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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Burocrazia

Lug
17
2012
L’Unione europea ha giustamente ipotizzato la revoca di novecento milioni di finanziamenti alla Sicilia. Ma sono in discussione altri sei miliardi, che sono stati a disposizione di questi ceti, politico e burocratico, fin dal 2007. Inoltre, sono state sospese le erogazioni di fondi fino a nuovo ordine. Un fallimento completo del quale ha massima responsabilità il presidente e gli assessori che hanno governato la Sicilia dal 2008, ma non minore responsabilità hanno i dirigenti che al 31 dicembre 2011 erano, secondo la Corte dei Conti, ben 1.917, contro i 217 della Regione Lombardia.
è noto a tutti che il contratto di dirigente non ha nulla a che fare con quello del rapporto impiegatizio. Il dirigente non è un impiegato. Stipula un contratto col suo datore di lavoro, in questo caso la Regione, nel quale è scritto che deve raggiungere degli obiettivi per i quali percepirà i premi. Ma se non raggiungesse gli obiettivi concordati, non solo perderebbe tali premi, ma il suo contratto potrebbe essere risolto.

I comportamenti fallimentari dei dirigenti regionali, che hanno distrutto l’economia dell’Isola, complici i politicanti che si sono preoccupati solo di portare a casa i venti mila euro al mese più altre indennità, devono cessare immediatamente attraverso una selezione di quelli bravi, professionalmente preparati e meritevoli (che sono circa la metà) e mandare a casa gli altri, troncando il rapporto contrattuale. Tutto questo attraverso una riorganizzazione dell’apparato, da affidare appunto a quel migliaio di dirigenti in condizione di farlo funzionare con efficienza europea.
La riorganizzazione dell’apparato deve comportare la messa in disponibilità di diecimila dipendenti, totalmente inutili alla Regione e ai siciliani, con l’80% dello stipendio (Legge 106/2011), oltre al taglio dei super compensi di oltre un terzo rispetto ai dipendenti statali e comunali.
Un ulteriore taglio va fatto a quella parte dei sedicimila pensionati, mediante contributi di solidarietà, i quali percepiscono assegni esorbitanti rispetto a quelli che percepiscono i corrispettivi statali. Anche in questo caso occorre un intervento equitativo, per evitare che l’autonomia della Regione continui ad essere utilizzata per finanziare privilegiati.
L’occasione ha fatto scatenare la stampa nazionale, tra cui citiamo un editoriale di Gianantonio Stella sul Corriere della Sera e un altro di Maurizio Belpietro, direttore di Libero. Purtroppo non possiamo dar torto ad entrambi che chiedono il commissariamento della Regione come per altro fanno Gianpiero D’Alia, coordinatore dell’Udc siciliana e Ivan Lo Bello, vice presidente di Confindustria.
Assente nella protesta è la borghesia siciliana che assiste indifferente allo scempio che hanno compiuto partitocrati e burocrati pubblici.
L’Unione europea, come prima scritto, ha preavvisato che intende bloccare altri 6 miliardi di finanziamenti sul Po 2007/13 dal momento che la Regione ne ha utilizzato circa un decimo. A che serve mettere a disposizione risorse finanziarie se il cavallo non è capace di bere? Così ragionano giustamente a Bruxelles.
Il fallimento della Regione è un inferno per i siciliani, di cui ben 248.094 sono disoccupati mentre oltre il 38% dei giovani non trova lavoro. Su questo punto, però, ricordiamo che vi sono migliaia di opportunità di lavoro, cui giovani e meno giovani non sono capaci di rispondere perché non hanno le competenze. Il danno e la beffa anche quando il lavoro c’è, non ci sono i siciliani capaci di soddisfarlo.

La Sicilia è seduta su una polveriera. La Regione fallita, solo uno dei 390 Comuni è iscritto all’Associazione nazionale dei comuni virtuosi. La maggioranza dei sindaci non ha i conti in ordine mentre continua a pagare stipendi inutili a persone senza guida e interamente allo sbando. Il peggio è che non hanno un progetto di sviluppo, per cui vanno avanti senza meta, in un mare in tempesta.
Occorre che la società siciliana ponga con forza ai prossimi candidati alla presidenza della Regione dieci punti sui quali si debbono impegnare, elencati nelle pagine interne, e, con altrettanta forza, altro decalogo ai sindaci perché divengano virtuosi. Basta con clientelismi e favoritismi. è arrivato il momento d’interpretare una politica di alto profilo al servizio dell’interesse generale.
 
Apr
12
2012
La Corte dei Conti ha fotografato un dato che la gente conosceva già: il dilagare della corruzione nella Cosa pubblica, che sta infettando sempre di più le sue parti e finirà col distruggerne definitivamente la credibilità.
La credibilità di chi? Ovviamente di chi la gestisce, e cioè il ceto politico e quello burocratico. La legge anticorruzione, in applicazione della Direttiva europea 173/1999, dopo ben 13 anni non ha visto ancora la luce. Pare che l’attuale ministro della Giustizia, Paola Severino, abbia messo mano a un apposito disegno di legge che integra e corregge quello depositato alla Camera da oltre due anni, cercando di ottenere il consenso dei tre poli che sostengono il Governo Monti.
Il Pdl è il partito che ha mostrato maggiore ritrosia, forse perché teme dalla nuova legge una falcidia di molti dei propri aderenti, probabilmente invischiati in atti corruttivi. Neanche la Lega si sente fuori da questi possibili riflessi.
Nemmeno la parte del Partito democratico che fa riferimento all’ex Margherita riesce a non temere le sanzioni penali. E neppure quella parte del Partito democratico coinvolta negli scandali della Puglia e della Lombardia con Tedesco e Penati.

Perché la corruzione si è estesa a macchia d’olio, in misura superiore al 1992-1993? Probabilmente perché non sono state semplificate le procedure burocratiche, non sono state inserite vigorose sanzioni a carico dei dirigenti pubblici e non sono stati previsti tassativi controlli.
Com’è noto, le procedure volutamente tortuose e farraginose inducono gli aventi interesse a oliare le ruote.
C’è stata una diffusione della cultura del favore senza la quale non si può ottenere una concessione o un’autorizzazione in tempi europei. C’è stato un continuo calpestare le più elementari regole etiche che devono soprassiedere a ogni attività pubblica. C’è stata una diffusa deresponsabilizzazione di tutti coloro che avevano l’obbligo di raggiungere obiettivi e, pur in assenza di risultati, hanno ricevuto premi o non sono stati opportunamente puniti.
In ogni caso, 60 o 70 miliardi dovuti alla corruzione, come ha certificato la Corte dei Conti, sono una cifra molto grande e, peggio, propedeutica di ulteriori nefasti danni. Primo fra i quali il sostegno a privilegiati contro comuni cittadini.
 
Non sono indenni da colpe professionisti e imprese che gravitano attorno al mondo degli appalti di opere e forniture di servizi pubblici. Gli arresti di queste settimane dimostrano, qualora ce ne fosse stato bisogno, come il malaffare sia diffuso nel sistema delle opere pubbliche.
I leghisti, che lo scandalo Belsito ha relegato nella Bolgia dei ladri, non hanno più titolo per invocare la morale pubblica, anche se dalle amministrazioni locali controllate dal partito di Bossi non sono ancora emersi casi di corruzione. Mentre il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni, è a pieno titolo all’interno dell’inchiesta sulla corruzione che ha colpito il vertice politico-istituzionale della Lombardia, salvo il presidente Formigoni.
La corruzione ha un ulteriore aspetto negativo: fa spendere risorse pubbliche senza la finalità dell’interesse generale che esse debbono avere perché finiscono nelle tasche di privati cittadini anziché in quelle di chi effettua servizi o costruisce opere.

Tutto questo accade perché, come prima si scriveva, non è stata ancora approvata una legge sulla corruzione, ferma ed efficace, per punire tutti gli attori di questo desolante spettacolo. E accade perché le sanzioni sul ceto burocratico di carattere civilistico e funzionale sono inesistenti e mai applicate, in quanto non è stata ancora istituita l’Autorità di valutazione dell’efficienza e dell’efficacia di ogni dirigente pubblico. è infatti impensabile che sia un dirigente a sanzionare un altro dirigente per la nota regola che cane non mangia cane.
Le sanzioni, comunque, non bastano. Per capire se un dirigente si comporta adeguatamente al suo incarico è necessario che a monte di un’organizzazione della branca amministrativa o di un Ente pubblico vi sia un Piano aziendale con le sue quattro sezioni: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Senza di esso la burocrazia cammina priva di meta e quindi priva di punti di riferimento.
Il quadro è chiaro, solo i finti orbi fanno finta di non vederlo.
Dic
30
2011
Per svolgere l’inchiesta sulla corruzione in Sicilia, che trovate nelle pagine interne, abbiamo interpellato la Presidenza e i dodici Assessorati, chiedendo loro di sapere qual è il livello di corruzione all’interno di ogni branca amministrativa e quali provvedimenti concreti avessero messo in atto, Presidente e Assessori, per snidare i corrotti e contrastare il fenomeno dilagante. 
Sette assessori su dodici non ci hanno risposto, con ciò ammettendo che non hanno attivato alcuna azione e quindi si sono comportati come le tre scimmiette. Gli altri cinque ci hanno risposto in maniera piuttosto blanda.
Eppure la direttiva del presidente della Regione del 13 maggio 2011 stabilisce, tra gli obiettivi prioritari dell’amministrazione regionale, la messa in atto di qualsiasi azione utile per contrastare il rischio di diffusione della corruzione e di infiltrazioni di tipo mafioso.
Eppure è in vigore il Codice deontologico del 4 dicembre 2009 contro la corruzione, che è stato recepito all’interno della L.r. 5/11, articolo 15.  
 
Nonostante quanto precede, all’alba del 2012, la Regione, nel suo complesso, non ha attivato alcuna azione anticorruzione. Eppure il fenomeno è esteso, come dimostrano inchieste penali con arresti di funzionari e deputati regionali, come dimostrano ingiustificati ritardi nell’evasione di richieste di cittadini e imprese, come dimostra l’enorme quantità di fascicoli cartacei che non vengono evasi e dimorano in modo ingiustificato sul tavolo di dirigenti e impiegati. 
Per quale motivo i fascicoli non camminano in modo spedito? Per quale motivo dipendenti e dirigenti non hanno la coscienza professionale di impiegare il minor tempo possibile per l’evasione delle richieste? Certamente vi è una grande dote di inefficienza e disorganizzazione dietro questo andazzo deplorevole. Ma è legittimo prospettare che vi sia un latente tentativo di corruzione nei confronti degli istanti, dai quali dirigenti e dipendenti si aspettano la telefonata per chiedere il favore che può nascondere pagamento di tangenti.
Gli arresti di alcuni deputati regionali sono stati causati, secondo l’accusa, dalla loro intermediazione per fare camminare le pratiche ed evadere le istanze.
 
Burocrati lenti, tangenti svelte. Sembra un ossimoro ma non lo è, perché la lentezza dell’evasione delle richieste e la sveltezza delle tangenti vanno a braccetto. L’una e l’altra sono sorelle siamesi. L’una e l’altra fanno parte del vizietto endemico dei cattivi politici e dei cattivi burocrati, che beffano i cittadini con arroganza e prepotenza.
Tutto ciò accade perché la società non ha ancora gli anticorpi per contrastare questi nefasti comportamenti, che determinano la stagnazione dell’economia, l’aumento della disoccupazione e la diminuzione del Pil. Oltre che una diffusa iniquità, perché vanno avanti i fascicoli raccomandati. Con ciò si realizza la violazione dell’art. 97 della Costituzione, che prevede: i pubblici uffici sono organizzati ...in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
Questi comportamenti scellerati annullano il principio di terzietà della Pubblica amministrazione, che, anziché rendersi pronta al servizio dei cittadini, usa i cittadini per il propio egoismo e per il tornaconto personale. Un’autentica vergogna.
 
Il Codice deontologico prima richiamato, all’art. 16, prevede che all’interno di ogni assessorato siano costituiti Nuclei ispettivi interni. Ma né Presidente né Assessori hanno provveduto in questo senso. Perché c’è una scarsa sensibilità sulla corruzione, ovvero perché hanno la coda di paglia e temono che questi Nuclei possano scoprire il vaso di Pandora e il verminaio di privilegi (e non solo) che ci sono nella Regione?
Il guaio è anche che l’assessore che si occupa delle Autonomie locali non ha formulato alcuna direttiva nei confronti dei 390 sindaci affinché istituissero, anch’essi, i Nuclei ispettivi interni, in funzione anticorruzione.
Il pesce puzza dalla testa. Non si capisce perché un sindaco dovrebbe fare (anche se potrebbe) quello che mamma Regione non fa. L’esempio viene dall’alto, anche se ognuno può agire autonomamente secondo la propria coscienza, se ce l’ha.
La corruzione non solo danneggia la società, ma crea ostacoli alla concorrenza e alla competizione tra soggetti diversi. Essa va sdradicata. Devono farlo il presidente della Regione e il ceto politico regionale.
Ago
19
2011
La manovra che il Governo ha varato si è occupata di riequilibrare immediatamente il bilancio dello Stato diminuendo la spesa corrente e creando nuove entrate senza aumentare la pressione fiscale. Sembra un rebus, ma la soluzione c’è. Ne scrivono tutti i giornali ma non l’hanno collocata nel punto giusto.
Si tratta di procedere alla vendita massiva e rapida di tutti i beni dello Stato che non sono considerati strategici per la propria attività, nè, ovviamente, di interesse storico, paesaggistico, archeologico e via elencando.
Questi beni, inutili al funzionamento dello Stato, sono stati stimati dalla Commissione Finanze della Camera in circa 300 miliardi. Si possono vendere in dodici mesi e portare il ricavato ad impinguare il Fondo ammortamento del debito sovrano. Con quest’operazione non c’è bisogno di vendere titoli di Stato per un importo equivalente, il che significa risparmiare sul bilancio, nel versante delle uscite, all’incirca 15 miliardi di interessi passivi.

Semplice a enunciarsi, difficile a realizzarsi, non perchè le difficoltà siano di natura tecnico-organizzativa, bensì perchè attorno a un business di questo tipo si scatenerebbe una serie di lobby che dovrebbero trarre illecito arricchimento gravando come fanno sempre sulla cosa pubblica.
Sappiamo bene che una maggioranza è la risultante di blocchi sociali, ciascuno dei quali è portatore di interessi particolari. Ma i veri statisti sono coloro che fanno quello che è necessario, subordinato all’interesse generale, creando così malcontenti anche nei loro sostenitori, dei quali non si preoccupano affatto.
Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi sono morti poveri. La loro povertà era anche la loro forza. Nessuno li poteva condizionare e così misero le prime pietre allo sviluppo dell’Italia. Se avessero ragionato come si fa oggi, l’Italia si troverebbe in una condizione disastrosa da Terzo Mondo, neanche da Paese emergente.
In questo quadro, c’è chi propone il governo istituzionale, il che sarebbe un’edizione in salsa italiana della Grosse Koalition che ha tirato fuori la Germania dalle secche della crisi. Ma i governanti italiani non sono come quelli tedeschi. Per esempio, c’è un Casini che ancora attua la politica dei due forni.
 
Naturalmente, i cassintegrati pubblici dovrebbero essere trattati grosso modo come quelli privati, cioè con uno stipendio ridotto al 60 per cento per tutto il periodo in cui non lavorano, salvo essere reintegrati nell’attività e nello stipendio non appena si liberano i posti della pianta organica.
Quest’ultima non può essere formata come se fosse un’isola avulsa dal sistema amministrativo dell’ente, bensì essa dev’essere una sezione del Piano aziendale di cui ogni ente pubblico si dovrebbe dotare. Lo ripetiamo ancora per i sordi che senza lo strumento principale della programmazione, qual è appunto il Piano aziendale, non è possibile determinare la quantità e il profilo di dipendenti e dirigenti.
Se il Piano aziendale degli enti pubblici non c’è, dice qualcuno, deriva dal fatto che il Tuel (Testo unico degli enti locali, Dlgs 267/2000) non lo preveda. Ma nulla impedirebbe al city manager di un Comune o all’ufficio del sindaco di redigerne uno secondo i principi di organizzazione ed efficienza.

Il punto su cui battiamo da anni è centrale per fare diventare i Comuni virtuosi, le Regioni virtuose, mentre oggi sono viziosi, anzi viziosissimi, perché spendono e spandono senza alcuno strumento di programmazione e gestione sostanziale e non formale.
Abbiamo interpellato diversi revisori contabili di Comuni, i quali ci confermano che la loro funzione non consente di entrare nel merito, ma solo nell’adempimento formale delle leggi, il che non comporta la verifica dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione amministrativa.
In altre parole, gli Enti locali e le Regioni  devono ridurre la loro burocrazia a chilometri zero, cioè portarla a un livello che sia compatibile con le entrate sempre più magre. Naturalmente, nel versante delle entrate, occorre un’efficiente organizzazione e l’istituzione del Niai (Nucleo investigativo affari interni) per colpire senza riguardo evasori e morosi, in modo da utilizzare al meglio tutte le entrate proprie.
Dimagrire o deragliare: questo è il problema di sindaci e presidenti di Regione.
Lug
02
2011
Il cancro della Sicilia, che con le sue metastasi ha violentato le cellule sane, è la burocrazia. È noto che le cellule cancerogene fanno parte del tessuto del corpo, solo che funzionano in modo egoistico, prelevando risorse vitali, anziché in modo altruistico come fanno tutte le altre cellule, che danno al corpo.
Così la burocrazia siciliana e le sue metastasi, succhiano al corpo dei cittadini energie per alimentare sé stessa, anziché darle al corpo dei cittadini, per rivitalizzarlo e farlo funzionare bene.
La responsabilità di questa diagnosi incontroverbile, a prova di smentita, è lo stato comatoso del sistema amministrativo della Regione, dei suoi 20 mila dipendenti ufficiali, di cui 2.000 dirigenti. Tutti costoro percepiscono stipendi e indennità, generano spese incontrollabili e incontrollate, ma non rendono quei servizi indispensabili al buon funzionamento del sistema-Sicilia. è un’amara valutazione che continuiamo a testimoniare.

La più grande riforma che dovrebbe fare il Governo regionale, presidente e Giunta, deve essere intitolata burocrazia zero, invertendo l’attuale situazione di zero alla burocrazia. Il che significa una serie di provvedimenti fondamentali per una vera e propria rivoluzione.
Il primo fra essi è che i direttori generali vengano licenziati qualora non rilascino i provvedimenti richiesti da imprese, cittadini ed enti locali in trenta giorni. Oppure provvedano a comunicare in modo motivato il loro diniego.
Il secondo provvedimento riguarda i dirigenti di area e di servizio, i quali dovrebbero essere coinvolti nello stesso procedimento disciplinare se non sottopongono al dirigente generale i provvedimenti da rilasciare, sempre nel termine di 30 giorni.
Il terzo provvedimento è quello di trasformare tutte le procedure cartacee in procedure informatiche, totalmente digitalizzate, in modo che restino evidenti i tracciati, controllabili a posteriori da chiunque.
Il quarto riguarda l’istituzione di un’Autorità di controllo, esterna e indipendente dalla Regione, la quale verifichi due questioni: la corruzione e l’efficienza. Detta Autorità dev’essere munita di strumenti validi per colpire i parassiti.
 
Un apparato amministrativo a burocrazia zero è indispensabile per mettere in moto l’asfittica economia della Sicilia, che non deve più contare sulle provvidenze e sull’assistenzialismo, ma sugli incentivi che la rendano autonoma. Perché questo avvenga, bisogna che cessi la logica del favore  e subentri quella del servizio, tagliando senza pietà qualunque forma di privilegio, di spreco, di sperpero, molto diffusi negli apparati centrale e periferici della stessa Regione.
La questione riguarda, ovviamente, anche gli Enti locali. I sindaci, quali autentici interpreti e portatori delle istanze dei propri cittadini, devono diventare gli attori principali della rinascita della Sicilia, attuando la sana e diligente amministrazione del pater familias, secondo i principi di corretto comportamento, di migliore utilizzazione delle entrate e di uscite parsimoniose.
Nelle pagine, più volte pubblicate su questo foglio, sono indicati nel dettaglio tutti i provvedimenti che i sindaci devono prendere in materia di entrate e di uscite.

Le azioni degli Enti locali, però, sarebbero del tutto inefficaci se non venisse digitalizzato tutto il sistema interno e quello per la produzione dei servizi da rendere ai propri cittadini. Un servizio digitalizzato, ovviamente connesso con quello della Regione e degli altri Comuni, in modo da poter realizzare i progetti in tempo reale. Anche in questo caso, il sistema così realizzato consentirebbe di rilevare le tracce di ogni provvedimento e quindi di verificare la loro efficacia.
Anche nei confronti degli Enti locali dovrebbe agire l’Autorità di cui prima si scriveva, in modo da poter controllare il buon funzionamento dell’apparato, facendo emergere i focolai di corruzione che inevitabilmente possono nascere quando si amministra la Cosa pubblica.
Tracciato il metodo, nel merito Regione e Comuni debbono percorrere due grandi autostrade: la prima, fare i progetti e aprire i cantieri; la seconda, attrarre investimenti nazionali e internazionali, mettendo in vetrina i propri gioielli di famiglia e assistendo gli interessati con le proprie competenze.
Mag
25
2011
La Sicilia si prepara a una tornata di elezioni amministrative piccola ma probabilmente significativa. Siamo facili profeti nel prevedere un’astensione superiore alla tornata precedente perché si avverte nell’aria il distacco e il disgusto dei cittadini che si accorgono come il ceto politico e quello amministrativo siano autoreferenziali e si occupino dei loro problemi piuttosto che di quelli di tutti.
Questo distacco s’incrementa continuamente perché la gente non vede nella classe politica un cambiamento di rotta deciso, consistente nella messa in moto di un piano di opere pubbliche per finanziare le quali sono pronte le risorse europee, statali e regionali, liberate dalla spesa corrente.
La gente non vede una Regione snella, moderna, digitalizzata, pronta a recepire per via informatica tutte le istanze d’imprese e cittadini cui dar riscontro per la stessa via in tempi europei e non biblici.
La gente non vede assessori e dirigenti generali che assumono responsabilità per prendere decisioni, anche impopolari, nella direzione di tagliare la spesa corrente ed investire in attività produttive ed apertura dei cantieri.

Non c’è un’altra strada. Il ceto politico e quello burocratico regionale devono invertire il loro modo di funzionare, darsi strumenti organizzativi essenziali - primo fra i quali il Piano aziendale - tagliare sprechi, sperperi, spese inutili e privilegi e rendere i servizi richiesti rapidamente.
Il ceto politico, cioè il legislatore, deve procedere all’elaborazione di disegni di legge che abbiano nell’interesse generale il fulcro e la loro ragion d’essere. Non è possibile che si facciano leggi tortuose, nascoste, illeggibili, apposta per dare potere ai sacerdoti i quali sono gli unici che le possono interpretare.
L’ottimo assessore Pier Carmelo Russo mi diceva qualche giorno fa che disegni di legge o emendamenti che facciano riferimento a norme precedenti, citando commi e articoli, non saranno da lui presi in considerazione. Ci siamo trovati perfettamente d’accordo anche perché la Costituzione impone che le leggi dello Stato e delle Regioni siano leggibili da tutti, perfino dagli analfabeti. Questo è un principio di trasparenza dal quale non si può prescindere.
 
Chiunque nasconda il vero senso dei testi legislativi, vìola la Costituzione, ma soprattutto deride i cittadini ai quali indirizza il disprezzo per la loro incapacità di leggere, dimenticando che scrivere le leggi in modo tortuoso è un difetto e non un pregio.
Per fortuna fra i politici siciliani e fra i dirigenti generali della Regione ve ne sono molti che hanno il decoro del rispetto dei valori, che sono onesti e capaci e che vogliono lavorare nell’interesse dei siciliani. A loro rivolgiamo il nostro appello affinché, indipendentemente dal partito cui appartengono e indipendentemente dalla parte politica che li ha nominati  (nel caso dei dg), si comportino seguendo un codice etico che viene prima di ogni altra cosa.
Il codice etico impone di servire i siciliani nella loro globalità e di emarginare quella parte di siciliani che hanno un carattere delinquenziale, che poggiano le loro azioni sulla corruzione, sulle malversazioni e sulle connivenze criminali.

Noi conosciamo bene tantissimi dirigenti regionali che sono venuti ai nostri forum, tanti assessori regionali e la gran parte dei deputati. Possiamo dire quindi, con cognizione di causa, che esiste questa parte di persone per bene. Rinnoviamo ancora l’appello affinché essi vogliano battersi per fare prevalere il buon senso e con esso il valore dell’equità, che deve guidare l’azione di chi assume responsabilità istituzionali.
L’equità impone che la spesa sia effettuata a fronte di sostanziali servizi, secondo i principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento, proporzionalità.
Per la terza volta rinnoviamo l’appello in queste note ai bravi politici e ai bravi dirigenti, che abbiano la forza morale di mettere fuori causa i loro colleghi che, nella corruzione morale e materiale, poggiano la loro attività scorretta. Li invitiamo a comunicare all’opinione pubblica in un clima di grande trasparenza quanto loro fanno per condurre in porto questa battaglia morale che viene prima di ogni altra di natura politica,  economica e sociale.
Mar
11
2011
Se nella Regione e nei Comuni siciliani la burocrazia fosse virtuosa, cioè efficiente ed efficace, a servizio vero dei cittadini, tutto funzionerebbe bene, senza sbavature ed i risultati sarebbero sotto gli occhi di tutti. In una macchina pubblica che funzioni, sarebbe difficile la penetrazione dei tentacoli della criminalità ordinaria e organizzata. Sarebbe difficile, altresì, il diffondersi della corruzione perchè anche a chi venisse in testa di chiedere un favore riceverebbe la porta sbattuta sul grugno.
In una burocrazia che funzioni, non c’è posto nè spazio, dunque, per la malavita, per il malaffare e per la corruzione. Se queste tre distorsioni sono, invece, presenti è perchè la burocrazia non si svolge secondo i principi di equità e di imparzialità, come prevede l’art. 97 della Costituzione. Per cui, dalle fessure e dalle finestre entrano spifferi nauseanti di ogni genere che appestano l’aria dei luoghi pubblici i cui responsabili, anzichè aprire le finestre per fare uscire l’aria fetida, le tengono ben rinserrate per evitare che i cittadini guardino dentro.

Sono le vituperate Procure della Repubblica, sulla base delle inchieste che fanno le Forze dell’ordine, ad entrare nei Palazzi dei Comuni e della Regione per scovare il malaffare. Anche la Procura regionale della Corte dei conti, guidata dall’ottimo Guido Carlino, interviene con migliaia di inchieste (aperte solo nel 2010) per recuperare centinaia di milioni di euro di danni erariali. Ma tutto questo, altamente meritevole, è  insufficiente per colpire il tessuto cancerogeno che si trova dentro le pubbliche amministrazioni regionale e locali. Lo è perchè esse, come abbiamo più volte scritto, non hanno un sistema immunitario che sviluppi gli anticorpi contro virus e bacilli del malaffare.
È incredibile rilevare come presidenti, assessori regionali e sindaci, non abbiano pensato, in questi 64 anni di Autonomia, che fosse indispensabile crearli, questi anticorpi, sotto forma di strutture investigative riservate che svolgessero il monitoraggio su qualunque cosa negativa potesse accadere in ogni amministrazione. Non pensiamo alla scarsa intelligenza dei diversi responsabili, ma alla loro connivenza con un sistema che porta i voti delle organizzazioni criminali e dei corrotti.
 
Non sembri una bestemmia, ma lo sfrenato clientelismo, causa dell’assunzione indiscriminata e senza alcuna ragione organizzativa di migliaia e migliaia di precari, è una forma di corruzione estesa perchè implicitamente comporta che tutti costoro assunti per chiamata diretta (cioè per raccomandazione, non avendo superato alcun concorso pubblico) sono già stati e continuano ad essere galoppini politici in tutte le tornate elttorali.
Ma presidenti della Regione e sindaci sono stati miopi perchè chi si vende per un posto di lavoro o per uno straccio di indennità, troverà successivamente qualcuno che pagherà un prezzo più elevato. Chi non ha la capacità di trovare un lavoro sul mercato, perchè non ha le competenze o perchè non si è addestrato nel tempo adeguatamente, sarà sempre con la mano tesa come un mendicante a chiedere l’elemosina a qualcuno. Corrotto e corruttore sono indegni di una società progredita ed equa.

Sembra ancora incredibile come in questi 64 anni il ceto politico, abdicando al suo ruolo primario, abbia consentito ad una burocrazia, non al servizio dei cittadini ma di se stessa,  di creare un fitto reticolo di procedure, appositamente ingarbugliato per obbligare i cittadini che richiedono un qualunque servizio a farlo accompagnare dal classico favore. Non solo, ma l’intreccio delle procedure ingarbugliate consente le infiltrazioni delle organizzazioni malavitose, le quali ottengono autorizzazioni che non dovrebbero avere, mentre i burocrati non rilasciano quelle che dovrebbero dare perchè la contropartita del favore non è stata adeguata o danneggerebbe i concorrenti malavitosi.
Sembra un ginepraio. Lo scenario, invece, è perfettamente illuminato e risulta chiarissimo se non si cacciano i dirigenti regionali e comunali che non rilasciano in tempo reale le autorizzazioni e, d’altra parte, se non vengono ribaltate le procedure, per cui ogni cittadino o impresa può fare qualunque cosa che non sia vietata dalla legge. Per contro la pubblica amministrazione ha la facoltà di controllare ed impedire eventuali violazioni solo a posteriori. La Sicilia resterà inchiodata nel sottosviluppo di cui la corruzione è la causa principale se tutto rimane com’è oggi.
Gen
20
2011
Il burocratese è un linguaggio usato apposta per confondere i cittadini con lo specifico obiettivo di nascondere la verità. La premessa è necessaria per informarvi della circolare n. 1 del 13/01/2011 dell’assessore delle Autonomie locali e della funzione pubblica, Caterina Chinnici, la quale sembra abbia il compito precipuo di salvaguardare i privilegi dei parassiti che vivono sui faticati contributi erariali, pagati dai siciliani.
Riepiloghiamo la questione. La finanziaria 191/2009 ha previsto di: a) sopprimere la figura del difensore civico; b) sopprimere le circoscrizioni comunali, salvo i Comuni con più di 250 mila abitanti; c) sopprimere la figura del direttore generale salvo che nei Comuni con popolazione superiore a 100 mila abitanti; d) sopprimere i consorzi fra enti locali. La successiva legge 122/2010, nel proseguire la politica di riduzione dei costi degli apparati politici e amministrativi, ha individuato ulteriori tagli: a) i titolari di cariche elettive o incaricati di partecipare ad organi collegiali possono avere solo rimborsi spese e gettoni di presenza non superiori a 30 euro per seduta; b) la soppressione di indennità ai consiglieri circoscrizionali; c) la riduzione delle indennità dei consiglieri comunali; d) l’eliminazione di qualsiasi emolumento ad amministratori di comunità montane e unioni di Comuni aventi per oggetto la gestione dei servizi e pubbliche funzioni.

Ancora, il divieto di cumulo di emolumenti per parlamentari nazionali, europei e regionali; la soppressione delle indennità di missione degli amministratori locali, il divieto di rimborso delle spese diverse da quelle di viaggio dovute agli amministratori e così via.
Il governo Lombardo, anzicchè esultare per questa politica di rigore che gli viene a fagiolo, tenuto conto del buco di bilancio di due miliardi, continua nella sua dissennata politica di sperpero delle risorse pubbliche siciliane. Il suo assessore al ramo, con una sottile disquisizione giuridica nella quale non entriamo, perchè non riguarda la sostanza della questione, sostiene che la normativa nazionale non si applichi nella Regione siciliana e che in virtù dello Statuto autonomista privilegi e sprechi che vengono tagliati nelle altre regioni italiane qui resteranno.
 
Sentite cosa scrive l’assessore nel penultimo capoverso: “Gli enti locali continueranno ad applicare, in realazione agli istituti oggetto delle sopraindicate norme statali, in atto non recepite dal legislatore regionale, la normativa vigente nella Regione siciliana”.
Cari lettori, vi rendete conto dell’inaudito comportamento di lor signori, che fa il paio con l’altro attuato per i cinquemila neoassunti alla Regione siciliana, discriminando pesantemente tutti coloro che a suo tempo non sono stati chiamati per raccomandazione. E si accorda con il mantenimento dell’altro privilegio, quello dei deputati regionali, i quali per effetto della l.r. n. 44/1965 hanno gli stipendi equiparati a quelli dei senatori. Ma, quando il Senato ha elevato da metà all’intera legislatura il tempo necessario per maturare il diritto alla pensione di ex parlamentare, l’Assemblea regionale lo ha lasciato a due anni sei mesi e un giorno.
Altro privilegio che rimane inalterato è dato dagli stipendi maggiorati dei dipendenti regionali, in ordine al 30 per cento rispetto ai dipendenti ministeriali, e dalle pensioni elargite con munificenza a dipendenti, anche con soli 25 anni di servizio e, in media, pari al doppio dell’importo delle pensioni dei dipendenti di altre Regioni.

Potremmo continuare il lungo elenco, ma ci sembra che i punti toccati siano sufficienti per fotografare una Regione che pensa a se stessa in un clima di auto-referenzialità distruttrice di attività positive. La politica di questa eterogenea maggioranza è contraria agli interessi dei siciliani perchè non ha un progetto nè la capacità di idearlo e realizzarlo. Ci dispiacciono queste obiettive considerazioni. Vorremmo tessere le lodi di un governo che tagli rigorosamente i privilegi, che emargini i parassiti, che riordini il sistema pubblico, immettendo forti dosi di auto-propulsione, che combatta la corruzione penale e morale, per imboccare la via dello sviluppo.
Purtroppo non possiamo farlo perchè non c’è un solo atto che vada in questa direzione, mentre il Governo o sta immobile oppure compie atti dannosi all’economia e contrari all’equità che avrebbe il dovere di diffondere nella Comunità siciliana.
Nov
18
2010
Il Consiglio di giustizia amministrativa ha depositato, il 4 novembre scorso, una sentenza clamorosa contro l’immobilismo e l’irresponsabilità della burocrazia regionale. Tale sentenza deve essere eseguita entro 60 giorni. Essa è innovativa perchè determina un forte risarcimento del danno causato dai burocrati regionali a una società che per colpa dello stesso ritardo ha perso contributi dell’Ue per ben 13 milioni di euro. La società che ha ottenuto questo giusto compenso, per l’ignavia della Regione, è la New Energy srl che, a causa del ritardo di un’autorizzazione che è stata bloccata  per tre anni ha perso, abbiamo detto, 13 milioni di contributi.
La società aveva iniziato l’iter amministrativo con un ricorso al Tar, che nel settembre 2009 gli aveva dato ragione, valutando il danno in 7 milioni di euro. Il ricorso della Regione al Cga le è stato fatale perchè la sentenza non è più appellabile e perchè ha addizionato ai 7 milioni di risarcimento, determitato dal Tar, gli altri tredici per mancata percezione del contributo europeo a causa del ritardo.

Il pagamento deve essere effettuato dalla Regione, prontamente, per evitare l’inizio di una procedura esecutiva che aggraverebbe la cifra di interessi, spese legali e onorari. Vi è da dire che il risarcimento ottenuto dall’impresa è al netto di spese e onorari che sono liquidati a parte.
Il regolamento europeo prevede che il procedimento unico debba concludersi entro 180 giorni e non dopo anni e anni di attesa. Si tratta di una sentenza esemplare, una pietra miliare che costituisce l’apertura di una nuova via che le imprese possono  imboccare, per cui il nostro consiglio è che le richieste per ottenere il risarcimento del danno, per gli ingiustificati ritardi della Regione, siano presentate a tappeto, in modo da costringere chi ha responsabilità dirigenziali a emettere le autorizzazioni (o negarle se non conformi alla legge) negli stretti tempi previsti.
Ha ragione Gianfranco Miccichè quando ha urlato che la Regione debba essere derattizzata, togliendo dai piedi tutti i roditori, cioè tutti i dirigenti che per abitudine dicono di no. Più precisamente si tratta di dare un indirizzo fermo affinchè la macchina burocratica cominci a funzionare.
Un blando comunicato della Presidenza della Regione ha informato che sarà aperta un’inchiesta interna.
 
L’inchiesta interna, come sempre, si concluderà con un nulla di fatto, mentre essa dovrebbe appurare le responsabilità, perchè non è possibile che noi siciliani rimettiamo di tasca ben venti milioni di euro (con questi chiari di luna) per colpa di chi non ha provveduto a mettere le firme e i bolli nel tempo previsto. è vero che il comunicato precisa che il fascicolo sarà trasmesso alla Corte dei conti, la quale può iniziare un’inchiesta per proprio conto.Ma tutto questo lascia il tempo che trova, di fronte al fatto che, intanto, la Regione deve pagare il risarcimento.
Se tutte le imprese che non ottengono, nei tempi stretti dei procedimenti, le autorizzazioni richeste cominciassero a fare ricorsi al Tar e questo Tribunale ripetesse a ciclostile la sentenza prima richiamata, peraltro confermata dal Cga, la Regione potrebbe chiudere per dissesto, in quanto non avrebbe le risorse necessarie a fronteggiare la marea di risarcimenti.

Non sappiamo se il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, che ha una responsabilità oggettiva per quanto accaduto, vorrà imprimere un nuovo modo di agire, con opportuna disposizione ai suoi assessori delegati, i quali non essendo politici possono agire in piena autonomia. Agire come? Mettendo sotto pressione i dirigenti generali e obbligandoli a far funzionare Dipartimenti, Aree e Servizi a regime, senza sbavature e senza omissioni.
La questione è centrale al futuro della Sicilia, nè di destra, nè di centro, nè di sinistra. Se non si capisce che la cancrena e la mafia si annidano nella burocrazia regionale che ha almeno cinquemila dipendenti e 1500 dirigenti in più; se tutta questa gente inutile non viene mandata in cassa integrazione, la Resais per intenderci; se non si dà l’esempio che paga non solo chi sbaglia ma anche chi non agisce in relazione al proprio mandato, siamo perduti.
Solo qualche giorno fa l’assessore all’Economia, Armao, ha aperto i rubinetti delle casse regionali per le imprese, mentre li aveva lasciati sempre aperti per gli stipendi dei propri dirigenti e parlamentari: un’iniquità colossale.
Giu
11
2010
Secondo l’Istituto Bruno Leoni l’Italia è ultima per libertà d’intrapresa, dietro a Irlanda, Regno Unito, Germania, Spagna, Francia e persino Grecia. In oltre sessant’anni di governi di varia natura la questione non è mai stata affrontata di petto, anzi sul sistema delle imprese si sono stratificate norme di ogni genere incatenando le attività economiche in un sistema asfissiante.
L’idea del ministro Tremonti di modificare l’art. 41 della Costituzione ha una connotazione mediatica ma non sostanziale, perché è priva di logica, di ragionevolezza e di effetti. Che dice l’incriminato articolo? Che l’iniziativa economica privata è libera, che deve essere in sintonia con l’utilità sociale, con la sicurezza, con la libertà e la dignità umana. Conclude che la legge determina i programmi e i controlli perchè l’attività economica pubblica e privata sia indirizzata e coordinata a fini sociali. Non si capisce in qual modo la norma vincoli l’impresa.

Sembra echeggiare la favola di Fedro che rappresenta la volpe e l’uva. Infatti sono le pessime leggi e relative procedure amministrative che hanno incasinato l’attività economica. Nè, d’altra parte, i controlli previsti debbono essere effettuati necessariamente in via preventiva. Essi infatti possono essere successivi.
Sembra che l’iniziativa abbia più un carattere di sondaggio che non di concretezza. Che non vi sia bisogno di modificare la Costituzione con una procedura lentissima di anni è provato dall’esistenza di un apposito ministero per la Semplificazione, che si sta occupando proprio di tagliare le leggi inutili e di sistemare i percorsi di tante altre che complicano la vita non solo alle imprese ma anche ai cittadini. è proprio tale ministero che ha in mano l’accetta e la soluzione per liberare le imprese dai vincoli. Peccato che a distanza di due anni gli effetti della sua azione, al di là dei roghi propagandistici, non si sono ancora visti.
Se il ministro Roberto Calderoli avesse fatto affrontare dai suoi tecnici come togliere dalle spalle dei piccoli e medi imprenditori inutili e pesanti adempimenti, già fin da oggi una parte dei circa 11 miliardi del peso della burocrazia sul sistema imprenditoriale sarebbe tagliata.
 
Già la recente legge  sulla Comunicazione Unica, entrata in vigore il primo aprile, consente di aprire un’attività in un solo giorno. Basterebbe centralizzare qualunque adempimento di ogni iniziativa imprenditoriale presso un unico ufficio, per decimare senza pietà i cavilli e le pretese di una Pubblica amministrazione iniqua e vessatoria cui le norme redatte da personale incompetente e in malafede hanno dato un potere straordinario.
Ingannare l’opinione pubblica spiegando che per liberare le imprese bisogna modificare la Costituzione è un grande reato etico che dovrebbe essere punito dalle imprese e, per esse, dalle organizzazioni imprenditoriali che le rappresentano. Ma di fronte all’inutile proclama non abbiamo sentito né Confindustria né Concommercio né le altre associazioni dire la verità e spiegare come l’ipotesi prospettata dal gatto e la volpe (Berlusconi eTremonti) sia solo fumo negli occhi.

Vi è un altro modo concreto per togliere il peso della Pubblica amministrazione che grava sulle imprese: rendere telematiche tutte le procedure abolendo totalmente carta e raccomandate. A riguardo dobbiamo muovere un rilievo al ministro Brunetta che abbiamo apprezzato nel forum pubblicato il 9 maggio 2009. Il ministro ha reso obbligatoria l’introduzione della Pec per i professionisti entro il 29 novembre 2009, ma non ha ancora fissato una data affinché tutti gli uffici pubblici siano dotati di Pec né la sanzione a carico dei dirigenti che non la attivano entro tale data. La conseguenza è che imprese e cittadini sono ancora obbligati a ricevere e inviare cartaccia e andare alla Posta per fare raccomandate, quando invece il dialogo dovrebbe avvenire in tempo reale.
Non basta tagliare i capitoli di bilancio, bisogna tagliare le procedure, inserire come principio generale il silenzio-assenso, informatizzare ogni canale da e per la Pubblica amministrazione. Ecco alcune cose semplici e dettate da buon senso. Non inutili annunci roboanti di cambiamenti costituzionali lunghi anni. Non c’è più tempo.
Ott
14
2009
Ormai risulta in modo chiarissimo che la Sicilia è stata danneggiata, in questi sessant’anni, dall’inefficienza e dalla malavita organizzata. Ma quale dei due fattori è stato preponderante? Dalle inchieste che andiamo facendo tutti i giorni da anni, risulta che fa più danni l’inefficienza che la malavita organizzata. L’elemento principale che supporta questa valutazione è la misura del Pil, cioè la ricchezza prodotta in Sicilia, che è inchiodato a poco più del 5 per cento sulla ricchezza nazionale, da oltre quarant’anni.
È vero che la malavita organizzata con i suoi tentacoli impedisce il libero mercato e la concorrenza, ma è anche vero che le forze dell’ordine e la magistratura hanno inferto colpi pesanti alla stessa, anche se la Piovra ha cambiato vestito e oggi agisce sempre di più in guanti bianchi attraverso il ceto professionale e imprenditoriale.

Mentre nessun colpo efficace è stato inferto all’inefficienza del sistema politico regionale e locale e della burocrazia che ha tentacoli molto più pericolosi di quelli della malavita organizzata. Questi tentacoli sono pericolosi perché non si vedono, anche se siciliani e imprese constatano, dai deludenti risultati, l’incapacità di fare funzionare la macchina pubblica.
È molto più difficile combattere l’inefficienza che la malavita organizzata. Tuttavia si può e si deve fare, anche perché gli sprechi non sono coperti dalle risorse pubbliche, che si riducono ogni giorno sempre di più. La responsabilità dell’inefficienza delle istituzioni, regionale e locali, è sicuramente da addebitarsi al ceto politico che ha il dovere di dare l’indirizzo inequivocabile, cui poi la burocrazia si deve strettamente attenere.
Ma anche una grossa responsabilità è da addebitare ai dirigenti generali della Regione e degli Enti locali, perché essi non possono dare dieci a tutti i dipendenti per assicurare loro i premi di risultato, senza distinguere quelli bravi dai fannulloni.
 
Ribadiamo fino alla nausea che questo accade perché non vi sono i due valori fondamentali di qualunque organizzazione e cioè il merito e la responsabilità. Nell’inchiesta che trovate in questo numero è determinato l’universo dei siciliani che vivono di stipendi pubblici pagati da Stato, Regione ed Enti locali. Una quantità impressionante di dipendenti se paragonata a quella del settore privato, imprenditoriale e professionale. Questa fotografia spiega perché l’economia dell’Isola non cresce, mentre lo sviluppo è conseguente ad attività produttive e non a servizi pubblici inefficienti.
Dunque, il Governo della Regione, ponendosi come obiettivo primario al di sopra di tutti la crescita del Pil, per portarlo entro la fine di questa legislatura alla media nazionale di circa l’8 per cento, per centoventi miliardi, deve favorire l’occupazione del blocco dei disoccupati e lo scarico di dipendenti pubblici per spingerlo.
Tutto questo non può avvenire se continua a spendere 2,5 miliardi per stipendi e pensioni oltre a cifre enormi per mantenere l’esercito di persone che gravita attorno alla Regione (forestali, formatori, dipendenti di partecipate e così via), mentre destina irrisorie risorse per investimenti strutturali, fra cui la sistemazione idrogeologica del territorio e quasi niente per lo sviluppo delle imprese.
 
Il Creatore ha voluto collocare la Sicilia al centro del Mediterraneo. Essa è equidistante dal bacino Est, da quello Ovest e da quello africano del Mare Nostrum. Se i governanti in questi sessant’anni avessero avuto la capacità di Jordi Pujol, il fondatore della Catalogna, la nostra Isola sarebbe oggi la più ricca d’Italia e una delle più ricche d’Europa, altro che produrre il solo misero 5 per cento del Pil nazionale!
Come è possibile che dall’epoca federiciana non hanno capito questa condizione ideale? Ma, per venire ai nostri tempi, come è possibile che un ceto politico imprenditoriale e professionale non si sia reso conto che progettando il futuro sulla posizione centrale della Sicilia, rispetto a oltre dieci nazioni, avrebbe fatto crescere la ricchezza e lo sviluppo di tutti, eliminando il bisogno e quindi lo scambio vile col voto? Risposta e responsabilità sotto sotto gli occhi di tutti.