Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia � su Twitterrss qds

Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Regione Siciliana

Ago
23
2012
La scelta del prossimo presidente della Regione è cruciale per la ripresa della Sicilia, atta a innestare un processo di crescita e di sviluppo.
Abbiamo più volte scritto che occorra una persona con un grosso bagaglio professionale, con capacità di programmazione, organizzazione, gestione e controllo rilevanti e ampie referenze morali sul suo trascorso. Ci sembra che Nello Musumeci rientri in questo identikit.
Dell’ex sottosegretario al Lavoro possiamo ricordare un episodio che ci vide testimoni. Nel 1994, in occasione delle elezioni per la Provincia regionale di Catania, vi erano ben cinque candidati. Ne ospitammo quattro nella nostra sede, come di consueto, per il rituale forum. Pubblichiamo la foto nella pagina di Catania. Quando i candidati uscirono, rimase Musumeci, che mi colpì per la sua capacità innovativa di porsi di fronte alla politica. Gli auspicai (quasi predissi) di diventare presidente e così accadde. 
Quando verrà ospite al nostro forum, se vorrà firmare il Decalogo, riceverà il  nostro endorsement.

Ci ha sorpreso positivamente l’intelligente retromarcia di Gianfranco Micciché, perché il suo gesto ha contribuito a compattare tutta l’area di centrodestra sul nome dell’ex candidato presidente della Provincia di Catania. La conferma di Berlusconi indica che il Cavaliere vuole vincere le elezioni in Sicilia, senza di che la sua eventuale candidatura per quelle nazionali sarebbe fortemente compromessa.
Ora è necessario che il centrosinistra trovi un candidato altrettanto valido, di modo che fra i due possa svolgersi una competizione ad alto livello, fondata su valori e programma e non sul clientelismo. Questo dovrebbe essere il motivo conduttore della prossima campagna elettorale.
In uno alla conferma del Decalogo, attendiamo una mobilitazione generale della parte onesta della borghesia siciliana, trainante di tutte le altre fasce sociali, sindacali, imprenditoriali, professionali e via enumerando, perché dalla competizione elettorale esca il migliore.
È soprattutto necessario che i candidati facciano chiarissima menzione al loro impegno di ribaltare la politica clientelare basata sui favori per una linea basata sull’interesse generale.
 
Nella disamina delle varie possibilità, abbiamo appreso che il Movimento per l’Autonomia ha trasformato la sua denominazione in Partito dei siciliani (privilegiati). Fermo restando il rispetto personale verso il suo leader, che a dispetto di ogni dichiarazione tiene fermamente in mano le redini, dobbiamo osservare una cosa elementare. E lo facciamo con una domanda: c’è qualcuno dei siciliani che ha votato l’Mpa e che ha in animo di rivotarlo, seppur con la nuova insegna, che non abbia ricevuto un favore o aspetti un favore?
La filosofia di Raffaele Lombardo è quella di basare la raccolta del consenso sulla promessa di restituirlo in qualche modo. Questa non è politica, almeno non è alta politica.
L’alta politica, infatti, è fondata su un progetto di sviluppo e di equità sociale, sul quale si chiede il consenso degli elettori, che debbono credere in coloro che lo propongono. Purtroppo il morente Governo ha dimostrato di fare solo un’azione clientelare e ancora oggi gli assessori hanno il coraggio di dire che andranno da Monti per chiedere la stabilizzazione dei 28 mila precari (sic!).

Chi governerà la Sicilia nella XVI legislatura dovrà ribaltare questi comportamenti. Dovrà tagliare la spesa pubblica improduttiva, come è stato fatto in Grecia. Da questa operazione potrà ricavare risorse per finanziare opere pubbliche, investimenti e attività produttive. Dovrà fare finalmente chiarezza su quella misteriosa voce di pareggio del bilancio regionale che è l’avanzo di amministrazione, una serie di supposti crediti di cui la maggior parte non vedrà mai l’esazione.
Musumeci ha dato dimostrazione, nel periodo in cui è stato presidente della Provincia di Catania, di essere un buon amministratore, di buon senso ed equilibrato, capace di un progetto di sviluppo. Non ha mai dato adito a ombre sui suoi comportamenti, quindi, secondo noi, ha i requisiti per concorrere alla Presidenza della Regione. Ci auguriamo che il suo competitore abbia gli stessi requisiti, in modo che la gara sia leale, aperta e al massimo livello.
Lug
12
2012
In una regione dove ci sono oltre 200 mila disoccupati e c’è urgenza di dar loro qualche opportunità di lavoro, l’assessore e il direttore generale al ramo si permettono il lusso di non emettere, nella data di scadenza tassativa, cioè il 30 giugno di quest’anno, il Decreto dirigenziale che darebbe una grande boccata d’ossigeno al settore. Di che si tratta?
La legge 106/2011 ha previsto una serie di agevolazioni per le assunzioni di dipendenti nel Mezzogiorno entro un anno, cioè luglio 2012. La successiva legge 35/2012 ha esteso questo termine al luglio 2013. La prima legge ha subordinato la sua concretizzazione a un decreto interministeriale, pubblicato sulla Guri del primo giugno 2012, in cui si legge che: Ciascuna Regione adotta, nel rispetto delle proprie procedure, entro 30 giorni dalla data di pubblicazione del presente decreto, il pertinente provvedimento con cui stabilisce le modalità e le procedure per la concessione del credito d’imposta. Ricordiamo che la legge ha assegnato alla Sicilia 65 milioni di euro.
Ebbene, anziché occuparsi di realizzare tale agevolazione nei confronti di persone che vanno assunte nel biennio 2011/2013, a costo zero per la Regione, essa si occupa di tutt’altro.

Raffaele Lombardo ci ha dato molte aspettative quando fu eletto presidente della Regione. Abbiamo stima di lui come persona, ma come figura istituzionale ci ha molto deluso.
Comprendiamo perfettamente il suo disegno di vecchio democristiano impastato di democristianismo, secondo il quale il consenso non è fondato sui grandi progetti sociali di sviluppo e di crescita, bensì su una rete clientelare fatta di favori e controllata a vista da fedelissimi, messi nei gangli che disciplinano questi meccanismi.
Le oltre cento nomine nei nodi dell’amministrazione regionale, i cambi degli assessori di questi mesi e, per ultimo, la nomina (poi stoppata dal Tar) del commissario alla Camera di Commercio di Catania sono i fatti su cui basiamo la nostra descrizione. Per inciso ricordiamo che la Camera di Commercio etnea, essendo l’azionista di riferimento, con il 37,35% delle azioni, della Società aeroporto Catania Spa, ha un peso rilevante nella nomina del nuovo Cda Sac.
 
In questo ultimissimo scorcio di legislatura, se Lombardo si dimetterà, come si è impegnato a fare, il 28 luglio, le citate nomine hanno un preciso significato: stendere la rete sull’elettorato in modo da tentare di riportare quel 13,8%, pari a 371.418 voti, del 2008. Non sappiamo se in questo clima tale disegno vedrà la luce, perché la gente non crede più alle inutili promesse che, con il cruento taglio di risorse, non possono essere mantenute del tutto.
Se Lombardo avesse puntato, invece, la sua azione politica, fin dall’inizio, sui grandi progetti di sviluppo (energia verde, agricoltura innovativa, turismo d’elite e di massa, servizi avanzati e, soprattutto, apertura di tutti i cantieri per opere pubbliche) e sulla profonda ristrutturazione della burocrazia regionale, mettendo da canto 10 mila dipendenti anziché assumerne 5 mila; se avesse fatto questo, oggi il consenso per la sua azione ci sarebbe stato senza bisogno di fare questa marcata azione clientelare di vecchio stampo.

La Regione è in piena abulia, non ha un euro in cassa e ha persino negato il finanziamento corrente all’Assemblea regionale di ben 15 milioni di euro. Ma dal canto suo il presidente, Francesco Cascio, poteva dare un segnale ai siciliani mettendo all’ordine del giorno l’abrogazione della legge 44/1965, che la equipara al Senato, in modo da sforbiciare del 50% compensi di deputati, dipendenti e dirigenti, omologandoli a quelli del Consiglio regionale della Lombardia. Ricordiamo che questo spende 67 milioni in un anno contro i 167 dell’Ars.
Non solo alla Regione c’è abulia, ma c’è anche anarchia. Nessuno prende decisioni, perché tutti temono qualcosa, mentre incassano regolarmente i compensi mensili dei circa 20 mila cedolini emessi regolarmente ogni mese e puntualmente pagati.
Di fronte a questo scenario, idilliaco per i dipendenti regionali, che guadagnano il 37% in più di statali e comunali, vi sono migliaia di siciliani alla fame e disperati. Evidentemente a Lombardo importa tutelare i privilegiati ma fottersene di tutti gli altri siciliani. Un bel modo di fare una politica bulimica.
Giu
30
2012
La Corte dei Conti ha ritenuto regolare il conto del bilancio della Regione siciliana per l’esercizio finanziario 2011. Ma dietro questo titolo, formalmente buonista, dalla Requisitoria del procuratore generale d’Appello della Corte dei Conti, Sezione Siciliana, Giovanni Coppola e dalla Relazione del presidente delle Sezioni riunite in sede di controllo, Rita Arrigoni, si è aperto il sipario sugli scempi compiuti da Governo e Assemblea regionale nel 2011. Scempi di cui vi citiamo un piccolo campionario, mentre nelle pagine interne troverete un quadro più completo.
I dipendenti erano 20.288, costati alla Regione 1 miliardo e 84 milioni di euro, con un aumento di 56 milioni rispetto all’anno precedente. I dirigenti regionali erano 1.917, 12 in più rispetto all’anno precedente.
Nello stesso anno 2011 i pensionati erano 16.098 con un costo di 639 mln. I pensionati regionali godono di un assegno calcolato col sistema retributivo e non in base ai contributi versati, che è scandaloso rispetto al metodo contributivo riservato ai dipendenti del settore privato. Scandalo nello scandalo, in base all’art. 39 della l.r. n. 10/00, per fortuna abrogato con l.r. n. 7/2012, ben 497 pensioni sono andate a privilegiati dipendenti regionali con appena 25 anni di servizio, per accudire un parente gravemente disabile.

Veniamo alla Sanità. Nonostante il piano varato dall’assessore Massimo Russo, la Corte ha rivelato che non è vero sia stato lacrime e sangue perchè la spesa totalizzata nel 2011 è stata di 9 miliardi 421 milioni di euro, con un incremento, rispetto all’anno precedente, di ben 519 milioni. Altro che tagli!
E per questo dissennato comportamento le imprese siciliane pagano l’Irap al massimo livello e i siciliani pagano un ticket. Il comparto sanitario paga ogni mese ben 47.800 cedolini. Se l’organico fosse ridotto a 40 mila, oltre ad avere un notevole risparmio, migliorerebbe l’efficienza dell’organizzazione sanitaria. Invece vogliono assumere (sic!).
Vi è poi lo scandalo delle partecipate, ben 54 che dovevano essere ridotte a 14. Ma tale riduzione è rimasta sulla carta, nel regno delle intenzioni e dei tanti impegni del governo regionale assunti ma non mantenuti. Possiamo dire che Presidente e ceto politico non sono uomini d’onore, perchè Pacta sunt servanda.
 
Sempre nel comparto sanitario vi è lo scandalo del 118, la Seus, che ha assorbito più di tremila dipendenti e che è costata, sempre nel 2011, 110 milioni di euro contro i 97 dell’anno precedente. Scandalo maggiore desta il costo per intervento delle ambulanze che è di circa 500 euro cadauno. 
La spesa corrente è continuata a crescere senza freni, alimentando clientelismi, favoritismi e, in qualche caso, corruzione sociale.
Complessivamente la spesa è approdata a ben 19 miliardi 558 milioni di euro, cioè ben 299 milioni in più dell’anno precedente. Le entrate di 15 miliardi e 586 milioni sono diminuite di 3 miliardi e 971 milioni. Tale decremento non è effettivo perchè risulta da una compensazione con quella voce contabile, tanto suggestiva quanto discutibile, che prende il nome di avanzo di amministrazione. Inoltre è stato assunto un mutuo con la Cassa depositi e prestiti di oltre 954 milioni di euro.

Abbiamo più volte tentato di farci dire dall’assessore all’Economia e dal dirigente generale la specifica di codesto fantomatico avanzo di amministrazione, ma, in questi quattro anni, sia l’uno che l’altro si sono ben guardati dal rispondere alle pressanti richieste dell’opinione pubblica. Perché? La risposta è deduttiva. Perché hanno avuto da nascondere tutte le magagne contabili che ci sono nel bilancio della Regione. Dal che si può affermare che esso è falso.
I dissennati comportamenti prima indicati portano il debito della Regione a ben 5,3 miliardi, che nei prossimi anni approderanno a sette miliardi, caricando alle generazioni future comportamenti politicamente disonesti, messi in atto per sopravvivere in un periodo difficile, ma senza alcuna capacità di iniziare un percorso di crescita e di sviluppo.
La bocciatura complessiva della Corte dei Conti sui conti della Regione è nitida. I responsabili politici e burocratici di questi nefasti comportamenti dovrebbero vergognarsi e sparire dalla circolazione. Invece, sono là, tronfi e impettiti a godere di un disastro di cui sono colpevoli senza appello.
Giu
28
2012
È notizia di questi giorni che la Regione a secco di denaro, praticamente in dissesto, ha tagliato i contributi per i trasporti navali e su gomma: i trasporti su ferro in Sicilia praticamente non esistono. Ma i cedolini dei dipendenti, gli onorari per consulenze e parcelle, le indennità e i premi dei dirigenti e quelle per i deputati regionali (20 mila euro al mese), nonché le pensioni d’oro e quelle non meritate - perché liquidate col metodo retributivo - vengono pagate regolarmente e puntualmente.
Si tratta di un comportamento inqualificabile sul piano sociale, dell’equità e politicamente scorretto. La Regione continua a soddisfare 100 mila privilegiati negando il giusto a quattro milioni novecentomila siciliani, che hanno gli stessi diritti oltre che gli stessi doveri, in base all’art. 3 della Costituzione. è proprio questo comportamento che farà perdere questo ceto politico, intriso in questi atteggiamenti asociali e incapace di guardare la realtà.

Sono quattro i settori su cui dovrà puntare per la crescita la prossima legislatura: burocrazia, energia, cantieri e competitività.
La burocrazia dev’essere profondamente rivoltata, affidando a non più di cento dirigenti su 1.820, scegliendo i più bravi e competenti, questa riforma, pilotata da esperti e manager della McKinsey, della Arthur Andersen, della Kpmg o da altri, di modo che possano essere tagliate le procedure, semplificandole, e fissati obiettivi precisi agli stessi dirigenti, che le società di consulenza prima indicate controllino in un tassativo cronoprogramma.
I dirigenti che sgarrano vengono mandati a casa come prevede il loro contratto. Ricordiamo ancora che il dirigente non è un dipendente, nel senso che il suo contratto è basato sul rapporto fiduciario con il datore di lavoro, in questo caso la Regione, e per essa presidente e assessori.
Naturalmente, va redatto il Piano aziendale generale e quello per ogni branca aministrativa, in modo da determinare il corretto fabbisogno di figure professionali per la produzione dei servizi.
Energia verde. è il futuro dell’economia per due questioni: perché essa soppianterà nei prossimi 30 anni quella fossile. E perchè è un settore in grande sviluppo, per la sua innovazione.
 
Cantieri. L’apertura dei cantieri per opere su fondi comunitari a livello regionale e comunale è urgentissima. Giovedi 21 abbiamo pubblicato una maxi-inchiesta sulle somme impegnate e spese relative a fondi Ue, Fas e al cofinanziamento regionale. Ebbene, su 18 miliardi disponibili, dopo sei anni del Piano 2007/2013, sono stati impegnati appena 5,7 miliardi e, vergogna delle vergogne, spesi solo 2,1 miliardi (l’11,8%).
Però, nessuno dei dirigenti responsabili è stato cacciato, come invece si doveva fare, dato il fallimento della loro azione, mentre hanno continuato a percepire regolarmente sia gli stipendi che, paradossale, i premi per non aver raggiunto gli obiettivi.
Naturalmente, in quello che scriviamo non c’è niente di personale, ma solo una valutazione a disdoro dei dirigenti medesimi e degli assessori inerti, muti, sordi e ciechi di fronte ai comportamenti disastrosi di coloro che hanno responsabilità amministrative.

Competitività. Quanto prima scritto refluisce in un’unica parola: competitività. Una regione come la nostra, nella quale la burocrazia rema contro l’economia, i cantieri restano chiusi, i piani per l’energia verde si fermano nei cassetti (naturalmente non ci riferiamo al dannosissimo rigassificatore di Priolo, la cui istanza dovrebbe essere definitivamente respinta) non ha nessun elemento di competitività. Anche perché il sistema delle imprese che lavorano in Sicilia (locali, nazionali e internazionali) è ostruito continuamente nelle sue attività quando ha bisogno di autorizzazioni e concessioni pubbliche.
Tutti i servizi locali sono affidati dai Comuni a proprie società figlie, nelle quali sono stati inseriti migliaia di privilegiati nei consigli di amministrazione, nei collegi sindacali e negli organici. I trombati, gli affiliati ai padrini dei partiti, hanno trovato collocazione e continuano a succhiare il sangue dei siciliani che faticosamente pagano le imposte. Poi vi sono anche i siciliani disonesti che le evadono in tutto o in parte.
Si può affermare che la Regione deve spendere meno e spendere meglio.
Giu
21
2012
L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, che non riesce a farsi nominare presidente dell’Irfis-FinSicilia, è disperato. Dichiara tutti i giorni che la cassa della Regione è a secco, con ciò accertando ufficialmente il dissesto del massimo Ente della Sicilia.
Un dissesto perseguito con pervicacia dall’attuale Governo regionale, che ha moltiplicato il numero dei dipendenti aumentando la spesa improduttiva, senza, invece, tagliarla con l’accetta non soltanto per mettere i conti in ordine - come il Quotidiano di Sicilia chiede da anni - ma per ricavare risorse necessarie e co-finanziare i fondi europei. Questi, in assenza di tali risorse, rimangono bloccati.
Il mancato taglio della spesa improduttiva è stato una malattia contagiosa, perché neanche i Comuni hanno proceduto in questa direzione in maniera sufficiente per far emergere le somme necessarie agli investimenti. Dissennatezza e pessima amministrazione di Governo regionale e sindaci, unicamente alla ricerca del consenso clientelare basato sui favori riservati ai privilegiati, hanno fatto sì che la situazione attuale diventasse realtà.

Stipendificio e clientelismo del ceto politico cattivo, alias i partitocrati, ovvero i senzamestiere, hanno messo ko la Regione. Il peggio di tutto questo quadro è che la cassa è a secco ma i 21 mila cedolini di dipendenti e dirigenti, le indennità di formatori, forestali, dipendenti della Resais e delle altre partecipate in perdita, vengono pagati puntualmente. Come dire: soddisfiamo le necessità dei privilegiati e fottiamocene dei siciliani. Centomila contro quattro milioni e novecentomila.
La situazione è insostenibile. Abbiamo più volte suggerito cosa e come fare per ribaltarla, beninteso, in accordo con illustri economisti e manager pubblici e privati che pensano e lavorano per soddisfare l’interesse generale e non quello privato e particolare.

Proviamo a riassumere i rimedi:
1. Stipulare un contratto di solidarietà con i 21 mila dipendenti e dirigenti che preveda la riduzione del 20 per cento dei loro compensi, con l’eliminazione totale di straordinari, premi e altre indennità supplementari allo stipendio nudo e crudo.
2. Abrogare la Lr 44/65 di modo che l’Ars costi 67 milioni e non 167.
3. Sanità: tagliare 400 milioni di spesa per farmaci in più rispetto alla media nazionale. E tagliare altri 400 milioni riorganizzando e accorpando i servizi tra ospedali e presidi sanitari, nonché riducendo il personale delle Aziende sanitarie provinciali.
4. Abrogare la lr 9/86 con la contestuale trasformazione delle Province regionali siciliane in Consorzi di Comuni, secondo le prescrizioni dell’articolo 15 dello Statuto siciliano, con un risparmio di oltre 500 milioni di euro.
5. Eliminare tutte le auto blu e relativi autisti e manutenzione, a eccezione di un’unica auto per il presidente. Assessori e dirigenti possono circolare in taxi o con Ncc (Noleggio con conducente).
6. Taglio di tutti i consulenti e utilizzo delle risorse professionali interne, licenziando tutti i dirigenti che non possiedano le professionalità per assolvere al loro compito. Come è noto, i dirigenti possono essere licenziati senza alcuna motivazione, ovvero per la loro incompetenza.
7. Trasferire la gestione dei 15 mila pensionati regionali all’Inpdap, eliminando costi di gestione di circa 10 milioni di euro.
8. Informatizzare tutti i servizi regionali in tempi brevi, in modo che le richieste di cittadini e imprese vengano soddisfatte esclusivamente per via telematica. Così il tasso di trasparenza aumenta sensibilmente e, con esso, l’efficienza e la velocità di evasione (comunque fissata in 30 giorni, pena sanzione a carico dei dirigenti responsabili).
9. Istituire, assessorato per assessorato, Presidenza compresa, i Niai (Nuclei investigativi affari interni) con lo scopo di accertare i casi di corruzione e inefficienza interna. Tali nuclei devono essere composti da professionisti integerrimi estranei all’apparato regionale.

Sembra monotono ripetere queste cose, ovvie e banali. Noi lo continuiamo a fare perché l’opinione pubblica, smemorata, sappia che i rimedi ci sono. Chi non li adotta è colpevole e non può essere perdonato, né votato.
Giu
09
2012
Qualche giorno fa abbiamo fatto appello al morente governo della Regione perché, in un sussulto di dignità, promuova un progetto di sviluppo della Sicilia per la prossima legislatura quinquennale, che abbia al centro l’aumento del Pil dal 5,6 all’8% di quello nazionale cioè da circa 85 miliardi a 125.
Un’impresa poderosa, tuttavia realizzabile, sol che si mettano insieme le forze sane dell’Isola, pilotate da un ceto politico totalmente rinnovato non solo nelle persone, ma soprattutto nella mentalità: passare dall’interesse personale all’interesse generale, dalla cultura del favore alla cultura del servizio.
Abbiamo anche suggerito al presidente Lombardo d’interpellare, ed eventualmente assumere, i migliori professionisti del mondo, tra cui quelli della McKenzie, per redigere questo progetto che deve riguardare soprattutto un riordino della pubblica amministrazione siciliana.
Alla base di esso c’è l’inversione dell’attuale malfunzionamento dell’insieme delle attività pubbliche e private, trasformando lo stipendificio regionale e locale in un locomotore delle attività economiche innovative, che abbia al centro l’apertura dei cantieri per le opere pubbliche di cui la Sicilia ha fame.

Il Pil della Sicilia non può dipendere dal settore pubblico, il quale istituzionalmente ha il compito di formulare regole eque e fatte rispettare da tutti, di promuovere le attività economiche finanziando aspetti marginali e di redistribuire la ricchezza in base ad un principio di equità sociale. è del tutto evidente che se non c’è ricchezza non si può distribuire niente. Ne consegue che il primo bersaglio di un’istituzione regionale deve essere quello di produrre ricchezza.
Ma la ricchezza non si produce distribuendo stipendi a destra e a manca, né consulenze, né appalti di favore. In altri termini, la ricchezza non si forma alimentando la corruzione, ma combattendola.
Occorre valorizzare le tante professionalità che ci sono in Sicilia e che vengono regolarmente accantonate, per far posto a dei cialtroni che hanno il solo merito di appartenere a questo o a quel partitocrate o di essere amico degli amici.
Basta, non se ne può più di questo vergognoso andazzo. è indispensabile che chi abbia responsabilità istituzionali cerchi i talenti, che in Sicilia ci sono, e li metta a capo delle branche amministrative e delle attività istituzionali.
 
I talenti possiedono i due requisiti principali del professionista: il merito e la responsabilità. Forse proprio per queste qualità vengono combattuti da quelli che sarebbero danneggiati qualora i due valori prendessero il sopravvento sulla mediocrità e su quei soggetti che, invece, dovrebbero primeggiare.
In questo quadro e nell’ambito del progetto prima indicato, la Regione dovrebbe mettere mano alla revisione della spesa, anticipando i tagli che arriveranno ancora dal governo centrale, in modo da liberare risorse indispensabili a fare gli investimenti.
Senza dei quali, qualunque piano resta sulla carta, anche perché ostruito da una burocrazia becera che ha dimenticato totalmente la sua funzione. La burocrazia non c’è per ostruire i procedimenti, non c’è per danneggiare cittadini e imprese, ritardando oltre ogni limite l’emissione o il diniego di provvedimenti amministrativi.
La burocrazia regionale c’è per servire e per motivare i ricchi compensi che percepisce, che sono ben più alti di quelli dei dipendenti statali e locali e, come ha dimostrato la recente nostra inchiesta sulla Catalogna, molto superiori a quei dipendenti pubblici.

Come si sa, se il pesce è fresco o stantio, si desume dalla testa. La testa è costituita dalle istituzioni, cioè presidenza e Ars, esecutivo e legislativo. Se i due vertici non si ritengono al servizio dei siciliani, come hanno dimostrato in questi quattro anni, non sono degni di stare al loro posto e i siciliani li cacceranno alle prossime elezioni, in qualunque data siano fissate.
È incredibile rilevare come tutta questa gente non ha capito che la crisi morde fortemente la carne dei siciliani. Un solo dato, minore ma significativo: in giro vi sono meno veicoli e spesso gli stalli blu della città sono vuoti.
Tutto questo non resterà senza conseguenze per chi ha portato al disastro la Sicilia. Un disastro che la stragrande maggioranza di noi rifiuta. Per questo saranno attivate iniziative e procedure, per cacciare i sacerdoti dal tempio, quei sacerdoti che per autoconservarsi, hanno allontanato le persone oneste e capaci e continuano a perseguire la linea della loro perdizione, cui non vogliamo partecipare.
Giu
07
2012
Il lunedì della scorsa settimana ho visto il presidente della Regione all’Infedele (La7). Raffaele Lombardo non ha fatto una bella figura quando ha enumerato tutti i clientes cui deve trovare un’indennità: 26.000 forestali, 10.000 formatori, 22.500 precari degli enti locali, qualche migliaio appartenenti a sigle astruse, circa 500 parcheggiati nella Resais, eccetera. Poi ha dato due notizie vecchie e cioè che è sua intenzione dimettersi il 28 luglio e non candidarsi come presidente della Regione nella tornata del 28 e 29 ottobre.
Abbiamo stima dell’uomo, ma come presidente della Regione ci ha fatto fare una figuraccia, perché ha riproposto quei temi clientelari che sono stati la rovina della Sicilia il cui supremo ente, la Regione, è stato e continua ad essere uno stipendificio, che spreca risorse pervenute attraverso le imposte faticosamente pagate dai siciliani.
Avremmo voluto sentire da Lombardo un progetto strategico di sviluppo della Sicilia, forgiato su gambe moderne quali l’energia, l’ambiente, l’agricoltura innovativa, il turismo esteso, l’utilizzazione economica dell’immenso tesoro archeologico-paesaggistico-marino e così via.

I siciliani che reggono ancora l’economia non sono né come Lombardo né come la genia di partitocrati che ci ha rovinato. Quei siciliani hanno detto basta da diversi anni a questo malcostume, che affossa sempre di più l’economia dell’Isola, ed esigono una svolta nei comportamenti. Ma ogni botte dà il vino che ha e il bottaro dice sempre che il suo vino è il migliore. Così fa questo ceto partitocratico, che è incapace di avere una visione strategica di sviluppo basata su piani poliennali.
Quello che accade è gravissimo, perché non c’è la scusa della carenza di denaro. Infatti i fondi europei sono cospicui se miscelati a quelli statali, che la Regione dovrebbe co-finanziare. In tutto 18 miliardi per il PO 2007-2013. La vergogna delle vergogne è che su tale importo, dopo sei anni la Regione ha speso meno del 10 per cento.
Basta pagare stipendi, bisogna dirlo forte e chiaro come dovranno fare i prossimi candidati alla Presidenza della Regione. Se non hanno capito che lo scenario è profondamente cambiato, sono degli stupidi.
 
La Russia, attraverso il suo colosso Gazprom, e la Germania hanno firmato un importante contratto energetico. Verrà costruito un gasdotto di 1.224 chilometri che parte dalla Siberia, arriva nei pressi di San Pietroburgo, attraversa il mar Baltico e approda sulle coste dell’ex Ddr.
La Germania così si affrancherà dal cappio energetico, sostituendo l’energia delle centrali atomiche che ha deciso di dismettere. Ma il governo Merkel ha anche deciso di investire nell’energia verde, in modo da sostituire, via via, il carburante fossile con quello proveniente dalle piante.
Perché vi citiamo questo fatto? Perché la Regione potrebbe lanciare un piano straordinario per la produzione di energia verde, utilizzando oltre 4.000 chilometri quadrati di terreno incolto non montagnoso. Una Regione moderna, governata da uomini politici e non da partitocrati, dovrebbe mettere a disposizione dell’imprenditoria locale, nazionale e internazionale, almeno tre strumenti, senza dei quali resta morente.

Il primo riguarda un accordo con i tre poli siciliani di raffinazione per sostituire, in testa al processo produttivo, il prodotto vegetale a quello fossile. Non c’è limite quantitativo su questo versante.
Il secondo: agevolare gli investimenti in agricoltura energetica, prendendo a proprio carico gli interessi dei finanziamenti necessari agli impianti e agli esercizi. In tal modo si eviterebbe la corruzione e l’inefficacia della famigerata legge 488. In altri termini, sono le banche che devono finanziare valutando il progetto, e non il denaro pubblico.
Il terzo: agevolare gli investimenti mediante il credito d’imposta, che è uno strumento agile e sicuro nonché veloce, che funziona quando c’è fatturato, da cui non può prescindere.
Naturalmente questo progetto dovrebbe vedere coinvolti le imprese e i lavoratori siciliani ed anche quell’elenco prima indicato di gente che, umiliandosi, continua a percepire l’obiettivo del posto pubblico e non quello del lavoro.
Giu
06
2012
Jordi Pujol, nel 1974 fondatore del partito Convergenza Democratica di Catalogna, dopo la morte di Franco ha inventato la Catalogna, una regione estesa 32 mila kmq, sulla cui superficie risiedono 7,4 milioni di abitanti: diciamo una volta e mezza la Sicilia.
L’autonomia che ha ottenuto dal Parlamento nazionale è stata sempre utilizzata per sviluppare quella regione, tanto che da più povera della Spagna è diventata la più ricca e sviluppata. La sua capitale, Barcellona, ha ospitato nel 1992 le Olimpiadi e in quell’occasione ha investito miliardi di pesetas in infrastrutture, compresa la sopraelevata ferroviaria che costituisce il gioiello di quella città.
L’autonomia della Catalogna è, dunque, relativamente recente, meno di quarant’anni, eppure i progressi socio-economici sono stati notevoli perchè la spesa pubblica è stata ridotta all’osso, mentre quella per investimenti è stata ampliata il più possibile. Per fare un confronto con la Sicilia, il Parlamento catalano, nel 2012, costa 51 milioni di euro, quello siciliano 167 milioni, oltre tre volte.

I 135 deputati catalani  costano 5,5 milioni mentre i 90 deputati siciliani oltre venti milioni, quattro volte di più. Da queste sintetiche indicazioni si capisce la differenza della politica fra le due Regioni: in quella spagnola si elaborano progetti che si realizzano in tempi ragionevoli; in Sicilia, si pensa solo a come fare clientelismo distribuendo a pioggia indennità e compensi a decine di migliaia di privilegiati.
È quasi noioso ripetere questi argomenti, ma finchè non ci sarà una svolta, che potrà dare questo governo o quello della prossima legislatura, saremo costretti ad evidenziare costantemente la patologia che ci affligge. Non c’è la capacità, nel ceto politico siciliano, di ritornare al merito e alla responsabilità istituzionale.
Per esempio, si discute di chi debba andare ad occupare i vertici dell’Irfis-FinSicilia: presidente e direttore generale. Avere permutato le quote con Unicredit è stata un’operazione positiva. Ora il glorioso istituto è controllato interamente dalla Regione che dovrebbe farne il primo strumento per lo sviluppo dell’economia siciliana. Ma questo non può accadere se i vertici non sono capaci e competenti.
 
Gaetano Armao è un valente professore e professionista, ma non sappiamo che abbia anche necessarie competenze nazionali e internazionali per guidare un istituto bancario di mediocredito. Enzo Emanuele è un valente dirigente pubblico, ma non ci risulta che abbia competenze tecniche per organizzare e gestire lo stesso Irfis.
Nella considerazione che precede, ovviamente, non c’è nulla di personale. Ma come si può pensare allo sviluppo della Sicilia se un istituto fondamentale che deve sostenerlo non è guidato da manager nazionali o internazionali? Meglio sarebbe che questo governo morente desse incarico a una società specifica per cercare i due vertici di alto livello.
Come sarebbe opportuno che Lombardo, in questo scorcio di legislatura, insediasse un paio di esperti prelevati dalla Mckinsey per elaborare, seppure in limine mortis, un progetto di ampio respiro, per spostare l’asfittico 5,6 per cento del Pil su quello nazionale al più adeguato e consistente 8 per cento, nel corso della prossima legislatura.

Il progetto, ripetiamo redatto da esperti della Mckinsey, o analoghi, dovrebbe trasformare la Regione in locomotiva, non più dispensatrice di favori, per sviluppare le branche economiche più moderne: agricoltura innovativa, energia verde, servizi avanzati, turismo organizzato ed efficiente e così via.
Naturalmente, precondizione sarebbe un riordino efficiente della burocrazia pubblica, della burocrazia regionale e di quelle comunali tagliando le lunghe e farraginose procedure, in modo da costringere tutti i burocrati ad evadere le istanze in tempi brevi e certi.
Efficienza ed efficacia della Pa, istituto di mediocredito condotto da manager capaci, inquadramento delle attività dei 390 sindaci entro perimetri di funzionamento elevato, eliminazione di tutte le società partecipate, usate come contenitori di clientelismo e di corruzione: ecco alcune linee guida di una Regione locomotiva.
Noi siciliani non siamo secondi a nessuno, ma non possiamo restare in questo stato per colpa di partitocrati senzamestiere.
Mag
18
2012
Che la Regione sia sull’orlo del baratro, anche se poco se ne vede sui giornali e nelle televisioni regionali, è un dato ormai acquisito. Basta guardare la situazione finanziaria che definire fallimentare è poco.
La dissennata attività clientelare di questi ultimi decenni, con l’ampliamento indiscriminato, inutile e dannoso dello stipendificio pubblico di amministrazioni regionale e locali, enti di vario genere, istituti, partecipate regionali e comunali e via enumerando, ha spinto sempre di più la Sicilia in una recessione molto più grave di quella nazionale.
Qui sono state tagliate le risorse per le opere pubbliche e per gli investimenti, mentre sono state aumentate le uscite per stipendi, consulenze, indennità, gettoni e così via. Una scelta scriteriata, di cui tutto il popolo siciliano sta pagando le dolorose conseguenze e, peggio, i nostri figli pagheranno ancora di più.
Le istituzioni regionali e locali (non vi è un solo Comune - dei 390 -  iscritto all’Associazione nazionale dei Comuni virtuosi) anzichè elaborare e realizzare un progetto di crescita, si sono perse nei rigagnoli della partitocrazia, dimenticando la vera politica, fatta di scelte basate su merito, responsabilità e interesse generale.

Da queste colonne lanciamo il monito sociale, che proviene dalle lettere e dalle email che riceviamo in redazione, dai nostri collaboratori sparsi in tutta la Sicilia, dalle inchieste multiple che stampiamo ogni giorno, sia alla Regione che ai sindaci: mettete in ordine i conti, tagliate le spese per destinare le risorse emergenti a opere pubbliche ed investimenti.
Il monito è più pressante nei confronti dei sindaci che invitiamo a iscriversi il più presto possibile all’Associazione nazionale dei Comuni virtuosi. Per poter ottenere tale iscrizione, le amministrazioni comunali devono rispondere a diversi requisiti. Ne citiamo alcuni: 1. Avere il Piano aziendale, nel quale sono indicate con chiarezza le quattro parti essenziali (programmazione, organizzazione, gestione e controllo). Da esso scaturiscono le figure professionali di tutti i livelli necessari per produrre i servizi da rendere ai propri cittadini; 2. Redigere un bilancio vero e reale, limitando all’osso le uscite, con l’eliminazione di quelle improduttive e clientelari.
 
Proseguiamo: 3. Istituire il Nucleo investigativo interno per combattere la corruzione ed il Nucleo tributario locale per scoprire gli evasori e obbligare i morosi a pagare; 4. Rivedere tutte le procedure interne, semplificandole e riducendo al minimo i tempi per il rilascio di qualsivoglia autorizzazione o concessione o altro documento richiesto da imprese e cittadini. Tali procedure devono ricevere il certificato europeo di qualità della serie Iso; 5. Da ultimo, nominare una società di revisione iscritta alla Consob per la certificazione dei bilanci, in modo che i dati esposti siano attendibili.
Ci scuseranno i pazienti lettori se ripetiamo monotonamente queste cose, ma siamo costretti a farlo, e lo faremo, fino a quando gli interlocutori istituzionali non entreranno nell’ordine di idee che sono al servizio dei cittadini, dai quali hanno ricevuto un mandato per amministrare bene, non in qualunque modo.
Attendiamo che i sindaci ci comunichino di avere imboccato questo percorso che li porta, in tempo ragionevole, ad ottenere, ripetiamo, l’iscrizione all’Associazione nazionale Comuni virtuosi.

Torniamo alla Regione. Che sia in default è chiaro a tutti. Quando il presidente, Raffaele Lombardo, dice che promulgherà il disegno di legge approvato dall’Assemblea e impugnato dal Commissario dello Stato (non del governo) dinnanzi alla Corte Costituzionale, relativo all’autorizzazione a stipulare un nuovo mutuo da 500 milioni, afferma una sua prerogativa.
Però essa è priva di contenuto. Primo, perchè comporta una responsabilità patrimoniale personale oltre che politica, nel caso la Corte Costituzionale accogliesse gli equilibrati motivi di ricorso del prefetto Aronica. Secondo, perchè non sappiamo quale possa essere quell’istituto di credito che stipuli un mutuo alla Regione Siciliana, non supportato da una legge.
Tutto ciò non è realistico e fanno male i cinquantamila clienti, che aspettano inutili stipendi e indennità, a sperare nella Provvidenza.
Alla Regione non resta che tagliare la spesa improduttiva, per innestare la crescita, essenziale come l’aria che respiriamo.
Apr
27
2012
Nessuno si offenda se definiamo ignoranti e incompetenti i deputati che hanno approvato il disegno di legge sulla finanziaria. Ignorante è infatti chi non conosce una determinata materia. Incompetente è chi manca di strumenti cognitivi idonei a svolgere una determinata funzione. Come definire altrimenti quei deputati che hanno approvato un coacervo di norme sconclusionate tendenti a violare decine di volte la Costituzione, che evidentemente tali deputati non conoscono?
Il Commissario dello Stato, prefetto Carmelo Aronica, ha evidenziato con precisione chirurgica sia l’incompetenza che l’ignoranza, demolendo la struttura di un disegno di legge costruito proprio per essere demolito.
Le violazioni degli articoli 3, 81 e 97 erano state ripetutamente illustrate nel nostro editoriale di sabato 21 aprile, quindi ante bocciatura. Il Commissario ha inoltre aggiunto la violazione degli articoli 51 e 117 della Costituzione. Non c’è che dire: il ceto politico regionale, dal presidente agli assessori e agli stessi deputati, è stato bocciato senza possibilità di appello.

Da oggi, sabato 28 aprile, l’Assemblea dovrebbe cominciare ad approvare il disegno di legge azzoppato (e quindi impossibile da essere pubblicato), ovvero un nuovo disegno di legge per eliminare quello che il presidente dell’Assemblea, Francesco Cascio, ha definito “Un testo con troppe porcate”. Altrimenti rischia il commissariamento.
Basteranno 72 ore per fare quello che in sei mesi governo e maggioranza-arlecchino non hanno saputo fare? Vi è un secondo e più importante quesito. Potranno tagliare spese per un miliardo, deludendo così tutti i clientes che, come amebe affamate, continuano ad alimentarsi dei soldi pubblici che tanto faticosamente paghiamo noi siciliani?
Solo degli incoscienti potevano presentare una bozza di finanziaria che prevedesse un ulteriore indebitamento, oltre ai circa cinque miliardi già esistenti. Hanno ricevuto la lezione che si meritavano.
La questione non ha avuto ancora risonanza nazionale, ma questa débâcle verrà riportata negli ambienti che troveranno un’ulteriore occasione dell’insipienza del nostro ceto politico per impedire che la giusta quantità di risorse venga inviata in Sicilia, dal momento che i partitocrati non le sanno amministrare.
 
Ieri, abbiamo pubblicato dettagliatamente i rilievi del Commissario inseriti nel ricorso alla Corte Costituzionale. Oggi, completiamo il quadro con l’esame della restante parte delle norme impugnate. Non tocca a questo editoriale entrare nello specifico, tuttavia non possiamo fare a meno di rilevare alcune questioni stridenti.
La prima riguarda il tentativo di partitocrati clientelari di violare ripetutamente la norma costituzionale che prevede l’assunzione esclusivamente tramite concorsi pubblici. L’abbiamo scritto decine di volte, l’ultima in gennaio 2011, quando il Governo ha autorizzato l’assunzione di cinquemila nuovi dipendenti, mediante trasformazione di contratti a tempo determinato con nuovi oneri per centinaia di milioni.
A suo tempo l’assessore Chinnici sosteneva che tali assunzioni erano conseguenti a selezioni precedenti, ma il Commissario ha giustamente stroncato tale tesi, ricordando che non bastano le selezioni, ma occorrono i concorsi pubblici aperti a tutti, che assicurino trasparenza e parità di condizioni.

Una seconda riguarda l’elencazione di entrate fasulle e quindi irrealizzabili. Una terza questione è quella del transito di personale senza fare riferimento alle competenze ed alle funzioni. Anche questa bocciata senza remissione.
Bocciata la famigerata ex tabella h e tagliati, senza pietà, fondi e contributi a destra e a manca, come se il compito della Regione sia quello di scialare e non quello di finanziare attività produttive di ricchezza o di cultura.
Violate norme di Direttive comunitarie in materia ambientale, richiamata l’applicazione di norme statali già scadute da otto anni: un refuso o un’imbellicità ?
Infine, mistero dei misteri, il bilancio non ha chiarito l’elenco dettagliato di tutte le componenti dell’avanzo di amministrazione, pari a circa un terzo delle entrate. è più di un anno che chiediamo tale elenco, all’assessore al ramo, Gaetano Armao, e al ragioniere generale della Regione precedente, Enzo Emanuele, e all’attuale, Biagio Bossone, ma nessuno ha voluto darcelo. Evidentemente vogliono nascondere all’opinione pubblica una situazione oscura.
Apr
17
2012
è passata una settimana e non si vede la quadratura del bilancio della Regione per l’anno 2012. Ci riferiamo a una quadratura inoppugnabile, in modo da evitare che esso venga impugnato dal commissario dello Stato, con il conseguente scioglimento dell’Assemblea regionale e la decadenza del presidente della Regione.
La quadratura non c’è stata e non ci potrà essere se i (ir)responsabili della Regione (Assemblea e Giunta) non entreranno nell’ordine di idee di ridurre il peso della struttura che grava sui siciliani, tagliando le uscite in modo chirurgico. Il che significa: lasciare in vita le spese indispensabili ed eliminare tutte quelle clientelari, destinate ai privilegiati, agli amici e ai propri parenti, effettivi o putativi.
Ma come si fa distinguere le spese indispensabili da tutte le altre? La risposta è semplice: occorre che la Regione rediga un Piano aziendale generale, suddiviso in sub-piani per ogni branca amministrativa, in modo da determinare con precisione quali siano i servizi indispensabili e quali le risorse umane e finanziarie necessarie per produrli.

Solo razionalizzando l’organizzazione della Regione si può determinare di quali risorse essa abbia effettivamente bisogno e, per conseguenza, possono essere tranquillamente tolte quelle superflue e clientelari.
Insomma, sarebbe un nuovo modo di fare politica, quella vera, quella alta, non la gestione partitocratica e privatistica dei soldi pubblici che noi siciliani continuiamo a versare mediante i tributi con molto sacrificio.
L’art. 40 della legge 122/2010 ha determinato la facoltà per tutte le Regioni, Sicilia compresa, di azzerare l’Irap, che com’è noto è un’imposta regionale. Non solo la Sicilia non ha provveduto al suo azzeramento, ma anzi l’ha mantenuta al suo massimo e cioè al 4,82%.
Dato che la Regione ha un debito di circa 5 miliardi, cioé mille euro per ogni siciliano, nel bilancio devono essere indicate le risorse necessarie a pagare tale debito, in modo da azzerarlo nel minor tempo possibile. Questo può avvenire se viene previsto un avanzo, il quale non solo va destinato a pagare il debito, ma, e soprattutto a co-finanziare le opere pubbliche insieme ai fondi europei.
 
In questi giorni è giunta la notizia che da Bruxelles sono stati sbloccati circa 200 milioni di euro per la costruzione di quasi 20 km dell’autostrada Siracusa-Gela nel tratto da Rosolini a Modica. Ma per appaltare l’opera ce ne vogliono circa il doppio. L’altra parte della somma deve essere co-finanziata dalla Regione e dai Fas.
Il rinvio dell’approvazione del bilancio dal 31 dicembre 2011 al 30 di aprile 2012 (avviene per la quarta volta consecutiva) è una iattura, perché di fatto blocca le erogazioni finanziarie anche agli Enti locali i quali possono spendere in base ai dodicesimi. è una iattura perché, di fatto, un terzo dell’anno è andato via senza possibilità di effettuare alcuna manovra per la crescita.
Tutto ciò provoca il crollo del Pil della Regione che indietreggia più di quello nazionale. Le gravissime colpe del ceto politico regionale, composto da soggetti che pensano più a se stessi che all’interesse generale, salvo importanti eccezioni, sono negative anche perché non si rendono conto (o forse non vogliono rendersi conto) che la situazione ha raggiunto un livello di gravità straordinario. Ma siccome del peggio c’è il peggiore, il baratro è a un passo.

Quella gente è sorda e ignava. Occorre che la società siciliana attivi gli anticorpi contro le metastasi di una partitocrazia che sta invadendo il corpo sociale. Attenzione, partitocrazia, non politica: quest’ultima è alta e si preoccupa di diffondere nella società equità, merito e responsabilità, cioè serve l’interesse generale. Mentre la partitocrazia segue solo l’interesse dei propri accoliti che si spartiscono vantaggi e denaro, lecitamente o illecitamente.
Il rischio che l’Assemblea approvi ancora una volta il bilancio della Regione falso è concreto. Il bilancio è falso perché propone poste attive non vere o non realizzabili, mentre le uscite sono certe. è falso perché riporta un Avanzo di amministrazione che ancora una volta è all’incirca il 40% del bilancio stesso. Un Avanzo misterioso che assessore e ragioniere generale non vogliono chiarire all’opinione pubblica perché intendono nascondere la realtà ai siciliani. Diversamente, avrebbero comunicato i dati, com’è loro dovere. Li attendiamo, comunque.
Apr
14
2012
Dai lavori della commissione Bilancio 2012 dell’Ars (con la partecipazione di membri del Governo) della settimana che si conclude, non sembra che il ginepraio sia stato risolto. Per quanto ne sappiamo, i manipolatori di tale bilancio non hanno provveduto a tagliare le uscite, in modo che quelle obbligatorie vadano coperte da entrate vere e non fittizie.
Ecco qual è il guaio che non è stato affrontato: la mancanza di volontà di compilare un bilancio vero, a cominciare dalla decodificazione in un elenco chiaro e intellegibile per tutti, della voce che pareggia entrate e uscite, denominata Avanzo finanziario.
Tale posta rappresenta all’incirca i quattro decimi del documento, il che corrisponde ad un’anomalia non solo contabile ma anche sociale, politica ed economica.
Politica, perché il documento fondamentale che regola la Regione, non veritiero, inganna i cittadini; sociale, perché le uscite non coperte da entrate sicure non potranno essere effettuate, con grave sofferenza del tessuto sociale e di quello economico. 

Continua il mistero del come le istituzioni regionali (Assemblea e Giunta di Governo) intendano superare le forche caudine del commissario dello Stato, prefetto Aronica, il quale nel suo rigoroso comportamento non potrà ammettere entrate fasulle o spese non coperte dalle entrate sicure. Il rischio d’impugnativa del documento contabile è possibile con il conseguente scioglimento dell’Assemblea regionale e nomina dei commissari parlamentari.
Forse è proprio questo il vero obiettivo cui mira il ceto politico regionale: essere stato costretto a mollare tutto perché poi il lavoro di taglio e cucito sia effettuato da estranei. Un modo furbesco per non prestar fede alle proprie responsabilità, soprattutto a quelle della diligenza del padre di famiglia che ha il dovere di tenere in ordine i propri conti.
La questione di fondo riguarda le uscite per impegni presi negli anni precedenti nei confronti di dipendenti, consulenti, servizi, fornitori e via elencando. Questi impegni rischiano di non essere mantenuti per carenza di liquidità. Le acrobazie contabili non funzionano, salvo che in un momento, e questo momento è già stato superato.
 
Il peggio del quadro che descriviamo, pronti a pubblicare qualunque smentita provata, è che non essendoci risorse, salvo quelle destinate all’improduttiva spesa corrente, non si possono cofinanziare i fondi europei, con l’aggravante che non si realizzano le opere e non s’immette finanza nel mercato siciliano.
Un’asfissia per le imprese del settore delle opere pubbliche e, per conseguenza, per tutti i lavoratori che inevitabilmente, in carenza di commesse, vengono mandati a casa.
Il Governo e l’Assemblea regionale con i loro comportamenti discriminano la maggior parte dei siciliani per privilegiare quella stretta minoranza di essi che lavora nel settore pubblico. Infatti, gli stipendi di costoro vengono sempre puntualmente pagati, essi non vanno mai in cassa integrazione, né vengono licenziati per improduttività o per esubero.
Per contro, i dipendenti del settore privato vengono licenziati, non sempre percepiscono l’indennità di disoccupazione e le loro famiglie versano in gravi condizioni, mentre le famiglie dei dipendenti pubblici continuano a fare la loro vita come se nulla accadesse.

Il comportamento del ceto politico, con questa evidente discriminazione commette un’ignominia sociale e dimentica il principio francescano secondo il quale quando c’è poco pane esso va diviso fra tutti.
Di questo comportamento iniquo esso dovrà rispondere alle prossime elezioni, quando dovrà fronteggiare il rancore e lo sdegno di tutti quei siciliani discriminati, come prima si scriveva, che sono maggioranza contro il gruppetto dei privilegiati, annidati nelle camere blindate del settore pubblico.
Tuttavia, il nostro ottimismo ci porta a pensare che l’Assemblea regionale e il Governo, con un moto di resipiscenza inaspettato, entri nel vivo della spesa improduttiva e tagli quella parte che serve a pochi e danneggia tanti. Le voci da tagliare sono state da noi puntualmente elencate e anche oggi le ripubblichiamo nelle pagine interne.
Preferiamo vedere il bicchiere mezzo pieno. Ci auguriamo che anche i responsabili istituzionali della Sicilia facciano altrettanto.
Mar
27
2012
Com’è ormai a tutti noto, il disastro economico-finanziario che è piovuto sulla Grecia non è stato frutto del caso, ma di un comportamento vergognoso del ceto politico di quella nobile Nazione, di centro destra e di centro sinistra, che ha sistematicamente truccato il bilancio dello Stato di questi ultimi vent’anni.
Quegli irresponsabili politici si sono comportati in questo modo per arricchirsi personalmente, per far arricchire lobbies e corporazioni, senza scontentare il popolo bue, aprendo per tutti i cordoni della borsa.
La Grecia è andata in default, né più né meno come accadde all’Argentina nel 2002. Anzi, il Paese sudamericano rimborsò i possessori dei tango-bond nella misura di circa un terzo, mentre la Grecia, forse, rimborserà i possessori di bond ellenici nella misura di un quarto. Un vero e proprio fallimento, con forti ripercussioni sociali e un arretramento dello stato economico di quel Paese di almeno dieci anni.

Questa premessa, per fare un parallelo con quello che sta accadendo nella Regione siciliana, ove un dissennato ceto politico, in questi ultimi decenni, ha fatto una politica anti-economica, clientelare, condita con sprechi, favoritismi ed altri deprecabili comportamenti.
Per coprire tutto ciò, le Giunte di governo che si sono succedute fino ad oggi, hanno proposto bozze di bilancio di previsione annuale con poste false, poi approvate irresponsabilmente dall’Assemblea regionale, che stranamente non hanno subìto la scure dei vari Commissari dello Stato.
Ma la Corte dei Conti, nel corso del giudizio di parificazione dei bilanci consuntivi, ha sempre evidenziato le iniquità contenute nei bilanci, pur concludendo con un atto di non disapprovazione.
Quanto scriviamo è perfettamente conosciuto dal presidente della Regione, dai suoi assessori, dai dirigenti generali dei dipartimenti e da tutti i novanta deputati. Insieme, allegramente, nel perpetuare una situazione che oggi è arrivata alla canna del gas.
Infatti, i soldi sono finiti, lo Stato ha tagliato i trasferimenti, l’indebitamento bancario non può più essere aumentato, con la conseguenza che si sono bloccati i finanziamenti per le opere pubbliche e per le infrastrutture necessarie ad attrarre i gruppi internazionali.
 
Chi ha competenza di bilanci pubblici e privati non ha difficoltà ad individuare quali siano i buchi delle entrate e quali le spese incompatibili con una sana amministrazione, come quella che dovrebbe esserci in una Comunità ispirata ai valori etici di merito e responsabilità.
Non è certamente responsabile l’assessore al ramo che propone il bilancio 2012 dentro il quale continua a mantenere una voce falsa: l’avanzo di amministrazione, che è di circa dieci miliardi su ventotto di bilancio.
Una cosa inaudita, che sarebbe stroncata se tale strumento fosse sottoposto alla certificazione di una società iscritta alla Consob. Ma la Regione si guarda bene dal chiedere una tale forma di certificazione, perché se lo facesse il bilancio sarebbe tranciato.
Fra le entrate ve ne sono tante irrealizzabili e perciò stesso false. Non si può infatti prevedere un’entrata che si sa, a priori, non si manifesterà mai. 

Tra esse, a titolo di esempio, indichiamo l’ipotizzata dismissione di immobili che, non avendo le gambe di un apposito organismo, non vedrà mai la luce.
Nel versante delle uscite, ve ne sono di veramente incredibili. Le abbiamo più volte elencate e continueremo a farlo, di modo che l’opinione pubblica sappia il mal governo dell’economia siciliana e ne tragga le conseguenze.
Lo facciamo anche perché con il nostro ottimismo ci auguriamo che Giunta di governo, Commissione Bilancio dell’Ars e la stessa Assemblea regionale cambino registro e approvino un bilancio vero e non uno falso.
In ogni caso, questa volta il Commissario dello Stato, prefetto Aronica, anche sulla base degli ultimi forti rilievi della Corte dei Conti, potrebbe impugnare le norme che non hanno copertura finanziaria.
C’è una novità: nell’assessorato all’Economia siedono stabilmente tre Commissari dello Stato inviati dal ministro Barca, che spulciano le voci di entrata e di uscita del bilancio. Se non sono conformi al Patto di stabilità, negheranno i trasferimenti finanziari dello Stato. C’è poco da scherzare, ora si fa sul serio.
Mar
24
2012
L’opinione pubblica ha una grande stima delle Forze dell’ordine perchè anche in tempi di magra rappresentano un esempio di efficienza che si concretizza in risultati. Come è noto, questi ultimi misurano la capacità di chi opera. Il resto sono chiacchiere da salotto o inutili parole delle quali i partitocrati sono maestri.
Anche le Forze dell’ordine fanno parte dei pubblici dipendenti. Solo che, dall’agente fino all’ufficiale più alto in grado, tutti hanno presente l’articolo 97 della Costituzione per assicurare il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
Non si capisce perchè tutti i tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici non si organizzino alla stessa maniera per ottenere risultati ben diversi da quelli miseri di tutti i giorni.
Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Se, cioè, il ceto politico non è in condizione di esprimere civili adatti ad amministrare gli enti, bisogna pensare ad ufficiali che possano farlo utilizzando la loro esperienza e la loro preparazione professionale.

È da approvare la candidatura del generale Vito Damiano a sindaco di Trapani. Altrettanto opportuna ci sembra la nomina del commissario straordinario dell’Azienda sanitaria di Salerno, nella persona del colonnello dei Carabinieri, torinese, Maurizio Bortoletti. In un anno di attività ha dimezzato le perdite, ha razionalizzato il magazzino, ha migliorato fortemente l’efficienza dei servizi sanitari e di quelli amministrativi, ha attivato macchinari dimenticati in un sottoscala, facendo sballare defibrillatori cardiaci e apparecchi elettromedicali inutilizzati.
L’Asl di Salerno ha più di 1,7 miliardi di debiti, 8 mila dipendenti, ma le regole non venivano rispettate. La Corte dei Conti aveva stigmatizzato fortemente, in occasione della recente inaugurazione dell’anno giudiziario, i danni che avevano fatto i precedenti amministratori e l’ottima azione messa in campo da Bortoletti.
Anche in Sicilia abbiamo un direttore torinese, Ludovico Albert, ma fino ad oggi non ha rivoluzionato l’organizzazione del suo dipartimento nè ha conseguito risultati eclatanti, anche tenuto conto che per affrontare la disorganizzazione della Pa regionale ci vogliono muscoli d’acciaio.
 
La Regione farebbe bene a prevedere la nomina dei dirigenti generali nelle persone di ufficiali di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, ma anche delle Forze militari che raggiungono una buona efficienza del loro servizio.
Nella Pubblica amministrazione italiana c’è del buono che viene sistematicamente sopraffatto dalla parte cattiva, secondo la nota legge economica di Gresham.
Il ceto politico ha il compito di selezionare la parte buona, di sostenerla e di affidarle la responsabilità primaria del buon andamento delle attività pubbliche. Per far ciò, dovrebbe attivare una sorta di decantazione al suo interno, per isolare e emarginare i peggiori, mentre dovrebbe esaltare i migliori. Per dirla in breve, dovrebbe autoemendarsi, per consentire il diffondersi di due valori primari: il merito e la responsabilità.
La Pubblica amministrazione è una sorta di stanza di compensazione delle necessità dei cittadini, i quali, per qualunque bisogno di servizi pubblici, si rivolgono ad essa.

Putroppo le risposte non sono adeguate ai bisogni dei cittadini. Ed ecco che interviene la cultura del favore, cioè chiedere qualcosa per ottenerla, raccomandandosi, piuttosto che come risposta oggettiva frutto del dover servire.
Ed è proprio la cultura del favore il brodo dentro il quale si annida la corruzione e si diseduca la gente ad ottenere ciò che ha bisogno con i propri mezzi. 
Non è che fra i civili non vi siano persone per bene e capaci, ma esse non vengono selezionate per i vertici (Regione e Comuni) in quanto non ritenute dispensatrici di favori.
Caso opposto sono gli ufficiali dei Corpi prima richiamati, i quali sanno perfettamente contrastare la cultura del favore per servire la cultura del dovere. Quanto proposto non sembri fantasioso. Certo difficile da realizzare. Ma si può fare per concretizzare il sogno di una Sicilia competitiva.
Dei politici c’è bisogno, ma di quelli capaci e onesti, che debbono avere la forza ed il coraggio di mettere fuori dalla porta gli incapaci e i disonesti.
Mar
16
2012
La data del redde rationem si sta avvicinando. Entro il 31 marzo dovrebbe essere approvato il bilancio della Regione del 2012, ma sicuramente la data sarà ulteriormente postergata all’ultima possibile, cioè il 30 aprile.
Qualora il bilancio non fosse approvato dall’Assemblea regionale, ovvero una volta approvato fosse impugnato dal commissario dello Stato, prefetto Carmelo Aronica, la Regione entrerebbe in crisi e scatterebbero le sanzioni previste dell’art. 8 dello Statuto e cioè lo scioglimento dell’Assemblea con la conseguente decadenza del presidente della Regione. Ulteriore conseguenza sarebbe la nomina di tre commissari straordinari da parte del Parlamento.
Non si tratta di una previsione fantasiosa, ma molto concreta, perché né dai partiti dell’attuale coalizione, né dall’assessore all’Economia, né dalla giunta di Governo nel suo insieme, arrivano seri segnali di tagli della spesa pubblica. Tali tagli, ripetiamo monotonamente, debbono essere dell’ordine di 3,6 miliardi (come pubblicato dettagliatamente nella pagina interna).

Invece, le notizie che arrivano dall’assessorato puntano ad un taglio di 2,3 miliardi, totalmente insufficiente per far quadrare il bilancio.
Vi è poi un secondo ma più importante aspetto della politica economica della Regione: il mancato recupero di risorse per procedere al cofinanziamento dei fondi Ue e, più in generale, al finanziamento delle migliaia di opere pubbliche indispensabili alla Sicilia.
Tutto ciò accade perché, in modo dissennato, i governi regionali negli ultimi decenni hanno aperto i cordoni della borsa della spesa pubblica improduttiva, sottraendo le risorse agli investimenti.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la Sicilia arretra nel Pil, la disoccupazione aumenta, i servizi pubblici sono disastrati, l’economia è impaludata, non vi sono prospettive di crescita.
Vi è un’altra questione da sottolineare monotonamente: l’endemica inefficienza dell’amministrazione regionale e delle amministrazioni locali. Ancora alla Regione circola la carta con tempi biblici, mentre se circolassero i file, il tempo sarebbe istantaneo.
In 4 anni di Governo, seppure con maggioranze diverse, Lombardo non è riuscito a mettere in moto neanche una piccola riforma dell’amministrazione da lui governata e di questo ne ha una palese responsabilità oggettiva.
 
Il presidente della Regione ci sembra impotente di fronte al muro di gomma della sua burocrazia. Egli infatti ha emanato, in questi anni, più direttive abbastanza precise (15 settembre 2008, 6 marzo 2009, 13 marzo 2011) puntualmente disattese da tutto l’apparato, il che comporta una  precisa responsabilità dei dirigenti generali. Ma nessuno di essi è stato revocato e tutti continuano a prendere regolarmente il loro ricco emolumento.
L’assessore all’Economia, Armao, è intervenuto, con una recente circolare del 13 febbraio, assegnando ai dipartimenti i limiti di spesa, ma, verosimilmente, tale indirizzo sarà regolarmente ignorato dai dirigenti generali e dagli altri dirigenti perché, come sempre accade, non sono previste sanzioni.
Ed è proprio l’assenza di sanzioni una delle cause del malfunzionamento della Pa. Non licenziando i fannulloni, non mandando a casa i dirigenti incapaci la Regione assiste impotente allo sfascio della propria amministrazione.
Il caso degli enti di assistenza oberati dai debiti per la cattiva gestione è emblematico dell’incapacità di raggiungere un seppur minimo grado di efficienza.

L’articolo 23 ter del Dl Salva-Italia, convertito in legge, prevede l’emissione di un Dpcm che ne precisi i dettagli, in via di emanazione.
Intanto le commissioni Affari istituzionali di Camera e Senato hanno chiesto di modificare la norma sui tetti agli stipendi pubblici, estendendola a Regioni e Authority, fra cui Asl, scuole, Università, Comuni, Province e Regioni. Per queste ultime, non potendo intervenire nel caso di quelle che abbiano lo Statuto speciale, il decreto prevede un termine per l’adeguamento della loro legislazione ai limiti di cui al Dl citato.
Oltre al limite di 304 mila euro annui lordi, equivalenti allo stipendio del primo presidente di Corte di Cassazione, è vietata l’aggiunta di gettoni o indennità diverse, anche in caso d’incarichi supplementari (la ragione è semplice: se un dirigente svolge più incarichi, il tempo a disposizione è il medesimo. Non si capisce perchè debba guadagnare di più).
Il ddl citato ha avuto il parere favorevole unanime delle commissioni Affari istituzionali di Camera e Senato. Se ne attende l’approvazione. E l’adeguamento immediato della Regione.
Mar
13
2012
Ha ragione Giuseppe Castiglione, presidente dell’Unione delle Province italiane, a sostenere con fermezza e da lungo tempo che l’Ente intermedio fra Regione e Comuni è indispensabile, come ci ha confermato quando è venuto al nostro Forum pubblicato il 5 novembre 2011. Questa è una tesi che noi sosteniamo da sempre, pur essendo stati interpretati, qualche volta, esattamente al rovescio.
La Provincia ha funzioni fondamentali nel coordinare e programmare servizi sovracomunali, in modo da migliorarne la qualità e ottenere risparmi. Ha anche un importante ruolo nel valorizzare i tesori ambientali, paesaggistici, archeologici e culturali del territorio dei comuni che la costituiscono (è noto, infatti, che essa non ha territorio proprio). Però, si occupa della manutenzione delle strade provinciali e degli immobili delle scuole di secondo grado. Quest’ultima attività potrebbe essere effettuata dai Comuni.

Ciò premesso, anche le Province devono dimagrire, come Comuni e Regioni. L’unico modo per farlo è eliminare le inutili parti elettive con gli orpelli e le spese che ne derivano. Ecco perché abbiamo lanciato e rilanciato più volte l’idea che le Province divengano consortili, ovvero Enti di secondo grado costituiti dai Comuni.
Per conseguenza, l’Assemblea è composta dai sindaci, gli assessori sono scelti fra gli stessi primi cittadini ed eventualmente solo il presidente potrebbe essere un esterno. Tutto il personale potrebbe essere “prestato” dai Comuni cosicché l’Ente sarebbe a costo zero. Gli attuali dipendenti e dirigenti potrebbero tranquillamente transitare nell’organico delle Regioni di competenza e in quello dei Comuni.
Questa operazione darebbe un decisivo taglio ai costi della politica, assolutamente superflui e di cui nessuno sente il bisogno. Sarebbe una dimostrazione che c’è la volontà di avvicinarsi ai cittadini, dimostrando di voler eliminare inutili clientelismi.
Su questa proposta, cioè quella delle Province consortili, vedi caso è intervenuto il Governo Monti, il quale ha inserito nella Legge 214/12 la trasformazione delle Province istituzionali. è in via di emanazione il decreto che regolamenterà nel dettaglio la materia.
 
I deputati regionali siciliani hanno recentemente votato una legge contraria sia a quella nazionale che al Disegno di legge proposto dalla Giunta regionale. Con esso veniva stabilita la trasformazione delle Province regionali (Lr 9/86) in Province consortili, proprio per eliminare il costo della politica di tali istituzioni. Con la votazione del 29 febbraio scorso l’Ars ha determinato che le Province rimangano come sono, lasciando inalterati tutti i relativi costi politici.
Si tratta di un comportamento dissennato perché non tiene conto della situazione finanziaria effettiva in cui si trova l’Ente regionale. Da un canto ha un eccesso di spesa improduttiva di 3,6 miliardi, che non riesce a tagliare, dall’altro, riceve meno trasferimenti dallo Stato.
Quando Lombardo è andato da Monti con la mano tesa, facendo la solita figura dell’elemosinante, è stato gentilmente rimbrottato dal primo ministro, il quale si è sorpreso che gli venisse fatta richiesta di quattrini quando la Regione non riesce a spendere i fondi europei. E con ciò gli ha chiuso la porta in faccia.

Rimane un anno alle elezioni regionali del 2013. Lombardo ha comunicato che non si ricandiderà. Si trova così nelle migliori condizioni per effettuare quelle riforme strutturali urgenti di cui ha bisogno la Sicilia, senza delle quali essa (insieme a tutti noi) si trova sull’orlo del baratro. Baratro dal quale si è allontanato il Paese.
Bisogna dire a chiare lettere che la Regione ha 14 mila dipendenti in esubero e i Comuni della Sicilia hanno oltre 50 mila unità di personale in più. Bisogna dire, con forza, che le Pubbliche amministrazioni, regionale e locali, sono alla canna del gas, con palesi disfunzioni e incapacità dei dirigenti di rimetterle in equilibrio.
Occorre che il ceto politico, ricordandosi che è al servizio dei siciliani e di quel valore primario che è l’interesse generale, la smettano di fare clientelismo e comincino a pensare a un progetto che guardi lontano, per esempio da qui a 10 anni. In base a esso, il Pil della Sicilia su quello nazionale dovrebbe aumentare da quel misero 5,6% per arrivare al più appropriato 9%: in due parole, occorrono crescita e occupazione.
Feb
16
2012
Il parlamento greco, nella notte fra domenica 12 e lunedi 13, ha approvato il piano richiesto dall’Unione europea, per concedere alla Grecia un prestito di 130 miliardi di euro, dopo aver concesso in precedenza un altro prestito di 110 miliardi di euro.
Insieme col prestito, la troika (Ue, Bce e Fmi) ha avallato l’haircut sul debito greco, nei confronti di banche nazionali ed estere e di risparmiatori nazionali ed esteri. Il taglio significa che lo Stato greco non rimborserà più cento miliardi di euro ai suoi creditori e provvederà a cambiare nuovi bond con i vecchi nel rapporto di uno a due.
La Grecia avrà un ulteriore vantaggio: pagare sui nuovi bond il 3,50 per cento, con una moratoria di uno o due anni. Tutto questo significa che i possessori dei bond greci perderanno due terzi del valore. Ecco il primo vantaggio per i greci, di cui non hanno parlato i saccenti telecommentatori e cronisti di vari giornali. Vi è un secondo vantaggio per la penisola ellenica. Ecco di che si tratta.

In questi ultimi anni, per intenderci quelli della crisi finanziaria internazionale, ma anche nel decennio precedente, i Governi greci di destra e di sinistra hanno imbrogliato i propri cittadini concedendo loro favori, prebende, posti di lavoro nel settore pubblico ben remunerati: in una parola hanno fatto quello che fece il Pentapartito, con la connivenza del Partito comunista, negli anni Ottanta, in Italia, quando allargò i cordoni della borsa a dismisura.
I Governi greci hanno commesso  crimini politici: uno fra questi aver acquistato navi, aerei da combattimento ed armamenti, soprattutto da Francia e Germania, degni di una superpotenza, affamando contemporaneamente il popolo. Era del tutto evidente che questa dissennatezza portasse al dissesto, che è un attimo prima del fallimento di una Nazione.
Il popolo ha ignorato le porcherie che hanno compiuto i Governi, ripetiamo di destra e di sinistra, salvo protestare quando già era nella melma fino al collo. Però, a fronte dei centomila manifestanti, il 75 per cento del popolo ha approvato il piano. Obtorto collo. Ma il debitore ha sempre torto. Male fece quando si indebitò. Doveva pensarci prima e prevedere il disastro.
 
La Regione siciliana si trova all’incirca nelle stesse condizioni perchè in questi ultimi lustri ha allargato i cordoni della borsa e, d’altra parte, ha chiuso gli occhi sulla prevista diminuzione dei trasferimenti, conseguenti al Patto di stabilità. La Regione, con la sua pachidermica e lenta burocrazia, ha inchiodato i diciotto miliardi di fondi europei e statali del Piano 2007/13, avendone speso solo il 18 per cento in cinque anni.
La borsa a maglie larghe ha fatto assumere personale a dismisura: duemila dirigenti contro duecento  della Lombardia, diciottomila dipendenti contro tremila della Lombardia. Gli sprechi della Regione sono innumerevoli e permangono anche nel settore della Sanità, pur tenuto conto del piano di austerità dell’assessore Massimo Russo.
Prossimamente pubblicheremo il dettaglio dei tagli che la Regione deve effettuare se vuole fare quadrare il bilancio 2012, tagli che ammontano, come abbiamo scritto più volte, a 3,6 miliardi.

L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, è armato di tanta buona volontà, ma ha delle forbici che non tagliano. Tuttavia è stato costretto ad ammettere, in un crescendo rossiniano, che i tagli sul bilancio 2012, partiti da 500 milioni, sono ora arrivati a 2,3 miliardi. Siamo convinti che prima di fine marzo egli sarà costretto ad annunciare che i tagli indispensabili dovranno essere 3,6 miliardi, esattamente quanto anticipato da noi prima di lui. Non ci vuole la sfera di cristallo per le affermazioni che precedono. Basta avere competenza di organizzazione e di bilanci per analizzare, capitolo per capitolo, quello regionale, ancora in bozza, ed attivare lo spending review col bisturi, come sta facendo il Governo nazionale.
è inutile che il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, vada a fare l’elemosinante alla Presidenza del Consiglio. Troverà le porte chiuse se prima non mette in regola i propri conti.
Ora, urge un accordo di tutti i partiti per tagliare sprechi e privilegi, oppure il popolo siciliano soffocherà.
Feb
02
2012
Venerdi 27 gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato il terzo decreto della serie, che ha denominato Libera Italia, dopo il decreto Salva Italia, trasformato nella legge 214/11, e il successivo decreto Cresci Italia, in via di conversione. Le tre norme si aggiungono alle quattro leggi approvate dal Parlamento su iniziativa del Governo Berlusconi, nel 2011. Quelle quattro leggi fanno parte dello stesso libro cui Monti sta aggiungendo altri capitoli.
Il prossimo riguarda la riforma del lavoro, quello successivo la revisione della spesa denominata spending review, e poi il provvedimento urgente per tagliare strutturalmente il debito pubblico, dentro il quale dovrebbe esserci l’iniziativa per saldare in tutto o in parte i 70-80 miliardi che le pubbliche amministrazioni dei tre livelli (Stato-Regioni-Enti locali) hanno nei confronti del sistema delle imprese italiane e straniere. Un insieme imponente di riforme, che hanno due limiti.

Il primo riguarda la Pubblica amministrazione, che viene profondamente riformata e che dovrà adeguarsi, in tempi relativamente brevi, alla rivoluzione digitale. Ma al suo interno vi sono forti resistenze perché l’uso esteso dell’informatizzazione scopre inefficienze e magagne di ogni genere. Chi è abituato a fare il parassita e a sfruttare rendite di posizione metterà ogni impedimento all’innovazione generalizzata.
Il secondo limite riguarda le cinque Regioni a statuto speciale e le due Province autonome (Trento e Bolzano). Ognuno di questi sette organismi ha i propri statuti, che la legge ordinaria non sempre può valicare, col risultato che dentro tali documenti vi sono norme che continuano a mantenere privilegi di ogni genere e differenze nella spesa corrente improduttiva che nessuno vuole eliminare.
È vero che le norme sulla concorrenza sono di esclusiva competenza dello Stato, ma quelle sui tagli delle spese riguardano ciascuno dei sette enti prima richiamati. Facciamo un esempio eclatante: il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, riceve un compenso annuale di 307 mila € contro il compenso del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di appena 362 mila dollari, pari a 276 mila €.
 
Nella nostra Regione, l’elenco dei privilegi è infinito ed è stato più volte da noi pubblicato senza che i privilegiati abbiano sentito il bisogno di mettere mano ai tagli. L’Assemblea regionale siciliana costa 100 mln € in più del Consiglio regionale della Lombardia, i dipendenti e i pensionati regionali percepiscono assegni di circa un terzo superiori a statali e comunali, il bilancio della Regione è intasato di spese improduttive che impediscono di liberare risorse per investimenti, con ciò rendendo impossibile l’utilizzazione dei fondi europei. I dipendenti regionali vanno in pensione prima degli statali e con ricche liquidazioni.
Il numero dei dipendenti della Regione è enormemente sproporzionato rispetto ai servizi che rende, tra l’altro in modo inefficiente. Noi abbiamo contato 14.019 dipendenti in più rispetto a quelli della Regione Lombardia, a parità di funzioni, cui si aggiungono i 27 mila forestali, i 10 mila formatori e altri parassiti (perché non utili alla produzione di ricchezza).

Contro questi privilegi ed eccessi della spesa inutile, c’è solo un rimedio: inserire nella riforma costituzionale in atto una norma che preveda l’impossibilità per l’ente a statuto speciale o in regime di autonomia di superare i tetti di spesa fissati da Governo e Parlamento. Tale norma dovrebbe vietare di legiferare in contrasto con le norme statali, in modo da evitare che siano mantenuti i privilegi.
In una frase, potremmo condensare tale norma come segue: più concorrenza, meno spesa. La norma avrebbe la funzione di indurre gli scellerati irresponsabili di Regioni e Province autonome a diventare virtuosi, vale a dire a spendere lo stretto necessario per la produzione dei servizi e nulla di più, a rendere efficienti ed efficaci i servizi medesimi, a utilizzare le risorse che entrano nel bilancio dell’ente in misura limitata per la spesa corrente e in misura ben maggiore di quella attuale per la spesa relativa a investimenti e nuove attività produttive.
Quello che ripetiamo sembra un ritornello monotono, ma la crescita dell’Italia passa attraverso comportamenti virtuosi. I viziosi vadano al nono cerchio dell’inferno.
Gen
31
2012
L’Assemblea regionale ha approvato l’esercizio provvisorio fino al 30 marzo 2012, seguendo un macabro rituale che è quello di vanificare l’azione politica per 3 dei 12 mesi, che potrebbero diventare 4 con la proroga al 30 aprile. Non solo, non è la prima volta che capita e, forse, non sarà l’ultima. Però in una regione che avrebbe bisogno di un colpo d’ala per invertire la rotta, cioè abbandonare la discesa e intraprendere la salita, continua col suo tran tran, in un immobilismo non degno di chi vuole la riscossa.
Per svoltare, è necessario avere risorse finanziarie disponibili. Per avere risorse finanziarie disponibili, è necessario sottrarle alla spesa improduttiva, in modo che, combinandosi con i fondi europei e con quelli statali, si possano mettere a disposizione di chi intenda investire e dei cantieri per le opere pubbliche.
L’assessore all’Economia, Armao, ha previsto un taglio di 1,4 miliardi nel bilancio 2012, noi lo abbiamo indicato in 3,6 miliardi, una cospicua differenza che servirebbe, appunto, ad investimenti ed aperture di cantieri.

Ma da questo orecchio la Giunta regionale non ci sente. Alcuni assessori venutici a trovare, per i rituali forum regionali, ci hanno comunicato un’idea bislacca. Siccome non possiamo mandare a casa l’enorme quantità di dipendenti regionali, cerchiamo un lavoro che essi possano fare. Alla mia domanda, relativa alla necessità di tagliare, certo non compatibile con quanto prima riportato, hanno allargato le braccia.
Li ho incalzati ricordando loro che non tagliando le spese, anche con la messa in disponibilità del personale a tempo indeterminato (con l’80 per cento dello stipendio) e non rinnovando i contratti a tempo determinato, il bilancio non potrà essere quadrato ed approvato entro la fatidica data massima del 30 aprile 2012. La conseguenza sarebbe lo scioglimento dell’Assemblea, ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto, proposta dal Commissario dello Stato per persistente violazione del presente Statuto.
In questo caso l’ordinaria amministrazione della Regione è allora affidata a una commissione straordinaria di tre membri nominata dal governo nazionale su designazione delle stesse assemblee legislative.
 
Immaginate cosa accadrebbe se arrivassero i tre commissari straordinari indicati dal governo Monti, i quali, per fare quadrare i conti e rimettere in equilibrio le entrate (quelle vere) con le uscite, taglierebbero finalmente la mala erba che si annida dentro i capitoli di bilancio clientelari e dannosi. è questo il risultato che si vuole raggiungere? Ci auguriamo di no, ma per non arrivare a questo punto occorre tagliare, come prima si scriveva, da 1,4 a 3,6 miliardi nel bilancio 2012, quindi proprio la mala erba.
Ma, obiettavano gli assessori, questo farebbe nascere la rivoluzione. Anche in Grecia c’è stata la rivoluzione, ma alla fine ognuno ha dovuto fare un passo indietro, cosa che politici e burocrati regionali non vogliono fare. Chissà che con un’opportuna resipiscenza ci ripensino e procedano a fare quello che farebbero i tre commissari straordinari prima indicati.

Intanto, per non sapere leggere o scrivere, la Giunta regionale ha aumentato l’addizionale Irpef di ben il 24% spostandola dall’1,4 all’1,73%. Per non parlare dell’Irap che in atto è al massimo (3,7%) quando la legge 122/2010 prevede che la Regione possa diminuire o azzerare tale percentuale, qualora ovviamente non abbia bisogno dei relativi introiti fiscali.
Pochi mezzi di stampa hanno parlato di questo ulteriore dissennato aumento della pressione fiscale in Sicilia, a cui si dovrà aggiungere l’inevitabile aumento dell’addizionale Irpef di ogni Comune che non avesse la capacità di fare bilanciare i propri conti.
Tutto ciò per l’incapacità del governo regionale e delle amministrazioni comunali di comportarsi con la diligenza del pater familias, cioè di avere il numero dei dipendenti necessario alla produzione dei servizi e di effettuare le spese in modo essenziale senza concessione ad alcun clientelismo o favoritismo.
La Regione appesantisce i siciliani con nuove tasse e protegge politici e burocrati mantenendo i loro privilegi. Per questo comportamento inqualificabile i nostri figli pagheranno.
Gen
25
2012
L’Amministrazione europea si è resa conto delle difficoltà che hanno i 27 Partners e ha iniziato un’azione di potatura delle proprie spese interne: ha tagliato posti, ha tagliato del 18 per cento gli stipendi dei funzionari, ha ritardato l’età pensionabile, ha aumentato l’orario di lavoro da 37,5 a 40 ore senza adeguamenti salariali, ha inserito il contributo di solidarietà.
Un esempio da imitare in Italia, aumentando i risparmi. Il Quirinale ha ridotto le sue spese, non per volere del Presidente ma per effetto della legge sulle pensioni. Camera e Senato hanno annunciato tagli della spesa, ma, ancora, tali riduzioni non sono state effettuate col risultato che in questo mese di gennaio graverà sui rispettivi bilanci in modo inalterato.
Se sono uomini d’onore, Schifani e Fini manterranno il loro impegno a procedere al ridimensionamento delle spese dello loro Camere entro fine mese. Fra esse devono essere tagliate quelle relative ai parlamentari, ai loro vitalizi, mentre dagli stessi si sono levate voci di protesta. 

La sensibilità verso i grandi sacrifici, che fanno i cittadini a seguito dell’aumento di imposte dirette ed indirette della legge Salva Italia, non trova riscontro nelle istituzioni siciliane.
La prima di esse è la nobile Assemblea regionale, che non ha messo mano, per quanto ne sappiamo, ad una drastica riduzione delle proprie spese, votando l’abrogazione della Lr 44/65, in modo da sganciare l’automatico collegamento al trattamento economico del Senato relativo a parlamentari, a dipendenti e funzionari.
Se l’Ars fosse diligente e avesse rispetto per i sacrifici che stanno sopportando i siciliani, ragguaglierebbe le proprie spese a quelle del Consiglio regionale della Lombardia con un risparmio di cento milioni. Ma il presidente Cascio non ha avviato alcuna iniziativa tendente a tale abrogazione.
Se così facesse e raggiungesse il risultato, avrebbe il plauso di tutti quei siciliani disoccupati che vivono malissimo e di tutti gli altri che sbarcano il lunario con estrema difficoltà. Ma il Palazzo è opaco, non sente i guai che ci sono nel territorio e continua ad andare avanti nella strada della perdizione fin quando arriverà il giorno del redde rationem.
 
Spulciando fra i conti dell’Ars, ci siamo accorti che non solo gli stipendi di dipendenti e dirigenti sono abnormi rispetto a quelli degli altri dipendenti regionali e degli altri di pendenti statali e degli Enti locali, ma è venuta fuori anche una remunerazione addizionale chiamata “indennità compensativa di produttività”, entrata in vigore nel 2004.
Di che si tratta? Essa compensa le festività soppresse e remunera il maggior numero di ore lavorative settimanali da 37,5 a 40. Esattamente il contrario di quello che ha fatto Bruxelles che, a parità di stipendio, ha aumentato l’orario settimanale appunto di 2,5 ore. Quest’indennità equivale ad una sorta di sedicesima e, confermiamo, sedicesima. Ciò significa che si aggiunge ai magri stipendi che vengono erogati per ben 15 volte nell’anno.
Se rapportiamo tali compensi con il lavoro svolto in quell’ambiente ovattato e fuori dal mondo, ci accorgiamo dell’enorme privilegio che hanno i 279 dipendenti e dirigenti di quel consesso, ai quali non importa nulla delle grandi difficoltà dei loro conterranei.

E veniamo a qualche esempio: un segretario parlamentare con 24 anni di anzianità percepisce all’incirca 160 mila euro lordi nell’anno; un assistente parlamentare (usciere) percepisce all’incirca 96 mila euro l’anno lordi, sempre con 24 anni di anzianità. Tutti i dipendenti hanno il vantaggio di andare in pensione con una ricca liquidazione e prima dei termini previsti dalla recente legge Salva Italia. Si tratta di una cuccagna che dura dal 1965 (46 anni) e di cui non si vede l’eliminazione.
Al fatto prima descritto non occorre alcun commento, che ciascun lettore potrà fare leggendo queste enormità non riportate da altri organi di stampa, mentre bisognerebbe che la popolazione si sollevasse perchè è naturale il moto di rabbia che scaturisce nel constatarlo.
Ed è proprio la rabbia generale che sta montando in Sicilia e di cui il ceto politico e burocratico, con pervicacia, fa finta di non accorgersi. Come negli eventi storici analoghi, invece, se ne accorgeranno a proprie spese.
Gen
04
2012
L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, continua a dichiarare che la Regione farà guerra allo Stato per i tagli delle entrate. In particolare, impugnerà le leggi approvate dal Parlamento davanti alla Corte Costituzionale per supposta lesione dell’autonomia regionale. Armao è un insigne giurista e, in questa veste, degno di fede. Tuttavia chi entra nell’agone politico, della bassa politica, si impregna di un substrato negativo fatto di chiacchiericcio e di argomentazioni che non hanno alcun collegamento con la realtà.
Qual è la realtà della Regione siciliana? Il caos e il disordine organizzativo, l’inefficienza al più alto livello, l’incapacità di una macchina costosissima di rendere i migliori servizi al costo più basso.
Il primo obiettivo dell’assessore all’Economia dovrebbe essere quello di mettere i conti in ordine e le carte in regola, avendo la capacità di massimizzare le entrate e minimizzare le uscite ottenendo la migliore efficacia dall’impiego delle risorse. Basta chiacchiere, occorrono fatti professionali.

Armao lamenta che il bilancio 2012 dovrebbe essere ridotto di 1,4 miliardi, dicendo che è impossibile. Evidentemente non ha letto le nostre inchieste, pubblicate più volte, nelle quali sono elencati dettagliatamente 3,6 miliardi di possibili tagli, non solo 1,4. Ma per tagliare in questo modo occorre essere statisti e non ascoltare le sirene delle caste e delle corporazioni che, pur in un quadro di enormi difficoltà per la stragrande maggioranza dei siciliani, non ha nessuna intenzione di perdere i vantaggi acquisiti.
Armao dice di fare ricorso alla Corte Costituzionale in nome dell’autonomia, ma questa autonomia è stata usata come usbergo per tutelare privilegi e rendite di posizione a vantaggio della classe politica, fatta in preponderanza da senzamestiere, di burocrati e dipendenti pubblici che straguadagnano rispetto agli statali e ai comunali, ma che rendono molto di meno.
Noi abbiamo sempre sostenuto a spada tratta lo Statuto siciliano, ma ora è venuto il momento, data la carenza di risorse finanziarie, di decidere se l’autonomia debba servire ai siciliani oppure al ceto politico e burocratico, che non hanno alcuna vergogna di continuare a consumare risorse pubbliche a danno della collettività.
Il professore Monti, in veste di ministro dell’Economia, ha emanato una circolare, cogente per l’amministrazione statale, con la quale ha imposto un taglio dell’80%, ripetiamo dell’80%, per una serie di voci di spesa fra cui auto blu, consulenze, convegni, pubbliche relazioni ed altre.
Non è più tollerabile che vi siano 86 mila auto nella Pa con un enorme costo di oltre 1 miliardo l’anno, cui si aggiunge quello degli autisti e di altro personale per gestire il parco auto.
Non risulta che il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, abbia emanato analoga circolare per ordinare anche alla pubblica amministrazione regionale il taglio dell’80% delle spese inutili. Né risulta che l’assessore alle Autonomie locali, Caterina Chinnici, abbia emanato circolari della stessa natura, per invitare i 390 sindaci a ridurre dell’80% quelle voci di spesa.
Vi è poi la questione dell’avanzo finanziario. L’assessore all’Economia e il ragioniere, Enzo Emanuele, continuano a non chiarirci la natura dell’avanzo finanziario, cioè quella voce ibrida che pareggia le uscite e le entrate del bilancio regionale e che nel 2011 è stato di circa 10 miliardi. Si tratta di un mistero che non vuole essere chiarito per non spiegare all’opinione pubblica questioni retrostanti, sicuramente non cristalline. Diversamente Armao ed Emanuele non avrebbero alcuna difficoltà a mettere sul sito web della Regione l’elenco di tutte le voci incluse in tale avanzo finanziario.

Per far quadrare il bilancio 2012 non basta tagliare 1,4 miliardi ma bisogna, ribadiamo, tagliarne 3,6 come da elenco dettagliato pubblicato nella pagina interna. I 2,2 miliardi di differenza, sono assolutamente indispensabili per aprire i cantieri in Sicilia, atti alla sistemazione idrogeologica del territorio e alla costruzione di infrastrutture indispensabili, con ciò mettendo in moto un processo che utilizzi in toto i fondi europei e quelli statali.
Come vedete, l’operazione è semplice nella sue enunciazione, difficile nella sua realizzazione. Ma spending review significa revisione di tutte le spese, capitolo per capitolo. Il resto è noia, la noia di sentire enunciazioni banali e inutili anziché annotare fatti ed azioni concrete.
Dic
08
2011
Il governo regionale ha annunziato l’aumento dell’aliquota Irpef regionale, portandola al massimo, come è già al massimo l’aliquota Irap. L’assessore alla Sanità ha comunicato, giustamente, l’introduzione del ticket e anche l’Ires è sugli stessi livelli. La giustificazione dell’assessore all’Economia Armao, responsabile della proposta della legge di Stabilità 2012, è che questi aumenti sono conseguenti ai tagli dei trasferimenti realizzati dalle quattro manovre Berlusconi (L. 106/11; L. 111/11; L. 148/11 e L. 183/11) e la quinta di Monti (D.L. 201/11) è in piccola parte vero. La verità a tutto tondo, è che il governo regionale non è intenzionato a tagliare la spesa improduttiva stimata dalla Corte dei Conti in 3,6 mld in tre anni.
Una parte preponderante della spesa improduttiva è costituita da 10.000 dipendenti in più di quelli che servono, dagli stipendi dei regionali superiori di oltre un terzo a quelli dei loro colleghi della Lombardia, agli assegni dei pensionati, anch’essi superiori a un terzo rispetto a quelli della Lombardia.

Un altro spreco considerevole è quello dell’Assemblea regionale che costa 172 milioni contro i 72 del Consiglio regionale della Lombardia. Vi sono poi 31 dirigenti generali che percepiscono compensi fra 200 e 250 mila euro, anch’essi superiori di circa un terzo a quello dei loro colleghi lombardi. Ancora, vi sono oltre 2.000 dirigenti contro i 200 della Lombardia.
Nella Sanità, vi è uno spreco di 400 milioni di farmaci in quanto il loro consumo è superiore alla media nazionale di almeno 5 punti. Disorganizzazione e d inefficienze nelle Asp e nelle Aziende ospedaliere comportano un altro spreco di 400 milioni. Non continuiamo l’elenco con la miriade di clientelismi inseriti nei capitoli di bilancio che saranno da noi monitorati e di cui pubblicheremo al più presto i risultati.
Se a fronte di questi eccessi, accumulatisi in decenni, vi fosse una produzione ed erogazione dei servizi regionali di livello europeo, si potrebbe piangere con un occhio. Invece, i servizi regionali sono pessimi per qualità e quantità. Una spia incontrovertibile è il blocco dei finanziamenti europei, stimato in 18 miliardi nel periodo 2007/2013, di cui ancora nei primi 5 si è speso meno del 10%.
 
Per queste inadempienze nessuno viene revocato o rimosso, ma tutti continuano a percepire i loro emolumenti come se nulla fosse. Una irresponsabilità generalizzata a cominciare dal governo per passare ai dirigenti generali e, in minor misura, ai dipendenti, i quali sono mal guidati.
è vero che l’Etica impone a ciascuno di comportarsi secondo regole che bilancino prestazioni e compensi, ma una pubblica amministrazione non può fondarsi sull’Etica e la buona volontà individuale. Deve essere governata da regole tassative che vengano rispettate e, in carenza, fatte rispettare da organi preposti al controllo.
Ci sembra inconcepibile assistere a questo sfascio continuo e ad uno squilibrio generale nella Regione che ha conseguenze inevitabili sui Comuni e su tutti gli uffici periferici.
Un altro aspetto dello sfascio è il gravissimo ritardo della completa informatizzazione degli uffici centrali e periferici e del mancato raccordo digitale con i 390 Comuni e gli altri enti, in parte inutili, che si trovano sul territorio.

Fino a quando nessuno paga per queste gravi omissioni, l’andazzo continuerà con la conseguenza che l’economia della Regione arretrerà e il Pil diminuirà.
Ulteriore effetto sarà l’incremento della disoccupazione e quindi della manodopera che rischia di trasferirsi sotto il controllo delle organizzazioni criminali.
In questo tragico scenario non vediamo l’opinione pubblica reagire come dovrebbe per bollare questi comportamenti omissivi e omertosi del ceto politico regionale, perché ormai su quello nazionale non possiamo contare più, almeno in questa stagione dei professori.
Traccheggiare fino alle prossime elezioni della primavera 2013 senza una svolta e una discontinuità col recente passato è un comportamento socialmente e politicamente criminale, perché confligge col primario bisogno dei siciliani consistente nel rivitalizzare l’economia mediante il sostegno al tessuto produttivo e l’apertura dei cantieri delle opere pubbliche.
Dic
07
2011
Ancora una volta il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo, fa l’elemosinante e chiede al Governo Monti 600 milioni per fare quadrare la legge di stabilità 2012 (ossia il vecchio bilancio). Si tratta di una richiesta che umilia i siciliani. Noi abbiamo l’orgoglio di volerci gestire in maniera professionale, perché non abbiamo nulla di meno dei nostri concittadini lombardi. Questa incapacità di autogestirci con le risorse che abbiamo è diventata veramente intollerabile. Ancora più intollerabile di fronte al decreto Monti “salva-Italia”, nel quale sono previsti tagli per oltre 13 miliardi di euro.
Con la Corte dei Conti Sicilia, che indica in 3,6 miliardi i tagli della spesa improduttiva del 2012/13/14, e il QdS che chiede il taglio di 3,6 miliardi nel 2012, questo Governo non onora la gloriosa storia della Sicilia continuando a spendere al di sopra delle proprie possibilità.

Chiediamo che Governo e maggioranza regionali recepiscano, con un articolo unico, tutte la parti del decreto Monti che riguardano i criteri di riduzione della spesa. Fra essi, l’abolizione del sistema pensionistico siciliano, portando l’età pensionabile di tutti i dipendenti secondo le regole del decreto Monti. Vi è poi da mettere in stato di disponibilità (art. 13 della L. 148/11) diecimila dipendenti regionali in esubero, con lo stipendio ridotto all’80 per cento. Il calcolo del numero di dipendenti che esuberano è presto fatto. La Regione Lombardia ha tremila dipendenti e tanti ne deve avere la Regione siciliana. Le funzioni che lo Stato svolge in Lombardia, eseguite in Sicilia dalla Regione, necessitano di altri settemila dipendenti, per un totale di diecimila. La Regione ne ha in organico oltre ventimila, dunque diecimila sono in esubero.
Va allineato il contratto di lavoro dei regionali a quello dei regionali della Lombardia e parimenti gli assegni pensionistici, calcolati finalmente col sistema contributivo (cioè in base ai contributi versati) e non più col sistema retributivo (cioè in base all’ultimo stipendio).
Con queste due manovre si può risparmiare circa un miliardo. Il resto lo rimandiamo al dettaglio pubblicato a pagina 6. Se si effettuano questi risparmi, nessuno piangerà.
 
Il presidente dell’Assemblea, Francesco Cascio, ha detto che gli stipendi dei deputati non si toccano. Ma essi sono circa la metà del compenso che ogni deputato percepisce ogni mese. Non ha precisato se intende tagliare questa metà. Né ha precisato se intende tagliare gli stipendi dei dipendenti e dirigenti portandoli allo stesso livello dei dipendenti e dirigenti del Consiglio regionale della Lombardia, che non hanno meno dignità e meno capacità di quelli siciliani.
Non ci rendiamo conto di come la massima istituzione della Sicilia, appunto l’Assemblea, non capisca che è venuto il momento di dare l’esempio sul piano dei risparmi, tenendo presente che la Regione non è più una vacca da mungere, da parte di parassiti e privilegiati di tipo vario.
Non si capisce come i politici siciliani di tutti i partiti, soprattutto quelli che rivestono incarichi istituzionali, si possano presentare in pubblico essendo portatori di indennità macroscopiche rispetto a disoccupati e a chi guadagna mille euro al mese.

Mettersi le carte in regola, ecco il precetto cui devono uniformarsi, ora e subito, Presidente e Giunta di governo, nonché Assemblea regionale. Vorremmo vedere che l’assessore all’Economia, Armao, modificasse la bozza di legge di stabilità 2012, non solo eliminando il disavanzo finanziario di 600 milioni, ma risparmiando almeno un altro miliardo con cui finanziare la realizzazione dei progetti di opere pubbliche, per i quali sono disponibili i finanziamenti europei e quelli statali.
è attraverso l’apertura dei cantieri e il sostegno delle imprese che si può intraprendere, seppur lentamente, la crescita del Pil.
Armao deve tenere presente che la deduzione integrale dell’Irap da Ires e Irpef ridurrà il gettito e quindi dovrà riclassificare le spese in base alle minori entrate, ottenendo il pareggio di bilancio e un esubero di risorse per finanziare gli investimenti.
Ci rendiamo conto di essere monotonamente ripetitivi, ma lo saremo fino a quando lor signori non capiranno che la festa è finita.
Dic
02
2011
Abbiamo più volte pubblicato la pagina nella quale sono indicate, per capitoli, le possibili riduzioni da effettuare nel bilancio della Regione, per un ammontare di 3,6 miliardi di euro. Sarà un caso: la Corte dei Conti siciliana ha presentato una relazione alla Commissione Bilancio dell’Ars sulla legge di stabilità siciliana del 2012. In essa sono indicati puntualmente i tagli che si dovrebbero fare al bilancio, che vedi caso ammontano proprio a 3,6 miliardi.
Per la verità, dobbiamo chiarire che la Corte prevede questi tagli da effettuarsi nella misura di 1,2 miliardi l’anno per il 2012, 2013 e 2014, mentre il QdS ha ipotizzato un taglio secco di tutti i 3,6 miliardi già nel 2012. Ma la diluizione nel tempo non cambia la sostanza.
Di fronte alle Regioni virtuose la Sicilia è il fanalino di coda, perché ha sperperato, negli anni, risorse in una spesa pubblica improduttiva, anzichè destinarle a investimenti, a opere pubbliche, a innovazione. Un comportamento dissennato dei 57 presidenti della Regione.

Non sappiamo se i membri della Commissione Bilancio dell’Assemblea regionale avranno la sensibilità di cogliere le annotazioni della Corte dei Conti e, in subordine, quelle del QdS che, ripetiamo, combaciano. Se non lo facessero, sarebbe ancora una volta il trionfo dell’irresponsabilità e del tradimento del mandato popolare, che è quello di amministrare bene le risorse pubbliche, in modo da rendere servizi e opere ai siciliani nella massima misura e nella massima qualità, rispetto alle imposte che gli stessi pagano con molta fatica.
In ogni caso, i soldi sono finiti, volere o volare, la Giunta regionale e l’Assemblea regionale dovranno approvare una legge di stabilità 2012 con i necessari tagli di spesa improduttiva e di privilegi, sotto i diversi aspetti, di elargizioni a pioggia e tante altre somme inefficaci al fine della buona amministrazione.
Vi è poi un’altra questione incredibile all’interno del bilancio: l’avanzo finanziario di circa 10 miliardi. Si tratta di somme impegnate e non spese, il che significa che l’economia siciliana non ha avuto questa iniezione finanziaria di tale importo. Da diverse settimane chiediamo puntuali informazioni alla ragioneria generale, che stentano a venire. Cos’hanno da nascondere?
 
Il peggio della questione è che la bozza della legge di stabilità, formata da 91 articoli, non prevede i 3,6 miliardi di tagli: con questa omissione prevede invece il ricorso a un ulteriore indebitamento e prevede anche il mancato cofinanziamento dei progetti relativi al Po 2007-2013. Il che significa che nell’economia siciliana manca questa ulteriore iniezione di risorse finanziarie.
Vi è un altro aggravamento della situazione: il bilancio 2011 è pesante dal punto di vista delle spese improduttive, il che ha costretto la Regione a porre l’aliquota massima dell’Irap nella misura del 4,82 per cento, mentre la legge prevede che ogni Regione possa variare tale aliquota fino ad azzerarla. È proprio notizia di questi giorni che la Provincia di Bolzano ha utilizzato la sua autonomia per venire incontro alle imprese di quel territorio, riducendo l’Irap al 2 per cento.

Dobbiamo ricordare ai pochi che hanno letto l’art. 119 della Costituzione che Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa. Solo in via sussidiaria, il quinto comma del predetto articolo prevede che lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore  dei predetti enti.
Per la verità, in questi 64 anni, si è ribaltato tale precetto costituzionale, per cui Regioni ed Enti locali hanno contato più sui trasferimenti dello Stato che sulle proprie entrate per coprire le spese. Di fatto, presidenti di Regione e sindaci si sono comportati da elemosinieri nei confronti dello Stato, anziché da buoni amministratori dei propri cittadini. Ma hanno fatto di peggio, violando l’ultimo comma del predetto art. 119, il quale recita: Regioni ed enti locali possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento. è esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti.
è inverosimile rivelare che questo articolo sia stato continuamente disatteso, senza che sia intervenuto alcun organo tutorio a ripristinare le regole del gioco. è ora che si rimetta a posto  questa situazione disastrata e che gli indebitamenti eventuali siano destinati agli investimenti e non alle spese improduttive.
Nov
19
2011
Lombardo e Armao hanno la massima responsabilità di mettere in ordine i conti della Regione e degli Enti locali, tagliando le spese improduttive, in modo da recuperare risorse da destinare allo sviluppo e alla crescita. Questa è la loro missione. Questo è il mandato affidato loro dai siciliani. Questo è quanto non hanno fatto e non stanno facendo.
Richiamiamo l’attenzione su Lombardo e Armao non in quanto persone fisiche, ma in quanto massimi responsabili delle istituzioni regionali, il primo eletto a suffragio universale e a maggioranza, il secondo delegato dal presidente.
Le osservazioni che questo foglio fa dal 2008 riguardano fatti che tutti i siciliani vedono. Senza nulla aggiungere o togliere. Fotografie di una situazione disastrata, lungo un percorso vizioso che non vuole essere abbandonato per mero calcolo clientelare, supponendo che, continuando a spendere inutilmente le imposte che tanto faticosamente pagano i siciliani, ne venga un tornaconto in termini di consenso elettorale.

Lombardo e Armao, politici sensibili, sanno che la stretta finanziaria, successiva alla strabenedetta crisi, li costringe a stringere la cinghia. Perché ciò accada è necessario tagliare la spesa pubblica improduttiva, e quindi dannosa, nonché i privilegi che non possono essere più sopportati dai siciliani.
Li abbiamo elencati più volte e continueremo a farlo nei prossimi giorni. Il più odioso è quello dei deputati regionali, che si sono votati la legge 44/65 con la quale i compensi per deputati e dipendenti sono equiparati a quelli del Senato, col risultato che l’Assemblea regionale costa 172 milioni di euro contro i 72 milioni del Consiglio regionale della Lombardia. E un usciere, con quindici anni di anzianità, ha uno stipendio lordo di oltre centomila euro l’anno.
I privilegi continuano con gli stipendi dei regionali, superiori a quelli degli statali del trenta per cento e con gli assegni dei pensionati, anch’essi superiori del trenta per cento a quelli degli statali. L’elenco è lungo e citiamo altri due sprechi: la spesa farmaceutica, disallineata dalla media nazionale per quattrocento milioni, nonché una disfunzione del servizio sanitario pari ad altri quattrocento milioni.
 
La Corte dei Conti ha bacchettato il bilancio preventivo 2012 della Regione, facendo presente che se si continua a disattendere la legge di stabilità e l’obbligo del pareggio senza debito, rischia di non essere parificato. Ma, per raggiungere il pareggio, Lombardo e Armao devono tagliare alcuni miliardi di euro.
La bozza di tale bilancio preventivo non fa alcuna previsione di razionalizzazione della spesa col taglio di quella improduttiva. Anzi, prevede settecentocinquanta assunzioni (una vergogna siciliana!) e non fa alcun cenno al taglio del costo della politica, anche in quello degli Enti locali.
Peraltro l’assessore Chinnici, probabilmente in accordo col governo, ha stoppato dal 1° gennaio 2011 la riduzione delle indennità dei consiglieri degli Enti locali siciliani, che ora percepiscono ben di più dei loro colleghi dallo Stretto in su.
Inoltre il legislatore è impenitente, perché continua ad approvare leggi che il bravo commissario dello Stato, Aronica, boccia regolarmente perché non coperte finanziariamente.

Qui non si tratta di toccare questo o quel punto dolente ma, come ha chiarito il neo presidente del Consiglio, Mario Monti, per il Governo nazionale, bisogna rivedere la situazione del bilancio siciliano secondo principi di equità, di crescita e di riduzione della spesa. Su quest’ultimo versante, resta fondamentale l’attivazione di meccanismi efficienti per spendere tutti i fondi europei del Po 2007-13 che, insieme ai fondi statali e al co-finanziamento regionale, ammontano a 18 miliardi e il cui dettaglio è stato più volte qui pubblicato.
Occorre, poi, mettere in disponibilità, ai sensi dell’art. 16 della recente legge 183/11, diecimila dipendenti regionali in esubero, con un risparmio di oltre quattrocento milioni. Occorre che i dirigenti regionali rilascino o neghino autorizzazioni e concessioni in trenta giorni, a pena di decandenza dal loro incarico. Occorre che gli assessori diano l’indirizzo politico per un forte efficientamento della loro branca amministrativa.
In definitiva, serve un progetto complessivo che faccia digerire ai siciliani i sacrifici, con una vera prospettiva di  crescita.
Nov
18
2011
Era il giugno 2007 quando Marchionne chiese alla Regione la disponibilità a investire 150 milioni nel territorio per consentire la prosecuzione dell’attività. L’Ad della Fiat dette un termine di tre mesi. L’allora governo Cuffaro cominciò a fare proclami, dichiarò la propria disponibilità, disse che le risorse finanziarie c’erano e che tutto era pronto per varare il piano di rilancio dello stabilimento termitano. Come tutte le cose che accadono in Sicilia, i proclami restarono tali, fatti non se ne videro. Marchionne non disse niente e continuò nel suo programma di dismissione del cespite, pur assegnandosi un lasso di tempo di 4 anni.
I parolai di quel governo hanno causato il distacco della spina che avverrà martedì 23 novembre in via definitiva. In questi 4 anni una valanga di chiacchiere senza alcun fatto concreto ha invaso le pagine dei giornali, ma il governo Lombardo non è stato in condizione, almeno fino ad oggi, di concludere una seria trattativa.
Prima Rossignolo con la De Tommaso, dopo Di Risio con la Dr, non è riuscito a firmare un protocollo d’intesa che consenta la riattivazione dello stabilimento automobilistico.
 
La Fiat ha dichiarato che è disposta a cederlo a 1 euro, quindi gratis, vi è una manodopera qualificata seppur non formata sugli ultimi procedimenti costruttivi, vi è l’ulteriore disponibilità (a parole) del governo regionale d’investire 150 milioni, ma tutto resta a livello d’intenzioni.
Vi è una ragione di fondo e cioè che una unità produttiva di appena 60 mila pezzi all’anno non ha la dimensione sufficiente per stare in equilibrio. Si aggiunga che Di Risio è un importante concessionario del Molise, ma non fa una vera attività produttiva. Ciò non toglie che potrebbe avviarla.
In questa faccenda tutte le parti, a cominciare da chi ha la maggior responsabilità oggettiva, e cioè il governo regionale, non ha tenuto in considerazione il fattore tempo che è essenziale per realizzare dei progetti. O si colgono le opportunità nel momento giusto oppure esse passano via e non è facile ricoglierle.
In Sicilia, nel settore istituzionale e pubblico, quasi nessuno ha la cognizione che le cose si realizzano in un certo tempo e non di più.
 
Nel bellissimo territorio termitano, attivare una fabbrica in un settore maturo, ove vi sono grandi difficoltà per la concorrenza spietata dei gruppi industriali europei ed extraeuropei, con margini molto ridotti, l’impresa è quasi impossibile.
Ecco perché, fin dal 2007, da questo foglio abbiamo lanciato la soluzione di convertire tale territorio in un insediamento turistico-alberghiero. Prendendo atto della disponibilità della Fiat a non chiedere risarcimento per la cessione degli stabili, la riconversione poteva (e potrebbe) essere fattibile.
Mettere all’asta internazionale un territorio così adatto ad attività di ospitalità e ludiche, avrebbe attratto l’interesse di molteplici gruppi che potevano esser contattati anche mediante un road show internazionale. Anche per questo progetto bisognava sfruttare il tempo che ormai è trascorso dal 2007 ad oggi.
Ma noi siamo campioni di lassismo e del rinvio: tanto qualcuno ci penserà domani. 

Dobbiamo ricordare che la strada del poi, poi porta a quella del mai, mai. Un detto saggio che è diventato una costante sia del ceto politico regionale che della burocrazia isolana.
Il disastro che si sta verificando nel non aver impegnato e speso i fondi europei è roba da galera, per la inefficienza e incapacità dei dirigenti regionali di finanziare i progetti presentati da imprese ed enti pubblici. Tutto questo fa retrocedere la nostra economia, crea nuovi disoccupati, come il caso di Termini Imerese, e non produce nuovo lavoro con la conseguenza di giovani che non trovano opportunità.
È il momento topico per invertire la rotta e passare da una conduzione politica dissennata (vogliono assumere altri 750 dipendenti!) ad un’altra virtuosa e capace di produrre risultati, secondo un ferreo cronoprogramma, che deve essere reso noto ai siciliani e verificato ogni mese.
Solo in tal modo si può consentire all’opinione pubblica di raffrontare obiettivi, risultati e tempi di realizzazione, nonché risorse impegnate. In altri termini, occorre che si proceda con professionalità e coscienza.
Nov
16
2011
L’articolo 16 della Legge di stabilità n. 183 del 12 novembre, pubblicata sulla Guri n. 265/2011, innova il rapporto di lavoro fra la Pubblica amministrazione e i propri dipendenti. Lo fa, come è abituato il legislatore, in modo sibillino ed equivoco così da lasciare aperte porte e finestre che consentano di non applicarlo, ovvero di far nascere numerose controversie attivate dai dipendenti, che si sentono colpiti, nei confronti della propria amministrazione.
Che dice il richiamato articolo 16? Esprime un principio generale che si possa verificare un esubero di personale, il quale sarà invitato a scegliere un’altra amministrazione. In caso di diniego, entro 90 giorni, a trasferirsi, il dipendente viene collocato in disponibilità, con un’indennità pari all’80 % dello stipendio, per la durata massima di 24 mesi.
Quanto precede dovrà essere meglio specificato con altra norma interpretativa, anche perchè è difficile rimuovere le incrostazioni che sono nella Pa e le cattive abitudini che l’hanno connotata in questo dopoguerra.

La norma non è chiara perchè riferisce di una generica ricognizione del personale (una sorta di inventario) che le Pubbliche amministrazioni hanno l’obbligo di fare ogni anno, in relazione alle esigenze funzionali o alla situazione finanziaria.
Chi ha competenza di organizzazione sa bene che nessuna ricognizione può esser fatta efficacemente, se non paragonata ad un Piano aziendale che abbia determinato in via preventiva quali debbano essere i servizi che una Pa deve produrre e, per conseguenza, quali possano essere i dipendenti e i dirigenti, determinandone funzionalmente la quantità ed il profilo professionale.
È solo dalla comparazione fra il Piano aziendale e l’effettivo organico che può scaturire l’eventuale eccedenza di personale e dirigenti, non in modo sommario, bensì per tipologia del singolo profilo professionale.
In ogni caso, seppur con i limiti prima indicati, si tratta di un’interessante novità che scardina il principio dell’inviolabilità del rapporto di lavoro pubblico e introduce, seppure in modo blando, la possibilità che i dipendenti pubblici siano licenziati, non solo quando commettono reati.
 
In Sicilia non si sa se questa norma verrà applicata, ma conoscendo bene la corporazione del sindacato pubblico e l’incapacità del Governo regionale, possiamo supporre che verrà sollevato l’usbergo dell’Autonomia per impedire la sua applicazione ai dipendenti regionali. Con l’ulteriore discriminazione secondo cui, nella nostra Isola, vi saranno dipendenti pubblici statali, cui la norma si applica, e dipendenti pubblici regionali, cui la norma potrebbe non applicarsi.
I lamenti del Governo regionale e del suo assessore all’Economia, Gaetano Armao, sulla mancanza di risorse sono del tutto ingiustificati, tenuto conto che ad inizio di quest’anno la Regione ha assunto, ex novo, con contratti a tempo indeterminato, ben cinquemila dipendenti. Un comportamento scriteriato e non conforme all’esigenza di far dimagrire rapidamente la spesa della Regione.
Anzichè fare l’esame di coscienza e tagliare adeguatamente la spesa corrente, a cominciare dall’allineamento del contratto dei regionali a quello delle altre Regioni, il governo siciliano ha inviato una lettera al presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti, per chiedere soldi anzichè per comunicargli che intende mettersi le carte in regola.

Come possiamo andare avanti facendo gli elemosinieri, da un canto, e le cicale, dall’altro? Come non hanno capito, Lombardo e Armao, che bisogna abbandonare la via viziosa della pessima amministrazione e imboccare quella virtuosa della sana amministrazione? Non sappiamo a che cosa sia dovuta questa mancanza di realismo, ma ne abbiamo conferma dalla bozza della legge regionale di stabilità di 91 articoli, nella quale non si intravede la nuova filosofia che deve essere messa in atto, se vogliamo che la nostra Isola intraprenda la via dello sviluppo.
Se si applicasse la norma che abbiamo esaminato, la Regione dovrebbe mettere in mobilità diecimila dipendenti e liquidare quel contenitore assistenziale che è la Resais spa, che paga stipendi a persone che non fanno nulla.
Il peggio deve ancora venire non appena il governo Monti, se sarà approvato, varerà la prossima manovra di tagli da 25 miliardi. Lombardo e Armao sono avvisati.
Nov
10
2011
Sono stati accertati 60 miliardi di crediti delle imprese nei confronti della Pubblica amministrazione. Di questi, oltre 4 miliardi riguardano la Pubblica amministrazione siciliana. Il fatto è grave perchè le imprese sono costrette a utilizzare affidamenti bancari per sopperire ai crediti che non vengono pagati dalle Pa siciliane, se non con ritardi notevoli.
Questo ritardo provoca un danno anche alle stesse Pa, perchè sono onerate di un interesse passivo pari a 8 punti più il tasso di riferimento Bce che è di 1,25.
Quando arriva il momento di pagare, molte Pubbliche amministrazioni tentano una transazione sugli stessi interessi, ma il più delle volte non vi riescono e, strette dai decreti ingiuntivi che si moltiplicano sui pagamenti ritardati, sono costrette a riportare come debiti fuori bilancio gli stessi interessi più onorari e spese legali.

Governo regionale e sindaci attribuiscono la loro deficienza di cassa ai tagli che hanno ricevuto dal Governo centrale. Mentono con consapevolezza perchè tacciono la verità. Essa riguarda l’enorme spesa corrente di ogni ente, inutile e dannosa, per la produzione dei servizi che, per ragioni clientelari, continuano a mantenere in vita, sperando di tramutare i favoriti in galoppini elettorali, cosa che poi magari non si verifica.
Se Governo regionale e sindaci seguissero l’esempio di Regioni e Comuni virtuosi, ricaverebbero dai loro bilanci molte risorse con le quali pagare regolarmente i debiti contratti. Se poi i sindaci procedessero, altresì, ad attivare le entrate, inserendovi un forte efficientamento, troverebbero ulteriori risorse per essere onorevoli pagatori. Ricordiamo che la recente manovra 148/11, all’articolo 1, comma 12 ter, prevede che tutte le imposte trovate a carico di evasori, per mezzo di Nuclei tributari locali, vengono stornate a favore dei Comuni stessi.
Come vedete, gli amministratori, se fossero onesti, capaci e professionali, potrebbero tranquillamente riequilibrare i propri bilanci ed allinearli a quelli di Regioni e Comuni virtuosi, che in Italia ci sono e sono tanti. Si tratta quindi di avere la volontà e la capacità di invertire l’attuale insana e viziosa amministrazione per virare verso una virtuosa.
Siccome questa virata deve avere a monte un cambiamento culturale, non è prossima.
 
In attesa, sui pagamenti, interviene l’Ue che costringe le Pa a pagare in trenta giorni. Al di là di tale termine scatta, come si accennava, l’interesse del 9,25 per cento. La Direttiva europea 7/11 va in questa direzione e il vice presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, ha raccomandato all’Italia di recepirla entro un anno.
In Sicilia, l’assessore all’Economia, Gaetano Armao, ha inviato il 14 luglio una lettera di indirizzo al direttore generale del dipartimento  Bilancio, Vincenzo Emanuele, con la quale lo invita a valutare la possibilità di emanare una direttiva che attui immediatamente quella europea. Ma il direttore generale si è guardato bene dall’emettere tale direttiva trincerandosi, secondo informazioni assunte, dietro supposti motivi tecnici legati al Patto di stabilità. Tentando di tradurre dal burocratese, questo significa che non c’è un euro in cassa e, quindi, non si può pensare che la Regione si suicidi emanando una direttiva che faccia pagare la Pa puntualmente.
Però i creditori soffrono, le imprese non possono pagare gli stipendi ai propri dipendenti, mentre Regioni e Comuni inadempienti continuano a pagare regolarmente gli stipendi, come se essi dovessero essere salvaguardati rispetto agli altri.

Risulta che, pur non avendo adottato la direttiva Ue, la Lombardia paghi regolarmente i propri fornitori a 60 giorni, risparmiando cospicui importi per interessi, spese legali e onorari.
Il sistema bancario è stretto da due parti: dal possesso di titoli tossici, cioè quelli dei debiti sovrani di Stati in difficoltà, fra cui il nostro, e da Basilea 3 che costringe a essere più attenti negli affidamenti. Ne fanno le spese le imprese che si trovano in mezzo a questa tenaglia.
Quando si parla di crisi bisogna capire se al suo interno vi sono fattori che non riguardano la stessa, ma che riguardano disfunzioni del sistema economico italiano, pubblico e privato, che è andato avanti con criteri diversi dall’efficienza e dalla sana organizzazione. La svolta delle dimissioni di Berlusconi non cambierà nel breve le cose, ma le disfunzioni  vanno eliminate.
Nov
05
2011
Quando ci sono crisi, catastrofi e grossi problemi, i soggetti più deboli e quelli mediocri vengono travolti. è una legge naturale, secondo la quale i più forti e i più bravi resistono e sopravvivono, anzi incrementano i loro spazi lasciati liberi dagli altri che se ne sono andati.

Quando la Natura viene aggredita reagisce contro gli aggressori. Le epidemie non nascono per caso e neanche le guerre. In entrambi i casi, muoiono migliaia o milioni di persone e si fa spazio. è inutile prendersela con le imperscrutabili regole della Natura stessa.

Quanto precede, per ricordare che  il 31 ottobre è nato il settemiliardesimo abitante del pianeta. Siamo veramente tanti, per cui bisognerà inventarsi nuovi modi per produrre più alimenti e più energia verde. Bisognerà inoltre che i Paesi sottosviluppati limitino le nascite, come peraltro stanno facendo i Paesi emergenti, tra cui Cina e India.


Le crisi fanno parte dell’andamento della vita umana e delle aggregazioni di persone. Quella che si è abbattuta sul mondo occidentale nel 2008, seconda per importanza dopo quella del 1929, è stata causata dall’incapacità dei governi occidentali di imporre serie regole al settore finanziario, nel quale l’arbitrio di  speculatori e banchieri ha innescato il disastro che stiamo subendo.

L’Unione europea monetaria ha preso seri provvedimenti nei confronti dei propri diciassette partner, costringendoli a rientrare nei parametri del trattato di Maastricht, tra cui: non oltre il 3% di disavanzo annuale e non oltre il 60% del Pil sul debito pubblico. La ferrea stretta è stata la condizione perché la Bce acquistasse titoli del debito sovrano delle nazioni più traballanti (Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia). Nel nostro Paese la stretta si è trasformata in tagli della spesa pubblica nazionale e di quella di Regioni ed Enti locali.

Seguendo la filiera, siamo arrivati alla nostra Isola. Qui Governo e Assemblea regionale sono messi con le spalle al muro. Ma fanno i sordi, perché non procedono con immediatezza a tagliare il 50% del costo della politica, a cominciare dall’abrogazione della L.r. 44/65 che parifica l’Ars al Senato e i relativi vitalizi.
 
I tagli dovrebbero proseguire allineando il contratto dei dipendenti regionali a quello dei dipendenti delle altre Regioni. Un intervento di equità sarebbe quello di istituire un contributo di solidarietà sui pensionati della Regione, pari alla differenza tra il loro assegno e quello dei pari grado delle altre Regioni.
Ulteriore taglio della spesa pubblica riguarda il numero dei dipendenti di Regione ed Enti locali, che non può essere superiore a quello delle Regioni del Nord, paragonandolo al numero degli abitanti. Per esempio: tremila in Lombardia per dieci milioni di abitanti, ventunomila in Sicilia per cinque milioni di residenti.
Altrettanto risparmio scaturirebbe dalla trasformazione delle attuali Province regionali in Province consortili o Consorzi di Comuni.
 
Abbiamo fatto un succinto elenco di risparmi per fare emergere con chiarezza grandi risorse che servirebbero per co-finanziare i progetti alimentati dai fondi Ue.
L’assessore regionale all’Economia, Armao, sostiene che i vincoli del Patto di stabilità limitano il co-finanziamento dei progetti. È vero se egli non procede a fare i tagli prima elencati. è falso se, invece, procede come il buon padre di famiglia nella linea da noi indicata.
La domanda è: Armao e il Governo di cui fa parte è riformista o conservatore? Vuole mantenere i privilegi esistenti o vuole tagliarli, per distribuire risorse ai siciliani mediante l’apertura dei cantieri?
Siamo al punto di svolta. è incomprensibile che si appostino in bilancio nove miliardi e mezzo quale differenziale tra tutte le entrate accertate e tutte le spese impegnate. Il che, tradotto dal burocratese, significa che vi sono progetti per altrettanta somma, incagliati da una burocrazia malsana e corrotta e dalla mancanza di doverosa vigilanza degli assessori.
Tutti costoro dovranno rendere conto ai siciliani, a meno che la Regione nel suo complesso non dia un colpo d’ala e intraprenda la strada virtuosa della sana amministrazione e dello sviluppo.
Nov
04
2011
Con molta fatica, il complesso di leggi, decreti e norme di attuazione sul federalismo comincia a prendere corpo. Si tratta della più grande operazione di responsabilizzazione che sia mai stata fatta in questo dopoguerra e di cui va dato atto a questa maggioranza e, in primis, alla Lega.
La responsabilizzazione consiste nel fatto che, attuando totalmente questa riforma, gli amministratori di Regioni ed Enti locali saranno costretti ad imboccare una strada virtuosa che consenta di spendere il minimo delle risorse pubbliche, prelevate dalle tasche dei cittadini, per ottenere la massima quantità e la massima qualità dei servizi pubblici.
Questo è l’obiettivo della riforma: ottenere in tutte le Regioni e in tutti i Comuni il miglior rapporto tra spese e servizi. Perché ciò avvenga, è necessario che gli amministratori di livello regionale e locale siano preparati, professionalizzati e competenti. Soprattutto, siano onesti. L’assenza delle suddette qualità in moltissimi amministratori finirà con l’emarginarli.  

Il punto nodale portato dall’art. 22 della L. 42/09 riguarda la perequazione infrastrutturale. Vale a dire che tutte le regioni d’Italia dovranno essere adeguate a un tasso d’infrastrutture medio che prescinda dalla regola del pollo di Trilussa. Non è più possibile accettare che vi siano “tot” chilometri di strada ferrata per abitante in Lombardia e un quarto in Sicilia. Lo stesso dicasi per tutte le altre infrastrutture indispensabili al movimento di persone e merci ed alla relativa logistica che assiste tale movimento.
Prima dell’Unione del 1861, il tasso d’infrastrutture nel Sud era un po’ superiore a quello del Nord, oggi è quattro volte inferiore. In questa differenza non vi è alcun elemento di bravura, ma di potere. Infatti, si è trattato di destinare molte più risorse al Nord che al Sud, senza tener conto che ambedue le parti del Paese avevano le stesse esigenze.
Una politica iniqua di distribuzione delle risorse pubbliche che ha finito per avvantaggiare fortemente le regioni settentrionali che hanno avuto una leva formidabile nella mobilità che le ha aiutate a crescere piu rapidamente. Con ciò agendo, la questione meridionale è diventata sempre più tragica.
 
Quando ci riferiamo alla responsabilizzazione degli amministratori regionali e locali, ci riferiamo a quelli del Sud. Ma anche a tutti i parlamentari che hanno sostenuto maggioranze di Centrodestra e Centrosinistra, senza mai intervenire adeguatamente per indirizzare le scelte dei diversi governi in modo equo e cioè con la equa distribuzione delle risorse pubbliche per la costruzione d’infrastrutture.
In questo periodo di crisi nera, mal pilotata dal Governo, non si è visto un cambio di rotta, per cui il Cipe continua a bloccare i finanziamenti per il Sud e non s’intravede l’accorciamento della forbice tra infrastrutture del Sud e quella del Nord. è ormai noto a tutti che l’Italia non cresce se non si sviluppa più rapidamente il Sud e perché ciò avvenga è necessario aprire i cantieri, per rendere tutto il territorio appetibile come lo è quello del Nord.
Sia ben chiaro che le sole infrastrutture non sono bastevoli a promuovere lo sviluppo. Occorrono altre misure fra cui la più importante è la semplificazione delle procedure amministrative con tempi assolutamente certi per il rilascio di concessioni e autorizzazioni e, per quanto concerne le controversie, corsie preferenziali nei tribunali amministrativi di primo e secondo grado in modo da eliminare le cause pretestuose.

Nelle elezioni del 1994, Forza Italia ottenne in Sicilia 61 parlamentari a zero. Ci siamo chiesti in tutti questi anni cosa avessero fatto per la Sicilia i suddetti 61 parlamentari. Ma il discorso si può estendere ai parlamentari e ai senatori siciliani delle successive legislature.
Le responsabilità del ceto politico meridionale sono infinite e non basterebbe un libro per elencarle. Ma ce n’è una che le riassume tutte: non hanno avuto l’onestà e il decoro di compiere per intero il proprio dovere lasciando agli altri la facoltà di dilagare senza freni.
Vi è un’altra grave responsabilità da sottolineare: avere selezionato un personale politico mediamente scadente e incolto che non poteva capire come l’interesse generale dovesse sempre prevalere sugli egoismi.
Set
29
2011
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella sua visita siciliana, in occasione della commemorazione di Giuseppe La Loggia, ha spronato con forza i politici dell’Isola. In 20 minuti, ha fotografato come dal 1946 l’Autonomia abbia danneggiato i siciliani per distorsioni e inquinamenti che hanno gravato sulla gestione degli istituti dell’Autonomia in Sicilia.
Napolitano ha invitato le istituzioni regionali a muoversi in direzione del risanamento dei conti partendo dalla riduzione dei costi dell’Assemblea regionale, per i quali non serve una riforma costituzionale bensì la semplice abrogazione della Legge regionale 44/65 che parifica compensi di deputati e dipendenti a quelli del Senato.
Napolitano ha anche indicato l’urgenza per l’abolizione delle Province: anche in questo caso non occorre una legge costituzionale, bensì una modifica della L.r. 9/86, eliminando gli apparati elettivi per trasformare le attuali Province regionali in Province consortili, ovvero in consorzi di Comuni, liberamente associati.

Il Presidente della Repubblica ha aggiunto che non vi può essere ulteriore reticenza o silenzio sulla gestione dei poteri regionali e locali e sull’atteggiamento del settore privato. Lo Statuto, ha concluso Napolitano, va riformato e rilanciato senza più esitazioni o ritardi.
Mentre arrivava l’alto monito, i baby pensionati della Regione, anziché rinunciare al privilegio di terminare il percorso lavorativo (sic!) in 25 anni, hanno moltiplicato le richieste, tanto che, in 8 mesi, ben 159 hanno usufruito della L.r. 104/92 che consente a 45 o 50 anni di togliere il disturbo e vivere a spese dei contribuenti.
La vergogna tutta siciliana è che mentre la legge nazionale n. 122/10 ha ridotto le indennità di consiglieri comunali e circosrizionali e quelle degli assessori degli enti locali, del 10% in tutta Italia, l’assessore al ramo, Caterina Chinnici, con la prima circolare dell’anno, ha comunicato che tali tagli non si applicavano in Sicilia, col risultato che i consiglieri di Messina percepiscono quanto prima, mentre i consiglieri di Reggio Calabria hanno visto ridotto il loro compenso. Alla faccia dell’Autonomia.
Non sappiamo che farcene di questa Autonomia, anzi ci rinunziamo volentieri se essa serve come scudo per aumentare e mantenere privilegi del tutto anacronistici.
 
Cisl e Uil chiedono fatti concreti alla Regione: l’immobilismo di provvedimenti urgenti per lo sviluppo, il risanamento del debito, l’eliminazione degli sprechi e il taglio dei costi della politica non  piu accettabile. Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali tuonano da tempo, ma il ceto politico siciliano è sordo, tanto è vero che i deputati si sono concessi ben 38 giorni di ferie continuando a percepire 20 mila euro al mese, lordi, s’intende.
E intanto i Fas non si spendono perché le casse della Regione sono vuote in quanto hanno pagato stipendi inutili, consulenze ed altri sprechi di spesa corrente, e non vi sono le risorse per finanziare i progetti per i quali sono disponibili i fondi europei e Fas.
Così le opere pubbliche, tra cui strade e autostrade, languono, le gare pubbliche sono crollate del 50% in due anni, hanno perso il lavoro oltre 30.000 persone nel settore delle costruzioni, ma i dipendenti pubblici regionali e locali continuano a percepire regolarmente l’intero stipendio. E l’intero assegno continuano a percepire i regionali pensionati.

Ora, qui non si tratta di fare antipolitica. Anzi noi sosteniamo che la politica è indispensabile per una Comunità, a condizione che essa sia alta e che favorisca l’interesse generale piuttosto che l’interesse dei singoli. Questo è il primo precetto del Contrat Social di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) che si dovrebbe tenere sempre a mente.
Ma questo ceto politico forse non sa chi sia il filosofo francese né si è approvvigionato della necessaria cultura e professionalità per capire che vi sono limiti di decenza e dignità sotto i quali non si può andare.
Non è dignitoso che vi siano dirigenti regionali che non fanno nulla e che percepiscono oltre cento mila euro l’anno. Non è dignitoso che un commesso dell’Ars (pardon, assistente parlamentare) con 15 anni di servizio percepisca oltre 100 mila euro all’anno, quando vi sono 236 mila disoccupati e tanta gente che vive con appena 1.000 euro al mese.
Lombardo e la sua maggioranza meditino su queste brevi e chiare fotografie e dica se vuol mettere rimedio a queste situazioni discriminatorie.
Set
21
2011
Abbiamo letto che la Regione ha bloccato la trattativa per l’aumento di stipendio ai propri dipendenti e dirigenti, che sono già fortemente privilegiati. Come abbiamo più volte pubblicato in inchieste precise, mai smentite o contestate da chicchessia, mediamente i dipendenti di questa Regione guadagnano il 49% in più rispetto ai ministeriali e il 44,5% in più rispetto ai dipendenti delle altre Regioni e degli Enti locali.
Altro che aumenti, bisogna tagliare, anzi allineare questi stipendi a quelli degli altri italiani. Non c’è più trippa per gatti non ci sono più risorse. Ai siciliani si chiedono sacrifici pesanti. Non è possibile che in questa situazione di grave difficoltà vi siano ventimila persone che guadagnano molto di più di quanto dovrebbero e migliaia di altre persone inserite mediante raccomandazione nelle partecipate regionali e locali che, anch’esse, guadagnano molto di più di quelli che lavorano.
Diciamo di quelli che lavorano perchè intendiamo dire con chiarezza che mediamente tutti costoro non lavorano. Nessuno controlla infatti quali risultati raggiungano e se tali risultati siano in linea con gli obiettivi che dovrebbero essere fissati dai dirigenti.

I privilegi non si fermano qua. è quasi noioso ricordare tutti gli altri: dall’Assemblea regionale alla Sanità, dal Consorzio autostrade alle Ato spa e così via. Ovunque si trovi la mano regionale, corrispondono disservizi e sprechi, perchè non sono presenti i valori di merito e responsabilità. Nessuno risponde per i propri incarichi e, comunque vadano le cose, continua ad incassare puntualmente i propri compensi che vengono corrisposti anche non pagando i fornitori, che a loro volta hanno difficoltà coi propri dipendenti. Una discriminazione stridente fra i dipendenti pubblici e quelli privati che Mamma Regione tratta in maniera difforme secondo la regola di figli e figliastri.
La grave crisi che sta attanagliando il popolo siciliano non è effetto solo dei privilegi, ma dell’inefficienza di una dirigenza che costa decine di milioni di euro e che non perviene ai risultati, peraltro ben chiari e ben descritti in molteplici direttive presidenziali di cui ne citiamo quattro: 15 settembre 2008; 6 marzo 2009; 6 ottobre 2010; 2 settembre 2011.
 
Delle due l’una: o il presidente Lombardo abbaia alla luna e parla al vento per cui i dirigenti se ne fregano del suo ripetuto e preciso indirizzo, oppure tali dirigenti non hanno le cognizioni professionali sufficienti per far fronte alle onerose e importanti incombenze che gravano sulle loro spalle.
Sia come sia, il risultato di questo marasma è che la Regione si trova con le casse vuote, fatto più volte dichiarato urbi et orbi dall’assessore all’Economia Gaetano Armao. Vi è un altro risvolto gravissimo da quanto scriviamo e cioè che senza risorse finanziarie la Regione non può cofinanziare i progetti approvati dall’Unione europea, con l’ulteriore danno di non creare: nuovi posti di lavoro, Prodotto interno lordo e ricchezza tassabile.
Una situazione insostenibile per il popolo siciliano. Ma sembra che i responsabili delle istituzioni, cioè i deputati regionali, la Giunta di governo e la dirigenza non la colgano perchè hanno continuato a fare regolarmente le proprie ferie distraendosi dall’incendio che sta avvolgendo la Sicilia.

L’assessore Armao sta attrezzandosi per tagliare 2,7 miliardi in tre anni. Sbaglia i conti. Egli deve tagliare 3,6 miliardi nel bilancio preventivo 2012 della Regione, che andrebbe approvato tassativamente entro il 31 dicembre di quest’anno, in modo da far capire a tutte le amministrazioni locali che è arrivato il tempo di funzionare secondo i principi di organizzazione ed efficienza. Basta con questuanti che tendono la mano continuamente, basta con la richiesta di favori, bisogna virare su un percorso virtuoso nel quale ognuno riceve per quello che dà.
La situazione peggiora di ora in ora. La stretta del Governo centrale non è finita, essa costringerà tutti a diventare virtuosi loro malgrado e a organizzare servizi efficienti, che costino poco in relazione a quello che danno. La questione è tutta qui. Occorre che gli amministratori diventino virtuosi, lavorino per obiettivi con la consapevolezza che se non li dovessero raggiungere dovranno lasciare il posto a chi sa fare più e meglio.
Lug
05
2011
Con un’esemplare delibera (27/11) la Corte dei Conti a sezioni riunite ha chiarito la portata dell’art. 14 della legge 122/10 (terza Manovra estiva di Tremonti) con il quale è stato definitivamente stabilito che gli Enti locali non possano spendere più del 40 per cento per il personale in rapporto alle uscite. La Corte ha chiarito che nel 40 per cento va calcolato tutto il costo del lavoro, includendo Irap, spese per collaborazioni e lavoratori flessibili, incrementi contrattuali e ogni altra voce.
La Corte ha poi fissato un secondo criterio e cioè che, nel computo del 40 per cento, va inserito il costo di tutto il personale delle società partecipate dell’Ente stesso. Ciò al fine, dice la delibera, di evitare manovre e operazioni elusive che, davanti al blocco delle assunzioni, aggirano i vincoli gonfiando l’organico delle società partecipate. Questo scandaloso comportamento è stato messo in atto anche per eludere l’art. 97 della Costituzione, il quale obbliga l’Amministrazione pubblica ad assumere dopo apposita selezione concorsuale.

L’elusione delle norme, da parte degli Enti locali meridionali, e siciliani in particolare, è stata sistematica perché ha risolto un problema per un ceto politico di infimo ordine: quello di dar sfogo a uno sfrenato clientelismo in quanto le società partecipate hanno assunto per chiamata diretta solo le persone raccomandate e perciò privilegiate.
Agrigento (51,1), Enna (44,9), Palermo (44,7), Caltanissetta (42,1), sono le città fuori dal vincolo legale mentre Catania (38,2), Ragusa (35), Trapani (34), Messina (32,9) e Siracusa (31,8) rientrano nel limite del 40 per cento. Tuttavia, le loro entrate sono insufficienti, quasi per tutte tali città, a coprire le uscite, nonostante alcune di esse siano fittizie.
La questione è molto più grave per la Regione, ove le uscite per personale e pensionati superano i due miliardi. Il Decreto sviluppo ultimamente approvato in via definitiva ha anche stabilito un rafforzamento del principio che vuole puntare al dimagrimento degli organici. Si tratta del divieto di anticipare i Fondi per le aree sottoutilizzate per le assunzioni. La Regione siciliana ha un organico enorme (21 mila dipendenti e dirigenti contro 3 mila della Lombardia) ma nonostante ciò continua a pensare a nuove assunzioni senza sapere come pagarle.
 
Il Governo nazionale ha risolto la questione tagliando tutti i contratti a tempo determinato, anche in osservanza di un’altra Manovra estiva (133/2008) che ha vietato di rinnovare i contratti a coloro che ne avevano già usufruito per tre anni nell’ultimo quinquennio.
Si deve capire una volta per tutte che le risorse finanziarie sono finite e che occorre recuperarle dai risparmi della spesa corrente, per utilizzarle verso la spesa per investimenti e per la costruzione di opere pubbliche.
Ecco la vera svolta che dovrebbe fare la Regione, anche con un atto di indirizzo nei confronti dei 390 Comuni siciliani. Indicare la via del risparmio, tagliando sprechi, sperperi, privilegi, bramosie delle corporazioni e altre spese pazze che hanno depauperato un patrimonio di possibilità, almeno fino a oggi.
Bisogna aprire i cantieri, lo ripetiamo in modo noioso, altro che chiuderli. Bisogna utilizzare tutte le risorse europee, congelate da un ceto politico regionale e locale che, a braccetto con un ceto burocratico inutile alla sua funzione, ha impedito di metterle in campo con la massima tempestività.

La cancrena della Regione sono le partecipate e tutti i diversi Enti che dovevano essere cancellati e che rimangono ancora in piedi perché non sanno cosa farsene del personale. Qualche mese fa avevamo lanciato l’idea di istituire una Cassa integrazione per i dipendenti pubblici, che in sostanza c’è ed è la Resais Spa, ove trasferire il personale inutile continuando a corrispondergli uno stipendio pari al 60 per cento di quello ricevuto in attesa che possa essere assorbito negli organici normali. Questa proposta è stata ripresa dall’assessore Mario Centorrino, ma sembra che abbia trovato sordi i suoi colleghi di Giunta e il presidente Lombardo.
In Sicilia, c’è carenza di attività produttive, i cantieri sono chiusi, c’è mancanza di liquidità. Col che le imprese sono alle corde. Le soluzioni drastiche ci sono, le abbiamo più volte elencate, e continuiamo a testimoniare che il Governo regionale fa il contrario di ciò che dovrebbe.
Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Mag
18
2011
La Regione siciliana continua ad assumere dipendenti, ne ha appena incamerati 5.000 e continua a stabilizzare di qua e di là altre centinaia di persone in palese violazione del Patto di stabilità europeo del 25 marzo 2011 e della Legge 122/2010.
Vi spieghiamo le motivazioni di quanto affermiamo. La Regione Puglia, con propria legge 10/2010, ha assunto dirigenti e trasformato rapporti di lavoro con contratto a tempo determinato in tempo indeterminato. La Presidenza del Consiglio, mediante l’Avvocatura generale dello Stato, ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro tale legge. La Corte, con sentenza 155/11, dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Puglia  n. 10/2010.
Non entriamo nel merito della sentenza, molto ben fatta, perché non siamo giuristi e rischieremmo di riportare male il suo contenuto. Chi voglia potrà andarla a rileggere su uno dei tanti siti internet che la riportano. Tuttavia, possiamo illustrarne alcuni principi.

La Legge regionale della Puglia viola il Patto di stabilità interno del 2009, l’articolo 76 della Legge 133/2008 e la Legge 122/2010 che vietano l’assunzione di dirigenti a contratto quando all’interno degli enti vi sono professionalità corrispondenti, e vietano altresì la trasformazione dei contratti a tempo determinato. Anzi, precisano che essi non possono durare più di tre anni nell’ultimo quinquennio.
La sentenza della Corte scrive: Il presidente del Consiglio dei Ministri lamenta la violazione dell’articolo 97 della Costituzione perché la disciplina regionale censurata mantiene in vita i rapporti di lavoro precario esistenti senza preoccuparsi se essi siano stati costituiti nel rispetto delle regole di selezione concorsuale stabilite dalla suddetta norma costituzionale.
Aggiunge la Corte che la violazione è costituita anche dal continuativo ricorso a personale non di ruolo che nuoce al buon andamento della pubblica amministrazione e che postula invece l’utilizzazione di personale dotato dei requisiti di preparazione, esperienza e professionalità, verificate attraverso una regolare procedura concorsuale. Afferma ancora la Corte che la legge della Regione Puglia viola l’articolo 3 della Costituzione in quanto consentirebbe alle categorie di lavoratori prese in considerazione di proseguire o prolungare il loro rapporto di lavoro in violazione del diritto di altri di partecipare ai concorsi.
 
La Corte continua che Regione ed enti locali sono chiamati a concorrere al raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica assunti in sede europea per garantire il rispetto del Patto di stabilità e crescita. Le sanzioni a carico delle Regioni che non abbiano rispettato il Patto di stabilità interno per il 2009 sono previste dalla legge 133/2008.
Dal quadro prima riportato emerge con chiarezza quanto noi sosteniamo da anni, criticando senza acrimonia il dissennato comportamento del Governo regionale, il cui bilancio è strangolato da una massa enorme di spese correnti e non ha possibilità di manovra per le spese indirizzate agli investimenti. Ma è proprio questa la chiave per stimolare lo sviluppo. La spesa corrente serve solo all’assistenzialismo e al clientelismo e sembra che il presidente Lombardo e i suoi alleati amino la regola del favore reso agli amici piuttosto che quella del servizio reso ai siciliani. Come dire la prevalenza dell’interesse privato su quello generale.

La sentenza citata si applica pari pari, ovviamente, anche in Sicilia, e dovrebbe far riflettere il comportamento temerario e fuorilegge del governo regionale al riguardo, quando poi non sa come fare per varare un bilancio in pareggio. Anzi, deve ulteriormente indebitarsi, come ha fatto per il corrente anno, con 954 milioni di mutuo che, sommato ai mutui correnti pari a circa 4,5 mld, superano i 5,5 mld di euro.
Stigmatizziamo questo comportamento schizofrenico che da un canto dovrebbe tagliare sprechi e spese inutili, e dall’altro, per coprire la spesa corrente, si indebita, riversando sulle generazioni successive l’onere di pagare le rate di mutuo nonché i pesanti interessi che ogni anno gravano sul bilancio regionale e che ammontano a circa 100 milioni.
Un comportamento esattamente contrario a quello che il Governo dovrebbe sostenere se volesse fare il reale interesse dei siciliani. Stona ancora di più la circolare della Presidenza della Regione con cui si invitano i sindaci ad assumere, ognuno per il proprio ente, altri 22.500 dipendenti, offrendo a carico della Regione l’80% del costo per 5 anni, ma poi lasciando agli stessi gli oneri successivi. I sindaci, bravi amministratori, sono in rivolta e respingeranno la richiesta.
Apr
07
2011
Entro il 30 aprile il bilancio 2011 della Regione dev’essere approvato. Se l’evento non si verificasse, la stessa Assemblea correrebbe il rischio di essere sciolta e, con essa, sarebbe rimandato a casa anche il Presidente della Regione. Sembra un quadro apocalittico, invece è realistico. Esso è temperato però dall’interesse dei 90 deputati a restare ben bullonati sulle loro sedie e continuare a percepire, per un verso o per l’altro, 20 mila euro lordi al mese, tanti quanti ne prendono i loro colleghi senatori della Repubblica.
Proprio per questa ragione riteniamo che la maggioranza di centrosinistra, cui è approdato Lombardo, approverà il bilancio, mentre il centrodestra, dopo aver fatto ammujna, contribuirà all’approvazione. Non sappiamo se fra le due parti vi sarà un compromesso per spartirsi le spoglie della Sicilia, ma possiamo facilmente prevedere che il bilancio non sarà fatto secondo l’interesse dei siciliani, bensì secondo quello del ceto politico che continua a usare il favore come scambio.

Sfogliando le pagine dei quotidiani, leggiamo di continue assunzioni nel settore pubblico regionale e locale, ove vengono incorporati nuovi dipendenti del tutto inutili alla produzione dei servizi. La Regione ha dato l’esempio con l’assunzione di massa, in corso, di cinquemila dipendenti. Le sue partecipate con l’assunzione di massa di centinaia di persone. Comuni che si vantano di stabilizzare, ossia di assumere centinaia di persone. Sembra un gioco al massacro, una sorta di suicidio generale in cui moriranno economicamente moltissimi siciliani e poi anche una parte di questo ceto politico incapace di governare con equità e giustizia.
Il bilancio alla fine sarà quadrato, però manterrà i virus dell’assistenzialismo, del favoritismo e non riuscirà a incentivare l’economia e a produrre i meccanismi di sviluppo tanto necessari alla nostra terra.
Quali fatti suffragano queste affermazioni? Il primo riguarda l’aumento indiscriminato della spesa corrente, attraverso le nuove assunzioni; l’incapacità di tagliare spese assistenziali e clientelari; la mancata stretta a tutti i dirigenti generali dei dipartimenti, avvertendoli che non sarà loro dato alcun premio di risultato se il risultato non ci sarà.
 
Abbiamo udito con le nostre orecchie parecchi dirigenti generali che gestiscono centinaia o migliaia di dipendenti, i quali a microfoni spenti ci hanno confessato che se potessero scegliersi un terzo di quelle persone fra i più bravi, rinuncerebbero volentieri agli altri due terzi.
Abbiamo sentito dirigenti degli enti locali ripetere  in sintonia quanto precede. La cancrena della pubblica amministrazione e delle partecipate pubbliche è questo eccesso di personale inserito negli organici solo a seguito di raccomandazioni.
Basterebbe un solo articolo di legge, l’abbiamo scritto più volte, per obbligare qualunque ente locale, ente territoriale e non territoriale, ente economico, partecipata pubblica a redigere un Piano aziendale verificato da advisor imparziali come le società di revisione iscritte alla Consob e solo in base a esso ottenere i trasferimenti da Stato e Regione. Invece i bilanci vengono redatti da incompetenti o da corrotti e i pubblici impiegati vengono mantenuti in organico anziché essere mandati in cassa integrazione.

Il bilancio regionale non tiene conto della dannata inefficienza dei dirigenti generali che non hanno speso e continuano a non spendere le risorse per investimenti e opere pubbliche messe a disposizione dall’Ue e dallo Stato perché le risorse regionali che dovrebbero cofinanziarle non ci sono, in quanto sono servite e servono per pagare stipendi inutili.
L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, con interventi multipli, continua a lanciare anatemi contro il federalismo. Lo rispetto come amico, ma come professionista devo dire che le sue tesi sono contrarie agli interessi dei siciliani. Gli interessi sono che la Regione diventi virtuosa, tagli i rami secchi, tagli la legge 44/65 che equipara i deputati regionali ai senatori, tagli le auto blu e le diarie, invitando politici e burocrati a circolare in taxi e con i treni, insomma elimini le centinaia di voci clientelari che servono solo ad acquisire un indegno consenso.
Da quello che sentiamo, questo bilancio 2011, se sarà approvato nei termini, peggiorerà ancora la situazione. Sperare in un rinsavimento è, però,  sempre bene.
Mar
12
2011
Le imprese siciliane sono soffocate dalle inadempienze contrattuali di Regione ed enti locali, che pagano mediamente le forniture di beni e di servizi a 400 giorni dalla data fattura. Se paragoniamo questo lasso di tempo con quello della Regione Lombardia, nostro benchmark (modello), che è di appena 60 giorni, comprendiamo benissimo che oltre alle difficoltà di mercato, le imprese  subiscono un’ulteriore gravosissima e gratuita difficoltà: l’enorme ritardo degli incassi.
Per sopperire ad esso, le imprese siciliane e non, sono costrette ad utilizzare gli affidamenti bancari in modo sbagliato perché, invece, essi dovrebbero essere indirizzati all’aumento del volume di affari o a nuovi investimenti.
Piove sul bagnato. Questo ulteriore onere non ci dovrebbe essere, ma anzi le imprese dovrebbero essere agevolate per creare nuovi posti di lavoro e nuova ricchezza tassabile. Questo grave handicap, da noi più volte riportato all’attenzione dei lettori, non viene esaminato dalle amministrazioni regionale e locali che invece sono prontissime a pagare gli stipendi dei propri amministratori, dipendenti e consulenti.

Se le imprese piangono, le stesse amministrazioni non ridono. Vi spieghiamo perché. Sui ritardi rispetto alla data di pagamento, i creditori hanno la facoltà di emettere note di debito per gli interessi di mora, che in atto si aggirano intorno all’8%. Dal che si deduce che, salva la mancanza di liquidità, il ritardo dà ai fornitori un beneficio economico.
Ma per i Comuni, gli interessi di mora costituiscono debiti fuori bilancio. Se ad essi si sommano le spese legali ed onorari per eventuali procedure esecutive, tali debiti fuori bilancio aumentano ancor di più. Ma, ancora, bisogna addizionare le controversie legali perse sia per la sorte capitale che per le relative spese. In aggiunta, le sanzioni della Corte dei Conti per danni erariali che, per la Regione in questi ultimi mesi, sono stati per decine e decine di milioni di euro.
I debiti fuori bilancio stravolgono la buona amministrazione dell’ente e stravolgono gli indirizzi e la destinazione di risorse per la costruzione di opere pubbliche e l’incentivazione di attività produttive.
 
Quando un sindaco, per la propria ignavia e la propria incapacità gestionale, paga cifre rilevanti per debiti fuori bilancio, non avendo la possibilità di indebitarsi con le banche (operazione vietata), in un clima di diminuzione dei trasferimenti, non essendo abile ad attivare procedure interne per riscuotere le imposte locali non pagate, né per scoprire gli evasori totali o parziali, è costretto a bocciare le spese per investimenti, con ciò danneggiando fortemente anche un esiguo processo di crescita.
I sindaci che si comportano così debbono essere denominati dall’opinione pubblica come viziosi ed incapaci,  quindi vanno cacciati a furor di popolo per far posto ad altri amministratori onesti e capaci che fanno funzionare bene la macchina amministrativa, pagando con puntualità i fornitori e indirizzando tutte le risorse possibili, tagliate alla clientelare spesa corrente, verso gli investimenti.

Come più volte scritto, il Federalismo attiverà il processo di selezione dei sindaci virtuosi, soprattutto con il decreto legislativo in corso di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Ma ancor più cogente sarà il prossimo decreto lgs sulle sanzioni agli amministratori locali, anche con l’interdizione decennale dai pubblici uffici.
Battiamo molto sulla necessità che gli attuali sindaci diventino virtuosi o vengano sostituiti, perché il tessuto siciliano dei Comuni è il più importante della nostra regione. Solo attraverso lo sviluppo del singolo territorio comunale vi potrà essere lo sviluppo dell’intera regione. Mentre la Regione dovrà fare la sua parte facendo riforme quadro e di indirizzo generale, abrogando quelle norme clientelari e assistenziali che non sono proprie dell’ente ma servono solo a perpetuare il clientelismo.
Dal funzionamento organico di Regione e Comuni, nel processo virtuoso, potrà esserci quella svolta fondamentale perché la Sicilia cominci a ridurre il baratro del divario che la separa dalla Lombardia e dalle altre regioni virtuose del Nord. Non che lì non vi siano comportamenti viziosi. Ovunque vi sono le mele marce, ma lì la maggioranza delle mele è commestibile.
Mar
03
2011
L’amministrazione regionale è forte di 20 mila dipendenti diretti, fra i contrattualizzati a tempo determinato e indeterminato, ma dispensa indennità e prebende a vario titolo ad altri 81.357 siciliani (come pubblichiamo analiticamente in prima pagina). Non comprendiamo perché non usi lo stesso trattamento con i 236 mila disoccupati che hanno gli stessi diritti dei precari.
Tutto il personale costa, secondo il bilancio del 2010, 1,8 miliardi, di cui circa il 10 % è destinato a indennità  a vario titolo. Facendo assistenza a go-go la Regione commette due delitti politici: primo discrimina fortemente i siciliani, da una parte i raccomandati e dall’altra i poveretti; secondo, utilizza le risorse per fare clientelismo e non per costruire opere pubbliche e alimentare gli investimenti.
Sarà noioso ripetere questa valutazione, ma nessuno mai l’ha smentita e dunque essa è incontrovertibile. La cosa più stramba di questo comportamento è che la Regione presta il proprio personale a tante altre amministrazioni, statali e degli Enti locali.

Fra le amministrazioni statali che godono di questo prestito vi sono quelle della Giustizia, degli uffici periferici della Presidenza del Consiglio, dei Lavori pubblici e Infrastrutture e via enumerando. Si tratta di un vero e proprio subdolo, inquinamento delle attività. Ma se la Regione non ha gli occhi per piangere come si può permettere di pagare stipendi a chi non lavora per essa? E poi, perché paga 23 mila dipendenti degli Enti locali? Il Governo regionale non si vuole rendere conto che così comportandosi viola il principio dell’autonomia gestionale che a sua volta inquina i conti di ogni amministrazione calpestando il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione (art. 97 della Costituzione).
Ogni amministrazione, regionale o locale, deve avere il bilancio nel quale sono inserite le spese strettamente necessarie per la produzione dei propri servizi. La ristrettezza finanziaria e il rigore dei Patti di stabilità, europeo e interno, costringono i responsabili politici e amministrativi a rivedere tutti i bilanci. Ma quelli siciliani non lo fanno, con un comportamento a dir poco irresponsabile.
 
Vi è un’altra questione. In diversi uffici statali sentiamo mugugni e lamentele da parte dei dipendenti, perché sono affiancati da regionali che guadagnano mediamente il 30 % in più e hanno un percorso che li porta alla pensione più breve e con un assegno di quiescienza più elevato. Un malcostume che in questi decenni ha fatto allargare alla Regione i cordoni della borsa verso i propri dipendenti e dirigenti attraverso l’Aran siciliana, che ha il solo scopo di alimentare i privilegi sotto l’usbergo dell’autonomia.
Lombardo ha promesso di cancellare l’Aran regionale demandando a quella nazionale la contrattazione con i propri dipendenti. Ma anche questa promessa non si è trasformata in atto concreto, perché egli è prigioniero della sua burocrazia.
L’enorme quantità di personale regionale, oltre ad alimentare la disfunzione organizzativa della macchina pubblica e il malcontento dei dipendenti statali che lavorano fianco a fianco con essi, ha anche il grave difetto di gravare sulle tasche dei siciliani, perché non essendoci sufficienti risorse, la Regione è costretta ad aumentare al massimo le addizionali statali d’imposta e l’Irap, che è un’imposta propria.

Si tratta di un ulteriore comportamento dissennato che favorisce il clientelismo in modo da trovarsi pronte le truppe cammellate nella prossima tornata elettorale. In Sicilia, ma non solo qui, le competizioni politiche si svolgono sulla base di promesse, non dei progetti. Ogni politico non dice mai cosa ha fatto fino a quel momento ma promette, promette e promette. Un comportamento incivile perché inganna i cittadini i quali sono portati a dimenticare le precedenti promesse e a sperare che quelle novelle siano mantenute. Speranza vana.
È triste non vedere una radicale inversione di tendenza. Ancor più triste è assistere al teatrino fra i diversi protagonisti. Per esempio: Lombardo chiede a Cascio di ridurre del 30 %, pari a 50 mln, le spese dell’Ars. Cascio risponde: “Irricevibile”. Ma il primo perché non presenta un didegno di legge che abroga la l.r 44/65? Se non lo fa, si tratta di un’altra finzione.
Mar
02
2011
Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, con la sua sensibilità, dovrebbe porsi all’ordine del giorno la questione morale dentro la Regione e dentro gli Enti locali della Sicilia. E, immediatamente dopo, porsi la stessa questione all’interno di tutte le strutture provinciali di ogni genere e tipo .
È noto a tutti che quando i meccanismi della Pubblica amministrazione non ruotano in conformità ai valori morali, entrano in uno stato di disfunzione perchè viene meno il principale fra essi che è quello dell’equità. mancando equità, mancano le condizioni di parità fra tutti i soggetti che operano, interni ed esterni, con la conseguenza di creare distorsioni, penalizzazioni ed altre forme inquinanti che portano la struttura verso il baratro.
La corruzione, si sa, è nata con l’uomo e con esso perirà, perchè dentro ognuno di noi vi è una parte istintiva e animalesca che egoisticamente cerca di prevaricare gli altri. Per fortuna vi è l’altra parte, quella colta e consapevole che argina il malaffare, lo combatte e spesso lo vince.

Cosa dovrebbe fare il presidente della Regione, oggi Lombardo ma domani qualsiasi altro siciliano cui viene conferito questo incarico temporaneo? Dovrebbe emettere un decreto con il quale dispone che dentro i dodici assessorati venga istituito il Nucleo investigativo per gli affari interni, avente il compito di aprire inchieste riservate, per individuare casi di corruzione che sembra vi siano ma vanno provati.
È del tutto evidente che se non si aprono i fascicoli l’amministrazione, e per essa i responsabili (assessori e dirigenti generali), sono ciechi. Ma assessori e dirigenti regionali non possono fare come le tre scimmiette. Hanno il dovere morale e professionale di tenere sotto efficace controllo la propria struttura.
Si capisce molto bene che un’organizzazione pubblica ove vi sia corruzione, più o meno estesa, funziona male perchè favorisce il corruttore a danno dei cittadini. La questione è di primaria importanza. Sulla stessa non abbiamo sentito, e non sentiamo, nessuna voce del ceto politico di maggioranza e di opposizione. Delle due l’una: o esso non ha alcuna sensibilità sulla materia, oppure ha paura di scoprire il vaso di pandora, cioè un verminaio.

Il presidente della Regione, fatto questo primo passo, cioè scopare davanti al proprio uscio, dovrebbe invitare il suo assessore agli Enti locali a emettere un analogo decreto riguardante i 390 Comuni. Invitare il suo assessore alla Salute ad emettere un ulteriore simile decreto riguardante le Aziende sanitarie provinciali e quelle ospedaliere; il suo assessore al Lavoro e alla formazione per la stessa finalità e così via elencando. Non c’è dubbio che il Nucleo dovrebbe essere composto da persone al di sopra di ogni sospetto, che dentro la Pubblica amministrazione vi sono, respingendo le facili ironie di chi dice che le mele sono tutte marce. Non è vero, per la semplice ragione che nella Pa siciliana vi sono tantissime persone per bene e capaci.
Sentiamo una vocina che ironicamente dice: “In Sicilia vi sono ben altri problemi: l’economia, il lavoro, l’ambiente, il dissesto idrogeologico e così via”. Ma come si possono affrontare questi ed altri problemi se la Pa non funziona bene, professionalmente ed eticamente?

La società civile ha demandato all’organizzazione pubblica la produzione dei servizi. La società civile è formata da gente perbene e da delinquenti per cui, anche nella Pubblica amministrazione, vi è gente perbene e vi sono delinquenti. Ma questi ultimi devono essere emarginati ed espulsi da un sistema immunitario interno che produca anticorpi.
Quali sono gli anticorpi della Pubblica amministrazione? Le proteste della gente perbene, che devono trovare accoglimento ed essere trasformate in inchieste per appurare dove si trovino le distorsioni in modo da eliminarle. Se le proteste non trovano eco in chi ha il dovere di gestire la cosa pubblica, anche chi protesta pian piano affievolisce la propria voce, rendendosi conto dell’inutilità di questa o quella segnalazione.
Lo stesso accade per i cittadini che  protestano, ma per la maggior parte dei casi non odono attenzione alla propria voce. Non sappiamo se la questione sollevata da questo foglio verrà presa in tempestiva considerazione, ma nessuno potrà dire che essa non sia stata portata all’attenzione della pubblica opinione.
Gen
26
2011
Il guaio più grosso della Regione siciliana è il comune senso della irresponsabilità secondo il quale chi vi lavora percepisce regolarmente lo stipendio indipendentemente dal raggiungimento dei risultati.
Il compito dei dirigenti generali è quello di realizzare le direttive che la Giunta di governo dà loro, senza alcun controllo amministrativo da parte degli assessori. Infatti la L.r. 10/2000 ha separato il momento politico da quello esecutivo, per cui, da allora, i dirigenti generali hanno piena responsabilità.
Questa premessa è indispensabile per trattare il tema della inazione riguardo ai fondi europei del Po 2007/13 che mette a disposizione complessivamente, fra Stato, Regione e fondi Ue, ben 18 miliardi, come è stato più volte confermato da diversi dirigenti generali.
A distanza di quattro anni, dall’inizio del Piano, doveva essere spesa almeno la metà dei 18 mld programmati, cioè 9 mld. Chiedendo ai quattro centri di spesa (Programmazione, Agricoltura, Formazione e Pesca), le somme impegnate inserite in progetti raggiungono appena il  9,58% e quelle spese, la miseria del 2,5%.

Si tratta di un vero e proprio fallimento di un’azione amministrativa inesistente che non funziona e che è contraria agli interessi di tutti i siciliani, privati e imprese. La regola dei dirigenti è quella di dilazionare le risposte, allungando i tempi in modo smisurato, e le stesse risposte, quando arrivano, sono spesso negative. Insomma, vige la regola del no e quella del non fare. Con questo comportamento tutta la macchina si è bloccata con gravissimi danni per l’economia che perde importi rilevanti negli investimenti e nelle opere pubbliche e fa aumentare a dismisura la disoccupazione, soprattutto quella giovanile.
Nonostante il quadro che abbiamo appena disegnato e che nessuno ha il coraggio di smentire, perché è la pura e semplice verità, la macchina pubblica continua a pagare inutili stipendi a gente che non realizza nulla, che non fa il proprio dovere. è inutile fare discorsi di lana caprina. La sostanza verte sul raggiungimento o meno di risultati positivi. Sfidiamo assessori e dirigenti generali a comunicarci quali risultati abbiano raggiunto dall’insediamento di questo governo.
 
La situazione è fortemente aggravata dall’irresponsabile decisione di Lombardo di farsi approvare l’esercizio provvisorio, rinviando invece il varo della legge di bilancio 2011. Cosicché fino a marzo prossimo la spesa è bloccata, salvo l’erogazione di dodicesimi, come prevede la legge.
Una Regione che avrebbe bisogno di accorciare, seppure lentamente, il divario con le regioni del Nord, invece, fa di tutto per affossarsi col risultato tragico di aumentarlo. Non sappiamo quando arriverà il momento d’invertire la tendenza, ma sarebbe indispensabile che si cominciasse a pensare a tale inversione in tempi brevissimi, senza andare alla calende greche.
Avere 9 mld di euro disponibili e non spenderli, qualunque possa essere la motivazione, con la penuria di liquidità che vi è in Sicilia, è semplicemente un comportamento socialmente criminale. è vero che non vi sono sanzioni penali, ma è anche vero che la coscienza, per chi ce l’ha, dovrebbe intervenire per impedirlo.

Ci sarebbe un rimedio semplice, per sbloccare il sistema autorizzativo. Si tratta di una norma di legge regionale, da approvare, che consenta di fare tutto quanto previsto senza bisogno di alcuna autorizzazione, utilizzando eventualmente il meccanismo del silenzio assenso. In questo modo, chi volesse promuovere un’iniziativa, chi volesse costruire un’opera pubblica in project financing o chi volesse insediare un’impresa, potrebbe farlo senza bisogno di alcuna autorizzazione, salvo il dovere-potere della pubblica amministrazione di intervenire durante e dopo la realizzazione del progetto, con opportuni, severi e incontrovertibili controlli.
Qui ed ora bisogna investire attirando gruppi imprenditoriali internazionali i quali sono disposti a mettere capitali per realizzare opere e imprese. Se si adottasse questo mezzo, le risorse pubbliche aumenterebbero perché a parità di risorse finanziarie, si potrebbero realizzare più opere.
Le soluzioni ci sono, bisogna avere la volontà di metterle in atto. Quando questa volontà non c’è bisogna cacciare dalla porta coloro che non fanno quello per cui si sono impegnati.
Dic
24
2010
Di fronte alla voragine di 1,5 mld € che non consente di far quadrare il bilancio 2011, la Regione sta assumendo a tempo indeterminato circa 5.000 nuovi dipendenti senza che siano passati dal vaglio di selezioni, che hanno il compito di mettere tutti i siciliani sullo stesso piano. Invece, nel corso di tanti anni, un ceto politico mediocre ha farcito le pubbliche amministrazioni siciliane di tutti i livelli, comprese le partecipate, dei propri raccomandati, i quali sono entrati per chiamata, impedendo ad altri siciliani di competere e di essere scelti in base al merito.
Ritorniamo continuamente su questa materia, perché la discriminazione fra i siciliani raccomandati e i siciliani normali è odiosa, quasi che i politici abbiano voluto affermare e stiano continuando ad affermare la teoria delle dispari opportunità. La grave situazione finanziaria siciliana parte dalla testa e cioè dalla conduzione della Cosa pubblica da parte del Governo regionale e dei sindaci che non è conforme all’art. 97 della Costituzione.

Che dice tale articolo? I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Sfidiamo i presidenti della Regione, che si sono succeduti in questi decenni, e i sindaci precedenti e in carica a giurare sul loro onore che hanno condotto le proprie amministrazioni secondo il precetto costituzionale testè riportato.
Precetto che si fonda a sua volta sui principi morali che devono governare una comunità. Senza di essi, avviene qualunque arbitrio e qualunque soverchieria perché vige la legge del più forte, mentre i più deboli sono regolarmente penalizzati.
Dare le stesse opportunità a tutti i siciliani è compito del pater familias, figura cui dovrebbe riferirsi costantemente il presidente della Regione. Osserviamo invece che bande di approfittatori e parassiti lucrano continuamente sulle somme che la stessa Regione dovrebbe amministrare per creare ricchezza e posti di lavoro, non per favorire i raccomandati.
Ribadiamo ulteriormente il peccato originale della Regione. Esso consiste nel non aver mai redatto il Piano aziendale.
 
Ai professionisti dell’organizzazione è noto che cosa sia il Piano aziendale. Un Piano che preveda il fabbisogno di risorse finanziarie e professionali per far funzionare la macchina amministrativa. Una macchina amministrativa che debba avere pubblici impiegati determinati per qualità e quantità, necessari alla produzione dei servizi e non di più. Fra l’altro, i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione, così cita l’art. 98 della Costituzione.
Vediamo invece che essi si considerano al servizio di questo o quell’uomo politico, per trarre benefici personali e tutti insieme formano una corporazione di 3,5 mln di cittadini che non si occupano del bene pubblico. Va da sè che non bisogna sparare nel mucchio. All’interno di questa corporazione vi sono tantissimi pubblici impiegati e dirigenti di grandissimo valore che però non possono estrinsecare le loro competenze e la loro voglia di fare perché sono ingabbiati in una macchina che non funziona.

E non funziona perché non c’è la volontà di farla funzionare e non c’è la volontà in modo che ogni cittadino, quando chieda un servizio, debba anche chiedere il favore per ottenerlo. E il favore si paga con un altro favore. Questa mentalità è molto diffusa nel Centro-sud della Penisola, ma anche al Nord non si scherza.
L’anno prossimo è necessario che le dispari opportunità si trasformino in pari opportunità, che tutti i siciliani abbiano le stesse possibilità, che la concorrenza faccia emergere ovunque e in qualunque settore il merito, valore essenziale per fare funzionare una comunità.
Il Governo regionale ha il problema congiunto di sistemare 80 mila precari e 236 mila disoccupati ufficiali secondo l’Istat. Non può  affrontare la questione solo per i primi, né assumere 300 mila persone. L’alternativa? Aprire i cantieri e spendere subito i dieci miliardi disponibili (Ue, Stato, Regione) che creerebbero 100 mila posti di lavoro. Non seguire questa strada costruttiva è come seguire la strada dell’Inferno. Ma noi vogliamo augurarci che il presidente Lombardo voglia seguire quella del Paradiso.
Nov
18
2010
Il Consiglio di giustizia amministrativa ha depositato, il 4 novembre scorso, una sentenza clamorosa contro l’immobilismo e l’irresponsabilità della burocrazia regionale. Tale sentenza deve essere eseguita entro 60 giorni. Essa è innovativa perchè determina un forte risarcimento del danno causato dai burocrati regionali a una società che per colpa dello stesso ritardo ha perso contributi dell’Ue per ben 13 milioni di euro. La società che ha ottenuto questo giusto compenso, per l’ignavia della Regione, è la New Energy srl che, a causa del ritardo di un’autorizzazione che è stata bloccata  per tre anni ha perso, abbiamo detto, 13 milioni di contributi.
La società aveva iniziato l’iter amministrativo con un ricorso al Tar, che nel settembre 2009 gli aveva dato ragione, valutando il danno in 7 milioni di euro. Il ricorso della Regione al Cga le è stato fatale perchè la sentenza non è più appellabile e perchè ha addizionato ai 7 milioni di risarcimento, determitato dal Tar, gli altri tredici per mancata percezione del contributo europeo a causa del ritardo.

Il pagamento deve essere effettuato dalla Regione, prontamente, per evitare l’inizio di una procedura esecutiva che aggraverebbe la cifra di interessi, spese legali e onorari. Vi è da dire che il risarcimento ottenuto dall’impresa è al netto di spese e onorari che sono liquidati a parte.
Il regolamento europeo prevede che il procedimento unico debba concludersi entro 180 giorni e non dopo anni e anni di attesa. Si tratta di una sentenza esemplare, una pietra miliare che costituisce l’apertura di una nuova via che le imprese possono  imboccare, per cui il nostro consiglio è che le richieste per ottenere il risarcimento del danno, per gli ingiustificati ritardi della Regione, siano presentate a tappeto, in modo da costringere chi ha responsabilità dirigenziali a emettere le autorizzazioni (o negarle se non conformi alla legge) negli stretti tempi previsti.
Ha ragione Gianfranco Miccichè quando ha urlato che la Regione debba essere derattizzata, togliendo dai piedi tutti i roditori, cioè tutti i dirigenti che per abitudine dicono di no. Più precisamente si tratta di dare un indirizzo fermo affinchè la macchina burocratica cominci a funzionare.
Un blando comunicato della Presidenza della Regione ha informato che sarà aperta un’inchiesta interna.
 
L’inchiesta interna, come sempre, si concluderà con un nulla di fatto, mentre essa dovrebbe appurare le responsabilità, perchè non è possibile che noi siciliani rimettiamo di tasca ben venti milioni di euro (con questi chiari di luna) per colpa di chi non ha provveduto a mettere le firme e i bolli nel tempo previsto. è vero che il comunicato precisa che il fascicolo sarà trasmesso alla Corte dei conti, la quale può iniziare un’inchiesta per proprio conto.Ma tutto questo lascia il tempo che trova, di fronte al fatto che, intanto, la Regione deve pagare il risarcimento.
Se tutte le imprese che non ottengono, nei tempi stretti dei procedimenti, le autorizzazioni richeste cominciassero a fare ricorsi al Tar e questo Tribunale ripetesse a ciclostile la sentenza prima richiamata, peraltro confermata dal Cga, la Regione potrebbe chiudere per dissesto, in quanto non avrebbe le risorse necessarie a fronteggiare la marea di risarcimenti.

Non sappiamo se il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, che ha una responsabilità oggettiva per quanto accaduto, vorrà imprimere un nuovo modo di agire, con opportuna disposizione ai suoi assessori delegati, i quali non essendo politici possono agire in piena autonomia. Agire come? Mettendo sotto pressione i dirigenti generali e obbligandoli a far funzionare Dipartimenti, Aree e Servizi a regime, senza sbavature e senza omissioni.
La questione è centrale al futuro della Sicilia, nè di destra, nè di centro, nè di sinistra. Se non si capisce che la cancrena e la mafia si annidano nella burocrazia regionale che ha almeno cinquemila dipendenti e 1500 dirigenti in più; se tutta questa gente inutile non viene mandata in cassa integrazione, la Resais per intenderci; se non si dà l’esempio che paga non solo chi sbaglia ma anche chi non agisce in relazione al proprio mandato, siamo perduti.
Solo qualche giorno fa l’assessore all’Economia, Armao, ha aperto i rubinetti delle casse regionali per le imprese, mentre li aveva lasciati sempre aperti per gli stipendi dei propri dirigenti e parlamentari: un’iniquità colossale.
Ott
13
2010
La dichiarazione di sostanziale fallimento della Regione da parte del neo-assessore all’Economia, Gaetano Armao, è doppiamente colpevole in quanto tardiva. Lombardo, levatrice di quattro Governi in due anni e mezzo, non è stato capace di gestire la Regione come il pater familias, continuando a spendere e spandere in spesa improduttiva, cioè quella corrente senza tagliarla alla radice.
L’epilogo non poteva che essere questo: Comuni e fornitori, non c’è un euro. Però a fronte dello strangolamento dell’economia, dello schiacciamento dei fornitori di Regione ed Enti locali, dello spappolamento dei Comuni che, non ricevendo i trasferimenti, sono inchiodati, si pensa a fare un nuovo mutuo che porta a più di cinque miliardi l’indebitamento della Regione e a spendere in interessi oltre 800 mila euro al giorno. Una cifra impressionante (292 milioni all’anno).
Ma Lombardo ha realizzato ben due Finanziarie (2009 e 2010), approvate con maggioranze variabili, e con lo stesso dissennato criterio di sostenere la spesa corrente a danno di quella per investimenti.

La fotografia del disastro è rappresentata dall’articolo 51 della l.r. 11/2010 (Finanziaria 2010) nel quale è scritto che i dipendenti debbono essere 15.600 (esclusi i dirigenti). A proposito di questi ultimi, ricordiamo che sono utili alla macchina regionale (almeno formalmente) 28 dirigenti generali, 66 dirigenti di Aree e 430 di Servizi. In esubero 1428 dirigenti che potrebbero essere mandati alla Resais Spa in cassa integrazione.
Non sappiamo in quale palla di vetro il Governo abbia previsto che servano tutti questi dirigenti e dipendenti, non avendo lo strumento cardine di ogni sana amministrazione, che è il Piano aziendale.
C’è da aggiungere la delibera di Giunta n. 271/2010 con la quale il dipartimento del Personale è stato autorizzato ad assumere ex novo altri 5 mila inutili dipendenti (ripetiamo inutili perchè non servono alla macchina regionale). Con ciò discriminando i 236 mila disoccupati che hanno lo stesso titolo per concorrere ai 5 mila posti.
La verità è che questi 5 mila posti dovrebbero essere cancellati, tagliando altri 5 mila posti più 1500 dirigenti. In definitiva la Regione potrebbe funzionare meglio con diecimila dipendenti ben addestrati e 500 dirigenti.
 
Questo disastro va affrontato con mezzi drastici che noi abbiamo suggerito più volte. Anche oggi troverete un box nelle pagine interne dove sono elencate voci che comporterebbero un risparmio di 2,9 miliardi. Ma guardando bene nelle pieghe del bilancio 2011 è possibile tagliare ancora 600 milioni.
Se il nuovo indebitamento fosse finalizzato ad aprire i cantieri, potrebbe aiutare a risollevare l’economia. 862 milioni di nuovo mutuo, infatti, darebbero lavoro, all’incirca, a seimila persone. Se una parte delle risorse, risparmiate coi tagli prima elencati, fosse indirizzata ad aprire cantieri di opere pubbliche si potrebbero offrire ai disoccupati siciliani altri 20-25 mila posti di lavoro.
Ma è possibile, chiediamo a Lombardo e alla sua maggioranza, che non si capiscano questi meccanismi elementari di macroeconomia che nelle famiglie si chiamano più semplicemente conti della serva?
Ora, bisogna correre ai ripari, che siano veri. Primo: annullare le nuove assunzioni. Secondo: tagliare 3,5 miliardi dalla Finanziaria 2011. Terzo:  rinegoziare i tassi dei mutui, ristrutturarli e allungarne le scadenze. Quarto: attivare immediatamente tutti i cantieri bloccati utilizzando le risorse europee statali e proprie, tenute a bagnomaria per insipienza, incapacità e irresponsabilità dell’apparato burocratico e per mancata vigilanza e indirizzo del ceto istituzionale preposto negli assessorati.

Si comprendono le scuse di dirigenti che hanno cambiato incarichi tante volte in questi due anni, nonchè di assessorati che hanno visto avvicendarsi assessori diversi. Ma tutto questo non può pesare sulla schiena dei siciliani e delle imprese. Non è possibile che la Regione continui a pagare regolarmente stipendi, compensi, onorari, indennità parlamentari e spese clientelari dimenticando che non pagando i fornitori si mettono in bilico gli stipendi di decine di migliaia dei loro dipendenti.
Non è più possibile che ci dobbiamo vergognare di chi ci amministra senza sale nella zucca. Ha ragione Armao: “La Sicilia deve mettersi le carte in regola” (è il titolo del mio libro n.16). Meglio tardi che mai.
Set
18
2010
Il fatto: la Regione siciliana non ha mai preparato nei tempi andati, né nei tempi recenti, il Piano aziendale, quello che nelle imprese private si chiama Piano industriale. Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, con la sua direttiva del 7 agosto 2009 ha dato degli indirizzi alle 12 branche amministrative, alias assessorati. Ma a distanza di 13 mesi non vi è traccia di un Piano aziendale, come si desume dalle domande che i nostri redattori hanno posto (e pongono) ai dirigenti generali e ai capi di gabinetto di ogni assessorato.
Se un ente pubblico di qualunque livello, territoriale e non territoriale, non ha redatto un Piano aziendale non è in condizione di sapere quali e quante risorse umane e strumentali abbia bisogno per raggiungere i propri obiettivi, cioè i servizi da rendere a cittadini e imprese.
Com’è noto ai veri professionisti, il Piano aziendale si divide in quattro parti: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Ognuna di esse è essenziale per comprendere alla fine di ogni esercizio la percentuale di risultati sugli obiettivi prefissati.

Se la Regione, nei suoi sessantaquattro anni, avesse redatto il Piano aziendale, avrebbe fissato, di volta in volta come obiettivo primario da raggiungere, l’incremento del Pil su quello nazionale. Com’è noto, il Pil è il dato sintetico che misura la ricchezza prodotta da un territorio. I 57 governi regionali, di cui ben 54 prima della riforma elettorale, a cominciare dal primo presieduto da Giuseppe Alessi (1947) hanno governato alla sans façon, cioè a casaccio. E ancora oggi il governo Lombardo non ha fissato l’incremento del Pil nei cinque anni di legislatura per farlo elevare dal misero 5,6% in cui è relegato. Neanche il documento di programmazione economico-finanziaria (l’ultimo approvato è quello del 2009-2013, perché quello successivo non è stato votato dall’Ars) contiene tali obiettivi.
Se i Governi regionali avessero avuto il Piano aziendale, ne sarebbe scaturito il numero esatto di dirigenti e dipendenti occorrenti alla sua realizzazione. Non essendovi, risulta del tutto arbitrario il numero di 15.600 dipendenti fissato nella legge regionale 11/2010 (art. 51 della Finanziaria).
 
Secondo la nostra stima professionale e comparando le attività con quelle della Regione Lombardia e con il relativo numero che quella istituzione ha alle proprie dipendenze (3.251 dipendenti e 207 dirigenti), la Regione siciliana potrebbe funzionare con soli 10.000 dipendenti e 496 dirigenti, il cui numero è stato fissato con decreto del presidente della Regione del 28 giugno 2010, ripartiti tra 430 dirigenti di area e 66 dirigenti di servizio.
Non appena le singole branche amministrative ci forniranno l’elenco completo dei servizi prodotti (tipologia e quantità), saremo nelle condizioni di determinare il fabbisogno di risorse umane, branca per branca e nel suo complesso. Non vogliamo pensare che i dirigenti generali siano reticenti o che, per non farsi fare i conti in casa, non ci forniscano le informazioni necessarie al conteggio.

In questo quadro si pongono due questioni: una quantitativa e l’altra qualitativa. Quella quantitativa: un esubero stimato di 5.600 dipendenti e 1.704 dirigenti.
Che fare di questi esuberi? La risposta è semplice: metterli in cassa integrazione. Obiezione: la cassa integrazione per i dipendenti regionali non è prevista.
Ma è meglio non prenderci in giro. Se c’è un esubero di personale rispetto alle esigenze, chiamiamolo come vogliamo, ma il proprio status è quello di cassaintegrati con la conseguente riduzione dello stipendio. Eppoi, la cassa integrazione regionale esiste già: si tratta della Resais Spa, nella quale vi è qualche migliaio di inutili dipendenti pubblici. Nulla vieterebbe di mandarvi gli esuberi sopra indicati. Meglio lasciarli a casa che farli venire in Regione.
La seconda questione, quella qualitativa: riguarda l’aggancio dei salari alla produttività. Il Governo dovrebbe impartire disposizioni all’Aran per riformare i contratti, fissando una cospicua parte variabile e quindi collegata ai risultati. Se così sarà, ne vedremo delle belle.
Set
17
2010
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato che è in preparazione un Piano, per stimolare fortemente l’economia e accrescere i posti di lavoro, di ben 100 miliardi di dollari in dieci anni, destinati a spingere le imprese all’innovazione e a creare valore. Lo stesso presidente, nello stesso momento, ha annunciato l’istituzione di un altro Piano per le infrastrutture di ben 50 miliardi di dollari da spendere in cinque anni.
Obama ha imboccato la via keynesiana dell’indebitamento e del taglio della spesa corrente per ottenere risorse da destinare ad attività produttive e a infrastrutture. è esattamente quello che non fanno il Governo Berlusconi e il Governo Lombardo.
Quasi un decennio fa il Cavaliere fece approvare la Legge obiettivo (443/2001) con cui aveva annunciato urbi et orbi 80 opere di interesse nazionale che dovevano essere completate entro pochi anni. Di esse vi sono pallide tracce. Mentre ciò accadeva, la spesa corrente è aumentata senza limiti: una vergogna nazionale.

Il Governo Lombardo, che ha messo al primo punto del suo programma lo sviluppo della Sicilia, in questi primi due anni non ha fatto nulla per tenere fede a quest’impegno. Non c’è un Piano di opere pubbliche regionale, non ci sono i parchi progetto dei 390 Comuni, non è stato contenuto il crollo degli appalti pubblici, con ciò danneggiando fortemente anche l’economia esistente. Non si sono spesi i fondi Ue.
A discolpa del Governo regionale si può dire che aveva trovato una macchina amministrativa disastrata. Ma oltre alla razionalizzazione bisogna procedere ad attivare meccanismi di crescita. La scusa che non vi siano soldi è banale, perché la colpa grave di questo Governo è non avere indotto la sua amministrazione a spendere i soldi europei, che ci sono, e a costringere il Governo centrale a trasferire i fondi che per viltà politica vengono trattenuti da Tremonti.
Il Governo regionale avrebbe dovuto anche redigere un bilancio 2010 con un forte taglio alla spesa corrente e in primis agli inutili stipendi pagati a inutili dipendenti. È del tutto evidente che di colpo non si possono tagliare i viveri a chi vive d’indennità, ma questo non è sviluppo.
 
Il Governo Lombardo ha creato un ulteriore danneggiamento all’econonomia siciliana, oltre a quello già indicato di aver fatto crollare gli appalti: assumere (pardon, stabilizzare) personale di cui non ha bisogno. Non ci sono più risorse finanziarie per la spesa corrente, ed è per questa ragione che la Corte dei Conti, sulla scia di quanto ha fatto il Commissario dello Stato (Michele Lepri Gallerano) deve intervenire con provvedimenti atti a bloccare la conversione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, perché la Regione non può assumersi questi ulteriori oneri. Daremo notizie di possibili iniziative della Corte dei Conti in questa direzione.
È ora di smetterla con questi comportamenti irresponsabili che vogliono accontentare i raccomandati, vessando fortemente tutti gli altri siciliani che non sono stati messi in condizione di entrare nella Pubblica amministrazione, perché non raccomandati.

Certa stampa male informata ha sbandierato, a favore della legittimità della stabilizzazione, la decisione  del Consiglio di Stato n. 04495/2010 con la quale vi sarebbe stato dato via libera. Noi abbiamo letto tale sentenza, la quale non solo non da via libera, ma, citando precedenti proprie sentenze (n. 24/04 e n. 141/99) precisa che una deroga alla  regola del concorso pubblico, di cui all’art 97, comma 3, Costituzione, può essere considerata legittima nei limiti in cui la valorizzazione della pregressa esperienza professionale, acquisita dagli interessati tramite forme contrattuali non a tempo indeterminato, NON si traduca in norme di privilegio in danno degli altri aspiranti...
Dunque, il Consiglio di Stato, con tre sentenze, ha affermato un pari diritto degli aspiranti (cioè coloro che non sono dentro la Pubblica amministrazione) rispetto a quelli che vi sono dentro.
Per quanto precede, invitiamo tutti i siciliani che non si trovano dentro le Pa (regionale e comunali) a fare domanda, come legittimi aspiranti, per essere assunti dalle stesse, sulla base di curricula che devono affrettarsi a inviare alle Pec delle amministrazioni.
Ago
26
2010
È veramente un cattivo esempio, dopo 64 anni di malgoverno, sentire che ancora oggi la Regione intende violare la Legge pur di assumere dei dipendenti senza che la loro professionalità sia stata validata da concorsi pubblici, ai sensi dell’art. 97 della Costituzione.
Se così facesse la Regione commetterebbe anche una violazione del principio etico di equità sociale, in cima a ogni azione pubblica, e del principio economico di concorrenza. I due principi prevedono che tutti i siciliani debbano avere pari opportunità. Non vi possono essere siciliani più siciliani degli altri. In altre parole, non vi possono essere i raccomandati da un becero ceto politico, entrati nella Pubblica amministrazione, e gli altri rimasti fuori non perché sono incapaci, ma perché è stata loro negata la possibilità di competere ad armi pari in pubblici concorsi.
Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, è presidente di tutti i siciliani, anche se è stato eletto dal 65 per cento dei votanti. Non può e non deve continuare a mantenere il privilegio di chi è stato raccomandato e tenere fuori dalla Pa regionale e locale tanti altri bravi siciliani che, vincendo i concorsi, potrebbero andare a occupare posizioni oggi indebitamente occupate da altri.

Abbiamo espresso più volte solidarietà umana a tanti siciliani che, da anni o da decenni, si trovano nelle Pubbliche amministrazioni senza un contratto a tempo indeterminato. Ma nessuno li ha obbligati a entrarvi, né nessuno obbliga un siciliano a fare il precario.
Si dirà: non c’è lavoro e dunque si è costretti a fare ressa davanti alle segreterie dei cattivi uomini politici che promettono uno straccio di indennità pubblica. Si tratta di una pura falsità, che nessuno fino a oggi ci ha smentito in anni e anni in cui lo scriviamo. La verità è che in Sicilia vi sono decine di migliaia di opportunità di lavoro, ma solo per i competenti e coloro che possiedono professionalità.
Poi, la Regione dovrebbe spiegare ai siciliani in base a quale Piano industriale ha determinato in 15.600 i propri dipendenti contro i poco più di 3.200 della Regione Lombardia. Trascuriamo, ovviamente, la bufala che la Sicilia fa molte più cose della Lombardia.
 
La Legge 42/09 sul federalismo e i quattro decreti legislativi di attuazione (Demanio, Costi standard, Fabbisogni standard, Autonomie locali) stanno stringendo il collare sulle amministrazioni viziose e, nel calcolo dei fabbisogni, peserà anche il personale. Dal 2012 scattano gli standard per gli Enti locali, ma già dal 2011 il forte taglio alle Regioni della legge 122/10 (Manovra) costringerà quelle viziose a ridurre la deleteria spesa corrente.
Vi è poi lo scandalo delle partecipate, che l’assessore regionale all’Economia, Michele Cimino, sta tentando faticosamente e con ogni mezzo di ridurre o abolire. Col decreto firmato, ma non ancora pubblicato sulla Gurs, la riduzione è da 30 a 14. Cimino ha annunciato la cessione della quota Irfis e questo è un errore, perché essa dovrebbe essere scambiata in parte con la quota di Unicredit per formare il Mediocredito regionale.

Abbiamo appreso con soddisfazione che Fintecna ha annullato la gara per la cessione di Tirrenia e Siremar alla Mediterranea holding, un’operazione al di fuori dei compiti istituzionali della Regione che si deve preoccupare di mobilitare le risorse per fare sviluppo, affidato a imprese regionali, italiane o internazionali.
La notizia che l’Ars stia discutendo un ddl per assumere i parenti delle vittime del nubifragio del messinese è stupefacente, prima perché si presume che tali parenti siano disoccupati, e secondo perché è un vizio cronico quello di pensare che la Pubblica amministrazione debba essere considerata un ammortizzatore sociale. Sappiamo che è scomodo farsi il nodo della cravatta con la proboscide di un elefante, ma tentare di far entrare dalla finestra quello che non entra dalla porta è altrettanto scomodo. Piuttosto che far diventare precari altri siciliani, se inabili al lavoro, si dia loro un’indennità qualsivoglia e li si lasci a casa. Oppure la Regione faccia opportuni investimenti per sistemare il territorio, obbligando le imprese ad assumere tali parenti delle vittime. Insomma, si deve cambiare mentalità: dall’assistenzialismo alla produttività e alla ricchezza per i capaci.
Ago
24
2010
Secondo Tom Barrock, figlio di un ex fruttivendolo, che oggi possiede un patrimonio stimato in 30 miliardi di dollari: “Il debito diventa capitale se si trasformano le inefficienze in opportunità”. Infatti, chi ha capacità e professionalità trasforma le perdite in valore. Chi non ha capacità trasforma il valore in perdite. Tutta questa la differenza fra chi è dotato e ha voglia e passione per quello che fa e chi invece aspetta che qualcun altro gli risolva i problemi.
Parlando con amici (professionisti, imprenditori, professori e altri), ho scoperto che fra essi ve n’è qualche decina disposta a lavorare gratis per la Regione, senza pretendere un euro di compenso. Non si tratta di pensionati o nullafacenti, certamente brava gente, ma di persone di qualità che hanno raggiunto i massimi livelli, ciascuno nella propria attività. Di questi ha bisogno la Regione, non di altri che accedono all’amministrazione per fare i propri interessi. Non si tratta di persone che hanno voglia di mostrarsi o l’ambizione di fare i primi della classe, bensì di gente disponibile a lavorare in silenzio ma concretamente per fare.

Che cosa? Contribuire a stendere il Piano industriale della Regione e a stendere il Piano industriale standard dei Comuni per fasce d’abitanti in modo da determinare con precisione servizi (quantità e qualità) addetti (figure professionali) risorse strutturali, risorse finanziarie. Il tutto secondo lo schema insegnato negli Mba (Master in business administration) per ottenere dai fattori impiegati il massimo risultato con il minimo sforzo.
Qualche ignorante obietterà che questo metodo organizzativo è proprio delle imprese private. Non è vero. Qualunque organismo che deve produrre servizi si deve dotare del Piano industriale. Diversamente non riesce a fissare gli obiettivi e non capisce se poteva fare di più e di meglio.
Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, è accusato di abuso di spoil system, quel procedimento anglosassone secondo il quale i vertici delle amministrazioni devono godere della fiducia del loro capo. Lombardo l’ha applicato in Sicilia e dunque non si può criticare per questo indirizzo, che vuole una sintonia fra presidente e chi governa la macchina pubblica regionale.
 
Un appunto, però, per obiettività, bisogna farlo a Lombardo. Non se ne voglia se scriviamo con grande trasparenza. Non sempre, fra i professionisti con cui è in sintonia, ha scelto i migliori per qualità e curricula. Spesso ha fatto prevalere la fedeltà sulla capacità. Questo gli nuoce perché chi è preposto a guidare una branca amministrativa non consegue risultati se non ha la stoffa adatta.
In tempi di tagli i risparmi devono essere oculati, non già operando sui servizi ma ribaltando l’organizzazione inefficiente in organizzazione efficiente, per ottenere migliori e maggiori risultati con minori risorse umane e finanziarie impiegate.
Per ribaltare questa situazione di inefficienza generale, la Regione ha bisogno dei migliori cervelli siciliani e fra questi, come prima scrivevamo, ve n’è qualche decina disposta a lavorare gratis perché ormai ha raggiunto i massimi obiettivi della propria attività professionale. A condizione tassativa che abbiano carta bianca per elaborare e realizzare il Piano industriale della macchina regionale, che si trasformi da un antro oscuro e melmoso in un salotto luminoso e radioso capace di attrarre investimenti e di sostenere le attività produttive.

Quelle che scriviamo non sono riflessioni agostane, né oggetto di un colpo di sole, che peraltro io non prendo, ma la maturazione di una linea editoriale che non si rassegna a vedere la nostra Isola penalizzata per sviluppo, povertà, disoccupazione, tasso infrastrutturale, qualità dei servizi.
Una parte di noi siciliani non si sente seconda a nessuno ed è pronta a misurarsi e a competere con qualunque professionista, italiano o estero, per un fare di qualità, capace di raggiungere risultati concreti.
Siamo stufi di sentire chiacchiere da corridoio, nel teatrino della politica, ove attori e comparse recitano la farsa, mentre i siciliani vivono in una condizione di disagio e di impotenza, constatando un vilipendio dell’onestà: ci sono i soldi ma non vengono spesi. Vergogna.
Lug
28
2010
Sulla Gurs del 9 luglio scorso è stato pubblicato il decreto del Presidente della Regione del 28 giugno 2010,  nel quale è determinato il numero dei dirigenti della Regione siciliana, esclusi i 28 direttori generali, nella misura di 496, di cui 430 direttori di servizi e 66 direttori d’area.
Dal decreto esaminato non si capisce in base a quale Piano industriale siano stati perimetrati aree e servizi che presuppongono poi al loro vertice un dirigente. Nè si fa riferimento al decreto legislativo 29/93 fatto approvare a suo tempo dal ministro della Funzione pubblica, Sabino Cassese, nel quale erano previsti i carichi di lavoro, le funzioni e i risultati che dipendenti e dirigenti dovevano conseguire.
Si da atto che il direttore generale del dipartimento della Funzione pubblica ha adottato un decreto il 12 febbraio scorso con i criteri per la valutazione della dirigenza del suo stesso dipartimento. Di questo devono tenere conto gli altri dipartimenti. In mancanza, si avrebbe una penalizzazione del merito che dovrebbe essere il più importante metodo di valutazione delle prestazioni di dipendenti e dirigenti regionali.

Ma emerge una seconda questione non meno importante. Se il Presidente della Regione ha determinato in 496 il numero dei dirigenti necessario per governare la macchina amministrativa, nulla ha scritto di cosa debba farsene degli altri 1504. Di questi molti sono dirigenti addetti a attività di studio e ricerca, ma senza avere alcunché da dirigere. Tradotto, significa che la Regione pagherà molti di questi 1504 come colonnelli mentre poi saranno utilizzati come sergenti. L’ennesimo spreco di danaro inqualificabile a fronte di tutte le attività economiche che languono, per l’incapacità di un apparato amministrativo che dovrebbe avere una funzione propulsiva per la costruzione di infrastrutture e l’attivazione di nuovi soggetti produttivi.
Man mano che elenchiamo i privilegi - qualche giorno fa abbiamo indicato quello dei pensionati regionali - si costruisce un quadro d’insieme che spiega perfettamente come mai questa regione sia inchiodata al palo da 64 anni. Ricordiamo anche l’incredibile privilegio di deputati, dipendenti e dirigenti dell’Assemblea regionale, che senza alcuna logica ed equità godono gli stessi trattamenti del Senato in virtù della legge regionale 44/65.
 
È un privilegio che, confrontando  il costo dell’Ars (170 mln €) con quello del Consiglio regionale della Lombardia (72 mln €), indica uno spreco di ben 98 milioni.
Nella Regione siciliana si sommano due negatività: l’enorme quantità di denaro gettato al vento per soddisfare la bulimia di categorie privilegiate e l’inefficienza, coniugata con la disorganizzazione, per cui nessuno risponde di niente. Il che è frutto di un’irresponsabilità generalizzata che non produce, ovviamente, risultati positivi.
Di fronte alle ristrettezze economiche e ai tagli della Finanziaria 2011 in approvazione, il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, ha mantenuto una posizione ragionevole: non si è ribellato come ha fatto il presidente dei lombardi, Roberto Formigoni. Ciò non significa che le risorse finanziarie a disposizione della Regione siano sufficienti: tuttavia, se tese nella giusta direzione, possono dare una svolta all’insufficienza generalizzata nella quale la nostra Isola si trova.

Essere in ordine con la coscienza: questo è l’imperativo del ceto politico siciliano. Perché solo essendo in ordine si può discutere da pari a pari, sia con lo Stato che con le altre Regioni. Scopare davanti al proprio uscio ed evitare il becero gioco secondo il quale, per esempio, la Sicilia si trova in una condizione meno brutta di altre Regioni perché ha speso il 5,6 % di risorse europee mentre altre hanno speso di meno, così come ha detto Robert Leonardi, componente della cabina di regia sui Fondi strutturali della Regione. Leonardi, invece, avrebbe dovuto mettersi a piangere dicendo che la Sicilia ha speso solo il 5,6% di risorse mentre a metà del settennio avrebbe dovuto spenderne il 50 %, pari a 9 mld.
Questo modo di compiacersi delle disgrazie altrui deve cessare. Noi dobbiamo competere con i migliori e non fare guerre fra poveri. I poveri di spirito non ci interessano.
Le risse politiche, lo sfracello amministrativo, il continuo perdere  tempo sono elementi negativi che devono finire. Non c’è più tempo per i malvagi. Ora ci vogliono i capaci.
Lug
16
2010
Un amico mi chiedeva per quale ragione un pensionato di Reggio Calabria (statale, regionale o comunale) debba percepire un assegno molto inferiore di un pensionato regionale che abita di fronte, a tre chilometri, nel territorio di Messina.
Abbiamo preso l’iniziativa di controllare i parametri in base ai quali sono andati in pensione i dipendenti della Regione Siciliana e quelli dei dipendenti della Regione Calabria. In quest’ultimo caso, essi, essendo equiparati ai dipendenti dello Stato e a quelli degli enti locali, ne ricevono lo stesso trattamento, in termini di anzianità di servizio e di percentuale dell’assegno rispetto all’ultimo stipendio.
Per contro, i pensionati della Regione Siciliana hanno condizioni nettamente più favorevoli, perché possono andare in pensione in un tempo ridotto (anche 25 anni per i dipendenti affetti da handicap grave o loro congiunti), perché la percentuale dell’assegno pensionistico rispetto allo stipendio è parecchio più elevata.

Oltre quindicimila pensionati siciliani pesano sul bilancio della Regione per ben 613 mln €, in quanto il ceto politico isolano ha inteso usare l’autonomia per dare ai dipendenti e ai dirigenti una serie di privilegi inauditi che fanno inorridire chiunque ne viene a conoscenza. Come possiamo chiedere al Governo centrale equità quando noi, al nostro interno, l’equità non sappiamo cosa sia?
C’è di più e di peggio. Il ceto politico regionale, in questi 64 anni di autonomia, non ha voluto affidare all’Inpdap la gestione dei propri pensionati, perché in questo caso non poteva concedere loro i privilegi. Quindi, oltre al danno, anche la beffa per il portafogli dei siciliani.
C’è una terza questione gravissima e, cioè, che i pensionati attuali e quelli a venire, non essendo gestiti dall’Inpdap, hanno bisogno di un organo che li gestisca. Ha provveduto l’Assemblea regionale, su impulso di questo Governo, a istituire il Fondo pensioni, che solo di dotazione finanziaria e di risorse umane costa più di otto mln € l’anno.
Man mano che ricostruiamo i privilegi che la Regione ha concesso in tutti questi anni, ci accorgiamo che contemporaneamente essa ha scavato un baratro fra noi e le consorelle del Nord.
 
Considerare le pensioni pubbliche come un ammortizzatore sociale, il cui costo è sopportato dalla comunità siciliana, è un orrore politico e un comportamento indegno perché sparge tra la popolazione iniquità. Gente che ha lavorato (si fa per dire) qualche decennio e prende l’assegno per un periodo di vita più lungo di quello lavorativo è letteralmente uno sconcio.
Del peggio c’è il peggiore. Vale a dire che anche il trattamento di fine rapporto dei regionali siciliani è privilegiato rispetto a quello dei colleghi delle altre regioni. Citiamo un esempio per tutti: quando è andato in pensione il segretario generale dell’Assemblea regionale, Silvio Liotta, il suo assegno è stato di circa un milione di euro, oltre a una ricca pensione di oltre 10 mila euro al mese.
Come possono avere considerazione i poveri precari che prendono indennità da 700 euro al mese o i disoccupati che vivono molto male o i dipendenti con famiglia che guadagnano 1200 euro al mese?

Anche questo privilegio va abbattuto, ora e subito. Il Governo dia mandato all’Aran siciliana di uniformarsi sotto il profilo delle norme contrattuali e dei valori pensionistici e di Tfr al contratto nazionale degli statali, dei regionali e dei comunali. Con ciò eliminando in radice la contrattazione siciliana che non deve essere autonoma, ma deve in questo caso uniformarsi a quella nazionale.
Continuare a chiudere gli occhi su questo vergognoso privilegio non consente di alzare la voce quando lo Stato o le altre Regioni ce lo rinfacciano.
Mettersi le carte in regola significa essere più bravi degli altri, a parità di spesa, perché solo così si può dimostrare di possedere più intelligenza e più conoscenza, nel senso di stabilire chi ha merito nel raffronto continuo che ci dev’essere fra tutte le pubbliche amministrazioni, e fra il settore pubblico e quello privato. 
Non ci stancheremo mai di battere questo tasto e continuiamo a ribadire che la Sicilia deve rinascere all’insegna del merito e della responsabilità, senza stare con la mano tesa per chiedere, ma ribadendo il proprio diritto ad avere ciò che gli compete in base al patto costituzionale scritto nello Statuto, in quanto Regione virtuosa.
Lug
03
2010
Pubblichiamo frequentemente l’elenco dei precari, composto da circa 81 mila persone con un costo stimato in oltre un miliardo di euro. Si tratta di un vero e proprio ammortizzatore sociale che grava come un macigno sull’economia della Regione e impedisce di destinare queste risorse a investimenti in infrastrutture e attività produttive.
Ripetiamo da tempo come si potrebbe raggiungere l’utile e il dilettevole, cioè far lavorare queste persone in modo produttivo.
Una cosa è certa: la Regione non può più sostenere il peso di un grosso ammortizzatore sociale senza prevedere un progetto che consenta di trasformare queste risorse passive in risorse attive.
Si dice che le indennità percepite dai precari comunque aiutano i consumi. Ma, se le stesse indennità fossero stipendi produttivi di ricchezza, i consumi sarebbero ugualmente sostenuti e in più ci sarebbe un moltiplicatore atto a ottenere risultati economici di misura ben maggiore.

C’è, dunque, la soluzione per far lavorare i precari e contemporaneamente togliere l’ingessatura al bilancio regionale. Sembra di vivere nel Terzo mondo quando sentiamo assessori regionali, deputati regionali e altri soggetti che si preoccupano di come fare per mantenere in piedi un impianto clientelare di raccomandati e per ciò stesso privilegiati, senza preoccuparsi minimamente degli oltre centomila siciliani che sono disoccupati, ma non sono stati raccomandati e privilegiati.
Qui non si tratta di mettere gli uni contro gli altri, ma di procedere alla stesura di un progetto che dia soddisfazione ai siciliani privi di lavoro o che si trovano in condizione di precarietà, naturalmente in una rigorosa graduatoria di merito che preveda in cima coloro che possiedono competenze e saperi, oltre che abbiano grande volontà di sacrificio, e gli altri che via via non hanno tali requisiti.
In questo quadro, gioca un ruolo importante la vera formazione regionale, non stupidamente formale o basata su corsi fantasma o che non dà nessuna qualificazione, ma che tenga conto dei bisogni di mercato e che venga pagata in relazione alla capacità di fornire occupati.
 
Comprendiamo che cambiare la mentalità dalla sera alla mattina è quasi impossibile, ma non c’è un’altra strada. La Regione, con i suoi 28 miliardi fittizi inseriti nel bilancio 2010, ha il dovere di utilizzare ogni euro per promuovere investimenti e attività produttive di ricchezza. Deve quindi recuperare le entrate dovute dallo Stato, tagliare in maniera obiettiva gli sprechi e ridurre, semplificandoli, i percorsi delle procedure, in modo da consentire alle risorse finanziarie di arrivare nel mercato siciliano con benefiche iniezioni di liquidità.
È inutile girarci attorno: qui e ora occorre aprire i cantieri e per far ciò ci vogliono i progetti cantierabili. Occorre che tutte le risorse europee e statali vengano spese, occorre eliminare tutte le partecipate sotto forma di società per azioni, che sono servite e servono solo per piazzare altri raccomandati. Dai forum che facciamo con i rappresentanti del ceto politico e burocratico regionale, nonché con i numeri uno degli enti locali, non ci sembra che la strada virtuosa sia stata imboccata.

Non ci possiamo rassegnare a essere l’ultima regione d’Italia, né a essere considerati italiani con l’anello al naso. L’orgoglio dei siciliani deve risaltare attraverso comportamenti efficaci e densi di risultati. Ci dobbiamo misurare con le altre regioni ponendo sul campo le nostre doti di professionalità ed efficienza, in modo da competere ad armi pari. È inconcepibile, come abbiamo pubblicato, che la sola Barcellona (di Spagna) abbia avuto nel 2009 più pernottamenti dell’intera Sicilia. Un fallimento conclamato e dimostrato ad onta di tutti gli assessori al Turismo che si sono succeduti in questi ultimi 40 anni.
Le risorse europee e quelle statali non spese in questi ultimi tre anni sono più di otto miliardi. Non possiamo rassegnarci alla indolenza e alla impotenza dei responsabili che continuano a restare ai loro posti di fronte a questa conclamata insufficienza.
Non rassegnarci significa che deve scaturire un’indignazione per chi di fronte alle grandi potenzialità mette in campo delle deficienze che non fanno parte della nostra cultura
Giu
26
2010
Dall’inchiesta pubblicata oggi sull’Ages (Agenzia autonoma per la gestione dell'albo dei segretari comunali e provinciali) risulta che Comuni e Province pagano ogni anno ben 120 milioni di euro (ma la cifra viene rettificata dal direttore generale Giovanna Marini in 57 milioni, comunque un’enormità) per tenere in piedi un soggetto giuridico pubblico dotato di autonomia organizzativa, gestionale e contabile, istituito con legge 127/97. Questo istituto non serve a nessuno e meno che mai ai cittadini. Solo la Sicilia contribuisce con 2,4 milioni.
Se Tremonti l’avesse depennato, nessuno se ne sarebbe accorto salvo i privilegiati che gestiscono sedi (centrale e regionali) capaci di distribuire emolumenti e gettoni di presenza ai componenti dei consigli di amministrazione. In tutta Italia, i cda dell’Ages sono 18 e nelle varie sedi sono dislocati 155 dipendenti. Insomma, 120 milioni (o 57) che potrebbero essere tranquillamente risparmiati togliendoli alla casta dei segretari degli enti locali che già sono pagati bene per conto proprio.

Se si guarda nelle migliaia di capitoli dei bilancio dello Stato, delle Regioni e degli 8 mila Comuni si potrebbe tranquillamente arrivare a una riduzione di almeno il 5 per cento delle spese. Altro he fare una manovrina da 12 miliardi.
è da trent’anni che scriviamo della mala amministrazione della Sicilia (Regione ed Enti locali), ma la sordità generale ha impedito un cambio di rotta. Ci sono voluti euro e Patto di stabilità per costringere gli amministratori a cominciare a intravedere la buona amministrazione del pater familias.
Lamentarsi o urlare che non ci sono più soldi è una pura stupidaggine. Contestare, invece, l’uniformità dei tagli per tutte le Regioni è sacrosanto. E infatti, le Regioni virtuose debbono ricevere gli stessi trasferimenti dell’anno precedente, mentre quelle viziose - come Campania, Calabria, Lazio, Puglia e Sicilia - devono essere riportate sulla retta via.
Per quanto riguarda la nostra Isola, abbiamo sottolineato da decenni la necessità di mettere le carte in regola sul piano delle uscite.
 
Farlo significa due cose: tagliare sprechi, indennità e stipendi parassitari, i privilegi delle caste (ceto politico e burocratico) e dell’imprenditoria assistita. Secondo, stornare i conseguenti risparmi e indirizzarli verso gli investimenti.
Vi è poi il versante delle entrate, e qui va aperto subito un contenzioso con il Governo centrale che deve basarsi sulla riattivazione dell’Alta corte (art. 24 dello Statuto) e sugli adempimenti degli art. 36, 37 e 38 dello stesso. Al bilancio regionale mancano oltre 10 miliardi. Se arrivassero dovrebbero essere destinati alla costruzione di infrastrutture, al risanamento idrogeologico del territorio e a piani economici per l’attivazione di imprese, soprattutto nel settore dei servizi avanzati e della green economy.
Ma intanto, va riformata urgentemente la macchina burocratica affidando la piena responsabilità ai dirigenti regionali e locali affinché spendano le cospicue risorse messe a disposizione dell’Ue, dallo Stato e dal Bilancio regionale, per il periodo 2007/13 di circa 18 miliardi.

Qualche giorno fa, vi avevamo dato due importi sbagliati relativi alla sanità. La cifra prevista nel bilancio regionale 2010 è di 8,15 miliardi e non di 8,4. La cifra che lo Stato gira alla Sicilia è di 2,4 miliardi e non di 4,1, quindi il bilancio regionale ha un carico di 5,75 miliardi. Questo dato potrebbe essere migliorato in quantità e qualità. La riduzione della spesa farmaceutica al parametro della Toscana comporterebbe un risparmio di oltre 400 milioni, l’accorpamento e la razionalizzazione dei presìdi ospedalieri, un risparmio di altrettanti 400 milioni e il taglio deciso del personale amministrativo, esuberante rispetto alle necessità, che riflette uno sfrenato clientelismo.
La trasformazione delle Province in Consorzi, con la cancellazione degli apparati politici, comporterebbe un risparmio di circa 500 milioni. Il taglio di 250 milioni della formazione non avrebbe conseguenze, lo stesso dicasi di un ulteriore taglio di 500 milioni per i precari. Responsabili istituzionali, abbiate coraggio.
Mag
19
2010
Ho trascorso molte ore a leggere i 131 articoli della Finanziaria stampati in 33 pagine della Gurs. Un testo criptico e illeggibile, sembra scritto da sacerdoti egizi, i quali, come ricorderete, non intendevano far capire agli altri quasi niente e conservavano tutto il loro sapere che significava potere.
Non crediamo che il testo della Finanziaria 2010 e quelli di altre leggi regionali siano scritti dal ceto politico. Essi sono scritti dai burocrati, i quali, crediamo, godono molto nell’usare il loro linguaggio, appunto il burocratese in modo che il cittadino non capisca nulla e sia costretto a rivolgersi ai sacri uffici per avere decriptato il testo e capirci qualcosa. Un comportamento contrario a quello che prescrive la Costituzione che vuole leggi scritte in chiaro e in italiano, in modo che tutti possano capirle.

Altra notazione di fondo: tutte le attività concessorie prevedono ancora percorsi di vecchissimo tipo. Istanze da farsi con la carta, da inviare mediante la vecchia ed abolita raccomandata, risposte sempre con carta e raccomandata e via enumerando. In nessuno dei 131 articoli abbiamo letto che le procedure debbano essere effettuate esclusivamente per via telematica, in osservanza del Codice digitale del 2005 e successive leggi di attuazione e modifica. Come è possibile far funzionare la macchina che dovrebbe gestire tutti i provvedimenti inseriti in una complessa legge come quella in esame, usando ancora la diligenza e il tempo dei cavalli?
I ritardi dell’informatizzazione dei procedimenti costituiscono per la classe burocratica regionale, che mangia risorse in maniera abnorme,  una vera infamia professionale di cui si dovrebbe vergognare, anche se nessuno arrossisce. Dirigenti che guadagnano il doppio dei loro colleghi lombardi, dipendenti che guadagnano un terzo in più dei loro colleghi veneti. Una quantità enorme di personale di cui solo una stretta minoranza lavora, ed anche bene, mentre la maggioranza si gira i pollici.
Scritto quanto precede, tenteremo a volo d’uccello di indicare gli aspetti che riteniamo più significativi. Avere sottratto all’Irfis-Unicredit 25 mln è fatto positivo. L’art. 14 ha previsto Misure relative alla trasparenza dei conti pubblici e qui ha inserito il principio della decadenza dall’incarico degli amministratori, ma non quella dei dirigenti.
 
Il Patto di stabilità regionale (art. 16) che vorrebbe essere in sintonia con quello siglato dai ministri finanziari dell’Ue, ha stabilito un tetto di 50 mila € per ciascun amministratore e di 25 mila € per ciascun componente di organo di vigilanza e, tuttavia, rimangono cifre elevate. Sono state escluse da queste limitazioni le aziende del settore sanitario.  Male!
Quando il Governo nazionale si accinge a contenere stipendi e salari pubblici, l’art. 18 salva il trattamento accessorio del 15 % per il personale dell’amministrazione. La Resais Spa (art. 24) continua a restare quel contenitore vuoto che serve solo a gestire stipendi: un ammortizzatore sociale in sostegno di assunzioni clientelari.
La questione della c.d. ripubblicizzazione del settore idrico è abbastanza ingarbugliata perchè di fatto le competenze attribuite rimangono oscure, in attesa di appositi decreti assessoriali o dirigenziali.

Il credito d’imposta per l’incremento dell’occupazione è sostanzialmente una finzione perchè il meccanismo è così farraginoso e anche in questo caso privo di procedura telematica, che di fatto nessuno assumerà. Le disposizioni in materia di Infrastrutture e trasporti (titolo VI) non prevedono lo sviluppo del Piano triennale delle opere pubbliche (art. 69) mediante parchi-progetto cantierabili sia regionali che comunali. Spicca per la sua tipicità il contributo ai taxi (art. 74) di 1,3 mln di euro per ciascun anno 2006/07/08/09. A giorni lanceremo l’iniziativa sui taxi blu, cioè il loro utilizzo al posto delle auto blu.
Ottimo il contributo alla Scuola superiore di eccellenza di Catania di 1,5 mln (art. 79), purchè si tratti veramente di formazione di eccellenza. Saltiamo a piè pari il titolo VIII che riguarda contributi di ogni genere e tipo frammentati e non finalizzati allo sviluppo della Pesca e dell’Agricoltura, salvo l’istituzione dell’Enoteca regionale della Sicilia. Le norme in materia di attività produttive si concentrano sul microcredito, su Termini Imerese e altri aiuti alle imprese. Qui ci fermiamo perchè non ne possiamo più di leggere cose che potevano essere scritte negli anni 60, non nel 2010. Ecco spiegato ancora una volta perchè la Sicilia produce quel misero 5,6 % del Pil nazionale.
Mag
05
2010
Approvati Bilancio e Finanziaria, con un colpevole ritardo che ha bloccato per un terzo dell’anno l’attività della Regione (si tratta di una grave responsabilità di maggioranza e Governo), gli assessorati, cioè assessori e dirigenti generali, devono procedere a spendere rapidamente le somme indicate nello strumento finanziario.
La cosa più importante, in questo momento di bassa economia, è portare sul mercato risorse finanziarie, sia sotto forma di nuovi investimenti, con la massima accelerazione dei bandi di gara, sia sotto forma di pagamenti dei debiti delle amministrazioni nei confronti delle imprese che operano in Sicilia. Insomma, si tratta di dare fiato al mercato senza por tempo in mezzo.
Il secondo punto imperativo (come diceva il non dimenticato e malaugurato regime) è spendere bene ogni euro, evitando sprechi e clientelismi, e non alimentando la pubblica mangiatoia delle fameliche corporazioni. C’è bisogno di buona amministrazione per diffondere equità tra i cittadini.

Spendere bene i soldi dei siciliani è indispensabile perché chi come noi paga tutte le imposte abbia almeno la consolazione di contribuire al buon andamento della gestione della Cosa pubblica. Vedere dirigenti che non operano e predoni che aspirano le nostre imposte, causa un forte senso di rabbia la cui reazione si manifesta nei confronti dei responsabili delle istituzioni.
L’attività della Cosa pubblica non può essere al traino di questo e quello, o sospinta da questa o quella parte. Il senso di responsabilità di assesori e dirigenti generali dev’essere tale da fare funzionare tutta la macchina con la massima efficienza, esclusivamente per via digitale, con l’abolizione di ogni tipo di carta, il che comporta risparmi notevoli.
Per capire che in Sicilia si fa buona amministrazione paragoneremo, capitolo per capitolo, il Bilancio 2010 della Regione con quello della Lombardia 2010, che, però, produce servizi per quasi il doppio dei cittadini. Vi è un quadro sintetico che dà immediatamente un responso: i due bilanci hanno una spesa pressoché uguale, di circa 27-28 miliardi di €.
 
Da quanto precede si desume, evidentemente, che noi spendiamo il doppio per cittadino di quanto si spenda in Lombardia. Questo non ce lo possiamo permettere, perché al danno si aggiunge la beffa: il tasso di infrastrutture della Sicilia è quattro volte inferiore a quello della regione consorella.
A Milano, stanno cantierando altre due linee di metropolitana, la M4 e la M5, con una spesa complessiva di oltre tre miliardi di euro, la metà di quanto serve per il Ponte sullo Stretto. Le due linee sono essenziali, ma nessuno si è opposto com’è accaduto nel caso del manufatto fra Scilla e Cariddi. Qui si paventano le infiltrazioni mafiose, chissà perché le grandi opere della Lombardia ne sono immuni, anche se tutti sanno che la criminalità organizzata si radica ovunque vi sia ricchezza, non dove c’è povertà.
Se la Sicilia adottasse una buona amministrazione potrebbe stornare diversi miliardi del proprio bilancio utilizzati male per la spesa corrente e destinarli alle infrastrutture di cui c’è tanto bisogno.

Viaggiare tra Milano e Bologna significa impiegare un’ora con la Frecciarossa. Per viaggiare tra Catania e Palermo, con una distanza quasi uguale, servono quattro ore. Il sottosegretario alle Infrastrutture, Pippo Reina, venuto al nostro forum oltre un anno fa, ci aveva assicurato che con alcuni aggiustamenti della linea, la percorrenza ferroviaria si sarebbe assestata intorno a due ore e trenta minuti. Siamo ancora in attesa.
Sembra che in Sicilia vi sia un virus maledetto che impedisce un’attività di infrastrutturazione in tempi europei. Tutti parlano di cose che faranno, quasi nessuno di cose che ha fatto. Da questo dipende la mala amministrazione ed il livello di disfunzione economica. Se non si attivano i cantieri e non s’insediano imprese innovative in tutti i settori, la situazione attuale non può schiodarsi. Occorre che la Luce colpisca assessori e dirigenti generali, nonché sindaci e dirigenti dei Comuni, affinché redigano il proprio piano industriale e lo realizzino quasi in tempo reale.
Mag
04
2010
Un dato è positivo: Finanziaria e Bilancio preventivo 2010 sono stati approvati intorno alle ore 13 del primo maggio, dopo trenta ore di ininterrotto dibattito. Però quanta pena genera nell’opinione pubblica un ritardo di oltre 120 giorni dal rituale termine del 31/12/2009. Per il secondo anno i siciliani assistono a questa defaillance di Governo e maggioranza. Tuttavia, il male minore è l’essere riusciti a concludere uno straccio di strumento che, fatto sotto l’imperio dell’urgenza, non ha in sè i requisiti per innescare il processo di sviluppo. Ci dobbiamo rassegnare, anche per il corrente anno, a vedere inalterato quella schifezza di dato, e cioè il Pil della Sicilia su quello nazionale, inchiodato da quarant’anni al 5,6 per cento.
Quando scriviamo questo commento, non sappiamo se il commissario dello Stato, Michele Lepri Gallerano, impugnerà la legge testè approvata, almeno per quelle parti che riguardano le assunzioni, contro legge, improvvide e inopportune perché destinano a persone che non hanno superato il concorso pubblico risorse che dovrebbero essere invece utilizzate per investimenti in attività produttive e infrastrutture.

Ribadiamo per l’ennesima volta che tutti i cosiddetti precari pubblici sono privilegiati e raccomandati, perché non hanno superato alcuno sbarramento di qualificazione che dimostrasse le loro competenze e idoneità ai posti pubblici che dovevano ricoprire. L’unico loro requisito è stata la raccomandazione di questo o quell’uomo politico per andare a occupare un posto e incassare un compenso qualsivoglia, indipendentemente dal merito o, peggio, dall’utilità di quel lavoro per i siciliani.
La disfunzione della pubblica amministrazione regionale, di quella degli enti locali e degli enti non territoriali ha comportato un aumento dell’Irap siciliana.
Non abbiamo ancora avuto la possibilità di leggere nel suo complesso la norma approvata, ma dalle notizie che ci sono pervenute dall’Assemblea regionale siciliana, possiamo evidenziare alcune luci ed ombre.
 
Fra le ombre, l’aumento dell’organico regionale senza alcun riferimento al Piano organizzativo per la produzione dei servizi. Non ha alcuna ratio il procedimento secondo cui si determina il fabbisogno di dipendenti e dirigenti, scollegato con la produzione dei servizi, suddivisi per tipologia e branche amministrative. è una vecchia storia che conferma come la cattiva burocrazia voglia perpetuare la sua disfunzione prescindendo dall’efficienza.
La famigerata Tabella H ha cambiato nome ed è diventata Allegato I, ma il clientelismo è rimasto inalterato. Intendiamoci, alcuni contributi sono utili alla collettività, ma in genere non viene distinta la loro finalità fra sostegno ai servizi sociali e finanziamento agli apparati.

Vi sono diverse luci che vogliamo sottolineare. La prima riguarda l’imposta (chiamata ristoro) dell’1 per cento dei ricavi degli ultimi cinque anni a carico degli stabilimenti che producono inquinamento.
Il credito d’imposta ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato è utile, a condizione che la procedura telematica sia attivata subito e non fra un anno. Ricordiamo che il decreto dell’assessore al Lavoro relativo alle assunzioni previste dalla legge 9/09 ancora non è stato pubblicato perché l’assessorato competente non ha attivato la procedura telematica: un ritardo colpevole non ancora sanato.
Il tetto di 250 mila euro per i pensionati regionali va bene, ma non influenza le pensioni di chi sta al di sotto, che sono ben maggiori dei dipendenti statali. La riduzione delle partecipate da 27 a 11 è un altro elemento di razionalizzazione, a condizione che avvenga in tempi brevi e che le società che restano in vita siano affidate a veri manager con credenziali internazionali di prim’ordine, in modo che attuino piani industriali efficaci e redditizi.
Anche la riforma degli Ato idrici può essere iscritta agli aspetti positivi, a condizione che i nuovi soggetti che ne prenderanno il posto siano strutturati sulla base di criteri di merito e di efficienza.
Mag
01
2010
Sergio Marchionne ha illustrato il piano della Fiat 2011/14, che prevede più che il raddoppio della produzione di auto in Italia, a condizione che i sindacati accettino i 18 turni settimanali. In pratica, l’ad italo-canadese ha detto chiaro e tondo che bisogna avvicinare al massimo il costo delle auto dello stabilimento di Tychy in Polonia con quello degli stabilimenti italiani. Operazione difficile sul piano degli stipendi e relativi oneri previdenziali, ma fattibile su quello della flessibilità e quindi del numero di auto prodotte per giornata lavorativa.
L a forza del piano Marchionne sta nella sua semplicità: un’architettura basata su numeri di facile lettura che non consente a nessuno di creare confusione o nascondere la verità. Il piano prevede, come ampiamente annunciato fin da giugno del 2007, la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese, il cui teatrino, animato da politici incompetenti, fa calare definitivamente il sipario. Ora, per il territorio termitano, urge una conversione che consenta l’insediamento di impianti turistici anziché di ulteriore industria pesante.

Vogliamo provocare Governo e maggioranza variabile della Regione, nonché tutta la classe politica affermando a gran voce che per la massima istituzione ci vorrebbe un Marchionne, un professionista di altissimo livello che sapesse riorganizzare i servizi in modo da renderli efficienti e funzionali, a disposizione dei siciliani, con ciò consentendo di facilitare tutte le iniziative degli investitori e costituendo la premessa per l’attrazione di investimenti internazionali.
Investimenti non come quello deteriore del rigassificatore di Priolo, una bomba in un territorio scassato, bensì nel settore dell’industria blu (turismo) e dell’industria verde (green economy e green energy).
Quando chiediamo un Marchionne alla Regione non pensiamo a un gestore politico, bensì ad uno burocratico che, come nel film The Untouchables, vada avanti nella riorganizzazione generale dei servizi per raggiungere un livello di efficienza e funzionalità pari a quello della Lombardia.
 
Abbiamo sentito Gianfranco Micciché dire una cosa che ci trova in totale disaccordo: “La mancanza di lavoro al Sud e in Sicilia ha fatto usare i posti pubblici come ammortizzatori sociali; ora non si possono quindi applicare i costi standard”. Eh no, caro Gianfranco. La tua affermazione, se confermata, alimenta ancora il vecchio e superato alibi dietro il quale si nasconde la cattiva spesa pubblica, destinata non solo alla sua effettiva finalità, che è l’istituzione e gestione dei servizi a favore dei siciliani, ma come ammortizzatore sociale. Essa va dunque razionalizzata per i servizi pubblici e distinta da quella per gli ammortizzatori sociali.
Facciamo un esempio: nella Regione siciliana vi è un esubero di almeno 10 mila dipendenti sui 20 mila totali (contro i 3.251 della Regione lombarda) e un esubero di almeno 1800 dirigenti, su 2200 totali, contro i 207 della Regione lombarda. è chiaro che i 10 mila dirigenti e dipendenti in più non possano essere licenziati, ma dev’essere altrettanto chiaro che i loro stipendi, senza aggiunta di premi, indennità e altri ammennicoli, costituiscono un vero e proprio ammortizzatore sociale, infilato nella Resais Spa.

Esso va quantificato, in modo che si sappia che noi siciliani dobbiamo mantenere un esercito di persone inutili alla produzione di servizi pubblici sol perché una classe politica ascara e clientelare li ha infilati nelle maglie degli organici. Naturalmente, appena cresceranno le attività produttive, questi dipendenti inutili dovranno essere invitati a emigrare in quelle, in modo da alleggerire gradualmente il peso delle casse regionali. Altri andranno in pensione e via via la Resais Spa potrebbe essere eliminata. Il meccanismo di pulizia e di razionalizzazione va esteso a tutti quegli altri corpi che gravano sulle casse regionali, fra cui forestali, formatori e altri.
La baraonda che si è scatenata sulla legge Finanziaria dimostra come la politica economica del Governo regionale venga utilizzata per lotte intestine e non per massimizzare le risorse finanziarie.
Feb
24
2010
Nella Regione siciliana esistono tre categorie di dipendenti: una  che fa camminare la macchina seppure in modo asfittico e claudicante; un’altra parte che va a lavorare senza sapere il perché e una terza che se non ci andasse, nessuno se ne accorgerebbe. Ma tutti, compresi i fannulloni, vanno difesi perché la loro responsabilità è secondaria. Primaria è infatti quella dei dirigenti.
In un sistema di efficiente organizzazione, i dirigenti generali devono far funzionare tutti i propri dipendenti in base ad un piano industriale approvato dal Governo e, per delega del presidente, dall’assessore al ramo. Il dirigente generale che cercasse ogni scusa per motivare la sua incapacità di guidare il corpo impiegatizio alle proprie dipendenze sarebbe da revocare senza indugio per incapacità. Anche perché verrebbe meno alla sua missione costituita dal raggiungimento degli obiettivi indicati nel suo contratto.

Il punto nodale dell’inefficienza della Regione è la responsabilità, ovvero la mancanza di responsabilità, di chi ha il dovere (e perciò il potere) di guidare risorse umane verso un obiettivo predeterminato. In quell’ambiente magmatico che è la Regione, non esiste un rapporto sinallagmatico, cioè la proporzione fra compensi e prestazioni. Quando in qualunque pubblica amministrazione europea è invece tassativo tale rapporto, fondato sulla responsabilità.
Va da sé che il dirigente generale deve avere gli strumenti per poter guidare i propri dipendenti verso l’obiettivo prefissato. Perciò la Regione deve togliere dai contratti di lavoro tutte le forme di ostruzione inserite insidiosamente da sindacati conservatori, che mirano a proteggere la corporazione piuttosto che a farla diventare efficiente e funzionale a un disegno strategico di pubblica utilità.
E vi è un altro elemento cui metter mano con urgenza: la semplificazione di norme e procedure, per evitare che dietro formulazioni astruse e incomprensibili si possano nascondere dipendenti disonesti che impediscono a validi dirigenti di fare il proprio lavoro.
 
Battiamo e ribattiamo su questi tasti da decenni e, se prima eravamo pessimisti, oggi, con le leggi Brunetta e i relativi decreti legislativi, nonché con la vistosa diminuzione di risorse disponibili, vediamo la luce in fondo al tunnel. Gli assessori regionali e i dirigenti generali dei dipartimenti dovranno produrre i servizi per i cittadini razionalizzando l’organizzazione e immettendovi dosi di efficienza e di innovazione tali da migliorare la performance.
Ecco la parola magica che cambierà il modo di funzionare dell’apparato burocratico della Regione siciliana. Ogni dirigente generale ha nel proprio contratto gli strumenti per misurare la performance sua e quella dei propri dipendenti. Usiamo volutamente tale definizione perché, anche se ancora poco noto, il dirigente generale viene denominato dalla legge 150 del 2009 “datore di lavoro pubblico”, inserendo finalmente il concetto datoriale rispetto a quello burocratico del pubblico impiego.

Crediamo che fra i dipendenti regionali la grande maggioranza sia formata da persone per bene. Altri hanno deviato dalla retta via perché non guidati adeguatamente.
Si dice che il pesce puzza dalla testa, ed è vero. Ma il cambiamento, dal 1° di gennaio di quest’anno, del disegno istituzionale degli assessorati e dei dipartimenti, dovrebbe portare anche a un cambiamento di mentalità secondo la quale chi più vale viene premiato e chi meno vale viene sanzionato.
Se provocatoriamente scriviano la nostra difesa a favore dei fannulloni vogliamo dire che essi possono essere trasformati in ottimi dipendenti qualora coinvolti ed entusiasmati ad un disegno di funzionamento mirato al raggiungimento di obiettivi concreti.
Primo fra i quali è il servizio ai siciliani che sono i veri loro datori di lavoro, in quanto pagano con le proprie imposte quegli stipendi. Certo il mare magnum di 20.000 dipendenti contro, lo ricordiamo, i 2.000 della Lombardia, impedisce un vero disegno organizzativo. Per questo il governo Lombardo è chiamato a inserirne circa 10.000 nella bad society che la Resais Spa, a suo tempo istituita come ammortizzatore sociale.
Feb
10
2010
Non se ne può più di una Regione che continua a pagare stipendi a vuoto e mantiene personale inutile, che dovrebbe essere classificato nel bilancio come spesa per ammortizzatori sociali. Anche un giovane studente di Organizzazione capisce che, per produrre qualunque servizio economico e sociale, l’eccesso di personale costituisce un intasamento dei meccanismi, quindi un eccesso di spesa corrente e, quindi, uno spreco.
La Regione ha nel suo organico almeno diecimila dipendenti in più del necessario. Ribadiamo che è una favola il fatto che abbia più incombenze della Regione Lombardia che ha solo tremila dipendenti, anziché ventimila. C’è, dunque, un enorme eccesso di personale che mangia centinaia di milioni di euro da destinarsi, invece, ad investimenti produttivi e ad investimenti per infrastrutture, che mettono in moto migliaia di posti di lavoro veri.
Fra le partecipate della Regione, gestite dall’assessorato all’Economia, vi è la Resais Spa, un vecchio contenitore inventato da Democrazia cristiana e soci, nel quale sono confluiti migliaia e migliaia di dipendenti inutili, un vero e proprio ammortizzatore sociale.

Fra le partecipate della Regione vi è anche Multiservizi Spa, che ha come missione la fornitura di servizi in diversi settori quali logistica, sanificazione, manutenzione, digitalizzazione. L’acquisizione del pacchetto azionario della Spo Spa, società partecipata dell’amministrazione comunale di Palermo, alla Multiservizi Spa è un errore gravissimo, perché inquina la missione della seconda.
In una logica meramente assistenziale sarebbe stato minore danno trasferire la Spo e i suoi dipendenti, direttamente a quel contenitore assistenzialistico che è la Resais Spa.
Si capisce che questo Governo, pur intendendo riformare nella palude della conservazione, non può d’acchito mettere sul lastrico dieci o quindicimila persone. Però deve dire chiaramente ai contribuenti siciliani che il sostentamento di queste persone ha una funzione sociale, in quanto essi non servono all’amministrazione per la produzione dei servizi.
La chiarezza è indispensabile per attuare una trasparenza senza della quale l’opacità nasconde clientelismi e abusi di ogni genere.
 
La Regione è sclerotizzata perché al suo interno le procedure sono volutamente complicate, in modo che chiunque abbia bisogno di un servizio, ha la necessità di chiedere il favore. La Regione è sclerotizzata perché i diritti dei cittadini sono subordinati alle clientele, ai famigli e agli amici di coloro che hanno responsabilità politiche o burocratiche, ma si comportano da perfetti irresponsabili.
In questo quadro, nel quale il Governo non presenta disegni di legge di semplificazione e di riordino (ha perso già due anni), viene al pettine una vicenda cuffariana che è quella di promuovere come vice dirigenti mille dipendenti, senza che nessun organo abbia acclarato il loro merito per essere promossi e, peggio, senza nessun Piano industriale che ne preveda le responsabilità ed i compiti.

In questo quadro sclerotizzato, il Governo proroga con un decreto del 31 dicembre, anche se solo per tre mesi, il contratto a tempo determinato di oltre tremila precari.
In questo quadro sclerotizzato emerge con chiarezza uno scandalo che noi denunciamo da anni e, cioè, che dipendenti e pensionati regionali percepiscono assegni superiori ai loro colleghi statali nella misura del 40 per cento (Corriere della Sera e Le Figarò su fonte Corte dei Conti Sicilia). Ecco un’altra dimostrazione di come l’Autonomia sia stata usata per creare privilegi e ingiustizie della  corporazione dei dipendenti regionali, che sta molto bene, rispetto a milioni di siciliani che stanno molto male.
Per  sistemare quest’ultima dissennatezza basta un decreto del Presidente dei siciliani, fatto di un solo articolo: “I contratti di lavoro dei dipendenti regionali e gli assegni pensionistici degli ex dipendenti regionali sono equiparati a quelli di dipendenti e pensionati della Regione Lombardia”.
Gen
23
2010
La legge sul federalismo (42/09) ha previsto l’elencazione dei costi standard e degli standard di efficienza, da determinare mediante appositi decreti legislativi in fase di preparazione. È ancora poco noto cosa significhino costi standard e standard di efficienza, anche se per i professionisti dell’organizzazione si tratta di pane quotidiano. Il fatto è che i professionisti dell’organizzazione, nel settore pubblico, sono pochi e i servizi vengono affidati a chi ha un concetto burocratico e inefficiente della loro funzionalità.
Costo standard significa che lo stesso servizio pubblico, da qualunque ente prodotto, ha bisogno della stessa spesa e non di più. Cosicché i servizi dei Comuni di Genova o di Palermo, di Venezia o di Catania, di Enna o di Verbania, di Corvara o di Pachino, devono avere lo stesso costo e quindi i bilanci di quegli enti locali, a parità di servizi, hanno bisogno di pari finanziamenti, cioè di trasferimenti dalle Regioni.

Standard di efficienza significa, a sua volta, che la produzione di ogni servizio deve essere improntata alla migliore combinazione di tutti gli elementi necessari al servizio: figure professionali, strumenti, logistica, risorse finanziarie. La cattiva combinazione di questi elementi fa uscire i servizi fuori dallo standard di efficienza, cosa che dovrebbe comportare responsabilità professionali e patrimoniali del dirigente preposto al servizio.
Tali responsabilità sono ben definite con l’ultimo decreto legislativo (150/09) col quale al dirigente pubblico viene data una nuova denominazione di Datore di lavoro pubblico (art. 34). Con questa definizione, la legge ha voluto assimilare la figura del dirigente a quella del Datore di lavoro privato. Il citato D.lgs. ha inserito anche l’obbligo di trasparenza con la pubblicazione sul sito di ogni ente di curricula completi e compensi di ogni genere per i dirigenti, nonché la pubblicazione degli obiettivi e dei risultati conseguiti.
 
Quando i decreti legislativi relativi a costi standard e standard di efficienza saranno pubblicati, diverrà imperativo, per ogni branca amministrativa di Stato, Regioni ed Enti locali, adeguare le proprie spese, servizio per servizio, ai parametri elencati. Per esempio, verranno commisurate le spese per il personale del Comune di Catania, che ha 3.800 dipendenti, con quelle del Comune di Bari, che ne ha 2.000. Risulterà evidente che a Catania vi sono 1.800 unità in più.
Tenuto conto che ogni dipendente pubblico costa in media 70 mila euro, 1.800 dipendenti fanno esorbitare la spesa di ben 126 milioni, che costituisce uno spreco. Ma se l’amministrazione etnea volesse sprecare queste somme, che non ha, per fare assistenza o ammortizzatori sociali (così va considerato l’eccesso di personale) potrebbe anche farlo, ma la Regione non coprirebbe tale spreco con i trasferimenti finanziari.

I 390 Comuni siciliani e le 9 Province regionali saranno obbligati a rivedere le piante organiche, cosa che dovranno fare in immediata successione alla redazione del loro Piano industriale, o meglio Piano organizzativo per la produzione dei servizi, in modo da adeguarsi ai costi standard e agli standard di efficienza. Solo l’adeguamento a tali parametri potrà fare acquisire a ogni ente il carattere di virtuoso, facendogli abbandonare quello di vizioso.
La Regione saprà dunque quanto trasferire a ogni ente locale in base alla dose di virtù posseduta, sanzionando la parte di vizio che ancora qualche sindaco o presidente di Provincia volesse perpetuare.
L’autonomia del nostro Statuto costituzionale deve essere la nostra forza e non la nostra debolezza. La forza derivante dalla capacità di dimostrare che siamo bravi nell’amministrare la Cosa pubblica, che innoviamo il sistema economico, che selezioniamo i migliori talenti da utilizzare in tutte le organizzazioni, che siamo insomma capaci di fare più e meglio di ognuna delle altre 19 regioni italiane.
L’orgoglio dei siciliani deve essere quello di farci apprezzare per quello che sappiamo fare e per quello che facciamo, senza ampollosità, pomposità e inutili parole, di cui tutti i siciliani hanno piene le tasche.
Nov
18
2009
Ieri abbiamo proposto all’attenzione politica, civile e sociale l’ipotesi della Grosse Koalition, sostenuta da sindacati e Confindustria nonché da quella parte dell’opinione pubblica che vorrebbe si affrontassero i problemi con tempestività. Ipotesi che avrebbe dovuto avere in ogni caso la sanzione dell’elettorato, il prossimo 26 marzo, per togliere l’alibi a chi sostiene che non si possono cambiare le maggioranze senza consultare i cittadini.
Non sembra però che l’ipotesi attecchisca, perché gli ambasciatori stanno trovando le soluzioni per ricompattare la maggioranza che è stata eletta nelle elezioni del 14  aprile 2008.
L’abilità politica e dialettale di Giuseppe Castiglione, che in questa vicenda ha sempre mantenuto toni morbidi, pare che trovi consenso nel momento in cui si sono chiuse le porte del Pd al governo Lombardo (a nostro avviso sbagliando). Si sa che la politica è l’arte del possibile ed il possibile fa muovere quella sorta di caleidoscopio degli interessi (anche personali) di tutte le parti in gioco.

Questi comportamenti non sono utili ad un periodo di grave difficoltà della Sicilia, peraltro non contingente, perché si carica su una crisi strutturale che dura da quarant’anni. Oggi ci vorrebbe un esecutivo snello e compatto che facesse approvare da una propria maggioranza una serie di riforme di cui abbiamo formulato l’elenco nell’editoriale di ieri. E invece c’è una palude di giochi e giochetti in cui la situazione imputridisce e di cui si sentono anche a distanza olezzi non gradevoli.
Dalle prime avvisaglie di questo avvicinamento tra l’ala di Castiglione e quella di Miccichè-Lombardo lo scoglio più grosso è la riammissione dell’Udc nella maggioranza. Ora, sappiamo che l’Udc è strettamente controllata da Cuffaro, il quale come assessore e presidente ha governato per diciassette anni. Ha quindi una grave responsabilità dello stato di malattia economica, sociale e infrastrutturale della nostra Isola.
 
Invece qui ci vuole una svolta a centottanta gradi del modo di governare. Farebbero bene le parti, prima di sottoscrivere un nuovo accordo ad indicare i sei punti essenziali del programma (a. Pubblica amministrazione; b. Piano regionale di infrastrutture; c. Investimenti nell’ambiente e nei tesori archeologici; d. Rinnovo degli impianti inquinanti  di energia e produzione di raffinato; e. Collaborazione con le Università siciliane perché preparino i giovani a fare; f. Ribaltamento del malfunzionamento della formazione regionale puntando ad insegnare competenze). E, cosa più importante, modi e tempi per raggiungerli.
Il piano infrastrutturale e di rinnovamento dispone di ampie risorse finanziarie, europee,  statali e regionali. È notizia di questi giorni che la Giunta di Governo abbia deliberato di restituire all’Ue circa 200 mln di euro sui 356 disponibili nell’anno 2007. Come è noto, infatti, le spese devono essere effettuate nel tempo denominato N+2, per cui quelle relative al 2007 devono essere effettuate entro l’8 dicembre del 2009 e certificate entro il 31 dicembre dello stesso anno. Si tratta di un’autentica vergogna a disdoro dei direttori generali che non hanno speso queste somme . Anche solo per questo dovrebbero vedere il loro contratto disdetto con effetto immediato e non al 31 dicembre 2009.

Alla vergogna si somma l’imbroglio e cioè l’aver comunicato che le somme rese non si perdono. Non è vero. Le somme rese, infatti, finiscono alla Banca europea degli investimenti (Bei) la quale li incamera in due fondi “Jessica” (Joint European Support for Sustainable Investment in City Areas) e “Jeremie” (Joint Resources for Micro to Medium Enterprises). L’imbroglio sta nel fatto che queste risorse non saranno a disposizione della Regione, ma potranno finanziare progetti provenienti dalla Sicilia, ma anche da altre regioni. Che tutti i cattivi politici, sindaci compresi, continuino a strepitare perché non hanno risorse anziché procedere a una massiccia riorganizzazione delle branche amministrative loro affidate, è un ulteriore imbroglio,  perché allo stato di degrado della nostra Isola si è aggiunta la cattiva amministrazione.
Ott
15
2009
Nessuno si sorprenda se questa volta difendiamo i precari. Non è frutto di schizofrenia, bensì di una logica rigorosa che osserva Costituzioni e leggi ordinarie. Vi sono in Sicilia centinaia di precari dei settori BB.CC., Scuola, ecc., che hanno vinto i concorsi pubblici e hanno quindi tutto il diritto di essere assunti al posto di quelli raccomandati e privilegiati che sono stati chiamati direttamente per impulso di un ceto politico clientelare.
La Regione deve assumerli subito. Non può mantenerli nel limbo, mentre continua a tenere in organico gli altri che non hanno alcun diritto professionale. Il doppiopesismo pubblico non ha alcun fondamento sociale e deve essere aspramente criticato perché iniquo, in quanto colpisce chi ha diritto e favorisce chi non ne ha affatto.
Difendiamo i precari vincitori di concorso che attendono da anni la loro collocazione negli organici. Non comprendiamo come gli assessori al ramo possano chiudere gli occhi sulle legittime aspettative di chi si è impegnato per superare ogni sbarramento con successo.

La questione del precariato in Sicilia non è risolvibile in modo ordinario. Ci vuole un progetto straordinario per spostare migliaia di dipendenti provvisori dalle Pa ai comparti produttivi. Non è infatti mantenendo persone improduttive, cui comunque si pagano stipendi, che si possono risolvere i destini dell’armata dei precari. Gente che ha maturato aspettative, pur essendo stata immessa negli organici, solo perché spinta da questo o quell’uomo politico.
Il Governo regionale ha il dovere di affrontare il toro afferrandolo per le corna, dando una soluzione strutturale dal momento che non è più in condizione di pagare cedolini senza alcuna contropartita in termini di produzione di servizi pubblici.
 
Gli investitori internazionali vengono in Sicilia se trovano le condizioni migliori di un ritorno economico. L’ambiente, nel suo complesso, consente l’insediamento di impianti turistici che danno lavoro a 50 mila persone. La costruzione di reti ferroviarie, di strade, di porti e aeroporti dà lavoro a migliaia e migliaia di persone. La costruzione del Ponte sullo Stretto dà lavoro ad oltre 10 mila persone. Insomma, vi sono le condizioni per girare i precari pubblici al settore privato oltre ad assorbire gran parte dei disoccupati.
Ma, c’è un “ma” grosso come una casa. Queste migliaia di precari e disoccupati non possiedono competenze che li rendano compatibili col mercato, perché né scuola, né Università le hanno loro fornite. Peggio, non hanno loro insegnato il metodo per imparare. Non parliamo dell’enorme sperpero di risorse della formazione regionale per cui la Giunta di governo ha fatto benissimo a tagliare in radice la spesa. Dovrebbe invitare i formatori, che non sono stati capaci di insegnare niente, a riqualificarsi per  andare sul mercato.
 
Ecco cosa deve fare la Regione. Deve dire chiaro e tondo che precari e disoccupati devono riqualificarsi per rendersi pronti alle chiamate, con competenza acquisita e con cambio di mentalità secondo cui: prima rendo e poi incasso.
Il Governo regionale dovrebbe investire qualche risorsa per far capire all’opinione pubblica questa inversione ad U del modo di pensare al lavoro, non al posto di lavoro o allo stipendio. Se da un canto consente agli investitori di ottenere autorizzazioni e concessioni in 30 giorni, i progetti verranno attuati in tempi brevi. Per esempio, lo ripetiamo da tempo, mettere all’asta internazionale il territorio della Fiat di Termini Imerese troverebbe gruppi internazionali pronti ad insediarvi attività turistiche con migliaia di occupati.
Precari e disoccupati devono anche capire che la competenza si acquisisce facendo esperienza, e l’esperienza si fa lavorando anche con bassi compensi, purché l’attività sia produttiva. Meglio tanti occupati anche se pagati poco che molti disoccupati pagati niente.
Ci rendiamo conto che quanto scriviamo può sembrare rivoluzionario, mentre è solo frutto di una proposta positiva di buon senso che è stata realizzata con successo in tante parti del mondo, per esempio nella Repubblica di Singapore, della quale abbiamo più volte scritto.
Ott
08
2009
Il buco di un miliardo nel bilancio consuntivo 2008, che il Governo regionale sta tentando di recuperare, è l’evidente sintomo di una cattiva gestione del denaro pubblico. Non solo la Sicilia ha bisogno di recuperare, ma si auto affossa perché perde come un colabrodo, in quanto spende le risorse per alimentare il clientelismo e non per destinarle ad investimenti e attività produttive necessarie per fare aumentare il Pil.
La questione riguarda la politica di basso livello, diversa da quella di alto profilo fondata su progetti. Ma riguarda anche la capacità di organizzare la macchina amministrativa con criteri di efficienza tali da impedire sprechi. Poi c’è una terza questione non meno importante, e riguarda la capacità di tutti i rami amministrativi della Regione di controllare assiduamente tutto il territorio mediante propri nuclei ispettivi, dotati dei più moderni terminali informatici, per evitare abusi in tutti i campi, primi fra i quali quello edilizio e del lavoro nero.

Il governo dovrebbe insediare una task force composta dai più valorosi dirigenti regionali, insieme ad esperti internazionali in organizzazione, per redigere il Piano industriale ovvero il Piano organizzativo della produzione dei servizi, in modo che essi siano efficienti e utilizzino al meglio le scarse risorse finanziarie.
Senza il Piano industriale la Regione non sa di quali figure professionali ha bisogno, mantenendo così uno squilibrio fra le varie branche amministrative e fra gli uffici centrali e periferici, dal momento che, senza una norma rigorosa, è difficile attuare la mobilità indispensabile per riequilibrare gli uffici.
 
Si capisce che la burocrazia faccia muro contro questa informatizzazione generalizzata, perché si attuerebbe una trasparenza generale che non consentirebbe più nessuna forma di corruzione morale e materiale. La trasparenza farebbe emergere il valore di dirigenti e dipendenti che così potrebbero meritare i premi contrattuali perché hanno ben lavorato.
Così sarebbero emarginati i cattivi dirigenti e dipendenti che non fanno il loro dovere e per ciò stesso non solo non debbono percepire premi, ma vanno licenziati. La questione che poniamo da decenni è semplice: mettere il punto fermo e definitivo a tutti gli abusi che si perpetrano giornalmente negli ambienti regionali e in genere nelle pubbliche amministrazioni locali.

Serve subito una Regione low cost, cioè un sistema organizzativo che riduca all’osso il costo dei servizi. Per ottenere questo risultato è indispensabile che, ripetiamo, vengano aboliti i fascicoli cartacei sostituiti subito da quelli informatici. è necessario che i dirigenti generali si sbraccino e abbiano la facoltà di valorizzare i migliori collaboratori, indipendentemente dai loro padrini politici. Questi ultimi devono smetterla di intervenire per falsare le regole del merito, piazzando incapaci nei posti ove invece occorrono professionisti di primo livello.
Lo sviluppo non è una chimera, né una vuota parola che i politici di basso rango promettono di raggiungere, dimenticandosene regolarmente dopo ogni votazione. Lo sviluppo è un sistema fatto di regole precise e conosciute e di un metodo generale che abbia come cardini i valori di merito e responsabilità, unitamente a un alto livello di professionalità.
I soldi sono finiti, i debiti sono tanti, i costi del personale che gravitano intorno alla Regione enormi, le difficoltà politiche del governo senza maggioranza non sono da meno.
Tuttavia la classe dirigente siciliana, nel suo complesso, non può ulteriormente rinviare la sfida che è stata ulteriormente tracciata dalla crisi del 2008, da considerarsi positivamente come esplosivo per scardinare un sistema asfittico e clientelare che non regge più.
Vi è ancora la questione che potrebbe essere definita con uno slogan: “Guerra alla carta”. Costa 2,5 milioni all’anno e di essa si potrebbe fare a meno se tutti i fascicoli fossero informatizzati. Vi sarebbe un ulteriore vantaggio e cioè che tutti coloro che formulano istanze alla Regione (enti pubblici, imprese e cittadini) potrebbero dialogare esclusivamente con e per via telematica e, mediante un click, far pervenire direttamente nel proprio fascicolo, in qualunque ufficio della Regione, la documentazione richiesta ottenendo risposte con la stessa via telematica.