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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Corte Dei Conti

Giu
30
2012
La Corte dei Conti ha ritenuto regolare il conto del bilancio della Regione siciliana per l’esercizio finanziario 2011. Ma dietro questo titolo, formalmente buonista, dalla Requisitoria del procuratore generale d’Appello della Corte dei Conti, Sezione Siciliana, Giovanni Coppola e dalla Relazione del presidente delle Sezioni riunite in sede di controllo, Rita Arrigoni, si è aperto il sipario sugli scempi compiuti da Governo e Assemblea regionale nel 2011. Scempi di cui vi citiamo un piccolo campionario, mentre nelle pagine interne troverete un quadro più completo.
I dipendenti erano 20.288, costati alla Regione 1 miliardo e 84 milioni di euro, con un aumento di 56 milioni rispetto all’anno precedente. I dirigenti regionali erano 1.917, 12 in più rispetto all’anno precedente.
Nello stesso anno 2011 i pensionati erano 16.098 con un costo di 639 mln. I pensionati regionali godono di un assegno calcolato col sistema retributivo e non in base ai contributi versati, che è scandaloso rispetto al metodo contributivo riservato ai dipendenti del settore privato. Scandalo nello scandalo, in base all’art. 39 della l.r. n. 10/00, per fortuna abrogato con l.r. n. 7/2012, ben 497 pensioni sono andate a privilegiati dipendenti regionali con appena 25 anni di servizio, per accudire un parente gravemente disabile.

Veniamo alla Sanità. Nonostante il piano varato dall’assessore Massimo Russo, la Corte ha rivelato che non è vero sia stato lacrime e sangue perchè la spesa totalizzata nel 2011 è stata di 9 miliardi 421 milioni di euro, con un incremento, rispetto all’anno precedente, di ben 519 milioni. Altro che tagli!
E per questo dissennato comportamento le imprese siciliane pagano l’Irap al massimo livello e i siciliani pagano un ticket. Il comparto sanitario paga ogni mese ben 47.800 cedolini. Se l’organico fosse ridotto a 40 mila, oltre ad avere un notevole risparmio, migliorerebbe l’efficienza dell’organizzazione sanitaria. Invece vogliono assumere (sic!).
Vi è poi lo scandalo delle partecipate, ben 54 che dovevano essere ridotte a 14. Ma tale riduzione è rimasta sulla carta, nel regno delle intenzioni e dei tanti impegni del governo regionale assunti ma non mantenuti. Possiamo dire che Presidente e ceto politico non sono uomini d’onore, perchè Pacta sunt servanda.
 
Sempre nel comparto sanitario vi è lo scandalo del 118, la Seus, che ha assorbito più di tremila dipendenti e che è costata, sempre nel 2011, 110 milioni di euro contro i 97 dell’anno precedente. Scandalo maggiore desta il costo per intervento delle ambulanze che è di circa 500 euro cadauno. 
La spesa corrente è continuata a crescere senza freni, alimentando clientelismi, favoritismi e, in qualche caso, corruzione sociale.
Complessivamente la spesa è approdata a ben 19 miliardi 558 milioni di euro, cioè ben 299 milioni in più dell’anno precedente. Le entrate di 15 miliardi e 586 milioni sono diminuite di 3 miliardi e 971 milioni. Tale decremento non è effettivo perchè risulta da una compensazione con quella voce contabile, tanto suggestiva quanto discutibile, che prende il nome di avanzo di amministrazione. Inoltre è stato assunto un mutuo con la Cassa depositi e prestiti di oltre 954 milioni di euro.

Abbiamo più volte tentato di farci dire dall’assessore all’Economia e dal dirigente generale la specifica di codesto fantomatico avanzo di amministrazione, ma, in questi quattro anni, sia l’uno che l’altro si sono ben guardati dal rispondere alle pressanti richieste dell’opinione pubblica. Perché? La risposta è deduttiva. Perché hanno avuto da nascondere tutte le magagne contabili che ci sono nel bilancio della Regione. Dal che si può affermare che esso è falso.
I dissennati comportamenti prima indicati portano il debito della Regione a ben 5,3 miliardi, che nei prossimi anni approderanno a sette miliardi, caricando alle generazioni future comportamenti politicamente disonesti, messi in atto per sopravvivere in un periodo difficile, ma senza alcuna capacità di iniziare un percorso di crescita e di sviluppo.
La bocciatura complessiva della Corte dei Conti sui conti della Regione è nitida. I responsabili politici e burocratici di questi nefasti comportamenti dovrebbero vergognarsi e sparire dalla circolazione. Invece, sono là, tronfi e impettiti a godere di un disastro di cui sono colpevoli senza appello.
Feb
29
2012
La Corte dei Conti siciliana, seguendo l’indirizzo di quella nazionale, ha evidenziato la corruzione in Sicilia e, più in generale, il danno all’erario provocato da politici e burocrati incapaci o disonesti oppure entrambi.
Mentre la Procura regionale, guidata dall’ottimo Guido Carlino, continua ad aprire fascicoli, su segnalazioni esterne o per effetto di controlli autonomi, la Sezione giurisdizionale, presieduta da Luciano Pagliaro, emette sentenze.
Nel 2011, le sentenze di condanna per responsabilità amministrativa sono state 99, quelle di assoluzione appena 17. Contestualmente la Procura ha aperto 845 nuovi fascicoli.
Dal quadro che precede si rileva come l’inefficienza, l’opacità e la mala abitudine dei favori godono ottima salute, migliorata dai tempi di “Mani pulite” ad oggi.
La responsabilità principale di quello che scriviamo è del ceto politico che commette due peccati: non controlla l’operato dei burocrati e, peggio, condiziona i burocrati per ottenere distorsioni e favoritismi per i propri accoliti.

La Corte dei Conti, Sezioni riunite in sede di controllo, il 30 giugno 2011 ha svolto la tradizionale relazione sul rendiconto 2010 della Regione. Chi ha avuto la ventura di leggere tale relazione ha potuto tranquillamente capire che si sia trattata di una sorta di requisitoria, con l’elencazione di un numero notevole di capi d’accusa nei confronti dell’Amministrazione regionale.
Poi, però, per ragioni di opportunità politiche, ci diceva il compianto presidente Giuseppe Petrocelli, il bilancio viene parificato. Questo rito non insegna nulla agli amministratori regionali, che continuano imperterriti a creare buchi di bilancio, nuovi debiti, incapaci come sono di tagliare la spesa improduttiva nella quale si annidano i favori ai clientes.
Tutto ciò è possibile perchè Palermo, come Roma, è il porto delle nebbie, dotato di un muro di gomma imperforabile che mantiene inalterati i misteri utili al perpetuarsi di un malcostume senza limiti.
Uno di questi misteri è rappresentato dal cosiddetto avanzo di amministrazione del bilancio regionale, che ammonta a circa dieci miliardi. Sono mesi che chiediamo all’ex ragioniere generale, Vincenzo Emanuele, nonchè all’assessore al ramo, Gaetano Armao, di elencarci gli addendi di tale avanzo, senza esito.
 
è proprio la mancanza del senso del dovere dei vertici politici e burocratici della Regione una carenza insopportabile, perché questi signori ritengono di essere al di sopra della legge che li obbliga alla trasparenza dei propri atti e a comunicare all’opinione pubblica, con immediatezza, tutte le informazioni necessarie per rendere edotti i cittadini del come sono amministrati i loro soldi.
Lo spregio dell’assessore e del dirigente generale che considerano i cittadini sudditi, perché non vogliono rendere loro conto, è un comportamento inqualificabile che deve mutare rapidamente.
In questo senso ha una responsabilità oggettiva il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, il quale ha delegato i suoi assessori non per fare i feudatari, ma per svolgere un servizio pubblico a favore dei cittadini.
Tale servizio deve essere chiaro e limpido, senza nascondere nulla, perché le cose nascoste implicano corruzione. Se la si vuole evitare, sono necessari due elementi nel sistema politico e burocratico: l’efficienza e la trasparenza, senza dei quali la nebbia nasconde tutto.

L’efficienza misura il buon funzionamento della macchina burocratica. Tradotto, significa che tutti i cittadini ottengono quello che chiedono senza bisogno di farsi intermediare dai favori. La cultura dell’efficienza abbatte la cultura dei favori.
Quando un cittadino toscano va in ospedale, si informa sulla professionalità e la bravura dei medici, anche tramite i curricula pubblicati su internet. Quando un siciliano va in ospedale, si informa su chi possa telefonare al medico chiedendo protezione. E quando non l’ottiene teme di non essere curato come dovrebbe.
L’altro requisito, la trasparenza, è ben facile da capire. Impedisce, a chiunque all’interno del sistema politico e burocratico, di nascondere intrallazzi e di favorire soggetti a scapito di altri, violando in tal modo il principio della concorrenza, che è la base dell’equità, ed il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini.
I cittadini, però, devono abituarsi a protestare piuttosto che a chiedere favori.
Dic
02
2011
Abbiamo più volte pubblicato la pagina nella quale sono indicate, per capitoli, le possibili riduzioni da effettuare nel bilancio della Regione, per un ammontare di 3,6 miliardi di euro. Sarà un caso: la Corte dei Conti siciliana ha presentato una relazione alla Commissione Bilancio dell’Ars sulla legge di stabilità siciliana del 2012. In essa sono indicati puntualmente i tagli che si dovrebbero fare al bilancio, che vedi caso ammontano proprio a 3,6 miliardi.
Per la verità, dobbiamo chiarire che la Corte prevede questi tagli da effettuarsi nella misura di 1,2 miliardi l’anno per il 2012, 2013 e 2014, mentre il QdS ha ipotizzato un taglio secco di tutti i 3,6 miliardi già nel 2012. Ma la diluizione nel tempo non cambia la sostanza.
Di fronte alle Regioni virtuose la Sicilia è il fanalino di coda, perché ha sperperato, negli anni, risorse in una spesa pubblica improduttiva, anzichè destinarle a investimenti, a opere pubbliche, a innovazione. Un comportamento dissennato dei 57 presidenti della Regione.

Non sappiamo se i membri della Commissione Bilancio dell’Assemblea regionale avranno la sensibilità di cogliere le annotazioni della Corte dei Conti e, in subordine, quelle del QdS che, ripetiamo, combaciano. Se non lo facessero, sarebbe ancora una volta il trionfo dell’irresponsabilità e del tradimento del mandato popolare, che è quello di amministrare bene le risorse pubbliche, in modo da rendere servizi e opere ai siciliani nella massima misura e nella massima qualità, rispetto alle imposte che gli stessi pagano con molta fatica.
In ogni caso, i soldi sono finiti, volere o volare, la Giunta regionale e l’Assemblea regionale dovranno approvare una legge di stabilità 2012 con i necessari tagli di spesa improduttiva e di privilegi, sotto i diversi aspetti, di elargizioni a pioggia e tante altre somme inefficaci al fine della buona amministrazione.
Vi è poi un’altra questione incredibile all’interno del bilancio: l’avanzo finanziario di circa 10 miliardi. Si tratta di somme impegnate e non spese, il che significa che l’economia siciliana non ha avuto questa iniezione finanziaria di tale importo. Da diverse settimane chiediamo puntuali informazioni alla ragioneria generale, che stentano a venire. Cos’hanno da nascondere?
 
Il peggio della questione è che la bozza della legge di stabilità, formata da 91 articoli, non prevede i 3,6 miliardi di tagli: con questa omissione prevede invece il ricorso a un ulteriore indebitamento e prevede anche il mancato cofinanziamento dei progetti relativi al Po 2007-2013. Il che significa che nell’economia siciliana manca questa ulteriore iniezione di risorse finanziarie.
Vi è un altro aggravamento della situazione: il bilancio 2011 è pesante dal punto di vista delle spese improduttive, il che ha costretto la Regione a porre l’aliquota massima dell’Irap nella misura del 4,82 per cento, mentre la legge prevede che ogni Regione possa variare tale aliquota fino ad azzerarla. È proprio notizia di questi giorni che la Provincia di Bolzano ha utilizzato la sua autonomia per venire incontro alle imprese di quel territorio, riducendo l’Irap al 2 per cento.

Dobbiamo ricordare ai pochi che hanno letto l’art. 119 della Costituzione che Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa. Solo in via sussidiaria, il quinto comma del predetto articolo prevede che lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore  dei predetti enti.
Per la verità, in questi 64 anni, si è ribaltato tale precetto costituzionale, per cui Regioni ed Enti locali hanno contato più sui trasferimenti dello Stato che sulle proprie entrate per coprire le spese. Di fatto, presidenti di Regione e sindaci si sono comportati da elemosinieri nei confronti dello Stato, anziché da buoni amministratori dei propri cittadini. Ma hanno fatto di peggio, violando l’ultimo comma del predetto art. 119, il quale recita: Regioni ed enti locali possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento. è esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti.
è inverosimile rivelare che questo articolo sia stato continuamente disatteso, senza che sia intervenuto alcun organo tutorio a ripristinare le regole del gioco. è ora che si rimetta a posto  questa situazione disastrata e che gli indebitamenti eventuali siano destinati agli investimenti e non alle spese improduttive.
Nov
19
2011
Lombardo e Armao hanno la massima responsabilità di mettere in ordine i conti della Regione e degli Enti locali, tagliando le spese improduttive, in modo da recuperare risorse da destinare allo sviluppo e alla crescita. Questa è la loro missione. Questo è il mandato affidato loro dai siciliani. Questo è quanto non hanno fatto e non stanno facendo.
Richiamiamo l’attenzione su Lombardo e Armao non in quanto persone fisiche, ma in quanto massimi responsabili delle istituzioni regionali, il primo eletto a suffragio universale e a maggioranza, il secondo delegato dal presidente.
Le osservazioni che questo foglio fa dal 2008 riguardano fatti che tutti i siciliani vedono. Senza nulla aggiungere o togliere. Fotografie di una situazione disastrata, lungo un percorso vizioso che non vuole essere abbandonato per mero calcolo clientelare, supponendo che, continuando a spendere inutilmente le imposte che tanto faticosamente pagano i siciliani, ne venga un tornaconto in termini di consenso elettorale.

Lombardo e Armao, politici sensibili, sanno che la stretta finanziaria, successiva alla strabenedetta crisi, li costringe a stringere la cinghia. Perché ciò accada è necessario tagliare la spesa pubblica improduttiva, e quindi dannosa, nonché i privilegi che non possono essere più sopportati dai siciliani.
Li abbiamo elencati più volte e continueremo a farlo nei prossimi giorni. Il più odioso è quello dei deputati regionali, che si sono votati la legge 44/65 con la quale i compensi per deputati e dipendenti sono equiparati a quelli del Senato, col risultato che l’Assemblea regionale costa 172 milioni di euro contro i 72 milioni del Consiglio regionale della Lombardia. E un usciere, con quindici anni di anzianità, ha uno stipendio lordo di oltre centomila euro l’anno.
I privilegi continuano con gli stipendi dei regionali, superiori a quelli degli statali del trenta per cento e con gli assegni dei pensionati, anch’essi superiori del trenta per cento a quelli degli statali. L’elenco è lungo e citiamo altri due sprechi: la spesa farmaceutica, disallineata dalla media nazionale per quattrocento milioni, nonché una disfunzione del servizio sanitario pari ad altri quattrocento milioni.
 
La Corte dei Conti ha bacchettato il bilancio preventivo 2012 della Regione, facendo presente che se si continua a disattendere la legge di stabilità e l’obbligo del pareggio senza debito, rischia di non essere parificato. Ma, per raggiungere il pareggio, Lombardo e Armao devono tagliare alcuni miliardi di euro.
La bozza di tale bilancio preventivo non fa alcuna previsione di razionalizzazione della spesa col taglio di quella improduttiva. Anzi, prevede settecentocinquanta assunzioni (una vergogna siciliana!) e non fa alcun cenno al taglio del costo della politica, anche in quello degli Enti locali.
Peraltro l’assessore Chinnici, probabilmente in accordo col governo, ha stoppato dal 1° gennaio 2011 la riduzione delle indennità dei consiglieri degli Enti locali siciliani, che ora percepiscono ben di più dei loro colleghi dallo Stretto in su.
Inoltre il legislatore è impenitente, perché continua ad approvare leggi che il bravo commissario dello Stato, Aronica, boccia regolarmente perché non coperte finanziariamente.

Qui non si tratta di toccare questo o quel punto dolente ma, come ha chiarito il neo presidente del Consiglio, Mario Monti, per il Governo nazionale, bisogna rivedere la situazione del bilancio siciliano secondo principi di equità, di crescita e di riduzione della spesa. Su quest’ultimo versante, resta fondamentale l’attivazione di meccanismi efficienti per spendere tutti i fondi europei del Po 2007-13 che, insieme ai fondi statali e al co-finanziamento regionale, ammontano a 18 miliardi e il cui dettaglio è stato più volte qui pubblicato.
Occorre, poi, mettere in disponibilità, ai sensi dell’art. 16 della recente legge 183/11, diecimila dipendenti regionali in esubero, con un risparmio di oltre quattrocento milioni. Occorre che i dirigenti regionali rilascino o neghino autorizzazioni e concessioni in trenta giorni, a pena di decandenza dal loro incarico. Occorre che gli assessori diano l’indirizzo politico per un forte efficientamento della loro branca amministrativa.
In definitiva, serve un progetto complessivo che faccia digerire ai siciliani i sacrifici, con una vera prospettiva di  crescita.
Lug
05
2011
Con un’esemplare delibera (27/11) la Corte dei Conti a sezioni riunite ha chiarito la portata dell’art. 14 della legge 122/10 (terza Manovra estiva di Tremonti) con il quale è stato definitivamente stabilito che gli Enti locali non possano spendere più del 40 per cento per il personale in rapporto alle uscite. La Corte ha chiarito che nel 40 per cento va calcolato tutto il costo del lavoro, includendo Irap, spese per collaborazioni e lavoratori flessibili, incrementi contrattuali e ogni altra voce.
La Corte ha poi fissato un secondo criterio e cioè che, nel computo del 40 per cento, va inserito il costo di tutto il personale delle società partecipate dell’Ente stesso. Ciò al fine, dice la delibera, di evitare manovre e operazioni elusive che, davanti al blocco delle assunzioni, aggirano i vincoli gonfiando l’organico delle società partecipate. Questo scandaloso comportamento è stato messo in atto anche per eludere l’art. 97 della Costituzione, il quale obbliga l’Amministrazione pubblica ad assumere dopo apposita selezione concorsuale.

L’elusione delle norme, da parte degli Enti locali meridionali, e siciliani in particolare, è stata sistematica perché ha risolto un problema per un ceto politico di infimo ordine: quello di dar sfogo a uno sfrenato clientelismo in quanto le società partecipate hanno assunto per chiamata diretta solo le persone raccomandate e perciò privilegiate.
Agrigento (51,1), Enna (44,9), Palermo (44,7), Caltanissetta (42,1), sono le città fuori dal vincolo legale mentre Catania (38,2), Ragusa (35), Trapani (34), Messina (32,9) e Siracusa (31,8) rientrano nel limite del 40 per cento. Tuttavia, le loro entrate sono insufficienti, quasi per tutte tali città, a coprire le uscite, nonostante alcune di esse siano fittizie.
La questione è molto più grave per la Regione, ove le uscite per personale e pensionati superano i due miliardi. Il Decreto sviluppo ultimamente approvato in via definitiva ha anche stabilito un rafforzamento del principio che vuole puntare al dimagrimento degli organici. Si tratta del divieto di anticipare i Fondi per le aree sottoutilizzate per le assunzioni. La Regione siciliana ha un organico enorme (21 mila dipendenti e dirigenti contro 3 mila della Lombardia) ma nonostante ciò continua a pensare a nuove assunzioni senza sapere come pagarle.
 
Il Governo nazionale ha risolto la questione tagliando tutti i contratti a tempo determinato, anche in osservanza di un’altra Manovra estiva (133/2008) che ha vietato di rinnovare i contratti a coloro che ne avevano già usufruito per tre anni nell’ultimo quinquennio.
Si deve capire una volta per tutte che le risorse finanziarie sono finite e che occorre recuperarle dai risparmi della spesa corrente, per utilizzarle verso la spesa per investimenti e per la costruzione di opere pubbliche.
Ecco la vera svolta che dovrebbe fare la Regione, anche con un atto di indirizzo nei confronti dei 390 Comuni siciliani. Indicare la via del risparmio, tagliando sprechi, sperperi, privilegi, bramosie delle corporazioni e altre spese pazze che hanno depauperato un patrimonio di possibilità, almeno fino a oggi.
Bisogna aprire i cantieri, lo ripetiamo in modo noioso, altro che chiuderli. Bisogna utilizzare tutte le risorse europee, congelate da un ceto politico regionale e locale che, a braccetto con un ceto burocratico inutile alla sua funzione, ha impedito di metterle in campo con la massima tempestività.

La cancrena della Regione sono le partecipate e tutti i diversi Enti che dovevano essere cancellati e che rimangono ancora in piedi perché non sanno cosa farsene del personale. Qualche mese fa avevamo lanciato l’idea di istituire una Cassa integrazione per i dipendenti pubblici, che in sostanza c’è ed è la Resais Spa, ove trasferire il personale inutile continuando a corrispondergli uno stipendio pari al 60 per cento di quello ricevuto in attesa che possa essere assorbito negli organici normali. Questa proposta è stata ripresa dall’assessore Mario Centorrino, ma sembra che abbia trovato sordi i suoi colleghi di Giunta e il presidente Lombardo.
In Sicilia, c’è carenza di attività produttive, i cantieri sono chiusi, c’è mancanza di liquidità. Col che le imprese sono alle corde. Le soluzioni drastiche ci sono, le abbiamo più volte elencate, e continuiamo a testimoniare che il Governo regionale fa il contrario di ciò che dovrebbe.
Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Mar
19
2011
Ho letto, come dovrebbe fare ogni giornalista documentato, le 65 pagine della relazione del procuratore regionale della Corte dei Conti, Guido Carlino. Egli ha messo il dito sulle molteplici piaghe purulente che vi sono in Sicilia, rilevando in maniera incontestabile disfunzioni e deresponsabilizzazioni generali. Ve ne facciamo un breve campionario, perché vi possiate rendere conto di come la classe politica e quella burocratica abbiano rovinato (e stanno continuando a rovinare) la Sicilia.
Premette Carlino che l’andamento delle nuove leggi va verso la deresponsabilizzazione del funzionario, in quanto egli può essere punito solo nell’ipotesi di dolo e non in quelle di colpa o di colpa grave. Il che è come dire che se un dirigente di primo, secondo o terzo livello commette delle stupidaggini perché è ignorante, non preparato o incompetente, purché non sia corrotto, non può essere punito. è esattamente il contrario del principio del merito secondo il quale chi ha colpa dev’essere punito.

Il primo rilievo riguarda le delibere di riconoscimento dei debiti fuori bilancio, la cui trasmissione alla Procura regionale è imposta dalla legge 289/02. Tali debiti costituiscono una vera e propria cancrena, perché sono conseguenti all’incuria e alla disamministrazione di coloro che hanno la responsabilità degli enti regionale e locali. In una buona amministrazione, infatti, non dovrebbero esserci debiti fuori bilancio, i quali lo appesantiscono in quanto occorre sottrarre risorse da altri capitoli per saldarli, come imprevisti.
Vi è poi la questione dell’assenteismo nella pubblica amministrazione, punito dalla legge 15/2009. Esso configura il reato di truffa aggravata. Nonostante ciò, gli assenti nelle pubbliche amministrazioni regionale e locali sono mediamente misurati nel dieci per cento.
Carlino punta il dito contro l’assunzione di dirigenti esterni quando all’interno vi sono risorse professionali adeguate. Ciò significa che i contratti relativi hanno altre finalità e non quella di mantenere efficiente l’organizzazione. In particolare, rileva Carlino, l’ingiustificata nomina di personale dell’ufficio stampa dei Comuni. Sono stati citati a giudizio 33 amministratori e dirigenti del Comune di Catania per un danno di 330 mila euro.
 
La sanità, nonostante l’immane sforzo che ha compiuto l’assessore Russo, costituisce un complesso di sprechi senza fine. In particolare la gestione del servizio 118, con l’acquisto di mezzi e l’assunzione di personale. Il danno erariale contestato a presidente della Regione, assessori regionali e componenti della commissione Sanità dell’Ars è stato di 37 milioni di euro. Altro buco nero è il mancato impiego di attrezzature sanitarie dovuto a scarsa programmazione, nonché condotte gestionali relative a illeciti nelle procedure di acquisto e forniture di beni e servizi.
La formazione professionale è uno dei fronti più clientelari di questi decenni della Regione. Ha assorbito da 200 a 300 milioni di euro l’anno per pagare inutilmente 10 mila cosiddetti formatori che avrebbero bisogno di essere formati. Uno spreco enorme che non ha prodotto competenze e professionalità, tanto che quasi nessuno dei partecipanti ai corsi ha trovato lavoro.

Le società partecipate e i percettori di finanziamenti pubblici sono altri canali di disastrosa amministrazione. Ventisette società regionali pagano indennità ai consiglieri di amministrazione e assumono personale senza alcuna necessità, solo per soddisfare la famelica raccomandazione di questo o di quello.
Il contrasto alla corruzione ed al condizionamento criminale della pubblica amministrazione è perseguito da un’azione sinergica fra magistratura penale e contabile. Tanto che quando vi sono sentenze passate in giudicato, vengono aperti i fascicoli a carico di chi ha frodato nella Cosa pubblica.
Un altro punto delicato è il risarcimento del danno a carico della Regione per i ritardi nel rilasciare autorizzazioni, che ha comportato perdita di finanziamenti europei, a causa di difetti organizzativi delle pubbliche amministrazioni, con danni anche all’economia locale.
Le incompiute, oggetto di un’ultima nostra inchiesta del 3 marzo, sono un altro vulnus: viadotti lasciati a metà, impianti sportivi non completati, dighe non utilizzate, centri polifunzionali per anziani accantonati.
Sembra una farsa, ma è una realtà da tragicommedia.
Nov
25
2010
La legge 259/58, precisamente all’art. 12, recita: Il controllo previsto dall’art. 100 della Costituzione sulla gestione finanziaria degli enti pubblici... è esercitato... da un magistrato della Corte dei Conti nominato dal presidente della Corte stessa che assiste alle sedute degli organi di amministrazione e di revisione.
La Corte costituzionale, con sentenza 466/93, ha sancito che l’obbligo prima richiamato è estendibile... alle società in mano pubblica, con partecipazione esclusiva, maggioritaria o prevalente.
La legge e la sentenza non sono state quasi mai applicate in Italia salvo che con un decreto “innovativo” del presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, del 10 marzo 2010, con il quale è stato stabilito che la Rai è sottoposta al controllo della Corte dei conti. Cosicché, da quel momento, il magistrato Luciano Calamaro è presente nelle riunioni del Cda e del collegio dei revisori. Egli inoltre sta facendo le pulci a tutti i conti dell’elefante pubblico, che sperpera canone e imposte pagate dai cittadini aumentando gli organici e l’inefficienza.

È sintomatico sottolineare come una legge dello Stato, che ha ben 52 anni (1958-2010), non abbia trovato quasi mai applicazione, consentendo con ciò gli ormai noti sprechi e sperperi in tutte le branche amministrative e nelle partecipate pubbliche a tutti i livelli. Non si sa se la responsabilità della mancata partecipazione di un magistrato della Corte dei conti agli organi amministrativi o di controllo e revisione, sia da additare alla stessa Corte o agli enti che non ne abbiano fatto richiesta per osservare l’obbligo di legge.
Tuttavia non è mai troppo tardi. Dopo l’esempio del decreto Rai prima citato, i responsabili delle istituzioni non possono più sottrarsi al dovere di chiedere la presenza del magistrato contabile negli organi prima indicati.
Se in questi 52 anni tale presenza vi fosse stata, siamo convinti che i risparmi del denaro pubblico sarebbero stati cospicui, la corruzione nella cosa pubblica ridotta e le risorse finanziarie sarebbero state spese meglio. C’è da auspicare che la massiccia presenza dei magistrati negli enti sia attivata da ora. Sarebbe colpevole la non applicazione della legge citata che favorirebbe ulteriori sprechi delle nostre tasse.
 
Attuare la legge citata avrebbe un altro benefico effetto: essere un forte deterrente per le infiltrazioni mafiose non solo negli organi amministrativi per interposta persona, ma anche nei contratti a valle, che enti pubblici e partecipate stipulano con imprese apparentemente immacolate, ma che sono terminali delle organizzazioni criminali. Il sequestro e la confisca di ingenti patrimoni che le forze dell’ordine (ben dirette dalle Direzioni distrettuali antimafia) hanno fatto in quest’anno, sono la testimonianza della relazione che c’è tra le stesse organizzazioni criminali e imprese apparentemente pulite.
Sono decenni che si pone all’attenzione dell’opinione pubblica la presenza della criminalità organizzata nelle regioni ricche del Nord, circostanza sempre negata dai responsabili delle istituzioni statali e di quelle regioni. Negare l’evidenza era uno sport del cardinale di Palermo Ernesto Ruffini il quale, negli anni Cinquanta, asseriva che in Sicilia la mafia non esistesse.

Negli enti pubblici che appaltano opere e negli Urega provinciali e regionale sarebbe opportuno estendere il controllo all’interno degli organi di amministrazione. Dato che non potrebbe farlo la Corte dei conti per insufficienza di organico, la Regione potrebbe fare una convenzione con la GdF per chiedere la presenza dei suoi uomini laddove si maneggia denaro e segnatamente negli appalti e nelle partecipate. La GdF sarebbe così nelle condizioni di controllare in tempo reale sia eventuali infiltrazioni mafiose che sperperi e spese non conformi alle leggi e soprattutto al primo comma dell’art. 97 della Costituzione che fa riferimento all’imparzialità e al buon andamento dell’amministrazione.
Di questo si tratta: tagliare sperperi e impedire il connubio negli affari tra malavita e pubblica amministrazione. La soluzione che proponiamo non è nuova perché ribadisce la necessità di applicare in modo estensivo la richiamata legge 259/58 e estenderne la portata in modo da consentire agli uomini della Gdf di esserci nei momenti decisionali e di impedire il malaffare.
Set
17
2010
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato che è in preparazione un Piano, per stimolare fortemente l’economia e accrescere i posti di lavoro, di ben 100 miliardi di dollari in dieci anni, destinati a spingere le imprese all’innovazione e a creare valore. Lo stesso presidente, nello stesso momento, ha annunciato l’istituzione di un altro Piano per le infrastrutture di ben 50 miliardi di dollari da spendere in cinque anni.
Obama ha imboccato la via keynesiana dell’indebitamento e del taglio della spesa corrente per ottenere risorse da destinare ad attività produttive e a infrastrutture. è esattamente quello che non fanno il Governo Berlusconi e il Governo Lombardo.
Quasi un decennio fa il Cavaliere fece approvare la Legge obiettivo (443/2001) con cui aveva annunciato urbi et orbi 80 opere di interesse nazionale che dovevano essere completate entro pochi anni. Di esse vi sono pallide tracce. Mentre ciò accadeva, la spesa corrente è aumentata senza limiti: una vergogna nazionale.

Il Governo Lombardo, che ha messo al primo punto del suo programma lo sviluppo della Sicilia, in questi primi due anni non ha fatto nulla per tenere fede a quest’impegno. Non c’è un Piano di opere pubbliche regionale, non ci sono i parchi progetto dei 390 Comuni, non è stato contenuto il crollo degli appalti pubblici, con ciò danneggiando fortemente anche l’economia esistente. Non si sono spesi i fondi Ue.
A discolpa del Governo regionale si può dire che aveva trovato una macchina amministrativa disastrata. Ma oltre alla razionalizzazione bisogna procedere ad attivare meccanismi di crescita. La scusa che non vi siano soldi è banale, perché la colpa grave di questo Governo è non avere indotto la sua amministrazione a spendere i soldi europei, che ci sono, e a costringere il Governo centrale a trasferire i fondi che per viltà politica vengono trattenuti da Tremonti.
Il Governo regionale avrebbe dovuto anche redigere un bilancio 2010 con un forte taglio alla spesa corrente e in primis agli inutili stipendi pagati a inutili dipendenti. È del tutto evidente che di colpo non si possono tagliare i viveri a chi vive d’indennità, ma questo non è sviluppo.
 
Il Governo Lombardo ha creato un ulteriore danneggiamento all’econonomia siciliana, oltre a quello già indicato di aver fatto crollare gli appalti: assumere (pardon, stabilizzare) personale di cui non ha bisogno. Non ci sono più risorse finanziarie per la spesa corrente, ed è per questa ragione che la Corte dei Conti, sulla scia di quanto ha fatto il Commissario dello Stato (Michele Lepri Gallerano) deve intervenire con provvedimenti atti a bloccare la conversione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, perché la Regione non può assumersi questi ulteriori oneri. Daremo notizie di possibili iniziative della Corte dei Conti in questa direzione.
È ora di smetterla con questi comportamenti irresponsabili che vogliono accontentare i raccomandati, vessando fortemente tutti gli altri siciliani che non sono stati messi in condizione di entrare nella Pubblica amministrazione, perché non raccomandati.

Certa stampa male informata ha sbandierato, a favore della legittimità della stabilizzazione, la decisione  del Consiglio di Stato n. 04495/2010 con la quale vi sarebbe stato dato via libera. Noi abbiamo letto tale sentenza, la quale non solo non da via libera, ma, citando precedenti proprie sentenze (n. 24/04 e n. 141/99) precisa che una deroga alla  regola del concorso pubblico, di cui all’art 97, comma 3, Costituzione, può essere considerata legittima nei limiti in cui la valorizzazione della pregressa esperienza professionale, acquisita dagli interessati tramite forme contrattuali non a tempo indeterminato, NON si traduca in norme di privilegio in danno degli altri aspiranti...
Dunque, il Consiglio di Stato, con tre sentenze, ha affermato un pari diritto degli aspiranti (cioè coloro che non sono dentro la Pubblica amministrazione) rispetto a quelli che vi sono dentro.
Per quanto precede, invitiamo tutti i siciliani che non si trovano dentro le Pa (regionale e comunali) a fare domanda, come legittimi aspiranti, per essere assunti dalle stesse, sulla base di curricula che devono affrettarsi a inviare alle Pec delle amministrazioni.
Feb
23
2010
La corruzione dilagante emersa dalla relazione della Corte dei Conti nazionale giustifica i redditi non dichiarati con un’evasione tributaria stimata intorno ai cento miliardi, che costituisce la vergogna delle vergogne nazionali.
Gli sforzi di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate sono enormi, con un buon risultato di recupero di imposte superiore ai sette miliardi nel 2009, ma ben lontano dalla cifra prima indicata.
Il governo Berlusconi ha maldestramente riaperto il rubinetto della circolazione del contante, eliminando il vincolo di mille euro e riportandolo a dodicimila. Non si capisce perché impresa o cittadino debbano far muovere denaro contante, piuttosto che moneta informatica, se non a scopo di evasione e di corruzione.
L’abuso più grosso nella Pubblica amministrazione è costituito da appalti di opere e di servizi, anche quelli piccoli, cosicché si forma una rete di fiumiciattoli che vanno ad arricchire i malfattori, che della corruzione e della concussione fanno i loro abituali strumenti di lavoro. Con questo comportamento danneggiano fortemente le imprese corrette perché esse sono tagliate fuori dalle mazzette.

La gestione degli appalti in Sicilia è affidata, quando l’ammontare supera 1,2 milioni, agli Urega provinciali normalmente presieduti da prefetti o magistrati. Ma tutti gli altri al di sotto di questa soglia sono gestiti dagli Enti locali. Allo stesso modo sono gestiti in house gli appalti della Regione di cui si occupano anche i tre centri di spesa (Dipartimento regionale Programmazione; Dipartimento regionale Interventi infrastrutturali per l’agricoltura; Dipartimento regionale Istruzione e formazione professionale).
La questione morale è principale nel comportamento dei responsabili della Pa, tale per far intendere la Sacralità della Cosa pubblica. Ma una seconda e non meno importante questione è la rapidità con cui si realizzano le opere e si producono i servizi. Vero è che c’è un coacervo di norme e procedure volutamente complicate e redatte in mala fede, in modo da chiedere l’intervento del corruttore, ma è anche vero che bravi e onesti dirigenti possono far percorrere speditamente il cammino delle procedure.
 
Meno che mai la gestione delle opere pubbliche deve subire il pungolo della necessità, dell’emergenza e dell’urgenza. Ben inteso, se capita una catastrofe occorre intervenire con immediatezza e con tutti i mezzi che servono. Ma poi la ricostruzione deve essere affidata agli Enti locali, applicando nei confronti dei sindaci tutte le sanzioni, compresa la decadenza, nel caso non intervengano con la necessaria tempestività.
Una garanzia di trasparenza anti-corruzione sarebbe quella di fare partecipare agli appalti, sistematicamente, ufficiali della Guardia di Finanza competenti in materia economica, per sventare qualunque accordo che mira a violare la concorrenza, a tagliare le gambe alle imprese migliori e a favorire quelle che danno la cagnotte.
Non si capisce perché questo controllo contemporaneo non venga messo in atto, lasciando che sciacalli e vigliacchi approfittino delle situazioni per rubare il danaro dei contribuenti.

Certo, occorre che il ceto politico per primo smetta i panni di coloro che rubano, così come sono visti dai cittadini, e sorvegli con sistematicità i dirigenti pubblici, in modo da cogliere dai loro atti i risultati positivi meritevoli di premi e quelli negativi sanzionabili con la decadenza dal loro incarico.
Insomma, occorre che in Sicilia (non ci vogliamo occupare della Penisola perché l’Autonomia ci obbliga moralmente ad essere primi nel Paese) venga dato l’esempio da chi occupa posti di responsabilità che la Cosa pubblica e l’interesse generale vengono prima di ogni interesse di parte o corporativo.
In Sicilia, è necessario abbattere il parassitismo ed emarginare tutti coloro che pescano nel torbido.
Non solo il governo Lombardo, non solo i deputati regionali, non solo i 390 sindaci e i 9 presidenti di Provincia, ma tutta la classe dirigente siciliana è chiamata a uno sforzo non comune per ribaltare lo stato di subalternità del quale siamo stufi e arcistufi.