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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Articolo 18

Mar
31
2012
Il gran vociare attorno all’articolo 18 è il solito vizio italico di non concludere mai nulla, divagando su ben altre questioni, in modo da spostare il campo ed alimentare lungaggini senza fine. Non abbiamo la concretezza protestante di stabilire un obiettivo e andare verso di esso senza tentennamenti.
La manutenzione dell’articolo 18, su cui sono d’accordo tutti, incontra il fermo diniego della Fiom, che coinvolge la Cgil e quindi una frangia estremista e conservatrice e non riformista del Partito democratico. La manutenzione consiste nel ben precisare i termini dei licenziamenti senza reintegro in modo da evitare abusi da parte di imprenditori disonesti.
Ma agli imprenditori onesti è indispensabile attribuire la facoltà di circondarsi di propri dipendenti secondo le esigenze dell’azienda in modo da raggiungere il miglior risultato possibile a parità di costi di esercizio.
Da questo non si può prescindere. Chi cerca di farlo bara al gioco collettivo.

Fesso chi dice che un imprenditore licenzia i propri dipendenti per capriccio, oppure per assumerne altri che dovrà formare con un costo ben superiore a quello che eventualmente risparmierebbe.
Nella mia lunga vita lavorativa (oltre 53 anni), ho avuto centinaia di dipendenti in diverse imprese, ma non ho mai licenziato nessuno a meno che non fosse fannullone o disonesto e non ho mai dovuto reintegrarlo. Mi sono addolorato quando molti dei miei dipendenti sono andati via trovando altre collocazioni nelle quali hanno riportato quello che avevano imparato da noi. Addolorato anche perché, al di là del rapporto umano, ho dovuto ricominciare a formare nuovo personale con una fatica facilmente comprensibile.
Vi è un’altra leggenda metropolitana da sfatare, una leggenda propalata anche dai media, secondo la quale bisogna creare nuovo lavoro e nuova occupazione.
I due termini non sono sinonimi perchè l’occupazione è un’attività di qualunque genere, dipendente o autonoma, di solidarietà o economica, mentre il lavoro è lo sforzo che ogni persona compie con fatica per raggiungere un qualche risultato. La questione è che tutti pensano al lavoro senza collegarlo al risultato. Se così avvenisse, la produttività del Paese, nel pubblico e nel privato, farebbe un balzo in avanti.
 
Il lavoro non si produce magicamente da solo. Occorrono le imprese di qualunque dimensione e di qualunque settore che mettano insieme questo fattore con il capitale, con l’organizzazione e con le capacità professionali per perseguire il fine ultimo che è la produzione di ricchezza. è inutile continuare in una condizione mentale perdente che è quella di voler tenere aperte le imprese decotte o mature che non hanno mercato.
Le istituzioni dovrebbero investire in innovazione e aiutare le imprese a rinnovarsi. I grandi gruppi imprenditoriali, dal loro canto, dovrebbero investire di più in ricerca.
È il complesso delle cose che scriviamo che per conseguenza genera lavoro. Insomma, il lavoro è un effetto e non un’autonoma situazione che prescinde dall’impresa.
Ecco perché il lavoro della Pubblica amministrazione è improduttivo. Perché non fissa gli obiettivi in base a un Piano aziendale e non correla le attività di chi lavora agli obiettivi stessi, con la conseguenza che si depauperano risorse immense per pagare gente, che anche incolpevolmente, non produce niente. Incolpevolmente perché la responsabilità è dei dirigenti.

Nel dibattito sull’articolo 18, commentatori e giornalisti dimenticano tre vistose omissioni: sindacati, Chiesa e partiti non hanno l’obbligo di osservarlo. Con la Chiesa si può essere clementi perché svolge un’azione sociale, ma non è possibile esserlo con partiti e sindacati perché danno il cattivo esempio al mondo delle imprese.
Come possono pretendere che il giudice ordini il reintegro nelle imprese quando invece licenziando non subiscono per legge lo stesso obbligo di reintegro? Due pesi e due misure inaccettabili su cui il ceto politico, nell’ambito della riforma proposta, dovrebbe porre fine.
Vi sono anche le associazioni che non hanno l’obbligo previsto dall’articolo 18. Vi è inoltre tutto il settore pubblico cui l’articolo 18 non si applica.
Il riordino cui si appresterà il governo Monti, subito dopo le elezioni di maggio, dovrà comprendere tutti questi settori perché nella Comunità nazionale vi sia effettivamente quel valore primario che è l’equità.
Feb
25
2012
L’inutile discussione che si fa attorno all’articolo 18 della legge Brodolini, n. 300 del 1970 (Statuto dei lavoratori), a distanza di 42 anni è del tutto oziosa e fuori dal tempo. L’unico aspetto che andrebbe modificato è quello del reintegro nel posto di lavoro, perché è contrario ad ogni logica etica. In ogni azienda, rispettate le norme fiscali previdenziali e contrattuali, i gestori hanno il compito di ottenere il miglior risultato possibile.
Per questo devono organizzare al meglio i fattori della produzione in modo da massimizzare i ricavi e minimizzare i costi, cioè ottenere il miglior rapporto costi-benefici. La migliore organizzazione del lavoro consente una maggiore produttività. Cosa significa? Significa che nello stesso tempo si ottengono più prodotti e più servizi. La produttività migliora anche con una costante innovazione di processo, di prodotto e di organizzazione.

Perché un’organizzazione funzioni e ottenga i massimi risultati è necessario che tutti coloro che vi lavorano (2, 200, 2.000 o 20.000 unità) si sentano coinvolti e facenti parte di una medesima squadra. Occorre spirito di corpo e volontà comune di dare il massimo, per ottenere il miglior risultato, che è l’espressione dell’impegno di tutti. Ecco perché è necessaria la selezione naturale per capacità ed onestà. Ecco che si rende indispensabile la consapevolezza e la conoscenza di ognuno del progetto cui partecipa.
Ma chi si rende conto di tutto questo? Solo le persone capaci e meritevoli di stare dentro ad un’attività (sociale o professionale) che ha obiettivi lucrativi e non lucrativi.
Fuori i mediocri, dunque! Dentro i bravi. Questo significa abrogare quella parte odiosa dell’articolo 18 che consente il reintegro di un dipendente o dirigente nel posto di lavoro dopo che è stato espulso dallo stesso.
Abbiamo assistito a questioni incredibili: direttori di telegiornali licenziati che il giudice ha rimesso al vecchio posto, operai in malattia che invece manifestavano in città diverse, dipendenti disabili (ciechi) che guidavano l’auto e via elencando. Le distorsioni che comporta quella parte dell’articolo 18, che va abrogata, sono enormi, e, siamo convinti, che il governo Monti la inserirà nel prossimo provvedimento sul lavoro.
 
Tale provvedimento, verosimilmente, si incentrerà sul valore del merito, di modo che possa consentire alle imprese di sostituire un dipendente incapace o sfaticato con un giovane meritevole, che bussa alla porta e non può entrare perchè è vietato fare uscire il dipendente immeritevole.
È questo il meccanismo che ha inceppato il mondo del lavoro in Italia. ed è miracoloso che, ciò nonostante, la disoccupazione sia all’8,9 per cento. Vuol dire che il Paese ha tenuto e dopo questo secondo anno orribile è pronto per ripartire nel 2013. A condizione, bene inteso, che venga esteso in tutti i settori quel valore del merito che tutti vogliono ufficialmente, ma che sotterraneamente respingono.
Qualcuno in mala fede sostiene che il merito non si possa misurare. Mente, perché è, invece, misurabile. Infatti sono i risultati che misurano la capacità di chi lavora, sia nel pubblico che nel privato.

Vi è un altro valore nel mondo del lavoro: la responsabilità. Quest’ultima di solito è legata a chi è meritevole, in quanto è persona coscienziosa. Una cosa di cui non si parla più è la coscienza, ma essa esiste dentro di noi, anche se non tutti la ascoltano.
Non sembri che questa elencazione di valori sia inutile. Tutt’altro. I valori sono la base delle azioni e delle persone, guai a chi non si fa guidare da essi. i fannulloni e gli assenteisti li sconoscono; i bravi e i meritevoli li seguono.
È soprattutto nel settore pubblico che andrebbe effettuata una bonifica approfondita di meccanismi perversi che hanno inquinato il funzionamento di una macchina, che invece dovrebbe essere efficiente e irreprensibile.
Anche nel settore pubblico occorre inserire la porta girevole: fuori i mediocri, fuori gli sfaticati, fuori i raccomandati, dentro i capaci, i bravi e i meritevoli. Se così avvenisse, il numero potrebbe essere ridotto di almeno un terzo e i risultati raddoppierebbero.
È tutto lampante, è tutto noto. Si tratta di avere la volontà e la forza di rendere effettivo questo scenario, ancora sperato ma non realizzato.