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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Bilancio

Giu
30
2012
La Corte dei Conti ha ritenuto regolare il conto del bilancio della Regione siciliana per l’esercizio finanziario 2011. Ma dietro questo titolo, formalmente buonista, dalla Requisitoria del procuratore generale d’Appello della Corte dei Conti, Sezione Siciliana, Giovanni Coppola e dalla Relazione del presidente delle Sezioni riunite in sede di controllo, Rita Arrigoni, si è aperto il sipario sugli scempi compiuti da Governo e Assemblea regionale nel 2011. Scempi di cui vi citiamo un piccolo campionario, mentre nelle pagine interne troverete un quadro più completo.
I dipendenti erano 20.288, costati alla Regione 1 miliardo e 84 milioni di euro, con un aumento di 56 milioni rispetto all’anno precedente. I dirigenti regionali erano 1.917, 12 in più rispetto all’anno precedente.
Nello stesso anno 2011 i pensionati erano 16.098 con un costo di 639 mln. I pensionati regionali godono di un assegno calcolato col sistema retributivo e non in base ai contributi versati, che è scandaloso rispetto al metodo contributivo riservato ai dipendenti del settore privato. Scandalo nello scandalo, in base all’art. 39 della l.r. n. 10/00, per fortuna abrogato con l.r. n. 7/2012, ben 497 pensioni sono andate a privilegiati dipendenti regionali con appena 25 anni di servizio, per accudire un parente gravemente disabile.

Veniamo alla Sanità. Nonostante il piano varato dall’assessore Massimo Russo, la Corte ha rivelato che non è vero sia stato lacrime e sangue perchè la spesa totalizzata nel 2011 è stata di 9 miliardi 421 milioni di euro, con un incremento, rispetto all’anno precedente, di ben 519 milioni. Altro che tagli!
E per questo dissennato comportamento le imprese siciliane pagano l’Irap al massimo livello e i siciliani pagano un ticket. Il comparto sanitario paga ogni mese ben 47.800 cedolini. Se l’organico fosse ridotto a 40 mila, oltre ad avere un notevole risparmio, migliorerebbe l’efficienza dell’organizzazione sanitaria. Invece vogliono assumere (sic!).
Vi è poi lo scandalo delle partecipate, ben 54 che dovevano essere ridotte a 14. Ma tale riduzione è rimasta sulla carta, nel regno delle intenzioni e dei tanti impegni del governo regionale assunti ma non mantenuti. Possiamo dire che Presidente e ceto politico non sono uomini d’onore, perchè Pacta sunt servanda.
 
Sempre nel comparto sanitario vi è lo scandalo del 118, la Seus, che ha assorbito più di tremila dipendenti e che è costata, sempre nel 2011, 110 milioni di euro contro i 97 dell’anno precedente. Scandalo maggiore desta il costo per intervento delle ambulanze che è di circa 500 euro cadauno. 
La spesa corrente è continuata a crescere senza freni, alimentando clientelismi, favoritismi e, in qualche caso, corruzione sociale.
Complessivamente la spesa è approdata a ben 19 miliardi 558 milioni di euro, cioè ben 299 milioni in più dell’anno precedente. Le entrate di 15 miliardi e 586 milioni sono diminuite di 3 miliardi e 971 milioni. Tale decremento non è effettivo perchè risulta da una compensazione con quella voce contabile, tanto suggestiva quanto discutibile, che prende il nome di avanzo di amministrazione. Inoltre è stato assunto un mutuo con la Cassa depositi e prestiti di oltre 954 milioni di euro.

Abbiamo più volte tentato di farci dire dall’assessore all’Economia e dal dirigente generale la specifica di codesto fantomatico avanzo di amministrazione, ma, in questi quattro anni, sia l’uno che l’altro si sono ben guardati dal rispondere alle pressanti richieste dell’opinione pubblica. Perché? La risposta è deduttiva. Perché hanno avuto da nascondere tutte le magagne contabili che ci sono nel bilancio della Regione. Dal che si può affermare che esso è falso.
I dissennati comportamenti prima indicati portano il debito della Regione a ben 5,3 miliardi, che nei prossimi anni approderanno a sette miliardi, caricando alle generazioni future comportamenti politicamente disonesti, messi in atto per sopravvivere in un periodo difficile, ma senza alcuna capacità di iniziare un percorso di crescita e di sviluppo.
La bocciatura complessiva della Corte dei Conti sui conti della Regione è nitida. I responsabili politici e burocratici di questi nefasti comportamenti dovrebbero vergognarsi e sparire dalla circolazione. Invece, sono là, tronfi e impettiti a godere di un disastro di cui sono colpevoli senza appello.
Apr
17
2012
è passata una settimana e non si vede la quadratura del bilancio della Regione per l’anno 2012. Ci riferiamo a una quadratura inoppugnabile, in modo da evitare che esso venga impugnato dal commissario dello Stato, con il conseguente scioglimento dell’Assemblea regionale e la decadenza del presidente della Regione.
La quadratura non c’è stata e non ci potrà essere se i (ir)responsabili della Regione (Assemblea e Giunta) non entreranno nell’ordine di idee di ridurre il peso della struttura che grava sui siciliani, tagliando le uscite in modo chirurgico. Il che significa: lasciare in vita le spese indispensabili ed eliminare tutte quelle clientelari, destinate ai privilegiati, agli amici e ai propri parenti, effettivi o putativi.
Ma come si fa distinguere le spese indispensabili da tutte le altre? La risposta è semplice: occorre che la Regione rediga un Piano aziendale generale, suddiviso in sub-piani per ogni branca amministrativa, in modo da determinare con precisione quali siano i servizi indispensabili e quali le risorse umane e finanziarie necessarie per produrli.

Solo razionalizzando l’organizzazione della Regione si può determinare di quali risorse essa abbia effettivamente bisogno e, per conseguenza, possono essere tranquillamente tolte quelle superflue e clientelari.
Insomma, sarebbe un nuovo modo di fare politica, quella vera, quella alta, non la gestione partitocratica e privatistica dei soldi pubblici che noi siciliani continuiamo a versare mediante i tributi con molto sacrificio.
L’art. 40 della legge 122/2010 ha determinato la facoltà per tutte le Regioni, Sicilia compresa, di azzerare l’Irap, che com’è noto è un’imposta regionale. Non solo la Sicilia non ha provveduto al suo azzeramento, ma anzi l’ha mantenuta al suo massimo e cioè al 4,82%.
Dato che la Regione ha un debito di circa 5 miliardi, cioé mille euro per ogni siciliano, nel bilancio devono essere indicate le risorse necessarie a pagare tale debito, in modo da azzerarlo nel minor tempo possibile. Questo può avvenire se viene previsto un avanzo, il quale non solo va destinato a pagare il debito, ma, e soprattutto a co-finanziare le opere pubbliche insieme ai fondi europei.
 
In questi giorni è giunta la notizia che da Bruxelles sono stati sbloccati circa 200 milioni di euro per la costruzione di quasi 20 km dell’autostrada Siracusa-Gela nel tratto da Rosolini a Modica. Ma per appaltare l’opera ce ne vogliono circa il doppio. L’altra parte della somma deve essere co-finanziata dalla Regione e dai Fas.
Il rinvio dell’approvazione del bilancio dal 31 dicembre 2011 al 30 di aprile 2012 (avviene per la quarta volta consecutiva) è una iattura, perché di fatto blocca le erogazioni finanziarie anche agli Enti locali i quali possono spendere in base ai dodicesimi. è una iattura perché, di fatto, un terzo dell’anno è andato via senza possibilità di effettuare alcuna manovra per la crescita.
Tutto ciò provoca il crollo del Pil della Regione che indietreggia più di quello nazionale. Le gravissime colpe del ceto politico regionale, composto da soggetti che pensano più a se stessi che all’interesse generale, salvo importanti eccezioni, sono negative anche perché non si rendono conto (o forse non vogliono rendersi conto) che la situazione ha raggiunto un livello di gravità straordinario. Ma siccome del peggio c’è il peggiore, il baratro è a un passo.

Quella gente è sorda e ignava. Occorre che la società siciliana attivi gli anticorpi contro le metastasi di una partitocrazia che sta invadendo il corpo sociale. Attenzione, partitocrazia, non politica: quest’ultima è alta e si preoccupa di diffondere nella società equità, merito e responsabilità, cioè serve l’interesse generale. Mentre la partitocrazia segue solo l’interesse dei propri accoliti che si spartiscono vantaggi e denaro, lecitamente o illecitamente.
Il rischio che l’Assemblea approvi ancora una volta il bilancio della Regione falso è concreto. Il bilancio è falso perché propone poste attive non vere o non realizzabili, mentre le uscite sono certe. è falso perché riporta un Avanzo di amministrazione che ancora una volta è all’incirca il 40% del bilancio stesso. Un Avanzo misterioso che assessore e ragioniere generale non vogliono chiarire all’opinione pubblica perché intendono nascondere la realtà ai siciliani. Diversamente, avrebbero comunicato i dati, com’è loro dovere. Li attendiamo, comunque.
Apr
14
2012
Dai lavori della commissione Bilancio 2012 dell’Ars (con la partecipazione di membri del Governo) della settimana che si conclude, non sembra che il ginepraio sia stato risolto. Per quanto ne sappiamo, i manipolatori di tale bilancio non hanno provveduto a tagliare le uscite, in modo che quelle obbligatorie vadano coperte da entrate vere e non fittizie.
Ecco qual è il guaio che non è stato affrontato: la mancanza di volontà di compilare un bilancio vero, a cominciare dalla decodificazione in un elenco chiaro e intellegibile per tutti, della voce che pareggia entrate e uscite, denominata Avanzo finanziario.
Tale posta rappresenta all’incirca i quattro decimi del documento, il che corrisponde ad un’anomalia non solo contabile ma anche sociale, politica ed economica.
Politica, perché il documento fondamentale che regola la Regione, non veritiero, inganna i cittadini; sociale, perché le uscite non coperte da entrate sicure non potranno essere effettuate, con grave sofferenza del tessuto sociale e di quello economico. 

Continua il mistero del come le istituzioni regionali (Assemblea e Giunta di Governo) intendano superare le forche caudine del commissario dello Stato, prefetto Aronica, il quale nel suo rigoroso comportamento non potrà ammettere entrate fasulle o spese non coperte dalle entrate sicure. Il rischio d’impugnativa del documento contabile è possibile con il conseguente scioglimento dell’Assemblea regionale e nomina dei commissari parlamentari.
Forse è proprio questo il vero obiettivo cui mira il ceto politico regionale: essere stato costretto a mollare tutto perché poi il lavoro di taglio e cucito sia effettuato da estranei. Un modo furbesco per non prestar fede alle proprie responsabilità, soprattutto a quelle della diligenza del padre di famiglia che ha il dovere di tenere in ordine i propri conti.
La questione di fondo riguarda le uscite per impegni presi negli anni precedenti nei confronti di dipendenti, consulenti, servizi, fornitori e via elencando. Questi impegni rischiano di non essere mantenuti per carenza di liquidità. Le acrobazie contabili non funzionano, salvo che in un momento, e questo momento è già stato superato.
 
Il peggio del quadro che descriviamo, pronti a pubblicare qualunque smentita provata, è che non essendoci risorse, salvo quelle destinate all’improduttiva spesa corrente, non si possono cofinanziare i fondi europei, con l’aggravante che non si realizzano le opere e non s’immette finanza nel mercato siciliano.
Un’asfissia per le imprese del settore delle opere pubbliche e, per conseguenza, per tutti i lavoratori che inevitabilmente, in carenza di commesse, vengono mandati a casa.
Il Governo e l’Assemblea regionale con i loro comportamenti discriminano la maggior parte dei siciliani per privilegiare quella stretta minoranza di essi che lavora nel settore pubblico. Infatti, gli stipendi di costoro vengono sempre puntualmente pagati, essi non vanno mai in cassa integrazione, né vengono licenziati per improduttività o per esubero.
Per contro, i dipendenti del settore privato vengono licenziati, non sempre percepiscono l’indennità di disoccupazione e le loro famiglie versano in gravi condizioni, mentre le famiglie dei dipendenti pubblici continuano a fare la loro vita come se nulla accadesse.

Il comportamento del ceto politico, con questa evidente discriminazione commette un’ignominia sociale e dimentica il principio francescano secondo il quale quando c’è poco pane esso va diviso fra tutti.
Di questo comportamento iniquo esso dovrà rispondere alle prossime elezioni, quando dovrà fronteggiare il rancore e lo sdegno di tutti quei siciliani discriminati, come prima si scriveva, che sono maggioranza contro il gruppetto dei privilegiati, annidati nelle camere blindate del settore pubblico.
Tuttavia, il nostro ottimismo ci porta a pensare che l’Assemblea regionale e il Governo, con un moto di resipiscenza inaspettato, entri nel vivo della spesa improduttiva e tagli quella parte che serve a pochi e danneggia tanti. Le voci da tagliare sono state da noi puntualmente elencate e anche oggi le ripubblichiamo nelle pagine interne.
Preferiamo vedere il bicchiere mezzo pieno. Ci auguriamo che anche i responsabili istituzionali della Sicilia facciano altrettanto.
Mar
27
2012
Com’è ormai a tutti noto, il disastro economico-finanziario che è piovuto sulla Grecia non è stato frutto del caso, ma di un comportamento vergognoso del ceto politico di quella nobile Nazione, di centro destra e di centro sinistra, che ha sistematicamente truccato il bilancio dello Stato di questi ultimi vent’anni.
Quegli irresponsabili politici si sono comportati in questo modo per arricchirsi personalmente, per far arricchire lobbies e corporazioni, senza scontentare il popolo bue, aprendo per tutti i cordoni della borsa.
La Grecia è andata in default, né più né meno come accadde all’Argentina nel 2002. Anzi, il Paese sudamericano rimborsò i possessori dei tango-bond nella misura di circa un terzo, mentre la Grecia, forse, rimborserà i possessori di bond ellenici nella misura di un quarto. Un vero e proprio fallimento, con forti ripercussioni sociali e un arretramento dello stato economico di quel Paese di almeno dieci anni.

Questa premessa, per fare un parallelo con quello che sta accadendo nella Regione siciliana, ove un dissennato ceto politico, in questi ultimi decenni, ha fatto una politica anti-economica, clientelare, condita con sprechi, favoritismi ed altri deprecabili comportamenti.
Per coprire tutto ciò, le Giunte di governo che si sono succedute fino ad oggi, hanno proposto bozze di bilancio di previsione annuale con poste false, poi approvate irresponsabilmente dall’Assemblea regionale, che stranamente non hanno subìto la scure dei vari Commissari dello Stato.
Ma la Corte dei Conti, nel corso del giudizio di parificazione dei bilanci consuntivi, ha sempre evidenziato le iniquità contenute nei bilanci, pur concludendo con un atto di non disapprovazione.
Quanto scriviamo è perfettamente conosciuto dal presidente della Regione, dai suoi assessori, dai dirigenti generali dei dipartimenti e da tutti i novanta deputati. Insieme, allegramente, nel perpetuare una situazione che oggi è arrivata alla canna del gas.
Infatti, i soldi sono finiti, lo Stato ha tagliato i trasferimenti, l’indebitamento bancario non può più essere aumentato, con la conseguenza che si sono bloccati i finanziamenti per le opere pubbliche e per le infrastrutture necessarie ad attrarre i gruppi internazionali.
 
Chi ha competenza di bilanci pubblici e privati non ha difficoltà ad individuare quali siano i buchi delle entrate e quali le spese incompatibili con una sana amministrazione, come quella che dovrebbe esserci in una Comunità ispirata ai valori etici di merito e responsabilità.
Non è certamente responsabile l’assessore al ramo che propone il bilancio 2012 dentro il quale continua a mantenere una voce falsa: l’avanzo di amministrazione, che è di circa dieci miliardi su ventotto di bilancio.
Una cosa inaudita, che sarebbe stroncata se tale strumento fosse sottoposto alla certificazione di una società iscritta alla Consob. Ma la Regione si guarda bene dal chiedere una tale forma di certificazione, perché se lo facesse il bilancio sarebbe tranciato.
Fra le entrate ve ne sono tante irrealizzabili e perciò stesso false. Non si può infatti prevedere un’entrata che si sa, a priori, non si manifesterà mai. 

Tra esse, a titolo di esempio, indichiamo l’ipotizzata dismissione di immobili che, non avendo le gambe di un apposito organismo, non vedrà mai la luce.
Nel versante delle uscite, ve ne sono di veramente incredibili. Le abbiamo più volte elencate e continueremo a farlo, di modo che l’opinione pubblica sappia il mal governo dell’economia siciliana e ne tragga le conseguenze.
Lo facciamo anche perché con il nostro ottimismo ci auguriamo che Giunta di governo, Commissione Bilancio dell’Ars e la stessa Assemblea regionale cambino registro e approvino un bilancio vero e non uno falso.
In ogni caso, questa volta il Commissario dello Stato, prefetto Aronica, anche sulla base degli ultimi forti rilievi della Corte dei Conti, potrebbe impugnare le norme che non hanno copertura finanziaria.
C’è una novità: nell’assessorato all’Economia siedono stabilmente tre Commissari dello Stato inviati dal ministro Barca, che spulciano le voci di entrata e di uscita del bilancio. Se non sono conformi al Patto di stabilità, negheranno i trasferimenti finanziari dello Stato. C’è poco da scherzare, ora si fa sul serio.
Mar
16
2012
La data del redde rationem si sta avvicinando. Entro il 31 marzo dovrebbe essere approvato il bilancio della Regione del 2012, ma sicuramente la data sarà ulteriormente postergata all’ultima possibile, cioè il 30 aprile.
Qualora il bilancio non fosse approvato dall’Assemblea regionale, ovvero una volta approvato fosse impugnato dal commissario dello Stato, prefetto Carmelo Aronica, la Regione entrerebbe in crisi e scatterebbero le sanzioni previste dell’art. 8 dello Statuto e cioè lo scioglimento dell’Assemblea con la conseguente decadenza del presidente della Regione. Ulteriore conseguenza sarebbe la nomina di tre commissari straordinari da parte del Parlamento.
Non si tratta di una previsione fantasiosa, ma molto concreta, perché né dai partiti dell’attuale coalizione, né dall’assessore all’Economia, né dalla giunta di Governo nel suo insieme, arrivano seri segnali di tagli della spesa pubblica. Tali tagli, ripetiamo monotonamente, debbono essere dell’ordine di 3,6 miliardi (come pubblicato dettagliatamente nella pagina interna).

Invece, le notizie che arrivano dall’assessorato puntano ad un taglio di 2,3 miliardi, totalmente insufficiente per far quadrare il bilancio.
Vi è poi un secondo ma più importante aspetto della politica economica della Regione: il mancato recupero di risorse per procedere al cofinanziamento dei fondi Ue e, più in generale, al finanziamento delle migliaia di opere pubbliche indispensabili alla Sicilia.
Tutto ciò accade perché, in modo dissennato, i governi regionali negli ultimi decenni hanno aperto i cordoni della borsa della spesa pubblica improduttiva, sottraendo le risorse agli investimenti.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la Sicilia arretra nel Pil, la disoccupazione aumenta, i servizi pubblici sono disastrati, l’economia è impaludata, non vi sono prospettive di crescita.
Vi è un’altra questione da sottolineare monotonamente: l’endemica inefficienza dell’amministrazione regionale e delle amministrazioni locali. Ancora alla Regione circola la carta con tempi biblici, mentre se circolassero i file, il tempo sarebbe istantaneo.
In 4 anni di Governo, seppure con maggioranze diverse, Lombardo non è riuscito a mettere in moto neanche una piccola riforma dell’amministrazione da lui governata e di questo ne ha una palese responsabilità oggettiva.
 
Il presidente della Regione ci sembra impotente di fronte al muro di gomma della sua burocrazia. Egli infatti ha emanato, in questi anni, più direttive abbastanza precise (15 settembre 2008, 6 marzo 2009, 13 marzo 2011) puntualmente disattese da tutto l’apparato, il che comporta una  precisa responsabilità dei dirigenti generali. Ma nessuno di essi è stato revocato e tutti continuano a prendere regolarmente il loro ricco emolumento.
L’assessore all’Economia, Armao, è intervenuto, con una recente circolare del 13 febbraio, assegnando ai dipartimenti i limiti di spesa, ma, verosimilmente, tale indirizzo sarà regolarmente ignorato dai dirigenti generali e dagli altri dirigenti perché, come sempre accade, non sono previste sanzioni.
Ed è proprio l’assenza di sanzioni una delle cause del malfunzionamento della Pa. Non licenziando i fannulloni, non mandando a casa i dirigenti incapaci la Regione assiste impotente allo sfascio della propria amministrazione.
Il caso degli enti di assistenza oberati dai debiti per la cattiva gestione è emblematico dell’incapacità di raggiungere un seppur minimo grado di efficienza.

L’articolo 23 ter del Dl Salva-Italia, convertito in legge, prevede l’emissione di un Dpcm che ne precisi i dettagli, in via di emanazione.
Intanto le commissioni Affari istituzionali di Camera e Senato hanno chiesto di modificare la norma sui tetti agli stipendi pubblici, estendendola a Regioni e Authority, fra cui Asl, scuole, Università, Comuni, Province e Regioni. Per queste ultime, non potendo intervenire nel caso di quelle che abbiano lo Statuto speciale, il decreto prevede un termine per l’adeguamento della loro legislazione ai limiti di cui al Dl citato.
Oltre al limite di 304 mila euro annui lordi, equivalenti allo stipendio del primo presidente di Corte di Cassazione, è vietata l’aggiunta di gettoni o indennità diverse, anche in caso d’incarichi supplementari (la ragione è semplice: se un dirigente svolge più incarichi, il tempo a disposizione è il medesimo. Non si capisce perchè debba guadagnare di più).
Il ddl citato ha avuto il parere favorevole unanime delle commissioni Affari istituzionali di Camera e Senato. Se ne attende l’approvazione. E l’adeguamento immediato della Regione.
Dic
02
2011
Abbiamo più volte pubblicato la pagina nella quale sono indicate, per capitoli, le possibili riduzioni da effettuare nel bilancio della Regione, per un ammontare di 3,6 miliardi di euro. Sarà un caso: la Corte dei Conti siciliana ha presentato una relazione alla Commissione Bilancio dell’Ars sulla legge di stabilità siciliana del 2012. In essa sono indicati puntualmente i tagli che si dovrebbero fare al bilancio, che vedi caso ammontano proprio a 3,6 miliardi.
Per la verità, dobbiamo chiarire che la Corte prevede questi tagli da effettuarsi nella misura di 1,2 miliardi l’anno per il 2012, 2013 e 2014, mentre il QdS ha ipotizzato un taglio secco di tutti i 3,6 miliardi già nel 2012. Ma la diluizione nel tempo non cambia la sostanza.
Di fronte alle Regioni virtuose la Sicilia è il fanalino di coda, perché ha sperperato, negli anni, risorse in una spesa pubblica improduttiva, anzichè destinarle a investimenti, a opere pubbliche, a innovazione. Un comportamento dissennato dei 57 presidenti della Regione.

Non sappiamo se i membri della Commissione Bilancio dell’Assemblea regionale avranno la sensibilità di cogliere le annotazioni della Corte dei Conti e, in subordine, quelle del QdS che, ripetiamo, combaciano. Se non lo facessero, sarebbe ancora una volta il trionfo dell’irresponsabilità e del tradimento del mandato popolare, che è quello di amministrare bene le risorse pubbliche, in modo da rendere servizi e opere ai siciliani nella massima misura e nella massima qualità, rispetto alle imposte che gli stessi pagano con molta fatica.
In ogni caso, i soldi sono finiti, volere o volare, la Giunta regionale e l’Assemblea regionale dovranno approvare una legge di stabilità 2012 con i necessari tagli di spesa improduttiva e di privilegi, sotto i diversi aspetti, di elargizioni a pioggia e tante altre somme inefficaci al fine della buona amministrazione.
Vi è poi un’altra questione incredibile all’interno del bilancio: l’avanzo finanziario di circa 10 miliardi. Si tratta di somme impegnate e non spese, il che significa che l’economia siciliana non ha avuto questa iniezione finanziaria di tale importo. Da diverse settimane chiediamo puntuali informazioni alla ragioneria generale, che stentano a venire. Cos’hanno da nascondere?
 
Il peggio della questione è che la bozza della legge di stabilità, formata da 91 articoli, non prevede i 3,6 miliardi di tagli: con questa omissione prevede invece il ricorso a un ulteriore indebitamento e prevede anche il mancato cofinanziamento dei progetti relativi al Po 2007-2013. Il che significa che nell’economia siciliana manca questa ulteriore iniezione di risorse finanziarie.
Vi è un altro aggravamento della situazione: il bilancio 2011 è pesante dal punto di vista delle spese improduttive, il che ha costretto la Regione a porre l’aliquota massima dell’Irap nella misura del 4,82 per cento, mentre la legge prevede che ogni Regione possa variare tale aliquota fino ad azzerarla. È proprio notizia di questi giorni che la Provincia di Bolzano ha utilizzato la sua autonomia per venire incontro alle imprese di quel territorio, riducendo l’Irap al 2 per cento.

Dobbiamo ricordare ai pochi che hanno letto l’art. 119 della Costituzione che Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa. Solo in via sussidiaria, il quinto comma del predetto articolo prevede che lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore  dei predetti enti.
Per la verità, in questi 64 anni, si è ribaltato tale precetto costituzionale, per cui Regioni ed Enti locali hanno contato più sui trasferimenti dello Stato che sulle proprie entrate per coprire le spese. Di fatto, presidenti di Regione e sindaci si sono comportati da elemosinieri nei confronti dello Stato, anziché da buoni amministratori dei propri cittadini. Ma hanno fatto di peggio, violando l’ultimo comma del predetto art. 119, il quale recita: Regioni ed enti locali possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento. è esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti.
è inverosimile rivelare che questo articolo sia stato continuamente disatteso, senza che sia intervenuto alcun organo tutorio a ripristinare le regole del gioco. è ora che si rimetta a posto  questa situazione disastrata e che gli indebitamenti eventuali siano destinati agli investimenti e non alle spese improduttive.
Nov
19
2011
Lombardo e Armao hanno la massima responsabilità di mettere in ordine i conti della Regione e degli Enti locali, tagliando le spese improduttive, in modo da recuperare risorse da destinare allo sviluppo e alla crescita. Questa è la loro missione. Questo è il mandato affidato loro dai siciliani. Questo è quanto non hanno fatto e non stanno facendo.
Richiamiamo l’attenzione su Lombardo e Armao non in quanto persone fisiche, ma in quanto massimi responsabili delle istituzioni regionali, il primo eletto a suffragio universale e a maggioranza, il secondo delegato dal presidente.
Le osservazioni che questo foglio fa dal 2008 riguardano fatti che tutti i siciliani vedono. Senza nulla aggiungere o togliere. Fotografie di una situazione disastrata, lungo un percorso vizioso che non vuole essere abbandonato per mero calcolo clientelare, supponendo che, continuando a spendere inutilmente le imposte che tanto faticosamente pagano i siciliani, ne venga un tornaconto in termini di consenso elettorale.

Lombardo e Armao, politici sensibili, sanno che la stretta finanziaria, successiva alla strabenedetta crisi, li costringe a stringere la cinghia. Perché ciò accada è necessario tagliare la spesa pubblica improduttiva, e quindi dannosa, nonché i privilegi che non possono essere più sopportati dai siciliani.
Li abbiamo elencati più volte e continueremo a farlo nei prossimi giorni. Il più odioso è quello dei deputati regionali, che si sono votati la legge 44/65 con la quale i compensi per deputati e dipendenti sono equiparati a quelli del Senato, col risultato che l’Assemblea regionale costa 172 milioni di euro contro i 72 milioni del Consiglio regionale della Lombardia. E un usciere, con quindici anni di anzianità, ha uno stipendio lordo di oltre centomila euro l’anno.
I privilegi continuano con gli stipendi dei regionali, superiori a quelli degli statali del trenta per cento e con gli assegni dei pensionati, anch’essi superiori del trenta per cento a quelli degli statali. L’elenco è lungo e citiamo altri due sprechi: la spesa farmaceutica, disallineata dalla media nazionale per quattrocento milioni, nonché una disfunzione del servizio sanitario pari ad altri quattrocento milioni.
 
La Corte dei Conti ha bacchettato il bilancio preventivo 2012 della Regione, facendo presente che se si continua a disattendere la legge di stabilità e l’obbligo del pareggio senza debito, rischia di non essere parificato. Ma, per raggiungere il pareggio, Lombardo e Armao devono tagliare alcuni miliardi di euro.
La bozza di tale bilancio preventivo non fa alcuna previsione di razionalizzazione della spesa col taglio di quella improduttiva. Anzi, prevede settecentocinquanta assunzioni (una vergogna siciliana!) e non fa alcun cenno al taglio del costo della politica, anche in quello degli Enti locali.
Peraltro l’assessore Chinnici, probabilmente in accordo col governo, ha stoppato dal 1° gennaio 2011 la riduzione delle indennità dei consiglieri degli Enti locali siciliani, che ora percepiscono ben di più dei loro colleghi dallo Stretto in su.
Inoltre il legislatore è impenitente, perché continua ad approvare leggi che il bravo commissario dello Stato, Aronica, boccia regolarmente perché non coperte finanziariamente.

Qui non si tratta di toccare questo o quel punto dolente ma, come ha chiarito il neo presidente del Consiglio, Mario Monti, per il Governo nazionale, bisogna rivedere la situazione del bilancio siciliano secondo principi di equità, di crescita e di riduzione della spesa. Su quest’ultimo versante, resta fondamentale l’attivazione di meccanismi efficienti per spendere tutti i fondi europei del Po 2007-13 che, insieme ai fondi statali e al co-finanziamento regionale, ammontano a 18 miliardi e il cui dettaglio è stato più volte qui pubblicato.
Occorre, poi, mettere in disponibilità, ai sensi dell’art. 16 della recente legge 183/11, diecimila dipendenti regionali in esubero, con un risparmio di oltre quattrocento milioni. Occorre che i dirigenti regionali rilascino o neghino autorizzazioni e concessioni in trenta giorni, a pena di decandenza dal loro incarico. Occorre che gli assessori diano l’indirizzo politico per un forte efficientamento della loro branca amministrativa.
In definitiva, serve un progetto complessivo che faccia digerire ai siciliani i sacrifici, con una vera prospettiva di  crescita.
Apr
07
2011
Entro il 30 aprile il bilancio 2011 della Regione dev’essere approvato. Se l’evento non si verificasse, la stessa Assemblea correrebbe il rischio di essere sciolta e, con essa, sarebbe rimandato a casa anche il Presidente della Regione. Sembra un quadro apocalittico, invece è realistico. Esso è temperato però dall’interesse dei 90 deputati a restare ben bullonati sulle loro sedie e continuare a percepire, per un verso o per l’altro, 20 mila euro lordi al mese, tanti quanti ne prendono i loro colleghi senatori della Repubblica.
Proprio per questa ragione riteniamo che la maggioranza di centrosinistra, cui è approdato Lombardo, approverà il bilancio, mentre il centrodestra, dopo aver fatto ammujna, contribuirà all’approvazione. Non sappiamo se fra le due parti vi sarà un compromesso per spartirsi le spoglie della Sicilia, ma possiamo facilmente prevedere che il bilancio non sarà fatto secondo l’interesse dei siciliani, bensì secondo quello del ceto politico che continua a usare il favore come scambio.

Sfogliando le pagine dei quotidiani, leggiamo di continue assunzioni nel settore pubblico regionale e locale, ove vengono incorporati nuovi dipendenti del tutto inutili alla produzione dei servizi. La Regione ha dato l’esempio con l’assunzione di massa, in corso, di cinquemila dipendenti. Le sue partecipate con l’assunzione di massa di centinaia di persone. Comuni che si vantano di stabilizzare, ossia di assumere centinaia di persone. Sembra un gioco al massacro, una sorta di suicidio generale in cui moriranno economicamente moltissimi siciliani e poi anche una parte di questo ceto politico incapace di governare con equità e giustizia.
Il bilancio alla fine sarà quadrato, però manterrà i virus dell’assistenzialismo, del favoritismo e non riuscirà a incentivare l’economia e a produrre i meccanismi di sviluppo tanto necessari alla nostra terra.
Quali fatti suffragano queste affermazioni? Il primo riguarda l’aumento indiscriminato della spesa corrente, attraverso le nuove assunzioni; l’incapacità di tagliare spese assistenziali e clientelari; la mancata stretta a tutti i dirigenti generali dei dipartimenti, avvertendoli che non sarà loro dato alcun premio di risultato se il risultato non ci sarà.
 
Abbiamo udito con le nostre orecchie parecchi dirigenti generali che gestiscono centinaia o migliaia di dipendenti, i quali a microfoni spenti ci hanno confessato che se potessero scegliersi un terzo di quelle persone fra i più bravi, rinuncerebbero volentieri agli altri due terzi.
Abbiamo sentito dirigenti degli enti locali ripetere  in sintonia quanto precede. La cancrena della pubblica amministrazione e delle partecipate pubbliche è questo eccesso di personale inserito negli organici solo a seguito di raccomandazioni.
Basterebbe un solo articolo di legge, l’abbiamo scritto più volte, per obbligare qualunque ente locale, ente territoriale e non territoriale, ente economico, partecipata pubblica a redigere un Piano aziendale verificato da advisor imparziali come le società di revisione iscritte alla Consob e solo in base a esso ottenere i trasferimenti da Stato e Regione. Invece i bilanci vengono redatti da incompetenti o da corrotti e i pubblici impiegati vengono mantenuti in organico anziché essere mandati in cassa integrazione.

Il bilancio regionale non tiene conto della dannata inefficienza dei dirigenti generali che non hanno speso e continuano a non spendere le risorse per investimenti e opere pubbliche messe a disposizione dall’Ue e dallo Stato perché le risorse regionali che dovrebbero cofinanziarle non ci sono, in quanto sono servite e servono per pagare stipendi inutili.
L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, con interventi multipli, continua a lanciare anatemi contro il federalismo. Lo rispetto come amico, ma come professionista devo dire che le sue tesi sono contrarie agli interessi dei siciliani. Gli interessi sono che la Regione diventi virtuosa, tagli i rami secchi, tagli la legge 44/65 che equipara i deputati regionali ai senatori, tagli le auto blu e le diarie, invitando politici e burocrati a circolare in taxi e con i treni, insomma elimini le centinaia di voci clientelari che servono solo ad acquisire un indegno consenso.
Da quello che sentiamo, questo bilancio 2011, se sarà approvato nei termini, peggiorerà ancora la situazione. Sperare in un rinsavimento è, però,  sempre bene.
Mar
12
2011
Le imprese siciliane sono soffocate dalle inadempienze contrattuali di Regione ed enti locali, che pagano mediamente le forniture di beni e di servizi a 400 giorni dalla data fattura. Se paragoniamo questo lasso di tempo con quello della Regione Lombardia, nostro benchmark (modello), che è di appena 60 giorni, comprendiamo benissimo che oltre alle difficoltà di mercato, le imprese  subiscono un’ulteriore gravosissima e gratuita difficoltà: l’enorme ritardo degli incassi.
Per sopperire ad esso, le imprese siciliane e non, sono costrette ad utilizzare gli affidamenti bancari in modo sbagliato perché, invece, essi dovrebbero essere indirizzati all’aumento del volume di affari o a nuovi investimenti.
Piove sul bagnato. Questo ulteriore onere non ci dovrebbe essere, ma anzi le imprese dovrebbero essere agevolate per creare nuovi posti di lavoro e nuova ricchezza tassabile. Questo grave handicap, da noi più volte riportato all’attenzione dei lettori, non viene esaminato dalle amministrazioni regionale e locali che invece sono prontissime a pagare gli stipendi dei propri amministratori, dipendenti e consulenti.

Se le imprese piangono, le stesse amministrazioni non ridono. Vi spieghiamo perché. Sui ritardi rispetto alla data di pagamento, i creditori hanno la facoltà di emettere note di debito per gli interessi di mora, che in atto si aggirano intorno all’8%. Dal che si deduce che, salva la mancanza di liquidità, il ritardo dà ai fornitori un beneficio economico.
Ma per i Comuni, gli interessi di mora costituiscono debiti fuori bilancio. Se ad essi si sommano le spese legali ed onorari per eventuali procedure esecutive, tali debiti fuori bilancio aumentano ancor di più. Ma, ancora, bisogna addizionare le controversie legali perse sia per la sorte capitale che per le relative spese. In aggiunta, le sanzioni della Corte dei Conti per danni erariali che, per la Regione in questi ultimi mesi, sono stati per decine e decine di milioni di euro.
I debiti fuori bilancio stravolgono la buona amministrazione dell’ente e stravolgono gli indirizzi e la destinazione di risorse per la costruzione di opere pubbliche e l’incentivazione di attività produttive.
 
Quando un sindaco, per la propria ignavia e la propria incapacità gestionale, paga cifre rilevanti per debiti fuori bilancio, non avendo la possibilità di indebitarsi con le banche (operazione vietata), in un clima di diminuzione dei trasferimenti, non essendo abile ad attivare procedure interne per riscuotere le imposte locali non pagate, né per scoprire gli evasori totali o parziali, è costretto a bocciare le spese per investimenti, con ciò danneggiando fortemente anche un esiguo processo di crescita.
I sindaci che si comportano così debbono essere denominati dall’opinione pubblica come viziosi ed incapaci,  quindi vanno cacciati a furor di popolo per far posto ad altri amministratori onesti e capaci che fanno funzionare bene la macchina amministrativa, pagando con puntualità i fornitori e indirizzando tutte le risorse possibili, tagliate alla clientelare spesa corrente, verso gli investimenti.

Come più volte scritto, il Federalismo attiverà il processo di selezione dei sindaci virtuosi, soprattutto con il decreto legislativo in corso di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Ma ancor più cogente sarà il prossimo decreto lgs sulle sanzioni agli amministratori locali, anche con l’interdizione decennale dai pubblici uffici.
Battiamo molto sulla necessità che gli attuali sindaci diventino virtuosi o vengano sostituiti, perché il tessuto siciliano dei Comuni è il più importante della nostra regione. Solo attraverso lo sviluppo del singolo territorio comunale vi potrà essere lo sviluppo dell’intera regione. Mentre la Regione dovrà fare la sua parte facendo riforme quadro e di indirizzo generale, abrogando quelle norme clientelari e assistenziali che non sono proprie dell’ente ma servono solo a perpetuare il clientelismo.
Dal funzionamento organico di Regione e Comuni, nel processo virtuoso, potrà esserci quella svolta fondamentale perché la Sicilia cominci a ridurre il baratro del divario che la separa dalla Lombardia e dalle altre regioni virtuose del Nord. Non che lì non vi siano comportamenti viziosi. Ovunque vi sono le mele marce, ma lì la maggioranza delle mele è commestibile.
Lug
02
2010
Siamo arrivati al redde rationem. Con la relazione metodologica di Tremonti approvata dal Consiglio dei ministri, si procede verso il completamento e l’approvazione del decreto legislativo che stabilisce i costi standard e gli standard di efficienza. Non appena pubblicato, potranno essere redatti gli elenchi degli enti pubblici virtuosi (quelli che li rispettano) e gli elenchi dei Comuni viziosi (quelli che si sono dati alla pazza gioia spendendo e spandendo).
Purtroppo, questi ultimi sono in maggioranza nel Sud e in maggioranza in Sicilia, fra i 390 Comuni. La voce più cospicua di sforamento rispetto ai costi standard è quella dei dipendenti, frutto della politica clientelare di questi decenni, in base alla quale sono stati intasati gli uffici pubblici di persone di cui non vi era assolutamente bisogno.
Sindaci incapaci di far funzionare la loro macchina amministrativa con servizi puntuali e di qualità hanno continuato a fare una politica di basso profilo che ha portato ad immobilizzare l’attività dei loro enti.

Ora è il momento che i nostri 390 sindaci diventino virtuosi e cioè facciano quadrare i propri bilanci, privilegiando le spese produttive e riducendo fortemente quelle che ingessano il funzionamento dell’ente e non consentono di imboccare la via dello sviluppo. L’euro e il Patto di stabilità non consentono ulteriori proroghe. Volere o volare, bisogna che i sindaci si convincano che debbono imboccare una strada di politica alta, tagliando i rapporti con i questuanti, tagliando le spese parassitarie, tagliando i posti dei raccomandati e continuando con la sistematica eliminazione di sprechi quali consulenze e auto blu.
I sindaci virtuosi potranno ridurre anche al di sotto del limite previsto dalla legge il numero di assessori e i loro compensi e potranno chiedere al Consiglio comunale di votare il dimezzamento di indennità, gettoni di presenza e altri ammennicoli a favore dei propri componenti.
I sindaci virtuosi dovranno trattare i tassi dei vecchi mutui utilizzando la moral suasion o altri mezzi per ridurre gli enormi interessi passivi. Dovranno anche cominciare a pagare puntualmente i fornitori.
 
Nei bilanci degli enti locali vi sono spese non previste. In particolare quelle che derivano da controversie giudiziarie perse, sia attivate da dipendenti che da fornitori. Si tratta di cifre cospicue che una buona e sana amministrazione potrebbe evitare precedendo le controversie.
Ecco, bisogna fare buona e sana amministrazione. Cioè, l’amministrazione del pater familias. Ogni sindaco dovrebbe preoccuparsi di spendere solo quanto necessario per produrre i servizi da somministrare ai propri cittadini. Ovviamente, servizi della massima qualità possibile, in modo da soddisfare le esigenze degli iscritti alla propria anagrafe e degli ospiti esterni.
Il sindaco non potrebbe fare nessun’altra attività. Perché amministrare una città, piccola o grande che sia, comporta quasi un impegno a tempo pieno. Chi fosse distratto da altre azioni, perderebbe la concentrazione e non potrebbe sviluppare concretamente il programma che ha proposto agli elettori in campagna elettorale.

I sindaci virtuosi dovrebbero costituire all’interno della propria amministrazione un nucleo di Polizia tributaria, con lo scopo di snidare gli evasori totali o parziali e riscuotere tutte quelle imposte locali che costituiscono un’importante parte delle entrate.
Data l’eccedenza di personale, non dovrebbe essere difficile la costituzione di tale gruppo o il potenziamento ove esso esistesse già.
Infine, vi è un problema ambientale e di controllo del territorio. Una città confida nella propria amministrazione affinché tutta la sua superficie sia tenuta in ordine sotto tutti i punti di vista. I più importanti sono: evitare che vengano costruiti immobili abusivi o che vengano implementati immobili esistenti, far sì che il traffico funzioni disciplinato da semafori intelligenti e governato dalla centrale dei vigili urbani, che i poster 6x3 vengano installati in modo da non deturpare l’ambiente, che i cittadini vengano serviti anche inducendoli a rispettare le regole di civiltà nell’interesse generale.
Mar
20
2010
Il presidente dei siciliani ha dichiarato , parafrasando una celebre frase di Winston Churchill, che “il bilancio 2010 sarà lacrime e sangue”. Una dichiarazione molto impegnativa. Significa un progetto di bilancio che taglia fortemente la spesa corrente e, noi aggiungiamo, la parte cattiva, cioè gli sprechi e le spese parassitarie.
Non è impossibile, su un bilancio teorico di circa 27 miliardi, tagliarne 2 o 3. Non ripeteremo, per non annoiare gli affezionati lettori, l’elenco dei tagli. Ne ricordiamo quattro: a) trasformare le Province in Consorzi di Comuni, ai sensi dell’art. 15 dello Statuto autonomo, con un taglio di 1 miliardo e 100 milioni; b) riportare la spesa per i farmaci alla media nazionale, con un taglio di 500 milioni; c) dimezzare la spesa per la formazione, con un taglio di 125 milioni; d) annullare la famigerata tabella “H”, con un taglio di 100 milioni. Oltre al taglio del costo della politica (consiglieri e assessori locali, auto blu, consulenti, indennità e stipendi ai deputati dell’Ars e così via), con un risparmio di 300 milioni.

È evidente che siamo tutti d’accordo quando le lacrime e il sangue sono degli altri, mentre cominciamo a strepitare quando sono nostri. La difficoltà di un’operazione di questo genere sta proprio nell’avere il coraggio di scontentare le categorie privilegiate, che hanno lucrato sul denaro pubblico per arricchirsi personalmente.
Il che può voler dire anche perdita di consenso elettorale. Ma il Governo e la maggioranza non devono essere timorosi, se in contrapposizione realizzano progetti di alto profilo sui quali  gli astensionisti daranno il loro consenso.
Ormai la scelta è inequivocabile: scontentare i clientes, negando i favori privati o servire la collettività con un miglioramento sensibile di strutture e servizi pubblici.
Per ottenere questo risultato è indispensabile la riforma della Pubblica amministrazione, recependo immediatamente tutta la legislazione prodotta da Brunetta, in particolare, l’ultima versione del Cad (Codice dell’amministrazione digitale).
 
Sacrificando corporazioni e clientes e risparmiando i 2 o 3 miliardi cui prima si accennava, il Governo può fare un piano di infrastrutture regionali insieme ai parchi-progetto degli Enti locali. Da precisare che tali parchi-progetto devono essere cantierabili e non avere la forma di inutili intenzioni.
Attraverso l’apertura di centinaia di cantieri in tutta l’Isola, si possono mettere in moto decine di migliaia di posti di lavoro e dare così una risposta concreta e immediata alla richiesta di occupazione. Si può anche dare una risposta concreta ai precari della Pubblica amministrazione, ai dipendenti della SicilFiat, ai forestali e a tanti altri che finalmente, dopo opportuna riqualificazione professionale, possono fare un lavoro produttivo e non parassitario, come oggi. Il quadro è chiaro, l’indirizzo è preciso. Nessuno cerchi scuse, perché quanto precede è cristallino.

La chiave per realizzare le cose che precedono sta in una serie di procedure semplici e agevolate dalle burocrazie regionale e locali, che devono assistere con forte collaborazione tutte le imprese destinate alla realizzazione di opere. Il ceto politico deve intervenire con rigore e tempestività sui direttori generali dei dipartimenti quando questi non ottemperano al loro preciso obbligo di rilasciare le autorizzazioni in tempo reale, da contarsi in giorni e non più in mesi o anni.
L’azione della Pubblica amministrazione deve essere supportata dalla informatizzazione generale, in modo che i rapporti vengano gestiti esclusivamente per via telematica, cosicché ne resti traccia e si sconfigga l’estesa corruzione consistente nei favori di chi li chiede e di chi li concede: un comportamente incivile da colpire con l’esecrazione dell’opinione pubblica.
Lacrime e sangue sì, ma finalizzati all’obiettivo di fare crescere il Pil della Sicilia. Ora, non fra dieci anni. L’attuale classe dirigente siciliana dev’essere consapevole della propria responsabilità, in modo da non far ricadere le proprie colpe sulle successive generazioni.
Mar
06
2010
L’Assemblea regionale deve approvare questo mese il bilancio preventivo 2010, per far rientrare l’attività dell’amministrazione nella normalità. In atto, funziona  in via provvisoria.
Com’è noto, il bilancio di un ente è lo strumento finanziario per attuare la politica del Governo, politica fatta di scelte secondo le quali si decide un’azione piuttosto che un’altra, quindi qualcuno si accontenta e qualche altro si scontenta.
Ma la questione non è questa: accontentare o scontentare. La questione è mettere il bilancio della Regione al servizio del programma politico che il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, ha depositato presso la Corte d’Appello di Palermo il 4 febbraio antecedente alle elezioni regionali del 13 e 14 aprile 2008. In quel programma sono scritti gli obiettivi che lo stesso presidente ha fissato e ha sottoposto al vaglio dell’elettorato.
Il sessantacinque per cento dei siciliani, cioè una vistosa maggioranza, l’ha confermato e pertanto il contratto è stato sottoscritto. Ora Raffaele Lombardo ha l’obbligo di onorarlo senza tentennamenti e senza cedere a ricatti o pressioni.

È noto, finalmente, che il presidente dei siciliani non è eletto dai deputati dell’Assemblea e, dunque, ha il dovere e il diritto di governare indipendentemente dai mal di pancia degli stessi deputati regionali. La Sicilia ha bisogno di riforme profonde per imboccare la crescita del Pil che, come sanno gli economisti, è il dato sintetico di tutto quello che si fa. Se il Pil della Sicilia rimane inchiodato al 5,5 per cento, com’è da 40 anni, dimostra in modo inequivocabile e senza alcuna attenuante che tutti i governi regionali sono stati inefficienti e hanno fallito la missione loro affidata dai siciliani.
Il Pil non può crescere se l’amministrazione regionale non funziona in modo ordinario, con una efficienza ordinaria e con la capacità di realizzare gli obiettivi che il Governo le affida. I 26 dirigenti generali, che gestiscono 28 dipartimenti regionali, e i 17 dirigenti generali della Sanità, hanno il compito di spendere al meglio le risorse loro affidate, coniugando il raggiungimento degli obiettivi con l’inserimento della massima qualità possibile nei servizi da loro prodotti.
 
Il bilancio regionale dev’essere composto in modo tale da prevedere cospicui risparmi sulla spesa corrente, girandoli alla spesa per investimenti, di cui la Sicilia ha estremo bisogno. Investimenti che servano a riqualificare, per esempio, il territorio, in modo da attrarre gruppi economici da tutto il mondo sulla nostra terra, per sfruttare il grande patrimonio di ricchezze e metterle a reddito.
È proprio in questo mese che si capisce se la politica economica della Regione vira dall’inefficienza più nera degli anni precedenti a un’efficienza fatta di possibili risultati. I tre gruppi che sostengono il Governo Lombardo (Mpa, Pdl-Sicilia e Pd) devono trovare un accordo omogeneo per spendere i quattrini dei siciliani verso attività produttive di ricchezza. Se, invece, approvassero il solito bilancio pasticciato e pieno di favoritismi, con contributi a pioggia a favore dei clientes, il mantenimento di società partecipate inutili, ammortizzatori sociali che violentano il buon senso o altro, anche il 2010 sarebbe destinato a essere utilizzato in modo piatto.

Abbiamo esperienza di quello che accade all’Assemblea regionale e sappiamo come molti deputati - denominati consiglieri nelle altre Regioni, che costano ai siciliani il doppio di qualunque altro consigliere perché i loro compensi sono equiparati a quelli dei senatori (l.r. 44/65) - dovrebbero avere la forza morale e il buon senso per capire che l’era dei clientelismi è finita. Anche i soldi sono finiti. E, d’altra parte, la Sicilia ha l’indispensabile necessità di rialzarsi. Ora e non domani. Sprecare anche il 2010 sarebbe un ulteriore fallimento di una classe politica che ha profondamente deluso gli isolani in questi 60 anni e soprattutto in questi ultimi 20.
Immettere ancora dirigenti, anche sotto forma di vice, in una struttura regionale elefantiaca, dove ve ne sono già oltre 2000, contro i 200 della Lombardia, è un comportamento criminogeno, perché significa aumentare ulteriormente la spesa corrente.
Attenzione, Governo e deputati: non potete fallire anche questa occasione. Approvate il bilancio 2010 in modo saggio, efficace e produttivo.
Ott
24
2009
In questi sessant’anni, nel trattare la Cosa pubblica c’è stata molta confusione, non casuale. Interferenze ed incroci tra diverse amministrazioni e tra diversi livelli di amministrazione. I conti pubblici sono normalmente inquinati, perché provvedono a sostenere costi non di competenza di ogni amministrazione. Per cui, non si riesce mai a determinare la spesa necessaria per un certo servizio.
Facciamo alcuni esempi. Le spese per la costruzione ed il mantenimento di immobili destinati al ministero della Giustizia sono normalmente pagate dai Comuni, anziché dallo stesso ministero. Le spese per immobili destinati alle scuole sono sostenute ancora dai Comuni. Le spese necessarie per immobili destinati alle Prefetture, anziché gravare sul bilancio del ministero dell’Interno, gravano sulle Province, le quali sostengono le spese della costruzione e manutenzione degli immobili destinati alle scuole di secondo grado.
Le spese per il mantenimento della custodia e la forestazione in Lombardia e in altre Regioni, anziché essere sostenute dalle amministrazioni regionali, sono sostenute dallo Stato. L’elenco è lungo e ci fermiamo.

L’effetto della confusione sulla gestione di settori pubblici è la deresponsabilizzazione. Un secondo effetto è che non si riesce a quantificare esattamente il costo di una branca amministrativa, nel complesso di tutti i segmenti, dalla A alla Z. Viene meno, quindi, la comparazione con i parametri europei e qualcuno specula anche sul fatto che appaiono spese minori di quanto dovrebbero essere se il conto le riguardasse tutte.
La Costituzione prevede alcuni requisiti della spesa pubblica: economicità, trasparenza, effettività, efficacia. Essi trovano un comune denominatore nell’autonomia della spesa. La quale deve circoscrivere l’ambito gestionale per evitare di debordare. Tale criterio viene osservato in alcune branche della Pubblica amministrazione, ma disatteso in altre.
 
Prendiamo i sindaci, in particolare quelli siciliani. Si lamentano perché i trasferimenti dalla Regione diminuiscono, ma poi, come prima indicato, sono costretti a sostenere spese per il ministero della Giustizia, per l’assessorato regionale alla Pubblica istruzione e per altre Istituzioni che non hanno niente a che fare con l’obbligo di produrre servizi comunali ai propri concittadini.
Non abbiamo sentito alcuna voce riguardo all’argomento che analizziamo oggi. Né dal singolo sindaco, né dall’associazione che li rappresenta a livello regionale e nazionale (Anci). Né voce abbiamo ascoltato da alcun presidente delle Province (illegittime nell’attuale forma, anziché in quella prevista dall’articolo 15 dello Statuto), per reclamare l’autonomia del proprio bilancio col quale nulla hanno a che fare, come prima scritto, gli immobili delle scuole di secondo grado. Né protesta è stata elevata dall’associazione che le rappresenta a livello regionale (Urps). Non ne comprendiamo la ragione.

L’ente locale deve produrre al meglio i servizi per i propri cittadini. Quando ne produce di meno o di minore qualità, il vertice dovrebbe essere sanzionato non solo con la perdita di consenso politico, che significa la non rielezione, ma anche dal potere sostitutivo dell’organo di controllo, che è la Regione. Questo secondo controllo non viene, di norma, esercitato o viene esercitato con estremo ritardo, il che comporta che difetti dei procedimenti rimangano nel sistema.
La razionalizzazione della spesa pubblica passa attraverso una serie di risparmi che vanno ottenuti senza indugi o tentennamenti, caricando l’onere di marciare rigorosamente su un binario a chi deve portare il convoglio della corretta gestione alla meta, cioè alla fine di ogni esercizio.
Qui non si tratta di usare palliativi o mettere pezze sulle emergenze, ma di riqualificare il metodo che deve presiedere alla pubblica attività, senza sbandamenti, in modo che tutti gli enti pubblici evitino di sforare i propri bilanci e, contemporaneamente, servano i cittadini che hanno il diritto di ottenere quanto a loro serve.
Ott
20
2009
Le cifre maledette: 1757 miliardi di debito pubblico, 116 per cento del debito sul Pil e conseguente Pil 2009 stimato in 1510 miliardi. Con queste cifre, salta il banco del bilancio dello Stato. L’Unione europea, estremamente preoccupata, ha acceso i fari sulla situazione finanziaria dello Stato italiano, insieme ad altri quattro partner (Francia, Ungheria, Polonia e Portogallo). Però questi ultimi non hanno la montagna del debito italiano. Il debito comporta un onere per il bilancio dello Stato di circa 80 mld, mentre gli altri quattro partner hanno oneri dimezzati.
La conseguenza è che i 40 mld di oneri finanziari che non pagano vengono destinati a infrastrutture, le quali a loro volta aumentano la competitività del Paese. L’Italia corre con le pietre nelle tasche e la zavorra ai piedi. Evidentemente, non può che perdere.

La questione va affrontata di petto e spiegata bene ai cittadini dal Governo in carica, ma anche dall’opposizione. Il 25 ottobre non è lontano. Finalmente il 26 sapremo chi sarà il nuovo capo del Pd, il quale dovrà inserire nella scena italiana un suo programma per: a) ripristinare in tutto il settore pubblico l’ordinaria amministrazione, poggiata su fattori di efficienza ed efficacia, in base ai valori di merito e responsabilità; b) proporre un piano di stabilizzazione dei conti pubblici per ridurre anno dopo anno, l’enorme macigno del debito pubblico e quindi la sua incidenza sul Pil annuo; c) definire il piano delle infrastrutture, fra cui la sistemazione idrogeologica del territorio, per la quale la Protezione civile ha stimato un fabbisogno di 40 mld €.
Tale piano deve prevedere un forte potenziamento del trasporto su ferro, abbattendo drasticamente quello su gomma, sia nella dorsale nazionale che nelle aree esterne delle città. E anche al loro interno mediante sistemi di mobilità metropolitane.
 
Intanto, chi ha attuali responsabilità di governo ha il primario compito di indicare ai cittadini il piano di rientro del debito pubblico da qui a dieci anni, per riportarlo al coefficiente massimo previsto dal Trattato di Maastricht del 1992 e cioè al 60% del Pil. Nell’enormità di questo debito, l’attuale crisi c’entra poco, perché non sono certo dieci miliardi in più o in meno che ne cambiano la dimensione. C’entra, invece, il malgoverno di democristiani e socialisti, con la connivenza dei comunisti, di dodici anni (dal 1980 al 1992) e l’incapacità dei Governi di centrosinistra e di centrodestra a rimettere in linea i conti, dal 1994 ad oggi.
Sentiamo subito gli incompetenti a gridare che l’abbattimento del debito pubblico non è primario, perché sarebbe conseguente della diminuzione di servizi che si rendono ai cittadini. Costoro sono in malafede perché la diminuzione del debito e il mantenimento dei servizi sociali non sono in contrasto. Basterebbe infatti che si tagliassero sprechi e privilegi a livello statale, regionale e locale per abbattere di 20 mld € l’anno il debito.

Secondo il principio di sussidiarietà previsto dall’art. 118 della Costituzione, anche senza federalismo, i Comuni costituiscono le cellule principali dell’ossatura dello Stato. Quindi, la buona amministrazione degli Enti locali è alla base della riduzione del debito. I Comuni virtuosi avrebbero meno bisogno di trasferimenti dallo Stato, alleggerendone il peso.
Anche le Regioni possono operare facendo dimagrire e prosciugando le spese inutili e avrebbero quindi meno bisogno di trasferimenti da parte dello Stato. E infine quest’ultimo, dai minori trasferimenti a Regioni ed EE.LL. e da un dimagrimento forte della propria burocrazia, potrebbe diminuire le spese e creare un forte avanzo, comprensivo degli interessi sul debito pubblico, indispensabile per abbatterlo.
Insomma, si tratta di riportare la pubblica amministrazione, guidata da un ceto politico lungimirante, in un alveo di ordinaria e sana gestione della Cosa pubblica, evitando doppiopesismo, tagliando privilegi e utilizzando risorse umane e finanziarie strettamente necessarie alla produzione dei servizi e nulla di più. Un particolare premio dovrebbe essere dato a sindaci e presidenti di Regioni capaci di amministrare con la diligenza del pater familias.
Ott
08
2009
Il buco di un miliardo nel bilancio consuntivo 2008, che il Governo regionale sta tentando di recuperare, è l’evidente sintomo di una cattiva gestione del denaro pubblico. Non solo la Sicilia ha bisogno di recuperare, ma si auto affossa perché perde come un colabrodo, in quanto spende le risorse per alimentare il clientelismo e non per destinarle ad investimenti e attività produttive necessarie per fare aumentare il Pil.
La questione riguarda la politica di basso livello, diversa da quella di alto profilo fondata su progetti. Ma riguarda anche la capacità di organizzare la macchina amministrativa con criteri di efficienza tali da impedire sprechi. Poi c’è una terza questione non meno importante, e riguarda la capacità di tutti i rami amministrativi della Regione di controllare assiduamente tutto il territorio mediante propri nuclei ispettivi, dotati dei più moderni terminali informatici, per evitare abusi in tutti i campi, primi fra i quali quello edilizio e del lavoro nero.

Il governo dovrebbe insediare una task force composta dai più valorosi dirigenti regionali, insieme ad esperti internazionali in organizzazione, per redigere il Piano industriale ovvero il Piano organizzativo della produzione dei servizi, in modo che essi siano efficienti e utilizzino al meglio le scarse risorse finanziarie.
Senza il Piano industriale la Regione non sa di quali figure professionali ha bisogno, mantenendo così uno squilibrio fra le varie branche amministrative e fra gli uffici centrali e periferici, dal momento che, senza una norma rigorosa, è difficile attuare la mobilità indispensabile per riequilibrare gli uffici.
 
Si capisce che la burocrazia faccia muro contro questa informatizzazione generalizzata, perché si attuerebbe una trasparenza generale che non consentirebbe più nessuna forma di corruzione morale e materiale. La trasparenza farebbe emergere il valore di dirigenti e dipendenti che così potrebbero meritare i premi contrattuali perché hanno ben lavorato.
Così sarebbero emarginati i cattivi dirigenti e dipendenti che non fanno il loro dovere e per ciò stesso non solo non debbono percepire premi, ma vanno licenziati. La questione che poniamo da decenni è semplice: mettere il punto fermo e definitivo a tutti gli abusi che si perpetrano giornalmente negli ambienti regionali e in genere nelle pubbliche amministrazioni locali.

Serve subito una Regione low cost, cioè un sistema organizzativo che riduca all’osso il costo dei servizi. Per ottenere questo risultato è indispensabile che, ripetiamo, vengano aboliti i fascicoli cartacei sostituiti subito da quelli informatici. è necessario che i dirigenti generali si sbraccino e abbiano la facoltà di valorizzare i migliori collaboratori, indipendentemente dai loro padrini politici. Questi ultimi devono smetterla di intervenire per falsare le regole del merito, piazzando incapaci nei posti ove invece occorrono professionisti di primo livello.
Lo sviluppo non è una chimera, né una vuota parola che i politici di basso rango promettono di raggiungere, dimenticandosene regolarmente dopo ogni votazione. Lo sviluppo è un sistema fatto di regole precise e conosciute e di un metodo generale che abbia come cardini i valori di merito e responsabilità, unitamente a un alto livello di professionalità.
I soldi sono finiti, i debiti sono tanti, i costi del personale che gravitano intorno alla Regione enormi, le difficoltà politiche del governo senza maggioranza non sono da meno.
Tuttavia la classe dirigente siciliana, nel suo complesso, non può ulteriormente rinviare la sfida che è stata ulteriormente tracciata dalla crisi del 2008, da considerarsi positivamente come esplosivo per scardinare un sistema asfittico e clientelare che non regge più.
Vi è ancora la questione che potrebbe essere definita con uno slogan: “Guerra alla carta”. Costa 2,5 milioni all’anno e di essa si potrebbe fare a meno se tutti i fascicoli fossero informatizzati. Vi sarebbe un ulteriore vantaggio e cioè che tutti coloro che formulano istanze alla Regione (enti pubblici, imprese e cittadini) potrebbero dialogare esclusivamente con e per via telematica e, mediante un click, far pervenire direttamente nel proprio fascicolo, in qualunque ufficio della Regione, la documentazione richiesta ottenendo risposte con la stessa via telematica.