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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Corte Costituzionale

Apr
04
2012
La Corte Costituzionale con sentenza 64 del 2012 dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale (...) promosse, in riferimento agli articoli 14, 36 e 37 dello Statuto speciale della Regione siciliana (...). Dichiara inammissibili le questioni di legittimità costituzionale delle ulteriori disposizioni (...) che possono pregiudicare l’autonomia finanziaria della Regione (...).
La sentenza 71/2012 della stessa Corte Costituzionale dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’intero decreto legislativo 31 maggio 2011 n. 88 (...) proposta dalla Regione siciliana in riferimento all’articolo 43 dello statuto di autonomia (...).
Peggio di così non poteva finire. Sorprende la nota trasmessa dall’assessore Armao quando dice che la Corte ci da ragione su tutta la linea. Non si capisce da dove provenga tale affermazione, tenuto conto dei dispositivi sopra riportati.

Come è noto ai pazienti lettori, che ci leggono da oltre tre decenni, noi siamo stati degli inflessibili difensori dello Statuto siciliano, ricordando sempre che, nel 1946, esso costituì un patto fra il popolo italiano e quello siciliano, per evitare che quest’ultimo diventasse indipendente.
Tanto è vero che lo Statuto fu redatto dai padri estensori (Enrico La Loggia, Giuseppe Alessi e Giovanni Guarino Amella) e trasferito pari pari, senza alcuna modifica, mediante il Regio decreto (rdl) n. 455 del 15 maggio 1946 convertito in legge costituzionale n. 2 del 26 febbraio 1948, quindi prima della Costituzione.
Le date hanno un preciso significato. Peccato che poi lo Statuto non sia stato attuato, non solo negli articoli 36, 37 e 38 che riguardano la parte economica, ma mutilato dell’articolo 24, con l’emarginazione dell’Alta Corte, e dell’articolo 31, non avendo mai il presidente della Regione governato la Polizia di Stato, la quale nella Regione dipende disciplinarmente (...) dal Governo regionale.
I 57 governi regionali che si sono succeduti in questi 64 anni non hanno mai puntato i piedi per aver riconosciuto il contenuto dello Statuto. Perchè non l’hanno fatto? La risposta è negli eventi: per instaurare e mantenere i privilegi delle caste (politica e burocratica) che hanno fagocitato le risorse siciliane.
 
è proprio questo il vulnus dell’Autonomia siciliana: averla usata come scudo per, ripetiamo, instaurare e mantenere i privilegi delle caste. Il primo fra essi, anche come diseducazione, è stato quello di equiparare le condizioni economiche dei deputati regionali e dei dipendenti dell’Assemblea regionale al Senato con legge regionale 44/1965, col risultato che, anche quest’anno, essa costa 167 milioni contro 67 milioni del Consiglio regionale della Lombardia, cento milioni in più.
Il secondo riguarda l’enorme ed inutile quantità di personale dipendente della Regione, della Formazione, della Forestale, delle Partecipate e di tutte quelle astruse sigle che significano “stipendificio”.
Chi ha guidato la Regione in questi decenni si è solo preoccupato di coltivare il sottobosco di clienti, amici e parenti. Mai nessun presidente della Regione ha posto come punto principale del suo programma l’aumento della ricchezza, che si misura col Pil. Mai ha posto il conseguente aumento dell’occupazione.

I presidenti della Regione, eletti in questi ultimi lustri a suffragio universale, hanno depositato i loro programmi elettorali senza realizzare quasi nessuno dei punti in essi contenuti. Inadempienti, inconcludenti e incapaci di servire il popolo siciliano da cui sono stati eletti. Non c’è nulla di personale in quello che scriviamo, ma la fotografia dei fatti accaduti in questi decenni.
Per ritornare alle sentenze della Corte Costituzionale, ribadiamo la gravissima responsabilità di questo Governo nel non avere cominciato, fin dal suo esordio, a razionalizzare e mettere in ordine i conti della Regione che oggi ha un debito consolidato di cinque miliardi.
Per conseguenza, tenuto conto della situazione finanziaria attuale, del misterioso Avanzo di amministrazione che costituisce il 40 per cento del bilancio, degli enormi sprechi contenuti, che il Governo è incapace di tagliare, è prevedibile che il 30 aprile avverrà il default della Regione.
Anche se l’Assemblea approvasse l’ennesimo bilancio falso il commissario, prefetto Carmelo Aronica, lo impugnerà col conseguente scioglimento dell’Assemblea e nomina dei tre commissari parlamentari (art. 8 dello Statuto).
Mag
18
2011
La Regione siciliana continua ad assumere dipendenti, ne ha appena incamerati 5.000 e continua a stabilizzare di qua e di là altre centinaia di persone in palese violazione del Patto di stabilità europeo del 25 marzo 2011 e della Legge 122/2010.
Vi spieghiamo le motivazioni di quanto affermiamo. La Regione Puglia, con propria legge 10/2010, ha assunto dirigenti e trasformato rapporti di lavoro con contratto a tempo determinato in tempo indeterminato. La Presidenza del Consiglio, mediante l’Avvocatura generale dello Stato, ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro tale legge. La Corte, con sentenza 155/11, dichiara l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Puglia  n. 10/2010.
Non entriamo nel merito della sentenza, molto ben fatta, perché non siamo giuristi e rischieremmo di riportare male il suo contenuto. Chi voglia potrà andarla a rileggere su uno dei tanti siti internet che la riportano. Tuttavia, possiamo illustrarne alcuni principi.

La Legge regionale della Puglia viola il Patto di stabilità interno del 2009, l’articolo 76 della Legge 133/2008 e la Legge 122/2010 che vietano l’assunzione di dirigenti a contratto quando all’interno degli enti vi sono professionalità corrispondenti, e vietano altresì la trasformazione dei contratti a tempo determinato. Anzi, precisano che essi non possono durare più di tre anni nell’ultimo quinquennio.
La sentenza della Corte scrive: Il presidente del Consiglio dei Ministri lamenta la violazione dell’articolo 97 della Costituzione perché la disciplina regionale censurata mantiene in vita i rapporti di lavoro precario esistenti senza preoccuparsi se essi siano stati costituiti nel rispetto delle regole di selezione concorsuale stabilite dalla suddetta norma costituzionale.
Aggiunge la Corte che la violazione è costituita anche dal continuativo ricorso a personale non di ruolo che nuoce al buon andamento della pubblica amministrazione e che postula invece l’utilizzazione di personale dotato dei requisiti di preparazione, esperienza e professionalità, verificate attraverso una regolare procedura concorsuale. Afferma ancora la Corte che la legge della Regione Puglia viola l’articolo 3 della Costituzione in quanto consentirebbe alle categorie di lavoratori prese in considerazione di proseguire o prolungare il loro rapporto di lavoro in violazione del diritto di altri di partecipare ai concorsi.
 
La Corte continua che Regione ed enti locali sono chiamati a concorrere al raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica assunti in sede europea per garantire il rispetto del Patto di stabilità e crescita. Le sanzioni a carico delle Regioni che non abbiano rispettato il Patto di stabilità interno per il 2009 sono previste dalla legge 133/2008.
Dal quadro prima riportato emerge con chiarezza quanto noi sosteniamo da anni, criticando senza acrimonia il dissennato comportamento del Governo regionale, il cui bilancio è strangolato da una massa enorme di spese correnti e non ha possibilità di manovra per le spese indirizzate agli investimenti. Ma è proprio questa la chiave per stimolare lo sviluppo. La spesa corrente serve solo all’assistenzialismo e al clientelismo e sembra che il presidente Lombardo e i suoi alleati amino la regola del favore reso agli amici piuttosto che quella del servizio reso ai siciliani. Come dire la prevalenza dell’interesse privato su quello generale.

La sentenza citata si applica pari pari, ovviamente, anche in Sicilia, e dovrebbe far riflettere il comportamento temerario e fuorilegge del governo regionale al riguardo, quando poi non sa come fare per varare un bilancio in pareggio. Anzi, deve ulteriormente indebitarsi, come ha fatto per il corrente anno, con 954 milioni di mutuo che, sommato ai mutui correnti pari a circa 4,5 mld, superano i 5,5 mld di euro.
Stigmatizziamo questo comportamento schizofrenico che da un canto dovrebbe tagliare sprechi e spese inutili, e dall’altro, per coprire la spesa corrente, si indebita, riversando sulle generazioni successive l’onere di pagare le rate di mutuo nonché i pesanti interessi che ogni anno gravano sul bilancio regionale e che ammontano a circa 100 milioni.
Un comportamento esattamente contrario a quello che il Governo dovrebbe sostenere se volesse fare il reale interesse dei siciliani. Stona ancora di più la circolare della Presidenza della Regione con cui si invitano i sindaci ad assumere, ognuno per il proprio ente, altri 22.500 dipendenti, offrendo a carico della Regione l’80% del costo per 5 anni, ma poi lasciando agli stessi gli oneri successivi. I sindaci, bravi amministratori, sono in rivolta e respingeranno la richiesta.
Apr
02
2010
Ancora due sentenze illegittime della Corte Costituzionale (n. 115 e 116, depositate lo stesso giorno, il 25 marzo 2010) che bastonano lo Statuto siciliano sulla base di argomentazioni giuridiche che avranno pure la loro validità in qualche misura, ma la cui essenza è quella di violentare ulteriormente la Sicilia.
La responsabilità di sentenze come le due citate non è solo della stessa Consulta, ma è soprattutto del ceto politico siciliano che in questi 64 anni di Autonomia si è comportato in modo vile non facendo tutto quello che avrebbe dovuto:  ottenere a tutti i costi e con piena legittimità il rispetto dello Statuto.
In capo a questa violazione dell’Autonomia esiste una violazione della legge di rango costituzionale che è appunto lo Statuto siciliano, il quale, lo vogliamo ricordare per l’ennesima volta, è frutto di un patto fra il popolo siciliano e il popolo italiano antecedente alla Costituzione stessa.

Il patto ha avuto la funzione di riconoscere la piena Autonomia della Sicilia, che pre-esisteva rispetto alla Repubblica italiana: questo è il punto fondamentale. Dunque, la Sicilia, come entità costituzionale, è precedente alla Repubblica italiana.
La patente violazione consiste nel fatto che, con sentenza n. 38 del 1957, la Corte costituzionale ha assorbito in sè la funzione dell’Alta Corte, con ciò sbilanciando il patto fra i due popoli (siciliano ed italiano), in quanto,  da come risulta all’articolo 24, la composizione dell’Alta Corte è paritetica, con componenti nominati dall’Assemblea e dal Parlamento, mentre quella della Corte Costituzionale è formata da componenti di cui, uno solo, vedi caso, è siciliano.
Da allora (1957), in oltre cinquant’anni, la Corte Costituzionale ha continuato a penalizzare con le sue sentenze la Sicilia, salvo qualche caso eccezionale. Si è dunque istituita una sequenza negativa, ormai divenuta insopportabile, con la quale vengono calpestati giorno per giorno i diritti fondamentali del popolo siciliano.
Se Alessi, Guarino Amella, La Loggia e Aldisio, padri dello Statuto, avessero supposto che con quel patto si sarebbero ficcati in un vicolo cieco,  non lo avrebbero scritto nè firmato.
 
A questo punto, con molto realismo, i siciliani devono affrontare la questione di fondo che è la riattivazione dell’Alta Corte, oggi e non domani. Come fare? Si possono formulare tante ipotesi di iniziative: a) il Governo regionale faccia il ricorso dei ricorsi alla Corte Costituzionale, non tanto sulle singole questioni di diritto quanto contro quella sentenza del 1957 che ha violato il patto, affinchè la Corte, con opportuna resipiscenza, in autotutela, ripristini l’Alta Corte in quanto l’avocazione non rientra appunto nei compiti e nella missione della stessa Consulta; b) tutti i parlamentari siciliani presentino un ordine del giorno nella stessa direzione e cioè che il Parlamento nomini i componenti dell’Alta Corte, nonostante la sentenza della Consulta; c) l’Assemblea regionale proceda alla nomina dei tre componenti di propria competenza all’Alta Corte; d) tutti i partiti politici siciliani promuovano un’iniziativa per la raccolta di firme (2 o 3 milioni) sotto la richiesta di riattivazione dell’Alta Corte e del rispetto dell’intero Statuto. Con quest’iniziativa si va non solo a Roma ma anche a Bruxelles.

Vi è poi un’iniziativa ancora più forte, l’abbiamo scritto più volte, e cioè proporre un’azione giudiziaria dinnanzi alla Corte di giustizia europea affinchè intervenga sulla questione, non già negli affari interni di uno Stato partner, bensì come Tribunale supremo che valuti il patto fra due popoli, firmato nel 1947.
Vi sono altre iniziative da prendere, compresa quella di forzare la mano mediante la convocazione della Polizia dello Stato (ai sensi dell’articolo 31 dello Statuto), la quale nella Regione dipende disciplinarmente, per l’impiego e l’utilizzazione, dal governo regionale. Il presidente della Regione può chiedere l’impiego delle Forze armate dello Stato.
È venuto il momento di togliersi i panni dell’agnello e di indossare quelli di cittadini siciliani consapevoli dei propri diritti. Così ha vinto la Lega nel Nord.