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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Corruzione

Apr
12
2012
La Corte dei Conti ha fotografato un dato che la gente conosceva già: il dilagare della corruzione nella Cosa pubblica, che sta infettando sempre di più le sue parti e finirà col distruggerne definitivamente la credibilità.
La credibilità di chi? Ovviamente di chi la gestisce, e cioè il ceto politico e quello burocratico. La legge anticorruzione, in applicazione della Direttiva europea 173/1999, dopo ben 13 anni non ha visto ancora la luce. Pare che l’attuale ministro della Giustizia, Paola Severino, abbia messo mano a un apposito disegno di legge che integra e corregge quello depositato alla Camera da oltre due anni, cercando di ottenere il consenso dei tre poli che sostengono il Governo Monti.
Il Pdl è il partito che ha mostrato maggiore ritrosia, forse perché teme dalla nuova legge una falcidia di molti dei propri aderenti, probabilmente invischiati in atti corruttivi. Neanche la Lega si sente fuori da questi possibili riflessi.
Nemmeno la parte del Partito democratico che fa riferimento all’ex Margherita riesce a non temere le sanzioni penali. E neppure quella parte del Partito democratico coinvolta negli scandali della Puglia e della Lombardia con Tedesco e Penati.

Perché la corruzione si è estesa a macchia d’olio, in misura superiore al 1992-1993? Probabilmente perché non sono state semplificate le procedure burocratiche, non sono state inserite vigorose sanzioni a carico dei dirigenti pubblici e non sono stati previsti tassativi controlli.
Com’è noto, le procedure volutamente tortuose e farraginose inducono gli aventi interesse a oliare le ruote.
C’è stata una diffusione della cultura del favore senza la quale non si può ottenere una concessione o un’autorizzazione in tempi europei. C’è stato un continuo calpestare le più elementari regole etiche che devono soprassiedere a ogni attività pubblica. C’è stata una diffusa deresponsabilizzazione di tutti coloro che avevano l’obbligo di raggiungere obiettivi e, pur in assenza di risultati, hanno ricevuto premi o non sono stati opportunamente puniti.
In ogni caso, 60 o 70 miliardi dovuti alla corruzione, come ha certificato la Corte dei Conti, sono una cifra molto grande e, peggio, propedeutica di ulteriori nefasti danni. Primo fra i quali il sostegno a privilegiati contro comuni cittadini.
 
Non sono indenni da colpe professionisti e imprese che gravitano attorno al mondo degli appalti di opere e forniture di servizi pubblici. Gli arresti di queste settimane dimostrano, qualora ce ne fosse stato bisogno, come il malaffare sia diffuso nel sistema delle opere pubbliche.
I leghisti, che lo scandalo Belsito ha relegato nella Bolgia dei ladri, non hanno più titolo per invocare la morale pubblica, anche se dalle amministrazioni locali controllate dal partito di Bossi non sono ancora emersi casi di corruzione. Mentre il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni, è a pieno titolo all’interno dell’inchiesta sulla corruzione che ha colpito il vertice politico-istituzionale della Lombardia, salvo il presidente Formigoni.
La corruzione ha un ulteriore aspetto negativo: fa spendere risorse pubbliche senza la finalità dell’interesse generale che esse debbono avere perché finiscono nelle tasche di privati cittadini anziché in quelle di chi effettua servizi o costruisce opere.

Tutto questo accade perché, come prima si scriveva, non è stata ancora approvata una legge sulla corruzione, ferma ed efficace, per punire tutti gli attori di questo desolante spettacolo. E accade perché le sanzioni sul ceto burocratico di carattere civilistico e funzionale sono inesistenti e mai applicate, in quanto non è stata ancora istituita l’Autorità di valutazione dell’efficienza e dell’efficacia di ogni dirigente pubblico. è infatti impensabile che sia un dirigente a sanzionare un altro dirigente per la nota regola che cane non mangia cane.
Le sanzioni, comunque, non bastano. Per capire se un dirigente si comporta adeguatamente al suo incarico è necessario che a monte di un’organizzazione della branca amministrativa o di un Ente pubblico vi sia un Piano aziendale con le sue quattro sezioni: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Senza di esso la burocrazia cammina priva di meta e quindi priva di punti di riferimento.
Il quadro è chiaro, solo i finti orbi fanno finta di non vederlo.
Mar
20
2012
Da centinaia di anni, il secondo martedì del mese di novembre è il giorno in cui gli Stati Uniti d’America eleggono il proprio presidente, insieme a vari governatori, membri del Senato e della Camera. In quel Paese, a tutti i livelli istituzionali, vige una regola ferrea e cioè che il mandato ricevuto dagli elettori può essere rinnovato una sola volta. Questo consente di ritenere pacifico che chi serva il popolo può farlo al massimo per otto anni, dopodiché deve tornare alla propria originaria professione.
Là non vi sono politici senza mestiere, ma tutti hanno il proprio lavoro che interrompono per lo stretto periodo del mandato popolare. Non prendono pensioni, non hanno vitalizi né liquidazioni di alcun genere. Le indennità del mandato sono relativamente modeste, a cominciare dal Presidente degli Stati Uniti, che percepisce meno del Presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder.
Quella di impedire che la politica sia esercitata come professione è un forte deterrente contro la corruzione.

I partiti statunitensi sono regolati da ferree leggi, con bilanci trasparenti e finanziamenti palesi; per cui si sa sempre chi ha versato soldi a un partito o a un candidato e, quindi, ove è collocato nell’agone degli interessi.
Così la democrazia funziona e la corruzione costituisce l’eccezione, non la regola, come accadeva in Italia ai tempi di Mani pulite e come si sta evidenziando nei nostri giorni con una frequenza pesante.
Per i sindaci italiani esiste il limite dei due mandati, anche se alcuni hanno tentato, mediante appositi disegni di legge, nazionali e regionali, di estendere il limite. Ma questa regola non c’è per i parlamentari, per il Presidente del Consiglio, per i membri del Governo, per i Presidenti di Regione, per i Consiglieri regionali, provinciali, comunali.
I partiti sono degli organismi privati che servono interessi privati, e che ricevono da noi contribuenti cospicui rimborsi elettorali, molto superiori alle loro spese effettive. Inoltre non hanno bilanci certificati; per cui gli amministratori possono fare tutto quello che vogliono, compreso appropriarsi delle somme. Non hanno Statuti-tipo democratici e approvati per legge.
 
Questo quadro vìola palesemente i valori della politica e, più in generale, i valori della Comunità nazionale e locale.
Quando i partitocrati blaterano dicendo che la politica è al servizio dei cittadini non si riferiscono a sé medesimi perché in effetti utilizzano la politica al proprio servizio. Il che ormai non fa più scandalo.
Questo è male anche se l’indignazione e la protesta dei cittadini aumentano ogni giorno, come testimoniano i loro interventi nei contenitori radio televisivi. Peraltro, molti conduttori di tali programmi stanno venendo fuori con una serie di iniziative che stigmatizzano una situazione che deve ribaltarsi profondamente, passando dagli attuali disvalori a un’etica politica fondata su un’etica sociale, senza di che non vi può essere equità nella Comunità nazionale.
La questione dei valori nella Cosa pubblica non è secondaria, anzi va sempre riportata in prima posizione, ricordando che chi ne sta fuori deve cospargersi il capo di cenere, oppure essere espulso dal consesso civile. Sembrano parole al vento, ma se le diciamo tutti, il vento spazzerà via i partitocrati.

In questi giorni abbiamo  fatto due Forum, a Lugano e Bellinzona (Ch), rispettivamente col Sindaco della Città del Lago, Giorgio Giudici, e con il Presidente del Gran Consiglio dello Stato Elvetico del Canton Ticino, Gianni Guidicelli.
Il primo, che è un architetto continua a fare il proprio mestiere, ma lavora per la città ogni giorno almeno cinque, sei ore. Il sistema dei servizi è tassativo perché basato sul merito e sulla responsabilità. Non vi è di fatto disoccupazione (quella nominale è fra il tre e il quattro percento), le attività economiche si sono fortemente differenziate tant’è che quella finanziaria, creduta la più importante, oggi non supera il quaranta percento del totale.
Il presidente del Consiglio dello Stato del Ticino è un dirigente, non prende indennità di sorta, lavora per la collettività pressocché gratuitamente. In quello Stato vi sono cinque auto blu, nell’assemblea Regionale siciliana 17.
Feb
29
2012
La Corte dei Conti siciliana, seguendo l’indirizzo di quella nazionale, ha evidenziato la corruzione in Sicilia e, più in generale, il danno all’erario provocato da politici e burocrati incapaci o disonesti oppure entrambi.
Mentre la Procura regionale, guidata dall’ottimo Guido Carlino, continua ad aprire fascicoli, su segnalazioni esterne o per effetto di controlli autonomi, la Sezione giurisdizionale, presieduta da Luciano Pagliaro, emette sentenze.
Nel 2011, le sentenze di condanna per responsabilità amministrativa sono state 99, quelle di assoluzione appena 17. Contestualmente la Procura ha aperto 845 nuovi fascicoli.
Dal quadro che precede si rileva come l’inefficienza, l’opacità e la mala abitudine dei favori godono ottima salute, migliorata dai tempi di “Mani pulite” ad oggi.
La responsabilità principale di quello che scriviamo è del ceto politico che commette due peccati: non controlla l’operato dei burocrati e, peggio, condiziona i burocrati per ottenere distorsioni e favoritismi per i propri accoliti.

La Corte dei Conti, Sezioni riunite in sede di controllo, il 30 giugno 2011 ha svolto la tradizionale relazione sul rendiconto 2010 della Regione. Chi ha avuto la ventura di leggere tale relazione ha potuto tranquillamente capire che si sia trattata di una sorta di requisitoria, con l’elencazione di un numero notevole di capi d’accusa nei confronti dell’Amministrazione regionale.
Poi, però, per ragioni di opportunità politiche, ci diceva il compianto presidente Giuseppe Petrocelli, il bilancio viene parificato. Questo rito non insegna nulla agli amministratori regionali, che continuano imperterriti a creare buchi di bilancio, nuovi debiti, incapaci come sono di tagliare la spesa improduttiva nella quale si annidano i favori ai clientes.
Tutto ciò è possibile perchè Palermo, come Roma, è il porto delle nebbie, dotato di un muro di gomma imperforabile che mantiene inalterati i misteri utili al perpetuarsi di un malcostume senza limiti.
Uno di questi misteri è rappresentato dal cosiddetto avanzo di amministrazione del bilancio regionale, che ammonta a circa dieci miliardi. Sono mesi che chiediamo all’ex ragioniere generale, Vincenzo Emanuele, nonchè all’assessore al ramo, Gaetano Armao, di elencarci gli addendi di tale avanzo, senza esito.
 
è proprio la mancanza del senso del dovere dei vertici politici e burocratici della Regione una carenza insopportabile, perché questi signori ritengono di essere al di sopra della legge che li obbliga alla trasparenza dei propri atti e a comunicare all’opinione pubblica, con immediatezza, tutte le informazioni necessarie per rendere edotti i cittadini del come sono amministrati i loro soldi.
Lo spregio dell’assessore e del dirigente generale che considerano i cittadini sudditi, perché non vogliono rendere loro conto, è un comportamento inqualificabile che deve mutare rapidamente.
In questo senso ha una responsabilità oggettiva il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, il quale ha delegato i suoi assessori non per fare i feudatari, ma per svolgere un servizio pubblico a favore dei cittadini.
Tale servizio deve essere chiaro e limpido, senza nascondere nulla, perché le cose nascoste implicano corruzione. Se la si vuole evitare, sono necessari due elementi nel sistema politico e burocratico: l’efficienza e la trasparenza, senza dei quali la nebbia nasconde tutto.

L’efficienza misura il buon funzionamento della macchina burocratica. Tradotto, significa che tutti i cittadini ottengono quello che chiedono senza bisogno di farsi intermediare dai favori. La cultura dell’efficienza abbatte la cultura dei favori.
Quando un cittadino toscano va in ospedale, si informa sulla professionalità e la bravura dei medici, anche tramite i curricula pubblicati su internet. Quando un siciliano va in ospedale, si informa su chi possa telefonare al medico chiedendo protezione. E quando non l’ottiene teme di non essere curato come dovrebbe.
L’altro requisito, la trasparenza, è ben facile da capire. Impedisce, a chiunque all’interno del sistema politico e burocratico, di nascondere intrallazzi e di favorire soggetti a scapito di altri, violando in tal modo il principio della concorrenza, che è la base dell’equità, ed il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini.
I cittadini, però, devono abituarsi a protestare piuttosto che a chiedere favori.
Dic
30
2011
Per svolgere l’inchiesta sulla corruzione in Sicilia, che trovate nelle pagine interne, abbiamo interpellato la Presidenza e i dodici Assessorati, chiedendo loro di sapere qual è il livello di corruzione all’interno di ogni branca amministrativa e quali provvedimenti concreti avessero messo in atto, Presidente e Assessori, per snidare i corrotti e contrastare il fenomeno dilagante. 
Sette assessori su dodici non ci hanno risposto, con ciò ammettendo che non hanno attivato alcuna azione e quindi si sono comportati come le tre scimmiette. Gli altri cinque ci hanno risposto in maniera piuttosto blanda.
Eppure la direttiva del presidente della Regione del 13 maggio 2011 stabilisce, tra gli obiettivi prioritari dell’amministrazione regionale, la messa in atto di qualsiasi azione utile per contrastare il rischio di diffusione della corruzione e di infiltrazioni di tipo mafioso.
Eppure è in vigore il Codice deontologico del 4 dicembre 2009 contro la corruzione, che è stato recepito all’interno della L.r. 5/11, articolo 15.  
 
Nonostante quanto precede, all’alba del 2012, la Regione, nel suo complesso, non ha attivato alcuna azione anticorruzione. Eppure il fenomeno è esteso, come dimostrano inchieste penali con arresti di funzionari e deputati regionali, come dimostrano ingiustificati ritardi nell’evasione di richieste di cittadini e imprese, come dimostra l’enorme quantità di fascicoli cartacei che non vengono evasi e dimorano in modo ingiustificato sul tavolo di dirigenti e impiegati. 
Per quale motivo i fascicoli non camminano in modo spedito? Per quale motivo dipendenti e dirigenti non hanno la coscienza professionale di impiegare il minor tempo possibile per l’evasione delle richieste? Certamente vi è una grande dote di inefficienza e disorganizzazione dietro questo andazzo deplorevole. Ma è legittimo prospettare che vi sia un latente tentativo di corruzione nei confronti degli istanti, dai quali dirigenti e dipendenti si aspettano la telefonata per chiedere il favore che può nascondere pagamento di tangenti.
Gli arresti di alcuni deputati regionali sono stati causati, secondo l’accusa, dalla loro intermediazione per fare camminare le pratiche ed evadere le istanze.
 
Burocrati lenti, tangenti svelte. Sembra un ossimoro ma non lo è, perché la lentezza dell’evasione delle richieste e la sveltezza delle tangenti vanno a braccetto. L’una e l’altra sono sorelle siamesi. L’una e l’altra fanno parte del vizietto endemico dei cattivi politici e dei cattivi burocrati, che beffano i cittadini con arroganza e prepotenza.
Tutto ciò accade perché la società non ha ancora gli anticorpi per contrastare questi nefasti comportamenti, che determinano la stagnazione dell’economia, l’aumento della disoccupazione e la diminuzione del Pil. Oltre che una diffusa iniquità, perché vanno avanti i fascicoli raccomandati. Con ciò si realizza la violazione dell’art. 97 della Costituzione, che prevede: i pubblici uffici sono organizzati ...in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
Questi comportamenti scellerati annullano il principio di terzietà della Pubblica amministrazione, che, anziché rendersi pronta al servizio dei cittadini, usa i cittadini per il propio egoismo e per il tornaconto personale. Un’autentica vergogna.
 
Il Codice deontologico prima richiamato, all’art. 16, prevede che all’interno di ogni assessorato siano costituiti Nuclei ispettivi interni. Ma né Presidente né Assessori hanno provveduto in questo senso. Perché c’è una scarsa sensibilità sulla corruzione, ovvero perché hanno la coda di paglia e temono che questi Nuclei possano scoprire il vaso di Pandora e il verminaio di privilegi (e non solo) che ci sono nella Regione?
Il guaio è anche che l’assessore che si occupa delle Autonomie locali non ha formulato alcuna direttiva nei confronti dei 390 sindaci affinché istituissero, anch’essi, i Nuclei ispettivi interni, in funzione anticorruzione.
Il pesce puzza dalla testa. Non si capisce perché un sindaco dovrebbe fare (anche se potrebbe) quello che mamma Regione non fa. L’esempio viene dall’alto, anche se ognuno può agire autonomamente secondo la propria coscienza, se ce l’ha.
La corruzione non solo danneggia la società, ma crea ostacoli alla concorrenza e alla competizione tra soggetti diversi. Essa va sdradicata. Devono farlo il presidente della Regione e il ceto politico regionale.
Nov
24
2011
La Corte dei Conti ha stimato che la corruzione costa, in Italia, circa 50 miliardi di euro. Non ha aggiunto che essa sia ben maggiore per l’effetto moltiplicatore sull’economia.
Vi è un enorme danno che consiste nelle turbative e nelle perturbazioni del mercato. Se un’asta per l’assegnazione di opere pubbliche viene truccata, la conseguenza è che il costo dell’opera sarà molto maggiore per compensare le tangenti che andranno ai pubblici amministratori, ai tecnici e - perché no? - in un maggior guadagno per l’impresa.
Se un servizio pubblico non viene dato in appalto, com’è il caso dei servizi locali, la condizione di monopolio consente di ricavare prezzi ben più elevati di quelli di mercato, con la conseguenza che si formano risorse da distribuire fra tutti quelli che stanno nel giro. Se società pubbliche emettono fatture con importi gonfiati, i relativi importi in nero servono per alimentare coloro che faranno favori.
Lo scandalo Enav, quello di Finmeccanica e le altre decine di scandali verificatesi in questo anno, fanno vedere come i valori etici siano sconosciuti in molti amministratori pubblici, statali e locali, e tutti tendano a realizzare profitti personali sotto forma di corruzione.

La corruzione è estesa in tutta Italia, dalla Lombardia alla Sicilia. Ma il cuore del malaffare cancerogeno è a Roma, ove nei Ministeri si stabiliscono le tangenti corrispondenti ai favori. Le tangenti non necessariamente sono in danaro, ma anche sotto forma di assunzione di parenti e affini, di vendita di barche a società pubbliche con un sovrapprezzo, di acquisti di appartamenti con vista sul Colosseo a un prezzo pari a quello di un corrispondente immobile di un paesino. E così via.
La fantasia di corrotti e corruttori è infinita, anche perché, nel sottobosco di germi e batteri, le infezioni si estendono senza limiti. Tutto ciò accade perché il tessuto della Pubblica amministrazione e del ceto politico non ha in sè i necessari anticorpi per distruggere germi e batteri della corruzione e, andando ancora a monte, la causa primordiale è l’assenza di cultura dei responsabili istituzionali e burocratici, che passa attraverso la lettura di almeno mille libri.
 
La corruzione provoca un ulteriore danno: la distorsione delle regole di mercato e di concorrenza. Il nuovo presidente dell’Autorità, Giovanni Pitruzzella, siciliano doc, prende una grande eredità che gli lascia il bravo Antonio Catricalà, passato rapidamente, armi e bagagli, a quel ruolo delicatissimo, già ricoperto da Gianni Letta, di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e segretario del Consiglio dei ministri. Se Monti farà onore ai suoi impegni, dovrà fornire l’Autorità di strumenti legislativi tali da combattere oligopoli e monopoli.
Proprio la concorrenza è l’antidoto alla corruzione. Dove c’è concorrenza i prezzi calano e quando i prezzi calano non c’è spazio per le tangenti. è dunque, al di là delle regole etiche, proprio la concorrenza, inserita in dosi massicce nel mercato, che contribuirà a ridurre la corruzione. Si tratta di prendere atto della rapidità con cui l’Autorità guidata da Pitruzzella potrà agire, fornita dei nuovi strumenti legislativi.

C’è un altro mezzo efficace per combattere la corruzione, in modo capillare, e riguarda la presenza, negli Enti locali, del Nucleo investigativo affari interni (Niai). In quasi nessuno degli 8.080 Comuni italiani esiste e questo impedisce di svolgere le opportune e continue indagini all’interno di ogni Amministrazione, ma non c’è neanche nei Ministeri e nelle Regioni.
In assenza di un controllo sistematico sull’efficienza dell’amministrazione, la corruzione emerge solo quando ci sono delle denunce, di cui poi si occupano le Procure della Repubblica.
In questo modo, l’emersione della corruzione non è sistematica, ma sporadica. Per ogni caso che viene fuori, ve ne saranno cento o mille che rimangono nascosti, il che è veramente un guaio. Nel mondo anglosassone e negli Stati Uniti vi è sempre un ufficio degli affari interni, in ogni amministrazione pubblica, e infatti là vi è meno corruzione che da noi.
Anche in questo caso, per ciò che riguarda il nostro Paese, è assente la volontà politica di procedere per istituire un sistema di controllo efficace e continuo. Sarà perché anche corrotti e corruttori votano.
Lug
27
2011
Di fronte alla drammatica situazione, non ancora percepita dai cittadini perché i tagli effettuati dalla Manovra non hanno prodotto effetti, la casta politica è sorda e non vuole procedere al taglio dei privilegi di cui gode per qualità e quantità. Quando in un’azienda le cose non vanno, l’assemblea degli azionisti comincia la potatura dei costi dai vertici, cioè dal consiglio di amministrazione. Quando il Cda si accorge che le cose non vanno comincia a potare i manager. Nel primo e nel secondo caso, mai l’assemblea dei soci e il Cda cominciano a potare dall’ultimo dei dipendenti.
Nel versante politico, invece, coloro che costituiscono i vertici e hanno le più alte responsabilità istituzionali, invertono questo processo e con fare dispotico cominciano a tagliare le spese per i ceti meno abbienti, fatta eccezione della leggera potatura delle pensioni d’oro al di sopra di 90.000 euro annui.
L’intervento sui vertici è indispensabile per due ragioni: dare l’esempio che chi più guadagna più deve contribuire ai risparmi e, secondo, chi sta ai vertici dà l’esempio di maggiore responsabilità e maggiore dovere.

In Italia, ci sono centinaia di migliaia di persone che vivono parassitariamente a spese degli enti pubblici, fra cariche elettive, componenti dei Cda di società pubbliche statali, regionali e locali, revisori dei conti di enti pubblici, società pubbliche ed altri che lucrano nella greppia della finanza pubblica. Sette decimi di tali persone vanno restituite ai loro mestieri, eliminando strutture e riducendo all’osso quelle sopravvissute.
Come si misura l’utilità di un ente o società pubblica? In base alla sua capacità di produrre i migliori servizi con le spese minori possibili (il rapporto costi/benefici). Quando non si adotta il metodo della massima efficienza significa che c’è il marcio, che può essere dato sia dal clientelismo che dalla corruzione.
Sappiamo bene che essa insieme al sommerso, all’evasione fiscale, ai traffici della malavita organizzata, è pari a un terzo del Pil. Se l’Italia fosse un Paese serio, se l’Italia avesse una classe politica seria, capace e onesta (mentre un decimo dei parlamentari è sotto inchiesta) si occuperebbe di avere un sistema istituzionale e una Pa degne di un Paese civilizzato, mentre oggi entrambe sono degne di un Paese del terzo mondo.
 
Questa classe dirigente sta facendo harakiri. Pensa di potere procrastinare ancora il suo stato di privilegio ed ha dimenticato quello che successe a Bettino Craxi, nel 1993, quando uscì dall’hotel Raphael di Roma  sommerso da un getto denso e significativo di monetine.
Vi era stata la proposta in Parlamento di abolire le Province, iniziativa fra le più importanti di questo governo Berlusconi. Anche il Pd aveva questo punto al suo ordine del giorno. Però, quando è arrivato il momento di votarlo, si è tirato indietro, con ciò dimostrando che non ha quella capacità riformista che lo distinguerebbe dal Pdl e dalla Lega.
La corruzione è l’altro elemento che sta emergendo con prepotenza investendo i parlamentari. Da Papa a Milanese, a Penati. Tante Procure si stanno muovendo per scoperchiare i vasi di Pandora. Vi sono ovviamente inchieste efficaci ed altre con pochi requisiti. Tuttavia il dato da rilevare è che la corruzione c’è, è estesa e favorita dai vertici politici che non solo sottraggono risorse ai cittadini, in base alle leggi che si autovotano, ma anche rubano a piene mani con la connivenza di burocrati e imprenditori disonesti.

Non se ne può più di leggere e riportare l’elenco dei privilegi e l’elenco degli atti di corruzione. L’indignazione dei cittadini monta ogni giorno di più perché essi sono esasperati da una montante asfissia dovuta a due principali cause: la mancanza di sviluppo e la sottrazione di risorse anche mediante aumento di tasse e prezzi dei servizi pubblici.
Del peggio c’è il peggiore, vale a dire che la manovra testè approvata dal Parlamento, che a regime vale 70 miliardi di euro, non è sufficiente per stare nel solco tracciato dal Patto di stabilità di quest’anno. Quanto prima, il ministro dell’Economia, Tremonti o un altro, dovrà preparare per gli italiani un ulteriore intruglio tossico consistente in un taglio di almeno 50/60 miliardi. Il fatto è ineluttabile. Chi non lo capisce è ignorante o in malafede.
Noi abbiamo il dovere di scriverlo a chiare lettere. Lo abbiamo fatto e continueremo a farlo.
Mar
30
2011
La vicenda dell’arresto del deputato regionale Gaspare Vitrano, avvenuto venerdì 11 marzo, è caduta nel dimenticatoio. Se qualcuno ha messo il silenziatore a un vasto sistema di corruzione che coinvolge ovviamente la dirigenza regionale, ci deve essere una sorta di spectre che riesce a superare e ad ingabbiare le istituzioni.
Sorprende questo silenzio che, invece, doveva tramutarsi in un’occasione per squarciare il velo dell’omertà che protegge la burocrazia regionale e non consente di discriminare il grano e il loglio.
Ribadiamo per l’ennesima volta che all’interno dell’elefantiaco Ente vi sono valorosi e onesti dirigenti e  dipendenti. Ma, per contro, ve ne sono tantissimi corrotti, incapaci, che stanno in posti di responsabilità o inferiori solo perché riferenti di pessime figure politiche che dalla corruzione e dall’inefficienza traggono vantaggi in termini di clientelismo e di acquisizione di consenso. Don Luigi Ciotti urla da Potenza che la vera mafia è la corruzione, perché essa dilaga senza l’etichetta della mafia ufficiale. 

Già da dieci giorni si aspetta che vengano indagati o arrestati i colletti bianchi che hanno tenuto il sacco in questa e in altre vicende di corruzione. Ma ancora non si ha notizia dei loro nomi e cognomi. Siamo però fiduciosi che i magistrati inquirenti mettano presto in manette i burocrati che hanno partecipato al business del fotovoltaico. Da quanto scriviamo si evince il motivo dei ritardi perché, chi non arriva all’emissione dei provvedimenti amministrativi lo fa per incapacità, ma più spesso perché aspetta di essere contattato con una busta più o meno pesante.
Si alza forte la voce di Confindustria contro la corruzione, ma anch’essa rimane inascoltata perché allo stato dei fatti non si ha notizia di progressi nell’inchiesta col coinvolgimento dei burocrati disonesti che devono esserci stati.
Non si capisce infatti perché il deputato del Pd Vitrano, ma poteva essere di qualunque altro partito, abbia ricevuto una cagnotte di 10.000 euro se non fosse stato in combutta con chi avrebbe dovuto rilasciare le autorizzazioni. L’opinione pubblica reclama a voce alta e forte i nomi di questi disonesti dirigenti in associazione per delinquere col deputato, che hanno messo in piedi questo sistema esteso di corruzione.
 
Riteniamo che quanto emerso sia la punta di un iceberg. Ma come si fa a scoprire la montagna sommersa se all’interno delle istituzioni burocratiche non vi sono gli anticorpi? Al riguardo abbiamo suggerito più volte ad assessori e dirigenti onesti, l’istituzione del Nucleo investigativo per gli affari interni, con il compito di indagare 365 giorni l’anno su tutte le vicende da cui proviene il fetido odore della corruzione. Non è turandosi il naso o girando la testa dall’altra parte che il problema si risolve, ma affrontandolo di petto, con determinazione e senso civico.
Gianfranco Micciché, fondatore di Forza del Sud, nel suo primo discorso ha detto che i dirigenti regionali sono Signor No. Li ha chiamati roditori perché erodono credibilità a tutta la categoria. In Sicilia ve ne sono oltre 2.000 i quali sono stati nominati, secondo procedura e fonti ufficiali, dopo attente valutazioni e comparazioni. Ma abbiamo più volte chiesto agli organi copia dei processi verbali di valutazione che non ci sono stati dati in quanto, secondo le nostre fonti, tali processi non sono mai stati compilati.

Vi è poi la discrasia all’interno di tutti gli assessorati per cui vi sono medici che si occupano d’informatica, ingegneri che si occupano di rimborsi elettorali, agronomi che si occupano di fondi europei. Il tutto dimostra, se ce ne fosse bisogno, che all’interno degli assessorati regionali, non vi è il Piano aziendale che ordinerebbe con le sue quattro parti (programmazione, organizzazione, gestione e controllo) tutte le funzioni in modo professionale, senza lasciare nulla al caso. Occorre, ora e subito, togliere ai burocrati la licenza di corrompere o di essere corrotti. Occorre, ora e subito, che non si aggiunga alla Piovra-mafia, la Piovra-burocrazia.
Abbiamo già tanti problemi che non potremmo sopportare anche questi aggravi. Facciamo appello ai tanti già citati valorosi e onesti dirigenti e dipendenti regionali affinché alzino la loro voce contro i loro colleghi incapaci e disonesti. Questi sono altri anticorpi di cui ha bisogno la Sicilia per dare una svolta allo stato di asfissia che può generare il decesso di un’economia allo stremo.
Mar
02
2011
Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, con la sua sensibilità, dovrebbe porsi all’ordine del giorno la questione morale dentro la Regione e dentro gli Enti locali della Sicilia. E, immediatamente dopo, porsi la stessa questione all’interno di tutte le strutture provinciali di ogni genere e tipo .
È noto a tutti che quando i meccanismi della Pubblica amministrazione non ruotano in conformità ai valori morali, entrano in uno stato di disfunzione perchè viene meno il principale fra essi che è quello dell’equità. mancando equità, mancano le condizioni di parità fra tutti i soggetti che operano, interni ed esterni, con la conseguenza di creare distorsioni, penalizzazioni ed altre forme inquinanti che portano la struttura verso il baratro.
La corruzione, si sa, è nata con l’uomo e con esso perirà, perchè dentro ognuno di noi vi è una parte istintiva e animalesca che egoisticamente cerca di prevaricare gli altri. Per fortuna vi è l’altra parte, quella colta e consapevole che argina il malaffare, lo combatte e spesso lo vince.

Cosa dovrebbe fare il presidente della Regione, oggi Lombardo ma domani qualsiasi altro siciliano cui viene conferito questo incarico temporaneo? Dovrebbe emettere un decreto con il quale dispone che dentro i dodici assessorati venga istituito il Nucleo investigativo per gli affari interni, avente il compito di aprire inchieste riservate, per individuare casi di corruzione che sembra vi siano ma vanno provati.
È del tutto evidente che se non si aprono i fascicoli l’amministrazione, e per essa i responsabili (assessori e dirigenti generali), sono ciechi. Ma assessori e dirigenti regionali non possono fare come le tre scimmiette. Hanno il dovere morale e professionale di tenere sotto efficace controllo la propria struttura.
Si capisce molto bene che un’organizzazione pubblica ove vi sia corruzione, più o meno estesa, funziona male perchè favorisce il corruttore a danno dei cittadini. La questione è di primaria importanza. Sulla stessa non abbiamo sentito, e non sentiamo, nessuna voce del ceto politico di maggioranza e di opposizione. Delle due l’una: o esso non ha alcuna sensibilità sulla materia, oppure ha paura di scoprire il vaso di pandora, cioè un verminaio.

Il presidente della Regione, fatto questo primo passo, cioè scopare davanti al proprio uscio, dovrebbe invitare il suo assessore agli Enti locali a emettere un analogo decreto riguardante i 390 Comuni. Invitare il suo assessore alla Salute ad emettere un ulteriore simile decreto riguardante le Aziende sanitarie provinciali e quelle ospedaliere; il suo assessore al Lavoro e alla formazione per la stessa finalità e così via elencando. Non c’è dubbio che il Nucleo dovrebbe essere composto da persone al di sopra di ogni sospetto, che dentro la Pubblica amministrazione vi sono, respingendo le facili ironie di chi dice che le mele sono tutte marce. Non è vero, per la semplice ragione che nella Pa siciliana vi sono tantissime persone per bene e capaci.
Sentiamo una vocina che ironicamente dice: “In Sicilia vi sono ben altri problemi: l’economia, il lavoro, l’ambiente, il dissesto idrogeologico e così via”. Ma come si possono affrontare questi ed altri problemi se la Pa non funziona bene, professionalmente ed eticamente?

La società civile ha demandato all’organizzazione pubblica la produzione dei servizi. La società civile è formata da gente perbene e da delinquenti per cui, anche nella Pubblica amministrazione, vi è gente perbene e vi sono delinquenti. Ma questi ultimi devono essere emarginati ed espulsi da un sistema immunitario interno che produca anticorpi.
Quali sono gli anticorpi della Pubblica amministrazione? Le proteste della gente perbene, che devono trovare accoglimento ed essere trasformate in inchieste per appurare dove si trovino le distorsioni in modo da eliminarle. Se le proteste non trovano eco in chi ha il dovere di gestire la cosa pubblica, anche chi protesta pian piano affievolisce la propria voce, rendendosi conto dell’inutilità di questa o quella segnalazione.
Lo stesso accade per i cittadini che  protestano, ma per la maggior parte dei casi non odono attenzione alla propria voce. Non sappiamo se la questione sollevata da questo foglio verrà presa in tempestiva considerazione, ma nessuno potrà dire che essa non sia stata portata all’attenzione della pubblica opinione.
Mar
01
2011
Gli amministratori dell’Ama Spa di Roma sono indagati per diverse ipotesi di reato, fra cui quello di abuso d’ufficio, avendo assunto senza concorso più di 800 persone con il cosiddetto metodo della chiamata diretta. Tradotto, significa che i dirigenti hanno inserito nell’organico le persone raccomandate da questo o da quello, non perché ve ne fosse una necessità, bensì per alimentare il metodo del favore. Non sappiamo se questo comportamento equivalga all’abuso d’ufficio. Lo constateremo seguendo l’inchiesta.
Saltando alla nostra Isola, abbiamo assistito in questi ultimi anni alle ingorde assunzioni di migliaia e migliaia di persone sia da parte della Regione che dei Comuni e delle loro partecipate e municipalizzate. Infornate di inutili autisti, uscieri, persone con la terza elementare assunte con contratto a tempo indeterminato.
Se la legge vale per tutti, non si capisce perché le Procure di Palermo e di Catania non abbiano aperto analoghe inchieste, come quella dei loro colleghi della Procura di Roma, perché qui la tipologia di abuso è estremamente più estesa.

Assumere persone che non servono alla pubblica amministrazione è una forma di corruzione, perché si tratta di fare dei favori da cui si aspettano altri favori. Che cos’è lo scambio di favori se non corruzione? Che ci sia anche il pagamento di somme di danaro non è che un aggravante della corruzione.
Proprio per effetto della stessa sono saltati i dittatori di Tunisia ed Egitto, e traballano i regimi algerino e libico. Naturalmente non c’è paragone tra essi e il nostro sistema democratico. Però la corruzione è sempre lì, in agguato, pronta a contagiare con le sue metastasi gli strati buoni della popolazione. Infatti, secondo il principio della legge economica di Gresham, la moneta cattiva scaccia quella buona. Il cattivo esempio si diffonde e contamina gli incerti, quelli che stanno in mezzo al guado.
Non solo la corruzione è una violazione penale e morale, ma è elemento gravissimo che impedisce lo sviluppo. Se un imprenditore paga una tangente per avere un appalto che non gli competerebbe, mette da canto chi è più meritevole di lui.
 
Se in un posto pubblico ci va il raccomandato e non il meritevole, quel servizio funzionerà ampiamente peggio, quindi un danno per la collettività. Se a comandare i vigili urbani c’è un raccomandato e non un competente, il riflesso si vede in tutta la città. E potremmo proseguire con gli esempi.
La corruzione va combattuta energicamente e continuamente. Non si può pensare che siano le Procure della Repubblica, notoriamente sotto organico, a occuparsi di scoprire le magagne della pubblica amministrazione regionale e locale. E allora chi si dovrebbe occupare di farle emergere? La risposta è ovvia: l’amministrazione dell’ente e per essa il suo leader.
Come si dovrebbe combattere? Lo suggeriamo ancora una volta: istituendo il Nucleo investigativo per gli affari interni, che constantemente analizza i comportamenti dei dipendenti dell’amministrazione, per scoprire se vi sono comportamenti omissivi o delinquenziali.

Quando poniamo domande ai capi delle amministrazioni nei Comuni capoluogo o in quelli minori e nelle Asp e Ao, se abbiano o no istituito il Nucleo, ci rispondono sorpresi che non c’è, ma aggiungono sfacciatamente che non ve ne sia bisogno. Gli chiediamo come fanno a sapere che non ve ne sia bisogno se non fanno indagini? Sostenere che non vi siano mele marce è sostenere sicuramente una falsità.
Quanto precede riguarda un comportamento anti-etico di chi amministra, che nei valori dovrebbe avere la propria stella polare. E, invece, basa la propria azione sullo scambio fra favore e bisogno.
Attendiamo notizie dalle Procure siciliane per l’apertura dei fascicoli su chi ha abusato ripetutamente della Cosa pubblica, assumendo personale inutile, senza il vaglio dei concorsi. Attendiamo contestuali iniziative, per appurare se le amministrazioni si siano comportate in conformità all’art. 97 della Costituzione che impone l’imparzialità e il buon andamento delle amministrazioni. Attendiamo anche che i capi delle amministrazioni istituiscano il Nucleo sollecitato.
Gen
14
2011
Da circa un anno al Senato e all’Ars sono depositati dentro il cassetto i disegni di legge contro la corruzione. Ma il ceto politico ha qualche difficoltà a esaminarli e ad approvarli. La ragione che emerge chiara è che anche corrotti e corruttori votano. Anzi sono coloro che dispensando favori e privilegi sono nelle condizioni di calamitare consensi e di indirizzarli secondo la loro convenienza.
 
Dalle notizie che ci pervengono sui due ddl possiamo osservare che le sanzioni previste non sono rigorose come dovrebbero. Infatti non è prevista l’espulsione a vita dall’agone politico e dalla pubblica amministrazione per tutti i condannati di corruzione e per tutti gli altri che danneggiano la Cosa pubblica.
 
Ferma la garanzia che nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva, trattandosi di Cosa pubblica, cioè di materia che riguarda tutti i cittadini, non si può aspettare dieci o quindici anni per espellere dal sistema corrotti e corruttori, anche correndo il rischio che qualcuno di essi risulti innocente.
 
Dovrebbe bastare la sentenza di colpevolezza di primo grado per impedire, a chi è stato sanzionato di reato contro il bene comune, di partecipare a competizioni elettorali di ogni livello, di essere nominato in società controllate o partecipate da enti pubblici o di continuare a esercitare l’attività nella pubblica amministrazione. Vale a dire che se l’imputato dovesse essere riconosciuto innocente avrà diritto al risarcimento. Ma se colpevole, bisogna impedirgli di reiterare il reato o di compiere altri delitti.
 
La lotta alla mafia è stata intensificata in questi ultimi anni con il notevole aumento di beni sequestrati (in via provvisoria) e poi confiscati (in via definitiva). Colpire il patrimonio accumulato indebitamente degli appartenenti alla criminalità organizzata è un metodo efficace perchè toglie il sangue dalle vene del circuito finanziario. Da quando il prefetto Dalla Chiesa indicò questa strada sono passati trent’anni, ma la collusione tra ceto politico e mafiosi ha ritardato moltissimo l’inizio di questo nuovo modo di agire. Perchè questo ritardo? Perchè, l’abbiamo già scritto, anche i mafiosi votano.
 
Vi è poi la leggenda metropolitana che la mafia è più forte in Sicilia e in Calabria. Bisogna dire che qui è molto ramificata, ma da un punto di vista economico è meno potente della mafia lombarda o veneta.
 
Proprio in quelle due regioni ricche vi è materia finanziaria che interessa la criminalità organizzata. L’azione di governo si sta sviluppando con fermezza, ma necessita un ulteriore forte potenziamento per tentare di sradicare alla radice la pianta mafiosa, camorristica e quella della 'ndrangheta.
Anche i mafiosi votano e il ceto politico è sensibile all’apporto di consenso perchè la sua debolezza mentale impedisce di proporre e sviluppare grandi progetti strategici sui quali chiedere consensi. Quando la raccolta è clientelare e basata sul favore, la collusione con la criminalità organizzata è molto probabile. è inutile sentir dire da qualcuno che la mafia gli fa schifo quando poi ha preso i voti dalla mafia.

Anche gli evasori votano. Agenzia delle entrate e Guardia di finanza stanno facendo un importante lavoro, che ha portato dieci miliardi circa nelle casse dello Stato nel 2010. Tuttavia la materia imponibile nascosta è stimata comunemente in circa 250 miliardi. C’è ben altro da riscuotere.
Un modo capillare sarebbe quello di consentire la pubblicazione dei redditi annuali. La stranezza della questione sta nel fatto che le leggi prevedano che questo possa e debba essere fatto. La legge 133/08 infatti prevede all’art. 42, comma 1 bis, che “la consultazione degli elenchi (...) può essere effettuata anche mediante l'utilizzo delle reti di comunicazione elettronica”. La legge 122/10, all’art. 18, si occupa di accesso alle dichiarazioni relative ai contribuenti. C’è anche la sentenza C-73/07 della Corte di Giustizia europea che consente la diffusione via sms delle dichiarazioni dei redditi dei privati cittadini con scopi giornalistici.
Però il ministro dell’Economia Tremonti, contra legem, impedisce che i cittadini prendano visione dei redditi dichiarati dai contribuenti. Il controllo sociale dei redditi dichiarati sarebbe un forte deterrente per tutti gli evasori, ma tale controllo viene impedito perchè gli evasori votano e il governo nazionale e quello regionale (che potrebbe intervenire in materia) non fanno nulla affinchè tale controllo venga effettuato.
Dic
30
2010
La questione morale negli Enti locali non è cosa da poco, anzi è preliminare a qualunque azione, politica od organizzativa. Si è reso indispensabile, di fronte al dilagare della corruzione, che ha mille rivoli, porre attenzione (come fino ad oggi non si è fatto) al funzionamento o al malfunzionamento di ogni macchina amministrativa, per ricercarne le cause.
Le principali sono due: inefficienza e corruzione. I sindaci, se volessero rendere efficiente la propria amministrazione, dovrebbero costituire un reparto qualificato denominato affari interni, formato da personale integerimo, per svolgere indagini che portassero alla luce le cause cui prima si accennava. Naturalmente, va distinto il dolo dalla colpa. Nel primo caso, le indagini dovrebbero portare alla denuncia davanti alla Procura competente, con l’esibizione di prove e di riscontri. Non già un’indagine sommaria, ma un’indagine concreta poggiata su prove certe.

Nel secondo caso, quello della colpa, l’indagine dovrebbe puntare a individuare responsabilità da girare alla Corte dei conti, per l’apertura di fascicoli che determinino il danno erariale. In atto, nei 390 Comuni siciliani non esiste nessun nucleo investigativo affari interni, non perché non ve sia bisogno, ma per l’irresponsabilità dei sindaci, i quali preferiscono chiudere un occhio e anche due, per evitare l’insorgere di controversie. Ma così operando vengono meno al loro dovere e alla responsabilità sancita dall’articolo 97 (primo comma)  della Costituzione, il quale obbliga che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
Chiediamo ai 390 sindaci come ritengano di ottenere il buon funzionamento e l’imparzialità della loro amministrazione se non individuino le disfunzioni e le malversazioni. è del tutto evidente che se non vengono svolte indagini, né le une né le altre possono emergere, col risultato che vengono nascoste ai cittadini ai quali, invece, per dovere di trasparenza, dovrebbe essere detto tutto. 
Chiediamo ad uno dei 390 sindaci a scriverci il contrario di quanto affermiamo. Gli daremo ampio spazio e lo porteremo come esempio luminoso davanti all’opinione pubblica siciliana.
 
Se Atene piange, Sparta non ride. La questione è di livello superiore quando è riferita alla Regione. In quell’ambito, voci di corridoio, peraltro consistenti e diffuse, parlano di corruzione e di disfunzioni nonché di parentopoli e amicopoli. Insomma, è diffuso il principio del favore e non quello del servizio. I due principi sono opposti, come il vizio e la virtù.
Certo, non si può dire virtuosa una Regione che non fa emergere davanti all’opinione pubblica i propri panni sporchi e preferisce scopare la polvere sotto il letto per non farla vedere. Poi, ogni tanto,vengono fuori arresti e condanne per il versante delle malversazioni, e condanne di risarcimento di danni per il versante delle disfunzioni.
I casi eclatanti sono la punta dell’iceberg. Bisognerebbe che il ceto politico avesse la forza morale di scavare e portare fuori quello che accade di indecoroso, ma esso stesso deve avere le carte in regola per fare questo. Se per primo dà un esempio negativo, non potrà pretendere che la burocrazia subordinata faccia di meglio.

Nessuno dei presidenti della Regione, che abbiamo conosciuto personalmente negli ultimi 35 anni, si è mai posto il problema della moralità nella Cosa pubblica. Cosicché il sistema è degradato e continua a scivolare su un piano inclinato verso l’inferno. Invece, c’è bisogno di risalire la china per dimostrare ai siciliani la voglia di fare, di far bene e di perseguire esclusivamente l’interesse generale, mettendo molto in subordine quello privato, personale, dei propri amici e dei propri  parenti.
Non vogliamo fare il Girolamo Savonarola (1452-1498) della Sicilia. Non è il compito del giornalista. Ma non possiamo fare a meno di fotografare la situazione di costumi e comportamenti puttaneschi nell’ambito delle diverse pubbliche amministrazioni siciliane.
Anche in questo caso attendiamo smentite mediante esempi positivi di buon funzionamento (per il versante delle disfunzioni) e il risultato di indagini interne che dimostrino come la corruzione sia assente negli Assessorati, negli Enti e nelle Partecipate regionali. A buon intenditor...
Ott
29
2010
La Lega è approdata da pochi anni alle amministrazioni e bisogna riconoscere che i neofiti stanno lavorando bene e con continuità. Bossi è un animale dal fiuto politico non comune, non è un caso che dal nulla guida l’unico vero partito strutturato a livello locale, cui ha dato una bandiera (Sole delle Alpi) e una simbologia, portata dal versamento dell’ampolla con l’acqua del fiume Po.
La crescita della Lega è stata continua ed ora la sua presenza in tutto il Nord Italia è significativa con le due punte di diamante dei presidenti della Regione Piemonte (Roberto Cota) e della Regione Veneto (Luca Zaia). Bisogna ascrivere a merito del Senatùr la capacità di aver portato avanti il progetto del federalismo che non è buono in sè, quanto per l’effetto che produrrà (quando sarà in vigore), di avvicinare le imposte pagate dai cittadini ai servizi ricevuti dagli stessi.
La strada del federalismo è lunga perché, aiutato dal nuovo patto di stabilità europeo, obbligherà gli amministratori locali, soprattutto quelli del Sud, a invertire il loro comportamento ed imboccare la strada virtuosa di risparmiare sulla spesa corrente, per investire di più in opere e servizi pubblici.

Tuttavia le azioni della Lega non sono tutte positive. Qua e là cominciano ad affiorare casi di corruzione. Quello che più preoccupa è il comportamento di stampo neo-democristiano: l’arraffa arraffa di poltrone di ogni genere e tipo. Asl, banche, aeroporti, autostrade, Rai, partecipate comunali e provinciali oltre che Comuni e Province, vengono conquistate dalle legioni di leghisti ben addestrati ad occupare poltrone.
 
Al riguardo del Trota, vi è una simpatica battutina. Renzo Bossi vedendo mostrare al padre il dito medio, esclama: “La so, la so, è uno”.
I casi di corruzione hanno fatto esclamare a qualche altro: ciò che distingue la Lega dagli altri partiti è che ruba in dialetto. Un mattacchione ha sussurrato: la Gelmini, sembra, voglia dare una laurea honoris causa a Bossi senior; speriamo che il Cepu faccia uno sconto.
Non critichiamo l’azione della Lega che tende ad acquisire i posti che contano, bensì quella che spesso segue il vecchio criterio democristiano secondo il quale ai posti venivano inviati soggetti senza una adeguata preparazione professionale. Purtroppo la spartizione del potere degli enti pubblici o delle società pubbliche controllate da Stato, Regioni e Comuni ha alimentato questo sistema perché la modestia dell’attuale ceto politico non è basata sul merito  ma su corporazioni e privilegi.
E’ lungo l’elenco dei leghisti piazzati qua e là: da Antonio Marano, vice direttore generale della Rai, a Gianluigi Paragone, vice direttore di Rai Due, a Massimo Ferrario Posticini, capo del centro produzione di Milano. Per non citare Gianfranco Tosi, presidente del Centro della cultura Lombarda della Regione e seduto nel Cda dell’Enel, Mario Fabio Sartori all’Inail, Dario Fruscio al vertice dell’agenzia che vigila sull’erogazione di fondi comunitari dell’agricoltura, a Dario Galli, presidente della Provincia di Varese e nel Cda di Finmeccanica.

L’elenco continua: Azzano Decimo siede nella Spa che sta costruendo la terza corsia dell’A4, appalto da due miliardi di euro,  Stefano Mazzolini, trombato alle regionali, è alla Promotour, Loreto Mestroni al vertice dell’Agenzia per l’energia. Insomma, il mi manda Picone nella Lega è un sistema molto usato perché dilagato per oltre 60 anni e continua a restare vivo e vegeto. Il guaio della situazione che descriviamo è che la Lega ha condizionato l’azione di Tremonti, il quale tagliando la spesa con una riga lineare ha di fatto penalizzato i soggetti virtuosi, ma anche tutti gli enti che ricevevano di meno. La Lega ha bloccato i Fas per il Sud aspirando le risorse verso le irregolari quote latte del Nord. Adesso bisogna contrapporre un partito del Sud.
Bossi tuona contro Roma definendola ladrona, contro i romani definendoli porci (anche se poi ha chiesto scusa), però i leghisti a Roma si infiltrano in tutti i posti chiave, conquistano presidenze e consigli di amministrazione, entrano nelle banche e nelle fondazioni, ovunque vi siano posti di potere e relativi appannaggi.
La Lega non è immune dal sistema dell’appartenenza, secondo il quale prima vengono i propri affiliati e poi tutti gli altri, indipendentemente dal merito. L’esempio è quel Renzo Bossi, tre volte bocciato alla maturità, ma divenuto consigliere della Regione Lombardia, il quale è ormai lanciato verso uno dei primi posti nel partito del padre. Nepotismo.
Lug
24
2010
Il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, ha ammesso la sua colpa con riferimento alle indagini che lo hanno coinvolto. Poi ha subito aggiunto: “Ho sbagliato ma resto al mio posto”. Da un canto gli fa onore l’ammissione, doverosa quando si viene colti in fallo, o meglio quando si commettono atti impuri. Dall’altro, sembra incomprensibile il conseguente comportamento, cioè quello di andare avanti come se nulla fosse.
Gente come Cappellacci, che fa affermazioni del tipo riportato testualmente, non ha la minima idea di che cosa sia l’etica in politica. Non sa che maggiori responsabilità si hanno e più forte deve essere il filtro delle azioni che si compiono. Un filtro che impedisce il passaggio di comportamenti scusabili nell’uomo della strada, ma intollerabili in chi ha primarie responsabilità istituzionali.
Qui non si vuole fare la morale a nessuno, ricordando che chi è senza peccato scagli la prima pietra. Tuttavia, chi di noi ascolta frasi come quella indicata ha il dovere di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su di essa.

L’esplosione della corruzione nella Cosa pubblica è una delle cause del sottosviluppo del Meridione. Un’altra, per inciso, è il bassissimo tasso infrastrutturale. Una terza è l’inefficienza della Pubblica amministrazione. Una quarta, ma prima per importanza, la scarsezza del ceto politico che ha continuato (e continua) a diffondere e a sostenere lo scambio: una politica di bassissimo rango basata sul favore.
Nessuno deve fare il Girolamo Savonarola (1452 -1498) dei nostri giorni, ma tutti, ognuno per il proprio ruolo civile o istituzionale, hanno l’obbligo di riferirsi ai valori morali che debbono essere presenti nella comunità e fra essi uno primario è l’equità.
L’onestà è un altro valore che deve essere sempre richiamato e a cui ispirare ogni nostro atto e comportamento. I ladroni, quelli che commettono furti continui a danno dei cittadini, vanno indicati senza mezzi termini. Una Comunità sana deve possedere gli anticorpi per debellare il virus delle cellule maligne della corruzione, allo stesso modo come i farmaci tentano di debellare le cellule maligne dei tumori.
 
La corruzione è un cancro che insieme a quello della malavita organizzata impesta il tessuto sano. Due cancri per combattere i quali ci vogliono dosi massicce di qualità morali, tendenti a isolarli prima e debellarli dopo. Alle quali vanno aggiunte forti qualità professionali d’indagine.
La dura lotta non può essere fatta da questo o da quello, ma condotta da un’estesa indignazione popolare come accadde 18 anni fa, nel caso di Mani pulite. Le inchieste multiple delle Procure di Perugia, Firenze,  Roma, Palermo, tutte volte a fare emergere gli intrighi del Palazzo,  spiegano con chiarezza che non si tratta di casi isolati.
L’immagine Tremontiana della cassetta di mele marce si avvicina alla realtà ma non la fotografa completamente. Oltre alle mele marce vi sono alberi marci che vanno espiantati e mandati al rogo. è necessario che si diffonda fra tutti i malfattori il convincimento che il tessuto sano della nazione, estesissimo, è in condizione di colpire senza indugio e senza tentennamenti chi ruba il denaro dei cittadini, anche utilizzando vie legali come le ordinanze taglia-procedure della Protezione civile e altri strumenti di supposta urgenza che saltano i controlli e quindi consentono arbitri di ogni genere.

È inconcepibile che in uno Stato moderno possano ancora sopravvivere procedure arcaiche, farraginose, inutilmente lunghe e stupidamente garantiste, che servono solo a non concludere niente. Mentre per fare, occorrono la “legge obiettivo” o i decreti  di emergenza.
è ulteriormente incomprensibile come il Governo possa nominare un commissario straordinario nella persona di Raffaele Lombardo, non quindi come presidente della Regione, per un lunghissimo periodo che va fino al 31/12/2012. Come può essere straordinario un periodo così lungo? Ma di questo ci occuperemo nei prossimi giorni comparando l’ordinanza del Pcdm del 9 luglio con la L.r. n. 9/2010 sulle Ato.
Se tutte le azioni dei responsabili delle istituzioni fossero basate trasversalmente sulle regole etiche, nessun imbroglio sarebbe possibile. Ma questo non è. Bisogna mettervi rimedio. Presto.
Lug
22
2010
Nicolas Sarkozy è stato interrogato su una terrazza dell’Eliseo da Davide Pujadas, giornalista di France 2, lunedì 12 luglio per ben 70 minuti. Il tema dell’intervista ha riguardato la corruzione che si è manifestata nello Stato francese. In particolare il giornalista ha chiesto a Sarkozy perché ha protetto i suoi uomini anziché isolarli quando sono stati sfiorati dalla crisi morale e politica, la più grave dal suo accesso alla presidenza.
Alcuni suoi ministri sono stati accusati di cattiva utilizzazione della Cosa pubblica. Lui stesso è stato sfiorato dall’affare Woerth-Bettencourt per un finanziamento della sua campagna elettorale, che sarebbe stato effettuato dalla proprietaria de L’Oréal. Il quinto successore di Charles De Gaulle ha sottolineato che per ben governare occorre sangue freddo, cioè evitare di farsi prendere la mano da circostanze mediatiche non riscontrate dai fatti, e solo dopo averle appurate attuare provvedimenti drastici senza guardare in faccia a nessuno.

Per lui l’affare è chiuso: non si separerà da monsieur Woerth, ministro del Lavoro e non gli toglierà il mandato perché le accuse non sono vere e si tratta di calunnie. Ma Sarkozy non ha attaccato i giornali che hanno riportato i fatti conosciuti, perché in Francia la stampa è considerata uno strumento di informazione e quindi di interesse generale e non uno strumento politico per sostenere o abbattere persone delle istituzioni. C’è un rispetto reciproco tra queste ultime e il mondo dell’informazione perché ognuno fa la propria parte senza tentare di condizionare l’altra.
Nel mondo francese c’è una profonda differenza che lo distingue da quello italiano. Si tratta di una classe burocratica orgogliosa e gelosa delle proprie prerogative che fa funzionare la macchina dello Stato, delle Regioni e delle città, indipendentemente dalla guida politica, che certamente incide sugli indirizzi, come suo dovere. Ma poi non entra nel merito della gestione perché essa è effettivamente affidata all’apparato amministrativo. L’Ena (Ecole nationale d’administration) ha sfornato dirigenti di primissimo livello, denominati enarchi che spesso sono diventati presidenti della Repubblica e primi ministri.
 
In Italia, Berlusconi ha dichiarato che i quotidiani sono nemici, salvo due o tre che gravitano nella sua area, e che per conseguenza egli non legge, citando l’esempio di Margaret Thatcher. Ha difeso i suoi uomini colpiti da indagine per corruzione definendoli mele marce. Tremonti, il secondo divino Giulio, (il primo era Andreotti), ha rinforzato la definizione dicendo che dentro il Popolo della Libertà c’è una intera cassa di mele marce anche se la pianta è sana.
Non si capisce però la logica di quest’affermazione. Se il melo è sano non può produrre mele marce a meno che queste non si siano imputridite perché rimaste in un fondo di magazzino. Fuor di metafora il Popolo della Libertà, se è una pianta sana, non deve produrre mele marce e se queste si sono imputridite nei magazzini devono essere rapidamente gettate via.
Berlusconi, che fa i sondaggi, dovrebbe sapere che si è risvegliata una grande sensibilità nell’opinione pubblica tendente a respingere la corruzione ovunque si trovi. Anche se il fenomeno non riguarda il finanziamento dei partiti ma l’arricchimento di uomini delle istituzioni, il danno alla Cosa pubblica è percepito come un fatto intollerabile.

La stretta della crisi ha prodotto il vistoso retrocedere del Pil in tutto il mondo industrializzato, ma il contestuale forte progresso dello stesso Pil in Paesi emergenti come Cina, Brasile ed India. Quanto precede fa pensare che i Paesi occidentali stiano andando incontro al loro suicidio se non cambiano il modo di far funzionare le istituzioni e la sottostante pubblica amministrazione.
Il rigore cui M. Sarkozy si riferisce è una pre-condizione che si deve necessariamente abbinare all’equità, un valore indispensabile perché le diverse parti della Comunità non si sentano soverchiate o emarginate. L’equilibrio generale in uno Stato e nelle sue sottostanti istituzioni (Regioni e Comuni) non può prescindere da elementi di qualità programmatorie che stabiliscano obiettivi raggiungibili e completi.
Berlusconi, fino ad oggi, ha avuto il consenso dei cittadini, almeno secondo i sondaggi da lui sbandierati, ma non è un caso che da qualche settimana non sentiamo più parlare di tali sondaggi. Un caso?
Mag
13
2010
La Grecia è una nazione carica di storia, di reperti archeologici, si può dire la matrice della nostra civiltà. Ha una superficie di 133 mila kmq, circa cinque volte e mezzo quella della Sicilia, con meno di 11 milioni di abitanti, poco più del doppio dei siciliani. Il prodotto interno lordo è stato di 237,4 mld €, con un disavanzo annuale del 13,6 per cento e un debito pubblico del 115,1 per cento che prima era il peggiore dell’Unione a 27 ma ora è stato superato da quello italiano.
In questi pochi numeri c’è tutto il disastro di quella piccola nazione, ora squassata da una sorta di rivoluzione perché il piano di risanamento previsto dal primo ministro, George Papandreou, che appartiene a un’antica famiglia di politici (il padre Andreas è stato a sua volta primo ministro), taglia senza pietà soprattutto nelle fasce più deboli.
Fra l’altro, il Paese ellenico ha mantenuto il vizietto italiano di mandare i propri dipendenti in pensione a 59 anni, e quel sistema economico non l’ha sopportato.

Ma vi sono altri elementi devastanti: l’arretratezza dei servizi pubblici, la mancanza di concorrenza, l’estensione della mano pubblica nell’economia e, soprattutto, la corruzione. Sembra che stiamo descrivendo lo stato patologico del nostro Paese. E questo ci fa paura.
Un altro elemento assomiglia a quello italiano e, cioè, che questa situazione disastrosa è stata provocata da governi di Destra e di Sinistra, alternatisi in questi decenni. Il che dimostra che non è stata l’ideologia a creare il male, bensì un ceto politico che è venuto meno ai principi etici dell’alta politica. Cosicché la situazione, anno dopo anno, è precipitata e ora il salvataggio è costosissimo per tutti i ceti sociali.
La prima tranche di prestito che gli Stati membri dell’Unione europea daranno alla Grecia ammonterà a circa 85 mld €, ma gli esperti ritengono che ce ne vorranno almeno il doppio. Il Bund greco 2020 è precipitato a 79, però la sua caduta si è arrestata. Ora bisogna attendere gli effetti dell’iniezione di liquidità. Effetti che dovrebbero manifestarsi nelle prossime settimane.
 
Qualcuno ha scritto che la speculazione internazionale è la causa della crisi greca. Si tratta di una pura e semplice menzogna, perché chi è causa dei suoi mal, pianga sé stesso. La cosiddetta speculazione fa il proprio mestiere, cioè punta sulla crisi delle monete per guadagnare quando queste corrono al ribasso.
Si dice che un gruppo di titolari di Hedge Fund, capitanati da George Soros, abbiano deciso di muovere contro l’euro, cominciando dalla Grecia, ma quello che accade in Spagna, in Portogallo e in Irlanda fa capire che l’attacco è serio, grave, eppure perfettamente legittimo.
Gli speculatori non hanno mosso contro l’Italia perché nonostante l’enorme debito pubblico, i cui interessi costano oltre cinque punti del Pil (80 mld), ha un forte baluardo nel risparmio privato che bilancia i quasi 1800 mld di debito pubblico. Qui, però, non si sono affrontate le riforme e dunque la situazione stagna con una previsione di crescita del Pil, per il 2011, di appena l’1 per cento.

Di fronte a questi dati, dobbiamo rilevare la forte ripresa negli Stati Uniti che già nel precedente trimestre ha fatto registrare un aumento del 3,2 del Pil e punta a oltre il 4 per cento nel 2011. Ma anche in Europa si sono messe in moto le locomotive tedesca e francese. Soprattutto quella tedesca ha nettato il suo sistema economico da tanti orpelli, fatto che gli consente di cominciare a correre.
La rivoluzione dei cittadini greci è ben comprensibile, ma essi non hanno compreso negli anni precedenti come i privilegi dei dipendenti pubblici e delle corporazioni pubbliche e private avrebbero irrimediabilmente devastato quella economia. Ora piangono sul latte versato, reagiscono col sangue agli occhi, ma per rimettere in carreggiata la navicella sconquassata dovranno fare sacrifici per tre o quattro anni.
Il peggio del risanamento è che l’aumento di tasse da un canto e il taglio di stipendi, tredicesime e quattordicesime dall’altro, toglie dal circolo dei consumi notevoli risorse. Con la conseguenza che viene meno uno degli elementi propulsivi dell’economia. La Grecia sconterà una dura recessione.
Mar
10
2010
L’emendamento “liste pulite” al ddl anti-corruzione è stato una blanda risposta all’esigenza di pulizia e di lotta alla corruzione della Cosa pubblica, che proviene dai cittadini. Questi sono disgustati nell’apprendere giornalmente come vi siano alti dirigenti dello Stato che truffano, corrompono, rubano e compiono malversazioni appropriandosi dei quattrini pubblici.
Ma la montagna ha partorito il topolino, perché il ddl in pectore prevede che non possano essere candidati i pregiudicati, cioè coloro che abbiano subito condanne definitive, passate in giudicato. Questo era il minimo che si potesse fare. Governo e maggioranza non hanno capito che i cittadini vogliono che sia cancellato dalla scena politica a tutti i livelli (nazionale, regionale e locale) chiunque sia stato condannato in uno dei tre gradi di giudizio o più semplicemente rinviato a giudizio.

La questione è di più ampio respiro e riguarda il più vecchio tema del professionismo nella politica. Più che un tema, un dilemma: se sia opportuno che esistano i professionisti della politica, cioè coloro che nella loro vita non abbiamo fatto nient’altro, oppure che vi siano dei cittadini che solo per un periodo limitato della propria vita servano la collettività, per poi rientrare prontamente e definitivamente a fare ciò che facevano prima.
A noi sembra che la seconda alternativa sia più opportuna, in una vera democrazia che ha bisogno sempre di nuove forze, di nuovi entusiasmi e di neofiti che diventino prontamente veterani. Questa seconda ipotesi elimina il pericolo di incrostazioni e quindi fronteggia il rischio di corruzione.
Il divieto di servire il popolo per più di otto o dieci anni dovrebbe essere tassativo, cioè evitare di essere aggirato facendo concorrere candidati a diversi incarichi come oggi spesso si verifica.
Insomma si tratta di far mettere il cuore in pace a chi occupa un posto di rappresentanza dei cittadini sapendo che è lì solo provvisoriamente. La questione che proponiamo dovrebbe diventare l’incipit di una legge che regolamenti la vita dei partiti, previsti dall’articolo 49 della Costituzione.
 
Il loro finanziamento dovrebbe essere subordinato a Statuti che contengano regole democratiche vincolanti e controllo ferreo di finanziamento e bilanci, certificati da autorità esterna.
è vergognoso assistere alla corsa ai seggi di consigliere comunale, provinciale e regionale da parte di senza mestiere, quasi che si trattasse di concorsi pubblici anziché di elezioni. Tale vergogna si è concretizzata nel momento in cui sono state stabilite cospicue indennità, che fanno arricchire chi, fuori dai siti istituzionali, non saprebbe come sbarcare il lunario. è da questa distorsione della politica che nasce la quasi inesistente qualità dei rappresentanti istituzionali. Perché se non ci fosse la corsa all’oro, tanti cittadini sarebbero disposti a prestarsi per un vero servizio.
Se fosse accettata la regola che durante i mandati politici di qualunque livello il rappresentante continuasse a percepire il reddito della propria attività (impiegatizia, professionale, dirigenziale, imprenditoriale o altra) e null’altro, salvo il rimborso delle spese vive a piè di lista, finirebbe questo scandaloso comportamento di centinaia di migliaia di persone che fanno i tappetini pur di concorrere a un qualunque posto in una qualunque istituzione pubblica.

Per raggiungere l’agognata meta finanziaria, tanta gente si indebita ritenendo di pagare tali debiti con le ricche indennità percepite in caso di successo. Se le indennità non ci fossero, non si indebiterebbe nessuno e la competizione verterebbe solo sulle qualità morali e professionali dei candidati piuttosto che sulla loro arte di corrompere e di scambiare il voto con il favore.
Quella che esponiamo è mera teoria? Non sappiamo. Si tratta però di un’analisi concreta che tiene conto dell’interesse generale entro il quale non ci sta l’interesse di coloro che vogliono arricchirsi a spese della collettività.
Dalla corruzione nella politica è facile passare alla corruzione nella pubblica amministrazione, perchè l’intreccio degli interessi privati comporta che quando si prende una busta ognuno si mette i guanti per mantenere pulite le proprie mani.
Mar
09
2010
La corruzione nella res pubblica è un’ulteriore tassa sui cittadini perchè consente l’indebito arricchimento di quanti violano le regole con l’aggravante di evadere le imposte.
Quanto precede genera una grande iniquità e rende privilegiate categorie di cittadini, che violano ripetutamente la legge, senza essere messi tempestivamente in galera. Anche quando sono raggiunti da provvedimenti cautelari, i loro avvocati seguono la tattica di prolungare al massimo i tempi, in modo che l’opinione pubblica dimentichi e sia più facile ottenere sentenze clementi.
Sappiamo che i giudici si regolano in base ai documenti processuali e non agli articoli dei giornali nè ai dibattiti televisivi. Tuttavia questi ultimi possono influenzare coloro che sono chiamati a emettere sentenze, perché la pressione dell’opinione pubblica pesa.
La corruzione non è solo quella costituita da mazzette, ma dall’insieme di favori necessari per ottenere questo o quel provvedimento amministrativo, questa o quella nomina, questo o quella onorificenza o titolo onorifico.
Perfino per diventare cavaliere della Repubblica si cerca la raccomandazione. L’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, trovato con le mani nella marmellata per avere raccomandato oltre seicento clientes, sbottò indignato: “Ma che volete, erano dei poveracci che avevano bisogno”. Un modo esplicito che dimostra lo scambio fra voto e favore.

La corruzione si combatte in modo preventivo e repressivo. Bisogna essere grati a Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza per l’enorme mole di lavoro che svolgono, mirato alla scoperta di ladri e dipendenti indegni. Tuttavia non si può pensare di avere un investigatore per ciascuno dei 3,6 milioni di dipendenti pubblici, nè tanti agenti per quanti imprenditori vincono gare d’appalto per la fornitura di beni e servizi. Occorre un’azione preventiva, quella che si chiama diffusione della cultura dell’onestà. Perchè tale diffusione vi sia, è necessario che convenga. La convenienza, di conseguenza, deve essere palese.
 
Che ci vuole, dunque? La trasparenza, ecco quello che ci vuole. Cioè la possibilità da parte dei cittadini di controllare direttamente quanto avviene dentro i Palazzi. Siccome, però, i Palazzi sono fatti di pietre e cemento, la loro attività va riportata per intero sui siti Internet. Così facendo, in qualunque momento, ogni cittadino è in condizione di sapere cosa stiano facendo i suoi dipendenti (perchè pagati dalle imposte) e se stiano producendo in modo proporzionale a quanto percepiscono.
Trasparenza è anche la possibilità per ogni cittadino di chiedere ed ottenere un qualunque provvedimmento amministrativo per via telematica, senza bisogno di prendere autobus e metropolitane o perdere ore e ore negli uffici pubblici.
Trasparenza è un valore di interesse generale così importante, che viene ostruito e avversato da chi non vuole essere controllato. Il quale ha sempre qualcosa da nascondere. Se qualcuno vuole controllare il mio conto bancario, si accomodi pure. Non sono interessato alla privacy.

Agire alla luce del sole, ecco cosa è utile al miglioramento della moralità generale, senza della quale l’arbitrio prevale, la legge del più forte si diffonde e la ragione del più debole viene oppressa.
È inutile spendere questi concetti in conferenze e in luoghi pubblici. È inutile che tante persone dei clubs service spieghino come e perchè bisogna comportarsi bene. Ovvietà. È, invece, indispensabile che ognuno dimostri con il proprio comportamento e le proprie azioni che crede nei valori morali ed eterni e che regoli la propria vita e i propri comportamenti in rapporto a essi.
La responsabilità di ognuno di noi, verso i terzi e verso se stessi, impone di chiedere a viva voce la trasparenza degli altri, ma di essere trasparenti per primi. Predicar bene e razzolar male è un modo per non comportarsi secondo i canoni morali, che dobbiamo tenere sempre presenti sia in questa vita, che quando lo spirito abbandonerà il nostro corpo.
Mar
02
2010
È stato portato all’Assemblea regionale, commissione Affari istituzionali, il disegno di legge cosiddetto sulla trasparenza, la semplificazione, l’efficienza e l’informatizzazione della P.a. Lo stesso ddl reca disposizioni per il contrasto alla corruzione e criminalità organizzata di stampo mafioso nonché il riordino e la semplificazione della legislazione regionale. Il relatore di questo ddl  dovrebbe essere lo stesso presidente, Riccardo Minardo. Si tratta di un compito legislativio estremamente oneroso che, se sarà approvato dall’Assemblea, comporterà una piccola rivoluzione nelle procedure e nel modo di operare di dirigenti e dipendenti regionali.
A proposito dei primi, prendiamo atto della precisazione dell’assessore al ramo, Chinnici, con la quale viene stabilito che saranno nominati i vicedirigenti man mano che si esauriranno i dirigenti della terza fascia, in modo da non creare ingorghi nè oneri addizionali per il personale già esuberante rispetto alle necessità.

Il disegno di legge è carente di un aspetto che forse non è stato pensato e cioè: si manifesta vera trasparenza solo se i siciliani possono accedere telematicamente a procedure e documenti, salvo quelli personali per motivi di privacy, e ricevono una comunicazione costante dalle Pa regionale e locali sull’attuazione dei programmi, sul loro funzionamento e sull’andamento di tutta la macchina. In altri termini, solo la trasparenza consente un rapporto cristallino fra datore di lavoro sostanziale (i cittadini), e i suoi dipendenti e dirigenti pubblici. Da questo rapporto nessuno può prescindere, né è consentito di ribaltarlo facendo diventare i cittadini subordinati a dirigenti e dipendenti pubblici.
La trasparenza si ottiene mediante i siti Internet che devono essere aggiornati ogni sera in modo da consentire controllo e dialogo in tempo reale. Ogni amministrazione nomina un responsabile del sito, che va premiato se cura l’aggiornamento in tempo reale e licenziato se ritarda anche di un solo giorno. Tuttavia i siti Internet non sono sufficienti perché poco visitati dai cittadini in quanto non presentano attrattiva, tanto che non sono presenti in Audiweb. È per questo che risulta indispensabile attivare una comunicazione continua dalle amministrazioni pubbliche ai siciliani, per informarli su quanto fanno.
 
La comunicazione si effettua attraverso i quotidiani perché deve essere tempestiva e continuativa. Ecco la ragione per la quale le amministrazioni regionale e locali, che intendano rispettare veramente il principio di trasparenza, hanno il dovere ed il diritto di chiedere piena collaborazione agli editori dei quotidiani siciliani. Una collaborazione consistente appunto nell’attuazione della trasparenza anche mediante la riduzione del prezzo fino a quello di costo, tal che la comunicazione assuma caratteristiche sociali.
Questo giornale, per primo, offre la propria disponibilità in tal senso e siamo convinti che gli altri tre quotidiani regionali saranno parimenti disponibili. Ecco perché il disegno di legge in parola va integrato con apposito emendamento nel senso sopra elencato.
La seconda parte del ddl riguarda il contrasto alla corruzione nella Cosa pubblica che è più pericolosa della criminalità organizzata.

Nel testo si vede la professionalità e l’esperienza dell’assessore, che potrebbe accentuare il sistema dei controlli e soprattutto quello delle responsabilità, attivando meccanismi di decadenza del rapporto di lavoro o di recesso o rescissione dei contratti dei dirigenti interni ed esterni.
Infine la parte riguardante la semplificazione di cui si parla da decenni. Il terzo titolo del ddl è di indirizzo insieme ad una manifestazione di intenti. Si tratta di procedura mentre è indispensabile riordinare, materia per materia, l’enome coacervo di leggi regionali (piu di 3.000) nonché i provvedimenti subordinati che sembra ammontino ad altri 3.000.
La corruzione si manifesta anche per effetto di quest’enorme quantità di disposizioni, spesso in contrasto fra esse, che obbliga in qualche caso a chiedere interventi e favori. Quando tutto fila liscio ed è trasparente, la corruzione cessa perché nessuno ha bisogno di qualcuno. Va eliminato il favore dal funzionamento della Pa.
Feb
23
2010
La corruzione dilagante emersa dalla relazione della Corte dei Conti nazionale giustifica i redditi non dichiarati con un’evasione tributaria stimata intorno ai cento miliardi, che costituisce la vergogna delle vergogne nazionali.
Gli sforzi di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate sono enormi, con un buon risultato di recupero di imposte superiore ai sette miliardi nel 2009, ma ben lontano dalla cifra prima indicata.
Il governo Berlusconi ha maldestramente riaperto il rubinetto della circolazione del contante, eliminando il vincolo di mille euro e riportandolo a dodicimila. Non si capisce perché impresa o cittadino debbano far muovere denaro contante, piuttosto che moneta informatica, se non a scopo di evasione e di corruzione.
L’abuso più grosso nella Pubblica amministrazione è costituito da appalti di opere e di servizi, anche quelli piccoli, cosicché si forma una rete di fiumiciattoli che vanno ad arricchire i malfattori, che della corruzione e della concussione fanno i loro abituali strumenti di lavoro. Con questo comportamento danneggiano fortemente le imprese corrette perché esse sono tagliate fuori dalle mazzette.

La gestione degli appalti in Sicilia è affidata, quando l’ammontare supera 1,2 milioni, agli Urega provinciali normalmente presieduti da prefetti o magistrati. Ma tutti gli altri al di sotto di questa soglia sono gestiti dagli Enti locali. Allo stesso modo sono gestiti in house gli appalti della Regione di cui si occupano anche i tre centri di spesa (Dipartimento regionale Programmazione; Dipartimento regionale Interventi infrastrutturali per l’agricoltura; Dipartimento regionale Istruzione e formazione professionale).
La questione morale è principale nel comportamento dei responsabili della Pa, tale per far intendere la Sacralità della Cosa pubblica. Ma una seconda e non meno importante questione è la rapidità con cui si realizzano le opere e si producono i servizi. Vero è che c’è un coacervo di norme e procedure volutamente complicate e redatte in mala fede, in modo da chiedere l’intervento del corruttore, ma è anche vero che bravi e onesti dirigenti possono far percorrere speditamente il cammino delle procedure.
 
Meno che mai la gestione delle opere pubbliche deve subire il pungolo della necessità, dell’emergenza e dell’urgenza. Ben inteso, se capita una catastrofe occorre intervenire con immediatezza e con tutti i mezzi che servono. Ma poi la ricostruzione deve essere affidata agli Enti locali, applicando nei confronti dei sindaci tutte le sanzioni, compresa la decadenza, nel caso non intervengano con la necessaria tempestività.
Una garanzia di trasparenza anti-corruzione sarebbe quella di fare partecipare agli appalti, sistematicamente, ufficiali della Guardia di Finanza competenti in materia economica, per sventare qualunque accordo che mira a violare la concorrenza, a tagliare le gambe alle imprese migliori e a favorire quelle che danno la cagnotte.
Non si capisce perché questo controllo contemporaneo non venga messo in atto, lasciando che sciacalli e vigliacchi approfittino delle situazioni per rubare il danaro dei contribuenti.

Certo, occorre che il ceto politico per primo smetta i panni di coloro che rubano, così come sono visti dai cittadini, e sorvegli con sistematicità i dirigenti pubblici, in modo da cogliere dai loro atti i risultati positivi meritevoli di premi e quelli negativi sanzionabili con la decadenza dal loro incarico.
Insomma, occorre che in Sicilia (non ci vogliamo occupare della Penisola perché l’Autonomia ci obbliga moralmente ad essere primi nel Paese) venga dato l’esempio da chi occupa posti di responsabilità che la Cosa pubblica e l’interesse generale vengono prima di ogni interesse di parte o corporativo.
In Sicilia, è necessario abbattere il parassitismo ed emarginare tutti coloro che pescano nel torbido.
Non solo il governo Lombardo, non solo i deputati regionali, non solo i 390 sindaci e i 9 presidenti di Provincia, ma tutta la classe dirigente siciliana è chiamata a uno sforzo non comune per ribaltare lo stato di subalternità del quale siamo stufi e arcistufi.

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