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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Comuni

Ago
11
2011
Uno studio dell’Unione province italiane, comunicato da Giuseppe Castiglione, che ne è il presidente, ha affermato che fra le Province ed i Comuni vi è una serie infinita di enti intermedi che costano sette miliardi. Afferma Castiglione che la maggior parte di questi enti è inutile e andrebbe soppressa insieme alla riduzione delle Province a un massimo di 70.
Si tratta di una buona proposta che, però, non coglie il cuore del problema. Le Province sono enti intermedi fra Comuni e Regioni che hanno una ragion d’essere in quanto possono erogare i servizi infracomunali. Basterebbe lasciare libertà ai Comuni di unirsi in appositi consorzi provinciali, come peraltro prevede lo Statuto siciliano, perchè il problema sarebbe risolto sia sotto il profilo della funzionalità che sotto quello di taglio di costi inutili.
Non è, invece, attuabile il principio secondo il quale non tagliando un ramo secco non se ne tagli un altro e un altro ancora, perchè i rami secchi vanno tagliati tutti.

Nella piccola isola d’Elba (224 kmq) insistono ben otto Comuni. Nella microscopica isola di Salina (26,8 kmq) di Comuni ve ne sono ben tre. In Lombardia, territorio vasto quanto quello siciliano (25.711 kmq) vi sono ben 1.516 Comuni. In tutta Italia sono quasi 8.100, ma in Francia ce ne sono circa tremila, eppure il Paese transalpino è più grande dell’Italia.
Sentiamo dire che la storia, le tradizioni, le etnie, le lingue e tanti altri elementi hanno creato le numerosissime bandiere del territorio nazionale. Tutto vero, ma l’Italia non può più permettersi di sostenere i costi di ottomila sindaci, di ottomila Consigli comunali, di ottomila presidenti dei Consigli comunali, di ottomila segretari comunali, di ottomila comandanti dei Vigili urbani e di decine e decine di migliaia di dirigenti e centinaia di migliaia di dipendenti. I soldi per mantenere questa enorme quantità di persone non ci sono più.
Giocoforza è procedere all’accorpamento dei Comuni, mantenendo intatte le peculiarità di ciascuno di essi, ma concentrando le costose istituzioni e i costosi apparati amministrativi. è inutile gemere, urlare e protestare. la realtà è dura ma inoppugnabile, bisogna tagliare i costi pesantissimi di uno Stato e delle sue articolazioni superflue.
 
I leghisti sono saliti in cattedra dicendo che gli enti locali della Padania (un fantomatico ed inesistente territorio creato dalla fervida fantasia di Umberto Bossi) sono da loro ben amministrati. Parzialmente è vero. Ma è anche vero che Comuni come Desio e Bordighera sono stati sciolti per mafia dal ministro dell’Interno leghista, Roberto Maroni. Come mai i leghisti non si sono accorti per tempo di queste infiltrazioni e non le hanno denunciate sulle pagine del loro quotidiano ufficiale, appunto la Padania?
Tuttavia essi dicono una cosa saggia e vera: gli enti locali del Sud non possono essere più disamministrati, non possono entrare nella via del dissesto per poi chiedere al Governo centrale interventi finanziari per ripianare le perdite.
Il peggiore fra tutti questi enti è proprio la capitale, Roma, ladrona, che ha accumulato debiti per oltre dieci miliardi da saldare solo con l’intervento della fiscalità generale, cioè del Governo. Rutelli, Veltroni ed ora Alemanno sono gli artefici di questo disastro.

Anche se non volessero, i sindaci del Sud saranno costretti a diventare virtuosi perchè le diverse manovre estive hanno continuato a tagliare i trasferimenti finanziari dallo Stato e perchè i decreti legislativi sul federalismo stanno introducendo via via i principi di costi standard e fabbisogni standard. Il che significa che nessun ente può chiedere di più di quanto gli serva per produrre servizi efficienti, al massimo livello fra quelli prodotti da altri Comuni.
Vi sono gli ultimi tre punti da esaminare brevemente: la pianificazione e il controllo. Nel Tuel (D.lgs. n. 267/2010) non sono previsti il Piano aziendale, l’obbligo del controllo finanziario e la qualità delle procedure. Basterebbe un articolo di legge che così recitasse: gli enti locali debbono redigere il Piano aziendale, cui attenersi scrupolosamente; debbono farsi certificare dall’Unione le procedure; debbono farsi certificare i bilanci preventivi e consuntivi da società di revisione iscritte alla Consob.
Semplice, ma nessuno farà mai una cosa simile.
Lug
02
2010
Siamo arrivati al redde rationem. Con la relazione metodologica di Tremonti approvata dal Consiglio dei ministri, si procede verso il completamento e l’approvazione del decreto legislativo che stabilisce i costi standard e gli standard di efficienza. Non appena pubblicato, potranno essere redatti gli elenchi degli enti pubblici virtuosi (quelli che li rispettano) e gli elenchi dei Comuni viziosi (quelli che si sono dati alla pazza gioia spendendo e spandendo).
Purtroppo, questi ultimi sono in maggioranza nel Sud e in maggioranza in Sicilia, fra i 390 Comuni. La voce più cospicua di sforamento rispetto ai costi standard è quella dei dipendenti, frutto della politica clientelare di questi decenni, in base alla quale sono stati intasati gli uffici pubblici di persone di cui non vi era assolutamente bisogno.
Sindaci incapaci di far funzionare la loro macchina amministrativa con servizi puntuali e di qualità hanno continuato a fare una politica di basso profilo che ha portato ad immobilizzare l’attività dei loro enti.

Ora è il momento che i nostri 390 sindaci diventino virtuosi e cioè facciano quadrare i propri bilanci, privilegiando le spese produttive e riducendo fortemente quelle che ingessano il funzionamento dell’ente e non consentono di imboccare la via dello sviluppo. L’euro e il Patto di stabilità non consentono ulteriori proroghe. Volere o volare, bisogna che i sindaci si convincano che debbono imboccare una strada di politica alta, tagliando i rapporti con i questuanti, tagliando le spese parassitarie, tagliando i posti dei raccomandati e continuando con la sistematica eliminazione di sprechi quali consulenze e auto blu.
I sindaci virtuosi potranno ridurre anche al di sotto del limite previsto dalla legge il numero di assessori e i loro compensi e potranno chiedere al Consiglio comunale di votare il dimezzamento di indennità, gettoni di presenza e altri ammennicoli a favore dei propri componenti.
I sindaci virtuosi dovranno trattare i tassi dei vecchi mutui utilizzando la moral suasion o altri mezzi per ridurre gli enormi interessi passivi. Dovranno anche cominciare a pagare puntualmente i fornitori.
 
Nei bilanci degli enti locali vi sono spese non previste. In particolare quelle che derivano da controversie giudiziarie perse, sia attivate da dipendenti che da fornitori. Si tratta di cifre cospicue che una buona e sana amministrazione potrebbe evitare precedendo le controversie.
Ecco, bisogna fare buona e sana amministrazione. Cioè, l’amministrazione del pater familias. Ogni sindaco dovrebbe preoccuparsi di spendere solo quanto necessario per produrre i servizi da somministrare ai propri cittadini. Ovviamente, servizi della massima qualità possibile, in modo da soddisfare le esigenze degli iscritti alla propria anagrafe e degli ospiti esterni.
Il sindaco non potrebbe fare nessun’altra attività. Perché amministrare una città, piccola o grande che sia, comporta quasi un impegno a tempo pieno. Chi fosse distratto da altre azioni, perderebbe la concentrazione e non potrebbe sviluppare concretamente il programma che ha proposto agli elettori in campagna elettorale.

I sindaci virtuosi dovrebbero costituire all’interno della propria amministrazione un nucleo di Polizia tributaria, con lo scopo di snidare gli evasori totali o parziali e riscuotere tutte quelle imposte locali che costituiscono un’importante parte delle entrate.
Data l’eccedenza di personale, non dovrebbe essere difficile la costituzione di tale gruppo o il potenziamento ove esso esistesse già.
Infine, vi è un problema ambientale e di controllo del territorio. Una città confida nella propria amministrazione affinché tutta la sua superficie sia tenuta in ordine sotto tutti i punti di vista. I più importanti sono: evitare che vengano costruiti immobili abusivi o che vengano implementati immobili esistenti, far sì che il traffico funzioni disciplinato da semafori intelligenti e governato dalla centrale dei vigili urbani, che i poster 6x3 vengano installati in modo da non deturpare l’ambiente, che i cittadini vengano serviti anche inducendoli a rispettare le regole di civiltà nell’interesse generale.
Ott
24
2009
In questi sessant’anni, nel trattare la Cosa pubblica c’è stata molta confusione, non casuale. Interferenze ed incroci tra diverse amministrazioni e tra diversi livelli di amministrazione. I conti pubblici sono normalmente inquinati, perché provvedono a sostenere costi non di competenza di ogni amministrazione. Per cui, non si riesce mai a determinare la spesa necessaria per un certo servizio.
Facciamo alcuni esempi. Le spese per la costruzione ed il mantenimento di immobili destinati al ministero della Giustizia sono normalmente pagate dai Comuni, anziché dallo stesso ministero. Le spese per immobili destinati alle scuole sono sostenute ancora dai Comuni. Le spese necessarie per immobili destinati alle Prefetture, anziché gravare sul bilancio del ministero dell’Interno, gravano sulle Province, le quali sostengono le spese della costruzione e manutenzione degli immobili destinati alle scuole di secondo grado.
Le spese per il mantenimento della custodia e la forestazione in Lombardia e in altre Regioni, anziché essere sostenute dalle amministrazioni regionali, sono sostenute dallo Stato. L’elenco è lungo e ci fermiamo.

L’effetto della confusione sulla gestione di settori pubblici è la deresponsabilizzazione. Un secondo effetto è che non si riesce a quantificare esattamente il costo di una branca amministrativa, nel complesso di tutti i segmenti, dalla A alla Z. Viene meno, quindi, la comparazione con i parametri europei e qualcuno specula anche sul fatto che appaiono spese minori di quanto dovrebbero essere se il conto le riguardasse tutte.
La Costituzione prevede alcuni requisiti della spesa pubblica: economicità, trasparenza, effettività, efficacia. Essi trovano un comune denominatore nell’autonomia della spesa. La quale deve circoscrivere l’ambito gestionale per evitare di debordare. Tale criterio viene osservato in alcune branche della Pubblica amministrazione, ma disatteso in altre.
 
Prendiamo i sindaci, in particolare quelli siciliani. Si lamentano perché i trasferimenti dalla Regione diminuiscono, ma poi, come prima indicato, sono costretti a sostenere spese per il ministero della Giustizia, per l’assessorato regionale alla Pubblica istruzione e per altre Istituzioni che non hanno niente a che fare con l’obbligo di produrre servizi comunali ai propri concittadini.
Non abbiamo sentito alcuna voce riguardo all’argomento che analizziamo oggi. Né dal singolo sindaco, né dall’associazione che li rappresenta a livello regionale e nazionale (Anci). Né voce abbiamo ascoltato da alcun presidente delle Province (illegittime nell’attuale forma, anziché in quella prevista dall’articolo 15 dello Statuto), per reclamare l’autonomia del proprio bilancio col quale nulla hanno a che fare, come prima scritto, gli immobili delle scuole di secondo grado. Né protesta è stata elevata dall’associazione che le rappresenta a livello regionale (Urps). Non ne comprendiamo la ragione.

L’ente locale deve produrre al meglio i servizi per i propri cittadini. Quando ne produce di meno o di minore qualità, il vertice dovrebbe essere sanzionato non solo con la perdita di consenso politico, che significa la non rielezione, ma anche dal potere sostitutivo dell’organo di controllo, che è la Regione. Questo secondo controllo non viene, di norma, esercitato o viene esercitato con estremo ritardo, il che comporta che difetti dei procedimenti rimangano nel sistema.
La razionalizzazione della spesa pubblica passa attraverso una serie di risparmi che vanno ottenuti senza indugi o tentennamenti, caricando l’onere di marciare rigorosamente su un binario a chi deve portare il convoglio della corretta gestione alla meta, cioè alla fine di ogni esercizio.
Qui non si tratta di usare palliativi o mettere pezze sulle emergenze, ma di riqualificare il metodo che deve presiedere alla pubblica attività, senza sbandamenti, in modo che tutti gli enti pubblici evitino di sforare i propri bilanci e, contemporaneamente, servano i cittadini che hanno il diritto di ottenere quanto a loro serve.