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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Clientelismo

Lug
31
2012
I Servizi pubblici locali (Spl) sono stati l’espediente di una partitocrazia corrotta e clientelare, per creare contenitori dentro cui immettere dipendenti, amministratori e revisori, amici degli amici. Con questo espediente hanno saltato il blocco del turn over dei dipendenti pubblici e quello dei concorsi perché, formalmente, le società che gestiscono tali servizi sono di diritto privato. Nulla vieta loro di comportarsi come tali, anche se controllati o posseduti dall’ente pubblico.
Il triangolo (ente pubblico-società figlia-ente pubblico) è micidiale, perché oltre a consentire i comportamenti clientelari prima richiamati, ottiene l’ottimo risultato di produrre servizi pubblici scadenti con contestuali gravi perdite di gestione, che poi l’ente proprietario deve risanare.
La demagogia di una certa parte della sinistra non riformista, insieme al portabandiera Di Pietro, ha promosso il referendum, ponendo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica un falso quesito: se l’acqua potesse essere privatizzata o meno.

Il popolo bue ha bevuto la panzana e si è riversato a votare contro la supposta privatizzazione dell’acqua.
In verità, il referendum poneva altre questioni: se i servizi pubblici locali dovessero essere gestiti in maniera efficiente, facendo aumentare nettamente la qualità, diminuire il costo e promuovere gli investimenti necessari. Contro questo ha votato il popolo, ripetiamo, bue e ignorante, senza accorgersi del danno che faceva.
Tale danno consiste nel fatto che viene continuato lo sperpero del denaro pubblico, nel pagamento di compensi a perdere di circa sessantamila persone, oltre a centinaia di migliaia di dipendenti delle società di gestione che producono solo perdite, salvo casi di efficienza piuttosto rari.
Di fronte al risultato referendario, la Corte Costituzionale, con la sentenza 199/2012, ha dovuto confermare che non potessero esservi norme contrarie alla volontà popolare. Fra esse l’art. 4 del Dl 138/2011 e l’art. 25 del decreto sulle liberalizzazioni. Tuttavia non è stato soppresso l’art. 3/bis del predetto decreto, per cui indirettamente la Consulta ha dato un assist al Governo, nel senso che il legislatore conserva il potere di intervenire nella materia oggetto del referendum.
 
Restano in piedi le regole europee sulla materia, che sono a maglie larghe. Il legislatore sottopone l’esistenza delle società in house a tre condizioni: la società affidataria dev’essere pubblica, deve svolgere la maggior parte della propria attività a favore dell’ente affidante e, terzo, deve garantire un controllo analogo a quello che ha il dovere di esercitare sui propri uffici.
Sono, come si capisce, vincoli elastici e ci vuole ben altro per ricondurre al buon senso presidenti di Regione e sindaci, che ora dovrebbero procedere, autonomamente e senza il cappio delle norme dichiarate incostituzionali, a razionalizzare le proprie società di gestione dei servizi pubblici locali.
Se questo atto di resipiscenza fosse affidato alla valutazione di quei rappresentanti delle Istituzioni, non avremmo speranza di cambiamento. Ma così non è, perché i soldi sono finiti, la santa crisi stringe ogni giorno di più il cappio al loro collo.
Volere o volare, presidenti di Regione e sindaci saranno costretti a tagliare questi filoni clientelari e, qualora rinsavissero, sciogliere le società per affidare i servizi a dipartimenti interni agli enti.

Così operando, otterrebbero un risparmio secco delle società che andrebbero liquidate ed utilizzerebbero il personale interno,che comunque pagano, eccessivo rispetto al fabbisogno.
Resterebbe il problema non secondario della qualità dei servizi prodotti e prestati ai cittadini. Ma questo è un problema più grande e rientra nella questione generale di far funzionare tutti i servizi di Regione e Comuni sui valori di merito e responsabilità.
Questo risultato si potrebbe ottenere se i politici preposti al governo di Regione e Comuni fossero persone oneste e capaci e, secondo, se esse scegliessero dirigenti e dipendenti che si ricordassero in ogni momento dell’articolo 98 della Costituzione, i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione.
Ma questo concetto si è perso per strada negli ultimi vent’anni, per colpa di una partitocrazia che ha continuato a fare clientelismo e favoritismo. La Santa crisi costringerà gli stolti a rientrare sulla retta via della gestione della Cosa pubblica nell’interesse comune. Oppure saranno cacciati a furor di popolo.
Giu
07
2012
Il lunedì della scorsa settimana ho visto il presidente della Regione all’Infedele (La7). Raffaele Lombardo non ha fatto una bella figura quando ha enumerato tutti i clientes cui deve trovare un’indennità: 26.000 forestali, 10.000 formatori, 22.500 precari degli enti locali, qualche migliaio appartenenti a sigle astruse, circa 500 parcheggiati nella Resais, eccetera. Poi ha dato due notizie vecchie e cioè che è sua intenzione dimettersi il 28 luglio e non candidarsi come presidente della Regione nella tornata del 28 e 29 ottobre.
Abbiamo stima dell’uomo, ma come presidente della Regione ci ha fatto fare una figuraccia, perché ha riproposto quei temi clientelari che sono stati la rovina della Sicilia il cui supremo ente, la Regione, è stato e continua ad essere uno stipendificio, che spreca risorse pervenute attraverso le imposte faticosamente pagate dai siciliani.
Avremmo voluto sentire da Lombardo un progetto strategico di sviluppo della Sicilia, forgiato su gambe moderne quali l’energia, l’ambiente, l’agricoltura innovativa, il turismo esteso, l’utilizzazione economica dell’immenso tesoro archeologico-paesaggistico-marino e così via.

I siciliani che reggono ancora l’economia non sono né come Lombardo né come la genia di partitocrati che ci ha rovinato. Quei siciliani hanno detto basta da diversi anni a questo malcostume, che affossa sempre di più l’economia dell’Isola, ed esigono una svolta nei comportamenti. Ma ogni botte dà il vino che ha e il bottaro dice sempre che il suo vino è il migliore. Così fa questo ceto partitocratico, che è incapace di avere una visione strategica di sviluppo basata su piani poliennali.
Quello che accade è gravissimo, perché non c’è la scusa della carenza di denaro. Infatti i fondi europei sono cospicui se miscelati a quelli statali, che la Regione dovrebbe co-finanziare. In tutto 18 miliardi per il PO 2007-2013. La vergogna delle vergogne è che su tale importo, dopo sei anni la Regione ha speso meno del 10 per cento.
Basta pagare stipendi, bisogna dirlo forte e chiaro come dovranno fare i prossimi candidati alla Presidenza della Regione. Se non hanno capito che lo scenario è profondamente cambiato, sono degli stupidi.
 
La Russia, attraverso il suo colosso Gazprom, e la Germania hanno firmato un importante contratto energetico. Verrà costruito un gasdotto di 1.224 chilometri che parte dalla Siberia, arriva nei pressi di San Pietroburgo, attraversa il mar Baltico e approda sulle coste dell’ex Ddr.
La Germania così si affrancherà dal cappio energetico, sostituendo l’energia delle centrali atomiche che ha deciso di dismettere. Ma il governo Merkel ha anche deciso di investire nell’energia verde, in modo da sostituire, via via, il carburante fossile con quello proveniente dalle piante.
Perché vi citiamo questo fatto? Perché la Regione potrebbe lanciare un piano straordinario per la produzione di energia verde, utilizzando oltre 4.000 chilometri quadrati di terreno incolto non montagnoso. Una Regione moderna, governata da uomini politici e non da partitocrati, dovrebbe mettere a disposizione dell’imprenditoria locale, nazionale e internazionale, almeno tre strumenti, senza dei quali resta morente.

Il primo riguarda un accordo con i tre poli siciliani di raffinazione per sostituire, in testa al processo produttivo, il prodotto vegetale a quello fossile. Non c’è limite quantitativo su questo versante.
Il secondo: agevolare gli investimenti in agricoltura energetica, prendendo a proprio carico gli interessi dei finanziamenti necessari agli impianti e agli esercizi. In tal modo si eviterebbe la corruzione e l’inefficacia della famigerata legge 488. In altri termini, sono le banche che devono finanziare valutando il progetto, e non il denaro pubblico.
Il terzo: agevolare gli investimenti mediante il credito d’imposta, che è uno strumento agile e sicuro nonché veloce, che funziona quando c’è fatturato, da cui non può prescindere.
Naturalmente questo progetto dovrebbe vedere coinvolti le imprese e i lavoratori siciliani ed anche quell’elenco prima indicato di gente che, umiliandosi, continua a percepire l’obiettivo del posto pubblico e non quello del lavoro.
Ago
02
2011
La crisi del 2008 ha portato l’Unione a stringere i freni su tutti i propri 27 partner, che non hanno le carte in regola, ossia che non rientrano nei tre parametri di Maastricht: rapporto Pil-debito (60%), rapporto Pil-deficit (3%), inflazione non superiore alla media. L’accordo è stato riversato nel Patto di stabilità 2011, con cui si sono chiuse le saracinesche a tutti gli Stati viziosi. Cos’hanno fermato le saracinesche? Le spese eccedenti l’equilibrio di bilancio, quelle che creano il disavanzo annuale che si somma al debito sovrano.
Bloccata per sempre la porta della svalutazione, come facevano molti Stati ante euro, e bloccata la seconda porta delle uscite, ogni Paese è incatenato e costretto a diventare virtuoso. Intendiamoci, non una virtù straordinaria o paradisiaca, bensì una virtù ordinaria, che serva a bene amministrare le proprie risorse e a non spendere di più di quanto si incassi.
Ecco la vera svolta obbligata cui debbono necessariamente sottostare tutti i Paesi che fino a oggi si sono indebitati oltremisura per alimentare clientelismo, favoritismo e corruzione.

Sarà inesorabile, per Regione ed Enti locali, procedere alla riorganizzazione dei propri servizi, per cui saranno costretti a redigere il Piano aziendale anche in virtù delle regole imposte dal già citato Patto di stabilità.
Continuare con la manfrina, con le lamentazioni, col pietismo e altri umilianti comportamenti non fa altro che moltiplicare l’indignazione dei siciliani, i quali si rendono finalmente conto che il ceto politico e burocratico, nonché le diverse corporazioni, hanno distrutto il tessuto economico della Sicilia, con gravi ripercussioni su quello sociale.
Non siamo cuochi e non abbiamo una ricetta, però la ricetta per far decollare la Sicilia c’è e ha due espressioni: tagliare il clientelismo e attivare gli investimenti.
Riconosciamo che è noioso, per noi che lo scriviamo da tanti anni e, immaginiamo, anche per gli affezionati lettori, sentirsi ripetere continuamente la diagnosi e la terapia. Però non abbiamo scelta perché la casa brucia ed è inutile discutere su come spegnere l’incendio: ci vogliono pompieri e canadair.
 
I pompieri sono i politici virtuosi, quelli onesti e capaci, i quali debbono cambiare il modo di raccogliere suffragi, proponendo agli elettori un progetto complessivo di alto profilo, che abbia come conseguenza la creazione di ricchezza e di posti di lavoro produttivi. I pompieri sono anche i burocrati più capaci, quelli che hanno una vasta esperienza di come si programmi, si organizzi, si gestisca e si controlli un Ente pubblico, anche avendo frequentato master di lungo periodo (due anni) in Europa o negli Stati Uniti.
Il canadair è lo strumento. In particolare le risorse finanziarie. La Sicilia, paradossalmente, abbonda di danari. Ma la scellerata conduzione della Cosa Pubblica da parte degli ultimi governi nel decennio che ci ha preceduto ha assorbito le risorse regionali assumendo alla Regione 10 mila persone di cui non c’è alcun bisogno. Ed elargendo in spesa corrente risorse a formatori e altri clienti di vario genere.

è ora di dire basta a questo scempio, perché se la Regione non ha risorse proprie per co-finanziare i progetti con il proprio terzo (gli altri due terzi sono forniti da Unione europea e Stato), di fatto blocca ogni spesa.
Il tappo di bottiglia che sta asfissiando la Sicilia è la spesa corrente, al di là di ogni necessità. L’alternativa, che tutti comprendono, è fra quest’ultima e gli investimenti. Se Governo regionale e maggioranza, nonché l’opposizione, non ribaltano l’attuale situazione tagliando la spesa corrente per liberare le risorse necessarie a co-finanziare gli investimenti, fra non molto tutti i siciliani ci troveremo in braghe di tela, ovvero in mutande.
La sordità del ceto politico è preoccupante. Come fa a non vedere che il terreno si inaridisce perché mancano sementi, fertilizzante e acqua? Eppure nel ceto politico vi sono tante persone corrette e capaci. Devono emergere e fare appello a tutti i siciliani di provata professionalità affinché aiutino a riorganizzare la macchina regionale e quella degli Enti locali, a costo zero. Ripetiamo ancora una volta: abbiamo l’elenco di questi volontari, pronti a dare la loro professionalità senza nulla chiedere.
Lombardo lo chieda.
Mag
14
2011
Regione e Comuni hanno inventato, non solo in Sicilia, le società partecipate col chiaro scopo di fare clientelismo, cioè nominare Consigli di amministrazione, formati da politici trombati e professionisti incompetenti, pur di dar loro un emolumento.
C’è di più. In questi contenitori hanno assunto decine di migliaia di dipendenti perfettamente inutili perché queste società non hanno redatto, o hanno redatto male, il Piano industriale. Questi contenitori clientelari sono serviti per consentire all’ente controllante di affidare loro i propri servizi senza passare da una normale competizione di mercato. Con ciò violando il principio della concorrenza e quindi dell’affidamento di tali servizi alle imprese in rapporto ai prezzi più competitivi.
Nel tempo, la Regione ha costituito 27 società partecipate, le ultime viventi, per occuparsi di tutto e di più. Esse costituiscono un vero e proprio sperpero. Sfidiamo chiunque a contraddire questa definizione per il semplice fatto che non hanno subìto il vaglio del bando pubblico. Nessuna di queste partecipate ha i conti controllati da società di revisione iscritte alla Consob, nessuna ha un Piano industriale degno di questo nome, nessuna ha i conti in ordine, nessuna raggiunge gli obiettivi della missione affidatale.

Anche i 390 Comuni siciliani hanno agito più o meno allo stesso modo, costituendo società per azioni a controllo totale o parziale, cui hanno affidato i servizi senza passare per il vaglio del mercato, avendo in animo più l’azione clientelare dianzi descritta che non la produzione efficace dei servizi a favore dei propri cittadini.
Tutto questo ha provocato dispersioni, sprechi, inquinamenti e corruzione, perché quando manca il controllo dell’efficienza e qualunque risultato negativo viene ripianato dall’ente controllante non può che risolversi in un danno all’erario, di cui in qualche caso la Procura regionale della Corte dei Conti ha preso atto aprendo i relativi fascicoli.
Questo è un aspetto cruciale della disamministrazione dei Comuni siciliani e di sindaci incapaci e incompetenti, che dicono menzogne ai propri cittadini quando parlano di tagli ai servizi sociali, sottacendo che invece dovrebbero tagliare gli sprechi ed il personale dipendente.
 
Già la legge 287/90 è intervenuta sulla questione della tutela della competitività istituendo l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, meglio nota come Antitrust. Vi è poi la prima legge estiva di Tremonti (133/08), che ha istituito un forte principio a riguardo con l’art. 23 bis. In breve, dice la legge, che in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza..., ai sensi dell’art. 117 della Costituzione, tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale hanno diritto di partecipare all’affidamento dei servizi.
Precisa ancora tale legge che prima di affidare i servizi alla propria società controllata, qualora l’ente avesse optato di non bandire la gara pubblica, deve chiedere all’Antitrust parere obbligatorio ma non vincolante. Ci ha detto Antonio Catricalà, eccellente presidente dell’Antitrust, nel forum riportato nelle pagine interne, che l’Autorità ha sempre rilasciato parere negativo. Nonostante ciò Regione ed Enti locali hanno continuato ad affidare pervicacemente alle proprie società partecipate i servizi.

Aggiunge Catricalà che bypassare la gara pubblica comporta certamente danno all’erario, per cui vorremmo chiedere al procuratore regionale della Corte dei Conti, Carlino, se ha aperto o intenda aprire i fascicoli a carico della Regione o dei Comuni siciliani. L’inchiesta dovrebbe determinare l’entità di tale danno e chiederne conto al Governo regionale o alle Giunte dei Comuni, che hanno deliberato in conflitto con le norme europee, con la Costituzione e con le leggi prima riportate.
Scrive il procuratore Carlino, nella sua relazione annuale, che la Procura non può aprire istruttorie se non ha notizie di violazioni di norme che comportano un danno erariale. Certo non ci si può aspettare che Regioni e Comuni siciliani, che creano il danno per puro clientelismo, possano segnalarlo alla Corte. Ecco quindi l’intervento di questo foglio che segnala, senza giri di parole, questi comportamenti dannosi per cui nessuno potrà dire che i fatti non sono stati scritti nero su salmone.
Mar
29
2011
Il maestro Daniel Barenboim, la sera di martedì 7 dicembre 2010, alla prima della Valchiria di Wagner alla Scala, ha rivolto un pistolotto al pubblico per protestare contro i tagli alla cultura. Il maestro Riccardo Muti, all’Opera di Roma, il 12 marzo, ha copiato il collega e anche lui ha rivolto altro pistolotto ai presenti sui tagli alla cultura. Abbiamo grande rispetto e stima per i due direttori d’orchestra, eccellenti professionisti che conoscono a fondo il loro mestiere. Quando abbiamo avuto la fortuna di ascoltare le esecuzioni musicali delle orchestre da loro dirette, abbiamo goduto e siamo stati loro grati per le emozioni che ci hanno dato.
Opposto sentimento avvertiamo nell’ascoltare i loro pistolotti. Un direttore d’orchestra, che ha una cultura enciclopedica di musica, letteratura, storia , filosofia e arte,  non capisce nulla di programmazione, organizzazione, gestione e controllo di un ente. Perché se avesse anche una minima competenza si domanderebbe qual è la causa che fa riempire gli organici di persone inutili, entrate negli enti solo per clientelismo.

Bene ha fatto Tremonti a dare un taglio netto ai finanziamenti di tutti gli enti che producono cultura, per costringere i rispettivi consigli di amministrazione a tagliare la spesa corrente, non la produzione degli spettacoli.
Al Teatro San Felice di Genova è stato pattuito un nuovo contratto fra il Cda e i propri dipendenti con una riduzione secca del venti per cento degli stipendi, per evitare di mandare a casa quelli in sovranumero e inutili alla produzione degli spettacoli. Lo stesso non hanno fatto alla Scala, alla Fenice di Venezia, al Teatro dell’Opera di Roma, al San Carlo di Napoli, al Massimo di Palermo e di Catania.
Chi fa l’attività sono i musicisti, i coristi e i tecnici. Tutto l’altro personale, in sintesi gli amministrativi, dovrebbe essere ridotto all’osso, mentre l’organico è elefantiaco e costa enormi quantità di denaro, del tutto ingiustificato ai fini della produzione. è il virus dell’ente pubblico che vive di parassitismo e di inefficienza, perché gli amministratori non sono manager che gestiscono in base a canoni professionali, in modo da ottenere il massimo risultato con l’impiego minimo delle risorse finanziarie.
 
Gli sprechi non sono solo nei teatri lirici, ma nello spettacolo, con la produzione di film che nessuno vede e di nessun interesse culturale. Enti-carrozzone che dilapidano le risorse pubbliche attraverso organigrammi riempiti da raccomandati che percepiscono stipendi senza dar nulla in contropartita.
La questione riguarda anche gli altri settori culturali del Paese: la Scuola, l’Università, i parchi archeologici, le riserve naturali e marine, i musei, le biblioteche e quant’altro. Se Stato, Regioni e Comuni affidassero a società advisor (di controllo di gestione) la verifica e la certificazione dei bilanci - non già in ordine alla effettività delle spese, ma alla corrispondenza con un piano aziendale - si accorgerebbero che i soldi pubblici sono gestiti malissimo nel senso che vengono gettati in un pozzo senza fondo di sprechi, di clientelismi e di favoritismi. Gli ismi più dannosi che vi siano nella Cosa pubblica.

Il ministro Gelmini e i suoi consiglieri, sotto il profilo del taglio al clientelismo hanno fatto approvare dal Parlamento due buone leggi sulla Scuola e sull’Università. Se una critica va sollevata, è che esse non hanno tagliato a sufficienza la cancrena della spesa corrente inutile alla produzione dei servizi culturali dell’insegnamento scolastico e universitario.
Certo, ci vuole coraggio e carisma per razionalizzare la spesa dopo i disastrosi Governi democristiani, socialisti e comunisti che hanno fatto scempio del denaro pubblico, facendo arrivare il debito sovrano a 1.879 mld €. Col nuovo Patto di stabilità, approvato nei giorni scorsi a Bruxelles, l’Italia dovrà abbattere il suo debito di oltre 900 miliardi in vent’anni. Un’ecatombe. Impossibile da realizzare.
Lo strangolamento dell’Unione è sempre più pressante, pilotato dal duo Merkel-Sarkozy. Facile per loro, perché hanno i conti a posto. C’è da auspicarsi che Tremonti, negli esercizi 2012 e 2013, tagli ancora 50 mld di inutile spesa clientelare, partendo, come esempio, dall’abbattimento del costo della politica.
Se la testa del pesce puzza, è da buttar via. I politici sono avvertiti.
Feb
26
2011
Combattono il federalismo quei soggetti abituati al malaffare politico. Amministratori locali che usano lo scambio fra voto e favore, ma incapaci di gestire bene le proprie amministrazioni, in modo da rendere i migliori servizi ai propri cittadini con le minori risorse possibili.
L’euro, il patto di stabilità europeo sempre più stringente, la necessità di ridurre al minimo il disavanzo annuale, il patto di stabilità interno, la politica di rigore di Tremonti, sono elementi chiarissimi della strada prossima ventura che è quella di costringere chi ha scialacquato risorse pubbliche a rientrare in uno stretto binario di rigore, che tagli senza perplessità sprechi, ammanchi, consulenze, clientelismo e l’enorme esubero di personale.
Ribadiamo per l’ennesima volta che i sindaci saranno costretti a far redigere ai propri dirigenti il Piano aziendale dell’ente e delle partecipate che, in molti casi, in base alla recente legge 122/10 obbliga a dismettere almeno per i Comuni più piccoli.

La Legge quadro sul federalismo (L. 42/09) è stata approvata quasi all’unanimità perché è l’unico strumento che possa diffondere equità fra le 20 regioni del Paese. Certo non è equo che la Provincia autonoma di Bolzano prenda contributi pubblici dieci volte superiori a quelli che arrivano in Sicilia. Inoltre il presidente di quella Provincia, Luis Durnwalder, ha comunicato che non parteciperà ai festeggiamenti per l’Unità d’Italia perché l’Alto Adige, cioè il Sud Tirolo, è stato annesso all’Italia mediante un patto con l’Austria, nel 1919, di forza, senza il consenso delle popolazioni.
Napolitano si è adirato, ma si attenda una analoga posizione da parte della Sicilia per la ragione prima richiamata. C’è da dire che la ricchissima Provincia di Bolzano investe ampiamente tutti i contributi ed ha trasformato, in meno di 40 anni, un territorio poverissimo in uno pieno di soldi che i propri abitanti non sanno dove mettere. Onore al merito.
In Sicilia è accaduto il contrario. è vero che sono arrivati meno trasferimenti, ma il clientelismo, la mala amministrazione degli enti locali, la disastrata burocrazia regionale, un ceto politico mediamente di scarso livello hanno fatto peggiorare il suo stato economico-sociale in relazione a quello delle regioni del Nord.
 
Il federalismo abbatterà il clientelismo ed emarginerà gli amministratori locali di vecchia mentalità, quelli che promettono un posto o una consulenza a 100 persone sapendo di poterne soddisfare due o tre. Quelli che favoriscono gli appalti truccati, quelli che promettono stabilizzazioni e posti ai galoppini pur sapendo che i posti sono finiti. Tutti costoro verranno cacciati perché non ricevendo più trasferimenti da Stato e Regione su base storica, ed avendo dei costi di gestione enormemente superiori al fabbisogno reale, saranno costretti ad aumentare le imposte locali e a stringere i freni su evasione e morosità.
Al loro posto i cittadini sapranno scegliere amministratori onesti e capaci che non promettono più quello che promettevano i precedenti, ma che operano avendo come guida lo sviluppo del loro territorio e come metodo quello della competitività. In altri termini saranno premiati gli amministratori più bravi, quelli che miglioreranno i servizi sulla base del Piano aziendale  e, ove possibile, diminuiranno i balzelli locali.

Sarà difficile ingoiare l’amaro liquido per chi è abituato a scialacquare le risorse pubbliche, ma il federalismo obbligherà ad indossare l’abito rigoroso dell’efficienza e della professionalità facendo cacciare dalla porta incompetenti e disonesti.
C’è di più. I nuovi amministratori locali, ripetiamo onesti e capaci, saranno obbligati a istituire il Nucleo investigativo affari interni per snidare i focolai di corruzione e d’inefficienza. è bene sottolineare come la corruzione sia un cancro di tutte le pubbliche amministrazioni, che mina l’efficienza e l’equità e nessun capo azienda, tale è il sindaco, dovrebbe trascurare il controllo sul proprio apparato per combattere senza mezzi termini qualunque cellula cancerogena. Un sindaco che sta nella sua stanza, non a Roma.
Anche questo è un effetto del federalismo: l’obbligo alla buona amministrazione che deve essere anche onesta amministrazione. I cittadini Über alles, vengono prima di tutto e prima degli interessi personali di chi amministra.
Dic
17
2010
L’Assemblea regionale ha approvato una leggina di stampo clientelare, su cui confluisce il consenso di tutti i gruppi politici di maggioranza e opposizione che del clientelismo fanno il loro vessillo. Vengono prorogati per dieci anni i contratti dei cosiddetti precari degli enti locali, oltre 23.500, perché in questo momento i proponenti hanno temuto la scure del Commissario dello Stato nel caso di assunzioni a tempo indeterminato. Per le stesse si era ipotizzato di assumere a carico della Regione il 90% degli stipendi per 10 anni rinnovabili per altri due quinquenni. Una colossale opera di favoritismi nei confronti di dipendenti inutili alla produzione dei servizi degli enti locali.
Ribadiamo ancora che i dipendenti devono servire per produrre i servizi e il nesso causale fra essi e i servizi medesimi proviene da quel documento fondamentale che è il Piano aziendale, senza del quale nessuna amministrazione è in condizione di determinare funzionalmente la qualità e la tipicità delle figure di dipendenti e dirigenti di cui ha bisogno.

La questione è talmente elementare che solo stupidi e persone in malafede non la vedono. Senza Piano aziendale nessuna amministrazione può funzionare. Abbiamo già proposto al presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, l’iniziativa di un ddl fatto da un articolo unico che preveda appunto l’obbligo di redigere e gestire un Piano aziendale a pena di decadenza degli amministratori o responsabili istituzionali.
Approvato, invece, il provvedimento di legge, i deputati regionali si rendono colpevoli di una enorme iniquità: avere favorito delle persone chiamate all’interno delle amministrazioni locali senza alcuna selezione o senza concorso, probabilmente in base alle raccomandazioni di questo o di quello, e avere ignorato la gran parte dei siciliani disoccupati i quali dovevano essere ammessi a quelle selezioni.
Una odiosa discriminazione fra i privilegiati, perché amici dei politici, e tutti gli altri siciliani disoccupati che non hanno avuto questa fortuna. Chi si è comportato in questo modo si dovrebbe vergognare e, riconoscendo la propria colpa, chiedere scusa ai siciliani discriminati e procedere a delle selezioni per eventuali assunzioni aperte a tutti e non solo ai raccomandati.
 
Questa operazione replica quell’altra vergognosa azione clientelare con la quale la Regione ha stabilito di assumere direttamente 5.000 dipendenti inutili alla produzione dei servizi per la stessa ragione prima indicata: la mancanza del Piano aziendale della Regione medesima.
Ci auguriamo che in questo caso il Commissario dello Stato, Michele Lepri Gallerano, impugni la norma demagogica e discriminatoria non solo perché viola le leggi nazionali promosse dal ministro Brunetta, che impediscono il rinnovo dei contratti a tempo determinato, ma anche l’assunzione senza concorso.
È noto che tutte le risorse destinate a queste assunzioni clientelari sono sottratte allo sviluppo, che passa attraverso l’immissione di liquidità nel mercato con la costruzione di opere pubbliche e di infrastrutture di cui la Sicilia ha una fame tremenda. è attraverso questo meccanismo che si aprono occasioni di lavoro a decine di migliaia di persone ed è lì che devono andare i precari pubblici e i disoccupati, non inseriti in una macchina amministrativa asfittica, lenta ed elefantiaca che non sa che farsene di persone di gruppo A e B, senza nessuna qualificazione se non il possesso della licenza di terza media.

La Regione ha bisogno di ammodernarsi rapidamente, digitalizzando tutti i servizi, in modo da dialogare con i cittadini e le imprese senza bisogno di fare circolare carta, ma usando mail e Pec certificata. Per ciò stesso, è indispensabile che tutti i dipendenti diventino esperti informatici per usare adeguatamente i software che via via vengono inseriti nella rete regionale. Come si può pretendere che persone dotate di licenza di terza media siano esperti informatici?
È questo il comportamento contraddittorio e dequalificante del Governo regionale; anziché migliorare la qualità professionale dei propri dipendenti, ne assume altri senza alcuna qualità professionale. Un vero paradosso antisociale del quale lo stesso Governo si dovrà pentire quando gli verrà chiesto conto e ragione del perché l’economia siciliana degrada ed il Pil siciliano decresca. Chi agisce con miopia per l’oggi sarà penalizzato domani.
Dic
14
2010
La corruzione nella Pubblica amministrazione non è tanto il pagamento di tangenti per ottenere illecitamente appalti di beni e di servizi, ma riguarda in modo assai esteso la cultura del favore: io do una cosa a te, tu dai una cosa a me. In questo scenario si sono sviluppate le parentopoli di tutti i settori della Pubblica amministrazione: dalle università alle società pubbliche, agli enti economici, agli enti pubblici, alle amministrazioni (statale, regionali e locali) e via enumerando. Questa forma di corruzione è possibile perchè il ceto politico, che ha il diritto del primato, non si pone il pari dovere di avere il primato dell’etica, con la conseguenza che lo scambio di favori è diventato una pratica accettata da molti.
Quando non vi sono regole morali che governano la gestione della Cosa pubblica, è ovvio che si può fare tutto: assegnare consulenze ad incapaci, inserire in cda degli stupidotti trombati alle elezioni (se fossero persone intelligenti tornerebbero al loro lavoro), fare assumere in società pubbliche parenti, figli, amici, nipoti.

Scandali di clientopoli se ne sono verificati alle università di Roma, Bari e Messina, assunzioni abnormi nelle società del comune di Palermo e del comune di Catania, e per ultima clientopoli, l’assunzione di migliaia di parenti e amici nelle due società del comune di Roma (Atac e Ama).
Il fenomeno proviene da decenni passati e degenerò soprattutto dagli anni Ottanta quando si succedettero governi variabili ma dominati da Dc e Psi. Ricordiamo per l’ennesima volta che in appena dodici anni, il debito pubblico (1980-1992) passò da 200 mila miliardi a due milioni di miliardi, cioè si moltiplicò per dieci. Era il periodo in cui nelle Poste, nelle Ferrovie, nelle società e banche pubbliche si inserivano decine di migliaia di persone inutili a quegli enti.
Ribadiamo il concetto di inutilità non con riguardo alle persone che hanno la loro dignità, bensì con riferimento ai servizi che hanno bisogno di determinate figure professionali e non di più. E per sapere quali e quante figure professionali abbisogna un ente pubblico, non è possibile fare riferimento alla cosiddetta pianta organica.
 
La pianta organica è una subordinata del Piano aziendale che , come è noto ai professionisti del settore, si ripartisce in quattro sezioni: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Non specifichiamo i contenuti di ogni singola sezione perchè costituirebbe un tecnicismo non semplice. Rimandiamo i cortesi lettori che volessero maggiori informazioni al riguardo a specifiche rischieste che ci possono essere fatte alle nostre e mail. Tuttavia qualche elemento possiamo darlo. Per esempio, la fissazione di obiettivi del Piano costituiti dalla produzione dei servizi; la determinazione della filiera produttiva, la quale stabilisce le tappe; i mezzi finanziari occorrenti e le figure professionali per qualità e quantità. Proprio in questo segmento va redatta la pianta organica che non ha una propria autonomia ma è subordinata al raggiungimento degli obiettivi del Piano.
La questione è limpida: senza un Piano aziendale un’amministrazione pubblica di qualunque genere, non dovrebbe aprire i propri uffici. 

Se è scandaloso che nessun ente pubblico, a cominciare dai ministeri, abbia il Piano aziendale, lo è ancor di più per le società pubbliche, controllate da Stato, Regioni e Enti locali, le quali, proprio perchè sotto forma di Spa, hanno l’obbligo professionale di stilare il loro Piano aziendale che in questo caso, trattandosi di società di diritto privato, si definisce Piano industriale. Sfidiamo una qualunque di queste società a esibire il proprio Piano industriale.
Se nessuna di esse l’ha redatto, vuol dire che c’è stata mala fede. Il Piano aziendale (o industriale) è una camicia di forza perchè determina in maniera inoppugnabile gli elementi di cui ha bisogno quell’ente, comprese le risorse umane.
Invitiamo il presidente Lombardo, se è vero che vuole riformare la Sicilia, a preparare un disegno di legge con un articolo unico:
Ogni amministrazione pubblica o società operante in Sicilia deve redigere il Piano aziendale. Gli amministratori o responsabili istituzionali decadono dal proprio incarico in assenza dello stesso. Il Piano aziendale è controllato preventivamente da un’Autorità esterna che verrà istituita.
Dic
10
2009
Biasimiamo il clientelismo politico che ha creato tanti privilegiati nei precari, i quali sono entrati nelle pubbliche amministrazioni per chiamata diretta e senza essere passati al vaglio dei concorsi pubblici ai sensi dell’art. 97 della Costituzione.
Una volta tanto, invece, dobbiamo commentare una vicenda basata proprio sui concorsi pubblici e di alto profilo. Uno di essi ha riguardato quello per dirigenti scolastici, una volta denominati presidi (abbiamo pubblicato l’8 dicembre un’inchiesta sull’argomento). Così è stata bandita una procedura concorsuale a livello regionale, indetta con decreto dirigenziale del 22/11/04, per alcune centinaia di posti vacanti.
Nominata la commissione giudicatrice, essa si è sdoppiata in due sottocommissioni. La stessa non avrebbe stabilito le modalità di valutazione delle prove al fine dell’attribuzione del punteggio. Mentre le due sottocommissioni erano presiedute da un unico presidente che non avendo il dono dell’ubiquità non poteva essere presente ai lavori dell’una e dell’altra nello stesso momento.

Sarebbe stato valutato che il tempo medio di correzione di ogni singolo elaborato si aggirava sempre intorno ai 2 minuti e 30 secondi, insufficienti per compiti composti di 8 o 10 facciate. Vi sono state altre irregolarità eccepite da concorrenti non vincitori né dichiarati idonei. Gli stessi hanno proposto ricorso al Tar, ricorso rigettato. Ulteriore appello al Consiglio di giustizia amministrativa ha sortito la decisione 477/09 di segno opposto.
Il Cga ha annullato il concorso e ordinato che venisse ripetuto. Duecento vincitori del concorso annullato più 226 idonei si sono trovati di botto sbalzati di sella e, anziché fare il mea culpa, hanno tentato di farsi rappresentare da parlamentari siciliani perché mettessero una pezza all’incredibile vicenda.
Colpo di bacchetta magica, viene presentato un emendamento alla legge sui precari che viene portato alla firma del Presidente della Repubblica. Napolitano non accetta questa sanatoria e firma la legge a condizione che il governo abroghi l’articolo relativo agli ex presidi. Così è infatti. Il governo, con decreto legge, approvato in Consiglio dei ministri venerdì 27 novembre e immediatamente pubblicato sulla Guri, taglia l’articolo incriminato. Immediatamente dopo la decisione del Cga ridiventa esecutiva.
 
Cominciano le ovvie manifestazioni di protesta. Ma la politica romana non guarda se essa sia legittima e quindi pare che voglia preparare l’ennesima sanatoria, che consenta ai 426 malcapitati di rimanere provvisoriamente in carica in attesa del nuovo concorso. Un pasticciaccio brutto che trova puntuale riscontro in una sorta di corruzione morale secondo la quale si compete con gli anabolizzanti impedendo a chi non ha Santi in Paradiso una parità indispensabile in democrazia.
Intendiamoci, fra i tanti ex vincitori del concorso ve ne sono molti in gamba, preparati e meritevoli di vincere, ma altri, dice la decisione del Cga, “avevano commesso negli elaborati errori grammaticali e di sintassi”.
Questa è l’Italia della burletta e non vorremmo che l’annullamento del concorso desse fiato a chi volesse dimostrare che esso è inutile in quanto i raccomandati vanno sempre avanti.

Insomma, il merito non si vuole fare prevalere da nessuna parte. Il che tiene inchiodato il nostro Paese, ma soprattutto il Mezzogiorno, in una condizione di non competitività perché, quando la classe dirigente è formata da persone non adeguate alla responsabilità che assumono, tutto il personale a essa affidato non può che vagare nella prateria dell’inconcludenza.
Diciamolo francamente: l’impasse della Pa è massimamente responsabilità dei dirigenti i quali, quando sono capaci professionalmente e vogliono imporre un modello organizzativo efficiente, sono avversati dalla politica; in caso opposto, essendo deficienti delle materie professionali necessarie per dirigere, si appoggiano alla politica cattiva per non essere rimossi.
Ce la farà Brunetta a ribaltare l’attuale situazione nella quale si trovano i 3,5 milioni di dipendenti pubblici? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che il compito è difficilissimo se non disperato. Però bisogna aiutare il ministro sulla giusta strada che mette al primo posto merito e responsabilità.