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Quotidiano di Sicilia

Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Ars

Ago
17
2012
Il Governo regionale ha finalmente sciolto la riserva sulla data in cui si svolgeranno le prossime elezioni (28 ottobre) per il presidente della Regione e i 90 consiglieri (deputati) regionali. Sarà una campagna relativamente breve, tenuto conto che in agosto si lavora di meno, anche se rispetto all’ipotesi dell’8 ottobre, ci saranno 20 giorni di tempo in più.
Sottotraccia c’è un lavorio intenso fra tutti coloro che aspirano a guadagnare 20 mila euro al mese per quel posto di lavoro, ormai senza decoro, che è il seggio dell’Assemblea regionale. Ancora più intensa è l’attività per la scelta dei diversi candidati che si disputeranno  la corsa a ostacoli col desiderio di diventare presidente della Regione. 
Il guaio è che le persone capaci e oneste non vogliono diventarlo, mentre altri, che non hanno queste due qualità, o una delle due, venderebbero anche la madre pur di riuscirvi. Ciò accade perché si considera la plancia di comando regionale come un posto atto a esercitare il potere, non il dovere. 
 
In questo interregno si verificano due anomalie. La prima riguarda gli attuali consiglieri (deputati) regionali, i quali per tre mesi e mezzo continueranno a percepire regolarmente i loro stipendi di 20 mila euro al mese (lordi), mentre otterranno alla fine del mandato la pensione se non rieletti, oltre al cosiddetto assegno di reinserimento, una sorta di buonuscita. Se rieletti, rinvieranno l’esazione di questi due balzelli alla fine della XVI legislatura. 
 
L’altra anomalia è l’intensa presenza di Raffaele Lombardo, che continua la sua attività di presidente, seppur limitata all’ordinaria amministrazione. Il suo comportamento è perfettamente legittimo, perché l’art. 9, c. 2 dello Statuto siciliano prevede che il Presidente nomina e revoca gli assessori, tra cui un vice presidente che lo sostituisce in caso di assenza o di impedimento. Siccome non è impedito né è assente, continua a fare il presidente della Regione. 
Quindi, gestirà la campagna elettorale a favore, ovviamente, del suo Mpa, anche se ufficialmente si è ritirato dall’operatività. Un abile regista che si divide fra fuori e dietro le quinte, per portare fieno alla sua cascina, che non è quella dei siciliani. 
 
In questo quadro, l’assessore all’Economia, Gaetano Armao, che non è un economista, né un organizzatore, bensì un esimio professore e avvocato, sta cercando di rabberciare i cocci di un bilancio disastrato che lui stesso ha contribuito a rottamare. 
Ribadiamo che in queste osservazioni non vi è nulla di personale, né per Raffaele Lombardo e neanche per Gaetano Armao, ma il nostro dovere di osservatori ci obbliga a fotografare l’attuale situazione dopo avere filmato gli scorsi quattro anni. 
Dal film si evince con chiarezza il comportamento dissennato, volto tutto a favore di un clientelismo sfrenato con assunzioni, nomine di consulenti, delibere a favore di presidenti e amministratori di enti partecipati, indipendentemente dalla loro professionalità, e altre scelleratezze che hanno ridotto la Sicilia in braghe di tela. Una situazione difficilissima, dalla quale si può uscire solo se il prossimo ceto politico sarà di qualità, cioè politici e non politicanti. 
 
E' proprio la divisione tra politici e politicanti che dev’essere netta e portata all’attenzione dell’opinione pubblica non solo dal QdS, ma anche dagli altri tre quotidiani (generalisti) e dalle televisioni regionali. 
Noi siciliani ci possiamo salvare da soli, parafrasando quello che dice Monti a proposito dell’Italia, perché abbiamo le risorse mentali, professionali, ambientali ed economiche. Ma occorre che i 90 consiglieri (deputati) siano persone di alto profilo, oneste e capaci. 
Occorre anche che ai politicanti senzamestiere venga sbarrata la via della Presidenza e quella del seggio regionale. L’opinione pubblica deve capire che col favore la Sicilia retrocederà ancora di più, mentre servono persone di qualità, disinteressate, disposte anche a lavorare gratis per l’interesse comune. Esse devono avere le qualità professionali per rivoluzionare la burocrazia regionale, il cancro maggiore, ed estirpare l’altro cancro che è la corruzione. 
Ci vuole un presidente della Regione fuori dai partiti, che abbia tali qualità (ve ne sono diversi) e la consapevolezza che siamo sul sull’orlo del baratro, peggio che il resto d’Italia. 
Politicanti senzamestiere e politici di alto profilo sono categorie opposte. Basta saper scegliere. 
Ago
09
2011
Camera e Senato, in ferie dal 5 di agosto, hanno deciso di riaprire il 29 di questo stesso mese per far lavorare le Commissioni e l’Aula il successivo martedì 6 settembre. La Camera aprirà poi giovedì 11 agosto solo per una comparsata: sentire le linee di Tremonti.
L’Assemblea regionale siciliana, invece, chiude ugualmente il 5 di agosto, ma prevede di aprire il 13 di settembre: 38 giorni letteralmente sprecati per consentire ai 90 deputati e ai circa 200 dipendenti di godersi le meritate ferie.
Le ferie così lunghe costituiscono un privilegio inaccettabile per la massima istituzione legislativa regionale, la quale dovrebbe preoccuparsi di elaborare e varare quei provvedimenti di legge urgenti di cui ha bisogno la Sicilia, senza por tempo in mezzo.
Certo, anche il Governo, che è retto da una maggioranza legislativa, dovrebbe chiedere che l’attività dell’Ars si fermi solo per la settimana di Ferragosto. Invece tace e diventa connivente, anche se Presidente e assessori comunicano di essere presenti in agosto.

La questione è politica, ma anche di costume e sociale. Indica che l’irresponsabilità istituzionale è diffusa in un ceto politico dove dilaga il becerume, anche se salva molte eccellenti professionalità capaci e corrette. Esse, però, non riescono a fare prevalere l’interesse generale che obbligherebbe i deputati regionali, i quali anche quando sono al mare continuano a percepire regolarmente tutti i loro emolumenti, di stare in campana tutto il mese di agosto, ad eccezione, ripetiamo, della settimana centrale.
C’è anche un aspetto etico da sottolineare: chi ha maggiore responsabilità deve dare il migliore esempio. Più alto è il livello istituzionale che si occupa, più alto deve essere il senso del dovere. Chi viene meno a questo rapporto non ha il diritto di occupare posti di responsabilità. è dura capire questa esigenza, ma gli uomini politici dell’Ars devono comprenderla una volta per tutte, perché se continuano a fare i sordi verranno travolti dall’indignazione siciliana, che fino a oggi ha taciuto, ma nel momento in cui la carne dei cittadini viene azzannata dai tagli del Patto di stabilità e delle Manovre, la reazione sarà forte e alta.
 
Noi del QdS siamo sulla breccia per tutti i giorni dell’anno. Gran parte dei siciliani si assenta dal lavoro per pochi giorni. è una vergogna vedere la schiera di uomini politici, anche degli Enti locali, che per un verso o per l’altro lucra parassitariamente sul denaro dei siciliani, andandosene al mare o in montagna e dimenticando il proprio compito.
Se questa classe politica avesse rispetto per i siciliani che l’hanno eletta, dovrebbe stabilire un principio, e cioè che i suoi emolumenti debbano essere legati ai risultati. Un principio meritocratico semplice, misurabile e applicabile a tutti, secondo cui chi raggiunge gli obiettivi prefissati ha diritto a essere ricompensato. I ciarlatani, i parolai e tutti gli altri che danno fiato alla bocca non dovrebbero ricevere alcun compenso, perché, di fatto, non servono i loro mandanti, cioè i cittadini.
Non sembri, questa argomentazione, velleitaria o fuori dalla realtà. Essa esprime il senso comune di tanta gente che ci scrive, la quale non sa come la politica dovrebbe dare risposte, ma intuisce che essa non rapporti il consumo di risorse con i risultati che dovrebbe conseguire.

Dispiace che, fra i tanti deputati regionali sordi, ve ne siano tanti molto bravi, che però stanno muti. Essi, a costo di sfidare l’impopolarità fra i propri colleghi, dovrebbero proporre la chiusura dell’Assemblea regionale solo nella settimana di Ferragosto. Non si capisce perché, quando si tratta di votare privilegi di ogni genere, i 90 deputati siano tutti d’accordo. Quando, invece, si dovrebbero tagliare inaccettabili privilegi, tacciono, si assentano o sviano il discorso su questioni fatue.
Un dato è certo: la legge 44/65, che equipara i compensi di deputati e dipendenti dell’Ars a quelli del Senato, è una legge iniqua, fuori dalla realtà, che colpisce i siciliani con una spesa superiore di 100 milioni a quella dell’identica istituzione regionale della Lombardia che fa esattamente le stesse cose. Stupisce che una persona intelligente come Francesco Cascio non abbia ancora messo all’ordine del giorno l’abolizione di tale legge e del relativo privilegio.
Giu
29
2011
Il 16 luglio dello scorso anno pubblicammo un editoriale dal titolo “Quella vergogna dei pensionati regionali”. Ritorniamo sulla questione perché la vergogna è rimasta inalterata.
La vergogna consiste nel fatto che i pensionati della Regione sono particolarmente privilegiati perché rispetto a quelli statali percepiscono un assegno medio superiore del 30 per cento; una seconda vergogna, perché tale super pensione è calcolata in più anche rispetto a quella dei dipendenti degli enti locali siciliani; una terza vergogna riguarda il privilegio di andare in pensione con 20 (donne) o 25 (uomini) anni di cosiddetto servizio, sol perché abbiano un parente con disabilità gravi, mentre la legge nazionale prevede quest’eventualità solo se l’handicap colpisce il pensionando.
L’assessore Chinnici, rossa dalla vergogna per le giuste inchieste che hanno fatto giornali nazionali, si è affrettata a preparare un Disegno di legge che riporti la normativa siciliana a quella nazionale, ma limitatamente alla disabilità degli stesssi dipendenti. La vergogna non è stata sufficiente per inserire nello stesso Disegno di legge l’allineamento delle pensioni dei regionali a quelle degli statali e dei dipendenti degli Enti locali siciliani.

I baby pensionati, dal 2004 ad oggi sono oltre mille, persone sanissime che hanno avuto la sventura di una grave disabilità di un parente. Il che significa che riceveranno l’assegno pensionistico, secondo l’attuale attesa di vita, per i prossimi trent’anni. Questo, più che vergognoso, è socialmente destabilizzante, tenuto conto che la Sicilia ha 236 mila disoccupati (Istat 2009) e centinaia di migliaia di persone che vivono sull’orlo della povertà.
Ma i vergognosi privilegi non finiscono qua. Ve ne cito altri due: il primo riguarda le indennità di consiglieri e assessori di Enti locali ai vari livelli. Con la legge 122/10 è stato stabilito che dall’1 gennaio 2011 tali indennità dovessero essere tagliate intorno al 10 per cento. Ha stupito la circolare n. 1/2011 dell’assessore Chinnici che ha comunicato  ai consiglieri siciliani che la legge nazionale non sarebbe stata applicata e che per conseguenza potevano dormire sogni tranquilli, continuando a percepire le vecchie indennità.
 
Vi è poi un ulteriore vergognoso privilegio riguardante i dipendenti regionali: percepire stipendi mediamente superiori del 30 per cento a quelli dei loro colleghi statali e dei dipendenti degli enti locali siciliani. Qui ci fermiamo anche se l’elenco non è finito. Ogni volta che mettiamo mani nel bilancio della Regione scopriamo un continuo verminaio, fatto di porcherie di ogni genere, cioè di privilegi e di favori dispensati a destra e a manca.
Si tratta di un comportamento palesemente clientelare basato sul metodo del favore. Vorremmo che il presidente del Governo, Raffaele Lombardo, si ricordasse di essere presidente dei siciliani e non dei suoi amici. Lo stesso dicasi dei dodici assessori, cosiddetti tecnici, e dei 31 dirigenti generali che hanno responsabilità e doveri, non vantaggi e privilegi.
La questione delle questioni è sapere da tutti costoro se ricordano che cosa siano l’etica politica, i valori morali di riferimento dei loro comportamenti, l’equità come principio fondamentale di una Comunità, secondo il quale ognuno riceve per quello che merita dopo aver fatto il proprio dovere. Il rapporto fra meriti e bisogni ha comportato lunghe riflessioni.

Una Comunità, come quella siciliana, che non fonda il suo funzionamento sull’eguaglianza dei cittadini, prevista dall’articolo 3 della Costituzione, è da condannare senza mezzi termini. Ora, io non voglio apparire come Thomas More (1477-1535), che da Cancelliere del regno criticò aspramente Enrico VIII, difendendo i principi morali; e per questo venne processato, torturato e messo a morte, divenendo santo.
Lungi mille miglia il paragone, tuttavia non posso che ribadire ogni giorno una necessità: tutti i cittadini, a cominciare da quelli che hanno responsabilità istituzionali, debbono osservare innanzitutto le regole morali.
Voglio chiedere al presidente Lombardo e all’assessore Chinnici quali siano le regole di equità che li hanno portati in questi tre anni di legislatura a mantenere in vita i privilegi prima elencati e tanti altri che elenchiamo costantemente in questo giornale.
La coscienza ha la voce. Ascoltiamola o ce ne pentiremo.
Giu
24
2011
L’Assemblea regionale, nella seduta del 14 giugno, ha approvato una legge dal titolo roboante “Riorganizzazione e potenziamento della rete regionale di residenzialità per i soggetti fragili...”. Dietro questo paravento compare il solito vizietto: assumere o stabilizzare personale senza farlo passare dalle forche caudine dei concorsi pubblici, in modo che esso possa essere chiamato direttamente in conseguenza di raccomandazioni fatte da questo o quel politico, da questo o quel burocrate.
Nessun deputato - tranne pochi (D’Asero (Pdl), Dina (Pid), Beninati (Pdl), Scoma (Pdl), Buzzanca (Pdl)) - si è opposto a questo comportamento dissennato e contrario agli interessi dei siciliani. A pensar male male, si potrebbe dedurre che l’approvazione è stata fatta per dar fumo negli occhi e illudere tante persone, sapendo che il commissario dello Stato, prefetto Carmelo Aronica, avrebbe impugnato il provvedimento come ha fatto per tanti altri precedenti, nei quali erano previste assunzioni o stabilizzazioni fuori dai concorsi pubblici.
Il comportamento di questa maggioranza di centro-sinistra, riguardo all’aumento indiscriminato della spesa corrente, è veramente deplorevole e va sanzionato pubblicamente.

L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, nel forum pubblicato nelle pagine interne, ci diceva con tristezza che i flussi di cassa sono altalenanti e asfittici. Ne soffre, per conseguenza, tutto il sistema delle imprese siciliane che forniscono agli enti pubblici beni e servizi. Infatti i loro crediti, in Sicilia, sfiorano i cinque miliardi.
Di fronte a questa situazione, la Regione continua a caricarsi di stipendi inutili mentre dovrebbe pensare con grande determinazione a tagliare la spesa corrente, a cominciare dal costo degli apparati politico-amministrativi, da quello dei contributi a pioggia, utili solo ai clientes, alle partecipate, che nelle intenzioni sono ridotte da trentatré a tredici, ma fondamentalmente lasciano inalterati i costi di gestione, e via enumerando.
Tutto questo accade perché la Regione non ha un Piano aziendale. Questa affermazione è certa perchè poniamo la rituale domanda, quando vengono ai nostri forum, ad assessori e direttori generali che hanno un moto di sorpresa perchè quasi nessuno di loro ha la minima idea di che cosa si tratti.
 
La questione delle assunzioni e delle stabilizzazioni è diventata il cancro della Sicilia perchè si fa finta di non capire che si tratta di una strada sbagliata, anche se comoda, al fine di ottenere i favori di tanti raccomandati e beneficiati che poi diventano galoppini elettorali a favore dei loro danti causa.
Si tratta di una strada sbagliata perché qui, in Sicilia, occorre invece creare lavoro produttivo che si ottiene con due grandi iniziative: la prima, far diventare l’Isola un cantiere a cielo aperto investendo tutti i diciotto miliardi di Fondi Ue statali e regionali; la seconda, attirare investimenti di gruppi nazionali e internazionali in tutti i settori: del turismo, dei servizi avanzati, dell’agricoltura innovativa e dell’energia vegetale, dell’ energia solare.
È ovvio che per attirare gli investimenti e aprire i cantieri occorre una macchina amministrativa perfettamente funzionante sulla base dei valori di merito, di concorrenza e di innovazione. Senza di essi la Pubblica amministrazione è come il trombo che ostruisce la circolazione del sangue nelle arterie.

Lombardo ha inserito nel programma del suo Governo Quater, insediato a ottobre 2010, la trasformazione delle Province in Consorzi di Comuni, in osservanza dell’art. 15 dello Statuto. A quasi un anno, di questo tassativo impegno non c’è traccia. Infatti non risulta un disegno di legge depositato dal Governo in Assemblea regionale. Eppure tale iniziativa comporterebbe un risparmio secco di 500 milioni per la Regione, pur considerando che altri 600 milioni per le manutenzioni di strade e scuole si dovrebbero comunque spendere. Un risparmio conseguente al taglio di nove apparati inutili, incostituzionali e perfetttamente sostituibili dai Consorzi di Comuni che avrebbero le stesse funzioni.
Certo, l’iniziativa sarebbe impopolare perché manderebbe a casa i consiglieri provinciali e gli assessori, mentre resterebbe comunque un presidente e un consiglio direttivo del Consorzio a costo zero per la Regione.
Ci vuole solo buon senso, ma non tutti ce l’hanno.
Apr
07
2011
Entro il 30 aprile il bilancio 2011 della Regione dev’essere approvato. Se l’evento non si verificasse, la stessa Assemblea correrebbe il rischio di essere sciolta e, con essa, sarebbe rimandato a casa anche il Presidente della Regione. Sembra un quadro apocalittico, invece è realistico. Esso è temperato però dall’interesse dei 90 deputati a restare ben bullonati sulle loro sedie e continuare a percepire, per un verso o per l’altro, 20 mila euro lordi al mese, tanti quanti ne prendono i loro colleghi senatori della Repubblica.
Proprio per questa ragione riteniamo che la maggioranza di centrosinistra, cui è approdato Lombardo, approverà il bilancio, mentre il centrodestra, dopo aver fatto ammujna, contribuirà all’approvazione. Non sappiamo se fra le due parti vi sarà un compromesso per spartirsi le spoglie della Sicilia, ma possiamo facilmente prevedere che il bilancio non sarà fatto secondo l’interesse dei siciliani, bensì secondo quello del ceto politico che continua a usare il favore come scambio.

Sfogliando le pagine dei quotidiani, leggiamo di continue assunzioni nel settore pubblico regionale e locale, ove vengono incorporati nuovi dipendenti del tutto inutili alla produzione dei servizi. La Regione ha dato l’esempio con l’assunzione di massa, in corso, di cinquemila dipendenti. Le sue partecipate con l’assunzione di massa di centinaia di persone. Comuni che si vantano di stabilizzare, ossia di assumere centinaia di persone. Sembra un gioco al massacro, una sorta di suicidio generale in cui moriranno economicamente moltissimi siciliani e poi anche una parte di questo ceto politico incapace di governare con equità e giustizia.
Il bilancio alla fine sarà quadrato, però manterrà i virus dell’assistenzialismo, del favoritismo e non riuscirà a incentivare l’economia e a produrre i meccanismi di sviluppo tanto necessari alla nostra terra.
Quali fatti suffragano queste affermazioni? Il primo riguarda l’aumento indiscriminato della spesa corrente, attraverso le nuove assunzioni; l’incapacità di tagliare spese assistenziali e clientelari; la mancata stretta a tutti i dirigenti generali dei dipartimenti, avvertendoli che non sarà loro dato alcun premio di risultato se il risultato non ci sarà.
 
Abbiamo udito con le nostre orecchie parecchi dirigenti generali che gestiscono centinaia o migliaia di dipendenti, i quali a microfoni spenti ci hanno confessato che se potessero scegliersi un terzo di quelle persone fra i più bravi, rinuncerebbero volentieri agli altri due terzi.
Abbiamo sentito dirigenti degli enti locali ripetere  in sintonia quanto precede. La cancrena della pubblica amministrazione e delle partecipate pubbliche è questo eccesso di personale inserito negli organici solo a seguito di raccomandazioni.
Basterebbe un solo articolo di legge, l’abbiamo scritto più volte, per obbligare qualunque ente locale, ente territoriale e non territoriale, ente economico, partecipata pubblica a redigere un Piano aziendale verificato da advisor imparziali come le società di revisione iscritte alla Consob e solo in base a esso ottenere i trasferimenti da Stato e Regione. Invece i bilanci vengono redatti da incompetenti o da corrotti e i pubblici impiegati vengono mantenuti in organico anziché essere mandati in cassa integrazione.

Il bilancio regionale non tiene conto della dannata inefficienza dei dirigenti generali che non hanno speso e continuano a non spendere le risorse per investimenti e opere pubbliche messe a disposizione dall’Ue e dallo Stato perché le risorse regionali che dovrebbero cofinanziarle non ci sono, in quanto sono servite e servono per pagare stipendi inutili.
L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, con interventi multipli, continua a lanciare anatemi contro il federalismo. Lo rispetto come amico, ma come professionista devo dire che le sue tesi sono contrarie agli interessi dei siciliani. Gli interessi sono che la Regione diventi virtuosa, tagli i rami secchi, tagli la legge 44/65 che equipara i deputati regionali ai senatori, tagli le auto blu e le diarie, invitando politici e burocrati a circolare in taxi e con i treni, insomma elimini le centinaia di voci clientelari che servono solo ad acquisire un indegno consenso.
Da quello che sentiamo, questo bilancio 2011, se sarà approvato nei termini, peggiorerà ancora la situazione. Sperare in un rinsavimento è, però,  sempre bene.
Dic
03
2010
La legge elettorale per l’elezione diretta del Presidente della Regione (l.r. 7/2005) prevede che egli sia espressione di una coalizione, ma senza tenere uniti il voto per il candidato e quello per i deputati regionali. La legge attribuisce al candidato il cosiddetto listino, vale a dire la possibilità che la sua elezione traini quella di altri nove soggetti inseriti nello stesso, che diventano automaticamente deputati senza passare per i voti. Dal meccanismo indicato, si evince con chiarezza che il Presidente è scollegato dalla maggioranza che l’ha indicato, tant’è vero che egli la può modificare senza doversi dimettere.
Lo Statuto (art. 9) prevede che il Presidente della Regione nomini gli assessori e successivamente affidi loro le deleghe per la gestione delle branche amministrative. Ciò rafforza il principio che il presidente è il deus ex machina di tutto l’andamento politico e amministrativo della Regione. Ovviamente dovrà raccordarsi con una maggioranza legislativa se vorrà fare approvare i disegni di legge che propone all’Assemblea regionale.

La Giunta di governo (art. 12 dello Statuto) approva come organo collegiale sia i disegni di legge che tutti i provvedimenti amministrativi e di indirizzo del Governo, indirizzo che può esser dato anche direttamente dal Presidente.
Questo impianto ha consentito a Raffaele Lombardo di cambiare quattro Giunte e la maggioranza che lo sorregge. Tutto ciò fino a quando all’Assemblea regionale non si dovesse coagulare un gruppo di 46 deputati che lo sfiduciassero. Solo in questo caso il Presidente decadrebbe dal suo ufficio e, contestualmente, l’Assemblea si scioglierebbe indicendo nuove elezioni.
Spiegare questi meccanismi è indispensabile perché l’opinione pubblica non si faccia infinocchiare da pubblici mentitori i quali, prescindendo dalle leggi, affermano il contrario di quello che abbiamo testé descritto.
Il legislatore ha voluto dare molto potere al Presidente della Regione, eletto per consentirgli di governare veramente nell’interesse non solo dei propri elettori, ma anche in quello dei siciliani che non lo hanno eletto. Così dovrebbe agire il presidente, con l’intelligenza e il buonsenso del pater familias.
 
Dunque, è legittimo il comportamento di Raffaele Lombardo che ha cambiato quattro Giunte, sul piano della legalità, ma la nostra analisi si vuole spostare sul piano dell’effettività della sua azione, che dovrebbe avere come principale obiettivo un ribaltamento di vecchi comportamenti negativi che hanno affossato la Sicilia per innestare nuovi atteggiamenti virtuosi, tendenti a creare ricchezza e posti di lavoro veri, non assistenzialistici come quelli dei galoppini elettorali che la Regione sta assumendo.
Sotto questo profilo, la fotografia di quanto accaduto in due anni e mezzo di questa XV legislatura ci fa vedere zone d’ombra e piattume perché, come abbiamo più volte scritto, dei dieci punti programmatici depositati da Lombardo il 4 febbraio 2008 in Corte d’Appello a Palermo, se n’è realizzato mezzo, anche se molto importante: la riforma sanitaria. Essa è ancora parziale e lacunosa, perché non taglia 400 milioni di farmaci e 500 milioni di inefficienze. Tuttavia, qualche risultato positivo l’ha raggiunto.

La magagna più grave di Lombardo è quella di non aver costretto il suo apparato a spendere i finanziamenti europei e statali, cofinanziati dalla Regione stessa. Una colpa grave che può essere sanata solo con la messa in moto di tutti i meccanismi che consentano di aprire migliaia di cantieri in Sicilia con i soldi, che ci sono, e di immettere subito alcuni miliardi di liquidità.
Altra colpa grave è quella di perseguire l’obiettivo vizioso di assumere personale inutile alla Regione senza selezionare i siciliani esterni, mettendo così in moto un secondo filone vizioso: le rivendicazioni dei precari comunali (22.500), dei forestali (28.000) e di tante altre categorie per un numero complessivo, stando ai nostri elenchi, di 81.357. Vorremmo sapere da Lombardo con quali soldi potrà assumerli tutti quanti.
Forse egli non ha capito che i soldi per l’assistenzialismo e il clientelismo sono finiti, che occorre razionalizzare il funzionamento di tutte le strutture amministrative, le quali si debbono dotare di un Piano aziendale fondamentale per avere punti di riferimento. E non continuare alla sans façon.
Ago
12
2010
Abbiamo stima per il presidente dell’Ars, Francesco Cascio, anche per i tentativi acrobatici del tutto rispettabili, volti a sforbiciare alcune spese dell’Assemblea da lui presieduta. Aver tolto solo 500 euro di indennità ai deputati regionali, contro i 1.000 di quelli nazionali, è un segnale delle resistenze che gli oppongono i nostri onorevoli. Con qualche altra sforbiciata, il bilancio preventivo 2010, che ammonta a ben 170 milioni, potrebbe essere ridotto di qualche milione, mentre quello del 2011 dovrebbe assestarsi a poco più di 165 milioni.
Anche se le buone intenzioni della Presidenza dell’Ars andassero a buon fine, rileviamo che rimarrebbe un’enorme differenza di costo fra l’Ars e quello del Consiglio regionale della Lombardia (attestato sui 72 milioni) di circa 98 milioni. Questo è il vero spreco che non potrà certo essere lenito da qualche milione in meno. La verità è che l’Assemblea regionale dovrebbe abolire la vergognosa l.r. 44/65 che equipara i compensi di deputati, dirigenti, dipendenti a quelli del Senato. Che c’entra questa comparazione?

Non c’è nessuna logica istituzionale, nessuna norma che possa spiegare all’opinione pubblica siciliana questo spreco di 98 milioni. Non c’è nessuna ragione secondo la quale un deputato regionale debba percepire a qualunque titolo ben 28 mila euro lordi al mese. Non c’è nessuna spiegazione, neanche professionale, secondo la quale i dipendenti dell’Ars debbano ottenere uno stipendio sette, otto volte superiore a quello di un dipendente statale o di un dipendente comunale.
Non è il supposto prestigio di un’istituzione che deve creare privilegi, ma l’effettiva professionalità che si estrinseca in effettiva prestazione. I deputati regionali non sono più bravi dei consiglieri lombardi, nè lavorano di più. I dirigenti e i dipendenti dell’Ars non sono più bravi dei loro colleghi lombardi. Nessuno capisce, per conseguenza, perchè essi debbano gravare sulle tasche dei siciliani con un importo superiore di ben, ripetiamo, 98 milioni l’anno.
Cascio, dunque, proponga alla Conferenza dei capigruppo la presentazione di un ddl con un articolo unico: “La legge 44/65 è abrogata. Gli emolumenti di deputati regionali, dirigenti e dipendenti dell’Ars sono ragguagliati a quelli del Consiglio regionale della Lombardia”.
 
Quando scriviamo queste cose, ci dicono che sono ininfluenti e che nessuno le ascolta. Non è così, il nostro sito è molto frequentato da visitatori del Nord e il QdS è letto mediamente, per ogni uscita (fonte Cercom) da circa 180 mila persone, alle quali la nostra informazione squarcia uno scenario di menzogne o di ignoranza facendo esplodere semplicemente la verità dei fatti, incontrovertibili perchè riscontrabili e basati su fonti certe.
Peraltro, il compito di un quotidiano non è quello di cambiare lo stato dei fatti, bensì di dare indicazioni e proporre soluzioni per fare crescere la qualità complessiva della Comunità, in modo che essa possa competere ad armi pari con le comunità delle Regioni più virtuose del Nord Italia e dell’Europa.
I siciliani non devono essere secondi a nessuno, ma non a parole. Con i comportamenti ed i fatti, senza dei quali utilizzeremmo la nostra bocca per fare uscire il fiato e la nostra testa per consumare shampoo o dividere le orecchie. Inaccettabile.

Il glorioso Parlamento siciliano, che si autodefinisce come il più antico del mondo, facendo riferimento all’epoca federiciana, deve primeggiare per qualità e non per privilegi di cui siamo stanchi e di cui molte fasce sociali, colpite dalla recessione, reclamano l’abolizione. Basta auto blu da 70 mila euro col lampeggiante spento sul tetto che sfreccia nelle corsie preferenziali. Un comportamento baronale e feudale che merita la ghigliottina morale.
Chi ha maggiori responsabilità, ha maggiori doveri, non maggiori privilegi. Anzi, nessun privilegio. Cascio metta all’ordine del giorno la restituzione di tutte le super autovetture ai fornitori, alla scadenza dei contratti,  e ne faccia uno di noleggio dando a chi serva una Panda blu o , eventualmente, consentendo di girare in taxi blu.
Questa decisione del Consiglio di Presidenza, che include i sei questori e due vice presidenti, darebbe un forte segnale non solo ai cassintegrati di Termini Imerese, ma alle decine di migliaia di disoccupati che non riescono a collocarsi, non perchè non ci sia lavoro, ma perchè non possiedono adeguate competenze.
Animo, amico Cascio! Aspettiamo un colpo d’ala.
Giu
08
2010
Nella riunione del Consiglio di presidenza dell’Ars del 9 giugno verrà discusso, e possibilmente deliberato, il taglio della doppia indennità per gli ex parlamentari. Si tratta di uno dei tanti privilegi che resistono da decenni, mentre contemporaneamente il tenore di vita dei siciliani si è abbassato. Molti di questi hanno perso il posto, ma nessun pubblico dipendente con contratto a tempo indeterminato è stato messo in cassa integrazione o ha sofferto delle fibrillazioni provocate dalla restrizione delle disponibilità finanziarie. Il presidente dell’Ars, Francesco Cascio, sfidando l’impopolarità di alcuni ex, ha deciso di far discutere l’eliminazione del citato privilegio e ci auguriamo  che esso arrivi puntuale, senza ulteriori rinvii.
Non è che la cosa sul piano quantitativo comporti un sensibile ristoro, tuttavia è un buon inizio per far comprendere all’opinione pubblica che la massima istituzione legislativa siciliana intende partecipare alla strada intrapresa di diminuzione della spesa pubblica.

Ora si tratta di constatare se l’Ars e il suo presidente vogliano continuare su questa strada positiva e prendere di petto la questione delle questioni: la legge regionale 44/65. Quella legge corporativa che ha dato alla casta di deputati e dipendenti della stessa Assemblea l’enorme vantaggio di equiparare compensi, normativa e pensioni a quelli del Senato. Una questione inaudita che dura da 45 anni e che ora deve essere assolutamente riportata alla normalità.
Qual è la normalità? è che l’Assemblea legislativa siciliana costi ai siciliani nè più e nè meno di un qualsiasi altro Consiglio regionale, in quanto ne ha le stesse funzioni: legislative e ispettive. Non si capisce perché, per pari attività, non ci debbano essere pari compensi. L’abbiamo scritto più volte: il Consiglio regionale più importante d’Italia (quello della Lombardia) costa a quei cittadini 72 milioni di euro mentre l’Ars ne costa ai siciliani 170.  Senza girarci attorno, la differenza è uno spreco di ben 98 milioni circa che potrebbero essere tranquillamente risparmiati ed essere destinati alla costruzione di infrastrutture e al supporto di attività produttive.
 
Sulla scarsa produzione di leggi dell’Ars abbiamo scritto più volte con inchieste documentate, sempre in raffronto al Consiglio regionale della Lombardia. Conosciamo l’osservazione interessata: è meglio fare poche leggi di qualità piuttosto che tante senza. Se così fosse, si potrebbe convenirne. Il guaio è che le leggi approvate non hanno la dote della chiarezza, in quanto scritte in italiano non facile da capire, e non prevedono, guaio ancora più grande, le procedure telematiche perché esse producano effetti immediati nel settore dell’economia.
Citiamo due esempi per intenderci. La l.r. 9/09, agli articoli 36-46 prevede l’assunzione a tempo indeterminato per una serie di disoccupati o occupati a tempo determinato. Essa demanda ad un successivo decreto assessoriale le modalità di attivazione ed in particolare quelle relative all’apertura del canale telematico. Orbene, a distanza di quasi 10 mesi, il decreto, peraltro già compilato e di cui possediamo il testo, non è stato ancora pubblicato perchè l’inefficiente servizio amministrativo regionale non ha attivato il canale telematico. Di questo ritardo dovrebbero vergognarsi i responsabili politici e burocratici.

Il secondo esempio riguarda la legge finanziaria 2010 che, approvata il 30 aprile, prevede, all’articolo 53, contributi regionali alle imprese che assumano lavoratori svantaggiati a tempo indeterminato. Una recente campagna del Pd si vanta di questa legge ma omette di dire che, a distanza di oltre un mese, questa incentivazione è rimasta lettera morta, perché non è prevista l’apertura di una procedura telematica.
Politici e burocrati regionali non hanno ancora capito che le imprese siciliane non sono più disposte a fare i viaggi della speranza a Palermo, per trattare con burocrati che non si trovano o perdono tempo. Gli imprenditori vogliono usufruire delle agevolazioni legislative senza spostarsi dal proprio ufficio. Il presidente Cascio, uomo intelligente, può dare un indirizzo generale affinché le leggi in approvazione prevedano che le procedure siano consone alla rapidità necessaria (cioè telematiche), in modo da produrre risultati e non intenzioni.
Mag
15
2010
Vi sono due circostanze che devono farci riflettere. La prima riguarda il ritardo pernicioso con cui la Finanziaria 2009 e la Finanziaria 2010 sono state approvate: quattro mesi. La seconda è di segno contrario e si riferisce alla capacità del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, di fare approvare, con decreto legge 112/08, la Finanziaria 2009. Tremonti sorprese tutti e bruciò le velleità di chi cercava di imbarcare nello strumento finanziario ogni sorta di spesa clientelare. Con sei mesi di anticipo cristallizzò la situazione.
Due circostanze di senso opposto, la prima viziosa, la seconda virtuosa. Ed è proprio quest’ultima che dev’essere presa ad esempio dall’assessore all’Economia, Michele Cimino, per evitare il terzo anno di defaillance. In altri termini, sulla base del documento di programmazione economica e finanziaria, Cimino può impostare la Finanziaria 2011 e  portarla in Assemblea per la sua approvazione prima dell’estate. In modo che le ferie mettano una pietra tombale sulle aspirazioni dei clientes.

Il commissario dello Stato, Michele Lepri Gallerano, ha falcidiato la Finanziaria 2010 , tagliando interi articoli o parti di essi, sia sul versante delle entrate che su quello delle uscite. Per le uscite, sembra che il legislatore sia diventato irresponsabile. Ci spieghiamo. Approva, infatti, norme di spesa sapendo che esse saranno portate davanti alla Corte costituzionale e, quindi, rese inoperanti. Ma, intanto, lo stesso legislatore accontenta la piazza: “Abbiamo fatto quello che volevate, ma se non passa non è colpa nostra”. Pessimo messaggio.
La scure del commissario dello Stato si è abbattuta su tutte quelle spese che riguardano indennità e stipendi per stabilizzare i cosiddetti precari, notoriamente quella truppa di raccomandati chiamati con l’unico merito di essere stati segnalati da questo o quel politico.
Dopo la conclusione annunciata già da giugno 2007 sulla vicenda dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, un ceto politico debole e infingardo non prende il coraggio a due mani e parla con chiarezza a tutti i precari: “Non ci sono soldi per assistenza e ammortizzatori sociali”.
 
Peraltro, è noto al Governo regionale che per ogni miliardo destinato ad investimenti di infrastrutture e attività produttive, si mettono in moto circa diecimila posti di lavoro. Si tratta, quindi, di destinare tutte le risorse disponibili (europee, statali e regionali), per finanziare progetti cantierabili in ogni parte della Sicilia,  in modo che precari e disoccupati trovino in tempi brevi il lavoro. La questione verte non solo sulla destinazione delle risorse e, quindi, sulla loro massima utilizzazione, ma sulla rapidità con cui esse s’immettono nel mercato regionale. C’è bisogno di alimentare un processo virtuoso di produzione del Pil, in modo da spostarlo rispetto a quel misero 5,6% sul Pil nazionale.
Di questo Cimino dovrà tenere conto nel redigere la Finanziaria 2011 da portare all’Ars. Non vi sono elezioni in vista, Governo e maggioranza sono nelle condizioni di fare scelte immediatamente impopolari, ma che daranno frutti a uno o due anni di distanza, prima della fatidica scadenza del 2013, anno di elezioni.

Per bene impostare la Finanziaria 2011 occorre andarsi a studiare il bilancio della Regione Lombardia, che è molto proiettato sugli investimenti e contenuto sulla spesa corrente, due linee strategiche che danno un valore aggiunto.
Gli investimenti devono essere effettuati sui progetti cantierabili che gli Enti locali dovrebbero inviare copiosamente alla Regione per ottenerne il finanziamento, in modo da iniziare immediatamente i lavori, e su progetti della Regione, anch’essi pronti per l’apertura dei cantieri.
Ribadiamo ancora che il tempo degli investimenti ha una funzione strategica, perché attivare una politica economica virtuosa oggi, produce effetti domani e non dopodomani.
Pubblichiamo periodicamente un “promemoria” per il Governo e un altro “promemoria” per i 390 sindaci. In essi sono indicati, anche se non in modo esaustivo, le attività che dovrebbero svolgere la Regione e gli Enti locali. Una lettura costruttiva delle nostre proposte può essere utile alle amministrazioni.
Apr
23
2010
Abbiamo più volte sollevato la questione della pura e semplice osservanza e attuazione dello Statuto siciliano, ricordando che esso fu frutto di un patto fra questo popolo e quello italiano, e ricordando altresì che la Regione siciliana preesisteva alla Costituzione e non fu da essa istituita, bensì riconosciuta.
Cardine del fatto è l’Alta Corte, prevista dall’articolo 24 della norma statutaria. Essa è “istituita in Roma con sei membri e due supplenti...nominati in pari numero dalle assemblee legislative dello Stato e della Regione...”.
Successivi articoli prevedono che giudichi sulla costituzionalità delle leggi emanate dall’Ars, ma anche di quelle emanate dal Parlamento nazionale rispetto allo Statuto. Prevede, ancora, che il commissario dello Stato promuova i giudizi presso l’Alta Corte e che il Presidente Regionale possa impugnare davanti lo stesso consesso le leggi ed i regolamenti dello Stato in conflitto con lo Statuto.

Dal quadro che precede si evince con chiarezza la natura del patto indicato il cui fulcro è la parità tra il popolo siciliano e il popolo italiano.
Sappiamo della sentenza illegittima della Corte Costituzionale n. 38/57, con la quale quest’ultima ha avocato a sè i poteri dell’Alta Corte. Un atto che non era nelle sue prerogative, perché è noto come due organi costituzionali non possano elidersi a vicenda. Infatti, l’Alta Corte è viva e vegeta, ma non opera perché priva dei suoi componenti.
Ora, che il Parlamento nazionale non li abbia nominati è ben comprensibile, per quanto l’omissione comporti un disonore per quella Istituzione, intendendo con ciò non avere onorato un patto. è, invece, incomprensibile che la nomina dei componenti dell’Alta Corte non sia stata effettuata autonomamente dall’Ars. Un’omissione penosa, perché non ha consentito dal ‘57 in avanti che il nostro organo costituzionale funzionasse a pieno regime. Se così fosse stato, ben altra sorte avrebbero avuto numerose leggi regionali e nazionali e le risorse finanziarie derivanti dalle entrate fiscali che, indebitamente, lo Stato ha incamerato, sottraendole ai siciliani.
 
Un furto vero e proprio, paragonabile a quello del tesoro del Banco di Sicilia che i predoni sabaudi prelevarono e fecero sparire in occasione dello sbarco dei poveri diavoli che Garibaldi imbarcò sui battelli Lombardo e Piemonte.
Continuiamo ad assistere alle inique sentenze della Corte Costituzionale, le cui ultime due hanno privato la Sicilia di entrate per oltre 1 miliardo. O alla severa azione di Tremonti che ha spostato risorse destinate alla Sicilia per finanziarie le quote latte del Nord. Un elenco di comportamenti illegittimi che l’Alta Corte, su ricorso del presidente della Regione, avrebbe sicuramente annullato.
La questione non è formale ma sostanziale, perché qui si mette in evidenza come il diritto, a rispetto del patto Italia-Sicilia, non possa essere messo nell’ombra da nessuno. Se Bossi avesse avuto uno strumento costituzionale come lo Statuto, oggi non farebbe più parte dello Stato italiano.  Con niente in mano è riuscito a conquistare due Regioni e centinaia di amministrazioni locali.

Guardando avanti, è auspicabile che tra i gruppi dell’Ars emerga una maggioranza, anche trasversale, che chieda al presidente, Francesco Cascio, di convocare un’apposita seduta con all’ordine del giorno la nomina dei componenti, effettivi e supplenti, dell’Alta Corte. Intanto, l’Ars proceda alle nomine e poi chieda al Parlamento nazionale di effettuare le proprie; a questo punto si tratta di trovare un modo esecutivo per riattivare l’alto consesso. Qualora il Parlamento nazionale non ottemperasse, Governo e Assemblea regionali potrebbero ricorrere alla Corte di giustizia europea, per vedersi riconosciuto il diritto, giacchè le leggi regionali e statali vengano valutate dall’Alta Corte e non dalla Corte Costituzionale. Si sa che le norme costituzionali possono essere soggette al diritto europeo.
L’iniziativa presenta un difficile percorso che va affrontato con cura e grande professionalità. Ma stare con le mani in mano è gravissimo, di fronte alla prevaricazione dello Stato italiano sulla nostra Regione.
Mar
12
2010
L’art. 24 dello Statuto siciliano, legge di rango costituzionale, pubblicato con d. lgs. 455/46, recita: “È istituita in Roma un’Alta Corte con sei membri e due supplenti... nominati in pari numero dalle assemblee legislative dello Stato e della Regione...”. Il successivo articolo 25 stabilisce che l’Alta Corte giudica sull’incostituzionalità sia di leggi emanate dell’Assemblea regionale che di leggi e regolamenti emanati dallo Stato rispetto allo Statuto. L’ulteriore articolo 27 prevede che il commissario dello Stato promuova presso l’Alta Corte i giudizi di cui ai citati articoli. Il presidente della Regione, secondo l’art. 30, e il commissario dello Stato possono impugnare per incostituzionalità davanti l’Alta Corte le leggi ed i regolamenti dello Stato.
Dal coacervo delle norme descritte si deduce facilmente che: a) il rapporto tra Stato e Regione è regolato dell’Alta Corte e non dalla Corte costituzionale; b) che sono soggette a valutazioni di incostituzionalità sia le leggi della Regione che quelle approvate dal Parlamento nazionale; c) che la composizione dell’Alta Corte, con pari membri di Stato e Regione, assicura una maggiore obiettività di quella eventualmente messa in campo dalla Corte costituzionale.

Al momento del varo della legge costituzionale n. 2/48, sia la Regione che l’Ars esistevano già perché regolate dallo Statuto del ‘46 con elezioni tenute nel ‘47. È facile dedurre come la prima legislatura siciliana sia precedente di un anno rispetto alla prima legislatura italiana. “La Repubblica quindi riconosceva e non istituiva la sovranità della Regione, come avrebbe fatto con le altre 19, confermandone l’originaria sovranità”. 
Ricordiamo che lo Statuto ha natura pattizia e non è quindi modificabile senza il consenso di entrambe le assemblee legislative. La legge che ha riformato lo Statuto nel 2001, che prevede il solo parere dell’Assemblea, è per conseguenza incostituzionale. In quanto, ribadiamo, che il Parlamento della Repubblica ha pari dignità dell’Assemblea regionale, che potrebbe assumere la denominazione di Parlamento di Sicilia.
 
La Corte costituzionale, con propria sentenza n. 38 del 1957, ha dichiarato che le funzioni dell’Alta Corte erano assorbite da se medesima. Ora è del tutto pacifico che due organi dello stesso livello non possano cannibalizzarsi. Lo scippo delle funzioni dell’Alta Corte poteva avvenire solo mediante approvazione di un’apposita legge costituzionale da parte delle due assemblee e non del solo Parlamento nazionale. 
È scandaloso che in questi 53 anni (1957-2010) nessuna iniziativa sia stata presa da governi e Assemblea siciliani per rimettere a posto una stortura che ha enormemente danneggiato la Sicilia. Il fatto si spiega con la posizione prona, mentale e fisica, di una classe politica che per favorire i propri interessi ha messo sotto i piedi quelli dei siciliani.

Cosa avrebbero dovuto fare le due istituzioni siciliane? Cosa dovrebbero fare oggi per ripristinare la legalità, ridando le funzioni all’Alta Corte? Intanto va precisato che quest’ultima non è stata (né poteva essere) mai abrogata. Rimane sepolta e inutile, a fare la muffa mentre la Corte costituzionale dispone di un potere sulla Regione siciliana che non ha.
L’Assemblea siciliana, d’accordo con il governo, potrebbe subito nominare i tre giudici ordinari e uno supplente di propria competenza e chiedere al Parlamento nazionale di nominare quelli di sua competenza. Ovviamente le istituzioni siciliane non hanno il potere di imporre la risposta all’istanza di cui prima. Tuttavia un pool di costituzionalisti potrebbe attivare procedure sia davanti alla stessa Corte costituzionale, che con atto di resipiscenza annullasse la citata sentenza del ‘57, che dinanzi alla Corte di giustizia europea, per vedere riconoscere un patto firmato e mai annullato fra due popoli (quello siciliano e quello italiano).
Vi potrebbero essere altri mezzi di pressione: per esempio che tutti i deputati e senatori siciliani prendessero l’iniziativa in Parlamento con un ordine del giorno per la nomina di  giudici di competenza. Non mancano gli strumenti sol che il ceto politico siciliano capisca che la propria Autonomia passa attraverso il rispetto integrale dello Statuto.
Mar
06
2010
L’Assemblea regionale deve approvare questo mese il bilancio preventivo 2010, per far rientrare l’attività dell’amministrazione nella normalità. In atto, funziona  in via provvisoria.
Com’è noto, il bilancio di un ente è lo strumento finanziario per attuare la politica del Governo, politica fatta di scelte secondo le quali si decide un’azione piuttosto che un’altra, quindi qualcuno si accontenta e qualche altro si scontenta.
Ma la questione non è questa: accontentare o scontentare. La questione è mettere il bilancio della Regione al servizio del programma politico che il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, ha depositato presso la Corte d’Appello di Palermo il 4 febbraio antecedente alle elezioni regionali del 13 e 14 aprile 2008. In quel programma sono scritti gli obiettivi che lo stesso presidente ha fissato e ha sottoposto al vaglio dell’elettorato.
Il sessantacinque per cento dei siciliani, cioè una vistosa maggioranza, l’ha confermato e pertanto il contratto è stato sottoscritto. Ora Raffaele Lombardo ha l’obbligo di onorarlo senza tentennamenti e senza cedere a ricatti o pressioni.

È noto, finalmente, che il presidente dei siciliani non è eletto dai deputati dell’Assemblea e, dunque, ha il dovere e il diritto di governare indipendentemente dai mal di pancia degli stessi deputati regionali. La Sicilia ha bisogno di riforme profonde per imboccare la crescita del Pil che, come sanno gli economisti, è il dato sintetico di tutto quello che si fa. Se il Pil della Sicilia rimane inchiodato al 5,5 per cento, com’è da 40 anni, dimostra in modo inequivocabile e senza alcuna attenuante che tutti i governi regionali sono stati inefficienti e hanno fallito la missione loro affidata dai siciliani.
Il Pil non può crescere se l’amministrazione regionale non funziona in modo ordinario, con una efficienza ordinaria e con la capacità di realizzare gli obiettivi che il Governo le affida. I 26 dirigenti generali, che gestiscono 28 dipartimenti regionali, e i 17 dirigenti generali della Sanità, hanno il compito di spendere al meglio le risorse loro affidate, coniugando il raggiungimento degli obiettivi con l’inserimento della massima qualità possibile nei servizi da loro prodotti.
 
Il bilancio regionale dev’essere composto in modo tale da prevedere cospicui risparmi sulla spesa corrente, girandoli alla spesa per investimenti, di cui la Sicilia ha estremo bisogno. Investimenti che servano a riqualificare, per esempio, il territorio, in modo da attrarre gruppi economici da tutto il mondo sulla nostra terra, per sfruttare il grande patrimonio di ricchezze e metterle a reddito.
È proprio in questo mese che si capisce se la politica economica della Regione vira dall’inefficienza più nera degli anni precedenti a un’efficienza fatta di possibili risultati. I tre gruppi che sostengono il Governo Lombardo (Mpa, Pdl-Sicilia e Pd) devono trovare un accordo omogeneo per spendere i quattrini dei siciliani verso attività produttive di ricchezza. Se, invece, approvassero il solito bilancio pasticciato e pieno di favoritismi, con contributi a pioggia a favore dei clientes, il mantenimento di società partecipate inutili, ammortizzatori sociali che violentano il buon senso o altro, anche il 2010 sarebbe destinato a essere utilizzato in modo piatto.

Abbiamo esperienza di quello che accade all’Assemblea regionale e sappiamo come molti deputati - denominati consiglieri nelle altre Regioni, che costano ai siciliani il doppio di qualunque altro consigliere perché i loro compensi sono equiparati a quelli dei senatori (l.r. 44/65) - dovrebbero avere la forza morale e il buon senso per capire che l’era dei clientelismi è finita. Anche i soldi sono finiti. E, d’altra parte, la Sicilia ha l’indispensabile necessità di rialzarsi. Ora e non domani. Sprecare anche il 2010 sarebbe un ulteriore fallimento di una classe politica che ha profondamente deluso gli isolani in questi 60 anni e soprattutto in questi ultimi 20.
Immettere ancora dirigenti, anche sotto forma di vice, in una struttura regionale elefantiaca, dove ve ne sono già oltre 2000, contro i 200 della Lombardia, è un comportamento criminogeno, perché significa aumentare ulteriormente la spesa corrente.
Attenzione, Governo e deputati: non potete fallire anche questa occasione. Approvate il bilancio 2010 in modo saggio, efficace e produttivo.
Gen
09
2010
Il ministro Luca Zaia, appena designato candidato presidente del Veneto, ha subito dichiarato: “Il mio primo obiettivo è quello di scollare i culi dalle sedie”. Traduce il ministro: tagliare rendite di posizione, privilegi, azioni parassitarie. In altri termini, la questione verte sulle indispensabili riforme di cui anche quella Regione ha bisogno per fare funzionare bene i servizi pubblici, intesi come servizio a quei cittadini.
Mutatis mutandis la situazione in Sicilia non è diversa, anzi di gran lunga peggiore, perché il Pil del Veneto nel 2008 è stato il doppio rispetto a quello della Sicilia. L’amministrazione regionale, per quanto asfittica, pesa meno in una regione ricca e pesa molto di più in una regione povera. E pensare che nel 1859 la Sicilia era terra di eccellenze, come potete leggere a pagina sei, con un Pil uguale a quello di Veneto e Lombardia.

Culo è una parola volgare, seppur entrata ormai nel lessico comune, non solo dei giovani. Più che rappresentare una parte del corpo, ha un significato metaforico, di fortuna, di imbroglio, di fallimento, ma anche di attaccamento alle poltrone. Ed è proprio in quest’ultima accezione che abbiamo titolato questo editoriale: forte ma efficace.
Si potrebbe subito osservare che Lombardo abbia svitato tante viti dai sederi di gente, assisa ai propri posti. In effetti il turn-over è stato molto ampio, con l’inserimento di risorse professionali esterne e l’utilizzazione di quelle interne.
La questione riguarda i dirigenti generali dei dipartimenti assessoriali e quelli delle Aziende sanitarie provinciali e Aziende ospedaliere. Ma vi è la rete del cosiddetto sottogoverno nel quale si trovano centinaia e centinaia di persone, che non hanno alcuna ragione di stare sedute su quelle sedie, troppo numerose e troppo costose.
La situazione della qualità professionale di dirigenti e vertici di enti e società regionali e comunali, può essere riassunta in tre parole: merito, responsabilità e trasparenza.
 
Tutti i neo-dirigenti generali sono stati contrattualizzati in base al merito, dimostrato dai loro curricula e dai risultati inoppugnabili raggiunti nella loro carriera? Quanti di loro parlano almeno due lingue, hanno conseguito PhD (Doctor of Philosophy, il più alto titolo accademico riconosciuto internazionalmente) in Università americane o europee, e master in Organizzazione? Vorremmo leggere tutti questi dati, che, per la verità, non abbiamo trovato consultando i loro curricula sui siti.
Dalle nomine per merito, ne consegue l’obbligo di raggiungere tassativamente i risultati e, ove questi non fossero raggiunti in tutto o in parte, scattano le responsabilità che devono giungere fino alla rescissione del contratto. Per tutti, basta lo sforamento anche di un solo mese delle spese inserite nel bilancio preventivo, che va controllato dal dipartimento regionale del Bilancio in tempo reale. Va da sé che ogni dipartimento e ogni Azienda sanitaria provinciale e ospedaliera ha il proprio bilancio fondato sul Piano industriale, che enumera la qualità e la quantità dei servizi da erogare.

E arriviamo alla terza parola chiave del nuovo corso, se ci sarà: trasparenza. Trasparenza significa che il cittadino-siciliano debba poter leggere qualunque regola, giuridica, amministrativa, procedurale o di simile natura, sui siti delle diverse branche amministrative.
Il cittadino-siciliano deve sapere quale sia il curriculum professionale di qualunque vertice, ivi compreso quello dei primari degli ospedali. Bene inteso, non la parte riguardante la professione vera e propria del medico, ma quella che fa riferimento alle capacità organizzative per rendere efficienti le persone affidate ad ognuno di essi.
Il cittadino-siciliano deve poter leggere in tempo reale bilanci e attività di ogni società partecipata da Regione ed Enti locali, i curricula e compensi di ciascun membro del consiglio di amministrazione, presidente e amministratore delegato compresi.
Attraverso la trasparenza si possono comparare i risultati di chiunque agisca nella Pubblica amministrazione, che ha l’obbligo del rendiconto ma non più a distanza di mesi, bensì in tempo reale, cioè tutte le sere. La trasparenza crea competizione essenziale per l’innovazione ed il miglioramento dei servizi pubblici.
Dic
30
2009
Parte il terzo governo Lombardo, in virtù della legge elettorale vigente in Sicilia (l. r. n. 7/2005). Infatti essa prevede che i siciliani eleggano separatamente il presidente della Regione a suffragio universale e i deputati regionali. Volontà del legislatore è stata, quindi, quella di separare il consenso e sganciare la vita politica del presidente da quella della sua maggioranza.
Errano coloro che vorrebbero applicare in Sicilia il concetto che quando una maggioranza cambia, deve cambiare pure il presidente. Il legislatore, nel calibrare il bilanciamento dei poteri, ha stabilito che le due parti in causa, esecutivo e legislativo, possano elidersi a vicenda. Il presidente può dimettersi e mandare a casa i legislatori. Quarantasei legislatori possono votare la sfiducia al presidente, mandarlo a casa e, con esso,  loro stessi.
Sembra strano che il presidente del Senato, Renato Schifani, che è anche un avvocato, non conosca (o faccia finta di non conoscere) il senso e la natura della legge citata.

Qualche ignorante e in malafede ci fa sapere che la linea editoriale di questo giornale è pro Lombardo. Costui (o costoro) è ignorante perché non conosce la storia della Sicilia e in malafede perché afferma falsità. Da quando è nata questa testata, 30 anni orsono, ribadiamo senza stancarci l’indispensabilità dell’attuazione integrale di quella legge costituzionale che è lo Statuto siciliano. Abbiamo altresì sottolineato che occorreva dare le gambe all’attuazione e occorreva quindi un partito autonomista sul modello del partito Convergenza Democratica di Catalogna, fondato da Jordi Pujol nel 1974. Quella regione, poverissima, in 35 anni è diventata la più ricca di Spagna e una delle più ricche dell’Europa. Se Lombardo avesse fondato il partito dell’Autonomia in quello stesso anno, la Sicilia sarebbe in ben altre condizioni. Ma non è mai troppo tardi.
Parlavamo col medico-politico catanese di queste cose negli anni Novanta e in qualche modo lo stimolavamo a prendere l’iniziativa che lui decise solo nel 2005. Essendo venuto nel solco da noi tracciato, finalmente, non potevamo che sostenere questa iniziativa e vogliamo continuare a sostenerla con forza.
 
Abbiamo salutato positivamente anche la svolta di Gianfranco Miccichè, da me conosciuto fin dagli anni Ottanta in Irfis,  che, sulle prime, per tattica, ha sventolato la bandiera del Partito del Sud. Ma poi si è accorto, strada facendo, che l’autonomia era un vento che spirava nelle regioni del Sud e soprattutto in Sicilia. Per cui rileviamo che la sua mossa di costituire il Pdl-Sicilia va nella logica della quale è permeata la linea della Lega di Bossi. Bene.
Nessuno si illuda che la svolta di Miccichè sia separata dal pensiero del Cavaliere. Quando il presidente del Consiglio riceve nella villa di Arcore Miccichè, che gli porta i cannoli di cui è ghiotto e lo intrattiene per un paio di ore, è del tutto evidente che non ha bollato in senso contrario l’iniziativa del sottosegretario.
Anche Alfano, attuale ministro della Giustizia, che conosco da ragazzo, ha intuito che era inutile tenere al carro del governo regionale l’Udc, perché questo è un partito trasformista e opportunista che approfitta di ogni situazione per trarne vantaggio.
Risulta in modo cristallino all’opinione pubblica quanto precede, dopo aver preso atto delle decisioni di Casini che si allea col centrodestra e col centrosinistra per la prossima campagna elettorale regionale, del 28 e 29 marzo, in modo da trarre il massimo profitto dal suo trasformismo.

In questo quadro entrano di forza Gianfranco Fini - ben rappresentato da Fabio Granata, altro giovane intelligente che conosco da tempo - e Massimo D’Alema, baffino, spesso sarcastico e impudente, ma certamente dotato di un cervello fino.
Quest’ultimo ha fatto in modo che il Pd della Sicilia, attraverso Antonello Cracolici, capogruppo all’Ars e Giuseppe Lupo, segretario regionale, fosse stipulato un accordo per fare le riforme indispensabili alla Sicilia, che l’ex presidente Totò Cuffaro non ha fatto in ben 17 anni in cui, di riffa o di raffa, ha governato la Sicilia.
L’ingresso in Giunta di un capace galantuomo come Mario Centorrino e di un cerbero come Pier Carmelo Russo dà più qualità alla squadra di governo.
Auguri. Per il fare. Oggi e non domani.
Dic
16
2009
L’Assemblea regionale e il suo presidente, Francesco Cascio, rivendicano nella loro attività più qualità che quantità. Una buona legge è meglio di cinque cattive leggi. Non si può che essere d’accordo. Dobbiamo riconoscere che in questi 18 mesi di legislatura l’Ars ha approvato cinque buone leggi per l’occupazione e l’economia. Ciascuna di esse per essere resa operativa aveva bisogno di norme attuative che i diversi assessorati avrebbero dovuto adottare, ma ancora non lo hanno fatto. Proviamo ad elencarne i contenuti.
La legge 21/08 prevede il sostegno ai Consorzi fidi. Si tratta di enti che mettono insieme le piccole imprese affinchè esse possano accedere al credito fornendo garanzie. Hanno ben operato in quasi trent’anni e quindi sostenerli è indispensabile.
Ricordo che quando io ho costituito il primo (o uno dei primi) Consorzi fidi in Sicilia, era il 1980, molti mi presero per visionario, soprattutto l’allora direttore generale del Banco di Sicilia,  Salomone, ma poi pian piano il Consorzio decollò e, quando lo lasciai, nel 1993, aveva convenzioni con nove banche, 20 miliardi di lire di affidamenti ed oltre 100 soci.

A distanza di un anno la legge 21/08 attende di essere applicata pienamente. La successiva legge 23/08 riguarda i cosiddetti aiuti alle imprese. Si aiutano i poveri, non le imprese, quindi è inappropriata la parola. In effetti la legge prevede incentivi per nuove iniziative imprenditoriali soprattutto portate da giovani e donne. Anche questa legge però è inoperosa perché mancano i decreti attuativi, che l’assessorato all’Industria non ha ancora emesso, a distanza di un anno.
La legge Finanziaria 6/09, all’articolo 14, prevede le cessioni di crediti vantati nei confronti di enti pubblici territoriali. Una norma importantissima perché consente lo smobilizzo dei crediti che in Sicilia si stimano essere intorno ai quattro miliardi di euro. L’assessore al Bilancio, a distanza di oltre sei mesi, non ha proceduto a rendere operativo questo articolo, per cui ci risulta che nessuna cessione di crediti pubblici sia stata effettuata da imprese a banche.
 
L’operazione è interessante, non solo per le imprese ma anche per le stesse banche, le quali acquisendo i crediti nei confronti della Regione e degli Enti locali siciliani possono lucrare un interesse per legge che supera l’8 per cento. Nonostante la chiara convenienza di imprese e banche, la mancata iniziativa dell’assessore ha vanificato gli effetti.
Passiamo alla legge 9 di agosto 2009. Anche questa titola improvvidamente “Aiuti alle imprese”. Citiamo il titolo VI “Aiuti al lavoro” (articoli da 36 a 46) che consente nuova occupazione o consolidamento di posti di lavoro. Anch’esso aveva bisogno di un decreto attuativo, che, in questo caso, l’assessore al ramo  ha emesso ed è in corso l’iter di approvazione.
E infine la quinta, legge n. 11 del 17 novembre 2009, riguardante i crediti di imposta per nuovi investimenti e per la crescita dimensionale delle imprese. Di essa è stato pubblicato sul sito della Regione un vademecum abbastanza completo.

Come potete leggere nell’inchiesta a pagina 10, vi sono i dettagli delle leggi elencate e le interviste di alcuni assessori.
La crisi politica non giustifica per niente l’inazione degli assessori e dei direttori generali. Questi ultimi non possono neanche essere giustificati per il fatto che il prossimo 31 dicembre saranno sostituiti. Perché, sul piano morale e professionale, chiunque ha un incarico pubblico ha il dovere di eseguirlo al meglio delle proprie possibilità senza anteporre i propri interessi a quelli generali.
Nessuno si dispiaccia per queste affermazioni che vogliono solo essere uno stimolo a fare presto e bene.
Non sappiamo se entro la fine di quest’anno le cinque leggi diventeranno utilizzabili da imprese e cittadini, ma sottolineamo ulteriormente che la loro inattuazione non può trovare alibi nell’approvazione della legge finanziaria né nell’oscura soluzione alla situazione politica. Qui vi sono responsabilità individuali di assessori e direttori generali che hanno nome e cognome. Chi non fa, è colpevole. Punto e basta.
Dic
08
2009
Domani dovrebbe essere annunciato l’accordo che rimette in pista la coalizione che si era dissolta qualche settimana fa. Alla resa dei conti, nessuna delle parti se l’è sentita di buttare a mare un accordo, sostituendolo con un altro appoggiato in qualche maniera dal Pd. Questo fatto avrebbe creato non pochi problemi al governo Berlusconi, il quale indirettamente ha fatto sapere che non l’avrebbe gradito.
Un segnale inequivocabile sotto l’ufficiale disinteresse apparente. Fatto sta che Schifani-Alfano con i loro proconsoli Castiglione e Nania da un canto e Miccichè-Lombardo, dall’altro, sono stati costretti a ricompattare la maggioranza trovando delle mediazioni sui diversi punti di contrasto. Il nuovo accordo è basato sul programma sottoposto agli elettori il 14 aprile 2008 sintetizzato nei dieci punti che il Presidente della Regione ha elencato nel suo intervento all’Ars di mercoledì 2 dicembre. L’accordo prevede l’esclusione dell’Udc e pertanto la maggioranza che sosterrà il Lombardo ter potrà contare solo  su 48 deputati, Cascio compreso.

Gli equilibri così raggiunti si riverberano nella nuova Giunta che Lombardo nominerà dopo il primo gennaio e i cui assessori riceveranno le deleghe in immediata successione. Da indiscrezioni, sembra che del nuovo Governo entreranno l’attuale capogruppo Pdl Innocenzo Leontini, in rappresentanza della vecchia Forza Italia e Santi Formica in rappresentanza della vecchia An non Finiana. Non abbiamo la palla di vetro e per il momento ci fermiamo qua. Indipendentemente dalla soluzione, plaudiamo al ritorno in carreggiata di un governo che si era scompaginato, perché è indispensabile alla Sicilia bruciare i tempi per cominciare a risalire l’impervia strada dello sviluppo, tentando di fermare l’abisso che separa l’Isola dalla Lombardia e dalle altre regioni del Nord e dell’Europa.
Dispiace che nella crisi che attanaglia la Sicilia, non congiunturale ma strutturale, non partecipi anche il Partito democratico. Ma comprendiamo le ragioni politiche di ogni parte che si attesta sul consenso del proprio elettorato. Adesso al Pd si associerà nell’opposizione l’Udc. Insieme conteranno su 42 deputati.
 
Nel terzo governo, Lombardo dovrebbe puntare agli obiettivi primari: 1) riorganizzare la Pa, con la nomina di direttori generali selezionati da società di ricerca di livello internazionale; 2) redigere il Pops (Piano organizzativo per la produzione dei servizi) che elenchi, dipartimento per dipartimento, quali servizi erogare; 3) informatizzare tutti gli uffici; 4) ristrutturare gran parte degli 829 borghi, catalogati dall’assessorato dei Beni culturali; 5) rendere fruibili i quattro Parchi della Sicilia (Madonie, Nebrodi, Etna e Alcantara) e le riserve naturali e marine; 6) consentire l’accesso a tutti i beni archeologici, culturali, museali; 7) redigere il Piano delle energie alternative; 8) preparare il Parco progetti regionale e raccogliere quelli degli enti locali; 9) collaborare con le Università siciliane per preparare i giovani a fare; 10) ribaltare il malfunzionamento della formazione regionale.

All’attività interna va associata un’attività internazionale, come fa la Catalogna, che si collega direttamente con gruppi economici e imprenditoriali internazionali, cui offre la possibilità di investire in quella ricca regione. In questo senso i diversi uffici regionali nel mondo, se ben strutturati, potrebbero essere dei punti di catalizzazione di investitori internazionali.
Nell’attività internazionale, il governo della Regione dovrebbe creare stabili collegamenti con i Paesi del Nord Africa, primi fra i quali Marocco, Tunisia, Libia e Egitto, i quali hanno bisogno di attività che le imprese siciliane, almeno quelle competitive, sono in grado di effettuare. Non tutti sanno che vi sono risorse finanziarie messe a disposizione dall’Unione europea per i programmi di cooperazione euro-africana. Risorse che servono proprio per gli investimenti. Fino ad ora le imprese siciliane non ne hanno approfittato, ma è venuto il momento in cui si cominci a pensare di portare le proprie competenze nel Nord-Africa.
Auspichiamo la realizzazione del programma previsto, volto a costruire e non a distruggere.

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