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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Costituzione

Ott
18
2011
Il primo articolo della Costituzione ci ricorda che L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Il lavoro è qualsiasi esplicazione di energia volta a un determinato fine. Ed anche l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo, in quanto tende direttamente e coscientemente alla produzione di una ricchezza o di un prodotto di utilità individuale o generale”.
Quanti cialtroni o ignoranti parlano di lavoro senza sapere che cosa esso significhi. Quanta gente urla cercando un lavoro non offrendo le necessarie competenze perché esso sia produttivo di valore. è questo il nocciolo della questione. Ogni persona  che lavora deve produrre valore, cioè ricchezza. Solo la ricchezza, ovviamente prodotta onestamente, potrà essere usata per diffondere equità e benessere fra la popolazione e aiutare i bisognosi e i più deboli.
Com’è noto, il lavoro e la relativa remunerazione che può provenire da un rapporto dipendente o autonomo derivano dalla loro utilità. Solo in questo modo liberano dai bisogni e consentono di acquisire quel minimo di autonomia che ogni uomo deve possedere.

Il vizio diffuso di vedere mezza mela, cioè quella che ognuno faccia una qualsiasi attività purché percepisca un’indennità o uno stipendio, è stato la rovina del Sud ed in particolare della Sicilia. Questo vizio è stato alimentato da un ceto politico che ha speculato sul bisogno della gente promettendo non un lavoro produttivo, bensì un posto che consentisse di percepire un compenso.
Un comportamento altamente diseducativo che ha portato la nostra Isola ad avere un miserrimo Pil del 5,6% circa di quello nazionale, mentre esso si dovrebbe attestare intorno al 9% facendo una proporzione del territorio e della popolazione rispetto ai dati nazionali.
Si può ben capire come un ceto politico non selezionato e non preparato, non possa pensare a come si governi una regione e, per traslato, la nazione. Si occupa delle questioni di piccolo cabotaggio, delle viuzze anziché dell’autostrada, dei rigagnoli anziché del fiume. L’egoismo imperante del ceto politico lo ha indotto a raccogliere il consenso basato sul clientelismo e sul favoritismo e non sui progetti strategici di ampio respiro che devono informare l’azione di chi ha alte responsabilità istituzionali di guida e di governo.
 
Dall’altra parte, vi è la popolazione tenuta in stato di bisogno, sia per incapacità della classe dirigente che per il comportamento speculativo, secondo il quale chi ha bisogno deve chiedere e quindi è disponibile a scambiarlo con il favore. Questo perverso meccanismo viene illustrato da molti decenni in queste pagine. Tuttavia non ha trovato eco nella sensibilità e nella coscienza di chi dovrebbe comportarsi secondo i doveri e non i poteri.
La situazione di tragico stallo economico della Sicilia non può continuare. è arrivato un alt fermo e deciso da parte dell’Unione europea, che ha bloccato la possibilità per le Regioni di fare altro debito necessario a coprire le scellerate uscite dovute alla spesa corrente.
Cosicché l’attuale governo, o quello successivo, non ha più la possibilità di fare politica clientelare perché, continuando a privilegiare dipendenti e pensionati regionali, amici propri e degli amici, consulenti inutili, professionisti e imprenditori di apparato e dirigenti incapaci, porterà a fare sanguinare il tessuto sociale del nostro popolo che, prima o dopo, reagirà con veemenza, cacciando gli incapaci e i disonesti dai luoghi dove risiedono indebitamente.

Il lavoro deve produrre valore. Ma si è mai chiesto un assessore o un dirigente regionale se il lavoro dell’inutile esercito di dipendenti produce valore? E sì, anche il lavoro della Pa deve produrre valore. è un valore sociale che spinge tutti i cittadini verso la crescita. Se non c’è crescita non c’è produzione di valore. Se non c’è produzione di valore non c’è stata la capacità, di chi ha il compito di dirigere strutture pubbliche, di muoversi in questa direzione.
Dal che se ne deduce in modo lampante la responsabilità. Una responsabilità che doveva essere colpita senza tentennamenti ma che, invece, è stata ignorata costantemente. Per esempio, la distribuzione a pioggia del cosiddetto Famp (Fondo amministrazione miglioramento prestazioni) ai dipendenti regionali, che dovrebbe servire per incentivarli a produrre più valore, ma che in effetti serve solo a erogare inutilmente somme sottraendole agli investimenti che creano ricchezza. Ancora uno spreco del quale nessuno risponde. Neanche la coscienza di chi l’ha provocato.
Ago
17
2010
Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, il 15 agosto a Palermo ha detto una menzogna spudorata, basata sul secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione. E cioé che quando il popolo ha eletto una maggioranza, essa non può essere cambiata.
Conosco Angelino da oltre un decennio e so che è un ragazzo intelligente, colto e professionalmente preparato. Non capisco, pertanto, come possa avere mentito sapendo di mentire.
Infatti, la nostra Costituzione è basata su una democrazia parlamentare, tanto che l’articolo 67 prevede che ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Non solo, quindi, ogni deputato o senatore non risponde al proprio partito (donde la porcata dell’attuale legge elettorale), ma neanche ai cittadini che l’hanno eletto (non possiamo dire che gli hanno dato la preferenza perché non esiste più).
In questo quadro costituzionale, qualunque maggioranza che si formi comunque e riceva la fiducia delle due Camere, è perfettamente legittima e nessun falso ignorantello, per ragioni di casacca, deve permettersi di dire puttanate al riguardo.

Ciò premesso, dissentiamo dallo scenario politico, nel quale le forze in campo discutono sul berlusconismo e sull’antiberlusconismo. Il Cavaliere è in campo da 16 anni, forse lo resterà ancora per qualche anno, ma è comunque una figura destinata ad eclissarsi. Questa non è politica, cioè l’arte di fare scelte al più alto livello, nell’interesse dei cittadini, i quali devono avere un punto principale di riferimento nel valore dell’equità. Le forze politiche in campo devono misurarsi sui programmi e sulla capacità di realizzarli.
Fa bene Berlusconi a programmare la richiesta di fiducia della sua maggioranza, se esiste, su quattro titoli: federalismo, riforme, fisco e Mezzogiorno.
Naturalmente, quando si passa dai titoli ai contenuti la distanza può essere tanta ed è proprio su questo percorso che si verificherà la tenuta della maggioranza, ormai formata da tre gruppi (Pdl, Lega e Fli), oppure di una minoranza (Pdl, Lega), mentre tutti gli altri gruppi possono formare una nuova maggioranza.
 
Se non c’è più quella esistente, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha l’obbligo costituzionale di verificare l’esistenza di una qualunque altra maggioranza, comunque formata con obiettivi ridotti. E se poi neanche quest’ultima vi fosse, l’ultima ratio è lo scioglimento delle Camere e le nuove elezioni in marzo 2011.
Fra i punti in verifica a settembre vi sono le riforme, prima delle quali quella elettorale. Il modello potrebbe essere quello francese, a doppio turno in collegi uninominali, che nella Nazione d’Oltralpe funziona perfettamente dal 1958, oppure quello spagnolo o tedesco, con deputati eletti in piccolissimi collegi. Le due forme elettorali consentono di avvicinare molto i candidati agli elettori, che possono quindi esprimere il loro voto con cognizione di causa. Questo è il punto fondamentale: riavvicinare gli elettori ai candidati, in modo da ritenere il voto utile e non inutile, com’è adesso. è infatti insopportabile che il Parlamento sia composto da nominati e non da eletti.

A Palermo, in occasione del pronunciamento di Alfano che abbiamo riportato, vi era il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, il quale ha espresso un elenco di risultati ottenuti contro la criminalità organizzata, veramente impressionante per efficacia. Il ministro Maroni e le Forze dell’ordine hanno potuto conseguire certi risultati anche perché i magistrati che coordinano le indagini sono stati determinanti per fare tabula rasa delle organizzazioni malavitose. Essi hanno seguito, come disse nel 1982 il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, le vie del denaro. Percorrendo queste vie, sono stati sequestrati beni mobili ed immobili ai criminali e, per ultimi, 800 milioni a quell’Aiello ritenuto prestanome di Bernardo Provenzano.
Tuttavia, la lotta deve aumentare di livello e di qualità, per andare a colpire non solo le intrusioni della ‘ndrangheta negli appalti della Calabria, ma le intrusioni negli affari pubblici della Lombardia e del Veneto, con le mani protese su Borsa, società finanziarie, nazionali ed off shore.
Aggiungo un plauso ad Alfano per il congegno di norme che hanno consentito i risultati esaminati.
Ott
24
2009
In questi sessant’anni, nel trattare la Cosa pubblica c’è stata molta confusione, non casuale. Interferenze ed incroci tra diverse amministrazioni e tra diversi livelli di amministrazione. I conti pubblici sono normalmente inquinati, perché provvedono a sostenere costi non di competenza di ogni amministrazione. Per cui, non si riesce mai a determinare la spesa necessaria per un certo servizio.
Facciamo alcuni esempi. Le spese per la costruzione ed il mantenimento di immobili destinati al ministero della Giustizia sono normalmente pagate dai Comuni, anziché dallo stesso ministero. Le spese per immobili destinati alle scuole sono sostenute ancora dai Comuni. Le spese necessarie per immobili destinati alle Prefetture, anziché gravare sul bilancio del ministero dell’Interno, gravano sulle Province, le quali sostengono le spese della costruzione e manutenzione degli immobili destinati alle scuole di secondo grado.
Le spese per il mantenimento della custodia e la forestazione in Lombardia e in altre Regioni, anziché essere sostenute dalle amministrazioni regionali, sono sostenute dallo Stato. L’elenco è lungo e ci fermiamo.

L’effetto della confusione sulla gestione di settori pubblici è la deresponsabilizzazione. Un secondo effetto è che non si riesce a quantificare esattamente il costo di una branca amministrativa, nel complesso di tutti i segmenti, dalla A alla Z. Viene meno, quindi, la comparazione con i parametri europei e qualcuno specula anche sul fatto che appaiono spese minori di quanto dovrebbero essere se il conto le riguardasse tutte.
La Costituzione prevede alcuni requisiti della spesa pubblica: economicità, trasparenza, effettività, efficacia. Essi trovano un comune denominatore nell’autonomia della spesa. La quale deve circoscrivere l’ambito gestionale per evitare di debordare. Tale criterio viene osservato in alcune branche della Pubblica amministrazione, ma disatteso in altre.
 
Prendiamo i sindaci, in particolare quelli siciliani. Si lamentano perché i trasferimenti dalla Regione diminuiscono, ma poi, come prima indicato, sono costretti a sostenere spese per il ministero della Giustizia, per l’assessorato regionale alla Pubblica istruzione e per altre Istituzioni che non hanno niente a che fare con l’obbligo di produrre servizi comunali ai propri concittadini.
Non abbiamo sentito alcuna voce riguardo all’argomento che analizziamo oggi. Né dal singolo sindaco, né dall’associazione che li rappresenta a livello regionale e nazionale (Anci). Né voce abbiamo ascoltato da alcun presidente delle Province (illegittime nell’attuale forma, anziché in quella prevista dall’articolo 15 dello Statuto), per reclamare l’autonomia del proprio bilancio col quale nulla hanno a che fare, come prima scritto, gli immobili delle scuole di secondo grado. Né protesta è stata elevata dall’associazione che le rappresenta a livello regionale (Urps). Non ne comprendiamo la ragione.

L’ente locale deve produrre al meglio i servizi per i propri cittadini. Quando ne produce di meno o di minore qualità, il vertice dovrebbe essere sanzionato non solo con la perdita di consenso politico, che significa la non rielezione, ma anche dal potere sostitutivo dell’organo di controllo, che è la Regione. Questo secondo controllo non viene, di norma, esercitato o viene esercitato con estremo ritardo, il che comporta che difetti dei procedimenti rimangano nel sistema.
La razionalizzazione della spesa pubblica passa attraverso una serie di risparmi che vanno ottenuti senza indugi o tentennamenti, caricando l’onere di marciare rigorosamente su un binario a chi deve portare il convoglio della corretta gestione alla meta, cioè alla fine di ogni esercizio.
Qui non si tratta di usare palliativi o mettere pezze sulle emergenze, ma di riqualificare il metodo che deve presiedere alla pubblica attività, senza sbandamenti, in modo che tutti gli enti pubblici evitino di sforare i propri bilanci e, contemporaneamente, servano i cittadini che hanno il diritto di ottenere quanto a loro serve.