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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Turchia

Lug
14
2010
È notizia di questi giorni che la Turchia abbia avuto un incremento del Pil di ben 11,7 punti percentuali, secondo solo alla Cina che, come d’abitudine, è prima in classifica con l’11,9 per cento. Questo anche se il Paese turco diminuisce ogni giorno il suo tasso di laicità, perché l’Islamismo aumenta a macchia d’olio. Tutto ciò costituisce un pericolo per l’Europa, tanto che la trattativa della sua associazione all’Ue si è di fatto bloccata.

Tuttavia, dal punto di vista economico, vogliamo sottolineare l’exploit conseguente a una saggia politica di sviluppo che incentra i suoi assets più importanti sul piano delle infrastrutture e sull’attrazione di capitali esteri per impiantare nuove industrie.
La Turchia spinge molto sul versante turistico, con incrementi dei pernottamenti a due zeri, quando la Sicilia retrocede visibilmente. L’India, dal suo canto, incrementa il suo Pil con una cifra vicina al 9 per cento. Gli Stati Uniti, nel primo trimestre 2010, hanno superato l’incremento del Pil del 3 per cento, la Germania del 2,1, l’Italia è inchiodata allo 0,8 per cento.

L’economia della nostra Isola non solo non incrementa il Pil, ma perde posizioni. Consolarsi che anche le altre regioni meridionali stiano male è da stupidi. Non è vero che compagno al duolo fa consolo. Si tratta di un’affermazione fra poveri che vogliono restare poveri.

Molti siciliani non ci stanno a restare poveri e ad essere guardati dalle nazioni di tutto il mondo e dalle regioni europee più avanzate come pellegrini, che non sanno cosa fare per acquisire punti nella graduatoria dello sviluppo economico e sociale.
E non ci stiamo, testimoniando continuamente con la nostra attività editoriale, sulle disfunzioni continue e sul fallimento di un ceto politico immarcescibile, che si rinnova nominalmente, ma mantiene un tasso di scarsa qualità, dimostrata dai fatti e da tutti gli indici.

Qui si continua a cincischiare di precari, quando è urgente creare un Piano regionale di infrastrutture che comprenda anche opere degli enti locali dai cui sindaci sentiamo solo lamentele.
 
è ora di finirla con le lamentele. Bisogna rimboccarsi le maniche, scovare i talenti che in Sicilia ci sono, utilizzare le migliori professionalità, introdurre in tutte le attività politiche e burocratiche i valori di merito e responsabilità. Chi non merita deve andare a casa e chi ha incarichi deve rispondere dei mancati risultati, perdendo stipendio e trattamento di fine rapporto.
Occorrono degli esempi luminosi per far capire al ceto politico e a quello burocratico che il vento è cambiato e che il percorso asfittico e piatto di questi decenni è cessato definitivamente. In queste valutazioni bisogna far intendere anche al ceto imprenditoriale e a quello professionale che non possono più comportarsi in modo parassitario, che devono smetterla di mangiare nella greppia pubblica e si devono dare da fare per diventare competitivi a livello nazionale e internazionale.
Occorre, ora e subito, che tutte le parti migliori della borghesia siciliana, in accordo con le parti progressiste del sindacato, trovino un’intesa per varare un Piano che abbia al centro la creazione di condizioni per attrarre investimenti.

In questo quadro, è indispensabile trasformare tutte le procedure amministrative in procedure informatiche, di modo che si arrivi ai provvedimenti richiesti, o alla loro negazione, in tempi brevi e certi, anche utilizzando in massa il silenzio-assenso.
Con l’occasione, è necessario che un apposito gruppo di lavoro (o diversi gruppi di lavoro), riorganizzi le procedure medesime per tagliare i passaggi e accorciare i tempi che - ripetiamo - devono diventare certi e brevi.
Non bisogna inventare nulla. Bisogna copiare quello che hanno fatto gli amministratori di Lombardia, Baviera, Catalogna e Lorena, tanto per citare alcune Regioni all’avanguardia, e fare altrettanto o meglio.
 
È indispensabile un immediato atto di resipiscenza che faccia uscire l’azione politica e burocratica dalle secche di un blocco inaccettabile, il cui comune denominatore è il blaterare. Occorrono poche parole e molte azioni produttive di risultati.