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Quotidiano di Sicilia

Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Berlusconi

Mag
29
2012
Massimo D’Alema, allora segretario dei Ds, fu nominato nel 1997 presidente della Commissione Bicamerale per la Riforma delle istituzioni. Pose all’ordine del giorno la sua idea di riforma del sistema costituzionale-elettorale proprio in salsa francese: elezione diretta del presidente della Repubblica, che nomina un primo ministro, ed elezione dei parlamentari in collegi uninominali a doppio turno.
La riforma aveva un triplice obiettivo: consentire agli elettori di scegliere un candidato ben identificato; avere una legislatura sicura, della durata di cinque anni; e permettere agli elettori di eleggere il proprio deputato in collegi relativamente piccoli, in modo che fra le due parti, attiva e passiva, vi fosse una congiunzione ravvicinata.
Naturalmente i partitini e i vecchi democristiani mascherati da nuovi bocciarono la proposta e bocciarono la Bicamerale che, quindi, si sciolse senza aver concluso nulla, ma avendo impiegato molto tempo dei parlamentari, pagati coi soldi dei contribuenti.

Guarda, guarda! In maggio del 2012 Silvio Berlusconi riprende quasi totalmente la Riforma D’Alema e la ripropone pari pari all’attenzione del ceto politico. Anche in questo caso i partitini e gli ex democristiani, come Casini, si sono messi di traverso, insieme a quella parte del Pd che proviene dalla Democrazia cristiana.
Cosicché Bersani è stato costretto a prendere tempo e a non esprimersi. Salvo, furbescamente, dire che questa proposta costituzionale-elettorale è fatta per allungare il brodo e per non fare nessuna riforma.
Quanto al tempo, per le prossime elezioni vi sono 12 mesi pieni. Considerato che le riforme costituzionali abbisognano di doppia lettura con un intervallo minimo di tre mesi, ecco che in sei mesi la riforma D’Alema-Berlusconi potrebbe essere approvata da due dei tre poli che sostengono Monti e da altri partiti minori che non si spaventano dell’elettorato.
Non si era mai verificata, dal dopoguerra, una visione concorde fra due leader di primo piano della destra e della sinistra. Sprecare oggi questa occasione sarebbe un vero peccato e aumenterebbe la fascia dei delusi e degli astensionisti, accrescendo il distacco fra la popolazione e la politica italiana.
 
La legge sui sindaci ha funzionato e funziona. Nei Comuni c’è stabilità e, salvo eccezioni, la consiliatura dura cinque anni. La legge per l’elezione dei presidenti di Regione è invece a turno unico, il che obbliga i cittadini a scegliere immediatamente il cavallo su cui puntare. Sarebbe logico che anche questa fosse trasformata sul modello di quella dei sindaci.
Il sistema elettorale francese, ma anche quello egiziano, prevede l’elezione del sindaco del Paese e consente un’opportuna riflessione all’elettorato fra il primo e il secondo turno. Non si capisce perché bisogna ancora ricorrere alle alchimie democristiane che vogliono, come hanno fatto per quarant’anni, far eleggere i deputati e lasciare agli accordi del caminetto la costituzione di coalizioni e Governi.
Anzi, si capisce benissimo: questo perverso meccanismo, che ha rovinato l’Italia, serve per alimentare la corruzione, il clientelismo e il favoritismo e per mantenere sempre in primo piano gli elefanti che invece dovrebbero recarsi virtualmente al loro cimitero e scomparire definitivamente dalla scena politica.

La questione è tutta qui: voltare pagina e dare ai cittadini l’ultima parola sulla scelta del presidente. Fatto ciò, la riforma costituzionale deve dare maggiori poteri al medesimo, in modo da consentirgli agevolmente di nominare e revocare ministri e, quando lo ritenga opportuno, sciogliere le Camere, come avviene nei sistemi britannico e tedesco.
Il sistema elettorale, da solo, non consente una svolta istituzionale, se non accompagnata da una Riforma costizionale, cioè una struttura che consenta di prendere decisioni ponderate ma rapide e di immettere nel sistema dello Stato ordine ed efficienza.
Monti sta tentando di rivedere tutta la spesa pubblica. Le parole del ministro Piero Giarda sono musica per le nostre orecchie. Ha detto che è sotto osservazione una prima tranche di 100 miliardi, ma si revisionerà, in immediata successione, una fetta più grossa di 300 miliardi. Se Enrico Bondi, mani di forbice, sarà lasciato fare, la revisione della spesa partirà bene. Un modo per avviare la riforma costituzionale elettorale.
Nov
15
2011
E così il Cavaliere ha ammainato la bandiera, rassegnando le dimissioni nelle mani del Capo dello Stato. Si chiude un’era, il berlusconismo, anche se non si sa mai.
Quali le cause dell’uscita di scena di Berlusconi? La prima è da addebitare a lui stesso, quando ha prestato il fianco, con i suoi comportamenti non ortodossi sul piano morale, a critiche della borghesia, del ceto medio (ove si trova la maggior parte dei suoi elettori) e della Chiesa di Roma. Soprattutto, ha stimolato l’attivazione di numerose inchieste giudiziarie che lo hanno screditato, anche perché riprese cospicuamente dalla stampa estera.
Qui si allaccia la seconda causa della caduta di Berlusconi: la finanza internazionale lo ha abbandonato e a essa ha fatto seguito la finanza italiana e tutti i cosiddetti salotti buoni nei quali si trova l’imprenditoria che ha preso a detestarlo. Il crollo del 12% del valore delle azioni di Mediaset costituisce una prova di quanto affermiamo.

Vi è una terza causa che vogliamo sottolineare, e riguarda la sua inazione e il mancato rispetto del contratto con gli italiani, che Berlusconi firmò negli studi di Porta a Porta nel 2001, quando poi vinse le elezioni.
In quel contratto erano indicate alcune riforme fondamentali, delle quali poi nulla fece nel quinquennio in cui ha governato. Gli impegni di quel documento sono stati riportati nel 2008, quando Berlusconi ha vinto le elezioni per la terza volta, ma anche in questo caso, nel triennio successivo, quasi nulla degli impegni fondamentali è stato realizzato.
Monotonamente abbiamo elencato più volte quali fossero - e quali sono - le riforme urgenti che vanno fatte. La quadratura dei conti dello Stato per evitare l’aumento del debito pubblico non s’è mai fatta, c’è voluta la pressione dei mercati e la coercizione dell’Unione europea per costringere la maggioranza, ormai dissolta, a porre in atto misure che portassero in pareggio il bilancio nel 2013.
Misure, peraltro, più nominali che sostanziali, stigmatizzate dagli ispettori della Commissione europea. La stessa ha preteso un elenco di impegni tassativi, cosa che Berlusconi ha fatto, con una lettera inviata a fine ottobre in cui sono indicati anche i tempi di realizzazione.
 
Un’altra riforma a costo zero doveva essere fatta: quella di immettere massicce dosi di concorrenza nel sistema economico italiano. Vera concorrenza tra banche, assicurazioni e petrolieri, che oggi vessano i consumatori. Vera concorrenza negli Ordini professionali, eliminando il numero contingentato di alcuni di essi (fra cui farmacisti e notai) ed eliminando le tariffe obbligatorie. Vera concorrenza nelle concessioni pubbliche, per esempio relativamente a tassisti e gondolieri, e via enumerando.
Berlusconi avrebbe dovuto introdurre il principio della concorrenza anche nei servizi pubblici locali, ove i sindaci si sono inventati migliaia di società per gestire gli stessi in regime di monopolio, quindi a costi nettamente superiori a quelli di mercato, con l’unico scopo di poter inserire dentro migliaia e migliaia di dipendenti raccomandati, migliaia di amministratori provenienti dalle schiere dei politici trombati (e non solo), migliaia di revisori indicati dai partiti e quindi non obiettivi.

Poi, il Cavaliere si è intestardito nel non istituire la Patrimoniale per mobili e immobili posseduti in misura superiore a 10 milioni di euro, che tutta l’imprenditoria gli aveva offerto su un piatto d’argento, con un gettito presunto di oltre 5 miliardi che, con un coup de théâtre avrebbe potuto girare pari pari a tutti quei cittadini che guadagnano 1.300 euro al mese, con consensi per milioni di voti.
Il Nostro non ha tagliato totalmente le pensioni di anzianità, anomalia unica nell’Europa dei 27, insopportabile e intollerabile per gli altri 26 partner. E, infine, non ha fatto il gesto più importante, sul piano isituzionale e su quello dell’esempio: non ha tagliato il 50% del costo della politica, eliminando vitalizi, indennità, gettoni di presenza e ogni altra malefica invenzione a livello di Governo centrale, di Regioni e di Enti locali.
Tante altre cose non ha fatto Berlusconi, in danno dell’intera collettività, al di la degli inutili e perniciosi ideologismi che non si collegano con i fatti.
Per questa sua inazione, la condanna è dovuta ed è giusto che l’Italia, da ora in avanti, faccia a meno del signore di Arcore.
Ott
29
2011
Grande clamore ha accolto la lettera inviata dal governo Berlusconi al presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, e al presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy. Si tratta di una lettera di intenti che di fatto rimodula il programma di Governo, depositato da Berlusconi nella primavera del 2008, quando la crisi era già esistente e quando le disfunzioni strutturali del nostro Paese erano chiarissime.
Non si capisce perchè questa stessa lettera non fu fatta allora e non si capisce perchè in questi tre anni abbondanti gli impegni assunti con la medesima non siano stati realizzati.
Il tempo è scaduto e ora bisogna mettere mano alle riforme indicate nella stessa, che sono ampie, impopolari, ma obbligatorie. L’unica novità della lettera è una sorta di calendario con scadenze indicate che sembrano precise, una sorta di elenco di cambiali che, se non saranno onorate, andranno in protesto con le relative conseguenze.

Se Governo e maggioranza onorassero gli impegni assunti in questa lettera, senza che essa diventi un feticcio, e si arrivasse alla scadenza naturale del 2013, cosa voluta fortemente da tutti i parlamentari peones che sanno di non essere rieletti, Berlusconi avrebbe qualche probabilità di rivincere le elezioni. Anche se sembra molto più probabile che le elezioni vi siano in Primavera 2012, per bloccare il referendum, nonchè per soddisfare i giochi interni di Bossi che sta perdendo il controllo della Lega.
Nessuno sa come andranno le cose, ma è certo che da ora in avanti gli impegni del Governo italiano nei confronti dell’Unione non potranno essere disattesi, come invece disattesi sono stati gli impegni del Governo nei confronti degli italiani.
I mercati sono in prudente attesa. La speculazione è in agguato, pronta a cogliere ogni passo falso (leggasi inadempimenti) del Governo.
L’elemento importante di questo scenario è il cosiddetto piano Eurosud, annunciato da Tremonti, ma non inserito negli impegni, come in secondo piano sono le norme per lo sviluppo. Tutto questo fa capire che ancora prevale la politica dei tagli contro quella della crescita, mentre i tagli dovrebbero essere raccordati alla crescita.
 
La lettera presenta tre buchi, ovvero omissioni gravi. Il primo è rappresentato dalla mancata volontà di istituire la patrimoniale. è incomprensibile il pensiero di Berlusconi. L’imprenditoria ed il patronato gli avevano offerto sul piatto di argento una possibilità unica e cioè la corresponsione di un’imposta leggera sui patrimoni. Un’imposta annuale, quindi stabile, che avrebbe dato un gettito sulle cose.
Se Berlusconi fosse stato intuitivo, avrebbe dovuto cogliere la palla al balzo e trasferire il presunto gettito di circa cinque miliardi a favore dei lavoratori con redditi bassi. Avrebbe acquisito così un consenso di milioni di voti e fatta la bella figura di colui che prende dai ricchi e dà ai poveri. Non ci rendiamo conto come non abbia pensato all’utilità per tutti di una simile operazione.
Il secondo buco, molto vistoso, è quello di non avere assunto alcun impegno per tagliare almeno del 50 per cento tutti i costi della politica. Sarebbe stato un gesto forte, che avrebbe indicato nei vertici istituzionali coloro che per primi fanno sacrifici.

Il terzo buco riguarda le pensioni d’anzianità. Si comprende benissimo che in una coalizione, quando un socio di minoranza ma essenziale punta i piedi, non si può non tenerne conto, pena lo scioglimento della coalizione. Ma anche in questo caso va sottolineato il comportamento furbesco e utilitaristico di Bossi nell’opporsi all’eliminazione di questo privilegio italiano unico in Europa.
Si comprende che il Senatur abbia voluto proteggere pensionandi lombardi, che sono ben il 25 % di tutti coloro che utilizzeranno questo privilegio, mentre i pensionandi delle regioni ove è presente la Lega sono ben il 65 %.
Tuttavia non è politicamente e socialmente corretto che prevalga l’interesse particolare su quello generale. Così com’è accaduto per le quote latte, quando il medesimo Bossi ha continuato a proteggere e continua a proteggere il 10 % degli agricoltori evasori ed irregolari contro ogni regola di equità.
Un ultimo punto va sottolineato: non avere inserito fra gli impegni quello di normare l’obbligo della formulazione del Piano aziendale per ogni ramo della Pa a qualunque livello.
Ott
26
2011
Il presidente del Consiglio, nella sua dichiarazione del 18 ottobre, ha comunicato che il decreto sullo sviluppo sarà rinviato perché non ci sono soldi. Egli mente e dice la verità nello stesso tempo. Dice la verità perché l’ultima manovra (L. 148/11) ha portato i conti in pareggio: tante entrate e tante uscite, compresa quella per gli interessi sul debito sovrano, che ormai viaggiano sugli 80 miliardi di euro. Invece, mente perché fa intendere all’opinione pubblica che non ha risorse per finanziare la crescita.
Certo, se il bilancio dello Stato continua a finanziare tutti i privilegi, innumerevoli volte elencati, è chiaro che non c’è dove prendere i soldi per lo sviluppo. Ma se egli si decidesse, una volta per tutte, a tagliare la dannosa spesa corrente, le risorse sarebbero trovate immediatamente.
La questione è tutta qui: continuare ad alimentare i parassiti che vivono sulla finanza pubblica senza nulla dare in cambio, oppure togliere il sangue a queste arpie e inserirlo nel circuito buono.

La questione è così chiara che solo i finti orbi non vogliono vederla. Dietro a questo comportamento c’è un subdolo e furbo disegno che è quello di proteggere coloro che nella prossima campagna elettorale voterebbero ancora per il Cavaliere perché i loro interessi di Casta sono stati tutelati ampiamente.
Il consenso si può conquistare in due modi opposti. Uno clientelare, accontentando chiunque faccia richieste non confessabili. L’altro, fare un grande disegno strategico di sviluppo, spiegarlo bene ai cittadini, i quali non sono stupidi e comprendono perfettamente che se i sacrifici sono volti a far crescere il Paese, a dare lavoro ai giovani, ad alimentare le casse dello Stato mediante le imposte, le quali poi vengono spese bene, vanno a loro beneficio.
Per scegliere questa seconda strada ci vogliono teste pensanti, capaci di guardare lontano e di tagliare i cordoni asfissianti di tutti coloro che vogliono fare prevalere il loro interesse privato.
La questione più importante è restituire alla pubblica amministrazione italiana e a molte di quelle regionali e comunali i criteri di merito e responsabilità, in modo che essi funzionino bene.
 
Perché funzionino bene occorre che ogni amministrazione rediga il suo Piano aziendale, il quale stabilisca le quattro classiche fasi: programmazione, organizzazione, gestione e controllo, e nel quale siano inseriti tempi, modi, quantità, obiettivi.
Non sappiamo se i dirigenti generali preposti ai dipartimenti e alle direzioni degli enti siano nelle condizioni professionali di stendere il Piano aziendale: lo comprendiamo quando, interrogando qualcuno di essi, ci rispondono che l’ente pubblico non è un’impresa. Si tratta di una risposta non professionale, perché qualunque studente di economia sa che l’impresa stende il Piano industriale, che determina come obiettivo il lucro, mentre l’ente pubblico stende il Piano aziendale, che determina la massimizzazione del rapporto tra costi e benefici. Nel Piano aziendale sono inseriti i requisiti di efficienza, organizzazione, economicità, essenzialità del sistema, produttività e inerenza della spesa.

Come vedete, tutto è estremamente semplice ed estremamente chiaro. Chi non persegue gli obiettivi con capacità non potrà raggiungerli. Chi non vede che ogni attività lavorativa deve produrre valore, è inutile all’ente cui appartiene e a sé stesso, oltre che alla collettività. Berlusconi, con la tiritera che soldi non ce ne sono, inganna i cittadini, l’abbiamo già scritto, mentre ci sarebbe bisogno che egli dicesse con chiarezza quali sono le spese inutili che la prossima legge finanziaria, chiamata legge di stabilità, deve tagliare, senza guardare in faccia nessuno.
La necessità di inserire una patrimoniale leggera, richiesta a gran voce da tutti gli imprenditori, è essenziale, l’eliminazione del privilegio della pensione di anzianità e il taglio di prebende di ogni genere e tipo che il ceto politico statale, regionale e locale percepisce indebitamente, sono conseguenti.
C’è, dunque, ove prendere le risorse. Noi l’abbiamo indicato più volte, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Di sordità si tratta, non di incompetenza, perché siamo convinti che i consiglieri economici del presidente del Consiglio siano capaci. Non sappiamo se siano onesti.
Ott
22
2011
Quando si è ipotizzato di far scendere il livello per le transazioni in contanti a 500 euro, Berlusconi ha detto di no, giustificando con il fatto che questo non è uno Stato di Polizia. Che c’entra questa considerazione con l’abitudine a usare i contanti, spesso per  evitare le imposte e quindi facilitare l’evasione? La deduzione è che a Berlusconi interessano gli evasori, anche quelli piccoli, perchè ognuno di essi esprime un voto, esattamente come chi paga le imposte fino all’ultimo centesimo.
Il nostro è un Popolo di Evasori. Non si giustificherebbe in altro modo l’enorme massa di imposte che non viene pagata e stimata uniformemente in 120 miliardi. Se tutti pagassero le imposte, in modo da annullare tale importo, la pressione fiscale diminuirebbe e l’onesto contribuente pagherebbe di meno. A riguardo, sarebbe opportuno che l’Agenzia delle Entrate rilasciasse i certificati di buona condotta a coloro che fanno il proprio dovere fiscale.

Seppur la legge 241/90 e la legge 133/2008 prevedessero il deposito degli elenchi in ogni Comune con il nome, cognome e reddito complessivo dei cittadini, la volontà pro-evasori di Berlusconi ha fatto annacquare i due provvedimenti, anche se non li ha abrogati, con l’ultima manovra (Legge 148/2011). Essa ha previsto la pubblicazione on line, nei siti dei Comuni, dei dati aggregati, relativi alle dichiarazioni dei redditi, con riferimento a determinate categorie. Tuttavia, anche in questo caso, ha messo un impedimento costituito dall’emissione di un Dpcm, il quale dovrà disciplinarne le modalità.
Anziché andare in favore degli evasori, il Governo avrebbe dovuto consolidare la norma esistente sulla pubblicità dei redditi ed aggiungere la possibilità di inserire nella tessera del codice fiscale, di ognuno di noi, il reddito complessivo degli ultimi tre anni. Questo avrebbe semplificato l’attività di tanti altri settori della Pubblica amministrazione, nell’ erogazione di agevolazioni di varia natura, perchè il rilevamento del reddito attraverso tale tessera, si sarebbe effettuato in tempo reale.
Bisogna scoprire le carte ai falsi moralizzatori e dire, apertis verbis, che l’evasore è disonesto, incivile e asociale.
 
Nei Paesi anglosassoni i cittadini hanno l’orgoglio di dichiarare le imposte che pagano, conseguenti a quanto guadagnano. Ogni cittadino può controllare i redditi dei propri concittadini. Si tratta di una concezione sociale serena. Nessuno pensa che controllare quanto guadagna il vicino comporti un’ingerenza nei fatti altrui, perchè le imposte che paga quello, gli danno il diritto di essere un cittadino.
In Italia, anche ad alti livelli, ci si vanta della furbizia di essere evasori o di fregare lo Stato, come se lo Stato non fossimo noi. Sono proprio coloro che si trovano nei posti di più alta responsabilità che debbono dare l’esempio di correttezza e di onestà fiscale. Come è pensabile che fra cittadini onesti ancora possano circolare le mazzette da 500 euro?
La banalità che si usa dire è anche un’incontrovertibile verità: se tutti pagassero le imposte, chi le paga se le vedrebbe ridotte. Vi è una seconda verità: se le imposte incassate sono ben spese, secondo criteri di essenzialità, efficienza ed organizzazione, si otterrebbero maggiori servizi, di migliore qualità e probabilmente notevoli risparmi.

Sono stati denominati i furbetti del quartierino alcuni arrampicatori sociali ed economici. Che dire dei furbetti dell’evasione che anziché pagare le imposte si comprano ville e barche ed hanno un tenore di vita sproporzionato ai redditi dichiarati? è vero, dal primo luglio è entrata in vigore la norma chiamata spesometro, che consente agli enti accertatori di imputare a reddito, sottoposto ad imposte, quella ricchezza emergente da beni e comportamenti non ragguagliati al reddito complessivo dichiarato.
Ma la questione riguarda i controlli. Non ci sarebbero sufficienti operatori dell’Agenzia delle Entrate nè finanzieri per controllare tutto. Ecco che il controllo dei redditi deve essere affidato ai cittadini: ognuno controlla il proprio vicino. Non si tratta, come stupidamente viene affermato, di delazione, ma di segnalare le anomalie fiscali e sociali al 117 della Guardia di Finanza o di inviare fotografie ed elementi in modo da individuare coloro che predicano bene e razzolano male. Come si vede, c’è un modo per ogni cosa: basta volerlo attuare.
Ott
11
2011
Il decreto sullo sviluppo, indispensabile per l’Italia, slitta ancora fino al 20 di ottobre. Un ritardo deplorevole e dannoso, perché c’è bisogno di una svolta immediata nella conduzione economica del Paese. Il gioco delle tre carte che in atto esiste fra Berlusconi e Tremonti è falso. Secondo autorevoli quotidiani, il presidente del Consiglio vuole risorse per finanziare la crescita e Tremonti non vuole aprire i cordoni della borsa per mantenere inalterati i saldi che condurranno al pareggio di bilancio, nel 2013.
Il problema è falso per la semplice ragione che è impossibile, a questo punto, variare il percorso per la golden rule, mentre servono urgentemente risorse per finanziare i piani di sviluppo, sia di opere pubbliche che di sostegno all’imprenditoria, soprattutto quella che esporta.
Dove prendere tali risorse? La risposta è facile: prenderle dai risparmi sulla spesa corrente. Ma per risparmiare occorre tagliare gli stipendi abnormi ai pubblici dipendenti e tagliare il loro numero. Tagliare le pensioni di anzianità e altri privilegi.

Occorre anche eliminare tutte quelle forme assistenziali che il ceto politico si è autovotato e che è inutile elencare perché sono ben note ai lettori. Occorre tagliare la dotazione del Servizio sanitario, che spende oltre 106 miliardi, procedendo alla sua riorganizzazione che dovrebbe dare efficientamento a un sistema che attualmente non lo possiede, con l’adozione dei costi standard.
Vi sono centinaia di capitoli di spesa corrente, nel bilancio pubblico, che possono essere ridimensionati cospicuamente ottenendo altrettanto cospicuo risparmio. Un Governo fatto di statisti procederebbe senza indugio in questa direzione, recuperando immediatamente tutte le risorse necessarie agli investimenti.
Vi è poi l’altra gamba su cui potrebbe camminare lo sviluppo e cioé quella delle liberalizzazioni. Anche in questo caso un Governo di statisti andrebbe diritto allo scopo, senza preoccuparsi delle lamentele di questa o quella categoria. Il primo provvedimento dovrebbe essere quello di eliminare il monopolio dei servizi delle società locali, create appositamente da Regioni e Comuni per metterci dentro tutti i propri raccomandati, alias galoppini elettorali.
 
Anche da questo taglio vi sarebbero cospicui risparmi, che potrebbero essere girati a investimenti, soprattutto in opere pubbliche, delle quali il Paese ha una fame atavica.
Come vedete, la questione è semplice. Fa specie che i grandi quotidiani e tanti giornalisti competenti non facciano trapelare questa fotografia lampante e si trastullino alimentando il diverbio tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, senza individuare la causa di questo scontro. Il primo non vuole scontentare le fameliche corporazioni, il secondo non può aprire i cordoni della borsa, ma potrebbe girare i risparmi della spesa corrente in investimenti, sol che Berlusconi avesse il coraggio di tagliare i privilegi delle diverse Caste.
Non sappiamo cosa il Governo porterà all’attenzione dell’opinione pubblica il 20 ottobre prossimo, ma abbiamo l’impressione che non avrà il coraggio di fare barba e capelli a quelli che stanno bene e che non hanno alcuna intenzione di fare sacrifici come li sta facendo tre quarti della popolazione.

Sembra incredibile che una questione così elementare non venga all’attenzione per quella che è. Così non si informa l’opinione pubblica, così non si procede verso l’essenziale aumento della ricchezza, cioè del Pil. Quest’ultimo rimarrà inchiodato sullo 0,2 o 0,3 per cento nel 2012, a bocce ferme. Mentre un cambio di passo in questi ultimi due mesi potrebbe costituire un’efficace premessa per portarlo sopra l’1 per cento.
Certo, occorrerebbero Governo e maggioranza molto forti per resistere alle reazioni della piazza, ove vanno quelli che stanno bene, non quelli che stanno male, perché purtroppo il ceto medio e quello più debole non riescono ad avere voce. Nelle manifestazioni, infatti, vediamo solamente organizzazioni di questo o di quel colore i cui rappresentanti parlano con la testa degli altri, dopo aver imparato a memoria slogan e argomenti che nulla hanno a che fare con la realtà.
La democrazia è meravigliosa perché consente anche queste inutili manifestazioni, ma la classe dirigente ha il compito di governare nell’interesse di tutti.
Ott
04
2011
Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è diventato l’oracolo dell’Italia. Non è una connotazione negativa. Tuttavia, dobbiamo sottolineare che la sua funzione di indirizzo morale si è trasformata in funzione di indirizzo materiale. Prova ne è che fonti bene informate comunicano l’accordo fra Trichet, Draghi e lo stesso Napolitano relativo al contenuto della famosa lettera del 5 agosto 2011 che la Banca centrale europea ha mandato al Governo italiano.
Solo gli incompetenti possono dire che questa lettera ha commissariato l’Italia. Si tratta di ben altro. La Banca europea si comporta come qualunque altra banca, seppure sovranazionale. Deve erogare un credito e  vuole avere impegni precisi dal debitore cui deve erogarlo. Non è che la Bce abbia detto al Governo italiano cosa dovesse fare, ma più semplicemente che se voleva credito sotto forma di acquisto dei Buoni del Tesoro dovevano essere date garanzie precise. E così è stato.

La Bce non ha detto in profondità quali dovessero essere gli atti del Governo italiano, come invece ha fatto con il Governo greco, ma che dovesse essere raggiunto il pareggio di bilancio nel 2013, lasciando ampia facoltà fra il taglio di spese e l’aumento di tasse. È stata una improvvida responsabilità del Governo Berlusconi quella di avere scelto la strada di aumentare la pressione fiscale per due terzi della Manovra e con solo un terzo di tagli. Fra i tagli, stona fortemente l’omissione di quelli relativi alla Casta della politica.
Anche su questo versante, a nostro avviso, il Presidente Napolitano ha cercato di fare di tutta l’erba un fascio. Chi come noi da trent’anni evidenzia i privilegi e gli interessi privati di una parte del ceto politico e di quello burocratico non ha mai fatto antipolitica.
L’appello di Diego Della Valle, il patron di Tod’s, è pienamente da sottoscrivere. Anche in questo caso non si tratta di antipolitica, ma al contrario vi è una precisa richiesta di fare finalmente politica alta, cioè di prendere decisioni immediate nell’interesse di tutti i cittadini, tagliando gli interessi particolari delle varie Caste. è troppo comodo rifugiarsi nell’antipolitica quando si chiede l’eliminazione dei privilegi.
 
Il referendum contro la legge elettorale porcata è sacrosanto e legittimo. Noi siamo vecchi referendari, a partire dagli anni ‘70, ‘80 e ‘90, quando abbiamo sostenuto con forza tutti i referendum perché sono la più alta espressione della democrazia. è vero, essi sono imperfetti, perché hanno la funzione di taglio e cucito di norme esistenti.
Spesso accade che da questa operazione sartoriale non rimanga un testo ordinato, però, dato che il meglio è nemico del buono, riteniamo indispensabile chiamare il popolo ad esprimersi al di sopra del volere del Parlamento ove, ricordiamo, sono radunati dei mandatari, cioè coloro che ricevono un incarico e che poi debbono espletarlo nell’interesse del mandante, cioè del popolo medesimo.
Verosimilmente questo referendum passerà il vaglio della Cassazione che è limitato alla validità delle schede sottoscritte, superiori a 500 mila. Poi passerà al vaglio della Consulta che, altrettanto verosimilmente, darà via liberà.

Cosicchè, fra il 15 aprile e il 15 giugno del 2012, il referendum si farà. A meno che questa maggioranza non restituisca il mandato al Capo dello Stato il quale, dopo consultazione, non troverà altra maggioranza nelle Camere, per cui le scioglierà.
Oppure, il Parlamento approverà una legge elettorale sostitutiva di quella esistente, ma sempre nella direzione voluta dai referendari. Sia come sia, non è più accettabile avere Camere ove risiedono i Nominati e non gli Eletti. Anche se potrebbe essere probabile che con un atto di disperazione l’attuale maggioranza, pur di non fare svolgere il referendum con relativa modifica della legge elettorale, chiedesse le elezioni anticipate con questo porcellum. Tutto ciò mentre l’Italia si è fermata con una crescita misera, prevista nella misura dello 0,2 per cento, mentre gli Usa viaggiano verso il 2 per cento e la Germania verso il 3 per cento.
C’è di che arrossire profondamente, ma il nostro ceto politico non arrossisce per niente. Altro che antipolitica. Bisogna abbattere i politicanti, mostri partoriti dalla partitocrazia.
Giu
30
2011
L’ennesima fiducia al Governo di martedì 21 giugno ha toccato il record di voti con la maggioranza assoluta dei membri della Camera e cioè 317. Hai voglia a dire che la maggioranza parlamentare non trova riscontro nella maggioranza del Paese, sostenendo che i referendum siano stati una cartina di tornasole in questo senso. L’esperienza insegna che le elezioni politiche sono ben altra cosa rispetto a tutte le competizioni in cui è chiamato il popolo a decidere.
Sosteniamo da mesi, e per ultimo nella trasmissione di Sky Tg 24 Seven del 3 giugno, che il vento sia cambiato, non tanto per l’insufficienza di governo e maggioranza, che c’è, quanto perché, mediamente ogni tre lustri, gli umori dell’elettorato cambiano. E tre lustri sono passati abbondantemente dall’avvento di Berlusconi (1994).
Tuttavia, la Costituzione italiana prevede un regime parlamentare. Ciò significa che è il Parlamento sovrano a decidere chi debba governare, mentre al capo dello Stato non resta che la funzione notarile di accertare se nello stesso Parlamento vi sia una maggioranza diversa. In caso contrario, scioglie le Camere. 

Proprio perché la Repubblica italiana è fondata sul Parlamento, risulta del tutto infondata la recriminazione di chi parla di deputati e senatori come voltagabbana quando cambiano partito. Costoro sono in malafede o ignoranti perché dovrebbero conoscere l’articolo 67 della Costituzione, il quale recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Dopo il 21 giugno, c’è una solida maggioranza alla Camera e al Senato e, quindi, dalla valutazione istituzionale ora si deve passare a quella politica, constatando se il governo espresso da tale maggioranza sia in condizione, nel prossimo biennio, di recuperare il tempo perduto e fare quanto non ha fatto, per mettere in moto l’economia italiana, partendo dal Sud e non dal Nord, in modo da trasformarlo in un motore formidabile.
Tutto ciò ovviamente tenendo inchiodati i conti pubblici, passando dal taglio della spesa corrente per girare in parte le risorse recuperate agli investimenti.
 
Vi è poi la questione della riforma fiscale. Essa è indispensabile, ma senza variare la pressione, perché è più urgente procedere a decurtare il debito sovrano che corre pericolosamente verso i 2.000 miliardi di euro. All’interno della invarianza della pressione fiscale, però, alcune manovre sono doverose, a partire dallo spostamento delle entrate dalle persone alle cose; per seguire con l’aumento della ritenuta sulle cedole, dal 12,5 al 20 per cento ed il taglio dell’Irap compensato dalla eliminazione di quella miriade di agevolazioni e detrazioni non più utili all’interesse generale.
Dunque, una Nuova maggioranza a quattro zampe ha avuto la fiducia. Perché quattro zampe? Perché è composta da Pdl, Lega, Ir e FdS. Pdl e Iniziativa responsabile stanno al centro, mentre all’ala Nord c’è la Lega e all’ala Sud l’appena nato Forza del Sud. Non si può dire che così la maggioranza sia bilanciata perché il partito di Bossi pesa di gran lunga di più del partito di Micciché. Tuttavia se quest’ultimo mette in atto un programma serio di pochi punti può tentare di bilanciare nel tempo la Lega Nord.

Quali i pochi punti? Eccoveli in sintesi: il primo, presentare ai cittadini meridionali un progetto di buona e sana amministrazione degli enti locali, in modo che essi capiscano se i sindaci che hanno eletto siano meritevoli della loro fiducia o debbano essere cacciati. Il progetto deve basarsi sulla capacità dei Primi cittadini di aumentare le loro entrate lottando contro gli evasori e contro i morosi, scoprendo gli abusivi (case fantasma, poster ed altri cespiti che sfuggono al controllo). Nel versante delle uscite, tagliare la spesa corrente e fare in modo che la spesa per il personale non sia superiore al 40% del Bilancio (L. 122/10).
Il secondo punto è quello di razionalizzare e far funzionare bene le macchine burocratiche delle otto regioni del Sud con gli stessi criteri già accennati. Le Regioni funzionanti possono spendere tutte le risorse europee a disposizione che sono veramente notevoli. Terzo, attrarre le massime risorse dallo Stato per aprire i cantieri in tutto il territorio con la creazione di decine di migliaia di posti di lavoro.
Giu
21
2011
Barack Obama si è complimentato con Sergio Marchionne, il manager abruzzo-canadese, relativamente alla rinascita della Chrysler: “Scommessa vinta, sono fiero di voi”. Per conseguenza, dopo avere incassato i sette miliardi di prestiti prima del tempo, ha consentito all’erario statunitense di cedere al gruppo italo-americano il 6% della casa americana, cosicché esso è salito al 52%, quota di controllo. Marchionne, però, sta trattando l’acquisto di un altro 1,7% di azioni che detiene il governo canadese, mentre il resto sarà quotato in borsa nel 2012.
Dunque, la strategia del Ceo di Fiat e Chrysler è risultata vincente. In America, la Chrysler ha assunto decine di migliaia di dipendenti e ha in programma di assumerne ancora tanti. Non si capisce perché quello che vale in Usa non valga in Italia, ove invece una parte del sindacato retrogrado (Cgil) continua a mettere le barricate ai progetti di sviluppo e, anzi, fa causa alla Fiat, che però ha trovato alleati gli altri tre grandi sindacati (Cisl, Uil e Ugl) che resistono nella predetta causa. 

Il modello Marchionne non è originale, ma fa riferimento ai grandi maestri dell’organizzazione, primo fra i quali Peter Drucker (Vienna, 1909 - Claremont, 2005) e si basa su business plan strategici che si suddividono in piani sezionali: economici, finanziari, produttivi, amministrativi e via elencando.
Un modello vincente che dovrebbe essere preso ad esempio da chiunque, non solo nel settore privato ma anche in quello pubblico. Per cui, senza esitazione, diciamo che il modello Marchionne andrebbe applicato alle pubbliche amministrazioni, statale, regionali e locali. Esso si basa su tre fattori indiscutibili: il merito, la competitività, i controlli esterni. A monte dei quali ci dovrebbe essere un’inversione dell’atteggiamento, in modo che si pensi al servizio pubblico come un dovere e non alla sua utilizzazione per fini privati e disonesti.
L’indifferenza, la vacuità, la superficialità, la banalità e la moralità di una parte del ceto politico fanno più paura della disonestà perché è meglio avere a che fare con un diavolo intelligente che con uno stupido incapace. Quello che conta è il raggiungimento dei risultati non le chiacchiere vuote adatte ai cretini di cui la madre è sempre gravida.
 
Una vecchia battuta del 1960, che ripeteva Ugo Tognazzi, era: “Se i dipendenti pubblici lavorando cantassero, misericordia che silenzio”. E qualche perfido aggiungeva: “Ma poi si sono accorti quanto è faticoso cantare”. Dunque, la questione del pubblico impiego non è dei nostri giorni, però oggi è peggiorata sensibilmente perché si è diffusa la convinzione che il posto di lavoro pubblico abbia come obiettivo il percepire uno stipendio e non che esso sia un compenso per un proficuo lavoro svolto.
Le profonde colpe dei governi di centrosinistra e di centrodestra riguardano l’incapacità di abbattere la resistenza corporativa dei pubblici dipendenti e trasformare un corpo parassita in un corpo propulsivo. Si badi, non bisognerebbe ricorrere all’esterno di esso. Basterebbe valorizzare quella parte di pubblici impiegati bravi, onesti e corretti che oggi sono messi in naftalina appunto perché lavorano in base al merito e non in base agli interessi privati ed alla corruzione.

Se Berlusconi vuole sopravvivere fino al 2013 e, anzi, presentarsi come possibile candidato ad una prosecuzione della sua attività nella nuova legislatura, deve aver il coraggio di fare questa riforma che non è esaustiva. Deve inoltre mettere mani alla legge obiettivo (443/01), tagliare sprechi, sperperi e privilegi, preparare la riforma costituzionale da sottoporre a referendum confermativo popolare (di cui all’articolo 138 della Costituzione) e completare il federalismo, per costringere Regioni ed enti locali, attualmente viziosi, a diventare virtuosi, chiusi in quella camicia di forza che è portata dai costi standard.
Deve, poi, attivare un’Autorità che indaghi, indipendentemente dalle Procure, sulla corruzione nella Cosa pubblica, statale, regionale e locale. Un’Autorità che abbia corrispondenza in tutte e venti regioni e in tutti gli 8.091 comuni. Deve far approvare l’apposita legge anticorruzione per troppo tempo chiusa nei cassetti delle Camere. Infine, combattere l’evasione rendendo pubbliche le dichiarazioni dei redditi coperte in atto da un complice silenzio che protegge i disonesti che non pagano le imposte.
Giu
15
2011
Il 2011 prevede un incremento del Pil, nel Nord-Est, del 2,1%, mentre il Sud rimane quasi fermo (0,2%). Cosicché, la media nazionale dell’incremento del Pil, se tutto va bene, sarà dell’1%, all’incirca 15 miliardi. La Sicilia, anch’essa, avrà un incremento del Pil inferiore a quello della media nazionale, forse vicino allo zero. Un trionfo per chi ha avuto responsabilità, in questi ultimi anni, di guidare la macchina regionale.
Per favore, non ci venite a parlare della crisi del 2008, che in Sicilia non ha avuto alcun effetto dal momento che la nostra Isola era già abbondantemente in crisi.
In questi tre anni non sono stati aperti i cantieri delle opere pubbliche, anzi sono crollati gli appalti; non è stato fatto un progetto che mettesse a profitto i beni naturali e culturali; non è stato tracciato né realizzato un progetto per l’incremento del turismo, con il vergognoso risultato di avere meno presenze della piccola isola di Malta; non è stato progettato e realizzato un disegno per l’energia alternativa (vegetale e solare). In compenso, si è discusso del dannosissimo rigassificatore di Priolo, ove si è verificato un piccolo disastro ambientale, e sono stati mantenuti incolti 4 mila chilometri quadrati di territorio.

Quanto precede, pur avendo abbondanza di risorse finanziarie, nonostante le menzogne che vengono dette. Vi spieghiamo perché: nel settennio 2007-2013 sono a disposizione della Regione ben 18 miliardi di euro, tra fondi europei, statali e regionali. La Regione si è occupata, dissennatamente, di aumentare la spesa corrente: assumendo personale, finanziando l’inutile formazione professionale che ha funzione clientelare, corrispondendo decine di milioni di contributi a destra e a manca, mantenendo gli stipendi dei propri dipendenti e pensionati a un livello nettamente superiore degli statali, e via enumerando. Per cui, non sono rimasti nemmeno gli occhi per piangere, ovvero le risorse per co-finanziare le opere.
Un risultato eclatante: pagare stipendi, indennità e aumento della dannosa spesa corrente è stata la politica di questo Governo, contraria all’interesse dei siciliani che era quello di aprire i cantieri. Un comportamento deleterio che stiamo scontando duramente e che sconteranno le future generazioni.
 
Se Atene piange, Sparta non ride. Il Divino Giulio numero due (il primo era Andreotti) è messo in croce da Berlusconi e Bossi che gli chiedono di abbassare le aliquote. Giornalisti incompetenti trascrivono questo principio, mentre dovrebbero spiegare all’opinione pubblica che i due non chiedono al ministro delle Finanze di abbassare la pressione fiscale, impossibile per l’obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014, bensì di trasferire il peso fiscale dalle imposte dirette (persone) a quelle indirette (cose).
In effetti, vi sono tanti prodotti su cui l’Iva grava per il 4% e il 10%, mentre in Europa per gli stessi l’Iva è al 6% e all’11%. In alcuni Paesi d’Europa è prevista l’aliquota del 21%, per cui aumentare la nostra di un punto non sarebbe una distorsione. Il trasferimento delle imposte dirette all’Iva potrebbe aumentare la no tax area, cioè la fascia non tassata, e diminuire le aliquote sulle fasce più basse di reddito a invarianza della pressione fiscale.
Per quanto riguarda le imprese, il guaio non sono le aliquote Ires e Irap, sopportabili, ma le numerose e vessatorie cosiddette riprese fiscali, che fanno pagare le imposte anche alle imprese in perdita.

La parte più dolente della manovra, che Tremonti si appresta a varare entro questo mese mediante il solito Decreto - che verrà trasformato in Legge in agosto, quando l’attenzione si addormenterà - riguarda i tagli alle spese, per circa 5/7 miliardi che influenzano quest’anno e circa 35/40 miliardi che influenzeranno il 2012.
Tremonti non ha alcuna scelta perché ha l’obbligo di stare entro il Patto di stabilità. Se non lo facesse non arriverebbe al pareggio di bilancio entro il 2014, col che scatterebbe una pesantissima sanzione finanziaria nell’ordine di un punto del Pil.
Il seguace di Quintino Sella non deve, però, tagliare le spese destinate agli investimenti, bensì i numerosissimi sprechi relativi al ceto politico, alla Pubblica amministrazione e alle nutritissime agevolazioni di cui si rimpinzano privilegiati e corporazioni, la cui voracità non ha alcun limite.
Giu
14
2011
Com’era prevedibile i quattro referendum sono passati positivamente, secondo i promotori. Si è ripetuta l’ondata emotiva del 1987 quando quel referendum abolì la possibilità di utilizzare l’energia nucleare, col risultato che l’Italia in questi 24 anni ha subito un maggior costo di energia per ben 192 miliardi (8 miliardi per anno). Nello stesso periodo nessun governo democristianocentrico o di Centro-destra o di Centro-sinistra ha messo sul campo un piano energetico per ridurre di un terzo il relativo costo in capo ad imprese e cittadini. Il secondo danno che ha procurato il referendum riguarda la questione dei servizi pubblici locali, perchè vogliamo ricordare che le leggi abrogate non riguardavano solo il servizio idrico, ma anche altri.
In breve, cosa ha deciso il popolo sovrano, bue ed ignorante, opportunamente disinformato da gente che vuole continuare a mangiare nella greppia pubblica; ha deciso che i servizi pubblici locali debbano essere gestiti da società-figlie degli enti locali alle quali gli stessi affidano in concessione diretta i medesimi.

Ho contribuito alla vittoria dei Sì andando a votare quattro No, perchè ritengo un dovere democratico partecipare ad ogni competizione elettorale, anche se i padri costituenti, all’articolo 75, hanno inserito l’opzione dell’astensione oltre a quella di votare Sì o No. Perciò, opino
Dare in concessione diretta i servizi pubblici locali significa evitare gli esami del mercato che si fanno attraverso le gare pubbliche; significa che tali servizi così gestiti possono costare qualunque prezzo per i cittadini e possono essere inefficienti in tutto o in parte, perchè nessuno ha il controllo del conto economico, in quanto non vi è l’obbligo di stendere a monte il piano aziendale.
Nel panorama italiano, oltre ai circa 3,3 milioni di dipendenti pubblici ve ne sono forse altrettanti parapubblici, cioè dipendenti delle società costituite ad hoc da Stato, Regioni ed Enti locali. Tali società hanno lo scopo di dare sfogo al più becero clientelismo perché possono entrare i raccomandati, i clienti e tanti altri che gravitano come parassiti nelle segreterie degli uomini politici. La giurisprudenza (vedi in particolare la sentenza n. 72/09 Corte dei Conti Puglia, sezione di controllo) ha affermato la pariteticità fra enti pubblici e società pubbliche-figlie, per cui l’assunzione deve passare attraverso i concorsi.
 
I responsabili istituzionali a tutti i livelli hanno fatto orecchie da mercante e continuano ad assumere nelle Spa pubbliche, senza concorsi. E continuano a sforare i bilanci, tanto poi l’ente-mamma ripiana le perdite.
Ritornando al referendum, i promotori hanno dimenticato che esistono due norme: una europea e una nazionale. La prima (art. 106 Trattato Ue) stabilisce in modo inderogabile che le imprese che gestiscono servizi di interesse economico generale devono rispettare le regole di concorrenza. Quella nazionale (L. 133 del 2008) conferma la norma europea e consente la deroga in pochissimi ed eccezionali casi.
Dal che consegue che permane il divieto per gli enti pubblici di affidare in concessione diretta, senza gara, i servizi di loro competenza, mentre,  sempre secondo le norme europee e il codice degli appalti, possono partecipare alle gare le società di diritto privato, indipendentemente dal fatto che il loro capitale sia in mano pubblica o privata.

Dunque, lo Stato ha organizzato un referendum inutile, per quanto concerne i due quesiti relativi al servizio idrico, perché la situazione non cambia. Anzi, si presenta l’occasione per questo Governo di regolare meglio tutta la materia con una legge quadro che recepisca in toto la normativa europea e che costringa, di conseguenza, a mettere in gara i servizi pubblici locali ed anche quelli statali.
Il nostro Paese, fatto di corporazioni di privilegiati e di parassiti, non ne può più di vedere un continuo arretramento competitivo del sistema Italia perché la voracità del ceto politico e di quello amministrativo pubblico è aumentata a dismisura, divora risorse, mentre i cittadini stanno male.
Tremonti dice che non ha denaro per fare la riforma fiscale. Mente, la riforma fiscale si può fare a saldi invariati. E mente perchè sa benissimo che può recuperare le risorse tagliando le rendite di posizione sotto forma di agevolazioni indebite ed inutili.
Sia serio ed operi bene, anzicché pontificare.
Giu
01
2011
I commentatori politici sono tutti d’accordo: Berlusconi ha subìto una sberla, un cazzotto, una legnata, per la sua dissennata conduzione di questa campagna elettorale, nella quale, pur trattandosi di consultazione amministrativa, ha voluto scriteriatamente inserire argomenti nazionali, e, in primis, la riforma della giustizia.
Ma, a nostro avviso, il cambio dell’umore dell’elettorato, seppure inferiore a un terzo del totale, è fisiologico dopo 17 anni di berlusconismo, comunque presente anche quando ha governato il Centrosinistra. Si tratta della conseguenza di una inesistente organizzazione del Pdl, composto da correnti, interessi locali e corporazioni come accadeva ai tempi delle correnti democristiane che hanno affossato la balena bianca nel 1992.
Berlusconi è sceso in campo, avrebbe dovuto dire salito in campo,  per dare una svolta alla politica italiana, oppure, secondo i suoi detrattori, per difendersi dai processi intentati da diverse procure e incardinati in più stadi di giudizio. Che non sia stato mai condannato è un fatto, però si sottace che un gran numero di volte i processi si sono esauriti per prescrizione e non per  assoluzioni.

A ben vedere, il successo di Giuliano Pisapia, a Milano, è una reazione di disgusto dell’elettorato di Centrodestra nei confronto della Moratti e del suo sistema di potere che ha favorito l’oligarchia degli immobiliaristi, che hanno cominciato a inondare Milano di cemento.
Non sappiamo come si svilupperà l’azione per la costruzione di manufatti e opere pubbliche entro febbraio 2015, quando dovrà essere inaugurata, per 6 mesi, l’Expo internazionale. Infatti, per ora, la Moratti resta commissario straordinario per quell’evento e se non dovesse essere sostituita da questo governo, dovrà convivere col nuovo sindaco, vendoliano, espressione della Sel, Sinistra ecologia e libertà.
Bisognerà vedere come egli concilierà i principi dell’estrema sinistra che prevedono l’espansione della mano pubblica col Patto di stabilità europeo del 25 marzo, che prevede un taglio della spesa pubblica. Se Pisapia sceglierà come city manager Marco Vitale, economista di alto livello e spesso nostro collaboratore, darà una svolta decisiva alla città.
 
A Napoli, c’è stato il fenomeno Luigi De Magistris, un magistrato in aspettativa che è diventato a furor di popolo, col 65% di preferenze, sindaco della città partenopea.
De Magistris è assurto all’onore della cronaca, per le sue inchieste sui potenti. Anche in questo caso si tratterà di vedere se egli saprà essere un buon amministratore, redigendo un Piano aziendale del Comune, che consenta di rimettere ordine in quel bilancio e, soprattutto, di rendere funzionante il sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti. Napoli deve cedere il triste primato di città-spazzatura che Bassolino e Iervolino hanno conseguito con la loro inettitudine e incapacità di agire.
Questo è il vero spettro per De Magistris: l’uno e l’altra hanno fatto votare per lui e, non vi è dubbio che anche parte della criminalità organizzata abbia influito sul risultato, come avrebbe influito sull’altro candidato. Nascondere questo dato è fuori di luogo.
Tuttavia, se saprà essere integerrimo come magistrato e bravo come amministratore, entro fine anno a Napoli potrà aversi una scossa decisiva per tentare di riportare la città ai fulgori del periodo borbonico.

Berlusconi deve decidere se dare una svolta alla sua azione o intraprendere la strada del declino definitivo. Continuando come ha fatto, sarà quest’ultimo il suo destino. Invece, se varerà un progetto di sviluppo fondato sulle opere pubbliche e sugli investimenti, se costringerà le regioni del Sud a utilizzare tutte le risorse europee, se darà un taglio decisivo ai privilegi del ceto politico e amministrativo, se fracasserà monopoli e corporazioni, si potrà presentare onorevolmente, alla prossima scadenza di giugno 2013.
Tremonti sta preparando la manovra di agosto. Dovrà tagliare 40 miliardi ma, se continuasse nella sua azione dissennata di tagliare gli investimenti, accrescerebbe la depressione economica. è avvisato.
Un’ultima annotazione riguarda la Sicilia: è il successo di Nello Dipasquale, sindaco di Ragusa, premiato per essere stato fattivo e concreto come lo sarà, crediamo, nel secondo mandato.
Mag
18
2011
Dopo la miriade di valutazioni tentiamo di rappresentare, in modo obiettivo, il primo turno delle amministrative di mezzo termine che, solitamente, sono contrarie alla compagine governativa (come accaduto negli Stati Uniti a Obama).
Al di la di questo dato statistico, si consolida l’inequivocabile vittoria dell’astensione, formata dagli elettori disgustati da questo ceto politico e amministrativo, che per tale motivo  non vanno più a votare.
L’altra vittoria viene assegnata alla protesta, per cui il Movimento a cinque stelle di Grillo ha riportato vistosi risultati: quasi il 10 per cento a Bologna e quasi il 5 per cento a Milano, Napoli e Torino. La gente non ne può più di questo sistema istituzionale che tradisce la Costituzione e gli interessi del Popolo italiano.
Nelle ripetute e stucchevoli celebrazioni dell’Unità d’Italia, poco è stato detto degli interessi dei cittadini e della prevalenza del favore sul servizio, salvo sfumate parole che non corrispondono alle aspettative degli elettori.

Torino e Bologna sono due città tradizionalmente rosse. Nel capoluogo piemontese vi è stata un’eccellente amministrazione del sindaco uscente, Sergio Chiamparino, il cui risultato è stato raccolto da quell’onest’uomo, ex comunista, che è grissino, Piero Fassino.
A Bologna, dopo lo scandalo Del Bono, il Partito democratico ha vinto con poco più del 50 per cento, ma ricordiamo che nella città felsinea il consenso di quel partito, fin dai tempi in cui si chiamava comunista, era superiore ai due terzi.
A Napoli, vi è stata la giusta punizione per i 18 anni di pessima amministrazione condotta prima da Bassolino e poi da Iervolino. Quei cittadini non ne possono più di vedere l’enorme quantità di spazzatura per le strade e di essere considerati africani del Maghreb, dall’Europa e dal mondo intero. Gli elettori del Pd hanno virato in massa per l’ex magistrato Luigi De Magistris, che ha raccolto un insperato quarto dei voti.
A Milano, infine, la sorpresa Giuliano Pisapia non è tanto sorpresa perché egli ha ottenuto tutti i voti del precedente candidato cinque anni fa. Pisapia è un uomo di legge, rispettabile e garantista. Tuttavia, proviene da un passato di militanza nella sinistra radicale.
 
Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, sostiene che la decapitazione del consenso al Pdl meneghino sia un evidente segnale di avvertimento piuttosto che una volontà politica, tanto che, ritiene, in occasione del ballottaggio del 29 e 30 maggio gli elettori del Pdl riverseranno in massa i loro suffraggi sulla Moratti che, quindi, vincerà. Ipotesi azzardata o veritiera? Aspettiamo il 30 maggio.
Sulla Moratti non possiamo celare la nostra valutazione di figura scialba e non carismatica, che ha condotto nella città della Madonnina un’attività di discreta amministrazione ma senza un’alta iniziativa di sviluppo. Lo stesso progetto dell’Expo 2015 è rimasto inattivo. Vi sono poi beghe di varia natura relative al Piano regolatore e alla spinta forte degli immobiliaristi che vogliono scaricare su Milano cemento a go-go.
Lo stesso Berlusconi ha commesso l’errore (è strano per un bravo comunicatore come lui) di scegliere toni accesi e argomenti estremisti, evidentemente non graditi ai suoi elettori che gli hanno più che dimezzato il consenso, facendolo passare dai 53 mila voti di preferenza del 2006 ai circa 20 mila raccolti nei giorni scorsi.

Se questa classe politica continuerà a restare sorda alla protesta - gigantesca per l’Italia - degli elettori, si perderà. Questo non sarebbe un male. Male sarebbe se con essa si perdessero pure gli italiani.
I pessimi governi di Prodi (2006/08) e di Berlusconi (2008/11) hanno fatto emergere la pochezza del ceto politico, incapace di seguire una linea di alto profilo istituzionale basata su sviluppo e lavoro, attenta invece a tutte le baruffe di cortile e agli interessi particolari di questa o quella corporazione, di questo o quel personaggio.
C’è stata la crisi del 2008, dice qualcuno a scarico delle responsabilità di Berlusconi. Vero. Ma è anche vero che gli Stati Uniti hanno rimontato con vigore e marciano a un ritmo di sviluppo del 3,2 per cento, la Germania al 4,8, Francia e Spagna a oltre il 2 per cento. L’Italia alla metà.
Bravi, bis.
Mag
12
2011
Domani, il presidente del Consiglio Berlusconi chiuderà la campagna elettorale, a Napoli, per tentare di spingere il suo candidato Gianni Lettieri verso lo scranno di primo cittadino della città partenopea.
Parlare a un pubblico di elettori con le strade piene di migliaia di tonnellate di spazzatura è controproducente, perché essi sono colpiti direttamente da odori nauseabondi, carreggiate di strade occupate, pericolo di malattie e via seguendo.
Per la terza volta, Berlusconi ha disposto l’invio dell’esercito che, con centinaia di uomini e adeguati mezzi meccanici, pulirà la città per evitare quell’aspetto psicologico prima accennato. Naturalmente, tale intervento avrà un costo che pagheranno tutti i contribuenti italiani e non quelli di Napoli, beneficiati direttamente.
Se la comunità partenopea avesse un senso sociale, si dovrebbe ribellare, anzi si sarebbe dovuta ribellare, di fronte a un disservizio che dura ormai da diciotto anni. Tale disservizio è stato chiamato emergenza, ma non si può definire tale una situazione che dura tanto tempo.

Napoli è la Campania, perché la metà della popolazione vi risiede. Ma vi sono altre province che, invece, funzionano bene, come quella di Salerno.
L’altra grande emergenza è relativa alla sanità che ha accumulato in questi decenni sei miliardi di euro di deficit, una vera e propria follia. Solo l’Asl di Napoli Uno ha un debito di 450 milioni di euro.
Cosa c’è dietro alle due emergenze, rifiuti e sanità? Lobbies affaristiche abituate al magna magna, lobbies camorristiche che introitano dalle emergenze le risorse pubbliche, impedendo la normalizzazione dei servizi. Mantenere l’emergenza serve, perché evita di bandire gare d’appalto per cui i vari commissari straordinari ricorrono agli amici, pagando qualsiasi prezzo per i servizi richiesti, nettamente superiore a quello di mercato. Dalla differenza tra il prezzo di mercato e quello pagato, scaturiscono mazzette e illeciti profitti che arricchiscono le organizzazioni malavitose e affaristiche.
Tutta l’Europa compiange l’Italia per questi due disastri campani che non sono i soli.
 
Anche il Lazio ha un buco di miliardi nella sanità. La Calabria ha un deficit certificato di un miliardo, la Sicilia di 694 milioni per l’anno corrente dopo avere accumulato debiti per 2,6 miliardi. Qui, da noi, il Piano regionale dei rifiuti stenta a decollare, anzi è oggetto di scontro tra il presidente Lombardo e il ministro Prestigiacomo. Non tanto per l’oggetto, quanto per le posizioni politiche divergenti fra i due. Una bega da cortile che danneggia i siciliani.
Ma torniamo a Napoli. Bassolino è stato sindaco e presidente della Regione per tre lustri, da dieci anni è sindaco Rosa Russo Jervolino, entrambi espressione del centrosinistra. Ma questo non vuol dire niente, perché Stefano Caldoro, presidente-commissario della Regione Campania da un anno, non è riuscito a risolvere il problema dei rifiuti.
Esso ha una natura strutturale e non congiunturale. Amministratori incapaci hanno fatto diventare ordinario il problema. Ripetiamo, desta meraviglia come i cittadini della stupenda area del Golfo siano stati così pazienti nell’accettarlo. Una situazione da Terzo Mondo.

Bassolino-Jervolino sono i due responsabili oggettivi del degrado che stiamo delineando. è inutile cercare altrove chi avrebbe dovuto risolvere il problema. Berlusconi ha commesso l’errore di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle responsabilità regionali a quelle nazionali. Non è compito del Governo occuparsi della spazzatura di un capoluogo o di Calabria e Sicilia, come non si occupa della spazzatura della Lombardia e del Veneto. L’abitudine del Cavaliere di dire che fa tutto lui è dannosa, perché deresponsabilizza i vertici istituzionali che si debbono occupare dei problemi locali.
Certo, nelle regioni ad alta densità di criminalità organizzata è molto più difficile far funzionare le Istituzioni, perché i collegamenti e le infiltrazioni malavitose con consiglieri regionali (in Sicilia si chiamano deputati!) e con consiglieri provinciali e comunali, sono fitti.
Nel Parlamento siciliano, in atto, vi sono tre deputati agli arresti (uno di essi è stato sospeso). Non sarà mai tardi l’introduzione di un Codice etico che spazzi via coloro che rubano, anziché servire, salvo risultare che sono innocenti!
Apr
09
2011
L’accordo tecnico fra Maroni e il suo collega Habib Essid di mercoledì 6 aprile non risolve in maniera chiara se il rubinetto sia stato chiuso, vale a dire se le forze dell’ordine tunisine impediranno le partenze e se la vasca si svuoti, cioè se il Paese nordafricano si riprenderà i propri cittadini emigrati illegalmente, non quattro al giorno.
Forse il problema è risolto per quanto riguarda la Tunisia, non lo è per quanto riguarda la Libia, ove in attesa che le due parti (Gheddafi e ribelli) trovino una soluzione, le mafie locali continuano a lucrare, facendo partire carne umana che spesso naufraga, creando centinaia di morti.
A chi fa questo sporco lavoro non importa per niente che i clandestini arrivino a Lampedusa, tanto loro hanno già incassato il pedaggio. E non importa neanche fornire barconi sufficientemente funzionanti per percorrere il mare anche in tempesta per qualche centinaia di miglia marine. Le mafie non hanno codice, quello che conta è portare a casa il massimo profitto.

L’Europa e l’Italia devono porsi la questione umanitaria. Essa non riguarda più l’accoglienza a Lampedusa o in altre parti, bensì evitare che si verifichino ulteriori naufragi con la perdita di tantissime vite umane. In altri termini, l’Ue deve proteggere questi poveracci, anche contro la giusta voglia di evadere dai loro Paesi d’origine, per giunta ponendo ad un rischio mortale la propria vita.
Ma in cosa dovrebbe consistere l’azione umanitaria a protezione della vita dei profughi? Nel predisporre un pattugliamento nelle acque internazionali, al limite con quelle libiche, in modo da soccorrere tempestivamente gli emigranti, accoglierli sulle navi, rifocillarli, fornire loro indumenti, dopo di che farli ritornare sui loro barconi per percorrere le poche miglia che li separano dai loro Paesi e ritornare nei luoghi di partenza.
Con questa operazione verrebbero salvaguardate le loro vite e si costituirebbe un valido deterrente contro nuove partenze, perché sapendo di non potere bucare la rete dei pattugliatori italiani, nessuno avrebbe la convenienza di spendere soldi per una strada senza speranza. Naturalmente, l’Italia dovrebbe tentare di coinvolgere gli altri partner europei per effettuare un cordone sanitario di pattugliamento, utile per salvare la vita a tante persone.
 
La legge del mare prevede l’obbligo di prestare soccorso, ma non quello di portare chi ne abbia bisogno sul proprio territorio nazionale. Tant’è che Malta ha adottato il provvedimento di aiuto, ma non ha consentito a nessuno di sbarcare sull’Isola dei Cavalieri.
Nei prossimi giorni ci sarà l’incontro tra Sarkozy e Berlusconi per discutere del decreto italiano che consente il rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi rinnovabile per altrettanti sei mesi, che consente ai beneficiari di potere circolare liberamente nei 25 Stati aderenti all’area di Schengen. Sarkozy intende mettere in atto ogni azione ostruzionistica per impedire a chi possieda tale permesso di andare in Francia. Può trattarsi di una mossa politica, perché il presidente francese ha quella spina nel fianco che è il Front National di Marine Le Pen. In ogni caso, la questione non può essere risolta con la violazione del trattato di Schengen.

Anche gli altri Paesi, pur non avendolo detto a chiare lettere, si preparano a sbarrare l’ingresso di questi clandestini a casa propria. Per utilizzare il permesso, il governo Berlusconi dovrà mettere in atto tutta la sua diplomazia, a cominciare dal ministro Frattini, in modo da tentare l’inizio dello svuotamento della vasca che consenta di eliminare le tendopoli e gli accampamenti provvisori, che dal punto di vista umanitario certamente non sono il meglio cui si possa pensare.
La stranezza di tutta questa vicenda è che il ministro Maroni aveva previsto quest’ondata di clandestini molte settimane fa, ma non ha messo in atto i provvedimenti che abbiamo elencato prima con la necessaria tempestività per evitare ciò che tutti hanno visto.
Questa lentezza nella reazione denota che il Governo non ha un sistema nervoso attivo e pronto a reagire quando vi sono situazioni di emergenza. Si comportò diversamente nel caso del terremoto dell’Aquila per sistemare i terremotati. Se avesse fatto alla stessa maniera, ora, questi 20 mila poveretti non sarebbero mai sbarcati a Lampedusa, trascinando nel caos quella popolazione che sta leccandosi le ferite.
Apr
06
2011
Matteo Renzi, 36enne sindaco di Firenze del Pd, autore della ricetta dei rottamatori - la vecchia classe dirigente - ha detto una cosa chiara e cioè che il Cav va battuto alle urne e non nei tribunali. Renzi ha lanciato un’altra grande idea : “Liberiamoci di carte e caste, stop al valore legale del titolo di studio, meno politici, baroni e Camere di commercio”. E continua: “Il sindacato ha un peso eccessivo, non conta nel mondo del lavoro perchè ha più pensionati che lavoratori”. Detto da un autorevole rappresentante del Partito democratico quanto precede sorprende, ma quasi tutte le argomentazioni sono valide e andrebbero attuate da questo Governo. Ha sorpreso l’opinione pubblica anche la visita del sindaco fiorentino ad Arcore, comunicata come istituzionale.
Questo è un modo corretto per confrontarsi fra le parti che devono essere competitive e misurarsi per acquisire il consenso degli elettori sui diversi progetti, cioè sui diversi modi con cui si devono far funzionare le istituzioni, spostando le imposte a carico delle diverse fasce sociali .

L’insana guerra scoppiata fra i Pm milanesi ed il Cavaliere fa male a tutti. Per fortuna la grande maggioranza dei magistrati parla con le sentenze e non con le interviste. Sono pochi quelli che fanno i comizi con il retropensiero di darsi alla politica, come è stato il caso di Di Pietro e De Magistris. Berlusconi parla alla pancia degli elettori, ecco perchè, nonostante tutto, mantiene un consenso elevato e gli vengono perdonate quelle diverse forme di goliardia e di attività ludiche nella propria casa ove gli piace tenere festini di varia natura.
Tentare di disarcionarlo attraverso le vicende giudiziarie, che i tribunali diranno se fondate o meno, è un modo surrettizio di affrontare una battaglia politica su un campo diverso da quello dell’agorà ove sono presenti i cittadini per attrarre il loro consenso.
Il guaio della politica italiana, contrariamente a quanto avviene negli altri Stati europei importanti, è che circola in tutti gli ambienti l’uso del favore e della raccomandazione. Per cui, le parti politiche in competizione non si misurano sui grandi progetti di crescita civile, sociale ed economica della popolazione, bensì sull’occupazione di spazi da parte dei propri sodali.
 
Il Cavaliere in questo periodo è preso da tanti problemi, il primo dei quali è tenere insieme la sua maggioranza per portarla alla fatidica soglia di 330 deputati, con cui governare i prossimi due anni.
Il Partito democratico, dal suo canto, ha il compito di far passare il suo progetto alternativo di governo. Ma spesso si perde nei rivoli della contestazione personale di Berlusconi.
Questi ha un secondo problema: scansare i processi a suo carico. Per lui è questione di vita o di morte politica. Sbaglia la comunicazione quando parla di processo breve o di prescrizione breve, perchè la durata equa di un processo è già stabilita da direttive e giurisprudenza europee, che hanno fissato in tre anni il termine per concludere un processo.
E da lì sono fioccate sentenze di condanna con pesanti risarcimenti per lo Stato italiano. Proprio per questo, il nostro Parlamento ha ritenuto di approvare la legge 89/01, detta Pinto, con la quale si stabilisce un risarcimento alle parti, attore e convenuto, di circa mille euro per ogni anno di ritardo rispetto al triennio. 

È giusto, quindi, mettere i paletti per la durata del processo penale oltre i quali scatta la prescrizione, in modo da costringere i legislatori a rivedere le procedure, tagliando inutili passaggi, e il ministero della Giustizia a riorganizzare gli apparati per fare acquisire efficienza e funzionalità, oggi assenti, anche con la massiccia introduzione dell’informatica.
Se l’opposizione vera, cioè quella del Pd, tralasciasse il blaterare di Vendola e di Di Pietro e si concentrasse sul suo progetto politico, i suoi consensi aumenterebbero di gran lunga. Bisogna capire che i cittadini vogliono servizi pubblici che funzionino e opportunità di lavoro. Come abbiamo riportato, secondo il Renzi-pensiero, per ottenerli, occorre abbattere i monopoli compresi quelli pubblici e farsi intendere dai cittadini sulle questioni di loro interesse, evitando le beghe di quartiere.
Apr
01
2011
L’Unione europea è stata tacciata di egoismo quando non si è messa sulla scia italiana dell’ipocrito buonismo: accogliere i bisognosi extracomunitari. Un monito che proviene dalla Chiesa di oltreTevere il cui Stato del Vaticano, ovviamente per coerenza, non ha accolto neanche uno di questi bisognosi. Come dire: predicar bene e razzolar male.
La Francia, la Svizzera, l’Austria e la Slovenia, che circondano i confini nord dell’Italia, hanno detto a chiare lettere, e agito di conseguenza: dalle nostre frontiere non passa neanche un clandestino, comprendendo nella categoria anche gli eventuali profughi. Bossi ha aggiunto in modo spiccio e in dialetto lombardo: “Via dalle palle”.
Appena saputa la posizione dei Paesi confinanti con l’Italia, Francia in testa, i clandestini non si sono più ammassati a Ventimiglia, a Bardonecchia, a Chiasso, al Brennero o a Tarvisio e, anzi, hanno cominciato a ritornare sui loro passi. Dove? Naturalmente in Italia.

Il ridicolo della questione dei clandestini è che, da oltre un mese, autorevoli esponenti del governo Berlusconi ed altri esponenti di partiti di opposizione avevano previsto l’ondata di immigrazione, sbagliando però l’origine.
Infatti, loro pensavano che sarebbero arrivati libici, somali, eritrei ed egiziani. Sono arrivati pochi di essi, mentre c’è stata la valanga di tunisini. I quali non sono minacciati di morte né di restrizione della loro libertà. Quindi, non hanno nessuna ragione per lasciare il loro Paese.
Un governo energico, responsabile e tempestivo, avrebbe dovuto immediatamente predisporre una catena di navi militari al confine delle nostre acque territoriali, in modo da intercettare, salvare, identificare ed espellere subito i clandestini. Le navi militari potevano essere spostate dai porti ove sono ancorate in attesa di missioni.
Insomma, bisognava difendere il territorio italiano, di cui Lampedusa e la Sicilia fanno parte, da chi illegalmente lo ha aggredito. L’azione dianzi descritta sarebbe stata un deterrente e avrebbe sconsigliato i tunisini a partire dal loro territorio, vanificando la mercificazione umana della mafia di quel Paese.
 
Il Governo non ha messo in atto tempestivamente un’azione utile a prevenire quanto è accaduto e, per contro, ha messo in atto due provvedimenti dissennati: chiudere l’aeroporto civile di Trapani-Birgi e aprire il Villaggio di Mineo. Con un colpo solo, ha messo in ginocchio la comunità delle isole Pelagie, tutta la provincia di Trapani, comprese le isole Egadi ed il calatino, oltre ad avere creato un danno d’immagine a tutta la Sicilia.
Così si è attivato un processo di disdetta delle prenotazioni, anche nell’altra parte della Sicilia, nelle isole Eolie e persino a Taormina. Un vero disastro, che ci auguriamo sia contenuto in termini economici, ma il cui danno dovrà essere quantificato dalla Giunta regionale in termini monetari, con relativa richiesta di risarcimento al Governo centrale.
Com’è noto agli economisti, gli eventi, positivi o negativi, creano l’effetto domino. Se il processo è virtuoso, i benefici si moltiplicano. Se il processo è vizioso, i danni aumentano notevolmente.

Poi, mercoledì, è arrivato Berlusconi a Lampedusa. Ancora una volta: “Faccio tutto io”. Poteva farlo un mese fa, ma non è mai troppo tardi. Neanche il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, è stato tempestivo. Da poco ha fatto la voce grossa. Ma egli non ha messo in atto quelle iniziative giudiziarie contro il governo nazionale, che Costituzione e leggi ordinarie gli avrebbero consentito.
Inattivo anche Gianfranco Miccichè, leader di Forza del Sud, che parla di autonomia, ma non agisce di conseguenza. Questa sarebbe stata un’ottima occasione per spiegare che la Sicilia è stufa di restare bocconi.
Non se ne può più di questa falsa autonomia, peraltro spesso usata dal ceto politico siciliano per difendere i propri privilegi. Serve la vera autonomia. Il popolo siciliano può gestirsi da solo con una classe politica onesta e capace, utilizzando bene tutte le risorse proprie. Basta rinvii e scuse banali per non fare.
Feb
25
2011
Sono stato più volte in Tunisia, ospite del Governo di quel Paese, nel 2009 a intervistare i ministri del Turismo Khelil Lajim e dello Sviluppo e cooperazione internazionale Mohamed Nouri Jouini, mentre il 23 novembre 2010 il console generale Ben Mansour Abdherran, è stato nostro ospite al forum. Ho avuto l’impressione che tutto funzionasse con ordine e, tenuto conto del suo sottosviluppo e dell’assenza di materie prime ed energetiche, che il progresso sembrava evidente.
Negli ambienti della classe dirigente, appartenente alle associazioni internazionali di servizio (Rotary e Lions) si vociferava della limitazione alle libertà e di una corruzione insita in ogni Paese dittatoriale. Abbedin Ben Alì, nel 1987, fece internare il padre della patria, Habib Burgiba mediante un cartello di medici che ne dichiararono l’incapacità di intendere e di volere. Chi di spada ferisce, di spada perisce.
In Marocco, il potere è saldamente nelle mani del giovane sovrano Mohammed VI (48 anni), il quale però ha avviato una serie di riforme sociali ed economiche che rendono quel Paese, affacciato su due mari, in grado di progredire, al riparo da rivolte.

L’Algeria, è sotto la dittatura del presidente Abdelaziz Butfika, il quale proprio in questi giorni ha sospeso lo stato d’assedio che durava da 19 anni. L’Algeria è piena di gas e petrolio che trasferisce all’Italia attraverso un’apposita pipeline. Non sembra probabile che l’accennata rivoluzione possa disarcionare il presidente.
In Egitto, la rivoluzione è stata rapida e indolore, anche perché Hosni Mubarak è gravemente ammalato e forse già morto. Non si hanno sue notizie almeno fino ad oggi.
In mezzo, fra Tunisia e Egitto, c’è la Libia, nella quale il potere assoluto di Muammar Gheddafi sembrava non scalfibile. Evidentemente, come tutti i dittatori, anch’egli ha abusato del suo popolo tenendolo in un sistema di difficoltà cui dispensava favori ben diversi dai diritti umanitari. Non sappiamo come finirà, se cioè il colonnello riuscirà a riprendere il controllo della Cirenaica o se invece non perderà anche la Tripolitania.
Sappiamo solo che dagli eventi accennati, l’Italia e l’Europa corrono due gravi pericoli: l’inondazione di immigrati e un taglio dei rifornimenti energetici (petrolio e gas).
 
L’Italia continua ad appellarsi all’Europa per fare fronte comune contro l’immigrazione, ma deve entrare nell’ordine di idee che per fermarla è necessario stabilire un ferreo controllo direttamente sulle coste africane. Là occorre soccorrere i migranti che si trovano sui barconi e riportarli ai siti natii, con l’accordo dei rispettivi Governi locali. Oppure rispedirli in Patria direttamente da Lampedusa via mare o per aereo.
Il problema più grosso, non a breve periodo, è quello della dipendenza energetica. L’Italia ha condotto negli ultimi 24 anni una politica scriteriata: partendo dal referendum anti-nucleare del 1987, che impediva la ripresa dell’iniziativa fino a cinque anni dopo. Ma, già dal 1992, il discorso del nucleare poteva essere messo all’ordine del giorno, cioè all’inizio della seconda Repubblica (virtuale). Ma né Berlusconi, né i Governi di transizione cosiddetti istituzionali, né quelli del centrosinistra, dal 1996 al 2001, né ancora Berlusconi dal 2001 al 2006, né Prodi nei successivi due anni, né Berlusconi in questi ultimi 30 mesi hanno rimesso seriamente al primo punto del fabbisogno nazionale l’energia alternativa, quella della Green economy.

Solo ora, finalmente, è stata costituita l’Agenzia per il nucleare, presieduta dall’oncologo Umberto Veronesi, più per il suo equilibrio che per la sua competenza. Ma il processo per arrivare alla costruzione delle cinque centrali atomiche è disperatamente lento, tanto che forse neanche tra dieci anni sarà inaugurata la prima. E allora bisogna rivolgersi alle energie alternative, la prima fra le quali è prodotta dai Rifiuti soliti urbani (Rsu). Sembra incredibile che tutti gli amministratori locali non si rendano conto di avere il petrolio in casa, cioè i rifiuti, che considerano invece da gettar via o da interrare.
Vi è poi l’energia verde che proviene dai cereali, dalla canna da zucchero, dalla Jatropha Curcas e da tanti altri vegetali. L’energia solare stenta a svilupparsi nonostante gli incentivi. Ma vi è pure l’energia dai soffioni boraciferi, quella dalle alghe e dalle maree. E noi siamo ancora succubi del petrolio.  Che fessi!
Feb
12
2011
L’Italia non è unita, ma duale. Le regioni del Nord producono il 50 per cento del Pil nazionale, sono ben amministrate e la mentalità dei cittadini, fra i quali moltissimi meridionali che si sono ormai ambientati bene, è volta a principi di equità in una crescita collettiva.
C’è l’Italia centrale, che risente degli influssi negativi di Roma capitale, ove c’è la cancrena e la corruzione che si diffonde per tutto il Paese, non solo in senso materiale, ma soprattutto come modello negativo e diseducativo. Tuttavia, le regioni del Centro Italia sono influenzate positivamente dall’onda di crescita che viene dal Nord, tanto che nello stesso Lazio vi sono zone d’avanguardia come Pomezia e Viterbo.
Le regioni del Sud sono un disastro, ma fra queste otto ce n’è una, e precisamente la Basilicata - solo 600 mila abitanti - che sta diventando un modello per sviluppo e buon funzionamento della Pa.

La questione meridionale è nata con la Malaunità d’Italia, di cui qualcuno vorrebbe festeggiare i 150 anni. Qualcuno che è ignorante dei fatti storici che si sono verificati, oppure in perfetta malafede. Il Sud, infatti, stava molto meglio prima di quel 17 marzo del 1861, giorno in cui, vogliamo ricordarlo, nel Parlamento piemontese, Camillo Benso conte di Cavour proclamò il Regno in francese: “Le Royaume d’Italie est aujourd’hui un fait. Le Roi, notre auguste Souverain, prend lui-meme et pour ses succeseurs le titre de Roi d’Italie”, come se la lingua transalpina fosse l’elemento di congiunzione da Courmayer a Porto Palo.
Tutti i governi che si sono succeduti in questi 64 anni hanno fatto finta di occuparsi del Mezzogiorno. Hanno stanziato cospicue risorse, centinaia di miliardi di lire che non sono mai arrivati nel territorio, bloccati a metà strada dalla corruzione e dalla famelicità di un sistema politico con molte teste che ha divorato quelle risorse non facendole arrivare ai cittadini del Sud.
Ricordiamo la Cassa del Mezzogiorno, che ebbe per lungo tempo un ministero, nonché la legge per lo sviluppo delle imprese giovanili, anch’essa un clamoroso flop.
I meridionalisti che hanno fatto diagnosi e prescritto terapie sono innumerevoli, basta guardare sul web il loro elenco. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire: la classe politica.
 
In questo quadro drammatico, non solo per il Sud ma per l’intero Paese - perché quando un terzo della popolazione è in cattive condizioni economiche e sociali anche gli altri due terzi ne risentono - si scatena in Italia una lotta tra bande con metodi certamente non consoni alla gravità del momento.
La guerra alle persone è tipica del sistema politico Nord-americano, quando si cercano i punti deboli delle condotte dei vari leader per poterli denigrare di fronte all’opinione pubblica e far loro perdere consensi. Ma questo meccanismo ha un limite temporale: la campagna elettorale, finita la quale chi ha vinto governa e la contrapposizione fra i partiti (in quel caso il Democratico e il Repubblicano) è sulle azioni e non sui personalismi.
Ricordiamo che George W. Bush, il 43° Presidente degli Stati Uniti, fu proclamato pur avendo molti meno voti del suo competitore Al Gore, il quale tuttavia lo riconobbe come leader.

In Italia non è così: la guerra scatenata contro Silvio Berlusconi sul piano personale, in modo concentrico da diverse parti, paradossalmente lo sta facendo diventare una vittima. La verità giudiziaria degli eventi, che dovranno essere dimostrati davanti a un Collegio giudicante, riguarda la persona fisica, anche se quest’ultima, quando diventa pubblica, ha il dovere di dare un esempio di correttezza e moralità.
Tuttavia, non vanno confusi i comportamenti privati con quelli pubblici. Ai cittadini del Nord e del Sud importa che Governo e maggioranza facciano il loro dovere nel realizzare un progetto di sviluppo che riequilibri il tasso infrastrutturale e il livello di vita sociale ed economica delle due parti del Paese. Importa che vi siano dei fatti e delle azioni che mirino a dei risultati di breve, medio e lungo periodo. Risultati fissati a monte da un progetto.
Berlusconi ha fatto malissimo a perdere quasi tre anni di legislatura per autoproteggersi dai processi. Lo poteva anche fare, ma subordinatamente alla realizzazione del progetto politico. Ora, nel Cdm di mercoledì scorso ha messo all’odg dei punti fermi. Ne attendiamo la realizzazione.
Gen
28
2011
E' nauseante assistere alla continua tenzone fra talk show (Santoro, Floris e Lerner) da un canto e Berlusconi con i suoi sodali dall’altro. Sono mesi che le due parti si affrontano in modo scorretto perché la prima intende scalzare la seconda senza passare dal vaglio degli elettori e la seconda intende restare in sella senza occuparsi dei problemi della nazione. In mezzo ai vasi di ferro c’è il vaso di coccio, e cioè il popolo italiano, che soffre per questa situazione e assiste impotente al degrado continuo della civiltà e al mantenimento di tutti i problemi in uno stato di pericolosità mai avuto in precedenza.
Per fortuna, il ministro dell’Economia ha tenuto i conti entro un limite minimo, anche se le varie manovre che si sono succdedute nel 2008, 2009 e 2010 non hanno prodotto il vero risultato del rigore, che è quello di tagliare il deficit annuale per evitare che esso si sommi al mastodontico debito pubblico di 1.869 miliardi (al novembre del 2010).

Al di là di questa linea del Piave, Berlusconi, per difendersi dall’attacco concentrico di avversari e giornalisti, ha del tutto dimenticato il suo primario dovere: pensare agli italiani, non solo a quelli che lo hanno eletto, ma anche a tutti gli altri.
L’attuale Governo non ha fatto alcune riforme fondamentali: 1. Quella della Pubblica amministrazione con un taglio di 500 mila dipendenti, come invece ha fatto David Cameron, primo ministro della Gran Bretagna. 2. Non si è occupato dell’ambiente e della sistemazione idrogeologica del territorio, con la conseguenza che bisogna accendere i lumini ai diversi Santi per evitare che non si verifichino, in questo scorcio di inverno, esondazioni, frane e crolli. 3. Non ha sveltito il meccanismo degli appalti e non ha finanziato adeguatamente le opere pubbliche, che hanno rallentato la spesa nel 2010. 4. Non ha proceduto a quelle iniziative economiche necessarie per bonificare l’ambiente e far diminuire il tasso d’inquinamento nelle città. 5. Non ha approvato i provvedimenti che diano competitività al sistema, aumentando la concorrenza all’interno di corporazioni come quella di banchieri, assicuratori, petrolieri e imprenditori di opere pubbliche. 6. Ha mantenuto i privilegi economici alla Chiesa cattolica, nelle attività commerciali.
 
L’elenco è lungo e non vorremmo annoiarvi proseguendolo. La Germania, che ha precedentemente investito in maniera cospicua nei cinque lander orientali e ha provveduto a fare le riforme prima indicate, si trova oggi ad avere imboccato una strada dello sviluppo con una crescita prevista per l’anno corrente del 3,6% contro l’1 (forse) dell’Italia.
Certo, se Tremonti oltre che difendere debolmente i conti avesse proceduto a tagliare la spesa pubblica per abbassare leggermente la pressione fiscale su dipendenti e imprese avrebbe dato fiato ai consumi e quindi alla crescita. Egli avrebbe anche dovuto aumentare la tassazione sulle rendite delle cedole, passando dal 12,5 al 20%, in modo da uniformarsi al prelievo medio europeo, per destinare i maggiori introiti al Fondo ammortamento del debito sovrano.

La situazione di stallo fa peggiorare la malattia. Se le parti avessero buon senso dovrebbero dichiarare una tregua provvisoria di qualche mese. Ma le parti non hanno buon senso e allora il compito di uscire da questo cul de sac è demandato ai giornalisti di televisioni e carta stampata, i quali hanno l’obbligo di pubblicare le notizie, ma non di fare pettegolezzi per aumentare ascolti o copie vendute.
Tutto quello che è accaduto, almento fino a questo momento, è solo pettegolezzo. Occorre ignorare Berlusconi per almeno un mese facendo calare un black out totale su queste squallide vicende, in modo che la Procura, lavorando nel silenzio generale, possa portare i suoi capi d’accusa di fronte al giudice il quale deciderà se quanto fatto da Berlusconi sia penalmente rilevante o meno. Fino a quel momento il silenzio favorirebbe l’indagine e lo stesso Governo, che si potrebbe occupare di cose serie anziché di quisquiglie.
Non sappiamo se il buon senso prevarra. Anzi, ne dubitiamo (purtroppo). Per cui ci dobbiamo rassegnare a saltare le prime pagine dei quotidiani e quelle dei settimanali, che scrivono pro e contro l’una e l’altra parte e a cambiare canale quando giornalisti faziosi difendono o attaccano Berlusconi. Così dovrebbero fare tutti gli italiani equilibrati e perbene.
Gen
22
2011
In fondo, l’ondata di fango che è stata rovesciata sul Cavaliere si risolverà probabilmente in un vantaggio, perché egli è maestro nel fare la vittima e contemporaneamente sa usare l’insieme dei media in maniera magistrale, anche perché si avvale di decine di professionisti di primo livello.
Non entriamo nel merito della questione, perché è stato detto tutto e il contrario di tutto. Una cosa vogliamo sottolineare, cioè che il Cavaliere in questo marasma istituzionale non sembra dimostrare disagio. Tutt’altro. Diversamente, non si spiegherebbe per quale ragione lui abbia ficcato volontariamente la testa dentro il cappio. In altre parole, andandosi a cercare una notorietà apparentemente negativa mentre egli conta di apparire all’opinione pubblica, maschile e femminile, come un macho godereccio, ricco e fortunato, che utilizza le sue risorse per avere una vita privata densa di attività, senza farsi mancare nulla. Peraltro, i suoi 74 anni gli consentono di avere questa posizione mentale.

Quanto scriviamo è confermato dai sondaggi (per quello che valgono), i quali mantengono quasi inalterato il consenso alla sua persona e anche alla compagine governativa. Peraltro, sul piano istituzionale dobbiamo confermare che alla Camera, ove doveva verificarsi la sconfitta plateale del premier, proprio mercoledi è stata confermata una sorta di fiducia mediante l’approvazione della relazione del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, con 305 voti favorevoli e 285 contrari.
Con l’attivazione del nuovo gruppo di sostegno di Iniziativa responsabile, il percorso della maggioranza dovrebbe essere un po’ più tranquillo. Vedremo ora cosa succederà nelle commissioni quando verrà valutato, ed eventualmente approvato o modificato, il quarto decreto legislativo di attuazione della legge 42/09 sul federalismo.
Sarà un banco di prova importante anche perché dalla sua approvazione o meno ne deriverà il sostegno di Bossi. Cosicché, tutto sommato Berlusconi sopravvive alla bufera e, probabilmente, l’iniziativa della Procura di Milano, se troverà i suoi riscontri nel processo penale, sul piano politico e mediatico, sarà servita a rafforzare l’immagine del signore di Arcore.
 
Perché i cittadini continuano a mantenere il sostegno a questa maggioranza, nonostante tutto? La risposta sembra evidente. Non vi è un’opposizione degna di questo nome che ha proposto all’elettorato un programma alternativo composto da pochi ma importanti elementi: a) l’abbattimento del debito pubblico; b) il taglio della spesa corrente con la forte riduzione di quella per l’apparato politico e burocratico; c) la riforma sulla concorrenza con il taglio dei privilegi delle corporazioni (assicurazioni, banche, petrolieri, Chiesa) che ancora usufruiscono di vantaggi inauditi a danno dei cittadini; d) l’attivazione di un Piano nazionale di opere pubbliche che tenda a riequilibrare il tasso infrastrutturale, di modo che nelle venti regioni italiane esso sia uguale dappertutto; e) l’obbligo di tutte le amministrazioni (Stato, Regioni, enti locali) di redigere il Piano aziendale per determinare i fabbisogni di risorse finanziarie e di risorse umane; così via.

Il programma dell’opposizione dovrebbe essere portato casa per casa in modo da chiederne il consenso.  Si deve anche abbassare la pressione fiscale, fatto che può avvenire solo se precedentemente vi è stato un taglio della spesa pubblica.
Bersani ha detto che è sua intenzione raccogliere 10 milioni di firme sulla proposta del Pd, ma preliminarmente deve risolvere il problema delle alleanze, perché per attuare un’azione politica occorrono i numeri in Parlamento.
Le opposizioni al centrodestra sono sostanzialmente quattro raggruppamenti: il Partito della nazione (Fli, Udc, Api, Mpa), Pd, Idv e Sel (Sinistra ecologia e libertà). Purtroppo solo i primi due hanno in comune le linee politiche, mentre i secondi fanno solo un’azione protestataria priva di prospettive e di contenuti. Ma Udc e Pd non riusciranno mai ad avere la maggioranza, a meno che non escludano ogni alleanza con Idv e Sel. Se insieme riuscissero ad avere la maggioranza dei voti, scatterebbe per loro il premio alla Camera di 340 seggi. Ma rimarrebbe il punto interrogativo dei premi di maggioranza delle Regioni, al Senato ancora uno stallo. Ecco perché Berlusconi sopravvive.
Dic
15
2010
Il risultato sulla fiducia al Senato era scontato: 162 a favore, 135 contrari. Alla Camera, invece, era incerto, ma Berlusconi ha vinto: 314 voti contro la sfiducia, 311 a favore, 2 astenuti. La maggioranza era di 313 voti.
Berlusconi ha vinto una battaglia ma in queste condizioni non governerebbe e, quindi, perderebbe la guerra. Ragione di più per continuare il percorso verso le elezioni del 27 marzo 2011, il che non sarebbe male perché esse rappresenterebbero una sorta di referendum pro o contro il Cavaliere e, quindi, contro o pro l’iniziativa di Fini. La questione delle elezioni è positiva con una grande negatività: l’impossibilità per gli elettori di scegliersi i parlamentari, mentre saranno poche persone a compilare le liste dei candidati secondo le proprie convenienze e i propri interessi. I risultati di ieri fanno slittare ogni decisione a dopo le feste. Verosimilmente, i parlamentari si prenderanno una meritata vacanza, talmente sono stanchi da questo nauseante teatrino.

Mentre tutte le parti si dilettavano a scambiarsi accuse e insulti, l’Italia ha continuato a peggiorare il suo stato di salute e il Mezzogiorno molto di più. Non parliamo della Sicilia, inchiodata in un immobilismo in cui si pensa solo ad assumere persone nella pubblica amministrazione.
Berlusconi, nelle sue dichiarazioni, ha esposto l’intenzione di allargare la maggioranza a Casini e Fini, per completare la legislatura, ma crediamo si sia trattato di una finta, perché egli non ha nessuna convenienza ad avere due alleati che lo odiano sul piano personale e che, al di là di ogni apparenza, minerebbero ogni centimetro della sua strada. Questa situazione nuocerebbe ancora di più al Paese ed è quindi bene che venga risolta con un ritorno al volere del popolo.
I risultati di ieri hanno affermato un’altra verità: alla Camera dei deputati non c’è una maggioranza alternativa a quella attuale; meno che mai al Senato; col che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non potrebbe in nessun caso affidare incarichi ad altri, neanche quelli di tipo esplorativo. Una cosa è certa: in questa vicenda ha perso il democristianismo.
 
Cos’è il democristianismo? è quel comportamento deleterio della peggior parte della Democrazia cristiana, subito assunto dai socialisti di Craxi, mediante il quale si mediava su tutto, dalle cose grandi alle cose piccole, purtroppo anche sui valori, per cui chi entrava in questo gioco si barcamenava perché l’obiettivo non era scegliere il meglio per i cittadini, bensì restare a galla il più a lungo possibile. Si trattava di una scelta di campo fra la moralità e l’immoralità: il democristianismo sceglieva costantemente quest’ultima.
Se Berlusconi, anziché fingere di volere Casini, lo volesse sul serio come alleato, commetterebbe un grave errore, perché il democristianismo  è una malattia contagiosa. Chi la contrae corre seri pericoli sul piano morale, mentre accettarla sarebbe come volerla.
Il democristianismo è durato in Italia per molti decenni. Anche se ora  sono passati solo 16 anni (1994-2010)  non dobbiamo dimenticare i seri danni che esso ha prodotto.

Attendendo le elezioni, il Cavaliere non deve starsene con le mani in mano, ma può tentare di fare approvare alcune leggi urgenti. Soprattutto potrebbe dare una forte accelerata agli appalti di opere pubbliche in modo da velocizzare il processo di  costruzione e di consegna delle opere finite. Ancor più urgente sarebbe il piano delle infrastrutture al Sud che consentisse una seppur minima riduzione del divario che c’è fra i due tassi infrastrutturali, Nord e Sud.
In pochi mesi non c’è molto da fare, anche perché le opposizioni e lo stesso Fli faranno di tutto per non fare approvare neanche una legge della maggioranza. Proprio per questo la stessa maggioranza dovrebbe dimostrarsi capace di fare il proprio lavoro, cioè legiferare e fare le ispezioni sul funzionamento della macchina pubblica.
La matassa non si è sbrogliata, i voti della Camera dimostrano che le due parti sono sostanzialmente in parità. è vero che con qualche voto in più non si governa, ma è anche vero che Berlusconi non ha governato anche con una forte maggioranza. Perciò, alle urne.
Dic
11
2010
Fra qualche giorno questo nauseante periodo politico, nel quale ognuno tira il lenzuolo dal proprio lato avrà un primo, provvisorio, epilogo. Il 14 dicembre, infatti, il Senato, alle ore 9, voterà la fiducia al Governo Berlusconi e nello stesso giorno la Camera ne voterà la sfiducia. A meno che il Cavaliere, forte della fiducia al Senato, non si rechi dal Presidente della Repubblica per mettere nelle sue mani lo sviluppo della crisi.
Se, invece, il percorso sarà completato, si sarà fotografato uno stallo: né Berlusconi potrà governare, né potrà sorgere un nuovo governo terzopolista con l’appoggio del Pd e di altri. Se questo sarà il fatto, lo stallo vale anche per il suo rovescio, nel senso che il Presidente della Repubblica non potrà affidare ad altri il mandato perché l’incaricato riceverebbe la fiducia alla Camera e la sfiducia al Senato. A questo punto, al Capo dello Stato, non resterebbe che scegliere chi dovesse gestire il periodo transitorio fino alle successive elezioni che, nell’interesse di tutti, dovrebbero essere svolte nei primi mesi del 2011.

Ovviamente si andrebbe al voto con questa legge elettorale, che ha il gravissimo difetto di consentire la nomina dei candidati e di impedire ai cittadini di scegliere i propri parlamentari. Non certamente con il vecchio metodo delle preferenze ma con un sistema maggioritario a due turni. Però questa legge ha il pregio di assegnare il premio di maggioranza e quindi di consentire al popolo di scegliere, prima delle elezioni, la compagine governativa e il suo presidente del Consiglio che dovrebbero governare per tutta la legislatura. Naturalmente è sempre vigente l’art. 67 della Costituzione che dà ampia libertà al parlamentare eletto di cambiare partito, in quanto esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.
È importante la scelta del Capo dello Stato. Nella precedente crisi lasciò il compito al presidente del Consiglio dimissionario, Romano Prodi, di gestire l’ordinaria amministrazione. Anche in questo caso, Napolitano dovrebbe lasciare a Berlusconi questo compito. La questione non è di poco conto, perché gestire una campagna elettorale come premier assicura dei vantaggi, peraltro bilanciati dal fatto che anche Fini la gestirebbe come presidente della Camera.
 
Il terzo polo è una iattura, perché è un ritorno al democristianismo, cioè a quel metodo infame secondo il quale i cittadini erano privati del diritto di indicare chi dovesse governarli, mentre correnti, partiti, lobby e corporazioni, vicino al caminetto, si mettevano d’accordo su come spartirsi il potere e conseguentemente le risorse economiche.
Abbiamo subito per 46 anni (1948-1994) questo perverso meccanismo e non vorremmo rivederlo all’opera. Anche perché esso prevede una variabilità di chi compone i governi e una vita molto breve di ciascuno di essi. Ricordiamo infatti che all’epoca della Balena bianca un presidente del Consiglio restava in carica mediamente solo un anno.
In tempi in cui è indispensabile estremo rigore nei conti pubblici, riforme impopolari perché tagliano privilegi, eliminazione di sprechi e di vantaggi delle corporazioni, l’ultima cosa di cui il Paese ha bisogno è l’instabilità. Il democristianismo è instabilità. E siccome i suoi fautori sono proprio Casini, Fini e Rutelli bisogna ricordare all’opinione pubblica che i danni del passato col trio delle Sorelle bandiera (ricordate Indietro tutta) diventerebbero di nuovo di attualità.

Scriviamo questa nota non già perché il trio dei neodemocristiani sia formato da Fini, Rutelli e Casini, perché è la cosa in sé a essere sbagliata, non le persone che la interpretano. Scriveremmo le stesse cose su chiunque altro. Dopo 16 anni di faticoso bipolarismo che non ha, per la verità, espresso la sua potenzialità, ritornare al passato sarebbe un male peggiore.
In ogni caso, la situazione di stallo prima descritta impedirà di eliminare, da questa legge elettorale, la porcata delle nomine dei parlamentari. Oltre 300 di essi sono combattuti fra la paura di perdere la pensione (cui non hanno diritto senza il completamento della legislatura) e la promessa di essere rieletti. Molti di questi peones saranno determinanti per la soluzione di questa crisi.
Infine, non bisogna dimenticare il mercato finanziario, severo censore sul piazzamento di centinaia di miliardi di titoli di Stato.
Nov
25
2010
La legge 259/58, precisamente all’art. 12, recita: Il controllo previsto dall’art. 100 della Costituzione sulla gestione finanziaria degli enti pubblici... è esercitato... da un magistrato della Corte dei Conti nominato dal presidente della Corte stessa che assiste alle sedute degli organi di amministrazione e di revisione.
La Corte costituzionale, con sentenza 466/93, ha sancito che l’obbligo prima richiamato è estendibile... alle società in mano pubblica, con partecipazione esclusiva, maggioritaria o prevalente.
La legge e la sentenza non sono state quasi mai applicate in Italia salvo che con un decreto “innovativo” del presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, del 10 marzo 2010, con il quale è stato stabilito che la Rai è sottoposta al controllo della Corte dei conti. Cosicché, da quel momento, il magistrato Luciano Calamaro è presente nelle riunioni del Cda e del collegio dei revisori. Egli inoltre sta facendo le pulci a tutti i conti dell’elefante pubblico, che sperpera canone e imposte pagate dai cittadini aumentando gli organici e l’inefficienza.

È sintomatico sottolineare come una legge dello Stato, che ha ben 52 anni (1958-2010), non abbia trovato quasi mai applicazione, consentendo con ciò gli ormai noti sprechi e sperperi in tutte le branche amministrative e nelle partecipate pubbliche a tutti i livelli. Non si sa se la responsabilità della mancata partecipazione di un magistrato della Corte dei conti agli organi amministrativi o di controllo e revisione, sia da additare alla stessa Corte o agli enti che non ne abbiano fatto richiesta per osservare l’obbligo di legge.
Tuttavia non è mai troppo tardi. Dopo l’esempio del decreto Rai prima citato, i responsabili delle istituzioni non possono più sottrarsi al dovere di chiedere la presenza del magistrato contabile negli organi prima indicati.
Se in questi 52 anni tale presenza vi fosse stata, siamo convinti che i risparmi del denaro pubblico sarebbero stati cospicui, la corruzione nella cosa pubblica ridotta e le risorse finanziarie sarebbero state spese meglio. C’è da auspicare che la massiccia presenza dei magistrati negli enti sia attivata da ora. Sarebbe colpevole la non applicazione della legge citata che favorirebbe ulteriori sprechi delle nostre tasse.
 
Attuare la legge citata avrebbe un altro benefico effetto: essere un forte deterrente per le infiltrazioni mafiose non solo negli organi amministrativi per interposta persona, ma anche nei contratti a valle, che enti pubblici e partecipate stipulano con imprese apparentemente immacolate, ma che sono terminali delle organizzazioni criminali. Il sequestro e la confisca di ingenti patrimoni che le forze dell’ordine (ben dirette dalle Direzioni distrettuali antimafia) hanno fatto in quest’anno, sono la testimonianza della relazione che c’è tra le stesse organizzazioni criminali e imprese apparentemente pulite.
Sono decenni che si pone all’attenzione dell’opinione pubblica la presenza della criminalità organizzata nelle regioni ricche del Nord, circostanza sempre negata dai responsabili delle istituzioni statali e di quelle regioni. Negare l’evidenza era uno sport del cardinale di Palermo Ernesto Ruffini il quale, negli anni Cinquanta, asseriva che in Sicilia la mafia non esistesse.

Negli enti pubblici che appaltano opere e negli Urega provinciali e regionale sarebbe opportuno estendere il controllo all’interno degli organi di amministrazione. Dato che non potrebbe farlo la Corte dei conti per insufficienza di organico, la Regione potrebbe fare una convenzione con la GdF per chiedere la presenza dei suoi uomini laddove si maneggia denaro e segnatamente negli appalti e nelle partecipate. La GdF sarebbe così nelle condizioni di controllare in tempo reale sia eventuali infiltrazioni mafiose che sperperi e spese non conformi alle leggi e soprattutto al primo comma dell’art. 97 della Costituzione che fa riferimento all’imparzialità e al buon andamento dell’amministrazione.
Di questo si tratta: tagliare sperperi e impedire il connubio negli affari tra malavita e pubblica amministrazione. La soluzione che proponiamo non è nuova perché ribadisce la necessità di applicare in modo estensivo la richiamata legge 259/58 e estenderne la portata in modo da consentire agli uomini della Gdf di esserci nei momenti decisionali e di impedire il malaffare.
Nov
24
2010
I commentatori politici e gli uomini di tutti i partiti sono d’accordo su un comune denominatore dell’attuale situazione istituzionale: lo stallo politico che rovina l’Italia. La congiuntura è estremamente difficile e all’orizzonte si addensano le nubi di Irlanda e Portogallo.
La crisi che ha attanagliato le nazioni avanzate è conseguenza della mancanza di controlli da parte dei Governi che hanno consentito, con la speculazione finanziaria, di creare prodotti inesistenti che sono caduti al primo colpo di vento. Per fortuna l’economia reale ha resistito e dà la spinta alla ripresa faticosissima e lenta.
In questo quadro, il Governo italiano si è barcamenato. Tremonti ha cercato di dare un certo rigore ai conti, ma l’ha fatto in modo insufficiente. Tanto che, non appena il nuovo Patto di stabilità inizierà a produrre i suoi effetti, lui o qualunque altro ministro dell’Economia sarà costretto a tagliare la spesa pubblica per almeno 40 miliardi.

Dove tagliare? Ovviamente dove ci sono gli sperperi e gli sprechi e cioè nella Pubblica amministrazione, nella quale occorrerà fare come David Cameron, premier della Gran Bretagna, il quale ha tagliato 500 mila dipendenti. O come ha fatto Josè Luis Zapatero, premier della Spagna, che ha tagliato drasticamente i costi della politica. O come ha fatto Nicolas Sarkozy, che ha nominato il nuovo Governo formato da appena quindici ministri e dieci sottosegretari, contro i circa cento componenti del Governo Berlusconi.
Per fare questi tagli e rimettere in carreggiata l’economia italiana occorre una maggioranza coraggiosa, coesa, che sfidi l’impopolarità di quelle corporazioni che si sentono danneggiate (a torto) dalle riforme e private di risorse che costituiscono autentici sprechi.
Dopo l’uscita di Fini dal Popolo delle libertà la situazione fotografata a oggi è più o meno la seguente: Berlusconi e Bossi hanno una maggioranza di circa dieci senatori nella Camera alta e sono sotto di sette deputati nella Camera bassa: uno stallo perfetto che non sembra possa mutare in atto. Le elezioni sono quindi indispensabili, sperando che possano cambiare tale situazione.
 
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo l’approvazione della Manovra, dovrà constatare quanto prima abbiamo fotografato, a meno che non vi sia uno spostamento di senatori dalla coppia Berlusconi-Bossi agli avversari, ovvero uno spostamento dei sette-otto deputati dagli avversari alla coppia Berlusconi-Bossi. Tutto può succedere perché concorrono allo stato di fibrillazione gli egoismi degli oltre 300 parlamentari che, chiudendosi prematuramente questa legislatura, non avranno diritto alla pensione.
L’ipotesi di approvare una nuova legge elettorale in queste condizioni è destituita di fondamento perché l’attuale maggioranza non l’approverebbe e non vi è una maggioranza alternativa nelle due Camere, ma eventualmente in una sola di esse.
Quanto alla possibilità prevista dall’art. 88 della Costituzione di sciogliere una sola Camera, sembra pacifico che Napolitano non lo farà, come non lo fece in occasione della crisi del Governo Prodi.

Dunque, elezioni. Cosa potrà scaturire da esse? Non è difficile pronosticare che il Popolo della libertà e i suoi alleati si confermino la prima forza politica del Paese e conquisteranno di conseguenza 340 seggi alla Camera. Non si sa, però, se il sistema dei premi, regione per regione, darà  al Cavaliere la maggioranza al Senato. Potrebbe perciò verificarsi, di nuovo, la situazione di stallo a Camere invertite: maggioranza alla Camera e insufficienza al Senato. Tuttavia, l’asse Berlusconi-Bossi governa 10 Regioni su 20 (sette al centrosinistra e tre a movimenti autonomisti). Se non vi fossero variazioni, potrebbe conseguire la maggioranza anche al Senato.
L’umore degli elettori è però volto al nero perché sono scontenti dell’incapacità di questo Governo di realizzare le riforme strutturali e di dare slancio all’economia. Non si sa se questo malumore si manifesterà con l’astensionismo o con un voto di protesta indirizzato verso i partiti che della protesta fanno una bandiera.
In questa situazione nebulosa vi è una sola certezza: dobbiamo uscirne fuori al più presto.
Nov
06
2010
L’opinione diffusa fra commentatori e media è che Berlusconi con una sequenza di uscite fuori tono si stia autodistruggendo. La battuta sui gay gli ha inimicato questa categoria. L’enunciazione sul suo stile di vita, proclamando che ama le donne e che non intende cambiare, gli ha alienato le simpatie del Vaticano. Il suo proponimento di presentare un disegno di legge molto più restrittivo di quello precedente sulle intercettazioni è una dichiarazione di guerra ai giudici, condita dal disegno di legge che riguarda la riforma della giustizia.
La Marcegaglia tuona sull’immobilismo del Governo da quando Il Giornale di famiglia ha cominciato a fare le inchieste sul gruppo di Mantova (ognuno ha i propri scheletri negli armadi), il sistema bancario non lo ama.
Sembra un quadro fosco, nel quale ormai il Cavaliere sia perduto. Ma è proprio questa incredibile sequenza di gaffe o di azioni improprie che ci fanno sorgere il sospetto che Berlusconi non sia per niente pazzo.

Avendo contro i poteri forti e accorgendosi contemporaneamente della forte debolezza di tutti gli oppositori, il Cavaliere molto probabilmente si sta giocando il tutto per tutto: tanto peggio, tanto meglio.
Egli avrà ragionato che l’unico modo per uscirsene da questa tenaglia in cui tutti sono concordi nel farlo fuori, sia quella di andare alle elezioni anticipate. Perché è convinto che le sue capacità mediatiche e funamboliche gli faranno vincere le elezioni.
Non dobbiamo dimenticare che la vigente legge elettorale, denominata dal suo autore Roberto Calderoli come porcata, prevede un premio di maggioranza alla Camera per il partito che riporta un voto più degli altri, consistente nell’acquisire il 55 per cento dei seggi.
Al Senato, l’attuale legge prevede un meccanismo diverso, nel senso che assegna il premio di maggioranza regione per regione. Ma egli confida, insieme con la Lega, di conquistare la maggior parte delle regioni del Nord. Al Sud, Lazio, Campania, Calabria, Sardegna, Basilicata, Molise e Abruzzo hanno quasi tutte governatori a lui fedeli. Per la Sicilia il discorso è diverso.
 
Qui è nato Forza del Sud, il nuovo partito di Gianfranco Micciché, quel proconsole che nel 2001 riuscì a conquistare 61 collegi lasciandone zero all’opposizione. Vi è anche un altro pezzo di Pdl che fa riferimento a Firrarello, Castiglione e Alfano che ha anche notevoli suffragi. Insieme possono guadagnare il premio di maggioranza al Senato
Se questo è il disegno di Berlusconi, definirlo audace è poco. E tuttavia non sarebbe la prima volta che Berlusconi sovverta i pronostici e vinca contro tutti. Lo fece quando nessuno ci credeva, nel 1994. Ricorderete il bambino stampato sui poster che apparvero a metà ‘93 che balbettava Fozza Italia. In questo quadro, vi è un’opposizione frammentata e variegata, la quale non riesce ad avere un filo comune che la unisca, se non quello di abbattere Berlusconi.
Intendiamoci, noi non tifiamo per il Cavaliere né per questa soluzione, ma nel marasma istituzionale nel quale non si vede nessuno degli uomini politici presenti con le qualità di assumere una leadership, questa ipotesi prende corpo.

Siamo in prossimità del Natale, fra 40 giorni l’Italia si ferma, purtroppo. Per arrivare a gennaio non ci vuol nulla e da lì a fissare le elezioni al 27 marzo senza cambiare questa legge il passo è breve.
È necessario smentire la balla che un Governo diverso da quello attuale, chiamato tecnico o di transizione, sarebbe incostituzionale o contrario al volere del popolo. Ricordiamo ancora che l’art. 67 della Costituzione, legge sovraordinata rispetto a quella elettorale, svincola da mandato ogni parlamentare, che quindi è libero di aggregarsi in qualunque modo. Se Fini decidesse di passare il Rubicone, e si alleasse con tutti gli altri, si potrebbe formare una diversa maggioranza alla Camera. Più difficile è fare lo stesso al Senato, ove invece Berlusconi e Bossi superano la metà dei senatori.
Tutta la situazione politica è in bilico, il Paese è piantato, i problemi irrisolti incancreniscono. Prima si va alle elezioni e meglio è, prima si chiarisce lo scenario oscuro anche per i rigorosi paletti piantati dall’Ue sui Paesi che hanno un enorme debito pubblico, e prima si comincia la risalita.
Ott
06
2010
Berlusconi ha avuto il pregio di fare chiarezza: sapere cioè di quanti voti è composta la sua compagine. Alla Camera dei deputati gli mancano sette/otto voti , al Senato è in parità. Così stando le cose, di fatto, Silvio Berlusconi non può fare quasi nulla. Non può soprattutto fare approvare una legge qualsiasi che lo metta al sicuro dai processi. Rimane sulla graticola ed in balìa di Gianfranco Fini. Il quale, a nostro sommesso avviso, conoscendo i numeri, ha messo in atto una tattica che gli consente di uscire smacchiato dalla vicenda Tulliani.
Nel suo messaggio web il presidente della Camera ha precisato di non sapere come siano andate le cose sulla vicenda di Montecarlo, ma che, se dovesse risultare che la campagna de il Giornale fosse vera, non esiterebbe a dimettersi dall’incarico. Questa circostanza sembra si stia consolidando e forse lo stesso Fini sapeva qualcosa di più di quanto ha ammesso.
Quale sarebbe il retroscena? Sarebbe che Fini coalizza una maggioranza parlamentare per cambiare la legge elettorale, subito dopo dimettersi e andare ad elezioni come leader di Futuro e libertà.

Berlusconi, dal suo canto, spinto da Bossi, sta preparando il terreno per arrivare allo stesso risultato: le elezioni. Ma spera di cristallizzare la situazione fino a gennaio 2011, in modo che non ci sia più il tempo di cambiare la legge elettorale, la porcata, e andare ad elezioni col potere intatto di nomina dei candidati. Il che assicurerebbe allo stesso Bossi, ma anche a tutti gli altri capipartito, un enorme potere su tutti coloro che vogliono essere rimessi in lista, secondo un ordine di precedenza che assicuri l’elezione.
I fatti diranno se questo scenario è fondato, ma ci vorrà poco perchè, intanto, ci sarà l’immediato scontro su una delle leggi ad personam e poi quello sulla Finanziaria 2011.
In questo quadro, a perdere sono gli italiani, perchè il Governo e la maggioranza non affrontano la questione di fondo: lo sviluppo, la crescita di ricchezza, l’aumento dell’occupazione.
La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha tuonato contro l’immobilismo del Governo. Luca Cordero di Montezemolo e Sergio Marchionne hanno preso a cannoneggiare da un altro versante. La Chiesa martella Berlusconi. Gli ebrei sono in rivolta.
 
Il Cavaliere è riuscito nell’impresa di farsi nemici tanti poteri forti, ma egli spera nel suo appeal personale per rivincere le ormai inevitabili elezioni. Non sappiamo se la sua forza mediatica sarà più forte della realtà. Quel che sappiamo è che il Paese langue, il debito pubblico è arrivato all’enorme cifra di 1.838,3 miliardi (il 118,2 per cento sul Pil), la disoccupazione aumenta, le opere pubbliche sono bloccate, la Pubblica amministrazione è nel disastro più completo: tutto questo equivale al  blocco dell’economia.
Il guaio è che questa situazione peggiorerà nei prossimi otto mesi perchè non si vede come questo Governo riesca a fare il suo mestiere, con qualche voto di maggioranza, se ce l’ha. A meno che Berlusconi, con un coupe de theatre non rinunzi alle leggi ad personam e si preoccupi della sorte degli italiani, soprattutto di quelli più deboli: impossibile.

Se Roma piange, Palermo non ride. Neanche Raffaele Lombardo può pensare di fare le importanti riforme che ha promesso col suo quarto Governo di tecnici, contando su una maggioranza effettiva di trentasette voti: tredici dell’Mpa e 24 del Pd (Giovanni Barbagallo, Bernardo Mattarella e Michele Donegani hanno votato contro), poi riesce a raccogliere altri nove voti sulla base di uno scambio. Trattandosi di voti marginali, il prezzo da pagare sarà altissimo.
Come sempre, è abitudine della nostra linea editoriale dare fiducia a chi si accinge a un’impresa anche disperata, come quella di Lombardo. Diamo fiducia perchè è indispensabile che la Sicilia cominci a crescere per fare aumentare il proprio Pil.
Abbiamo più volte elencato le cose da fare, ma due hanno la precedenza: il Piano regionale delle opere pubbliche ed i Parchi progetto dei 390 Comuni per aprire i cantieri e immettere liquidità. Secondo: tagliare 2,9 miliardi dal Bilancio (abbiamo più volte indicato come) per trasferire i risparmi agli investimenti e alla riduzione o cancellazione dell’Irap a carico delle imprese.
Finalmente Lombardo si è accorto che trasformando le Province in Consorzi di Comuni (art. 15 dello Statuto) si risparmiano 400 milioni (ma noi abbiamo conteggiato 500 mln). Meglio tardi che mai.
Set
28
2010
Da sabato 25 settembre “Il Giornale” non è firmato da Vittorio Feltri che si è dimesso da direttore responsabile. Al suo posto è subentrato il condirettore Alessandro Sallusti. Si tratta chiaramente di un’operazione di tipo amministrativo perchè, nella sostanza, il quotidiano della famiglia Berlusconi, col cambio di direzione, non ha mutato di una virgola la sua linea editoriale.
Vittorio Feltri ha assunto la direzione editoriale, come è scritto nello stesso posto in prima pagina. Che significa direttore editoriale e non più direttore responsabile? Significa che Feltri da sabato è responsabile esclusivamente per quello che scrive. Per chi non lo sapesse potrebbe scrivere come un comune cittadino e non come giornalista iscritto all’Ordine regionale della Lombardia. Peraltro a carico dell’ex direttore responsabile è aperto un fascicolo da parte dello stesso Ordine. 
Chiunque può scrivere su quotidiani e periodici da cittadino come accadde nel caso di Renato Farina, “Betulla” per i servizi segreti, che dopo essere stato cancellato dall’Ordine dei giornalisti ha continuato tranquillamente a scrivere sui quotidiani, salvo che, anche per questo motivo, Feltri è stato sospeso dallo stesso Ordine della Lombardia per sei mesi.

Conosco Feltri per la sua carriera professionale ed approvo il suo modo di fare giornalismo che comporta la pubblicazione di fatti, opportunamente e necessariamente verificati con i riscontri, a chiunque facciano riferimento. Disapprovo invece una campagna mediatica che tende a fare dimettere dalla carica un vertice istituzionale. Quest’azione non fa parte del codice deontologico nè degli obblighi e neanche dei diritti dei giornalisti.
Tuttavia ricordo che questo procedimento è di stampo anglosassone. Quando in Usa vi sono dei fatti gravi addebitabili a responsabili delle istituzioni, quotidiani e giornalisti li additano e persino li fanno dimettere.
Il più noto è il caso di Richard Nixon il 37° presidente degli Stati Uniti, detto il bugiardo, attaccato da due giornalisti del “Washington Post” Bob Woodward e Carl Bernstein che riuscirono nell’impresa impossibile. Ma mai quel direttore (Benjamin C. Bradlee) effettivamente il vero eroe della vicenda, anche se taciuto da tutti, pensò nemmeno per un momento di dimettersi. Corse solo il rischio di essere mandato a casa dal suo editore.
 
Notizie di stampa riferiscono che Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti, hanno incontrato Berlusconi a Palazzo Chigi, invitati dal cavaliere. Non ci risulta che l’incontro abbia avuto per oggetto un’intervista. Quindi dobbiamo ritenere che si sia trattato di una cena d’affari amichevole. Peraltro è del tutto normale che un editore riceva i direttori dei suoi giornali.
Non è normale che Feltri abbia detto più volte di non essersi mai sentito con Silvio Berlusconi nel corso della campagna mediatica contro Fini, lanciata ormai da diversi mesi. Un’affermazione cui nessuno ha creduto perchè senza un’adeguata protezione finanziaria nessun direttore attacca con tanta veemenza un vertice dello Stato.
Quanto affermiamo è dimostrato indirettamente dalle dimissioni di Feltri, cui prima si accennava. Informazioni in ambienti milanesi hanno parlato di un ricco assegno di ingaggio per fare trasferire Feltri da “Libero” a “Il Giornale”. Un assegno multimilionario. è giusto che un cavallo di razza del giornalismo venga pagato bene quasi come un calciatore. Ma nessun assegno può salvaguardare da eventuali sanzioni che i tribunali penali e civili possono emettere a carico di chi fa campagne come quella di Feltri.

Ecco perchè, ci sembra evidente, che Feltri abbia dato le dimissioni da direttore responsabile. Noi al suo posto non l’avremmo fatto, ma non siamo al suo posto. Non l’avremmo fatto perchè le dimissioni significano togliersi dal fronte per evitare il rischio delle bordate avversarie e andarsene molto indietro nelle retrovie in modo da essere protetto da ogni rischio.
Questo è umano e perfettamente comprensibile, perchè tutti tengono famiglia, ma chi ha il coraggio delle proprie azioni deve andare sempre fino in fondo, costi quel che costi. Le furbate non depongono mai a nostro favore. Dispiace osservare quanto precede, ma l’etica , e ancor più l’etica giornalistica, non comporta compromessi. Soprattutto in una questione che ha al suo centro proprio l’etica. Di questo è accusato Gianfranco Fini: non di reati ma di aver violato la morale politica.
Set
22
2010
Il nauseante teatrino del mese di agosto dove tanti attorucoli hanno messo in scena una farsa alla Feydeau (Parigi, 1862 - Rueil, 1921) è finalmente finito. Proclami di sfracelli,  vendette e ritorsioni, in altri termini di comportamenti anti-istituzionali, hanno ceduto il posto ad un poco di buon senso. E il buon senso impone che il Governo attui il suo programma con la massima urgenza, facendo approvare e mettendo in atto riforme strutturali che diano competitività a questo Paese, tanto arretrato, perché su di esso vivono moltissimi parassiti, sotto forma di corporazioni.
Fino a quando con le riforme non si tagliano i privilegi, o buona parte di essi, rimarranno in pochi ad essere molto ricchi ed in tanti ad essere poveri: una iniquità non più tollerabile.  Il governo Berlusconi ha fatto in questi due anni alcune riforme ed ha varato tre manovre estive mediante le L. 133/08, L. 102/09 e L. 122/10. Manovre che hanno inserito un minimo di rigore nei conti pubblici tagliando un pochino la spesa corrente. Ma esse hanno presentato due difetti: hanno tagliato in modo indiscriminato, penalizzando gli enti virtuosi, ed hanno tagliato poco, appena 25 miliardi, contro gli oltre 80 necessari per riequilibrare i conti. 

Il patron della Lega, Umberto Bossi, spinge per nuove elezioni come se fosse il patron dell’Italia. Bossi ignora, forse perché non l’ha studiata, che la Carta costituzionale affida al Presidente della Repubblica il compito di valutare se in Parlamento vi sia una qualsiasi maggioranza, non importa da chi formata. Solo dopo aver accertato che essa non vi è, potrà procedere allo scioglimento delle due Camere, e non di una di esse come chiede il Senatùr, non si sa sulla base di quale norma.
Verosimilmente, Berlusconi non lo asseconderà. Infatti sta cercando il consenso dei cespugli, cioè di tutte quelle piccole formazioni composte da alcuni deputati, in modo da colmare il vuoto lasciato dal nuovo raggruppamento di Fini, Fli. Questo comportamento non è conseguente alla sfiducia dell’ex leader di An verso il Governo, anzi egli afferma che voterà la fiducia a tutti i provvedimenti del programma del 2008 ed intende completare la legislatura fino al 2013. Il comportamento di Berlusconi invece è teso a fare a meno del gruppo di Fli, per emarginarlo.
 
In ogni caso, la vita di questo Governo è diventata perigliosa e difficile. Ha dovuto accantonare due provvedimenti su cui ha puntato molto facendo due meschine figure davanti all’opinione pubblica: quello sulle intercettazioni e il secondo sul processo breve. In quest’ultimo caso, il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha commesso un errore imperdonabile nel non aver portato all’opinione pubblica il fatto che la durata fisiologica di un processo è  già stabilita per legge, e precisamente dalla legge Pinto 89/01, per un periodo massimo di tre anni. Infatti lo Stato è obbligato a risarcire attore e convenuto con una somma di circa 1.000 euro l’anno, in caso di superamento di tale periodo.
Il gioco tra Fini e Berlusconi, però, si incentra su un nodo:la tutela al Premier rispetto ai tre processi che lo vedono imputato (Mills, Mediatrade, Mediaset). Fini darà il suo avallo al relativo scudo se otterrà delle contropartite per sé e per il suo nuovo partito. 

Se tuttavia si andasse alle elezioni in primavera nel 2011 (Berlusconi aveva fissato la data nel 27 marzo) si pone una questione di decenza istituzionale: i due leader, probabilmente in guerra, possono fare campagna elettorale occupando i due vertici istituzionali?
Non sarebbe la prima volta che il primo ministro facesse una campagna per il proprio partito pur essendo presidente del Consiglio. Ma in questo caso non si può chiedere a Fini di dimettersi per la stessa ragione secondo la quale Berlusconi dovrebbe compiere lo stesso atto.
Si tratta di par condicio: o entrambi gestiscono le elezioni fuori dalle cariche istituzionali o entrambi restano al loro posto compiendo con ciò una forzatura delle istituzioni. Certo, non si può pretendere che uno si dimetta e l’altro no, perché questo fatto farebbe pendere il piatto della bilancia a favore di uno piuttosto che dell’altro.
Se tutti ci abituassimo a cercare l’equità nei comportamenti, il buonsenso prevarrebbe, mentre fatti e circostanze si verificherebbero con verità e non falsati da illusioni mediatiche.
Set
21
2010
Inopportuno ed eccessivo è stato l’intervento della commissaria europea incaricata alla Giustizia, diritti fondamentali e cittadinanza, baronessa Viviane Reding, quando ha attaccato un gran Paese come la Francia, sol perchè vuol mettere ordine in casa propria, combattendo con decisione illegalità e malaffare procurato da chi non ha la legittimità per vivere nel Paese transalpino, ossia non ha le carte in regola.
Prendersela proprio con la Francia, uno dei migliori esempi di convivenza multietnica ove i noir sono numerosissimi e nelle banlieues delle città vivono milioni di persone non francesi, è stato veramente un comportamento riprovevole. Il presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, ha reagito con opportuna durezza: “Non posso lasciare insultare il mio Paese”, confermando che continuerà l’azione per sgombrare i circa trecento campi ove vivono in modo incivile migliaia e migliaia di clandestini.

Il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha dato piena solidarietà al presidente francese, rilevando che nessun commissario europeo si possa permettere di usare certi toni nei confronti di Paesi che, nel 1954, hanno sottoscritto la Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio).
Implicitamente Berlusconi ha confermato la linea di fermezza del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, il quale ha meritoriamente bloccato le immigrazioni dall’Africa ed ora sta emanando dei provvedimenti per rimandare ai loro Paesi coloro che si trovano sul nostro territorio senza alcun titolo, creando disagi e pericoli per la popolazione.
Il nostro ragionamento non può essere considerato razzista perchè in Italia vivono già circa cinque milioni di immigrati, la maggioranza dei quali è iscritta alle anagrafi comunali, porta i figli alle scuole, usufruisce dell’assistenza sanitaria e, in genere, di tutti i servizi pubblici. Gente che lavora e che paga le imposte e la previdenza. Questi sono fratelli a cui bisogna dare completa solidarietà.
Guai a confondere il grano con il loglio. Come sempre, occorre supportare chi ha le carte in regola ed espellere chi non ce l’ha. In altre parole, occorre comportarsi sempre con equità e consapevolezza che a fronte dei diritti vi sono dei doveri, i quali devono essere osservati prima degli altri. Chi non è iscritto alle anagrafi, esercita per esempio il diritto alla salute, ma non ha alcun dovere verso la Comunità. Fuori.
 
Il piccolo Stato del Vaticano ha qualche migliaio di abitanti. I vertici continuano a lanciare anatemi contro la mano ferma di Maroni dicendo che il nostro Paese dovrebbe accogliere tutti quelli che hanno bisogno. Il Vaticano predica bene e razzola male. Se è vero che l’Italia ha oltre l’8 per cento della popolazione non italiana, è anche vero che il Vaticano non ha l’8 per cento di popolazione non vaticana. Il che significa che potrebbe tranquillamente accogliere qualche centinaio di immigrati e sostenerli economicamente; e solo dopo potrebbe chiedere che altri, come il nostro Paese, facciano la stessa cosa.
Qui da noi vi sono oltre due milioni di disoccupati, la crisi morde il lavoro privato con una fortissima cassa integrazione. Morde ancor di più le piccole e medie imprese che non possono usufruire della cassa integrazione. In questo quadro, non vi è alcun riflesso occupazionale nel pubblico impiego, ove non è prevista la cassa integrazione. I 220 mila precari della scuola, frutto di un clientelismo sfrenato di questi ultimi trent’anni, non servivano al servizio scolastico.
Sul piano umano dispiace che chi ha lavorato nella più delicata e importante istituzione italiana oggi sia fuori, ma dobbiamo chiedere a questi precari che cosa abbiano fatto per formarsi in altre attività professionali e per cercare collocazione nel mercato.

Dunque, Sarkozy e Berlusconi hanno perfettamente ragione a mantenere la linea che clandestini e irregolari devono essere rinviati ai loro Paesi di origine. La questione è più delicata quando si fa riferimento ai rom di origine rumena, perchè la Romania fa parte dell’Unione, ove vige il principio della libera circolazione di persone e cose. Tuttavia, la libera circolazione deve sempre basarsi su documenti anagrafici ineccepibili e contratti di lavoro che sostengano la possibilità di vivere senza ricorrere al malaffare o al racket dell’accattonaggio e di altra natura.
Occorre quindi essere chiari sul rispetto delle leggi, sia da parte dei nostri concittadini che da parte di chiunque venga a vivere transitoriamente o stabilmente nel nostro territorio nazionale. Sconti a nessuno.
Set
15
2010
Berlusconi sostiene di aver avuto assicurazione dal repubblicano Francesco Nucara, violentemente attaccato da Giorgio La Malfa, che la legione straniera formata da venti deputati sarebbe pronta a soccorrere il Governo. Vedremo dopo il discorso di fine mese i numeri dei votanti a favore e sapremo finalmente la verità.
A noi siciliani interessa, però, il comportamento dell’Mpa e del Pdl Sicilia, i cui leader hanno dichiarato che daranno fiducia al Governo Berlusconi. Sembra che la contropartita sia la firma immediata del decreto dell’Economia per trasferire i 4,3 mld € di Fas (Fondi per le aree sottoutilizzate) alle casse regionali. Questa promessa è stata infranta numerose volte dal ministro Tremonti, il quale firma con estrema rapidità i provvedimenti a favore della Padania, ma fa il duro con quelli a favore del Sud e della Sicilia in particolare. Due pesi e due misure che indicano come l’avvocato di Pavia non sia uno statista super partes.

Le casse regionali hanno disperato bisogno di quella liquidità. Però essa sarà destinata, almeno secondo le dichiarazioni del Governo Lombardo, a obiettivi distorti e, cioè, come spesa corrente, pessimo elemento che non aiuta per nulla lo sviluppo.
La stessa denominazione Fas indica che le somme vanno destinate tutte, e non in parte, per far risalire la china alle aree sottoutilizzate. Fra esse vi è la Sicilia. Ma non a finanziare indennità e stipendi a inutili dipendenti perché non servono alla produzione dei servizi.
Ricordiamo ancora una volta che tutti i siciliani che non si trovano all’interno delle pubbliche amministrazioni, ove invece si trovano i raccomandati, hanno lo stesso diritto di questi ultimi, con la qualifica da loro assegnata dal Consiglio di Stato con ben tre sentenze, che è: aspiranti. è in corso una campagna di mobilitazione affinché tutti gli aspiranti facciano domanda in massa con acclusi i loro curricula sia ai Comuni che alla Regione, per chiedere di essere assunti al pari dei precari raccomandati che già vi sono all’interno.
Il Movimento per le Autonomie è nato per difendere le prerogative dello Statuto e quindi di tutti i siciliani. Non può difendere i precari e ghettizzare gli aspiranti.
 
Dunque, Lombardo ha promesso la fiducia a Berlusconi a fronte della firma del decreto sui Fas. Ci soccorre la vecchia frase “Prima vedere cammelli”. Questa volta Lombardo non si potrà fidare del Cavaliere, se non dopo aver visto coi propri occhi il succitato decreto sui Fas.
Jordi Pujol è riuscito a trasformare la Catalogna dalla più povera alla più ricca regione di Spagna in soli 35 anni, quadruplicando il Pil. I 54 Governi regionali e gli ultimi tre post-riforma non sono riusciti a far aumentare il Pil neanche di un punto in 63 anni (1947-2010). Una fotografia che dovrebbe costituire la gogna per tutti i 57 presidenti della Regione e le maggioranze che li hanno sostenuti. Una gogna per i 90 deputati che costano, come potrete leggere nell’inchiesta pubblicata oggi, ben 28 milioni di euro l’anno contro i 17,4 dei consiglieri della Lombardia.

Solo se Lombardo metterà in atto un piano di sviluppo fondato sulle opere pubbliche, prima fra le quali la sistemazione idrogeologica del territorio; solo se Lombardo punterà sui sostegni alle imprese, esclusivamente mediante il credito d’imposta; solo se Lombardo riuscirà a scambiare parte delle azioni possedute dalla Regione di Unicredit con il controllo di Irfis, da trasformare in banca regionale con l’intervento di un grande manager internazionale; solo se Lombardo si ricorderà che i siciliani sono tutti uguali, non privilegiando più i precari a danno degli aspiranti; solo se Lombardo taglierà il bilancio 2011 di quattro miliardi di euro di spesa corrente per destinarli agli investimenti; solo se Lombardo metterà sotto pressione la macchina regionale perchè spenda immediatamente tutti i fondi europei e statali, cofinanziati dalla Regione; solo se Lombardo farà tutto questo e altre azioni più volte indicate su queste pagine, potrà ragionevolmente impegnarsi con i siciliani per far aumentare il Pil nella sua legislatura, (fino al 2013) dal 5,6 al 7,6 per cento, cioè 20 miliardi in più con la creazione contestuale di oltre 100 mila posti di lavoro.
Sviluppo e lavoro devono essere le stelle polari di Lombardo.
Set
11
2010
Ciclicamente viene all’attenzione dell’opinione pubblica l’urgenza di modificare la legge elettorale. I partiti tradizionali resistettero con la legge proporzionale fino al 1992. Il difetto principale di quella legge era che gli elettori si limitavano a votare i candidati i quali, poi, nelle due Camere, dovevano assemblarsi in maggioranze, che quindi potevano mutare.
L’instabilità conseguente fu che in quasi cinquant’anni cambiarono una cinquantina di Governi. Dalla legge proporzionale scaturì anche Tangentopoli e da lì Mariotto Segni impugnò l’arma bianca del referendum che, nel 1993, tagliò la dissennata legge.
Il Parlamento doveva votare, secondo l’indirizzo referendario, una legge elettorare maggioritaria con collegi uninominali, ma con un colpo di mano Sergio Mattarella propose di mantenere l’elezione proporzionale per il 25 % dei seggi alla Camera.  Nacque il Mattarellum.
Stolto sarebbe chi, oggi, volesse tornare a qualla famigerata legge semi-proporzionale.

Del peggio c’è il peggiore. La legge elettorale inventata da Roberto Calderoli, ministro leghista, fu da lui stesso denominata porcata. Tale legge ha sottratto agli elettori il diritto di scegliere i candidati da eleggere. Essa ha trasferito ai leader di ogni partito il potere di nominare i candidati nella lista, secondo l’ordine a loro più utile. La vera porcheria della legge è che ha trasformato un Parlamento eletto democraticamente in un Parlamento di burattini, perché nessuno si muove al di fuori del controllo dei leader del loro partito, pena la non ricandidatura.
Da anni si torna a parlare di cambiare questa legge, ma ora che siamo al momento di provvedervi, Berlusconi e Bossi hanno detto di no e che questa legge deve rimanere anche per le prossime elezioni politiche del 2013 o prima, se Napolitano sciogliesse la legislatura. Si capisce perfettamente la logica dei due leader del centrodestra, che è quella di continuare a tenere in pugno tutti i propri deputati e senatori, ora trasformati in altrettanti yes man.
Un Parlamento composto da burattini, all’interno del quale l’opposizione appare frazionata e inconsistente, perché non propone un progetto politico alternativo.
 
È venuto da tante parti il bisogno di approvare una nuova legge elettorale, ma dopo il netto rifiuto di Berlusconi e Bossi, essa può essere approvata da una maggioranza diversa, se c’è, in Parlamento. Ecco perché sarebbe importante che tutti gli altri partiti, a eccezione di quello berlusconiano e della Lega, si riunissero per valutare se tale possibilità esiste.
Questa è una precondizione per discutere, poi, quale forma debba assumere la nuova legge. Se manca, è inutile che D’Alema, Fini o Casini propongano le rispettive ipotesi.
Se la legge elettorale è indispensabile per le elezioni che verranno, la questione più urgente è quella dello sviluppo dell’Italia, che passa attraverso quello del Mezzogiorno, legato a sua volta a massicci investimenti in opere pubbliche per adeguare alla media nazionale il tasso infrastrutturale.

Ben comprendendo questa urgenza, che un ceto politico responsabile dovrebbe mettere al primo punto dell’agenda, si capisce anche che l’interesse primario di Berlusconi è quello di avere uno scudo dai tre processi che lo coinvolgono (Mills, Mediaset e Mediatrade) e l’interesse primario di Bossi è quello di far passare il federalismo, che ha lo scopo non tanto nascosto di mantenere la ricchezza al Nord e di lasciare che il Sud vada alla deriva, anche e soprattutto per le responsabilità della propria classe dirigente.
Questo non accadrebbe se il Parlamento ritornasse a essere composto da eletti e non da nominati. Ecco, quindi, che ritorna essenziale la modifica dell’attuale legge elettorale.
Guardando l’Europa, vediamo che funziona benissimo la legge elettorale francese, maggioritaria a doppio turno, perché consente (sul modello della legge italiana sull’elezione dei sindaci) di scremare al primo turno tutti i candidati e consentire al secondo la scelta fra i due che hanno riportato il maggior numero dei voti.
Essa è simile alla legge elettorale britannica, mentre le altre leggi proporzionali (come quella tedesca o spagnola) farebbero ricadere nel vecchio vizio la democrazia italiana.
Ago
17
2010
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, il 15 agosto a Palermo ha detto una menzogna spudorata, basata sul secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione. E cioé che quando il popolo ha eletto una maggioranza, essa non può essere cambiata.
Conosco Angelino da oltre un decennio e so che è un ragazzo intelligente, colto e professionalmente preparato. Non capisco, pertanto, come possa avere mentito sapendo di mentire.
Infatti, la nostra Costituzione è basata su una democrazia parlamentare, tanto che l’articolo 67 prevede che ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Non solo, quindi, ogni deputato o senatore non risponde al proprio partito (donde la porcata dell’attuale legge elettorale), ma neanche ai cittadini che l’hanno eletto (non possiamo dire che gli hanno dato la preferenza perché non esiste più).
In questo quadro costituzionale, qualunque maggioranza che si formi comunque e riceva la fiducia delle due Camere, è perfettamente legittima e nessun falso ignorantello, per ragioni di casacca, deve permettersi di dire puttanate al riguardo.

Ciò premesso, dissentiamo dallo scenario politico, nel quale le forze in campo discutono sul berlusconismo e sull’antiberlusconismo. Il Cavaliere è in campo da 16 anni, forse lo resterà ancora per qualche anno, ma è comunque una figura destinata ad eclissarsi. Questa non è politica, cioè l’arte di fare scelte al più alto livello, nell’interesse dei cittadini, i quali devono avere un punto principale di riferimento nel valore dell’equità. Le forze politiche in campo devono misurarsi sui programmi e sulla capacità di realizzarli.
Fa bene Berlusconi a programmare la richiesta di fiducia della sua maggioranza, se esiste, su quattro titoli: federalismo, riforme, fisco e Mezzogiorno.
Naturalmente, quando si passa dai titoli ai contenuti la distanza può essere tanta ed è proprio su questo percorso che si verificherà la tenuta della maggioranza, ormai formata da tre gruppi (Pdl, Lega e Fli), oppure di una minoranza (Pdl, Lega), mentre tutti gli altri gruppi possono formare una nuova maggioranza.
 
Se non c’è più quella esistente, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha l’obbligo costituzionale di verificare l’esistenza di una qualunque altra maggioranza, comunque formata con obiettivi ridotti. E se poi neanche quest’ultima vi fosse, l’ultima ratio è lo scioglimento delle Camere e le nuove elezioni in marzo 2011.
Fra i punti in verifica a settembre vi sono le riforme, prima delle quali quella elettorale. Il modello potrebbe essere quello francese, a doppio turno in collegi uninominali, che nella Nazione d’Oltralpe funziona perfettamente dal 1958, oppure quello spagnolo o tedesco, con deputati eletti in piccolissimi collegi. Le due forme elettorali consentono di avvicinare molto i candidati agli elettori, che possono quindi esprimere il loro voto con cognizione di causa. Questo è il punto fondamentale: riavvicinare gli elettori ai candidati, in modo da ritenere il voto utile e non inutile, com’è adesso. è infatti insopportabile che il Parlamento sia composto da nominati e non da eletti.

A Palermo, in occasione del pronunciamento di Alfano che abbiamo riportato, vi era il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, il quale ha espresso un elenco di risultati ottenuti contro la criminalità organizzata, veramente impressionante per efficacia. Il ministro Maroni e le Forze dell’ordine hanno potuto conseguire certi risultati anche perché i magistrati che coordinano le indagini sono stati determinanti per fare tabula rasa delle organizzazioni malavitose. Essi hanno seguito, come disse nel 1982 il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, le vie del denaro. Percorrendo queste vie, sono stati sequestrati beni mobili ed immobili ai criminali e, per ultimi, 800 milioni a quell’Aiello ritenuto prestanome di Bernardo Provenzano.
Tuttavia, la lotta deve aumentare di livello e di qualità, per andare a colpire non solo le intrusioni della ‘ndrangheta negli appalti della Calabria, ma le intrusioni negli affari pubblici della Lombardia e del Veneto, con le mani protese su Borsa, società finanziarie, nazionali ed off shore.
Aggiungo un plauso ad Alfano per il congegno di norme che hanno consentito i risultati esaminati.
Ago
10
2010
La Lega Nord è il più grande partito autonomista d’Italia, anche perché è riuscito ad allargarsi in un territorio formato da almeno tre Regioni (Piemonte, Lombardia e Veneto). Essa si è anche incuneata in Emilia e Toscana, facendo breccia perfino a Lampedusa, dove una sua concittadina, Angela Maraventano, è stata eletta senatrice del partito.
Bossi, in diverse interviste, ha precisato correttamente che la Lega non è di destra né di sinistra, ma un partito autonomista dei cittadini per i cittadini: un’affermazione che si può sottoscrivere senza alcuna remora.
Il Movimento per l’Autonomia di  Lombardo - costituito solo nel 2005, mentre noi lo avevamo auspicato negli anni Novanta - si muove nell’agone politico senza le tradizionali barriere. Per cui, correttamente, può allearsi con qualunque partito, con l’unica condizione di seguire la rotta nell’interesse esclusivo dei siciliani. Così come ha fatto Jordi Puyol, nel 1974 in Catalogna, e Lee Kuan Yew, nel 1965 a Singapore.

Però, a Lombardo manca la cinghia di trasmissione dell’attività dei dirigenti che li colleghi ai quadri e agli elettori, per cui non ha quei canali di comunicazione indispensabili per dimostrare l’efficacia della propria linea politica.
Le vessazioni che ha subìto la Sicilia, in questi 64 anni di Autonomia, hanno una precisa responsabilità nella classe politica isolana, che ha sempre anteposto agli interessi del nostro popolo la propria carriera. Si sono pronati servilmente quando c’erano da difendere i nostri interessi e accettando colonizzazioni e danni ambientali in nome di un’occupazone che è stata alternativa al benessere delle popolazioni. Con i risultati che possiamo constatare, purtroppo, nella aree di Milazzo, Priolo, Gela e Termini Imerese.
Gianfranco Micciché, che ho conoscuito quando era giovane dipendente dell’Irfis, ha capito che non è più tempo, per la Sicilia, di stare aggregati a un carro che non ne cura gli interessi e, coraggiosamente, ha creato il partito autonomista, denominato provvisoriamente Pdl Sicilia.
Giovedì 29 luglio si è consumata la frattura fra Fini e Berlusconi, un chiarimento indispensabile perché non era più possibile assistere a litigi continui che hanno bloccato Parlamento e Governo.
 
Fini in Sicilia ha quattro deputati all’Ars, con i quali può costituire un altro gruppo autonomista, fuori dal contesto di destra o sinistra.
Anche l’Udc di Saverio Romano, con la sua forza che è preponderante nel partito nazionale, può decidere di diventare un partito autonomista, per uscire dalla logica romanocentrica e collaborare a un progetto di cui la Sicilia ha indispensabile bisogno e le cui parti sono state più volte elencate su questo giornale.
Ultimo, ma non ultimo, il Partito democratico. Abbiamo sentito da tanti esponenti primari la necessità che esso si costituisca in organismo autonomo da federarsi con quello nazionale. è ovvio che Bersani e i maggiorenti centrali dicano di no. Ma qui, in tutti e cinque i partiti, deve essere compreso che la sensibilità dei siciliani si è risvegliata e, per la forte stretta di risorse pubbliche, ambisce che la classe politica sostituisca il becerume della sua condotta con la qualità.

In questa rassegna abbiamo lasciato per ultimo il Pdl lealista di Giuseppe Castiglione, il cui gruppo all’Ars è presieduto da Innocenzo Leontini. Anche loro si sono resi conto che non si può più essere considerati vagone di coda di un Governo che ha spostato il cuore della sua attività al Nord, attratto inesorabilmente da quella calamita che è la Lega.
Qui non si tratta di tirare il lenzuolo dal nostro lato, ma di fare in modo che esso copra ragionevolmente tutte le regioni d’Italia. Il metro dev’essere quello della virtù e della capacità di amministrare bene le risorse pubbliche, stimolando quelle private con  attrazioni e convenienze.
Si è parlato della staffetta presidenziale Lombardo-Micciché del 2013. Può darsi che così sarà, ma nei prossimi tre anni può succedere di tutto con il nuovo scenario politico che si è delineato in questo scorcio dell’estate ante-ferie.
Una cosa, però, è auspicabile: che i partiti operanti in Sicilia abbiano al centro dei loro valori quello dell’Autonomia e la prevalenza degli interessi della Sicilia su altri interessi. E abbiano al centro l’attuazione dello Statuto, che è il cuore dell’Autonomia stessa.
Giu
23
2010
La fissa del presidente del Consiglio è quella delle intercettazioni. Uno strumento indispensabile alle indagini, ma non il solo. Infatti, quando se ne faceva poco uso o addirittura non c’erano gli strumenti informatici per usarlo copiosamente, come si è fatto nei nostri giorni, i delinquenti venivano comunque portati in Tribunale e i corruttori veri venivano puniti ugualmente. Ricordo che Mani pulite riuscì a decimare una classe politica corrotta pur facendo un uso molto limitato delle intercettazioni.
La questione è esplosa quando alcuni soggetti istituzionali hanno cominciato a usare le intercettazioni per altri fini, diversi da quelli giudiziari. Si è trattato di abusi, quando sono stati pubblicati sui giornali telefonate fra persone che non avevano nulla a che fare con l’indagine in corso. Ma se direttori e giornalisti hanno pubblicato quelle informazioni, qualcuno gliele ha date. Andare a colpire, con il ddl in esame alla Camera, gli operatori dell’informazione (giornalisti ed editori) è un modo sbagliato per risolvere il problema.

La soluzione del problema sta invece nel rendere penalmente responsabile chi gestisce informazioni riservate. Se qualcuno dei miei giornalisti scrive delle cose false su chicchessia, una reazione con querela non colpisce solo il mio giornalista, ma anche me che sono oggettivamente responsabile di tutto ciò che si scrive su questo quotidiano.
È oggettivamente responsabile, sul piano civilistico e penale, l’amministratore delegato di una grande impresa che ha migliaia di dipendenti. Ricordiamo che il pool di Mani pulite, guidato dal Procuratore capo Francesco Saverio Borrelli, utilizzava la famosa frase: “L’indiziato-amministratore non poteva non sapere...”. Su questo assunto si incarceravano i presunti colpevoli.
Ora, se il direttore di un giornale o l’amministratore di una grande impresa sono oggettivamente responsabili di ciò che fa un qualunque dipendente-collaboratore, non si vede perché il capo di un ufficio giudiziario non debba essere oggettivamente responsabile se i segreti istruttori vanno a finire sulle pagine dei giornali.
 
Basterebbe questa estensione del principio di responsabilità oggettiva, per rendere totalmente inutile il disegno di legge citato.
Se vogliamo però guardare meglio dietro le quinte, esso vuole nascondere un fine più sottile: quello di tutelare la corruzione nella Pa, mentre il Paese ha bisogno di maggiore trasparenza per vedere quello che succede nei Palazzi, soprattutto quando vengono messe in atto procedure chiamate d’urgenza o di somma urgenza. Esse calpestano a pie’ pari ogni regola di concorrenza e buona amministrazione, e nascondono favoritismi nei confronti degli imprenditori-amici del clan, come sta dimostrando la vicenda di Balducci e soci.
Proprio in questi giorni, è data notizia che la società Arcus, controllata dal ministero dei Beni culturali per affidare opere di ristrutturazioni per decine di miliardi, sia anch’essa nell’occhio del ciclone in quanto avrebbe effettuato affidamenti in violazione dei principi di concorrenza e di parità fra i soggetti partecipanti ai bandi pubblici.

E tutto confluisce nelle procedure, lo ripetiamo noiosamente da trent’anni. Procedure appositamente complicate e studiate per alimentare la corruzione materiale e morale, costringendo gli aventi diritto a chiedere il favore. E torniamo al nodo dell’arretratezza del Sud, basata sullo scambio fra voto e favore.
Io non mi preoccupo di essere intercettato, né se qualcuno va a frugare nei miei conti bancari: ricevo i miei compensi per via telematica e pago tutto con carte di credito, bancomat o bonifici bancari. Chi voglia maneggiare danaro contante ha sempre qualcosa da nascondere, anche, per esempio, alla moglie o al marito. Certo, mi seccherebbe se una conversazione privata fra me e un altro cittadino italiano o straniero fosse portata sui giornali, anche perché non importerebbe a nessuno.
Un altro aspetto dell’abuso di intercettazioni è l’ascolto a strascico, cioè random, cioè a casaccio, tanto qualcosa si pesca. Le investigazioni, mi diceva un alto dirigente della Polizia, sono una cosa seria. L’intercettazione è solo una parte di esse.
Giu
18
2010
Se un torto ha il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è quello di essere entrato nelle spese dei singoli ministeri andando a tagliare secondo la sua opinione. Con ciò ha leso l’autonomia dei vertici politici, ai quali invece bisognava dare le indicazioni dell’ammontare complessivo delle spese finanziabili. Uguale errore ha commesso nel dare un taglio ai trasferimenti verso Regioni e Comuni senza distinguere fra enti viziosi ed enti virtuosi.
Fatto salvo quanto precede, bisogna apprezzare il rigore del ministro anche se, come abbiamo più volte sottolineato, esso appare insufficiente. Tremonti ha tagliato solo 12 mld € di spesa per il 2011, pari all’1,6 per cento della spesa complessiva stimata dalla Ruef in 734 mld €.
La manovra è insufficiente perché crea comunque un disavanzo primario e carica sull’enorme debito pubblico di 1.797 mld € altri 71 mld € di interessi che esso stesso genera: una sorte di vite senza fine.
Anziché sostenere e incoraggiare questa linea, alcuni stolti la contrastano per ragioni demagogiche.

Tremonti fa un esame al mese: l’asta dei titoli del debito pubblico che devono essere sottoscritti dal mercato in sostituzione di quelli che scadono e devono essere pagati. Il mercato compra tali titoli se essi godono ancora di un rating buono (possibilmente tripla A) e se il loro spread con i bund tedeschi sia limitato.
Tutto ciò accade nella misura in cui i conti dello Stato siano tenuti sotto controllo, tentando di raggiungere il consuntivo di fine 2010 senza disavanzo primario.
 
Se Tremonti avesse avuto più coraggio e se Berlusconi non avesse fatto in campagna elettorale promesse che non poteva mantenere, se non badasse continuamente ai sondaggi per governare, la manovra sarebbe stata più rigorosa. La Merkel, infatti, ha tagliato spese per 80 mld € e non per 24, pur avendo un debito pubblico dimezzato rispetto a quello italiano. Fatte le debite proporzioni, Tremonti avrebbe dovuto tagliare anch’egli 80 mld €, ma non l’ha fatto perché il provvedimento sarebbe stato tanto impopolare da far crollare la supposta popolarità del Cavaliere.
Gli statisti non governano con i sondaggi, ma fanno gli interessi della maggioranza dei cittadini tagliando i privilegi delle corporazioni, che sono forti e hanno voce. Governare con i sondaggi è come non governare e infatti questi primi due anni di legislatura sono passati con interventi di cui non si è sentito l’artiglio.
Il provvedimento di bloccare le assunzioni pubbliche (una nuova rispetto a cinque esodi) va nella direzione giusta, ma non è sufficiente.

Chi ha detto, dove è scritto che i dipendenti pubblici debbano essere 3,4 milioni? Da quale Piano industriale o da quale Piano organizzativo scaturisce questo fabbisogno? Ecco il vulnus del comportamento di Tremonti. Per reggere meglio gli esami mensili avrebbe dovuto portare agli organismi internazionali di valutazione modelli organizzativi collaudati, in modo da ricevere maggiori apprezzamenti.
Peraltro, gli apprezzamenti ci sono stati, sia da parte del Fondo monetario che da parte dell’Unione europea, ma la politica economica del ministro poteva e doveva fare di più.  Non è importante ottenere apprezzamenti, ma rimettere in equilibrio i conti dello Stato e abbattere quella bestia feroce che è il debito pubblico di 1.797 mld €, oltre il 115 per cento del Pil. Ricordiamo che il parametro di Maastricht è del 60 per cento. Intorno a esso si trova il debito degli altri Stati fondatori dell’Unione. L’Italia non può averne uno doppio perché gli interessi divorano lo sviluppo.
È chiaro che tutti i soggetti cui vengono tagliate risorse urlano. E lo fanno spesso in modo egoistico, anziché cominciare a fare l’esame di coscienza. A valutare, cioè, se si siano comportati in maniera professionale nel gestire le risorse ricevute e se non possano fare risparmi migliorando l’organizzazione dei propri servizi, senza tagliare i servizi sociali.
Tutti quelli che reclamano in direzione opposta sono in malafede, tranne coloro che già si comportano in modo virtuoso.
Mag
29
2010
Sapete come prende il Viagra un genovese? Mette la pillola azzurra tra le dita, la lecca e guarda l’effetto, per non consumarla tutta. Se non c’è, riprova. Per altri versi Berlusconi fa allo stesso modo. Fa lanciare dai suoi collaboratori (così chiama i ministri) delle proposte, fa i sondaggi, se non trovano esito positivo non le porta avanti o le azzera. Così agendo, il Cavaliere conferma di essere un uomo di televisione, la quale produce programmi solo se hanno audience. Quando l’audience non c’è, li brucia.
Questo non è un comportamento da statista, nè un modo di governare nell’interesse di tutti. è chiaro che il cappone non ami il Natale, nè si può mettere la volpe a guardia del pollaio. Fuor di metafora, se il Governo chiedesse alle corporazioni di rinunziare ai loro privilegi è chiaro che solleverebbe un coro di proteste. Per questo governa, tagliando ove c’è da tagliare.

La Finanziaria nazionale 2011- 2012 chiede sacrifici di facciata perchè riduce la spesa pubblica di appena 12 miliardi, ammesso che essa arrivi alla fine del percorso parlamentare senza retromarce annunciate.
Secondo la Relazione unificata Economia e Finanza pubblica 2010, quest’anno le spese preventivate sono 734 miliardi, cui vanno aggiunti interessi sul debito pubblico per 71 miliardi per un totale spese finali di 805 miliardi. Le entrate previste sono 728 miliardi, con una pressione fiscale del 42,8% per cui vi è un saldo negativo di 78 miliardi, pari al 5 per cento del Pil nominale di 1.554 miliardi, che deve essere finanziato. Come? Mediante l’emissione di ulteriori titoli di Stato che aggraveranno il fardello di 1.797 miliardi (Bankitalia marzo 2010).
Scusate l’elencazione delle cifre, ma esse rappresentano la spiegazione in estrema sintesi della pochezza della manovra. Il dato generale che si rileva riguarda il rinvio di spese, non la loro abolizione, mentre da tutte le parti politiche ed economiche si invocano tagli strutturali, cioè definitivi.
Se la manovra andrà in porto avrà ridotto le spese di appena l’1,6%, mentre bisognerebbe tagliare almeno il 10% per compensare gli interessi e non avere ulteriore disavanzo annuale, che si somma alla montagna di debito pubblico.
 
In Italia circolano seicentoventinovemila auto blu, ma il dato è soggetto a verifica. Secondo “Contribuenti.it” in Francia sono 61 mila, in Gran Bretagna 55 mila, in Germania  54 mila, a tutti i livelli (Stato, Regioni, Province, Comuni, Municipalità, Asl, Comunità montane, Enti pubblici, Enti pubblici non economici, Società miste pubblico-privato e Società per azioni a totale partecipazione pubblica). Tenendo conto che per ogni auto vi sono due o tre autisti, il numero di dipendenti addetti alla veicolazione di potenti e potentini supera il milione. Un vero oltraggio alla povertà e a tanti italiani che vivono con mille euro al mese.
Le Province costano 16 miliardi. Di questo importo solo 5 o 6 servono per le attività proprie delle stesse. Dieci miliardi costituiscono uno spreco perchè alimentano un’istituzione inutile, che il programma del governo Berlusconi aveva deciso di tagliare con una legge costituzionale. Impegno disatteso puntualmente.
La Sanità costa 110 miliardi e anche in questo settore, senza inserire ticket, è possibile una riduzione di 5/6 miliardi, agendo sulle spese strutturali conseguenti a una migliore organizzazione che ottenga più efficacia dalla spesa.

La spesa per beni di consumo di tutte le pubbliche amministrazioni viaggia sui 40 miliardi. Essa potrebbe essere tranquillamente dimezzata, qualora gli acquisti fossero centralizzati in ogni capoluogo di Regione, togliendo la manna alle centrali romane. I trasferimenti alle aziende pubbliche di trasporto, ferrovie comprese, sono oltre 22 miliardi. Di essi le Ferrovie dello Stato Spa percepiscono 6 o 7 miliardi l’anno. La società fondata da Montezemolo e soci (Ntv) non prenderà un euro di contributi, investe 1 miliardo e assume 1.300 persone.
Così dovrebbe fare la Pubblica amministrazione e non continuare a dilatare la spesa per favorire un ceto politico dissennato che basa il consenso sullo scambio fra voto e favore. Vi sono altri contributi a imprese a fondo perduto, che le uccidono. Bisognerebbe trasformarle in credito d’imposta. Successivamente faremo altri esempi.
Apr
30
2010
La guerra nata da qualche tempo fra Fini e Berlusconi non riguarda il presente ma il futuro. Fini cerca spazio per accreditarsi come il naturale successore ed è per questo che ha adottato una politica piena di distinguo più sul metodo che sui fini del Pdl. Un’operazione, quella dell’ex leader di An, rischiosa ma strategica. Sul momento il grosso della sua truppa l’ha abbandonato, ma ove mai il Cavaliere dovesse sparire per qualunque ragione dall’agone politico probabilmente ritornerebbe all’ovile.
Fini dice una cosa incontrovertibile e, cioè, che Bossi detta l’agenda del Governo, anche se indossa la pelle dell’agnello, perché vuol far passare la sua legge, quella sul federalismo. Mentre il Senatur punta al bersaglio grosso, le sue truppe conquistano il territorio (Comuni, Province, Regioni, assessorati, sanità, banche, aziende pubbliche e via enumerando), forte di un gruppo rilevante di parlamentari e, in caso di elezioni anticipate, di un ulteriore aumento di esse.

La querelle sui voti della direzione del Pdl è risibile. Infatti, non è vero che sono stati contati 160 membri favorevoli su 172 (uno astenuto, cioè Pisanu, e 11 contrari). La conta dei favorevoli non c’è stata perché desunta per differenza: una barzelletta. Conta invece che la maggior parte degli ex finiani si siano aggregati al carro berlusconiano.
Nei successivi interventi Fini ha spiegato con chiarezza che la leadership di Berlusconi non è in discussione, che egli deve governare fino alla scadenza naturale della legislatura (2013), che il Pdl è il suo partito e non intende abbandonarlo, né che intende creare una corrente. E allora, dov’è l’oggetto del contendere? È sul metodo di governo del partito. Discutere è indispensabile, ma anche decidere e, in questo caso, chi è in disaccordo deve poi nelle aule parlamentari votare secondo le decisioni della maggioranza.
È tutto chiaro? No, per nulla. Infatti la Lega continua a inserirsi nelle questioni interne del Pdl e minaccia le elezioni se Fini non verrà emarginato del tutto, lanciando un’accusa totalmente falsa e, cioè, che egli contrasta le riforme.
 
Se la riforma sul federalismo fiscale significa fare adottare i costi standard e gli standard di efficienza a tutti gli enti locali meridionali, non si può che essere d’accordo, perché è ora di finirla da parte di tutti gli amministratori locali del Sud di utilizzare le proprie strutture per l’assunzione di personale, non tanto come ammortizzatore sociale quanto per mantenere intatto il clientelismo basato sullo scambio tra voto e favore.
L’enorme esubero di personale delle amministrazioni meridionali non solo ha creato immobilizzazione della spesa, che invece doveva essere destinata a investimenti produttivi e infrastrutture, ma ha scassato le burocrazie che sono un campionario di inefficienza contro i cittadini, anziché esserne al servizio.
Non abbiamo sentito Fini esprimersi contro i costi standard e gli standard di efficienza, che noi sosteniamo peraltro da oltre trent’anni, perché è l’unico modo per servire i cittadini.

Non sappiamo se appena la riforma fiscale approderà in Parlamento si verificherà una confluenza non solo della parte finiana, ma anche del Partito democratico, che su questo punto si dovrebbe spendere con grande chiarezza perché è un punto di equità: ciò che vale a Bolzano deve valere a Pachino. Il costo di un servizio dev’essere uguale a Cuneo come a Enna o a Catanzaro. Non ci possono essere due Italie, una basata sull’efficienza e sui costi effettivi e l’altra sull’inefficienza e sullo spreco.
Sentiamo urlare Radio Padana Libera. Ma perché esiste una radio che sia vincolata da qualcuno? Si tratta di un eccesso tipico della Lega, deprecabile e condannabile, mentre sfogliando il quotidiano la Padania notiamo tanti argomenti e articoli autonomisti che sembrano presi pari pari, scusate l’immodestia, dal nostro quotidiano. Ecco un punto che ci trova d’accordo con Gianfranco Fini: tutti i suoi uomini in Sicilia si sono schierati per l’autonomia e questo smentisce quanto afferma Bossi. Ma Fini non diventi come Ghino di Tacco, di craxiana memoria.
Mar
25
2010
E così Barack Obama ce l’ha fatta. La prima vera riforma della sua presidenza è stata varata, nonostante la compatta opposizione dei repubblicani e il contrasto di ben 32 democratici. L’attività alla Camera dei deputati è stata guidata dalla lady di ferro Nancy Pelosi, un’italo-americana, madre di quattro figli, ancora di bell’aspetto, che dietro un’apparente mitezza nasconde una volontà d’acciaio.
Non solo la riforma della sanità introduce il principio avversato dal 60% dell’elettorato americano e cioè che anche la minoranza dei bisognosi ha diritto all’assistenza; ma ha sfondato la corporazione delle assicurazioni americane che del finanziamento al sistema sanitario ne ha fatto un baluardo finora insormontabile.
Il presidente degli Stati Uniti ha messo in gioco il suo prestigio e il suo avvenire, perché ha dichiarato che non aveva interesse al secondo mandato se non fosse stato nelle condizioni di riformare i rapporti tra i diversi strati della popolazione.

Obama ora dovrà affrontare altre due riforme importanti: quella del sistema finanziario e l’altra relativa all’immigrazione. Anche in questi due casi, vi sono in gioco enormi interessi e potentissime lobby, per cui l’Hawaiano dovrà esercitare grosse pressioni per cambiare i rapporti di forza nei due settori prima indicati.
Il sistema bancario americano, privo di sostanziali controlli, ha creato due mostri: i derivati e le stock option degli amministratori. I primi  costituiscono una sorta di finanza fantasma, perché non sono supportati dalla finanza reale. I secondi sono un abuso: l’autoliquidazione di ricchi compensi anche quando le banche amministrate perdevano come colabrodi.
L’altra riforma urgente riguarda l’immigrazione, per regolamentare in maniera rigorosa i flussi e la presenza delle comunità numerosissime che ormai sono stabilizzate all’interno degli Usa. Quella di lingua spagnola è la seconda etnia, ma anche i cinesi stanno diventando una forte aggregazione. La più ricca è sicuramente quella ebrea, capace di ogni sorta di pressione sul presidente per favorire le relazioni con Israele.
 
Mentre Obama riforma, Berlusoni pontifica. Ha sferrato una lotta senza quartiere ai magistrati comunisti, al Csm, alla Corte costituzionale, al Consiglio di Stato, anch’essi comunisti. Manca solo che riesumi un vecchio spauracchio: i comunisti mangiano i bambini.
Berlusconi è una grande delusione per l’elettorato moderato, perché da lui ci si aspettavano alcune riforme fondamentali, da farsi immediatamente, mentre ha bruciato quasi due anni di legislatura, inseguendo leggi utili alla propria protezione.
Tra le riforme urgenti, ne citiamo qualcuna: a) riorganizzazione e informatizzazione della Pubblica amministrazione, con l’inserimento dei valori di merito e responsabilità. Renato Brunetta ha fatto fino ad oggi l’impossibile con i vari decreti legislativi, ma ricevendo freni dalla propria maggiroanza e da altri membri del Governo, non è riuscito a renderli efficaci sul terreno; b) riforma delle leggi e formazione dei testi unici. Il ministro Robero Calderoli ha tentato di far varare una norma taglialeggi, ma via via essa è stata depotenziata, ridotta ad eliminare delle norme in disuso, ma non quelle che con la loro farraginosità danneggiano la vita dei cittadini.

c) Umberto Bossi ha fatto approvare la prima norma sul federalismo, ma essa è un’enunciazione di princìpi, totalmente inefficace sul piano pratico; d) nessuna legge è stata attuata per combattere la corruzione nella Cosa pubblca, anzi sono emersi molteplici casi di vergognose azioni affaristiche; e) nessuna riforma è stata varata per tagliare la spesa pubblica, con in testa quella relativa all’abolizione delle Province, né, per conseguenza, alcuna azione è stata possibile per ridurre la pressione fiscale: la spesa corrente, cattiva, fatta di sprechi, che stringe l’economia e non consente lo sviluppo.
Ultima riforma non fatta è quella relativa al Mezzogiorno verso il quale non sono state destinate le risorse finanziarie necessarie all’inizio di una diminuzione del divario con il Nord.
Ma l’ottimismo è l’ultimo a morire. Il Cavaliere ha ancora tre anni per fare quanto non ha fatto.
Mar
16
2010
Abbiamo notizie che una Procura abbia aperto un’inchiesta perché sembra che la vittoria del Catania sull’Inter non sia chiara come appare. Quando si apre un fascicolo bisogna metterci dentro Berlusconi. L’assunto sarebbe che pur di battere il suo rivale Moratti, il Cavaliere avrebbe preso contatti con il patron del Catania, Pulvirenti, per fare in modo che la squadra rossoazzurra si galvanizzasse e desse una sonora batosta ai cugini neroazzurri. E così è stato, non si sa per effetto di quale miracolo.
Non sono un tecnico e non mi azzardo a fare come i sessanta milioni di italiani, che si improvvisano allenatori della Nazionale e della propria squadra. Mi sembra, però, che i carusi catanesi, ivi compresi gli stranieri, si sono dati da fare per onorare il patto Berlusconi-Pulvirenti.
Certo i bookmakers davano il Catania come squadra perdente e quindi la sua condotta ha sorpreso non solo gli spettatori scatenati, ma anche gli stessi telecronisti, come accadde nel 1961.

Una partita di calcio è sempre una partita di calcio e andrebbe collocata nella sua giusta posizione, e cioè quella di un evento sportivo, ma i media moltiplicano l’effetto dell’evento perché attraverso gli spettatori possono amplificare le conseguenze economiche e quindi i diritti televisivi e commerciali: in breve, il forte incremento del business che ruota attorno ai pedatori, come li chiamava il non dimenticato Nicolò Carosio, quello del quasi goal, quando un pallone non entrava in porta.
Una squadra di provincia, come quella del Catania, che ha buone basi imprenditoriali, utilizza bene le non cospicue risorse finanziarie di cui dispone. Merito di un assetto aziendale efficace che coniuga i risultati sportivi con quelli economici.
Come sanno gli affezionati lettori, non è nostra abitudine incensare chicchessia, ma quando nella nostra terra si verifica un fatto positivo, fra tanti negativi, abbiamo il dovere di sottolinearlo.
Si potrebbe aggiungere che anche il Palermo va bene, ed è vero. Ma là il merito si deve ascrivere al friulano Zamparini che ci ha messo soldi e passione, mentre nella città dell’Elefante i soldi e la passione li ha messi un imprenditore catanese.
 
L’entusiasmo e l’interesse che ruotano attorno al calcio catanese vorremmo che si spostasse per tutti gli altri settori della Comunità, a partire dalla stessa Amministrazione civica. Nel forum, pubblicato a pagina sei, il Sindaco Raffaele Stancanelli ci ha illustrato i risultati di una politica fatta di piccoli passi, tutta mirata al risanamento dei buchi di bilancio prodotti dalle amministrazioni dell’ex sindaco Scapagnini.
Non avere fatto fallire il Comune è un grande merito e costituisce una pre-condizione per attuare un processo di sviluppo, purtroppo fermo da molti anni. Il Sindaco si è impegnato a pagare i fornitori fino all’anno 2007 entro i prossimi mesi. Si è impegnato anche a gestire con pugno duro il territorio, chiedendo la collaborazione  dei cittadini, ma colpendo quelli irrimediabilmente indisciplinati.

Sul tavolo del primo cittadino vi sono due grossi problemi: il Piano regolatore generale e la cinquantennale controversia di Corso Martiri della Libertà. La soluzione di questi due problemi comportrebbe l’attivazione di cantieri con migliaia di nuovi occupati. Stancanelli ha anche sul tavolo la questione dei quattro parcheggi scambiatori e dei nove parcheggi da costruire, purtroppo bloccati non per responsabilità della Procura di Catania, ma per tutti gli ingarbugli creati dalle precedenti amministrazioni.
Il procuratore, Vincenzo D’Agata, nel forum pubblicato venerdi 12 marzo, ha fatto un’importante apertura al sindaco: “Eliminate le cause, per eliminare il sequestro. Dividere le responsabilità personali da quelle istituzionali”.
Il sindaco, che ha letto questa dichiarazione, si è detto pronto a fare la sua parte. Ci attendiamo che la situazione si sblocchi definitivamente nei prossimi mesi e, anche in questo caso, vengano attivati migliaia di posti di lavoro.
Ps. Smentisco che Berlusconi abbia pagato Pulvirenti. L’avrete capito, ma anche nelle cose serie ogni tanto ci sta un piccolo scherzo.
Mar
05
2010
Dice il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che la spesa pubblica non si può tagliare, per evitare di fare macelleria sociale. La sua dichiarazione sottintende che, se fosse costretto a tagliare la spesa pubblica, dovrebbe partire da quella sociale. Il che è una pura e semplice menzogna. Infatti, il suo ammontare complessivo di oltre 800 miliardi di euro, più del 50 per cento del Pil, ha in pancia una serie di sprechi, di spese inutili, di compensi superflui che hanno il solo scopo di favorire i clientes.
Non solo, ma quello che si chiama il costo della politica, cioè compensi per consiglieri regionali, provinciali e comunali, rimborsi spese, diarie e altre voci costituiscono vere e proprie spese superflue, che dovrebbero essere tagliate senza alcuna esitazione.
Vi è poi tutto il comparto della sanità, la cui spesa supera un ottavo di quella pubblica, cioè 108 miliardi che, se tagliata del 3 per cento, porterebbe a un risparmio di oltre tre miliardi.

Nel bilancio dello Stato, sol che vi si guardi dentro con competenza e professionalità, le spese dannose da amputare sono tante, ma bisogna avere il prestigio morale e la forza politica per procedere a eliminare le spese clientelari e quelle parassitarie, che soddisfano solo la famelicità di politici e corporazioni.
Ritorniamo sul taglio della spesa pubblica, perché è da lì che bisogna partire, per procedere conseguentemente a due operazioni strategiche: investire in infrastrutture una parte dei risparmi  e portare a diminuzione del debito pubblico l’altra parte.
In qualunque bilancio, l’intervento tecnico-professionale, quando si vuole razionalizzare la spesa, è possibile, con accorta  manovra, che non tagli con una linea, bensì con una sinusoide: si può abbassare mediamente il totale di almeno il cinque per cento. Tradotto in cifre, significa un risparmio di 40 miliardi, quanto servirebbe, per altri versi, per abolire l’Irap.  Non si capisce perché questo Governo e Berlusconi in prima persona, che hanno promesso con il loro programma elettorale del 2008 di fare le riforme, non le stiano facendo. Fra le riforme, quella primaria riguarda il riordino della spesa che per alcuni versi può anche essere impopolare.
 
L’altra grande riforma è il riordino delle norme, dei diversi livelli. è stato creato apposta il ministero per la Semplificazione normativa, che però ancora ha partorito il classico topolino, perché la legge denominata taglia leggi di fatto ha operato solo su alcuni rami secchi ma non su norme che sono attive. Il ministero, a distanza di quasi due anni, non ha messo mano al riordino di norme per materia, in modo da evitare il caos, che consenta poi a enti, imprese e cittadini di rivolgersi al Tar, il quale ha la grande difficoltà di muoversi in meandri confusi, per cui le sentenze oscillano fra un punto e il suo opposto.
Non è chiaro per quale motivo il Governo non si muova decisamente nella direzione delle riforme strutturali, se non perché è vincolato e attanagliato dal democristianismo, cioè dalla pessima abitudine della cattiva politica di accontentare tutti per non perdere neanche un voto. L a buona politica, invece, disegna e realizza grandi progetti strategici e chiede il consenso sui risultati della propria attività. Risultati che arrivano.

Nel nostro Paese, vi è un sistema istituzionale complesso, per cui i progetti strategici del Governo debono essere confrontati con la conferenza delle Regioni, l’Anci (associazione dei Comuni) e l’Upi (associazione delle Province). Confronti che allungano in modo pernicioso i tempi e impediscono lo svolgimento di un’azione politica di interesse generale.
È giusto che il Governo ascolti  Regioni ed enti locali, ma alla fine ha il dovere di decidere con la prerogativa della legislazione esclusiva all’Esecutivo, seppur dando ascolto ai suggerimenti che arrivano dai territori. Per contro, poi, il Governo non intervenga in materie che invece sono di competenza di Regioni ed enti locali, creando problemi e rinviando le soluzioni.
Con l’attuazione del federalismo, se mai vedrà la luce, i limiti di intervento del Governo e quelli di Regioni ed enti locali dovrebbero essere marcati, secondo il noto principio della sussidiarietà, che è il fondamento dell’azione dell’Unione Europea.
Feb
23
2010
La corruzione dilagante emersa dalla relazione della Corte dei Conti nazionale giustifica i redditi non dichiarati con un’evasione tributaria stimata intorno ai cento miliardi, che costituisce la vergogna delle vergogne nazionali.
Gli sforzi di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate sono enormi, con un buon risultato di recupero di imposte superiore ai sette miliardi nel 2009, ma ben lontano dalla cifra prima indicata.
Il governo Berlusconi ha maldestramente riaperto il rubinetto della circolazione del contante, eliminando il vincolo di mille euro e riportandolo a dodicimila. Non si capisce perché impresa o cittadino debbano far muovere denaro contante, piuttosto che moneta informatica, se non a scopo di evasione e di corruzione.
L’abuso più grosso nella Pubblica amministrazione è costituito da appalti di opere e di servizi, anche quelli piccoli, cosicché si forma una rete di fiumiciattoli che vanno ad arricchire i malfattori, che della corruzione e della concussione fanno i loro abituali strumenti di lavoro. Con questo comportamento danneggiano fortemente le imprese corrette perché esse sono tagliate fuori dalle mazzette.

La gestione degli appalti in Sicilia è affidata, quando l’ammontare supera 1,2 milioni, agli Urega provinciali normalmente presieduti da prefetti o magistrati. Ma tutti gli altri al di sotto di questa soglia sono gestiti dagli Enti locali. Allo stesso modo sono gestiti in house gli appalti della Regione di cui si occupano anche i tre centri di spesa (Dipartimento regionale Programmazione; Dipartimento regionale Interventi infrastrutturali per l’agricoltura; Dipartimento regionale Istruzione e formazione professionale).
La questione morale è principale nel comportamento dei responsabili della Pa, tale per far intendere la Sacralità della Cosa pubblica. Ma una seconda e non meno importante questione è la rapidità con cui si realizzano le opere e si producono i servizi. Vero è che c’è un coacervo di norme e procedure volutamente complicate e redatte in mala fede, in modo da chiedere l’intervento del corruttore, ma è anche vero che bravi e onesti dirigenti possono far percorrere speditamente il cammino delle procedure.
 
Meno che mai la gestione delle opere pubbliche deve subire il pungolo della necessità, dell’emergenza e dell’urgenza. Ben inteso, se capita una catastrofe occorre intervenire con immediatezza e con tutti i mezzi che servono. Ma poi la ricostruzione deve essere affidata agli Enti locali, applicando nei confronti dei sindaci tutte le sanzioni, compresa la decadenza, nel caso non intervengano con la necessaria tempestività.
Una garanzia di trasparenza anti-corruzione sarebbe quella di fare partecipare agli appalti, sistematicamente, ufficiali della Guardia di Finanza competenti in materia economica, per sventare qualunque accordo che mira a violare la concorrenza, a tagliare le gambe alle imprese migliori e a favorire quelle che danno la cagnotte.
Non si capisce perché questo controllo contemporaneo non venga messo in atto, lasciando che sciacalli e vigliacchi approfittino delle situazioni per rubare il danaro dei contribuenti.

Certo, occorre che il ceto politico per primo smetta i panni di coloro che rubano, così come sono visti dai cittadini, e sorvegli con sistematicità i dirigenti pubblici, in modo da cogliere dai loro atti i risultati positivi meritevoli di premi e quelli negativi sanzionabili con la decadenza dal loro incarico.
Insomma, occorre che in Sicilia (non ci vogliamo occupare della Penisola perché l’Autonomia ci obbliga moralmente ad essere primi nel Paese) venga dato l’esempio da chi occupa posti di responsabilità che la Cosa pubblica e l’interesse generale vengono prima di ogni interesse di parte o corporativo.
In Sicilia, è necessario abbattere il parassitismo ed emarginare tutti coloro che pescano nel torbido.
Non solo il governo Lombardo, non solo i deputati regionali, non solo i 390 sindaci e i 9 presidenti di Provincia, ma tutta la classe dirigente siciliana è chiamata a uno sforzo non comune per ribaltare lo stato di subalternità del quale siamo stufi e arcistufi.
Gen
19
2010
Ho avuto modo di conoscere Bettino Craxi personalmente, in via del Corso 66. Erano gli albori degli anni ‘80. Sono passati 30 anni, ma ricordo che vedevo con favore i propositi riformisti del leader socialista che riuscì a togliere la segreteria al vecchio Francesco De Martino, col colpo di mano dell’hotel Midas del 1976.
L’uomo si contornò di tanti validi collaboratori, anche di buon livello, cui via via delegava incarichi. Fra i suoi atti positivi vogliamo ricordare la cancellazione degli effetti perversi della scala mobile, inimicandosi tutto il Partito comunista, e la revisione del Concordato con la Città del Vaticano, attraverso il quale riuscì a far accettare ai ministri di quello Stato il principio che la religione cattolica non era più religione di Stato, come aveva statuito il concordato del 1929. L’eliminazione di quella clausola di fatto non produsse alcun effetto e ancora oggi subiamo le entrate a gamba tesa di ministri (cardinali) e del capo politico dello Stato del Vaticano (il Papa) nei fatti interni della politica nazionale.

Vi fu un altro episodio, nel 1984, meritevole di essere ricordato: il famoso decreto Berlusconi. Ricorderete che il grande potere dei partiti veniva utilizzato mediaticamente, a mezzo della Rai, la quale era regolarmente spartita fra: la Rete uno ai democristiani, la Rete due ai socialisti e la Rete tre ai comunisti. Un equilibrio contrario all’interesse generale perché i giornalisti delle tre parti erano faziosi e non cercavano la verità, prescindendo dai fatti e caricando a testa bassa gli avversari, per cercare di fare acquisire ai partiti di appartenenza vantaggi elettorali.
In questo scenario, irruppero le piccole televisioni commerciali che, seppure in catena nazionale, non potevano trasmettere in diretta. Mediaset pensò allora di mandare i programmi in differita di un minuto, fornendo cassette alle emittenti dislocate nel territorio. Ma i pretori dell’epoca, in base alle leggi vigenti, sequestravano le varie emittenti.
Craxi mise sul piatto della bilancia la caduta del suo governo, il più longevo nel tempo dopo quello di Berlusconi, a fronte dell’approvazione di un decreto che liberalizzasse l’esercizio della tv commerciale. Cosa che avvenne.
 
Molti dicono che fece un favore a Berlusconi e al suo gruppo imprenditoriale. Conveniamo con questa ipotesi, ma rileviamo che il vantaggio per trasparenza, concorrenza e libertà di informazione, andò soprattutto ai cittadini italiani. Sotto questo profilo, sia Craxi che Berlusconi devono essere considerati benemeriti.
L’aspetto oscuro dello statista Craxi cominciò da uno dei primi indirizzi che dette ai suoi uomini politici collocati sul territorio: “Dovete portare risorse al partito in qualunque azione voi facciate”. Tutti cominciarono a raccogliere e a riversare nelle casse del Psi, ma poi cominciarono a pensare che poteva essere utile riversare nelle proprie tasche una parte degli incassi. Cosicché, l’onesto ministro delle Finanze, Rino Formica, soprannominato sprezzantemente da Beniamino Andreatta il “commercialista di Bari”, esclamò esasperato: “Il convento è povero ma i frati sono ricchi”.

Nel suo studio di piazza Duomo n. 9, Craxi riceveva pochissime persone e solo per particolari affari, assistito dalla sua fedele segretaria, Enza Tomaselli. Dopo lo scoppio di Mani pulite, il 17 febbraio del 1992, quando il presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa fu trovato con indosso una tangente di 7 milioni, il leader socialista pronunziò un discorso coraggioso alla Camera, il 3 luglio 1992, nel quale chiamò tutti gli uomini politici alla resa dei conti dicendo che quasi tutti avevano ricevuto tangenti e si erano arricchiti illecitamente.
Questo non gli impedì nel tempo di subire sette condanne passate in giudicato e quindi di essere considerato un vero e proprio pregiudicato. Tuttavia, quasi misteriosamente, le richieste di estradizioni, se fatte, non hanno sortito alcun effetto tanto che Craxi è morto in pace il 19 gennaio 2000 ad Hammamet, ove era considerato un caro  amico da Zine El Abidine Ben Ali, presidente della repubblica tunisina.
Ho visitato la tomba di Craxi e devo dire che l’elenco delle persone che hanno fatto atto di presenza è veramente lungo. Vedremo di quanto si allungherà oggi, in ricordo del decimo anno dalla sua morte, con la presenza di tanti uomini di Stato italiani. Craxi era uno statista, ma un esempio da non emulare.
Dic
15
2009
Comprendiamo le motivazioni di chi urla in politica, perché intende così attirare l’attenzione e, possibilmente, più consensi. Tuttavia non possiamo sottacere che  questi comportamenti da urlatori sono volgari e maleducati. Non è alzando la voce che si dimostra la validità delle proprie ragioni, bensì portando argomenti fondati e riscontrati. Il clima della politica italiana, in questi ultimi sei mesi, si è fortemente deteriorato. A nulla sono valsi i più che ragionevoli richiami del Capo dello Stato alla moderazione ed al rispetto reciproco fra le parti in tenzone.
Da un canto, gli attacchi al presidente del Consiglio in quanto Berlusconi, sono andati sopra le righe da parte di Di Pietro e di una Sinistra estrema che proprio perché non è in Parlamento, cerca di farsi sentire. D’altra parte, il Cavaliere ha reagito con veemenza dando ascolto ai falchi tra i suoi consiglieri.
Occorre rispetto per chi ricopre incarichi istituzionali, indipendentemente dalla persona fisica che in un determinato momento storico li ricopre. D’altra parte si devono mantenere le proprie argomentazioni e il proprio modo di fare entro i limiti dell’educazione istituzionale che sono propri di una democrazia matura, se tale.

Aizzare l’opinione pubblica è un comportamento sbagliato, anche perché tra i cittadini vi è una frangia di esaltati e facinorosi i quali, non possedendo equilibrio psico-fisico, possono compiere gesti inconsulti. Vi è una colpa oggettiva in chi esaspera i toni, in qualunque parte stia nell’agone politico nazionale.
Non entriamo nel merito delle questioni che contrappongono l’opposizione e la magistratura da un canto, al centro-destra e a Berlusconi dall’altro. Né entriamo nel merito del conflitto che separa, sembra irrimediabilmente, Fini da Berlusconi.
Tutti i conflitti possono nascere, dare torto o ragione con più o meno credibilità, ma ogni parte deve avere il senso della misura. Quando esso deborda dai limiti consentiti in una comunità, indipendentemente da ciò che dice o ciò che fa, va condannato senza mezzi termini e additato all’esecrazione della pubblica opinione.
 
Ha ragione Casini, leader politico di cui non approviamo quasi niente perché abituato ai giochini della parte peggiore della Democrazia Cristiana, quando dice che Berlusconi ha il dovere di governare, cioè di proporre leggi alla sua maggioranza che le deve approvare e di compiere tutti quegli atti amministrativi necessari al buon funzionamento della comunità.
In questo quadro, Berlusconi si sente accerchiato, dall’interno per le prese di posizione di Fini, anche se può contare sulla solidarietà incondizionata della Lega; dall’esterno, per una aggressività verbale di coloro che intendono la democrazia in modo anomalo.
Bersani, nuovo leader del Pd, sta usando, invece, toni misurati anche se non ha realizzato lo scopo principale di un’opposizione. Esso consiste in un programma alternativo di governo, fondato su pochi ma qualificati punti, in modo da chiedere all’opinione pubblica il consenso futuro su soluzioni utili rispetto a quelle che propone  l’attuale maggioranza.

Quest’ultima ha un compito difficilissimo, ma essenziale, previsto dal suo programma elettorale. Si tratta di quella serie di riforme che devono ribaltare iniquità e disfunzioni, soprattutto nei servizi pubblici, in modo da renderli funzionali, con la stessa efficienza ed efficacia di quelli privati.
Non è un caso che la crisi sia stata sopportata interamente dai dipendenti privati, con cassa integrazione e licenziamenti, mentre tutti i dipendenti pubblici hanno continuato a prendere con puntualità il loro stipendio. Iniquità insopportabili che il sindacato evita accuratamente di portare all’attenzione dell’opinione pubblica. 
La maschera insanguinata di Berlusconi era impressionante. Non si capisce, però, perché il premier dopo essere salito in macchina, ne sia ridisceso. Alcuni suppongono che l’abbia fatto per rassicurare i suoi estimatori sul fatto che tutto sommato stava bene. Altri, invece, maliziosamente, perché voleva farsi vedere in quelle condizioni. In ogni caso, l’episodio lo ha sicuramente agevolato sul piano dei consensi ed è giusto che sia così.
Dunque, basta odio contro Berlusconi. Il Parlamento approvi le leggi che diano serenità ed educazione alla politica, mettendo davanti a tutti i comportamenti l’interesse  generale.
Nov
24
2009
Il disegno di legge sul processo breve è una barzelletta nel titolo. Come si può dire breve un processo che dura sei anni? Certo, abituati ai tempi odierni più che doppi, si può affermare che esso si riduca, ma resta pur sempre di una lunghezza non europea.
Nel disegno di legge è inserita una norma che prevede la responsabilità personale del giudice qualora i tempi non siano rispettati. Bisognerà vedere con quali strumenti e in base a quali elementi potrà essere determinata tale responsabilità.
La materia è nebulosa, perché all’obiettivo sacrosanto di ridurre il tempo dei processi sottosta il vizio che in effetti la legge serva per tutelare Berlusconi piuttosto che i cittadini normali. Questo continuo equivoco fra gli interessi privati e quelli generali è un presupposto per non fare buone leggi. 
A questo marasma si aggiungano le fibrillazioni in seno al Pdl e gli scontri malcelati fra finiani e berlusconiani, senza contare tutte le anime del centrosinistra tentennanti fra un’astensione e un’opposizione dura.

Lo strepito più alto che sentiamo, con riferimento alla lunghezza dei processi, è che non vi sono risorse. Questo è parzialmente vero. La verità maggiore è che la procedura non è diritta come un rettilineo, ma oscilla come una sinusoide. Essa è cosparsa di moltissime e inutili fermate, che consentono a chiunque abbia interesse di rallentare il convoglio che, fra la prima e l’ultima udienza, dovrebbe marciare a tappe predeterminate.
Ecco che cosa manca al processo medesimo: il cronoprogramma. Vale a dire quello strumento che stabilisca con precisione tutti i tempi che intercorrono fra l’inizio e la fine e, senza consentire ad alcuno azioni dilatorie, sancisca con responsabilità personali tutti i tentativi di allungamento.
Certo, le cancellerie dichiarano carenza di personale. Ma dov’è il Piano industriale o Piano organizzativo per la produzione dei servizi (Pops) che abbia determinato quali e quante figure professionali servano per unità di servizio? Questo è il buco più grosso.
 
Se non viene realizzato il cronoprogramma dei processi civile, (civile, penale, amministrativo e tributario), la situazione non può cambiare. Per fare un cronoprogramma efficace non bastano i giuristi (magistrati, professori universitari e avvocati). Occorrono ingegneri e organizzatori, i quali conoscono la materia e sanno come fare per realizzarlo.
In questo quadro, una forte accelerazione verrebbe dalla totale informatizzazione dei processi, per cui non ci sarebbe più bisogno né di giganteschi archivi cartacei difficilmente consultabili, né dei tempi per archiviare e prendere carte e neppure dei viaggi della speranza che gli avvocati debbono effettuare per andare a visionare e a depositare documenti presso le varie cancellerie. Difficoltà che aumentano quando l’attività forense viene svolta in sezioni staccate dei Tribunali, poste in altre città, diverse da quelle del Tribunale principale. Tutto questo è noto e sembra folle che non se ne parli.

Dunque, è il cronoprogramma della procedura il nocciolo della questione. Ma di esso non vi è alcun accenno nel Ddl sul processo breve. Ecco che cosa fa sospettare che, non essendo una vera soluzione per i difetti che esistono, si ritiene che esso serva solo a Berlusconi. E questo è male, perché con questi espedienti i suoi avvocati difensori stanno affossando il premier, il quale ancora miracolosamente ha consenso ma, continuando a commettere errori di comunicazione e di comportamenti, andrà via via perdendo il suo appeal. Il tentativo di mandare tutto all’aria dev’essere passato più volte nella mente del Cavaliere, che si sente tradito da tante persone a lui vicine e, soprattutto, vulnerabile da questi due processi le cui sentenze, è inutile nasconderlo, sono di fatto già scritte.
La situazione istituzionale è difficile ma, dal punto di vista democratico, è un vero peccato che una maggioranza così ampia, come mai ha avuto il Parlamento italiano, ad inizio legislatura non faccia quelle riforme essenziali e incisive che sono nel suo programma e che rimetterebbero in navigazione il vascello-Italia.
Tutti si aspettano il colpo d’ala, anche brutale, perché non sopportano questo parlare a vuoto.
Ott
31
2009
Le Gazzette regionali (Gurs) sono state riempite quest’anno di variazioni al Bilancio della Regione per l’esercizio finanziario 2009, cioè spostamenti di importi da un titolo all’altro, da una rubrica all’altra tra assessorati diversi o all’interno dello stesso assessorato. Si tratta di operazioni contabili che non cambiano la sostanza del più importante strumento finanziario di un ente pubblico che è il bilancio preventivo.
Apparentemente vi è una contraddizione tra un bilancio contabile che presenta un avanzo e un bilancio finanziario che presenta un deficit. Così non è perché nel primo caso si tratta solo di variazioni contabili, nel secondo si tiene conto delle entrate ed uscite effettive.
Ma tutti i marchingegni adottati non comportano sviluppo e crescita economica, tanto è vero che il Pil della Sicilia su quello nazionale rimane inchiodato a poco più del 5 per cento da oltre quarant’anni. Lo sviluppo si ottiene mediante investimenti diretti e indiretti, cioè promuovendo le attività economiche delle imprese qui insediate e attirando capitali di investitori internazionali, cui bisognerebbe stendere il tappeto rosso, cioè dare loro tutte le concessioni lecite in massimo trenta giorni.

Berlusconi ha fatto balenare l’ipotesi di ridurre l’Irap che è un’imposta regionale. Per la Sicilia, nel 2009 l’entrata prevista è di 1,6 mld il che significa che, se fosse eliminata, in cinque anni la Regione dovrebbe tagliare poco più di trecento milioni l’anno. Siccome non vi potrebbe essere un’entrata sostitutiva, ecco che il taglio dell’Irap dovrebbe essere accompagnato dal taglio di uscite. Fra queste ve ne sono tre che potrebbero essere eliminate fin da ora senza che i servizi regionali ne risentirebbero. La prima riguarda i raccomandati, cioè quei siciliani privilegiati che sono entrati nelle Pa regionali e locali senza concorso. Solo i raccomandati-precari della Regione in un anno costano circa 150 mln.
La seconda riguarda gli incompetenti (cioè i formatori che negli ultimi dieci anni si sono mangiati quasi tre miliardi senza avere apportato nessun beneficio ai giovani). La terza riguarda una particolare categoria di fannulloni che sono i 29 mila forestali di cui nessuno sa cosa facciano, a che servano, tenuto conto che in Lombardia lo Stato per tutti i servizi forestali ne mantiene circa un migliaio in un territorio uguale a quello della Sicilia.
 
Da anni chiediamo ai precari di smentirci che siano entrati nelle amministrazioni pubbliche mediante la raccomandazione di questo o di quel politico. Parecchi hanno scritto lamentandosi del loro stato ma nessuno ha negato la circostanza prima indicata. È il momento di dire basta a questa situazione. È da stabilire, anche in base al decreto legislativo approvato dal CdM il 9 ottobre, il numero e le figure professionali occorrenti per la produzione dei servizi pubblici, che confrontato con il numero dei dipendenti in organico può determinare deficienza o esubero per ciascuna figura professionale. In caso di deficienza bandire i concorsi, in caso di esubero non rinnovare i contratti in scadenza.

Perché definiamo incompetenti i formatori? La risposta è nei fatti. Con migliaia e migliaia di offerte di lavoro in Sicilia per attività professionali, non vi sono risposte da parte degli enti di formazione. Risulta evidente che essi hanno solo bruciato risorse e rilasciato attestazioni fasulle, ma non hanno fornito preparazione per quelle competenze indispensabili per abilitarli al mondo del lavoro produttivo.
La Regione è nei guai, i Comuni sono nei guai, ma i relativi responsabili i guai se li sono cercati con la loro incapacità e con un comportamento moralmente e politicamente corrotto, che ha impedito di fare primeggiare i meritevoli e di mandare a casa i fannulloni.
I dissennati comportamenti di tanti governi e maggioranze regionali, basati più sul clientelismo che non sulla politica di alto profilo, hanno danneggiato la Sicilia perché hanno contribuito a diffondere una mentalità parassitaria e lassista.
Ott
09
2009
Molti giornali e commentatori confondono il potere con l’ordinamento. La Magistratura, ai sensi dell’articolo 102 della Costituzione, non è un potere ma un ordinamento, anche se indipendente. I cittadini sono soggetti alla legge, la legge è applicata dai magistrati che la interpretano secondo scienza e coscienza.
Fatto il quadro, la sentenza della Corte costituzionale, che ha bocciato il Lodo Alfano, non fa una piega quando afferma il principio di cui all’art. 3, secondo il quale: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge. Ma non laddove ha ribaltato il precedente orientamento di una sua analoga sentenza del 2004, relativa al Lodo Schifani. Dato che il relatore della vecchia sentenza è oggi il presidente della Corte costituzionale, Francesco Amirante, non si capisce questo cambio di direzione, quando prescrive la via Costituzionale per la legge bocciata.

Dai commenti che abbiamo sentito, deduciamo che tutta la vicenda sia stata appositamente condotta, in vista di questo probabile risultato, in modo da fare accrescere i consensi a Berlusconi. I suoi toni, apparentemente risentiti, l’evocazione dei diavoli di sinistra - in cui ha compreso il Presidente della Repubblica - sono un modo scientifico per eccitare i suoi sostenitori e, soprattutto, per acquisire i sostegni della middle class, cioè di quella fascia di elettori (circa il 20 per cento) che a seconda di dove si sposta fa vincere o perdere le elezioni.
Una spia di quanto scriviamo è l’anomala anticipazione della data delle elezioni regionali del 2010. Non è difficile supporre che Berlusconi abbia l’interesse ad accorciare il lasso di tempo fra la data della sentenza e quella delle elezioni regionali, per sfruttare l’onda di consensi che gli stanno piovendo addosso da chi lo considera vittima della parte politica avversa di cui qualche decina di pubblici ministeri è l’espressione.
 
Conosciamo tantissimi giudici, equilibrati, competenti e professionali, e crediamo che essi siano in stragrande maggioranza. Quindi è del tutto strumentale utilizzare quelli che invece agiscono secondo un credo politico. Conosciamo tanti capi di procure e pubblici ministeri che hanno a cuore la verità e solo la verità.
La coincidenza di questa sentenza con l’altra relativa al lodo Mondadori, secondo la quale la Fininvest dovrebbe pagare sull’unghia 750 milioni di euro al gruppo De Benedetti, aiuta ancora di più questo grande scenario, ben costruito, in cui Berlusconi appare come una vittima. Una vittima che, però, reagisce ruggendo e mostra i muscoli. Un macho.
Tutto questo è il grande ambaradan nel quale commentatori e opinione pubblica sono stati indotti a credere quello che il gruppo di consulenti di immagine e di comunicazione del Cavaliere hanno voluto far credere. Immaginiamo che in questo momento stiano brindando perché hanno ottenuto il risultato: vedere aumentati i consensi nei confronti dell’imprenditore brianzolo.

Ma Berlusconi, con la ripresa dei processi, non rischia una condanna? A occhio e croce, no. Per la semplice ragione che il Collegio giudicante relativo alla corruzione Mills e l’altro, relativo alle presunte irregolarità nella compravendita di diritti televisivi da parte di Mediaset, sono stati di fatto azzerati e devono ricominciare ex novo con nuovi Collegi giudicanti.
Non v’è dubbio che, dati gli impegni istituzionali del presidente del Consiglio e quelli dei suoi massimi difensori, Niccolò Ghedini e Gaetano Pecorella, il nuovo corso dei processi sarà estremamente lento. Tanto lento che farà trascorrere l’anno e mezzo che manca alla loro prescrizione, con l’azzeramento degli eventuali reati.
Ecco perché sosteniamo che Berlusconi abbia vinto anche sul piano concreto oltreché su quello dell’immagine! Ha aumentato i propri consensi e vincerà le cause per prescrizione.
Berlusconi, così, avrà le mani libere dal 2012 in avanti e potrà quindi affrontare l’ultimo anno di legislatura e la relativa campagna elettorale nelle migliori condizioni.
Set
18
2009
Berlusconi non ha la nostra simpatia, però bisogna riconoscere che è stato messo per quattro mesi nel tritacarne mediatico basato su gossip e su affari personali come quello di frequentare, da single, delle escort. Egli ha commesso un grave errore, quello di non ammettere immediatamente le sue frequentazioni da privato cittadino, il che ha consentito alle opposizioni, giustamente, di sottolineare come egli avesse mentito.
Il Cavaliere, in sostanza, ha commesso l’identico errore di Bill Clinton quando negò di aver fatto sesso orale con la stagista Monica Lewinsky nella sala ovale della Casa bianca. Ai cittadini statunitensi e a quelli italiani non importa tanto cosa faccia nel privato il capo della Nazione, quanto che egli dica sempre la verità, sia trasparente e chiaro. Se l’avesse ammessa subito, avrebbe fortemente depotenziato le critiche.

Feltri ha fatto con Fini quello che Mauro aveva fatto con Berlusconi e cioè ha tirato fuori un fascicolo del 2001, peraltro reso pubblico da un’inchiesta de “L’Espresso” e ne ha riportato all’opinione pubblica l’esistenza, senza minacce palesi o nascoste. Non si capisce la reazione del presidente della Camera, dal momento che il fascicolo evidenziato non riguardava lui personalmente bensì uomini del suo entourage, anche se stona la citata presenza di donne che vanno a fare prestazioni sessuali dentro i più alti palazzi delle istituzioni romane.
Feltri ha anche usato una notizia basata su una sentenza per smascherare il doppiopesismo di Dino Boffo, ex direttore del quotidiano dei vescovi, “Avvenire”, il quale ha lanciato anatemi sul Cavaliere da un pulpito sul quale non aveva l’autorità morale di salire.
Questa riteniamo sia la verità dei fatti, visti a distanza di qualche giorno per mondarli da isterismi ed emotività. Come è noto ai lettori, evitiamo di esprimere la nostra opinione nei momenti caldi, perché gli elementi non sono emersi completamente e non sono stati purificati dalle scorie.
 
E veniamo al comportamento del presidente del Consiglio. Egli ha commesso altri due clamorosi errori. Il primo, quello di classificare come farabutti i giornalisti come categoria. Noi non abbiamo bisogno di difesa alcuna. Al nostro interno vi sono colleghi colti e ignoranti, onesti e disonesti, come in ogni categoria, ma sparare nel mucchio è un comportamento stupido.
L’altro errore clamoroso è stato quello di aver fatto una trasmissione a reti unificate, cioè “Porta a Porta”.
L’errore consiste nell’aver fatto sostituire “Matrix” con una fiction su Canale 5, perché essa gli ha tolto share più che la trasmissione condotta da Alessio Vinci. I suoi collaboratori hanno brigato per fare spostare di due giorni “Ballarò” offrendo un ulteriore valido argomento ai suoi critici, cioè quello che egli non accetta competitori.
Alla fine di questa filiera errata vi è stata un’audience estremamente modesta, che fa capire come gli espedienti citati non servano a niente, perché gli italiani sono maturati e capiscono ciò che è bene e ciò che è male.

Nel corso di “Porta a Porta” il Cavaliere ha commesso due falli. Il primo, quando si è impappinato sulle cifre spese: ha parlato infatti di 60 miliardi di lire anzicchè 60 miliardi di euro. Il secondo, nel non aver ben spiegato che le 94 abitazioni consegnate con la cerimonia del pomeriggio sono state preparate dalla Provincia autonoma di Trento con i fondi raccolti dalla Croce rossa, mentre l’intervento finanziario del Governo è stato estremamente ridotto.
E tuttavia, al di là della polemica mediatica, si deve dare atto che la guida dell’operazione ricostruzione è stata ferma e determinata e, al di fuori di ogni considerazione negativa, il dato di fatto è che 94 famiglie hanno preso possesso delle nuove abitazioni e che prima della fine dell’anno tutti i terremotati avranno abbandonato le tende.
è un peccato avere comunicato male questo evento che andava proposto all’opinione pubblica tale qual era, senza cercare di trarre vantaggi mediatici che si sono trasformati in svantaggi.

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