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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Cina

Feb
01
2011
La storia fa emergere la verità: le infamie e i massacri dei regimi comunisti risultano evidenti con un giudizio pesante per chi li ha commessi. Ma certo non sono esenti da responsabilità tutti coloro che sono stati conniventi, che assistevano a quelle infamie che qui è inutile elencare, con migliaia di morti e feriti, senza prendere posizione contraria rispetto ai delitti contro l’umanità.
Le teorie comuniste, in quanto tali, sono apprezzabili, ma quando esse sono state calate nella realtà hanno dimostrato forti limiti, perché è stato esaltato il lato peggiore del cosiddetto centralismo democratico che di democratico non aveva assolutamente niente.
Era il dominio delle cricche e delle oligarchie che si spartivano onori e privilegi togliendo a tutte le popolazioni i principali diritti sacrosanti di libertà e autonomia. Queste infamie non si debbono dimenticare e occorre tenere sempre la memoria viva.

In atto, sono rimaste solo quattro nazioni a regime comunista: Cina, Cuba, Vietnam del Sud e Corea del Nord, ma fra di esse vi sono grandi differenze. A Cuba, i due fratelli Castro hanno capito che debbono aprirsi al mercato, stanno licenziando metà dei dipendenti pubblici e rilasciando autorizzazioni per attività imprenditoriali. Ma ci vorranno decenni per far crescere l’economia.
Nel Nord Corea, il partito è dominato da una sola persona, il dittatore Kim Jong-Il, che, ammalato, ha già indicato nel figlio il suo successore. In Vietnam, dopo la cacciata degli americani, che per decenni hanno protetto un governo fantoccio, le attività stanno decollando, gestite sempre in modo centralizzato. Infine, la Cina. Costituisce un fenomeno, perché la sua oligarchia dirigente, circa 3.000 persone, sta gestendo lo sviluppo e la crescita economica non secondo i dettami comunisti, bensì in modo illuminato e lungimirante.
Tienanmen è sempre viva nella nostra memoria. I reportage televisivi e giornalistici parlano della repressione dei principi di libertà. Tuttavia, non immaginiamo un mastodonte con 1,3 miliardi di abitanti, arretratissimo, come possa svilupparsi senza una guida certa e ferma. Anche nel 2010 il Pil della Cina è aumentato del 10,6 per cento.
 
Ecco la ragione per la quale tutti gli Stati del mondo vogliono lavorare con il colosso asiatico che, con molta intelligenza, punta soprattutto su due fattori di sviluppo: l’energia e la formazione. Per il primo fattore, vi è un ciclopico programma di costruzione di centrali nucleari; per il secondo, uno sviluppo notevolissimo delle Università, soprattutto nel settore scientifico.
Se i prodotti cinesi fanno paura, si deve ai loro prezzi bassissimi rispetto a quelli occidentali. Ma la preoccupazione è che aumentando il livello di qualità dei prodotti la competizione si sposti verso l’alto, andando a colpire quelli a maggiore valore aggiunto.
Il regime controlla anche le oscillazioni dello Yuan (la moneta nazionale) e non consente che esso si apprezzi o deprezzi se non in funzione dell’andamento della bilancia dei pagamenti e della bilancia commerciale. Vi è un terzo dato da evidenziare: l’enorme quantità di titoli di Stato americani e non solo che consentono di tenere in allerta quei debitori, subordinati alle decisioni di Pechino.

Il primo a fare ammenda di essere stato comunista è stato l’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che tra l’altro apparteneva all’ala migliorista. Uno che oggi ha la faccia di bronzo di dire che non è mai stato comunista è Walter Veltroni, per distinguere le sue responsabilità da quelle dei comunisti dell’epoca. La fila dei pentiti è lunga, passa da D’Alema, a Fassino, a Bersani e via elencando.
È bene che tutti costoro si siano pentiti e riconoscano i misfatti di chi a suo tempo ha appoggiato le prepotenze e i delitti dell’Unione sovietica. Però l’ammenda non basta. Essi debbono dimostrare che sono usciti da quella zona d’ombra spiegando che il loro odierno progetto di sviluppo si basa sulle riforme e non sulle parole.
Gli attuali dirigenti Pd si vergognano di essere stati comunisti, mentre ammettere le proprie colpe è un segno di buon senso ed equilibrio. Tuttavia devono dimostrare che il pentimento è vero e che sono passati, armi e bagagli, nell’area del libero mercato, della competizione, del merito, additando chiunque faccia ancora soprusi e violi le libertà.
Ott
27
2010
In occasione della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rimbalzano le informazioni dalla Cina, soprattutto quelle economiche. Il Paese orientale viaggia con un convoglio ad alta velocità che supera quasi ogni anno il 10 per cento di crescita del Pil. Con questo incremento annuale, l’economia cinese è in fase di superamento di quella giapponese.
Per fare un quadro semplice del Pil mondiale, citiamo gli Usa con 13 mila miliardi, l’Ue dei 27 Paesi con circa 12 mila miliardi di dollari, terzo il Giappone con poco più di 4 mila miliardi di dollari e la Cina appunto in fase di superamento.
Perchè la Cina cresce in misura così grande? Paradossalmente, risponde qualcuno, perchè è un regime totalitario. Il vertice è formato da circa 3 mila persone, un’inezia rispetto a 1,3 miliardi di abitanti. Però questo vertice riesce a mantenere la velocità del convoglio, anche se non alimenta la democrazia interna e quindi priva i cittadini dei diritti naturali. Persegue lo sviluppo e tralascia la democrazia.

Se la crisi di tutti i Paesi occidentali non ha impedito la crescita del Pil mondiale lo si deve al grande Paese orientale ed anche all’India. Lì vi è una democrazia parziale perchè c’è una grande influenza di casati, gerarchie, corporazioni, feudatari. Tuttavia anche quel Paese, con i suoi 700 milioni di abitanti, cresce ad un tasso ben maggiore di quello dei Paesi industrializzati.
In Cina, le distanze tra le grandi città (Pechino, Shanghai, Shenzhen) e l’interno sono molto elevate. Nelle province vi è ancora un’agricoltura arretrata e una pastorizia primordiale, anche se in qualche modo lo Stato tenta di offrire dei servizi sociali. Ma quando la democrazia è assente, dilaga un cancro che è quello della corruzione, la quale permette la prevaricazione di pochi soggetti su molti e la tendenza dell’interesse privato a prevalere sull’interesse generale.
Nonostante tutto, però, il Paese cresce perchè mette in atto alcuni atout per rendere appetibile il proprio mercato ai potenziali investitori stranieri. Non è un caso che le industrie più importanti del mondo si sono insediate nella Repubblica popolare cinese.
 
L’Expò di Shanghai 2010 è un’enorme passerella, ove tutti i Paesi del mondo sono rappresentati. Lì la concorrenza è palese perchè prodotti e servizi esprimono il meglio di ciascuna impresa a livello mondiale.
L’immissione di tecnologie, processi produttivi avanzati, tecniche di ultima generazione sta facendo evolvere rapidamente la qualità dei lavoratori che divengono sempre più competitivi. I cinesi sono abituati a lavorare molte ore al giorno, più che gli europei, e con un’intensità più forte che consente loro di ottenere risultati migliori. Ecco la dimostrazione palese e inconfutabile che, ove le istituzioni e la Pa funzionano molto bene, costituiscono un motore per la produzione di ricchezza. In questo processo gioca un ruolo la tradizione di cinquemila anni, in cui è stato innestato il processo di crescita economico cui prima si accennava.
La migliore qualità della formazione dei lavoratori cinesi aumenta la potenzialità del Paese a livello mondiale. In questo decennio, che va a concludersi, i cinesi hanno sparso per il mondo i loro prodotti, che sono stati comprati ad un prezzo molto basso. La Cina ha inviato per il mondo molti milioni dei suoi figli.

L’etnia cinese sta per diventare la terza negli Stati uniti, dopo quella anglosassone e l’altra spagnola. Ma anche in Italia, città come Prato sono diventate cinesi; piazza Vittorio, a Roma, è già tutta cinese, e qui, a Catania, il mercato è stato acquistato in gran parte dai cinesi. I quali lavorano tanto, parlano poco e cercano di rendersi quasi invisibili. Questo consente loro una penetrazione, di cui le comunità non si rendono conto, salvo poi a trovarsi invase.
In Cina, il miglioramento della qualità del lavoro farà elevare la qualità dei prodotti. Per conseguenza la preoccupazione dei prossimi anni è che nel mondo occidentale arriveranno prodotti di buona qualità a prezzi bassi. La concorrenza è inarrestabile, perciò il mondo occidentale deve fare ciò che sa fare per reggerla: prodotti e servizi ad alto valore aggiunto e ad alta tecnologia; utilizzazione degli immensi tesori paesaggistici, ambientali, marini, archeologici e culturali; alta formazione e innovazione tecnologica.
Giu
24
2010
In base all’andamento dell’economia, gli Stati Uniti prevedono una crescita del Prodotto interno lordo superiore al tre per cento nell’anno corrente. Sembra una percentuale incredibile commisurata a quella dell’Italia. Ma il Paese nordamericano ha una notevole flessibilità economica, il mercato del lavoro estremamente elastico, la propensione al rischio delle imprese, le rapide decisioni del Governo che provvedono a immettere liquidità nel mercato quando servono per sostenere le attività economiche.
Un Paese vivace che quest’anno supererà i 14.000 miliardi di dollari di Pil, anche se il debito pubblico, in conseguenza della crisi finanziaria, arriva a circa 13.000 miliardi di dollari, pari al 92,8 per cento.
La Cina è in ottima salute. Quest’anno avrà ancora una volta l’aumento del Pil a due cifre, le esportazioni aumentano del 48 per cento. Semmai il governo dell’economia cinese sta frenando per evitare il surriscaldamento e l’aumento dell’inflazione.

Nonostante l’apertura sulle oscillazioni dello yuan, richieste a gran voce dall’economia mondiale, la moneta cinese, che si riteneva sopravvalutata, contrariamente ad ogni previsione si è rivalutata di circa il 4 per cento.
Il governo del Paese asiatico sta avviando delle riforme molto difficili, tenuto conto dell’immensità del territorio e di un popolo di oltre 1,3 miliardi di esseri umani. Gli imprenditori di tutto il mondo investono in Cina perchè quel governo mette in atto ogni possibile attrattiva: dalla semplicità del rilascio di autorizzazioni alla remunerazione degli investimenti, alla rivalutazione dei capitali, alla disponibilità ad agevolare l’aumento dei consumi.
L’Expo 2010 di Shanghai è una vetrina mondiale di quanto si sta facendo in Cina. Quasi tutti gli imprenditori del Nord Italia più importanti hanno esposto. Dalla Sicilia solo qualcuno. Un’altra occasione perduta. Il ministro Brunetta nell’ambito del progetto “L’Italia degli innovatori” ha portato in mostra a Shanghai 258 progetti selezionati da tutte le regioni d’Italia. Di questi solo sei sono siciliani. Dalla Lombardia, invece, 50 progetti per l’innovazione.
 
La Germania, sotto la ferma guida di Angela Merkel, ha preso due iniziative molto efficaci: ha tagliato la spesa pubblica di oltre 80 miliardi di euro in quattro anni ed ha immesso liquidità nel sistema delle attività produttive e della costruzione di infrastrutture, in modo da far riprendere velocità alla ruota dello sviluppo.
L’azione combinata di risparmi di spesa inutile e di accelerazione di spesa utile sta creando le premesse per una ripresa più che buona, tenuto conto dello scenario generale dell’Europa. Essa potrebbe attestarsi intorno al 2 per cento del Pil tedesco. Un ottimo risultato che fa capire come siano serie le iniziative della Cancelliera tedesca.
La stessa, al vertice dei leader dell'Unione europea a Bruxelles, ha fatto votare all’unanimità un impegno affinchè la Commissione europea prepari una direttiva per tassare le banche. Berlusconi ha smentito di avere votato quell’ordine del giorno, ma da Berlino è arrivata una conferma. Attendiamo di vedere le carte,  che pubblicheremo nei prossimi giorni, per informare i lettori se ha mentito la Merkel o Berlusconi. Infatti entrambi non possono aver detto la verità.

E veniamo all’Italietta, bloccata dalle corporazioni. Qui si continua a cincischiare su tutto e non si prendono decisioni.
Secondo la Ruef (Relazione unificata sull’economia e finanza pubblica), le spese previste per il 2010 ammonteranno a 734 miliardi. La manovra prevede una riduzione dell’1,6 per cento per arrivare a questa cifra. Ma essa non intacca le cinque macrovoci di spesa pubblica.
1. Riduzione di stipendi pubblici e di indennità a tutti gli apparati politici (statali, regionali e locali).
2. L’allungamento dell’età pensionabile rimasto inalterato nonostante in Europa i livelli siano più  elevati.
3. I fondi perduti verso il mondo delle imprese che ammontano a 44 miliardi.
4. L’insieme degli acquisti di beni e servizi delle Pubbliche amministrazioni che ammontano a 137 miliardi.
5. Gli interessi sul debito pubblico, previsti in 71 miliardi, che non potranno diminuire ma aumenteranno.
Apr
15
2010
Secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) il primo Paese per Pil 2008 sono gli Usa con 14.196 mld di dollari, segue Eurolandia con 13.535, il Giappone con 4.908 e la Cina con 4.342. Ma nel 2010 è previsto che quest’ultimo Paese superi per Pil il Giappone e vada in terza posizione.
La Cina è uno degli ultimi quattro paesi comunisti (gli altri sono Cuba, Corea del Nord, Vietman). Ma si tratta di un regime sui generis perché fondato su una cultura che ha 5 mila anni, su tradizioni radicate, su una storia che ha visto i cinesi attraversare millenni in cui hanno accumulato esperienze diverse. Fatto sta che il gruppo dirigente, che si chiama comunista, ha un ricambio importante al suo interno ed un tasso di modernizzazione tra i più elevati del mondo, tenuto conto dell’arretratezza di quella economia. Nessuno si scandalizzi se paragoniamo il regime cinese alla democrazia ateniese, ove esistevano libere elezioni ma solo nell’ambito di un quinto della popolazione, segnatamente quella aristocratica.

Il gruppo dirigente cinese ha puntato la sua espansione economica sulla formazione e sull’energia. Sono state attivate decine di Università in tutto il Paese e una dozzina di centrali nucleari. Sono state messe in funzione riforme importanti che stanno portando a una crescita del Pil quasi sempre a due cifre per ogni anno. Si stima che dal 2030 in avanti il Paese asiatico possa superare per ricchezza prodotta gli Stati Uniti, seppure è vero che la sua popolazione è quattro volte superiore.
La Cina ha messo in moto una sorta di calamita con la quale attira investimenti da tutto il mondo. Non vi è Paese sviluppato che non abbia investito ed impiantato direttamente, o mediante joint venture, proprie filiali nell’immenso territorio. L’esposizione universale di Shangai, che sarà inaugurata il 1° maggio, è un immenso palcoscenico delle opportunità di crescita che vi sono in loco.
Vi sono altre due importanti strade su cui si espande l’economia cinese: la prima riguarda i milioni di propri figli sparsi per il mondo che vengono alimentati finanziariamente e che conquistano spazi commerciali e interi territori.
 
La seconda, la quantità immensa di risorse finanziarie con le quali sta comprando industrie in tutto il mondo occidentale e negozia da un punto di forza con gli Stati Uniti, di cui è il maggior creditore, detenendo migliaia di miliardi di dollari di buoni del tesoro americani.
Pechino non tocca l’utile che si accumula nelle sue partecipate, le quali si capitalizzano sempre di più. Per fare un esempio la sola China mobile con 33,7 miliardi di dollari potrebbe comprarsi in contanti l’intera telefonia italiana senza far ricorso all’indebitamento. Così nel settore dell’alluminio, della raffinazione, della finanza e via elencando. Per ultimo la Geely ha comprato dalla Ford la Volvo svedese per 1,8 miliardi di dollari, un’inezia.
La Cina ha messo in moto un piano ambizioso di costruzione della nuova rete ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe essere completata entro il 2025. La rete è destinata a collegare il Celeste impero con una ventina di Paesi stranieri, verso Sud (Vietnam), verso l’Asia centrale e l’Europa per raggiungere Mosca e Madrid.

Il Brasile è, fra le economie emergenti, quella più solida. Il suo Pil 2008 è stato di 1.538 miliardi di dollari ma quel che più conta è la crescita a due cifre. Il presidente Lula da Silva, che non potrà essere confermato avendo esaurito i suoi due mandati, è riuscito a mettere sotto controllo l’inflazione, a rendere il Paese autonomo dal punto di vista energetico con la coltura e la produzione dell’etanolo, a sviluppare i commerci con tutto il mondo, a rendere forte il Real che oggi è una moneta estremamente appetibile.
Con i suoi 8,5 milioni di chilometri quadrati il Paese sudamericano è grande 28 volte l’Italia, ha una popolazione di quasi 200 milioni di abitanti e una forma di governo federale composta da 26 stati. La capitale politica è Brasilia, con 2,6 milioni di abitanti, ma la vera capitale è Rio de Janeiro. Anche nel Paese sudamericano i punti di forza sono l’energia e la formazione con la ricerca, senza delle quali nessun programma può essere attuato. I Paesi avanzati dovranno tener conto di questi due competitori, veri diamanti dell’economia.