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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Costi Standard

Ott
28
2011
Il decreto legislativo n. 68/2011 ha inserito i costi standard nella valutazione della spesa sanitaria secondo cui, a parità di servizio, ci dovrà essere parità della spesa in qualunque parte del territorio italiano. Ma il decreto ha escluso dall’applicazione dei costi standard le regioni a statuto speciale, e non se ne capisce la motivazione.
Alla crisi finanziaria è seguita la stretta rigorosa dell’Ue che si è riversata sui partners, con gravi riflessi per quelli viziosi e con poche conseguenze per quelli virtuosi. Ne è conseguita una serie di manovre che governo e maggioranza hanno fatto in questi tre anni per portare a tappe forzate alla golden rule nel 2013.
Questo significa che tra maggiori entrate e minori uscite, in quell’anno dovrà essere ricavato l’ammontare relativo agli interessi sul debito pubblico di circa 80 miliardi.
Mentre i tagli delle spese superflue non hanno alcun effetto negativo sui consumi e sull’economia, il maggior prelievo fiscale - fra cui l’aumento di un punto dell’Iva - che genera nuove entrate, ha un impatto negativo perché limita i consumi e impedisce i nuovi investimenti da parte del sistema delle imprese che, anziché essere aiutate, vengono imbrigliate. 

Giocoforza, lo Stato dovrà dimagrire e con esso Regioni e Comuni. Non sacrificando i servizi sociali ma gestendo in maniera virtuosa ciascuna amministrazione.
In questa direzione giocano un ruolo importante i costi standard, perché costituiscono al contempo una guida e un punto di riferimento al quale debbono attenersi i diversi soggetti che amministrano la Cosa pubblica. Si tratta quindi di inserire rigore, rigore e rigore, non più lassismo, menefreghismo, clientelismo e tutti gli altri ismo che ne conseguono.
L’attuale ceto politico locale e nazionale non è capace di usare questo rigore, ma il d.lgs citato è in vigore, si tratta di estenderlo il più rapidamente possibile alle Regioni a statuto speciale e tra esse alla Sicilia che continua a scialacquare le misere risorse pubbliche nonostante il coraggioso recupero posto in atto dall’assessore Massimo Russo. Ma non è sufficiente perché gli sprechi nella sanità siciliana sono ancora fuori dall’ordinario.
 
In particolare segnaliamo l’eccessivo consumo di farmaci, l’eccessivo costo per posto letto del servizio alberghiero, l’eccessivo costo per posto letto del servizio sanitario vero e proprio, l’utilizzo incompleto di moltissime apparecchiature elettromedicali usate poco, male o niente, l’eccesso di personale amministrativo e medico, la polverizzazione del servizio ospedaliero in tanti presidi che non hanno più ragione di esistere e via elencando.
Deputati regionali e sindaci che continuano a difendere l’ospedale locale o il tribunale locale lo fanno per pura demagogia e propaganda. Non sanno che la loro azione è perdente perché non ci sono più risorse per finanziare il clientelismo spicciolo.
Ora bisogna risparmiare aumentando l’organizzazione e l’efficienza, erogando quindi maggiori servizi con minori spese, il che significa una sola parola: efficientamento. Chi non sarà capace di capire immediatamente il nuovo stato di cose sarà travolto dalla vera indignazione popolare, quella che emerge genuinamente perché la crisi morde la carne dei cittadini più deboli.

Dunque, i costi standard sono indispensabili e vanno usati senza por tempo in mezzo e, anche laddove non via sia l’obbligo di adoperarli, virtù amministrativa imporrebbe che si adoperassero ugualmente.
È inutile blaterare che le minori risorse tagliano i servizi. è una menzogna, perché se un servizio a Cuneo costa 100 non si vede perché a Caltanissetta debba costare 200.
L’efficienza deve essere un vanto e noi siciliani non siamo da meno dei lombardi e dei piemontesi in campo culturale. Non dobbiamo essere da meno neanche in quello della buona e sana amministrazione della Cosa pubblica. Noi dovremo avere il vanto di essere più bravi e competitivi dei nostri amici delle ricche regioni del Nord. Dovremo far vedere a loro che anche con minori mezzi otteniamo risultati piu brillanti.
Ho speso 53 anni della mia vita professionale in Sicilia e Lombardia. Ho un sogno: che le due regioni funzionino allo stesso modo.
Ago
06
2010
Con la fiducia alla Camera, votata giovedì 29 luglio, è stato convertito il decreto legge 78/10 relativo alla Finanziaria 2011, che comporta tagli alla spesa corrente di 12 miliardi nel 2011, più 12 miliardi nel 2012. L’operazione era necessaria ed il taglio dei trasferimenti alle Regioni e, di conseguenza, agli Enti locali, indifferibile. Stride, però, il mancato taglio ai ministeri, in misura proporzionale ed adeguata. E, ancor più, il mancato taglio di spesa per l’enorme personale politico (oltre 500 mila unità). Per il personale burocratico sono stati bloccati gli aumenti contrattuali, però il costo complessivo non ha subìto decurtazioni, mentre avrebbe dovuto essere diminuito in proporzione alle altre spese.
Il guaio peggiore è che Tremonti ha segato i trasferimenti alle Regioni senza tener conto della distinzione tra quelle virtuose e quelle viziose. Fra queste ultime spiccano Lazio, Campania, Calabria e Puglia. Ma la Sicilia non brilla per virtù.

La Padania, quotidiano della Lega Nord, è il bollettino di quel partito autonomista. In esso sono riportati due pagine di appuntamenti, nelle quali sono indicate le presenze degli uomini di Bossi in eventi, manifestazioni, radio e televisioni. Quel quotidiano è un puntuale veicolo di informazione che alimenta il rapporto tra dirigenza, quadri ed elettori. Un modello che ha funzionato unitamente alla buona amministrazione degli Enti locali.
La Lega fa populismo e demagogia quando difende ad oltranza quella minoranza di produttori di latte che non ha pagato le multe, anticipate dal Governo. L’associazione dei produttori di latte, che invece si è messa in regola, ha protestato vivacemente contro  l’iniquità descritta.
L’efficacia di un partito autonomista si dimostra attraverso la comunicazione costante tra vertici e simpatizzanti ai quali vanno comunicati linee politiche e traguardi raggiunti. Mpa, Pdl-Sicilia, Pdl lealista, Udc e Pd  soffrono di questa grave carenza: non hanno il quotidiano che faccia da cinghia di trasmissione tra i loro dirigenti ed i siciliani, per cui questi ultimi non si affezionano ai dirigenti di quei partiti, perché non sanno.
 
Sembra che non c’entri il discorso sui partiti autonomisti con il taglio dei trasferimenti statali a Regioni ed Enti locali. C’entra, eccome! Perché via via che vengono approvati i provvedimenti legislativi sul federalismo, per ultimo quello sui fabbisogni standard, il nodo scorsoio si stringe sempre di più al collo dei presidenti delle Regioni viziose e a quello dei sindaci dei comuni viziosi.
È ormai guerra dichiarata alla spesa corrente che lo Stato deve ridurre di almeno altri 70 miliardi. Il conto è presto fatto. Secondo la Ruef (Relazione unificata economia e finanza pubblica 2010), il disavanzo primario è stimato in 10 mld, gli interessi sul debito in 72 mld, con un disavanzo totale, nel 2010, di 82 mld. Tale disavanzo va azzerato per non aumentare il catastrofico debito. Tenuto conto che la manovra testè approvata lo ha decurtato per 12 mld, restano da tagliare gli altri 70. Va da sé che l’aumento del Pil compensa in parte il taglio prima indicato.

Il Corsera del 25 luglio pubblica la classifica dei soldi ricevuti dai Comuni, trasferiti dallo Stato, in euro/abitante. Bolzano è capolista con 1.121, spicca Catania al terzo posto con 1.090. Palermo riceve 868, Sondrio al penultimo posto con 230, Caserta all’ultimo con 215. La stessa fonte (Ifel-Anci) pubblica la classifica dei soldi spesi dai Comuni in euro/abitante. Prima della classe è Venezia con 2.092, più in basso Catania con 1.280, segue Palermo con 1.182, chiude Teramo con 567.
Il dramma della Regione siciliana e di gran parte dei 390 sindaci, è che si trovano sul groppone un’enorme quantità di personale, inutile alla produzione dei servizi, che i costi standard taglieranno senza pietà.
Gli apparati politici e burocratici sono ormai sotto il mirino dell’Ue e dello Stato, ma, fatto più importante, è che si è svegliata fortemente la sensibilità dell’opinione pubblica la quale non ammette più che le Istituzioni siano luoghi di sperpero e di sprechi quando, contestualmente,  gran parte dei cittadini fa sacrifici. Attenzione! Dopo l’astensione dal voto c’è la penalità.