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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Spesa

Feb
02
2012
Venerdi 27 gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato il terzo decreto della serie, che ha denominato Libera Italia, dopo il decreto Salva Italia, trasformato nella legge 214/11, e il successivo decreto Cresci Italia, in via di conversione. Le tre norme si aggiungono alle quattro leggi approvate dal Parlamento su iniziativa del Governo Berlusconi, nel 2011. Quelle quattro leggi fanno parte dello stesso libro cui Monti sta aggiungendo altri capitoli.
Il prossimo riguarda la riforma del lavoro, quello successivo la revisione della spesa denominata spending review, e poi il provvedimento urgente per tagliare strutturalmente il debito pubblico, dentro il quale dovrebbe esserci l’iniziativa per saldare in tutto o in parte i 70-80 miliardi che le pubbliche amministrazioni dei tre livelli (Stato-Regioni-Enti locali) hanno nei confronti del sistema delle imprese italiane e straniere. Un insieme imponente di riforme, che hanno due limiti.

Il primo riguarda la Pubblica amministrazione, che viene profondamente riformata e che dovrà adeguarsi, in tempi relativamente brevi, alla rivoluzione digitale. Ma al suo interno vi sono forti resistenze perché l’uso esteso dell’informatizzazione scopre inefficienze e magagne di ogni genere. Chi è abituato a fare il parassita e a sfruttare rendite di posizione metterà ogni impedimento all’innovazione generalizzata.
Il secondo limite riguarda le cinque Regioni a statuto speciale e le due Province autonome (Trento e Bolzano). Ognuno di questi sette organismi ha i propri statuti, che la legge ordinaria non sempre può valicare, col risultato che dentro tali documenti vi sono norme che continuano a mantenere privilegi di ogni genere e differenze nella spesa corrente improduttiva che nessuno vuole eliminare.
È vero che le norme sulla concorrenza sono di esclusiva competenza dello Stato, ma quelle sui tagli delle spese riguardano ciascuno dei sette enti prima richiamati. Facciamo un esempio eclatante: il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, riceve un compenso annuale di 307 mila € contro il compenso del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di appena 362 mila dollari, pari a 276 mila €.
 
Nella nostra Regione, l’elenco dei privilegi è infinito ed è stato più volte da noi pubblicato senza che i privilegiati abbiano sentito il bisogno di mettere mano ai tagli. L’Assemblea regionale siciliana costa 100 mln € in più del Consiglio regionale della Lombardia, i dipendenti e i pensionati regionali percepiscono assegni di circa un terzo superiori a statali e comunali, il bilancio della Regione è intasato di spese improduttive che impediscono di liberare risorse per investimenti, con ciò rendendo impossibile l’utilizzazione dei fondi europei. I dipendenti regionali vanno in pensione prima degli statali e con ricche liquidazioni.
Il numero dei dipendenti della Regione è enormemente sproporzionato rispetto ai servizi che rende, tra l’altro in modo inefficiente. Noi abbiamo contato 14.019 dipendenti in più rispetto a quelli della Regione Lombardia, a parità di funzioni, cui si aggiungono i 27 mila forestali, i 10 mila formatori e altri parassiti (perché non utili alla produzione di ricchezza).

Contro questi privilegi ed eccessi della spesa inutile, c’è solo un rimedio: inserire nella riforma costituzionale in atto una norma che preveda l’impossibilità per l’ente a statuto speciale o in regime di autonomia di superare i tetti di spesa fissati da Governo e Parlamento. Tale norma dovrebbe vietare di legiferare in contrasto con le norme statali, in modo da evitare che siano mantenuti i privilegi.
In una frase, potremmo condensare tale norma come segue: più concorrenza, meno spesa. La norma avrebbe la funzione di indurre gli scellerati irresponsabili di Regioni e Province autonome a diventare virtuosi, vale a dire a spendere lo stretto necessario per la produzione dei servizi e nulla di più, a rendere efficienti ed efficaci i servizi medesimi, a utilizzare le risorse che entrano nel bilancio dell’ente in misura limitata per la spesa corrente e in misura ben maggiore di quella attuale per la spesa relativa a investimenti e nuove attività produttive.
Quello che ripetiamo sembra un ritornello monotono, ma la crescita dell’Italia passa attraverso comportamenti virtuosi. I viziosi vadano al nono cerchio dell’inferno.
Feb
01
2012
La montagna ha partorito il topolino. Il penultimo giorno di gennaio, Camera e Senato hanno deciso di diminuire le spese dei propri bilanci. Una riduzione veramente forte, ove si consideri che il magro stipendio di deputati e senatori, condito di ammennicoli vari, è di oltre 20 mila euro al mese. Esso viene tagliato di ben 1300 euro, peraltro compensato da un aumento che si sarebbero voluti fare. Dal che si deduce che la diminuzione non è effettiva rispetto all’attuale prebenda.
Eppoi, udite udite, senatori e deputati dovranno giustificare il cinquanta per cento della spesa per i loro portaborse. Evidentemente la ratio di questo provvedimento è un pieno riconoscimento della realtà perché, in effetti, i parlamentari hanno lucrato su questa voce che ammonta a 43 mila euro annui, esentasse. Il riconoscimento, cioè, dell’imbroglio che i parlamentari hanno fatto in questi anni. Parlamentari che non si rendono conto che il loro comportamento, consistente nel difendere privilegi inauditi, unici in Europa, li sta facendo screditare ogni giorno di più di fronte agli occhi dell’opinione pubblica.

Eppure sentono nelle radio, pubbliche e private, nelle televisioni, pubbliche e private, il coro unanime dei cittadini che li stanno cominciando ad odiare, perché prendono atto che di fronte ai loro sacrifici, deputati e senatori continuano a fare la bella vita.
L’altro aspetto da non sottovalutare, per quanto meno noto, è l’insieme dei privilegi e dei vantaggi che hanno dirigenti e dipendenti pubblici, i quali, per contro, non riescono ad accreditarsi per la buona amministrazione ma, anzi, vengono insultati dai cittadini perché non riescono a fornire servizi efficienti e a basso costo.
La responsabilità di questo stato di cose non è solo del ceto politico e burocratico, ma riguarda l’intera borghesia (imprenditori, professionisti, dirigenti privati e altri) che, quando hanno rapporti economici col settore pubblico, speculano oltre misura e nei modi più creativi.
A fronte dei pessimi soggetti vi è, per fortuna, una maggioranza di politici, burocrati, imprenditori, professionisti ed altri, che lavorano facendo sacrifici e, di fatto, sostenendo l’intero Paese.
 
Noi, sessantenni e settantenni, stiamo avvelenando il pane dei nostri figli. È una frase cominciata a circolare da qualche mese, quando il Governo Monti ha dovuto spiegare che l’abolizione delle pensioni di anzianità era indispensabile per consentire ai futuri pensionati di percepire l’assegno.
La ministra Fornero usa lo stesso argomento per la riforma del lavoro. Impossibile continuare a proteggere chi lavora stabilmente con contratto a tempo indeterminato e danneggiare fortemente tutti coloro che entrano nel mondo del lavoro in modo precario.
Occorre che i primi facciano un passo indietro, per consentire ai secondi di fare un passo avanti. Occorre un equilibrio nel mondo del lavoro, per consentire l’entrata e l’uscita in modo ragionevole a tutti. Esattamente come accade negli Stati Uniti, l’ingresso nel mondo del lavoro non dev’essere sbarrato da pesanti cancelli, ma aperto con una porta girevole, di quella che hanno gli alberghi a cinque stelle.

La nostra generazione ha l’obbligo etico di rinunciare in parte alle pensioni, per consentire ai nostri figli di prenderle. La nostra generazione ha l’obbligo etico di rinunciare ai privilegi, per preparare ai nostri figli uno scenario sociale fondato sull’equità e su un minimo di opportunità. La nostra generazione ha l’obbligo etico di allentare la rigidità eccessiva di chi è protetto da norme, per consentire alle future generazioni di approdare nel mondo del lavoro con continuità e facilità.
Tutto questo è un nostro dovere al quale non ci possiamo sottrarre. Chi vi si sottrae è malagente, che dev’essere indicata all’opinione pubblica come sabotatrice di quell’equità che va perseguita in ogni momento, senza tentennamenti.
L’equità si persegue mettendo sempre al primo posto, in ogni decisione e in ogni azione, l’interesse generale. Così facendo ne discende che il nostro personale interesse dev’essere sempre ad esso subordinato. Guai a chi invertisse l’ordine.
Dic
02
2011
Abbiamo più volte pubblicato la pagina nella quale sono indicate, per capitoli, le possibili riduzioni da effettuare nel bilancio della Regione, per un ammontare di 3,6 miliardi di euro. Sarà un caso: la Corte dei Conti siciliana ha presentato una relazione alla Commissione Bilancio dell’Ars sulla legge di stabilità siciliana del 2012. In essa sono indicati puntualmente i tagli che si dovrebbero fare al bilancio, che vedi caso ammontano proprio a 3,6 miliardi.
Per la verità, dobbiamo chiarire che la Corte prevede questi tagli da effettuarsi nella misura di 1,2 miliardi l’anno per il 2012, 2013 e 2014, mentre il QdS ha ipotizzato un taglio secco di tutti i 3,6 miliardi già nel 2012. Ma la diluizione nel tempo non cambia la sostanza.
Di fronte alle Regioni virtuose la Sicilia è il fanalino di coda, perché ha sperperato, negli anni, risorse in una spesa pubblica improduttiva, anzichè destinarle a investimenti, a opere pubbliche, a innovazione. Un comportamento dissennato dei 57 presidenti della Regione.

Non sappiamo se i membri della Commissione Bilancio dell’Assemblea regionale avranno la sensibilità di cogliere le annotazioni della Corte dei Conti e, in subordine, quelle del QdS che, ripetiamo, combaciano. Se non lo facessero, sarebbe ancora una volta il trionfo dell’irresponsabilità e del tradimento del mandato popolare, che è quello di amministrare bene le risorse pubbliche, in modo da rendere servizi e opere ai siciliani nella massima misura e nella massima qualità, rispetto alle imposte che gli stessi pagano con molta fatica.
In ogni caso, i soldi sono finiti, volere o volare, la Giunta regionale e l’Assemblea regionale dovranno approvare una legge di stabilità 2012 con i necessari tagli di spesa improduttiva e di privilegi, sotto i diversi aspetti, di elargizioni a pioggia e tante altre somme inefficaci al fine della buona amministrazione.
Vi è poi un’altra questione incredibile all’interno del bilancio: l’avanzo finanziario di circa 10 miliardi. Si tratta di somme impegnate e non spese, il che significa che l’economia siciliana non ha avuto questa iniezione finanziaria di tale importo. Da diverse settimane chiediamo puntuali informazioni alla ragioneria generale, che stentano a venire. Cos’hanno da nascondere?
 
Il peggio della questione è che la bozza della legge di stabilità, formata da 91 articoli, non prevede i 3,6 miliardi di tagli: con questa omissione prevede invece il ricorso a un ulteriore indebitamento e prevede anche il mancato cofinanziamento dei progetti relativi al Po 2007-2013. Il che significa che nell’economia siciliana manca questa ulteriore iniezione di risorse finanziarie.
Vi è un altro aggravamento della situazione: il bilancio 2011 è pesante dal punto di vista delle spese improduttive, il che ha costretto la Regione a porre l’aliquota massima dell’Irap nella misura del 4,82 per cento, mentre la legge prevede che ogni Regione possa variare tale aliquota fino ad azzerarla. È proprio notizia di questi giorni che la Provincia di Bolzano ha utilizzato la sua autonomia per venire incontro alle imprese di quel territorio, riducendo l’Irap al 2 per cento.

Dobbiamo ricordare ai pochi che hanno letto l’art. 119 della Costituzione che Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa. Solo in via sussidiaria, il quinto comma del predetto articolo prevede che lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore  dei predetti enti.
Per la verità, in questi 64 anni, si è ribaltato tale precetto costituzionale, per cui Regioni ed Enti locali hanno contato più sui trasferimenti dello Stato che sulle proprie entrate per coprire le spese. Di fatto, presidenti di Regione e sindaci si sono comportati da elemosinieri nei confronti dello Stato, anziché da buoni amministratori dei propri cittadini. Ma hanno fatto di peggio, violando l’ultimo comma del predetto art. 119, il quale recita: Regioni ed enti locali possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento. è esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti.
è inverosimile rivelare che questo articolo sia stato continuamente disatteso, senza che sia intervenuto alcun organo tutorio a ripristinare le regole del gioco. è ora che si rimetta a posto  questa situazione disastrata e che gli indebitamenti eventuali siano destinati agli investimenti e non alle spese improduttive.
Ott
28
2011
Il decreto legislativo n. 68/2011 ha inserito i costi standard nella valutazione della spesa sanitaria secondo cui, a parità di servizio, ci dovrà essere parità della spesa in qualunque parte del territorio italiano. Ma il decreto ha escluso dall’applicazione dei costi standard le regioni a statuto speciale, e non se ne capisce la motivazione.
Alla crisi finanziaria è seguita la stretta rigorosa dell’Ue che si è riversata sui partners, con gravi riflessi per quelli viziosi e con poche conseguenze per quelli virtuosi. Ne è conseguita una serie di manovre che governo e maggioranza hanno fatto in questi tre anni per portare a tappe forzate alla golden rule nel 2013.
Questo significa che tra maggiori entrate e minori uscite, in quell’anno dovrà essere ricavato l’ammontare relativo agli interessi sul debito pubblico di circa 80 miliardi.
Mentre i tagli delle spese superflue non hanno alcun effetto negativo sui consumi e sull’economia, il maggior prelievo fiscale - fra cui l’aumento di un punto dell’Iva - che genera nuove entrate, ha un impatto negativo perché limita i consumi e impedisce i nuovi investimenti da parte del sistema delle imprese che, anziché essere aiutate, vengono imbrigliate. 

Giocoforza, lo Stato dovrà dimagrire e con esso Regioni e Comuni. Non sacrificando i servizi sociali ma gestendo in maniera virtuosa ciascuna amministrazione.
In questa direzione giocano un ruolo importante i costi standard, perché costituiscono al contempo una guida e un punto di riferimento al quale debbono attenersi i diversi soggetti che amministrano la Cosa pubblica. Si tratta quindi di inserire rigore, rigore e rigore, non più lassismo, menefreghismo, clientelismo e tutti gli altri ismo che ne conseguono.
L’attuale ceto politico locale e nazionale non è capace di usare questo rigore, ma il d.lgs citato è in vigore, si tratta di estenderlo il più rapidamente possibile alle Regioni a statuto speciale e tra esse alla Sicilia che continua a scialacquare le misere risorse pubbliche nonostante il coraggioso recupero posto in atto dall’assessore Massimo Russo. Ma non è sufficiente perché gli sprechi nella sanità siciliana sono ancora fuori dall’ordinario.
 
In particolare segnaliamo l’eccessivo consumo di farmaci, l’eccessivo costo per posto letto del servizio alberghiero, l’eccessivo costo per posto letto del servizio sanitario vero e proprio, l’utilizzo incompleto di moltissime apparecchiature elettromedicali usate poco, male o niente, l’eccesso di personale amministrativo e medico, la polverizzazione del servizio ospedaliero in tanti presidi che non hanno più ragione di esistere e via elencando.
Deputati regionali e sindaci che continuano a difendere l’ospedale locale o il tribunale locale lo fanno per pura demagogia e propaganda. Non sanno che la loro azione è perdente perché non ci sono più risorse per finanziare il clientelismo spicciolo.
Ora bisogna risparmiare aumentando l’organizzazione e l’efficienza, erogando quindi maggiori servizi con minori spese, il che significa una sola parola: efficientamento. Chi non sarà capace di capire immediatamente il nuovo stato di cose sarà travolto dalla vera indignazione popolare, quella che emerge genuinamente perché la crisi morde la carne dei cittadini più deboli.

Dunque, i costi standard sono indispensabili e vanno usati senza por tempo in mezzo e, anche laddove non via sia l’obbligo di adoperarli, virtù amministrativa imporrebbe che si adoperassero ugualmente.
È inutile blaterare che le minori risorse tagliano i servizi. è una menzogna, perché se un servizio a Cuneo costa 100 non si vede perché a Caltanissetta debba costare 200.
L’efficienza deve essere un vanto e noi siciliani non siamo da meno dei lombardi e dei piemontesi in campo culturale. Non dobbiamo essere da meno neanche in quello della buona e sana amministrazione della Cosa pubblica. Noi dovremo avere il vanto di essere più bravi e competitivi dei nostri amici delle ricche regioni del Nord. Dovremo far vedere a loro che anche con minori mezzi otteniamo risultati piu brillanti.
Ho speso 53 anni della mia vita professionale in Sicilia e Lombardia. Ho un sogno: che le due regioni funzionino allo stesso modo.
Gen
03
2011
Sulla Guri del 17 dicembre è stato pubblicato il D. lgs. 216/10, il terzo attuativo della legge 42/09 che stabilisce un cambiamento epocale dei trasferimenti dallo Stato ai Comuni: non più in base alla spesa storica ma ai fabbisogni e costi standard.
Con questo decreto si è resa giustizia ed equità fra i cittadini i quali devono sapere che qualunque servizio effettuato a loro favore abbia lo stesso costo se prodotto a Varese o Ragusa. In conseguenza del costo, denominato standard, viene computato il relativo fabbisogno anch’esso denominato standard. Si tratta di una norma che mette fine, almeno in qualche misura, al clientelismo e al favoritismo cui sono abituati i sindaci di molti Comuni, soprattutto quelli meridionali e siciliani.
Perchè mette fine ai due deprecabili comportamenti? Perchè essi non potranno più dilapidare le risorse in spese correnti, favorendo amicopoli e parentopoli, ma dovranno rigorosamente prevedere le spese nei binari dei costi standard. Per far ciò saranno costretti ad aumentare l’organizzazione ed il tasso di efficienza, oggi fortemente carenti nella pubblica amministrazione meridionale.

Vi sono alcuni punti che val la pena evidenziare: 1. Tutti i livelli di Governo (centrale, regionale e locale) devono conformarsi al Decreto, che fa riferimento all’articolo 117 della Costituzione; 2. Vi è una gradualità nell’applicazione delle norme, per cui dal 2011 al 2013 verranno determinati i fabbisogni standard che entrerranno in vigore l’anno successivo; 3. è determinata la metodologia per il calcolo dei fabbisogni standard, mediante l’individuazione di modelli organizzativi e di livelli quantitativi delle prestazioni, l’analisi dei costi finalizzata a focalizzare quelli più significativi, l’individuazione di un modello di stima dei fabbisogni standard sulla base dei criteri di rappresentatività.
è poi prevista la definizione di un sistema di indicatori, riferiti ai modelli organizzativi e agli obiettivi per valutare l’adeguatezza dei servizi e consentire agli enti locali di migliorarli. L’articolo 4 insiste affinché la metodologia dovrà tener conto delle specificità legate ai recuperi di efficienza attraverso le Unioni di Comuni o forme di esercizio di funzioni associate. Risulta chiara la filosofia della norma.
 
Successivamente (art. 6) il D. lgs. in questione prevede che i fabbisogni standard vengano pubblicati da ciascun Comune e Provincia per cui nessun ente locale può sfuggire alla regola della massima efficienza possibile dei servizi prodotti a favore dei propri cittadini.
I sindaci sono avvisati per tempo e devono procedere con la massima rapidità e comunque entro l’anno appena cominciato a rivedere la propria organizzazione, in modo da eliminare sprechi e inefficienze, per passare a un modello aziendale. Ecco che a loro serve redigere il Piano aziendale, senza del quale non è possibile adottare le norme e quindi correre il rischio di  essere penalizzati da trasferimenti minori. Questo terzo decreto attuativo del federalismo è più votato a una razionalizzazione delle risorse pubbliche, che complessivamente non diminuiscono, ma vanno meglio distribuite fra gli ottomila Comuni con un principio di equità che è portato proprio da fabbisogni e costi standard.
Quei sindaci che non ottemperassero con rapidità ai criteri esposti rischierebbero di far saltare le casse delle proprie amministrazioni.

Il tarlo dei sindaci siciliani, frutto di un clientelismo becero che dura da decenni, è l’enorme quantità di dipendenti inutili al Piano aziendale. Un eccesso che ora va smaltito. Non è certo stabilizzando, cioè assumendo a tempo indeterminato i precari, che questa strada si può percorrere, anzi le norme in vigore, fra cui la legge 133/08, prevedono il divieto di trasformare i contratti da tempo determianto a tempo indeterminato, oltre che vietare di rinnovare anche solo per qualche anno quelli a tempo determinato.
Però il Governo regionale ha ignorato tali norme e sta procedendo ad assumere ex novo cinquemila dipendenti del tutto inutili alla produzione dei servizi. Inoltre, ha tentato di fare assumere 23 mila dipendenti presso i 390 Comuni, ma l’ufficio del Commissario dello Stato gliel’ha impedito con rigore.
Clientelismo e favoritismo sono duri a morire. Ma devono morire, senza por tempo in mezzo.
Set
17
2010
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato che è in preparazione un Piano, per stimolare fortemente l’economia e accrescere i posti di lavoro, di ben 100 miliardi di dollari in dieci anni, destinati a spingere le imprese all’innovazione e a creare valore. Lo stesso presidente, nello stesso momento, ha annunciato l’istituzione di un altro Piano per le infrastrutture di ben 50 miliardi di dollari da spendere in cinque anni.
Obama ha imboccato la via keynesiana dell’indebitamento e del taglio della spesa corrente per ottenere risorse da destinare ad attività produttive e a infrastrutture. è esattamente quello che non fanno il Governo Berlusconi e il Governo Lombardo.
Quasi un decennio fa il Cavaliere fece approvare la Legge obiettivo (443/2001) con cui aveva annunciato urbi et orbi 80 opere di interesse nazionale che dovevano essere completate entro pochi anni. Di esse vi sono pallide tracce. Mentre ciò accadeva, la spesa corrente è aumentata senza limiti: una vergogna nazionale.

Il Governo Lombardo, che ha messo al primo punto del suo programma lo sviluppo della Sicilia, in questi primi due anni non ha fatto nulla per tenere fede a quest’impegno. Non c’è un Piano di opere pubbliche regionale, non ci sono i parchi progetto dei 390 Comuni, non è stato contenuto il crollo degli appalti pubblici, con ciò danneggiando fortemente anche l’economia esistente. Non si sono spesi i fondi Ue.
A discolpa del Governo regionale si può dire che aveva trovato una macchina amministrativa disastrata. Ma oltre alla razionalizzazione bisogna procedere ad attivare meccanismi di crescita. La scusa che non vi siano soldi è banale, perché la colpa grave di questo Governo è non avere indotto la sua amministrazione a spendere i soldi europei, che ci sono, e a costringere il Governo centrale a trasferire i fondi che per viltà politica vengono trattenuti da Tremonti.
Il Governo regionale avrebbe dovuto anche redigere un bilancio 2010 con un forte taglio alla spesa corrente e in primis agli inutili stipendi pagati a inutili dipendenti. È del tutto evidente che di colpo non si possono tagliare i viveri a chi vive d’indennità, ma questo non è sviluppo.
 
Il Governo Lombardo ha creato un ulteriore danneggiamento all’econonomia siciliana, oltre a quello già indicato di aver fatto crollare gli appalti: assumere (pardon, stabilizzare) personale di cui non ha bisogno. Non ci sono più risorse finanziarie per la spesa corrente, ed è per questa ragione che la Corte dei Conti, sulla scia di quanto ha fatto il Commissario dello Stato (Michele Lepri Gallerano) deve intervenire con provvedimenti atti a bloccare la conversione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, perché la Regione non può assumersi questi ulteriori oneri. Daremo notizie di possibili iniziative della Corte dei Conti in questa direzione.
È ora di smetterla con questi comportamenti irresponsabili che vogliono accontentare i raccomandati, vessando fortemente tutti gli altri siciliani che non sono stati messi in condizione di entrare nella Pubblica amministrazione, perché non raccomandati.

Certa stampa male informata ha sbandierato, a favore della legittimità della stabilizzazione, la decisione  del Consiglio di Stato n. 04495/2010 con la quale vi sarebbe stato dato via libera. Noi abbiamo letto tale sentenza, la quale non solo non da via libera, ma, citando precedenti proprie sentenze (n. 24/04 e n. 141/99) precisa che una deroga alla  regola del concorso pubblico, di cui all’art 97, comma 3, Costituzione, può essere considerata legittima nei limiti in cui la valorizzazione della pregressa esperienza professionale, acquisita dagli interessati tramite forme contrattuali non a tempo indeterminato, NON si traduca in norme di privilegio in danno degli altri aspiranti...
Dunque, il Consiglio di Stato, con tre sentenze, ha affermato un pari diritto degli aspiranti (cioè coloro che non sono dentro la Pubblica amministrazione) rispetto a quelli che vi sono dentro.
Per quanto precede, invitiamo tutti i siciliani che non si trovano dentro le Pa (regionale e comunali) a fare domanda, come legittimi aspiranti, per essere assunti dalle stesse, sulla base di curricula che devono affrettarsi a inviare alle Pec delle amministrazioni.
Ago
18
2010
Al fresco di Parigi, mi sono letto con attenzione i 63 articoli (e non 56, come ha scritto qualche ignorante) della Manovra d’estate (L. 122/10, entrata in vigore il 31 luglio 2010). Si tratta di una legge complessa che disciplina tante materie. Fra esse ne rileviamo alcune: una serie notevole di norme che bloccano le uscite per spesa corrente di Regioni ed Enti locali. Alle prime sono stati tagliati 5 mld, ai secondi 1,5 mld.
Un capestro è stato inserito a carico dei Comuni che non possono avere una spesa per il personale superiore al 40%. Si aggiungano i vincoli del Patto di stabilità e di spesa corrente, e si conclude come la legge in esame ha messo la camicia di forza a quei Comuni viziosi che avevano fatto del clientelismo (indebite assunzioni in violazione dell’articolo 97 della Costituzione) il loro best seller. I Comuni siciliani che sforano i limiti previsti non solo non riceveranno gli importi eccedenti, ma riceveranno in meno pari importo dai trasferimenti statali: un’ecatombe. 

I 390 sindaci siciliani non avranno ancora letto la Manovra d’estate, preoccupati di fare le vacanze. Ma appena torneranno in sede si accorgeranno che i loro vizi dovranno essere trasformati in virtù a tamburo battente, pena la dichiarazione di dissesto. Naturalmente, vi sono sindaci virtuosi che non hanno nulla da temere dalla scure che si abbatterà solo su chi si è comportato da cicala.
Un’altra mannaia importante è caduta sugli apparati politici con l’abolizione dei gettoni ai consiglieri circoscrizionali, il taglio delle indennità ai consiglieri comunali e la riduzione dei costi degli apparati amministrativi, che devono seguire logiche di efficientismo (un neologismo introdotto nella legge) anche col divieto di spese per sponsorizzazioni e con l’introduzione di sanzioni a carico di dirigenti che violano le disposizioni previste.
L’Agenzia autonoma per la gestione dell’albo dei segretari comunali e provinciali è stata abolita (art. 7, c. 3 ter). Ma è una abolizione di facciata perchè il personale in servizio e le spese sono trasferite al ministero dell’Interno.
Questa legge fa continuo riferimento alla L. 133/08 che è stata la prima manovra estiva ad inaugurare il nuovo corso. Vi è tutta una parte che riguarda la riduzione delle spese per la sanità soprattutto a carico dei farmaci (industrie, grossisti e farmacisti).
 
Una novità in materia di trasparenza è introdotta dall’art. 18 c. 4, lettera a, secondo il quale l’Agenzia delle entrate mette a disposizione dei Comuni le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti in essi residenti.... Si può dedurre, per conseguenza, che tali dichiarazioni, ai sensi dell’articolo 42 della citata legge 133/08, siano a disposizione di tutti.
Una novità riguarda la Sicilia. In anticipazione del federalismo fiscale. L’art. 40 c. 1, prevede che essa può modificare le aliquote dell’Irap fino ad azzerarle e/o disporre esenzioni, detrazioni e deduzioni nei riguardi delle nuove iniziative produttive. Ecco un concreto esempio di perequazione fiscale. La Regione però deve trovare il modo di tagliare le spese per azzerare l’Irap. Se non lo facesse dimostrerebbe a tutto il tessuto economico produttivo che non è capace di gestire la Cosa pubblica se non mantenendo una tassa iniqua quale è l’Irap.

È indetto il 15° censimento generale della popolazione e delle abitazioni (art. 50) sul quale sono investiti oltre 200 milioni annui dal 2011. Vi è una riduzione di imposte sulle somme erogate ai lavoratori dipendenti del settore privato correlate a incrementi di produttività, qualità, innovazione ed efficienza organizzativa.
Soprassediamo su tante altre disposizioni interessanti comprese quella che taglia alla Sicilia trasferimenti per 500 mln. Da questo si deduce l’annuncio dell’assessore all’Economia, Michele Cimino, che dovrà fare, anche lui, una manovra tendente a tagliare spese per altrettanto importo. Con un indebitamento superiore ai 4 mld e col Bilancio ingessato da ammortizzatori sociali, sprechi e sperperi di ogni genere, compreso l’iniquo costo dell’Assemblea regionale siciliana (170 mln contro 72 del Consiglio regionale della Lombardia), Cimino avrà vita dura perché tenterà di tirare il lenzuolo da un lato scoprendo inevitabilmente l’altro.
Eppure, confidiamo nella sua abilità di far quadrare i conti senza ricorrere ad ulteriori indebitamenti, ma anzi stornando una cospicua parte delle spese correnti per destinarle ad investimenti. Gli ricordiamo che per ogni miliardo investito si creano 10 mila posti di lavoro. Produttivo, non assistenziale e clientelare.
Feb
12
2010
La bulimia degli incarichi cresce a ritmi esponenziali. Nel passato raramente un parlamentare diventava sindaco, oggi anche i ministri vogliono diventarlo. Presidenti di Provincia che fanno gli eurodeputati (ma quando trovano il tempo per fare bene i due mestieri?),  deputati inseriti in consigli di amministrazione con palese conflitto di interesse fra controllante e controllato. Mogli e amanti con incarichi pubblici, veline inserite in liste elettorali e poi elette. Un lungo elenco che la dice lunga su una classe politica incapace di seguire esempi cristallini di chi ha senso dello Stato, dignità e responsabilità.
I famigli, gli amici degli amici, i parenti dilagano fra i ceti dirigenziali amministrativi, nei gabinetti degli assessori, nei consigli di amministrazione di società partecipate. A nessuno dell’entourage si nega un incarico ed il relativo compenso. Le consulenze si moltiplicano e fanno moltiplicare i costi in tutti quegli enti pubblici ove non ve ne sarebbe bisogno.

Il malcostume dilagante non tiene in alcun conto la necessità di gestire i soldi dei contribuenti in maniera corretta, in modo che la spesa sia efficiente e raggiunga gli obiettivi dei programmi che la politica stabilisce.
Come si misura l’efficienza della spesa? Attraverso il conseguimento dei risultati. Solo essi dicono la verità sulla competenza e sulla capacità dei dirigenti di organizzare bene i dipartimenti loro affidati col giusto impiego di figure professionali. Occorre un quadro equilibrato e dotato di strumenti anche informatici, soggetto ad un rigoroso controllo di gestione, che verifichi ogni sera se sia stata raggiunta quella porzione di risultato che sommata alle seguenti, dà il risultato finale.
Lo Stato non deve gestire, ma fissare le regole generali, che tutti i membri della comunità devono osservare, per demandare alle Regioni l’amministrazione dei territori e queste ultime alle istituzioni primarie che in uno stato moderno sono i Comuni.
Proprio gli enti locali sono i sensori del territorio, conoscono bene le esigenze dei propri cittadini e, in un quadro di interessi generali, devono prendere decisioni per tutelare coloro che vi abitano.
 
Gli 8.091 comuni d’Italia sono una enormità se paragonati ai 3.000 della Francia. Si comprende benissimo l’esigenza di piccole comunità di montagna di tutelare la loro specificità. Non è giustificata, invece, l’esistenza di comuni di qualche centinaio di abitanti dove sindaco, pochi assessori e consiglieri sono tutti parenti.
In questo scenario non si comprende neanche la presenza nell’attuale forma delle Province regionali che tutti, a parole, vogliono abolire. In Sicilia, poi, vi è il grande scandalo di una legge regionale (L.r. 9/86) che ha istituito le Province regionali in una forma non prevista dall’articolo 15 dello Statuto costituzionale.
Infatti, il secondo comma precisa che “L’ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi consorzi comunali...”. In nessuna parte di esso è menzionata la parola province. Tagliare le province siciliane, così come istituite, significa eliminare uno spreco di 1,1 miliardi di euro e semplificare la gestionedel territorio. 

La recente legge sul federalismo (42/09) ha impostato il decentramento delle funzioni amministrative dallo Stato alle Regioni e ai Comuni. Un modo per avvicinare il controllo dei cittadini sulle istituzioni locali e sulle loro spese, in modo che essi siano nelle condizioni di controllare il rapporto fra imposte pagate e qualità dei servizi resi.
Non sappiamo se, in parallelo con questa importante riforma istituzionale, governo e maggioranza, anche con l’ausilio dell’opposizione, procedano ad un forte dimagrimento dell’apparato centrale. Diversamente, la spesa pubblica è destinata a gonfiarsi per il raddoppio delle funzioni.
Portare verso il territorio l’amministrazione delle spese dovrebbe, in via parallela, tagliare la famelicità di tanti soggetti politici nell’accumulare doppi incarichi o incarichi familiari, in modo che siano separate le responsabilità ai diversi livelli.
Attendiamo la seconda legge sul federalismo che dovrebbe essere basata su costi standard e sugli standard di efficienza.
Feb
10
2010
Non se ne può più di una Regione che continua a pagare stipendi a vuoto e mantiene personale inutile, che dovrebbe essere classificato nel bilancio come spesa per ammortizzatori sociali. Anche un giovane studente di Organizzazione capisce che, per produrre qualunque servizio economico e sociale, l’eccesso di personale costituisce un intasamento dei meccanismi, quindi un eccesso di spesa corrente e, quindi, uno spreco.
La Regione ha nel suo organico almeno diecimila dipendenti in più del necessario. Ribadiamo che è una favola il fatto che abbia più incombenze della Regione Lombardia che ha solo tremila dipendenti, anziché ventimila. C’è, dunque, un enorme eccesso di personale che mangia centinaia di milioni di euro da destinarsi, invece, ad investimenti produttivi e ad investimenti per infrastrutture, che mettono in moto migliaia di posti di lavoro veri.
Fra le partecipate della Regione, gestite dall’assessorato all’Economia, vi è la Resais Spa, un vecchio contenitore inventato da Democrazia cristiana e soci, nel quale sono confluiti migliaia e migliaia di dipendenti inutili, un vero e proprio ammortizzatore sociale.

Fra le partecipate della Regione vi è anche Multiservizi Spa, che ha come missione la fornitura di servizi in diversi settori quali logistica, sanificazione, manutenzione, digitalizzazione. L’acquisizione del pacchetto azionario della Spo Spa, società partecipata dell’amministrazione comunale di Palermo, alla Multiservizi Spa è un errore gravissimo, perché inquina la missione della seconda.
In una logica meramente assistenziale sarebbe stato minore danno trasferire la Spo e i suoi dipendenti, direttamente a quel contenitore assistenzialistico che è la Resais Spa.
Si capisce che questo Governo, pur intendendo riformare nella palude della conservazione, non può d’acchito mettere sul lastrico dieci o quindicimila persone. Però deve dire chiaramente ai contribuenti siciliani che il sostentamento di queste persone ha una funzione sociale, in quanto essi non servono all’amministrazione per la produzione dei servizi.
La chiarezza è indispensabile per attuare una trasparenza senza della quale l’opacità nasconde clientelismi e abusi di ogni genere.
 
La Regione è sclerotizzata perché al suo interno le procedure sono volutamente complicate, in modo che chiunque abbia bisogno di un servizio, ha la necessità di chiedere il favore. La Regione è sclerotizzata perché i diritti dei cittadini sono subordinati alle clientele, ai famigli e agli amici di coloro che hanno responsabilità politiche o burocratiche, ma si comportano da perfetti irresponsabili.
In questo quadro, nel quale il Governo non presenta disegni di legge di semplificazione e di riordino (ha perso già due anni), viene al pettine una vicenda cuffariana che è quella di promuovere come vice dirigenti mille dipendenti, senza che nessun organo abbia acclarato il loro merito per essere promossi e, peggio, senza nessun Piano industriale che ne preveda le responsabilità ed i compiti.

In questo quadro sclerotizzato, il Governo proroga con un decreto del 31 dicembre, anche se solo per tre mesi, il contratto a tempo determinato di oltre tremila precari.
In questo quadro sclerotizzato emerge con chiarezza uno scandalo che noi denunciamo da anni e, cioè, che dipendenti e pensionati regionali percepiscono assegni superiori ai loro colleghi statali nella misura del 40 per cento (Corriere della Sera e Le Figarò su fonte Corte dei Conti Sicilia). Ecco un’altra dimostrazione di come l’Autonomia sia stata usata per creare privilegi e ingiustizie della  corporazione dei dipendenti regionali, che sta molto bene, rispetto a milioni di siciliani che stanno molto male.
Per  sistemare quest’ultima dissennatezza basta un decreto del Presidente dei siciliani, fatto di un solo articolo: “I contratti di lavoro dei dipendenti regionali e gli assegni pensionistici degli ex dipendenti regionali sono equiparati a quelli di dipendenti e pensionati della Regione Lombardia”.