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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Regione

Lug
17
2012
L’Unione europea ha giustamente ipotizzato la revoca di novecento milioni di finanziamenti alla Sicilia. Ma sono in discussione altri sei miliardi, che sono stati a disposizione di questi ceti, politico e burocratico, fin dal 2007. Inoltre, sono state sospese le erogazioni di fondi fino a nuovo ordine. Un fallimento completo del quale ha massima responsabilità il presidente e gli assessori che hanno governato la Sicilia dal 2008, ma non minore responsabilità hanno i dirigenti che al 31 dicembre 2011 erano, secondo la Corte dei Conti, ben 1.917, contro i 217 della Regione Lombardia.
è noto a tutti che il contratto di dirigente non ha nulla a che fare con quello del rapporto impiegatizio. Il dirigente non è un impiegato. Stipula un contratto col suo datore di lavoro, in questo caso la Regione, nel quale è scritto che deve raggiungere degli obiettivi per i quali percepirà i premi. Ma se non raggiungesse gli obiettivi concordati, non solo perderebbe tali premi, ma il suo contratto potrebbe essere risolto.

I comportamenti fallimentari dei dirigenti regionali, che hanno distrutto l’economia dell’Isola, complici i politicanti che si sono preoccupati solo di portare a casa i venti mila euro al mese più altre indennità, devono cessare immediatamente attraverso una selezione di quelli bravi, professionalmente preparati e meritevoli (che sono circa la metà) e mandare a casa gli altri, troncando il rapporto contrattuale. Tutto questo attraverso una riorganizzazione dell’apparato, da affidare appunto a quel migliaio di dirigenti in condizione di farlo funzionare con efficienza europea.
La riorganizzazione dell’apparato deve comportare la messa in disponibilità di diecimila dipendenti, totalmente inutili alla Regione e ai siciliani, con l’80% dello stipendio (Legge 106/2011), oltre al taglio dei super compensi di oltre un terzo rispetto ai dipendenti statali e comunali.
Un ulteriore taglio va fatto a quella parte dei sedicimila pensionati, mediante contributi di solidarietà, i quali percepiscono assegni esorbitanti rispetto a quelli che percepiscono i corrispettivi statali. Anche in questo caso occorre un intervento equitativo, per evitare che l’autonomia della Regione continui ad essere utilizzata per finanziare privilegiati.
L’occasione ha fatto scatenare la stampa nazionale, tra cui citiamo un editoriale di Gianantonio Stella sul Corriere della Sera e un altro di Maurizio Belpietro, direttore di Libero. Purtroppo non possiamo dar torto ad entrambi che chiedono il commissariamento della Regione come per altro fanno Gianpiero D’Alia, coordinatore dell’Udc siciliana e Ivan Lo Bello, vice presidente di Confindustria.
Assente nella protesta è la borghesia siciliana che assiste indifferente allo scempio che hanno compiuto partitocrati e burocrati pubblici.
L’Unione europea, come prima scritto, ha preavvisato che intende bloccare altri 6 miliardi di finanziamenti sul Po 2007/13 dal momento che la Regione ne ha utilizzato circa un decimo. A che serve mettere a disposizione risorse finanziarie se il cavallo non è capace di bere? Così ragionano giustamente a Bruxelles.
Il fallimento della Regione è un inferno per i siciliani, di cui ben 248.094 sono disoccupati mentre oltre il 38% dei giovani non trova lavoro. Su questo punto, però, ricordiamo che vi sono migliaia di opportunità di lavoro, cui giovani e meno giovani non sono capaci di rispondere perché non hanno le competenze. Il danno e la beffa anche quando il lavoro c’è, non ci sono i siciliani capaci di soddisfarlo.

La Sicilia è seduta su una polveriera. La Regione fallita, solo uno dei 390 Comuni è iscritto all’Associazione nazionale dei comuni virtuosi. La maggioranza dei sindaci non ha i conti in ordine mentre continua a pagare stipendi inutili a persone senza guida e interamente allo sbando. Il peggio è che non hanno un progetto di sviluppo, per cui vanno avanti senza meta, in un mare in tempesta.
Occorre che la società siciliana ponga con forza ai prossimi candidati alla presidenza della Regione dieci punti sui quali si debbono impegnare, elencati nelle pagine interne, e, con altrettanta forza, altro decalogo ai sindaci perché divengano virtuosi. Basta con clientelismi e favoritismi. è arrivato il momento d’interpretare una politica di alto profilo al servizio dell’interesse generale.
 
Set
16
2011
Vi sono direttive Ue che non sono state recepite dallo Stato italiano per indolenza o per convenienza. Nel primo caso, in quanto la burocrazia italiana è famosa al mondo per la sua inefficienza e disorganizzazione, per cui quello che si potrebbe fare in un giorno si fa in un anno. Nel secondo caso, perché l’inserimento nell’ordinamento legislativo nazionale di direttive europee comporta spesso l’abolizione di privilegi, di Caste e corporazioni, per cui queste ultime fanno in modo di rinviare l’amaro calice.
In un modo o nell’altro, l’Italia annaspa perché non modernizza il suo sistema legislativo e non si adegua alle norme dell’Unione, di solito più progredite di quelle nazionali. In questi casi il governo nazionale e le sue strutture costituiscono uno scudo negativo per chi volesse da subito applicare quelle norme.
Tuttavia, vi sono due possibili correttivi: il primo riguarda la magistratura, alla quale si possono rivolgere i cittadini italiani chiedendo che vengano applicate le norme europee quand’anche non ancora recepite dall’Italia. Di solito tribunali e corti accettano le istanze e le applicano.
Il secondo riguarda la facoltà per le Regioni di recepire direttamente le norme europee con proprie leggi regionali anche se in contrasto con quelle nazionali. Sono frequenti le sentenze della corte Costituzionale che danno ragione a quelle regioni che applicano le normative europee sovranazionali e non quelle nazionali.

La questione non è di poco conto anche perché è importante che ciascuno di noi si senta cittadino europeo prim’ancora che indigeno. Ricordiamo che le 344 regioni europee sono diverse fra di loro per usi, etnie, costumi, abitudini, linguaggi e via enumerando. Però, lo spirito di Gaetano Martino, che nel giugno del 1955 portò a Messina i capi di Stato e di governo per porre le basi al mercato comune, è rimasto intatto per questi 56 anni. Il trattato di Roma istitutivo della Cee (25 marzo 1957) sostituì la Ceca (Comunità economica del carbone e dell’acciaio), che era stata a sua volta costituita nel 1951.
Il nostro futuro è in Europa, non a Tripoli o ad Algeri. Però dobbiamo avere la capacità di pensare che noi europei del Mediterraneo possiamo collaborare, sul piano sociale ed economico, con tutte le popolazioni della costa africana (Marocco, Tunisia, Algeria, Libia ed Egitto).
 
Essere europei nella mente deve portare a diventarlo anche nei propri comportamenti. Certo, è difficile pensare di uniformarci a una regione della Lettonia o della Lituania, ma non è questione di amalgamarsi, quanto di utilizzare al meglio le diversità per un obiettivo comune. La strada è molto lunga perché in mezzo secolo l’Unione ha fatto poco per darsi regole comuni, trovando resistenze in quasi tutti i propri membri.
Quando è entrato in circolazione l’euro (1 gennaio 2002) i Paesi dell’Unione monetaria hanno fatto un enorme passo avanti. Se oggi Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia stanno reggendo alla crisi internazionale che ha messo a nudo gli scellerati comportamenti dei propri governi degli ultimi 20 anni lo si deve proprio allo scudo monetario. Fra i Paesi deboli vogliamo citare l’Irlanda (70 mila kmq con appena 4,5 mln di abitanti) la quale, per rimettere a posto i propri conti, ha tagliato il 50% degli stipendi di tutti i dipendenti pubblici, azione per altro ripetuta dalla Grecia.

Quando qualcuno si lamenta che la Bce ha commissariato il governo italiano dovrebbe, invece, rallegrarsene, perché proprio il seguire le indicazioni del board della Banca europea, ha consentito all’Italia di salvarsi, almeno sembra. Ovviamente le indicazioni sono state fatte per macrosaldi, lasciando ovviamente alla facoltà del governo di ottenerli con tagli alla spesa pubblica corrente e nuove imposte o con una miscela fra le due possibilità.
Un governo assennato avrebbe dato prevalenza ai tagli per risparmiare, in modo da realizzare risorse utili ad abbattere l’enorme debito pubblico e fare nuovi investimenti. Il governo italiano ha, invece, optato per mettere pesantemente le mani nelle tasche degli italiani senza tagliare nessuno dei grandi privilegi delle Caste, soprattutto quella politica, senza pensare allo sviluppo.
Lo sviluppo poggia sulle gambe delle liberalizzazioni, dei nuovi investimenti, delle aperture dei cantieri delle opere pubbliche di interesse strategico nazionale ed europeo, sulla mobilità del mondo del lavoro e sulle convenienze per i gruppi internazionali di venire ad investire in Italia offrendo soprattutto rapidità nel rilascio di autorizzazioni e concessioni.