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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Bossi

Giu
15
2011
Il 2011 prevede un incremento del Pil, nel Nord-Est, del 2,1%, mentre il Sud rimane quasi fermo (0,2%). Cosicché, la media nazionale dell’incremento del Pil, se tutto va bene, sarà dell’1%, all’incirca 15 miliardi. La Sicilia, anch’essa, avrà un incremento del Pil inferiore a quello della media nazionale, forse vicino allo zero. Un trionfo per chi ha avuto responsabilità, in questi ultimi anni, di guidare la macchina regionale.
Per favore, non ci venite a parlare della crisi del 2008, che in Sicilia non ha avuto alcun effetto dal momento che la nostra Isola era già abbondantemente in crisi.
In questi tre anni non sono stati aperti i cantieri delle opere pubbliche, anzi sono crollati gli appalti; non è stato fatto un progetto che mettesse a profitto i beni naturali e culturali; non è stato tracciato né realizzato un progetto per l’incremento del turismo, con il vergognoso risultato di avere meno presenze della piccola isola di Malta; non è stato progettato e realizzato un disegno per l’energia alternativa (vegetale e solare). In compenso, si è discusso del dannosissimo rigassificatore di Priolo, ove si è verificato un piccolo disastro ambientale, e sono stati mantenuti incolti 4 mila chilometri quadrati di territorio.

Quanto precede, pur avendo abbondanza di risorse finanziarie, nonostante le menzogne che vengono dette. Vi spieghiamo perché: nel settennio 2007-2013 sono a disposizione della Regione ben 18 miliardi di euro, tra fondi europei, statali e regionali. La Regione si è occupata, dissennatamente, di aumentare la spesa corrente: assumendo personale, finanziando l’inutile formazione professionale che ha funzione clientelare, corrispondendo decine di milioni di contributi a destra e a manca, mantenendo gli stipendi dei propri dipendenti e pensionati a un livello nettamente superiore degli statali, e via enumerando. Per cui, non sono rimasti nemmeno gli occhi per piangere, ovvero le risorse per co-finanziare le opere.
Un risultato eclatante: pagare stipendi, indennità e aumento della dannosa spesa corrente è stata la politica di questo Governo, contraria all’interesse dei siciliani che era quello di aprire i cantieri. Un comportamento deleterio che stiamo scontando duramente e che sconteranno le future generazioni.
 
Se Atene piange, Sparta non ride. Il Divino Giulio numero due (il primo era Andreotti) è messo in croce da Berlusconi e Bossi che gli chiedono di abbassare le aliquote. Giornalisti incompetenti trascrivono questo principio, mentre dovrebbero spiegare all’opinione pubblica che i due non chiedono al ministro delle Finanze di abbassare la pressione fiscale, impossibile per l’obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014, bensì di trasferire il peso fiscale dalle imposte dirette (persone) a quelle indirette (cose).
In effetti, vi sono tanti prodotti su cui l’Iva grava per il 4% e il 10%, mentre in Europa per gli stessi l’Iva è al 6% e all’11%. In alcuni Paesi d’Europa è prevista l’aliquota del 21%, per cui aumentare la nostra di un punto non sarebbe una distorsione. Il trasferimento delle imposte dirette all’Iva potrebbe aumentare la no tax area, cioè la fascia non tassata, e diminuire le aliquote sulle fasce più basse di reddito a invarianza della pressione fiscale.
Per quanto riguarda le imprese, il guaio non sono le aliquote Ires e Irap, sopportabili, ma le numerose e vessatorie cosiddette riprese fiscali, che fanno pagare le imposte anche alle imprese in perdita.

La parte più dolente della manovra, che Tremonti si appresta a varare entro questo mese mediante il solito Decreto - che verrà trasformato in Legge in agosto, quando l’attenzione si addormenterà - riguarda i tagli alle spese, per circa 5/7 miliardi che influenzano quest’anno e circa 35/40 miliardi che influenzeranno il 2012.
Tremonti non ha alcuna scelta perché ha l’obbligo di stare entro il Patto di stabilità. Se non lo facesse non arriverebbe al pareggio di bilancio entro il 2014, col che scatterebbe una pesantissima sanzione finanziaria nell’ordine di un punto del Pil.
Il seguace di Quintino Sella non deve, però, tagliare le spese destinate agli investimenti, bensì i numerosissimi sprechi relativi al ceto politico, alla Pubblica amministrazione e alle nutritissime agevolazioni di cui si rimpinzano privilegiati e corporazioni, la cui voracità non ha alcun limite.
Ott
06
2010
Berlusconi ha avuto il pregio di fare chiarezza: sapere cioè di quanti voti è composta la sua compagine. Alla Camera dei deputati gli mancano sette/otto voti , al Senato è in parità. Così stando le cose, di fatto, Silvio Berlusconi non può fare quasi nulla. Non può soprattutto fare approvare una legge qualsiasi che lo metta al sicuro dai processi. Rimane sulla graticola ed in balìa di Gianfranco Fini. Il quale, a nostro sommesso avviso, conoscendo i numeri, ha messo in atto una tattica che gli consente di uscire smacchiato dalla vicenda Tulliani.
Nel suo messaggio web il presidente della Camera ha precisato di non sapere come siano andate le cose sulla vicenda di Montecarlo, ma che, se dovesse risultare che la campagna de il Giornale fosse vera, non esiterebbe a dimettersi dall’incarico. Questa circostanza sembra si stia consolidando e forse lo stesso Fini sapeva qualcosa di più di quanto ha ammesso.
Quale sarebbe il retroscena? Sarebbe che Fini coalizza una maggioranza parlamentare per cambiare la legge elettorale, subito dopo dimettersi e andare ad elezioni come leader di Futuro e libertà.

Berlusconi, dal suo canto, spinto da Bossi, sta preparando il terreno per arrivare allo stesso risultato: le elezioni. Ma spera di cristallizzare la situazione fino a gennaio 2011, in modo che non ci sia più il tempo di cambiare la legge elettorale, la porcata, e andare ad elezioni col potere intatto di nomina dei candidati. Il che assicurerebbe allo stesso Bossi, ma anche a tutti gli altri capipartito, un enorme potere su tutti coloro che vogliono essere rimessi in lista, secondo un ordine di precedenza che assicuri l’elezione.
I fatti diranno se questo scenario è fondato, ma ci vorrà poco perchè, intanto, ci sarà l’immediato scontro su una delle leggi ad personam e poi quello sulla Finanziaria 2011.
In questo quadro, a perdere sono gli italiani, perchè il Governo e la maggioranza non affrontano la questione di fondo: lo sviluppo, la crescita di ricchezza, l’aumento dell’occupazione.
La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha tuonato contro l’immobilismo del Governo. Luca Cordero di Montezemolo e Sergio Marchionne hanno preso a cannoneggiare da un altro versante. La Chiesa martella Berlusconi. Gli ebrei sono in rivolta.
 
Il Cavaliere è riuscito nell’impresa di farsi nemici tanti poteri forti, ma egli spera nel suo appeal personale per rivincere le ormai inevitabili elezioni. Non sappiamo se la sua forza mediatica sarà più forte della realtà. Quel che sappiamo è che il Paese langue, il debito pubblico è arrivato all’enorme cifra di 1.838,3 miliardi (il 118,2 per cento sul Pil), la disoccupazione aumenta, le opere pubbliche sono bloccate, la Pubblica amministrazione è nel disastro più completo: tutto questo equivale al  blocco dell’economia.
Il guaio è che questa situazione peggiorerà nei prossimi otto mesi perchè non si vede come questo Governo riesca a fare il suo mestiere, con qualche voto di maggioranza, se ce l’ha. A meno che Berlusconi, con un coupe de theatre non rinunzi alle leggi ad personam e si preoccupi della sorte degli italiani, soprattutto di quelli più deboli: impossibile.

Se Roma piange, Palermo non ride. Neanche Raffaele Lombardo può pensare di fare le importanti riforme che ha promesso col suo quarto Governo di tecnici, contando su una maggioranza effettiva di trentasette voti: tredici dell’Mpa e 24 del Pd (Giovanni Barbagallo, Bernardo Mattarella e Michele Donegani hanno votato contro), poi riesce a raccogliere altri nove voti sulla base di uno scambio. Trattandosi di voti marginali, il prezzo da pagare sarà altissimo.
Come sempre, è abitudine della nostra linea editoriale dare fiducia a chi si accinge a un’impresa anche disperata, come quella di Lombardo. Diamo fiducia perchè è indispensabile che la Sicilia cominci a crescere per fare aumentare il proprio Pil.
Abbiamo più volte elencato le cose da fare, ma due hanno la precedenza: il Piano regionale delle opere pubbliche ed i Parchi progetto dei 390 Comuni per aprire i cantieri e immettere liquidità. Secondo: tagliare 2,9 miliardi dal Bilancio (abbiamo più volte indicato come) per trasferire i risparmi agli investimenti e alla riduzione o cancellazione dell’Irap a carico delle imprese.
Finalmente Lombardo si è accorto che trasformando le Province in Consorzi di Comuni (art. 15 dello Statuto) si risparmiano 400 milioni (ma noi abbiamo conteggiato 500 mln). Meglio tardi che mai.
Set
11
2010
Ciclicamente viene all’attenzione dell’opinione pubblica l’urgenza di modificare la legge elettorale. I partiti tradizionali resistettero con la legge proporzionale fino al 1992. Il difetto principale di quella legge era che gli elettori si limitavano a votare i candidati i quali, poi, nelle due Camere, dovevano assemblarsi in maggioranze, che quindi potevano mutare.
L’instabilità conseguente fu che in quasi cinquant’anni cambiarono una cinquantina di Governi. Dalla legge proporzionale scaturì anche Tangentopoli e da lì Mariotto Segni impugnò l’arma bianca del referendum che, nel 1993, tagliò la dissennata legge.
Il Parlamento doveva votare, secondo l’indirizzo referendario, una legge elettorare maggioritaria con collegi uninominali, ma con un colpo di mano Sergio Mattarella propose di mantenere l’elezione proporzionale per il 25 % dei seggi alla Camera.  Nacque il Mattarellum.
Stolto sarebbe chi, oggi, volesse tornare a qualla famigerata legge semi-proporzionale.

Del peggio c’è il peggiore. La legge elettorale inventata da Roberto Calderoli, ministro leghista, fu da lui stesso denominata porcata. Tale legge ha sottratto agli elettori il diritto di scegliere i candidati da eleggere. Essa ha trasferito ai leader di ogni partito il potere di nominare i candidati nella lista, secondo l’ordine a loro più utile. La vera porcheria della legge è che ha trasformato un Parlamento eletto democraticamente in un Parlamento di burattini, perché nessuno si muove al di fuori del controllo dei leader del loro partito, pena la non ricandidatura.
Da anni si torna a parlare di cambiare questa legge, ma ora che siamo al momento di provvedervi, Berlusconi e Bossi hanno detto di no e che questa legge deve rimanere anche per le prossime elezioni politiche del 2013 o prima, se Napolitano sciogliesse la legislatura. Si capisce perfettamente la logica dei due leader del centrodestra, che è quella di continuare a tenere in pugno tutti i propri deputati e senatori, ora trasformati in altrettanti yes man.
Un Parlamento composto da burattini, all’interno del quale l’opposizione appare frazionata e inconsistente, perché non propone un progetto politico alternativo.
 
È venuto da tante parti il bisogno di approvare una nuova legge elettorale, ma dopo il netto rifiuto di Berlusconi e Bossi, essa può essere approvata da una maggioranza diversa, se c’è, in Parlamento. Ecco perché sarebbe importante che tutti gli altri partiti, a eccezione di quello berlusconiano e della Lega, si riunissero per valutare se tale possibilità esiste.
Questa è una precondizione per discutere, poi, quale forma debba assumere la nuova legge. Se manca, è inutile che D’Alema, Fini o Casini propongano le rispettive ipotesi.
Se la legge elettorale è indispensabile per le elezioni che verranno, la questione più urgente è quella dello sviluppo dell’Italia, che passa attraverso quello del Mezzogiorno, legato a sua volta a massicci investimenti in opere pubbliche per adeguare alla media nazionale il tasso infrastrutturale.

Ben comprendendo questa urgenza, che un ceto politico responsabile dovrebbe mettere al primo punto dell’agenda, si capisce anche che l’interesse primario di Berlusconi è quello di avere uno scudo dai tre processi che lo coinvolgono (Mills, Mediaset e Mediatrade) e l’interesse primario di Bossi è quello di far passare il federalismo, che ha lo scopo non tanto nascosto di mantenere la ricchezza al Nord e di lasciare che il Sud vada alla deriva, anche e soprattutto per le responsabilità della propria classe dirigente.
Questo non accadrebbe se il Parlamento ritornasse a essere composto da eletti e non da nominati. Ecco, quindi, che ritorna essenziale la modifica dell’attuale legge elettorale.
Guardando l’Europa, vediamo che funziona benissimo la legge elettorale francese, maggioritaria a doppio turno, perché consente (sul modello della legge italiana sull’elezione dei sindaci) di scremare al primo turno tutti i candidati e consentire al secondo la scelta fra i due che hanno riportato il maggior numero dei voti.
Essa è simile alla legge elettorale britannica, mentre le altre leggi proporzionali (come quella tedesca o spagnola) farebbero ricadere nel vecchio vizio la democrazia italiana.
Ago
27
2010
Le letture agostane mi hanno fatto scoprire che Camillo Benso conte di Cavour, al Senato, annunciò con queste frasi l’Unità d’Italia. Le Royaume d’Italie est aujourd’hui un fait. Le Roi, notre auguste Souverain, prend lui-meme et pour ses succeseurs le titre de Roi d’Italie.
La Massoneria inglese, che non accettava di essere accantonata dal re borbonico, fu la leva che spinse quel primo ministro a tentare l’annessione del Meridione. Per altro sembra che egli non fosse convinto di costituire uno Stato unitario bensì uno Stato confederale. Ma poi ragioni predatorie (conoscendo le ricchezze che erano depositate nel Sud, soprattutto a Napoli e Palermo), lo convinsero ad utilizzare quel mercenario e guerrafondaio di Giuseppe Garibaldi per infrangere una situazione istituzionale, quella borbonica, ed acquisire l’intero territorio.
Come ricorda Pino Aprile nel suo libro Terroni, la denominazione Italia fu data al territorio inesistente che Bossi chiama Padania quando Roma organizzò l’Impero, mentre la parte meridionale e precisamente la Puglia, venne chiamata Apulia. Ma Italia, nella storia, fu un pezzo di Calabria tirrenica.

La questione meridionale che si contrappone a quella settentrionale, è un falso problema. Quello vero riguarda la parità dei diritti di tutti i cittadini della Penisola, subordinata alla parità dei doveri. I doveri dicono che ognuno deve fare la propria attività e poi guardare se l’altro non l’abbia fatta.
Prima della seconda guerra mondiale, il Sud aveva 1.000 km in meno di linee ferroviarie del Nord. Oggi la questione è peggiorata, anche per effetto della costruzione delle linee ad alta capacità e velocità che, vedi caso, partono da Torino e arrivano a Salerno. Prima dell’Unità, il Sud aveva un reddito procapite superiore a quello del Nord, oggi è sei volte inferiore.
Nel dopoguerra, la Sicilia produceva il 5,6% del reddito nazionale. A distanza di 64 anni produce sempre il 5,6% del reddito nazionale. La nostra Isola è stata depredata del ricco tesoro del Banco di Sicilia, di opere d’arte e di ogni bene prezioso asportato dai predoni del Nord. E siamo diventati gli elemosinati dell’Unità.
 
Bisogna sfatare anche la questione del brigantaggio meridionale. Quando i piemontesi cercavano di imporre tasse e gabelle che impoverivano ancora di più le popolazioni meridionali, vi fu una naturale ribellione contro queste violente vessazioni e il popolo lottò l’invasione e le supercherie, cosicché questi patrioti del Sud furono denominati briganti e con questo titolo acquisirono il diritto ad essere trucidati in massa.
Non fu esente da questi comportamenti meritori, anche il grande Nino Bixio che a Bronte trucidò innocenti contadini. Ovviamente tutti briganti.  Perfino il giornale leghista La Padania pubblica, l’11 agosto 2010, un veritiero articolo dell’ex presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Lorenzo del Boca, in cui è descritta la ferocia del numero due di Garibaldi.
Questo urlò al Senato della Repubblica che le promesse fatte alle popolazioni siciliane erano state tutte tradite, ma non fu ascoltato, e la repressione dei briganti, l’imposizione  di tasse e imposte inique portarono al sempre maggiore impoverimento delle regioni meridionali e fra esse di quella siciliana. Cosicché si mise in moto il concetto che l’Italia del Nord era ricca e quella del Sud era povera, ribaltando la verità che prima dell’Unità il Sud era ricco e il Nord, povero. Bell’affare abbiamo fatto. Ed oggi dovremmo festeggiare l’Unità!

La Sicilia dopo l’Unità e dopo la seconda guerra mondiale ha perso la propria identità. Quando un popolo non ha identità, non ha orgoglio e, se non ha orgoglio, la sua politica è vuota, o peggio subordinata agli interessi altrui. è quello che ha fatto la classe politica isolana in questi 64 anni in cui non ha avuto la capacità di far progredire anche di un solo punto il Pil della Sicilia su quello nazionale.
Le stragi e gli eccidi dei Savoia sono minor cosa rispetto alla immane responsabilità di chi ha guidato le nostre sorti in questi 64 anni senza un  progetto di Autonomia che mettesse a profitto i grandi tesori che si trovavano.
Nei 31 anni del QdS abbiamo indicato la svolta, molto prima di quello che ha fatto Bossi, con successo, dal 1989 in avanti. Ora occorre attuarla. Subito.
Ago
06
2010
Con la fiducia alla Camera, votata giovedì 29 luglio, è stato convertito il decreto legge 78/10 relativo alla Finanziaria 2011, che comporta tagli alla spesa corrente di 12 miliardi nel 2011, più 12 miliardi nel 2012. L’operazione era necessaria ed il taglio dei trasferimenti alle Regioni e, di conseguenza, agli Enti locali, indifferibile. Stride, però, il mancato taglio ai ministeri, in misura proporzionale ed adeguata. E, ancor più, il mancato taglio di spesa per l’enorme personale politico (oltre 500 mila unità). Per il personale burocratico sono stati bloccati gli aumenti contrattuali, però il costo complessivo non ha subìto decurtazioni, mentre avrebbe dovuto essere diminuito in proporzione alle altre spese.
Il guaio peggiore è che Tremonti ha segato i trasferimenti alle Regioni senza tener conto della distinzione tra quelle virtuose e quelle viziose. Fra queste ultime spiccano Lazio, Campania, Calabria e Puglia. Ma la Sicilia non brilla per virtù.

La Padania, quotidiano della Lega Nord, è il bollettino di quel partito autonomista. In esso sono riportati due pagine di appuntamenti, nelle quali sono indicate le presenze degli uomini di Bossi in eventi, manifestazioni, radio e televisioni. Quel quotidiano è un puntuale veicolo di informazione che alimenta il rapporto tra dirigenza, quadri ed elettori. Un modello che ha funzionato unitamente alla buona amministrazione degli Enti locali.
La Lega fa populismo e demagogia quando difende ad oltranza quella minoranza di produttori di latte che non ha pagato le multe, anticipate dal Governo. L’associazione dei produttori di latte, che invece si è messa in regola, ha protestato vivacemente contro  l’iniquità descritta.
L’efficacia di un partito autonomista si dimostra attraverso la comunicazione costante tra vertici e simpatizzanti ai quali vanno comunicati linee politiche e traguardi raggiunti. Mpa, Pdl-Sicilia, Pdl lealista, Udc e Pd  soffrono di questa grave carenza: non hanno il quotidiano che faccia da cinghia di trasmissione tra i loro dirigenti ed i siciliani, per cui questi ultimi non si affezionano ai dirigenti di quei partiti, perché non sanno.
 
Sembra che non c’entri il discorso sui partiti autonomisti con il taglio dei trasferimenti statali a Regioni ed Enti locali. C’entra, eccome! Perché via via che vengono approvati i provvedimenti legislativi sul federalismo, per ultimo quello sui fabbisogni standard, il nodo scorsoio si stringe sempre di più al collo dei presidenti delle Regioni viziose e a quello dei sindaci dei comuni viziosi.
È ormai guerra dichiarata alla spesa corrente che lo Stato deve ridurre di almeno altri 70 miliardi. Il conto è presto fatto. Secondo la Ruef (Relazione unificata economia e finanza pubblica 2010), il disavanzo primario è stimato in 10 mld, gli interessi sul debito in 72 mld, con un disavanzo totale, nel 2010, di 82 mld. Tale disavanzo va azzerato per non aumentare il catastrofico debito. Tenuto conto che la manovra testè approvata lo ha decurtato per 12 mld, restano da tagliare gli altri 70. Va da sé che l’aumento del Pil compensa in parte il taglio prima indicato.

Il Corsera del 25 luglio pubblica la classifica dei soldi ricevuti dai Comuni, trasferiti dallo Stato, in euro/abitante. Bolzano è capolista con 1.121, spicca Catania al terzo posto con 1.090. Palermo riceve 868, Sondrio al penultimo posto con 230, Caserta all’ultimo con 215. La stessa fonte (Ifel-Anci) pubblica la classifica dei soldi spesi dai Comuni in euro/abitante. Prima della classe è Venezia con 2.092, più in basso Catania con 1.280, segue Palermo con 1.182, chiude Teramo con 567.
Il dramma della Regione siciliana e di gran parte dei 390 sindaci, è che si trovano sul groppone un’enorme quantità di personale, inutile alla produzione dei servizi, che i costi standard taglieranno senza pietà.
Gli apparati politici e burocratici sono ormai sotto il mirino dell’Ue e dello Stato, ma, fatto più importante, è che si è svegliata fortemente la sensibilità dell’opinione pubblica la quale non ammette più che le Istituzioni siano luoghi di sperpero e di sprechi quando, contestualmente,  gran parte dei cittadini fa sacrifici. Attenzione! Dopo l’astensione dal voto c’è la penalità.