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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


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Feb
21
2012
L’articolo 49 della Costituzione recita che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti..., ma non prevede che essi possano essere finanziati col denaro pubblico. Nel momento in cui il ceto politico ha deciso di finanziarli, nel corso di questi oltre sessant’anni, non ha contestualmente previsto la loro regolamentazione per legge su due punti fondamentali: il funzionamento democratico interno e l’obbligo di redazione del bilancio, sottoposto a certificazione.
Tutto è stato lasciato al libero arbitrio di un ceto politico che nel tempo ha perso la via dell’etica per percorrere quella del malaffare e del parassitismo.
Venerdì 17 è scaduto il ventesimo anniversario dell’arresto di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, sorpreso con una tangente di sette milioni di lire. Da lì è nata l’ondata di sdegno dei cittadini, che ha supportato la benemerita azione del pool della Procura di Milano, azzerando la classe politica dominante, seppur risparmiando in parte il Partito comunista.

La questione non è finita lì, perché con un’opera di trasformismo, dopo un po’ e nonostante il referendum del 1993 che ha abrogato la legge sul finanziamento pubblico dei partiti, il Parlamento si è approvato diverse leggi, tra cui la n. 51 del 23 febbraio 2006, con la quale è stato stabilito un rimborso ai partiti nella misura di 5 euro per il numero di voti raccolti.
Ai partitocrati premeva ottenere il finanziamento, ma non hanno colto l’occasione per moralizzare i loro organismi, inserendo nella legge i due obblighi prima citati: norme democratiche e bilancio certificato. L’assenza delle predette norme, che avrebbero bilanciato il finanziamento, può fare affermare che i partiti si sono messi in uno stato di illeceità politica, pur protetti dalla loro legge. 
Tale assenza denota la malafede dei partitocrati, i quali hanno stabilito di succhiare il sangue dei cittadini come veri parassiti, ma non di dare loro conto né del funzionamento democratico interno e neanche di come spendono i loro soldi.
Una vera porcheria che il professore Monti deve affrontare, non già sostituendosi al Parlamento, ma riportando nello spending review un deciso taglio a tale rimborso, per evitare  l’arbitrio fino ad oggi perpetrato.
 
Senza i controlli interni e i bilanci certificati si sono verificati quegli episodi di malaffare, tra cui la recente appropriazione di ben tredici milioni di euro di fondi della Margherita da parte di tale Lusi, ovvero la distrazione delle somme dell’ex Msi per acquistare un immobile a Montecarlo, o anche la guerra senza esclusioni di colpi per il patrimonio immobiliare e la liquidità dell’ex An, confluiti in una fondazione, la cui gestione è del tutto incontrollata.
Insomma porcherie su porcherie, distrazioni su distrazioni, abusi su abusi, tutti a spese dei cittadini. Una situazione del genere va sbloccata e cambiata radicalmente, perché non è più possibile consentire un’ulteriore porcheria che è quella di pagare i contributi per ogni voto, anche quando la legislazione si conclude prematuramente. Con l’effetto che, nel 2009 e 2010, le casse pubbliche hanno pagato ai partiti sia i contributi della tornata elettorale del 2006, conclusasi nel 2008, che quelli della tornata elettorale del 2008, ancora viva.

Del peggio c’è il peggiore. I rimborsi di cui alla legge citata, in effetti, diventano guadagni, perché sono molto superiori alle spese effettivamente sostenute. Ecco il trucco che pochi conoscono. Per esempio il Pdl ha incassato 206 mln a fronte di spese per 54 milioni, cioè quasi il quadruplo. Il Pd ha incassato la cifra di 180 milioni, a fronte di spese effettive per 18 milioni, dieci volte di più. Tralasciamo gli altri partiti che hanno goduto di vantaggi similari, per non tediarvi.
Dal quadro che abbiamo disegnato, si capisce perfettamente che i parlamentari sono in gran parte privi di un codice etico, che fanno politica per interessi propri o di parte, che di fatto esercitano un mestiere e non una nobile arte che dovrebbe concretizzarsi in un servizio ai cittadini.
La conseguenza dell’assenza del codice etico nella coscienza di gran parte dei parlamentari, dei consiglieri regionali e comunali, è che non agiscono secondo il principio di equità, ma secondo quello della prevaricazione sui ceti più deboli.
Per fortuna, vi sono ancora uomini politici onesti e capaci, anche se in minoranza. In essi è riposta la speranza di un cambiamento radicale. Ora, non domani.
Set
20
2011
Nel 2011, Tremonti è stato prodigo di manovre. Ne ha portato a compimento ben tre: la legge 98 del 6 luglio, la legge 111 del 16 luglio e infine la legge 148 del 14 settembre scorso. Nel loro insieme, le tre manovre hanno portato rettifiche nei conti dello Stato per oltre 100 miliardi, almeno in teoria.
In teoria perché può verificarsi che le previsioni basate sulle sabbie mobili siano inferiori alle aspettative, come per esempio il recupero dell’evasione fiscale. Ma in questo caso, è già stato previsto che verrà fatto un taglio lineare ad agevolazioni, detrazioni e deduzioni per fare quadrare in ogni caso i conti e portare all’agognato pareggio di bilancio 2013.
Benedetta sia la crisi che ha costretto i governanti italiani a queste manovre. Certo, potevano evitare di fare tre leggi, mentre se avessero avuto chiaro il quadro della situazione sarebbero potuti intervenire una sola volta, per evitare il disdoro internazionale che ha subìto il Paese.

Benedetta sia la crisi che costringerà gli apparati statali, regionali e locali ad una forte cura dimagrante. Ma non è finita qui perché, necessariamente, nella legge finanziaria cui Governo e maggioranza metteranno mani nelle prossime settimane, verranno introdotti almeno tre ulteriori correttivi: il taglio delle pensioni di anzianità, vergognoso privilegio tutto italiano; la vendita o la cartolarizzazione di una parte del patrimonio immobiliare pubblico per non meno di 200 miliardi (con la conseguenza di una riduzione di interessi per circa 10 miliardi); il taglio degli innumerevoli privilegi cui fanno fronte indennità, compensi ed altre spese inutili; la liberalizzazione di tanti settori, fra cui quello delle società pubbliche locali, in modo da mettere in moto il processo di crescita.
Le liberalizzazioni sono basate su riforme a costo zero, ma che hanno un forte impatto politico perché devono tagliare le unghie ai privilegiati, i quali faranno di tutto per evitarlo.
Non c’è dubbio che i tagli dovranno essere fatti agli apparati e non ai servizi. I sindaci che piangono non lo fanno perché gli mancano meno risorse (anzi), ma perché saranno costretti a tagliare privilegi e clientelismi locali.
 
I sindaci, a cominciare da quel campione di Gianni Alemanno, sanno che i tagli li porteranno a ridimensionare il personale, inutilmente sovrabbondante da Roma in giù, le consulenze, le indennità, i compensi per consiglieri comunali, assessori  ed altri privilegiati. Certo, il Governo non è stato abbastanza coraggioso nello stabilire una regola elementare: chi vuol fare il consigliere comunale e circoscrizionale non deve avere alcun compenso, salvo l’eventuale rimborso spese a pié di lista. Con tale articolo molti dei famelici consiglieri, non avendo più alcun compenso, avrebbero cercato altrove il modo per sbarcare il lunario, scaricando le finanze comunali di un peso insopportabile.
I soldi amministrati dai Comuni sono più che sufficienti per i servizi che producono, solché la gestione dell’amministrazione fosse fatta secondo principi di efficienza ed efficacia. Ma così non è stato, anche se d’ora in avanti così dovrà essere.

In questo quadro, i sindaci e i presidenti di Regioni avranno la convenienza di valorizzare i bravi dirigenti perché sono loro che fanno marciare l’apparato in senso positivo. Certo è che va isolato il grano dal loglio, i cattivi dirigenti vanno messi in condizione di non nuocere, di non alimentare la corruzione ed il lassismo. Solo inserendo i valori di merito e responsabilità, le Regioni ed i Comuni potranno funzionare anche con le risorse finanziarie ridotte che, inevitabilmente, si ridurranno ancora.
Chi non ha capito che la festa clientelare è finita per sempre, perché il cappio del rigore europeo si stringerà ancora di più, o è un illuso o un imbecille.
In altri termini, si tratta di cominciare ora e subito, una buona amministrazione di ogni ente, comunale o regionale, in modo da offrire ai propri cittadini i migliori servizi ai costi più bassi. Occorrerà che tutti i pubblici dipendenti si mettano a lavorare alacremente, evitando la discriminazione tra chi, oggi, lavora molto e bene e chi, invece, si occupa dei propri affari, magari firmando i fogli di presenza falsi.
Set
13
2011
Mercoledi 7 settembre il Senato ha approvato la manovra da 54 miliardi di euro, di cui 36 di nuove tasse e 18 di tagli. In questi due dati si manifesta la pochezza e l’incapacità di una maggioranza di dar corso all’indignazione dei cittadini, che vengono ulteriormente caricati da una pressione fiscale insostenibile, mentre tutte le Caste privilegiate, a cominciare da quella politica, per continuare con quella burocratica e via dicendo, non sono state chiamate ai necessari tagli.
La questione non finisce qui, perché la pressione fiscale complessiva è destinata ad aumentare, in quanto la riduzione dei trasferimenti che le quattro manovre hanno previsto per Regioni ed Enti locali provocherà aumenti di addizionali e di imposte locali, almeno nelle Regioni e nei Comuni viziosi. Non faremo, da oggi in poi, più riferimento alle Province perché le consideriamo nella forma attuale dei cadaveri incostituzionali: infatti il Governo nazionale ha approvato il ddl per sopprimerle e quello siciliano sta presentando il ddl per convertirle in Consorzi.

Non sappiamo se la manovra che la Camera approverà oggi o domani sarà sufficiente per fermare i mercati. Lo vedremo nei prossimi giorni. Riteniamo però che questa maggioranza sarà costretta a furor di popolo a fare un’ulteriore manovra esclusivamente per la riduzione della spesa corrente, nonché con l’inserimento di elementi di liberalizzazione dei mercati, a cominciare dalle società pubbliche locali ed elementi per attivare lo sviluppo.
è del tutto evidente che questi tagliatori nazionali sono degli incoscienti, perché pur di non eliminare i numerosissimi privilegi delle numerosissime Caste non hanno liberato le risorse necessarie per l’apertura dei cantieri delle grandi opere di interesse nazionale ed internazionale e neppure per il supporto alle imprese e al tessuto produttivo.
Si tratta di una resistenza passiva fuori dall’ordinario, che dimostra ancora una volta l’insensibilità dei responsabili delle istituzioni nazionali che, pur di fronte a una situazione gravissima, non prendono in considerazione di fare rinunce e di contribuire al risanamento delle finanze pubbliche mediante minori uscite.
 
I cittadini capiscono la buona amministrazione. I sindaci dei Comuni virtuosi - cioè quelli che hanno i conti in ordine, quelli che hanno redatto il Piano aziendale, quelli che hanno il giusto personale per erogare i servizi, quelli che usano la spesa corrente col contagocce, quelli che destinano tutte le risorse possibili per investimenti e opere pubbliche - non avranno granché da temere dai tagli, anche perché essi sono ampiamente bilanciati dal raddoppio delle attribuzioni per recupero di evasione dei propri cittadini.
Mentre, infatti, il quarto decreto sul federalismo fiscale (d. lgs. n. 23 del 14 marzo 2011) prevedeva che ai Comuni andasse attribuito il 50 per cento dell’evasione recuperata, con la legge in via di approvazione, ai Comuni è attribuito il cento per cento dell’evasione recuperata. Siccome l’evasione si annida all’interno dei proventi di ogni cittadino dei comuni e siccome essa ammonta a 120 miliardi di euro, ecco che, teoricamente, se tutti i Comuni la scoprissero riceverebbero una valanga di quattrini pari agli stessi 120 miliardi.

I dolori saranno, invece, per i sindaci viziosi, quelli cioè che non hanno i conti in ordine e che si sono comportati al contrario dei loro colleghi virtuosi. I tagli e i minori trasferimenti stringeranno la loro gola politica in maniera serrata, perché dovranno rapidamente bloccare tutte quelle spese clientelari che hanno consentito loro di disamministrare, senza un progetto di sviluppo, senza un progetto di crescita.
Dobbiamo purtroppo sottolineare come i sindaci viziosi si trovino in maggioranza nel Sud Italia. Nella nostra Isola, su 390 Comuni, ve n’è uno solo iscritto all’Associazioni nazionale dei Comuni virtuosi, ed esattamente quello di Aci Bonaccorsi.
Diamo ai 389 sindaci viziosi tre consigli non richiesti: redigere subito il Piano aziendale, chiedere la certificazione di qualità delle procedure all’Unione europea e nominare società di revisione iscritte alla Consob per certificare i bilanci. Un altro consiglio vogliamo dar loro: istituire subito il Niai (Nucleo investivativo affari interni) per la ricerca della corruzione e l’Ntl (Nucleo tributario locale) per il recupero dell’evasione.
Ago
20
2011
La crisi del 2008 è nata perché i governi dei Paesi avanzati non hanno stabilito le regole che dovevano imbrigliare i prodotti finanziari. Questi sono nella maggior parte prodotti virtuali, cioè inesistenti. Per esempio i futures e i derivati predispongono a termine l’acquisto o la vendita di determinati titoli. La scommessa del trader sta nel fatto che alla scadenza, se le circostanze saranno conformi alle sue previsioni, avrà guadagnato la differenza tra il prezzo iniziale e quello finale.
Voi capite che quando si commercia il nulla sul nulla, la probabilità del fallimento è altissima ed è proprio quello che è accaduto nel 2008, in base al meccanismo che ho appena descritto, seppur ridotto all’osso. Il risultato di questa colossale operazione, che hanno adoperato le banche più e meno grandi di tantissimi Stati, è che quando i titoli di riferimento sono crollati, tutti i relativi impegni a termine non sono stati onorati. Ed ecco le massicce immissioni di liquidità per assorbire tali debiti da parte degli Stati.

L’ulteriore conseguenza è stata un taglio drastico delle attività e la refluenza della stretta bancaria sull’economia reale. Gli istituti di credito, quando si è scoperto il lato delle operazioni virtuali, sono stati costretti a stringere quello delle operazioni reali, perché nel sistema bancario tutto funziona a vasi comunicanti. La stretta nell’economia reale ha comportato il blocco degli investimenti e da lì il blocco della crescita.
Le spiegazioni che hanno dato i macroeconomisti e gli esperti di finanza non sempre sono stati leali con la pubblica opinione mondiale, poiché bastava scoprire il vaso di Pandora perché la gente capisse. Ma la volontà di far capire non sempre c’è stata.
Nonostante i disastri che hanno combinato le banche, i Ceo (Chief executive officer) e presidenti e componenti dei consigli di amministrazione si sono liquidati compensi sempre maggiori perché quello che a loro importava era dimostrare che i conti economici avessero utili a breve (le trimestrali e le semestrali) indipendentemente dalla struttura finanziaria e patrimoniale di ogni istituto di credito. Tutti costoro hanno lavorato senza controlli dimenticando l’aspetto etico.
 
Molti governi hanno tentato di mettere una pezza, istituendo regole meno larghe, sia per quanto concerne le operazioni allo scoperto che per i compensi degli amministratori di banche. Tuttavia i provvedimenti sono stati (e sono) del tutto insufficienti per risolvere la questione di fondo che consiste in un semplice divieto: non fare più operazioni allo scoperto se non nel giusto rapporto fra prodotti e impegni e in relazione alla struttura patrimoniale delle banche.
Non sempre i governi hanno la forza di mettere il cappio al sistema bancario perché esso è una lobby formidabile, ramificata, infiltrata in tutti i gangli del potere e quindi riesce a bloccare ogni iniziativa che tenda a limitare la sua sfera d’azione.
Ma non si può prescindere dallo stabilire un giusto equilibrio fra le attività del sistema bancario e l’interesse generale. Quest’ultimo, è ovvio, deve sempre prevalere. Guai se continuasse ad avvenire il contrario come in passato ed in particolare dal 2008 in avanti.

E veniamo al nostro Paese. Per fortuna il nostro sistema bancario è solido perché alimentato da un popolo di formichine che risparmiano molto rispetto agli altri popoli, che è prudente e si indebita cum grano salis. Si dirà che questa propensione a un basso indebitamento ha una controindicazione: bassi consumi. Non si può negare. E tuttavia proprio questa capacità di risparmiare ha salvato l’Italia parzialmente da una bufera tragica come quella che ha colpito la Grecia.
Nonostante ciò, l’Italia ha perso 5 punti di Pil che non ha ancora recuperato, mentre la Germania ha superato il gap ed è in piena fase di sviluppo.
Perché ci riferiamo sempre al Paese centroeuropeo? Perché è ovvio che esso, per noi, costituisce un benchmark, cioè un punto di riferimento al quale dobbiamo tendere. Come, per quello che riguarda le nostre inchieste, esse hanno come benchmark la Lombardia, il Veneto o il Piemonte, perché in quelle regioni si produce una ricchezza straordinaria rispetto alla media nazionale e a quella della nostra Isola. Dobbiamo ribaltare la nostra mentalità. Funzionare con merito e responsabilità.
Lug
27
2011
Di fronte alla drammatica situazione, non ancora percepita dai cittadini perché i tagli effettuati dalla Manovra non hanno prodotto effetti, la casta politica è sorda e non vuole procedere al taglio dei privilegi di cui gode per qualità e quantità. Quando in un’azienda le cose non vanno, l’assemblea degli azionisti comincia la potatura dei costi dai vertici, cioè dal consiglio di amministrazione. Quando il Cda si accorge che le cose non vanno comincia a potare i manager. Nel primo e nel secondo caso, mai l’assemblea dei soci e il Cda cominciano a potare dall’ultimo dei dipendenti.
Nel versante politico, invece, coloro che costituiscono i vertici e hanno le più alte responsabilità istituzionali, invertono questo processo e con fare dispotico cominciano a tagliare le spese per i ceti meno abbienti, fatta eccezione della leggera potatura delle pensioni d’oro al di sopra di 90.000 euro annui.
L’intervento sui vertici è indispensabile per due ragioni: dare l’esempio che chi più guadagna più deve contribuire ai risparmi e, secondo, chi sta ai vertici dà l’esempio di maggiore responsabilità e maggiore dovere.

In Italia, ci sono centinaia di migliaia di persone che vivono parassitariamente a spese degli enti pubblici, fra cariche elettive, componenti dei Cda di società pubbliche statali, regionali e locali, revisori dei conti di enti pubblici, società pubbliche ed altri che lucrano nella greppia della finanza pubblica. Sette decimi di tali persone vanno restituite ai loro mestieri, eliminando strutture e riducendo all’osso quelle sopravvissute.
Come si misura l’utilità di un ente o società pubblica? In base alla sua capacità di produrre i migliori servizi con le spese minori possibili (il rapporto costi/benefici). Quando non si adotta il metodo della massima efficienza significa che c’è il marcio, che può essere dato sia dal clientelismo che dalla corruzione.
Sappiamo bene che essa insieme al sommerso, all’evasione fiscale, ai traffici della malavita organizzata, è pari a un terzo del Pil. Se l’Italia fosse un Paese serio, se l’Italia avesse una classe politica seria, capace e onesta (mentre un decimo dei parlamentari è sotto inchiesta) si occuperebbe di avere un sistema istituzionale e una Pa degne di un Paese civilizzato, mentre oggi entrambe sono degne di un Paese del terzo mondo.
 
Questa classe dirigente sta facendo harakiri. Pensa di potere procrastinare ancora il suo stato di privilegio ed ha dimenticato quello che successe a Bettino Craxi, nel 1993, quando uscì dall’hotel Raphael di Roma  sommerso da un getto denso e significativo di monetine.
Vi era stata la proposta in Parlamento di abolire le Province, iniziativa fra le più importanti di questo governo Berlusconi. Anche il Pd aveva questo punto al suo ordine del giorno. Però, quando è arrivato il momento di votarlo, si è tirato indietro, con ciò dimostrando che non ha quella capacità riformista che lo distinguerebbe dal Pdl e dalla Lega.
La corruzione è l’altro elemento che sta emergendo con prepotenza investendo i parlamentari. Da Papa a Milanese, a Penati. Tante Procure si stanno muovendo per scoperchiare i vasi di Pandora. Vi sono ovviamente inchieste efficaci ed altre con pochi requisiti. Tuttavia il dato da rilevare è che la corruzione c’è, è estesa e favorita dai vertici politici che non solo sottraggono risorse ai cittadini, in base alle leggi che si autovotano, ma anche rubano a piene mani con la connivenza di burocrati e imprenditori disonesti.

Non se ne può più di leggere e riportare l’elenco dei privilegi e l’elenco degli atti di corruzione. L’indignazione dei cittadini monta ogni giorno di più perché essi sono esasperati da una montante asfissia dovuta a due principali cause: la mancanza di sviluppo e la sottrazione di risorse anche mediante aumento di tasse e prezzi dei servizi pubblici.
Del peggio c’è il peggiore, vale a dire che la manovra testè approvata dal Parlamento, che a regime vale 70 miliardi di euro, non è sufficiente per stare nel solco tracciato dal Patto di stabilità di quest’anno. Quanto prima, il ministro dell’Economia, Tremonti o un altro, dovrà preparare per gli italiani un ulteriore intruglio tossico consistente in un taglio di almeno 50/60 miliardi. Il fatto è ineluttabile. Chi non lo capisce è ignorante o in malafede.
Noi abbiamo il dovere di scriverlo a chiare lettere. Lo abbiamo fatto e continueremo a farlo.
Lug
20
2011
La quarta manovra estiva di Tremonti, per complessivi 70 miliardi di euro, contiene molte iniquità. La prima riguarda la Casta politica, che ancora una volta è uscita indenne dalla tosatura urgente e indispensabile. Il giochino illusionistico che ha presentato il ministro, Roberto Calderoli, di riforma costituzionale è del tutto ininfluente sulla gravità della situazione finanziaria del Paese, stante che potrebbe produrre gli effetti tra molti anni.
La seconda iniquità è il possibile aumento sulla più odiosa imposta che c’è in Italia, unico Paese al mondo ad averla istituita, e cioè l’Irap. L’imposta è odiosa perché si paga sul costo del lavoro e sul costo della ricerca, con ciò penalizzando il primo e la seconda.
La terza iniquità riguarda quella simpatica definizione contributo di solidarietà. Ma esso colpisce una fascia ridotta di ricchi e precisamente col 5 per cento su pensioni da 90 mila euro e col 10 per cento su pensioni da 150 mila euro, mentre avrebbe dovuto intervenire sulle pensioni da 40 mila euro in su.

È vero che Camera, Senato e Quirinale hanno bilanci autonomi, ma è anche vero che le risorse dei cittadini ad essi destinate possono essere ridotte di una certa percentuale per poi lasciare ai vertici di quelle istituzioni il compito di spalmare i tagli secondo la propria autonomia. Camera, Senato e Quirinale costano oltre due miliardi. Basterebbe diminuire il finanziamento del 25 per cento per risparmiare 500 milioni. Non occorre una legge costituzionale per far ciò.
Trasformare le Province in Consorzi di Comuni significa abbattere altri 7 miliardi circa, dal momento che le spese di manutenzione rimangono. Anche in questo caso non occorre una legge costituzionale perché basta sostituire la vecchia legge istitutiva delle Province, la n. 122/51, cambiando la forma da istituzione elettiva a istituzione consortile, basata sui Comuni che la compongono volontariamente.
Ricordiamo che l’art. 119 della Costituzione mette al primo posto nell’ordine delle istituzioni i Comuni, continua con le Province, le Città metropolitane e le Regioni, secondo il principio generale della sussidiarietà.
 
Prosegue il citato articolo 119 stabilendo che gli enti indicati in sequenza hanno risorse autonome. Stabiliscono ed applicano tributi ed entrate propri... Quindi, ogni Ente locale deve autoamministrarsi e far fronte ai bisogni per la produzione di servizi e la realizzazione di opere pubbliche attraverso le proprie entrate. Tuttavia, recita ancora l’art. 119, per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per promuovere gli squilibri economici e sociali... lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.
Invece di applicare testualmente la Costituzione, sindaci e presidenti di Regione si sono trasformati in mendicanti che continuano a questuare trasferimenti dallo Stato anziché gestire con capacità professionale e intelligenza il proprio ente, basandosi, in primis, sulle proprie entrate inserite in un Piano aziendale organizzato. Nei prossimi giorni pubblicheremo un Piano aziendale tipo.

Regioni ed Enti locali devono invertire il loro funzionamento. I propri vertici istituzionali devono trasformarsi da viziosi in virtuosi e gestire le proprie amministrazioni con criteri di efficienza nell’esclusivo interesse dei propri cittadini. Guai a coloro che insisteranno pervicacemente su una linea che li porterà nel baratro. Non c’è più spazio per le attività clientelari, non c’è più spazio per la corruzione estesa.
La festa è finita: Governo, maggioranza e opposizione non hanno margini di manovra. Debbono attuare il ferreo Patto di stabilità del 25 marzo 2011 trasferendolo nel Patto di stabilità interno a Regioni e Comuni, ferma restando la salvaguardia nei confronti di quegli enti virtuosi i cui parametri consentono loro di spendere per investimenti.
Tutto il Mezzogiorno dovrà fare un esame di coscienza e abbandonare il comportamento questuante della mano tesa. Campani, pugliesi, siciliani, calabresi, abruzzesi, sardi e lucani dovranno dissotterrare il proprio orgoglio e ricordarsi del glorioso passato, dandosi da fare e non aspettando la manna che non arriverà più.
Giu
26
2010
Dall’inchiesta pubblicata oggi sull’Ages (Agenzia autonoma per la gestione dell'albo dei segretari comunali e provinciali) risulta che Comuni e Province pagano ogni anno ben 120 milioni di euro (ma la cifra viene rettificata dal direttore generale Giovanna Marini in 57 milioni, comunque un’enormità) per tenere in piedi un soggetto giuridico pubblico dotato di autonomia organizzativa, gestionale e contabile, istituito con legge 127/97. Questo istituto non serve a nessuno e meno che mai ai cittadini. Solo la Sicilia contribuisce con 2,4 milioni.
Se Tremonti l’avesse depennato, nessuno se ne sarebbe accorto salvo i privilegiati che gestiscono sedi (centrale e regionali) capaci di distribuire emolumenti e gettoni di presenza ai componenti dei consigli di amministrazione. In tutta Italia, i cda dell’Ages sono 18 e nelle varie sedi sono dislocati 155 dipendenti. Insomma, 120 milioni (o 57) che potrebbero essere tranquillamente risparmiati togliendoli alla casta dei segretari degli enti locali che già sono pagati bene per conto proprio.

Se si guarda nelle migliaia di capitoli dei bilancio dello Stato, delle Regioni e degli 8 mila Comuni si potrebbe tranquillamente arrivare a una riduzione di almeno il 5 per cento delle spese. Altro he fare una manovrina da 12 miliardi.
è da trent’anni che scriviamo della mala amministrazione della Sicilia (Regione ed Enti locali), ma la sordità generale ha impedito un cambio di rotta. Ci sono voluti euro e Patto di stabilità per costringere gli amministratori a cominciare a intravedere la buona amministrazione del pater familias.
Lamentarsi o urlare che non ci sono più soldi è una pura stupidaggine. Contestare, invece, l’uniformità dei tagli per tutte le Regioni è sacrosanto. E infatti, le Regioni virtuose debbono ricevere gli stessi trasferimenti dell’anno precedente, mentre quelle viziose - come Campania, Calabria, Lazio, Puglia e Sicilia - devono essere riportate sulla retta via.
Per quanto riguarda la nostra Isola, abbiamo sottolineato da decenni la necessità di mettere le carte in regola sul piano delle uscite.
 
Farlo significa due cose: tagliare sprechi, indennità e stipendi parassitari, i privilegi delle caste (ceto politico e burocratico) e dell’imprenditoria assistita. Secondo, stornare i conseguenti risparmi e indirizzarli verso gli investimenti.
Vi è poi il versante delle entrate, e qui va aperto subito un contenzioso con il Governo centrale che deve basarsi sulla riattivazione dell’Alta corte (art. 24 dello Statuto) e sugli adempimenti degli art. 36, 37 e 38 dello stesso. Al bilancio regionale mancano oltre 10 miliardi. Se arrivassero dovrebbero essere destinati alla costruzione di infrastrutture, al risanamento idrogeologico del territorio e a piani economici per l’attivazione di imprese, soprattutto nel settore dei servizi avanzati e della green economy.
Ma intanto, va riformata urgentemente la macchina burocratica affidando la piena responsabilità ai dirigenti regionali e locali affinché spendano le cospicue risorse messe a disposizione dell’Ue, dallo Stato e dal Bilancio regionale, per il periodo 2007/13 di circa 18 miliardi.

Qualche giorno fa, vi avevamo dato due importi sbagliati relativi alla sanità. La cifra prevista nel bilancio regionale 2010 è di 8,15 miliardi e non di 8,4. La cifra che lo Stato gira alla Sicilia è di 2,4 miliardi e non di 4,1, quindi il bilancio regionale ha un carico di 5,75 miliardi. Questo dato potrebbe essere migliorato in quantità e qualità. La riduzione della spesa farmaceutica al parametro della Toscana comporterebbe un risparmio di oltre 400 milioni, l’accorpamento e la razionalizzazione dei presìdi ospedalieri, un risparmio di altrettanti 400 milioni e il taglio deciso del personale amministrativo, esuberante rispetto alle necessità, che riflette uno sfrenato clientelismo.
La trasformazione delle Province in Consorzi, con la cancellazione degli apparati politici, comporterebbe un risparmio di circa 500 milioni. Il taglio di 250 milioni della formazione non avrebbe conseguenze, lo stesso dicasi di un ulteriore taglio di 500 milioni per i precari. Responsabili istituzionali, abbiate coraggio.