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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Tremonti

Ago
05
2011
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha un assegno lordo di 239.181 euro annui che, al netto di ritenute fiscali e previdenziali, diventano 136.397. Non è un grosso assegno, tenuto conto di quanto guadagnano parlamentari e burocrati, anche di Enti locali, però sfiora l’ammontare dell’assegno del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che guadagna 400 mila dollari l’anno (circa 285 mila euro).
Il Presidente Napolitano ha voluto dare un segnale consistente nella rinuncia (e quindi restituzione al ministero dell’Economia) degli importi relativi all’aumento dell’indennità per effetto dell’adeguamento all’inflazione. Si tratta di cifre estremamente modeste, ma tuttavia il gesto ha un valore simbolico rilevante. Come dire: anche io mi taglio.
Il Quirinale ha poi comunicato di avere risparmiato 56 milioni 316 mila euro dal 2006 al 2011, vale a dire poco più di 11 milioni l’anno. Sono state bloccate anche le pensioni più alte per un risparmio complessivo di 15 milioni in tre anni.
Un ventaglio di operazioni, insomma, a vantaggio dell’immagine del Presidente.

Dietro a esso, però, guardiamo la realtà. I 5 milioni l’anno di risparmio non sono un taglio motu proprio del Presidente, ma la conseguenza dell’applicazione della quarta Manovra estiva, per effetto della quale vengono tosate le pensioni d’oro del 5 per cento sull’eccedenza rispetto a 90 mila euro e del 10 per cento sull’eccedenza rispetto a 150 mila euro. Se ne deduce che i tagli sono simbolici.
Per dare un segnale forte, il Capo dello Stato avrebbe dovuto prevedere un taglio del 25 per cento sulle spese della sua Istituzione, perché così avrebbe potuto imporre moralmente alle altre due Istituzioni legislative, Camera e Senato, di tagliare anch’esse il loro bilancio del 25 per cento, cosa che Fini e Schifani sono ben lungi dal mettere all’ordine del giorno, occupandosi solo di limature insignificanti.
L’esempio vero del Capo dello Stato sarebbe potuto servire al Governo per dare un taglio lineare a stipendi, indennità, emolumenti, gettoni di presenza e quant’altro viene erogato a quelle 600/700 mila persone che per un verso o per un altro stanno dentro all’agone politico per vivere, in quanto sono dei senza mestiere.
 
L’esempio vero del Capo dello Stato sarebbe stato utile per consentire di tagliare quelle migliaia di Enti che si trovano fra Comuni e Province (pare che siano 7 mila e che costino 7 miliardi, come dire un milione ciascuno).
L’esempio vero del Capo dello Stato sarebbe servito per tagliare emolumenti e compensi a tutti gli alti burocrati della macchina pubblica e delle società pubbliche, comprese le banche controllate da Fondazioni pubbliche i cui Consigli di amministrazione e dirigenti percepiscono compensi nettamente superiori a quelli della media europea.
Vi è poi la questione arcinota delle Province che, trasformandosi in Consorzi di Comuni, farebbero risparmiare circa 7 miliardi di apparati.
I Mercati agostani ci dicono che la speculazione è in agguato nei confronti di Paesi deboli e dell’Italia che, oltre alla debolezza economica, ha il secondo debito pubblico per dimensioni del G8, in rapporto al Pil. E questo manterrà il Paese sulla graticola, forse ancora per parecchio tempo.

La riunione fra Governo e parti sociali è l’ennesimo momento di chiacchiericcio. Tutti mettono sul tappeto delle proposte, anche buone ma, quando è il momento di tradurle in provvedimenti, le varie lobby si mettono di traverso, come ha fatto quella degli avvocati quanto Tremonti ha tentato di inserire nella Manovra l’abolizione degli Ordini professionali.
Il sistema economico italiano non si sblocca se non si fanno le riforme contro i privilegi di questo e di quello, i quali non consentono di avere istituzioni ordinate, basate sui valori di merito e responsabilità, in base ai quali ognuno prende per quanto dà. Fino a quando vi saranno dei parassiti che introitano indebitamente molto più di quanto danno, non vi è alcuna speranza di risalire la china e competere ad armi pari con i maggiori partner europei e con i Paesi emergenti.
C’è bisogno di una svolta perché l’indignazione popolare monta ogni giorno e non riguarda solo le istituzioni centrali, ma anche quelle della Sicilia. Guai a restare sordi.
Nov
30
2010
Guai a toccare i privilegi. Nelle università italiane ve ne sono tanti quanto è la modestia dell’insegnamento e della ricerca. è vero che il governo italiano investe per la ricerca lo 0,9% del Pil, cioè poco più della metà della media europea, ma è anche vero che l’investimento è poco efficace perché distribuito a pioggia senza progetti finalizzati all’innovazione di prodotti e di servizi. Inoltre, la massa di ricercatori anche a tempo indeterminato, può fare trascorrere gli anni senza pubblicare alcuno studio e vivere di rendita. No, bisogna cambiare regime inserendo massicce dosi di merito e togliendo dalle mani dei professori la gestione delle università. Non possono convivere nello stesso ambiente controllori e controllati. In tutte le università del mondo la gestione è separata da didattica e ricerca.
Vi è una seconda questione gravissima nelle università, peraltro comune a tutte le pubbliche amministrazioni: un eccesso di apparati ove si annidano raccomandati e privilegiati del tutto inutili al piano aziendale delle stesse.

La riforma Gelmini introduce 10 punti innovativi che tagliano sprechi e privilegi fra cui le parentopoli che hanno reso ridicole le università italiane in tutto il mondo. Famiglie intere a presidiare corsi fantasma ove erano presenti più docenti che studenti.
Riassumiamo i dieci punti principali della riforma: 1. perseguimento dell’equilibrio di bilancio. 2. Assunzioni e promozione in base alla valutazione dei risultati. 3. Taglio dei mandati a vita dei rettori con un periodo non superabile di sei anni. 4. Istituzione dell’albo nazionale dei ricercatori, i quali sono assunti a tempo determinato salvo fare i concorsi per professore associati. 5. Valutazione dei docenti in base al numero di pubblicazioni e alla qualità delle riviste su cui esse vengono pubblicate. 6. Taglio di sedi distaccate, corsi inutili e cattedre fantasma. 7. Governance separata dall’insegnamento e dalla ricerca con il consiglio di amministrazione composto da non professori. 8. Valutazione dei ricercatori in base al merito. 9. Taglio degli apparati amministrativi inutili. 10. Concorsi per professori depurati dalle raccomandazioni. Non si tratta di modifiche di poco conto, per cui ben si comprendono le proteste.
 
La legge 133/08 all’art. 59, comma 3, prevede la facoltà per una università statale di trasformarsi in fondazione, in modo da potersi autogestire senza vincoli di sorta ma sulla base di un principio di qualità, come fanno le molte università private che vi sono in Italia, dalla Bocconi alla Luiss, dalla Liuc alla Kore. Nessuno degli attuali rettori ha pensato di utilizzare questa possibilità, il che dimostra non che una università non possa vivere bene senza i finanziamenti statali, ma che essi non vogliono rinunziare alla possibilità di assumere personale in base al clientelismo. Insomma hanno mutuato i peggiori aspetti della partitocrazia.
Una vistosa lacuna vi è in questa riforma: non avere inserito la possibilità per le imprese di vario tipo di poter dedurre fiscalmente borse di studio e liberalità di vario genere. Come si pensa che le università statali possano attrarre risorse finanziarie senza che esse siano sgravate dai pesanti fardelli fiscali? Se il ministro Gelmini avesse inserito questa norma, col consenso di Tremonti, sarebbero arrivati finanziamenti che, così non arriveranno mai.
Il tentativo di bloccare questa riforma da parte di Fli è ovviamente strumentale, mentre il partito di Fini e la stessa opposizione potrebbero contribuire in aula a migliorarne diversi aspetti, purché indirizzati ad accentuare i principi di merito e responsabilità oggi del tutto assenti.
Purtroppo la cattiva politica non agisce nell’interesse dei cittadini postponendo quelli propri, ma vede il proprio meschino interesse, magari tattico, che impedisce di fare le cose per bene. Ci auguriamo che in poco tempo questa riforma venga approvata per evitare il suo insabbiamento anche nel caso di elezioni, mentre c’è bisogno che l’anno accademico 2011/ 12 cominci a funzionare con le nuove norme.
Un ultimo punto: il diritto allo studio previsto dalla Costituzione non significa il diritto al mantenimento degli scansafatiche (sono oltre 70.000 i fuoricorso solo nella nostra regione). I corsi durano 3 o 5 anni. Il mantenimento degli studenti non dovrebbe superare tali periodi.