affidare all’Inpdap la gestione dei propri pensionati, perché in questo caso non poteva concedere loro i privilegi. Quindi, oltre al danno, anche la beffa per il portafogli dei siciliani.
C’è una terza questione gravissima e, cioè, che i pensionati attuali e quelli a venire, non essendo gestiti dall’Inpdap, hanno bisogno di un organo che li gestisca. Ha provveduto l’Assemblea regionale, su impulso di questo Governo, a istituire il Fondo pensioni, che solo di dotazione finanziaria e di risorse umane costa più di otto mln € l’anno.
Man mano che ricostruiamo i privilegi che la Regione ha concesso in tutti questi anni, ci accorgiamo che contemporaneamente essa ha scavato un baratro fra noi e le consorelle del Nord.
 
Considerare le pensioni pubbliche come un ammortizzatore sociale, il cui costo è sopportato dalla comunità siciliana, è un orrore politico e un comportamento indegno perché sparge tra la popolazione iniquità. Gente che ha lavorato (si fa per dire) qualche decennio e prende l’assegno per un periodo di vita più lungo di quello lavorativo è letteralmente uno sconcio.
Del peggio c’è il peggiore. Vale a dire che anche il trattamento di fine rapporto dei regionali siciliani è privilegiato rispetto a quello dei colleghi delle altre regioni. Citiamo un esempio per tutti: quando è andato in pensione il segretario generale dell’Assemblea regionale, Silvio Liotta, il suo assegno è stato di circa un milione di euro, oltre a una ricca pensione di oltre 10 mila euro al mese.
Come possono avere considerazione i poveri precari che prendono indennità da 700 euro al mese o i disoccupati che vivono molto male o i dipendenti con famiglia che guadagnano 1200 euro al mese?

Anche questo privilegio va abbattuto, ora e subito. Il Governo dia mandato all’Aran siciliana di uniformarsi sotto il profilo delle norme contrattuali e dei valori pensionistici e di Tfr al contratto nazionale degli statali, dei regionali e dei comunali. Con ciò eliminando in radice la contrattazione siciliana che non deve essere autonoma, ma deve in questo caso uniformarsi a quella nazionale.
Continuare a chiudere gli occhi su questo vergognoso privilegio non consente di alzare la voce quando lo Stato o le altre Regioni ce lo rinfacciano.
Mettersi le carte in regola significa essere più bravi degli altri, a parità di spesa, perché solo così si può dimostrare di possedere più intelligenza e più conoscenza, nel senso di stabilire chi ha merito nel raffronto continuo che ci dev’essere fra tutte le pubbliche amministrazioni, e fra il settore pubblico e quello privato. 
Non ci stancheremo mai di battere questo tasto e continuiamo a ribadire che la Sicilia deve rinascere all’insegna del merito e della responsabilità, senza stare con la mano tesa per chiedere, ma ribadendo il proprio diritto ad avere ciò che gli compete in base al patto costituzionale scritto nello Statuto, in quanto Regione virtuosa.
Gen
14
2010
La l.r. 6/09 ha istituito il “Fondo pensioni Sicilia”, ente pubblico non economico, atto a gestire i circa 15 mila pensionati della Regione, ai quali vengono erogati assegni per circa 500 milioni di euro. Si tratta di un ennesimo carrozzone nel quale lavoreranno una decina di dirigenti e un centinaio di dipendenti regionali, retto da soli tre componenti del Consiglio di amministrazione.
Una struttura di questo tipo non esiste in nessun’altra Regione d’Italia. Le Regioni a statuto ordinario e speciale, nonché Comuni e Province, versano ogni mese i contributi dei propri dipendenti all’Inpdap. Non si capisce perché la Sicilia debba essere speciale nello spreco anziché nel risparmio.
La spesa di gestione del nuovo fondo è stimabile da otto a dieci milioni di euro l’anno. Si tratta interamente di uno spreco, ove si pensi che, se i pensionati siciliani fossero gestiti dall’ente nazionale, il costo sarebbe pari a zero. Ripeto, zero.

Così accade in Lombardia: il dirigente della struttura “Gestione del personale e disciplinare” della Regione ci comunica che il personale collocato a riposo dalle origini a oggi è di appena 2526 persone, contro i circa 15 mila della Sicilia, e che la Regione Lombardia non versa nulla per l’attività svolta da Inpdap. Da questi pochi dati si evince l’enorme differenza dei comportamenti di una Regione virtuosa (Lombardia) contro quelli di una Regione viziosa (Sicilia), aggrappata alla greppia pubblica che sfrutta in maniera indecorosa per favorire clientelismo e politica di bassa lega.
Vorremmo sapere il nome o i nomi dei pensatori che hanno ideato questo fondo pensione anziché regolarsi in base all’articolo 5 della legge 2 del 2002. La Relazione di accompagnamento al Regolamento del “Fondo Pensioni Sicilia”, previsto dall’art 15 della legge 6 del 2009, che di fatto abroga la precedente, precisa le relative motivazioni: la gravosità sul bilancio regionale dei trasferimenti contributivi che sarebbe stato necessario effettuare all’Inpdap, sia per l’acquisita consapevolezza che la convenzione con l’Inpdap avrebbe semplicemente riproposto un analogo sistema a “ripartizione” senza particolari vantaggi per i dipendenti regionali e per l’Amministrazione regionale siciliana.
Si deduce, da quanto scritto, che le leggi si fanno per i vantaggi delle corporazioni e non certo per l’interesse generale.
 
Si capisce anche la motivazione di tale interesse, secondo la regola che cane non mangia cane. Essendo infatti il fondo gestito da dipendenti regionali, essi saranno sempre disponibili ad accogliere tutte le istanze dei richiedenti l’assegno di pensione, senza contraddittorio e applicando circolari e regolamenti nel modo più favorevole ai richiedenti stessi. Caso opposto sarebbe stato se questi 15 mila pensionati della Sicilia (e quelli futuri) fossero stati gestiti da un ente esterno, che applica le norme in modo obiettivo per tutti i dipendenti pubblici d’Italia.
Questa è un’anomalia tutta siciliana, si tratta di un ulteriore privilegio che il nuovo corso autonomistico inserisce non già per riformare nella direzione dell’interesse generale, bensì per aumentare i privilegi e lo status dei dipendenti regionali, che così vengono ulteriormente cautelati. Parte di essi - bisogna ricordare un’altra perla dei privilegiati - fino a qualche tempo fa,  percepiva l’assegno pensionistico in misura superiore a quello dello stipendio e precisamente del 114 per cento.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. La Pa regionale è un lupo col pelo lungo che non intende perdere il vizio, quello di accumulare privilegi su privilegi, ivi compreso quello di chiamare personale direttamente per effetto di pressioni e raccomandazioni di ogni genere, che invece, secondo la Costituzione, dovrebbe entrare esclusivamente per concorso.
È il caso dei precari-raccomandati che stanno beffando gli altri siciliani ottenendo una stabilizzazione, senza mai essere stati validati dai concorsi e in barba a tanti altri siciliani, che avevano magari più preparazione, ma sono stati esclusi perché i concorsi non sono stati mai banditi.
Se il governo Lombardo vuole accreditarsi come quello delle riforme, dovrà resistere ai canti di Circe e andare avanti come Ulisse, a mettere fuori campo i Proci. Non i Froci.