Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia è su Twitterrss qds
Quotidiano di Sicilia
Il QdS sul tuo smartphone
Scegli la tua app
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Alta Corte

Mag
08
2010
Il Kosovo, con proprio autonomo provvedimento supportato da referendum, ha dichiarato il 17 febbraio 2008 l’indipendenza dalla Serbia. Questo atto non è stato riconosciuto dalla ex Casa madre, mentre ben 22 dei 27 paesi dell’Unione europea hanno validato l’iniziativa. Si tratta di una secessione vera e propria sulla quale non abbiamo titolo per esprimere una valutazione. Ma un dato emerge con chiarezza e, cioè, che quando un popolo si sente emarginato da una comunità molto più grande non deve essere costretto a convivervi e può prendere l’iniziativa di separarsi, per intraprendere in modo indipendente la strada dello sviluppo. Sviluppo che non ci sarebbe se, rimanendo unito a una comunità più grande, si dovessero seguire i suoi interessi piuttosto che i propri.
È ineluttabile che il pesce grosso mangi quello più piccolo, che il leone rincorra la gazzella per procurarsi il cibo e che quest’ultima corra per non diventare cibo.

Il rimedio a questi effetti è dato dalla comunità nazionale che deve valutare in maniera equa torti e ragioni per poi esprimersi al riguardo.
Com’è noto, la Serbia ha fatto domanda per essere affiliata prima e ammessa dopo all’Unione europea, la quale dopo avere inglobato la Slovenia, prima nazione balcana, ha messo in stand by le richieste della Croazia, della Bosnia, del Montenegro, oltre a quelle di Serbia e Kosovo cui prima si accennava.
Non è un caso che quel furbacchione di Sergio Marchionne abbia costituito una società mista a Kragujevac, acquistando lo stabilimento automobilistico della vecchia Zastava, per la produzione di 200 mila veicoli (dimensione minima che giustifica l’istituzione di uno stabilimento). Marchionne ha ottenuto finanziamenti dallo Stato serbo oltre che avere un costo del lavoro all’incirca 4 volte inferiore dello Stato italiano. Altro che Termini Imerese. Quello stabilimento ha anche il vantaggio di servire tutti i balcani.
La Serbia, di fronte al quasi totale riconoscimento del nuovo Stato kosovaro, ha fatto ricorso alla Corte internazionale di Giustizia europea per vedere riconosciuto il proprio diritto al controllo del piccolo nuovo Stato.
 
Non sappiamo chi abbia ragione o torto, però sappiamo che la predetta Corte è investita di una controversia che a seconda dei casi può essere nazionale o internazionale.
La presenza di un giudice europeo che metta le mani in una questione così delicata offre garanzia che qualunque questione, anche interna a una nazione, possa essere valutata per ottenere sentenze eque, anche se inevitabilmente influenzate dalla politica degli Stati.
La vicenda che vi raccontiamo può sembrare distante dai nostri problemi, cioè dai problemi della Sicilia. Invece, cade a fagiolo perché è in atto una controversia strisciante che non è esplosa e che invece governo e maggioranza siciliani hanno il dovere di portare all’attenzione della pubblica opinione europea.
Riguarda l’annosa questione dell’Alta corte, prevista dall’art. 24 dello Statuto siciliano, legge di rango costituzionale, che è stata illegittimamente sospesa dalla Corte costituzionale con sentenza n. 38 del 1957.

È vitale che l’Alta corte sia riavviata e in questo senso abbiamo chiesto che il presidente dell’Assemblea regionale, Francesco Cascio, personalità sensibile all’Autonomia e alla Giustizia, convochi lo stesso consesso affinché provveda a nominare i tre membri effettivi e uno supplente dell’Alta corte. Ciò fatto, l’Ars dovrà chiedere al Parlamento nazionale di adempiere al suo dovere consistente nel nominare altrettanti membri di sua competenza. Con quest’atto l’Alta corte, dopo 53 anni (1957/2010), riprenderebbe a funzionare.
Se il Parlamento non ottemperasse in tempi ragionevoli, Governo e Ars potrebbero accedere alla Corte internazionale di giustizia dell’Ue esattamente come hanno fatto gli Stati balcani di cui vi abbiamo raccontato la vicenda all’inizio.
La questione che proponiamo continuamente è di vitale importanza per la Sicilia, perché ripristina l’accordo iniziale fra il popolo siciliano e quello italiano in base al quale oggi l’Isola fa parte dell’Italia. Senza quel patto la Sicilia sarebbe uno Stato indipendente, padrone del proprio futuro. Bene o male? Ai posteri l’ardua sentenza.
Apr
23
2010
Abbiamo più volte sollevato la questione della pura e semplice osservanza e attuazione dello Statuto siciliano, ricordando che esso fu frutto di un patto fra questo popolo e quello italiano, e ricordando altresì che la Regione siciliana preesisteva alla Costituzione e non fu da essa istituita, bensì riconosciuta.
Cardine del fatto è l’Alta Corte, prevista dall’articolo 24 della norma statutaria. Essa è “istituita in Roma con sei membri e due supplenti...nominati in pari numero dalle assemblee legislative dello Stato e della Regione...”.
Successivi articoli prevedono che giudichi sulla costituzionalità delle leggi emanate dall’Ars, ma anche di quelle emanate dal Parlamento nazionale rispetto allo Statuto. Prevede, ancora, che il commissario dello Stato promuova i giudizi presso l’Alta Corte e che il Presidente Regionale possa impugnare davanti lo stesso consesso le leggi ed i regolamenti dello Stato in conflitto con lo Statuto.

Dal quadro che precede si evince con chiarezza la natura del patto indicato il cui fulcro è la parità tra il popolo siciliano e il popolo italiano.
Sappiamo della sentenza illegittima della Corte Costituzionale n. 38/57, con la quale quest’ultima ha avocato a sè i poteri dell’Alta Corte. Un atto che non era nelle sue prerogative, perché è noto come due organi costituzionali non possano elidersi a vicenda. Infatti, l’Alta Corte è viva e vegeta, ma non opera perché priva dei suoi componenti.
Ora, che il Parlamento nazionale non li abbia nominati è ben comprensibile, per quanto l’omissione comporti un disonore per quella Istituzione, intendendo con ciò non avere onorato un patto. è, invece, incomprensibile che la nomina dei componenti dell’Alta Corte non sia stata effettuata autonomamente dall’Ars. Un’omissione penosa, perché non ha consentito dal ‘57 in avanti che il nostro organo costituzionale funzionasse a pieno regime. Se così fosse stato, ben altra sorte avrebbero avuto numerose leggi regionali e nazionali e le risorse finanziarie derivanti dalle entrate fiscali che, indebitamente, lo Stato ha incamerato, sottraendole ai siciliani.
 
Un furto vero e proprio, paragonabile a quello del tesoro del Banco di Sicilia che i predoni sabaudi prelevarono e fecero sparire in occasione dello sbarco dei poveri diavoli che Garibaldi imbarcò sui battelli Lombardo e Piemonte.
Continuiamo ad assistere alle inique sentenze della Corte Costituzionale, le cui ultime due hanno privato la Sicilia di entrate per oltre 1 miliardo. O alla severa azione di Tremonti che ha spostato risorse destinate alla Sicilia per finanziarie le quote latte del Nord. Un elenco di comportamenti illegittimi che l’Alta Corte, su ricorso del presidente della Regione, avrebbe sicuramente annullato.
La questione non è formale ma sostanziale, perché qui si mette in evidenza come il diritto, a rispetto del patto Italia-Sicilia, non possa essere messo nell’ombra da nessuno. Se Bossi avesse avuto uno strumento costituzionale come lo Statuto, oggi non farebbe più parte dello Stato italiano.  Con niente in mano è riuscito a conquistare due Regioni e centinaia di amministrazioni locali.

Guardando avanti, è auspicabile che tra i gruppi dell’Ars emerga una maggioranza, anche trasversale, che chieda al presidente, Francesco Cascio, di convocare un’apposita seduta con all’ordine del giorno la nomina dei componenti, effettivi e supplenti, dell’Alta Corte. Intanto, l’Ars proceda alle nomine e poi chieda al Parlamento nazionale di effettuare le proprie; a questo punto si tratta di trovare un modo esecutivo per riattivare l’alto consesso. Qualora il Parlamento nazionale non ottemperasse, Governo e Assemblea regionali potrebbero ricorrere alla Corte di giustizia europea, per vedersi riconosciuto il diritto, giacchè le leggi regionali e statali vengano valutate dall’Alta Corte e non dalla Corte Costituzionale. Si sa che le norme costituzionali possono essere soggette al diritto europeo.
L’iniziativa presenta un difficile percorso che va affrontato con cura e grande professionalità. Ma stare con le mani in mano è gravissimo, di fronte alla prevaricazione dello Stato italiano sulla nostra Regione.
Apr
02
2010
Ancora due sentenze illegittime della Corte Costituzionale (n. 115 e 116, depositate lo stesso giorno, il 25 marzo 2010) che bastonano lo Statuto siciliano sulla base di argomentazioni giuridiche che avranno pure la loro validità in qualche misura, ma la cui essenza è quella di violentare ulteriormente la Sicilia.
La responsabilità di sentenze come le due citate non è solo della stessa Consulta, ma è soprattutto del ceto politico siciliano che in questi 64 anni di Autonomia si è comportato in modo vile non facendo tutto quello che avrebbe dovuto:  ottenere a tutti i costi e con piena legittimità il rispetto dello Statuto.
In capo a questa violazione dell’Autonomia esiste una violazione della legge di rango costituzionale che è appunto lo Statuto siciliano, il quale, lo vogliamo ricordare per l’ennesima volta, è frutto di un patto fra il popolo siciliano e il popolo italiano antecedente alla Costituzione stessa.

Il patto ha avuto la funzione di riconoscere la piena Autonomia della Sicilia, che pre-esisteva rispetto alla Repubblica italiana: questo è il punto fondamentale. Dunque, la Sicilia, come entità costituzionale, è precedente alla Repubblica italiana.
La patente violazione consiste nel fatto che, con sentenza n. 38 del 1957, la Corte costituzionale ha assorbito in sè la funzione dell’Alta Corte, con ciò sbilanciando il patto fra i due popoli (siciliano ed italiano), in quanto,  da come risulta all’articolo 24, la composizione dell’Alta Corte è paritetica, con componenti nominati dall’Assemblea e dal Parlamento, mentre quella della Corte Costituzionale è formata da componenti di cui, uno solo, vedi caso, è siciliano.
Da allora (1957), in oltre cinquant’anni, la Corte Costituzionale ha continuato a penalizzare con le sue sentenze la Sicilia, salvo qualche caso eccezionale. Si è dunque istituita una sequenza negativa, ormai divenuta insopportabile, con la quale vengono calpestati giorno per giorno i diritti fondamentali del popolo siciliano.
Se Alessi, Guarino Amella, La Loggia e Aldisio, padri dello Statuto, avessero supposto che con quel patto si sarebbero ficcati in un vicolo cieco,  non lo avrebbero scritto nè firmato.
 
A questo punto, con molto realismo, i siciliani devono affrontare la questione di fondo che è la riattivazione dell’Alta Corte, oggi e non domani. Come fare? Si possono formulare tante ipotesi di iniziative: a) il Governo regionale faccia il ricorso dei ricorsi alla Corte Costituzionale, non tanto sulle singole questioni di diritto quanto contro quella sentenza del 1957 che ha violato il patto, affinchè la Corte, con opportuna resipiscenza, in autotutela, ripristini l’Alta Corte in quanto l’avocazione non rientra appunto nei compiti e nella missione della stessa Consulta; b) tutti i parlamentari siciliani presentino un ordine del giorno nella stessa direzione e cioè che il Parlamento nomini i componenti dell’Alta Corte, nonostante la sentenza della Consulta; c) l’Assemblea regionale proceda alla nomina dei tre componenti di propria competenza all’Alta Corte; d) tutti i partiti politici siciliani promuovano un’iniziativa per la raccolta di firme (2 o 3 milioni) sotto la richiesta di riattivazione dell’Alta Corte e del rispetto dell’intero Statuto. Con quest’iniziativa si va non solo a Roma ma anche a Bruxelles.

Vi è poi un’iniziativa ancora più forte, l’abbiamo scritto più volte, e cioè proporre un’azione giudiziaria dinnanzi alla Corte di giustizia europea affinchè intervenga sulla questione, non già negli affari interni di uno Stato partner, bensì come Tribunale supremo che valuti il patto fra due popoli, firmato nel 1947.
Vi sono altre iniziative da prendere, compresa quella di forzare la mano mediante la convocazione della Polizia dello Stato (ai sensi dell’articolo 31 dello Statuto), la quale nella Regione dipende disciplinarmente, per l’impiego e l’utilizzazione, dal governo regionale. Il presidente della Regione può chiedere l’impiego delle Forze armate dello Stato.
È venuto il momento di togliersi i panni dell’agnello e di indossare quelli di cittadini siciliani consapevoli dei propri diritti. Così ha vinto la Lega nel Nord.
Mar
12
2010
L’art. 24 dello Statuto siciliano, legge di rango costituzionale, pubblicato con d. lgs. 455/46, recita: “È istituita in Roma un’Alta Corte con sei membri e due supplenti... nominati in pari numero dalle assemblee legislative dello Stato e della Regione...”. Il successivo articolo 25 stabilisce che l’Alta Corte giudica sull’incostituzionalità sia di leggi emanate dell’Assemblea regionale che di leggi e regolamenti emanati dallo Stato rispetto allo Statuto. L’ulteriore articolo 27 prevede che il commissario dello Stato promuova presso l’Alta Corte i giudizi di cui ai citati articoli. Il presidente della Regione, secondo l’art. 30, e il commissario dello Stato possono impugnare per incostituzionalità davanti l’Alta Corte le leggi ed i regolamenti dello Stato.
Dal coacervo delle norme descritte si deduce facilmente che: a) il rapporto tra Stato e Regione è regolato dell’Alta Corte e non dalla Corte costituzionale; b) che sono soggette a valutazioni di incostituzionalità sia le leggi della Regione che quelle approvate dal Parlamento nazionale; c) che la composizione dell’Alta Corte, con pari membri di Stato e Regione, assicura una maggiore obiettività di quella eventualmente messa in campo dalla Corte costituzionale.

Al momento del varo della legge costituzionale n. 2/48, sia la Regione che l’Ars esistevano già perché regolate dallo Statuto del ‘46 con elezioni tenute nel ‘47. È facile dedurre come la prima legislatura siciliana sia precedente di un anno rispetto alla prima legislatura italiana. “La Repubblica quindi riconosceva e non istituiva la sovranità della Regione, come avrebbe fatto con le altre 19, confermandone l’originaria sovranità”. 
Ricordiamo che lo Statuto ha natura pattizia e non è quindi modificabile senza il consenso di entrambe le assemblee legislative. La legge che ha riformato lo Statuto nel 2001, che prevede il solo parere dell’Assemblea, è per conseguenza incostituzionale. In quanto, ribadiamo, che il Parlamento della Repubblica ha pari dignità dell’Assemblea regionale, che potrebbe assumere la denominazione di Parlamento di Sicilia.
 
La Corte costituzionale, con propria sentenza n. 38 del 1957, ha dichiarato che le funzioni dell’Alta Corte erano assorbite da se medesima. Ora è del tutto pacifico che due organi dello stesso livello non possano cannibalizzarsi. Lo scippo delle funzioni dell’Alta Corte poteva avvenire solo mediante approvazione di un’apposita legge costituzionale da parte delle due assemblee e non del solo Parlamento nazionale. 
È scandaloso che in questi 53 anni (1957-2010) nessuna iniziativa sia stata presa da governi e Assemblea siciliani per rimettere a posto una stortura che ha enormemente danneggiato la Sicilia. Il fatto si spiega con la posizione prona, mentale e fisica, di una classe politica che per favorire i propri interessi ha messo sotto i piedi quelli dei siciliani.

Cosa avrebbero dovuto fare le due istituzioni siciliane? Cosa dovrebbero fare oggi per ripristinare la legalità, ridando le funzioni all’Alta Corte? Intanto va precisato che quest’ultima non è stata (né poteva essere) mai abrogata. Rimane sepolta e inutile, a fare la muffa mentre la Corte costituzionale dispone di un potere sulla Regione siciliana che non ha.
L’Assemblea siciliana, d’accordo con il governo, potrebbe subito nominare i tre giudici ordinari e uno supplente di propria competenza e chiedere al Parlamento nazionale di nominare quelli di sua competenza. Ovviamente le istituzioni siciliane non hanno il potere di imporre la risposta all’istanza di cui prima. Tuttavia un pool di costituzionalisti potrebbe attivare procedure sia davanti alla stessa Corte costituzionale, che con atto di resipiscenza annullasse la citata sentenza del ‘57, che dinanzi alla Corte di giustizia europea, per vedere riconoscere un patto firmato e mai annullato fra due popoli (quello siciliano e quello italiano).
Vi potrebbero essere altri mezzi di pressione: per esempio che tutti i deputati e senatori siciliani prendessero l’iniziativa in Parlamento con un ordine del giorno per la nomina di  giudici di competenza. Non mancano gli strumenti sol che il ceto politico siciliano capisca che la propria Autonomia passa attraverso il rispetto integrale dello Statuto.