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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Brasile

Lug
22
2011
Luis Inácio Lula Da Silva è stato il sindacalista di sinistra che ha fatto decollare il Brasile con un’equilibrata e sana politica liberista durata otto anni e ora ha passato il testimone alla sua pupilla, Dilma Rousseff, classe 1947, eletta quest’anno. Lula era stato confermato con un suffragio veramente universale che ha superato l’80% dei votanti. Un vero e proprio plebiscito, che ha riconosciuto la sua grande capacità di coniugare le necessità enormi di quel Paese con uno sviluppo che non ha avuto soste.
La chiave di questa straordinaria crescita sono stati i Pac, (Programa de aceleração do crescimento), cioè: 526 miliardi di dollari di investimenti nel periodo 2011/14; altri 346 dal 2014 in avanti, serviti e che serviranno per le grandi infrastrutture (strade, autostrade, porti, aeroporti, dighe, scuole, ospedali, edilizia popolare, reti per servizi di telecomunicazione, energia e acqua), nonché opere per migliorare la qualità della vita e la sicurezza nelle grandi metropoli. 

Le notizie che vi forniamo provengono anche dal libro dei fratelli Antonio e Carlo Calabrò, edito da Laterza.
Vi era stato un Pac precedente, dal 2007 al 2010, di oltre 300 miliardi di dollari. Il Pac è stata la leva pubblica risolutiva dello sviluppo, applicando testualmente la teoria keynesiana. In otto anni sono aumentati quindici milioni di posti di lavoro. Tutti gli strati più deboli del Paese sudamericano hanno progredito nei 27 Stati che compongono la federazione, soprattutto in quelli del Nord ove non esisteva uno straccio di infrastruttura.
Lula ha preso un Paese frenato dalla dittatura militare e lo ha trasformato, in un tempo brevissimo, in uno dei cinque Brics, cioè gli Stati emergenti (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).
L’intervento più massiccio è stato effettuato nel settore dell’energia. Bisogna tener conto che il Brasile è il sedicesimo Paese per produzione di petrolio che, però, non viene consumato all’interno, bensì esportato per ottenere valuta fresca. All’interno, invece, Lula ha sviluppato programmi di energia sostenibile, basata su sistemi idroelettrici, vegetali e atomici.
Le materie prime energetiche brasiliane sono l’alcol, l’anidride carbonica, l’olio di palma, il girasole di mais, la cellulosa, l’etanolo della canna da zucchero e, per una parte residuale, l’uranio e il petrolio.
 
Il Brasile di Lula è riuscito a far convergere due eventi mondiali, in sequenza: la Coppa del Mondo di calcio, nel 2014 e le Olimpiadi, nel 2016. Un successo mai realizzato, in un tempo così stretto, da nessun altro Paese al mondo.
Il Paese ha tre capitali. San Paolo, centro finanziario internazionale, Rio de Janeiro, ex capitale storica e Brasilia, l’attuale capitale realizzata nel 1960. Il Paese è stato fondato nel 1500, quando 13 caravelle portoghesi, condotte dal capitano Pedro Alvarez Cabral, sbarcarono sulle attuali coste dello Stato di Bahia, il 22 aprile, mentre Rio fu fondata nel 1565. Per inciso, ricordiamo che Roma è stata fondata nel 753 a.C. e Catania 26 anni  dopo  (727 a.C.) dai Calcidesi.
In quel Paese vi è la brasilidade, cioè un jeito de fer, modo di essere che ispira l’attività pubblica e privata. I bandeirantes sono gli attori economici che portano la bandiera, cioè stanno in testa allo sviluppo.

Il sindaco di Rio de Janeiro, Eduardo Paes, si pose il problema di come gestire al meglio l’immensa città. Gli dissero che occorreva un Piano aziendale con aree di planning strategico e di controllo di gestione. Che fece, Paes? Assunse un po’ di amici e raccomandati come fanno i sindaci siciliani (non tutti)? No! Assunse, invece, mezza dozzina di ex manager della McKinsey, pagati a peso d’oro, che gli organizzarono la città in modo efficiente, utilizzando al meglio tutte le risorse, anche in accordo fortissimo col governatore dello Stato, Sergio Cabral. Nessun litigio, ma una collaborazione sinergica.
I cinque elementi chiave dello sviluppo del recente passato e del prossimo avvenire, sono: l’economia; lo sviluppo del lavoro, aumentando fortemente il tasso di vera formazione, scovando i talenti e valorizzandoli al massimo (come si fa a Singapore), con un forte dinamismo economico e la spesa pubblica ridotta all’osso. Il terzo elemento è il tasso sociale nel quale cresce molto la classe media, mentre è in cima ai programmi del Governo la lotta alla miseria. Il quarto elemento è la qualità della politica, valorizzando i migliori. Il quinto ma non ultimo elemento sono gli equilibri internazionali e lo sganciamento dalle precedenti subordinazioni dal Fondo mondiale e da altri organi giugulatori. Dove sono i bandeirantes siciliani? Si facciano avanti gratuitamente.
Apr
15
2010
Secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) il primo Paese per Pil 2008 sono gli Usa con 14.196 mld di dollari, segue Eurolandia con 13.535, il Giappone con 4.908 e la Cina con 4.342. Ma nel 2010 è previsto che quest’ultimo Paese superi per Pil il Giappone e vada in terza posizione.
La Cina è uno degli ultimi quattro paesi comunisti (gli altri sono Cuba, Corea del Nord, Vietman). Ma si tratta di un regime sui generis perché fondato su una cultura che ha 5 mila anni, su tradizioni radicate, su una storia che ha visto i cinesi attraversare millenni in cui hanno accumulato esperienze diverse. Fatto sta che il gruppo dirigente, che si chiama comunista, ha un ricambio importante al suo interno ed un tasso di modernizzazione tra i più elevati del mondo, tenuto conto dell’arretratezza di quella economia. Nessuno si scandalizzi se paragoniamo il regime cinese alla democrazia ateniese, ove esistevano libere elezioni ma solo nell’ambito di un quinto della popolazione, segnatamente quella aristocratica.

Il gruppo dirigente cinese ha puntato la sua espansione economica sulla formazione e sull’energia. Sono state attivate decine di Università in tutto il Paese e una dozzina di centrali nucleari. Sono state messe in funzione riforme importanti che stanno portando a una crescita del Pil quasi sempre a due cifre per ogni anno. Si stima che dal 2030 in avanti il Paese asiatico possa superare per ricchezza prodotta gli Stati Uniti, seppure è vero che la sua popolazione è quattro volte superiore.
La Cina ha messo in moto una sorta di calamita con la quale attira investimenti da tutto il mondo. Non vi è Paese sviluppato che non abbia investito ed impiantato direttamente, o mediante joint venture, proprie filiali nell’immenso territorio. L’esposizione universale di Shangai, che sarà inaugurata il 1° maggio, è un immenso palcoscenico delle opportunità di crescita che vi sono in loco.
Vi sono altre due importanti strade su cui si espande l’economia cinese: la prima riguarda i milioni di propri figli sparsi per il mondo che vengono alimentati finanziariamente e che conquistano spazi commerciali e interi territori.
 
La seconda, la quantità immensa di risorse finanziarie con le quali sta comprando industrie in tutto il mondo occidentale e negozia da un punto di forza con gli Stati Uniti, di cui è il maggior creditore, detenendo migliaia di miliardi di dollari di buoni del tesoro americani.
Pechino non tocca l’utile che si accumula nelle sue partecipate, le quali si capitalizzano sempre di più. Per fare un esempio la sola China mobile con 33,7 miliardi di dollari potrebbe comprarsi in contanti l’intera telefonia italiana senza far ricorso all’indebitamento. Così nel settore dell’alluminio, della raffinazione, della finanza e via elencando. Per ultimo la Geely ha comprato dalla Ford la Volvo svedese per 1,8 miliardi di dollari, un’inezia.
La Cina ha messo in moto un piano ambizioso di costruzione della nuova rete ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe essere completata entro il 2025. La rete è destinata a collegare il Celeste impero con una ventina di Paesi stranieri, verso Sud (Vietnam), verso l’Asia centrale e l’Europa per raggiungere Mosca e Madrid.

Il Brasile è, fra le economie emergenti, quella più solida. Il suo Pil 2008 è stato di 1.538 miliardi di dollari ma quel che più conta è la crescita a due cifre. Il presidente Lula da Silva, che non potrà essere confermato avendo esaurito i suoi due mandati, è riuscito a mettere sotto controllo l’inflazione, a rendere il Paese autonomo dal punto di vista energetico con la coltura e la produzione dell’etanolo, a sviluppare i commerci con tutto il mondo, a rendere forte il Real che oggi è una moneta estremamente appetibile.
Con i suoi 8,5 milioni di chilometri quadrati il Paese sudamericano è grande 28 volte l’Italia, ha una popolazione di quasi 200 milioni di abitanti e una forma di governo federale composta da 26 stati. La capitale politica è Brasilia, con 2,6 milioni di abitanti, ma la vera capitale è Rio de Janeiro. Anche nel Paese sudamericano i punti di forza sono l’energia e la formazione con la ricerca, senza delle quali nessun programma può essere attuato. I Paesi avanzati dovranno tener conto di questi due competitori, veri diamanti dell’economia.