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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Def

Apr
22
2011
Il Consiglio dei ministri del 13 aprile ha approvato il Documento di economia e finanza (Def) che da quest’anno ha assorbito la Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica (Ruef). I principali elementi di valutazione sono i seguenti: il Pil nominale dovrebbe ammontare a 1.593 miliardi; la spesa complessiva prevista è di 725 mld, le entrate di 739 miliardi. Per la prima volta da qualche anno vi è un saldo o avanzo primario di 14 miliardi. Tutto bene? No, perché il documento prevede di pagare interessi sul debito sovrano per 76,1 miliardi. In base a queste previsioni, il deficit dell’anno ammonterà a 64,9 miliardi che dovrà essere finanziato con l’aumento e l’emissione di nuovi titoli di Stato.
La sfilza di numeri indicati non deve confondere il padre di famiglia perché, in estrema sintesi, rappresentano i numeri di un bilancio domestico. Le previsioni arrivano quando l’anno si è consumato per quattro mesi, quindi rimangono gli altri otto per tentare di stare dentro i binari.

Emergono dal Def 2011 due elementi positivi: l’aumento delle entrate rispetto al 2010 di 15 miliardi e il taglio delle spese di 9 miliardi. Tuttavia questa inversione rispetto agli anni precedenti è palesemente insufficiente in base all’ultimo accordo dei capi di Stato e di Governo dell’Ue dello scorso 25 marzo.
Esso stabilisce che il debito debba essere portato entro i limiti del 60% del Pil entro 20 anni. L’Italia, per conseguenza, deve tagliare, secondo la Banca d’Italia, spese vive per 35 miliardi l’anno in modo da raggiungere il pareggio di bilancio, interessi sul debito compresi, già nel 2014. Infatti, il deficit previsto quest’anno, come già scritto, di 64,9 miliardi, il 2012 e il 2013 deve essere azzerato. Appunto con un sacrificio di circa 35 miliardi per anno.
Il debito pubblico che a fine anno supererà i 1.900 miliardi dovrà essere dimezzato entro 20 anni ad una media di 40 miliardi l’anno. Ecco che i conti tornano con quanto prevede la Banca d’Italia. Naturalmente un ruolo importante avrà il recupero dell’evasione fiscale che viene stimata in 120 miliardi l’anno e che potrebbe essere destinata all’abbattimento del debito. Tutto ciò si potrà realizzare se il governo terrà la barra al centro, sordo alle cicale, per i prossimi anni, compreso quello della tornata elettorale, cioè  il 2013.
 
La prima questione, dunque, è tagliare. Bisognerà farlo con senso dello Stato, cioè a cominciare dagli sprechi, dai privilegi di tutti coloro che percepiscono pensioni d’oro, emolumenti d’oro, o che godono di servizi come segreterie, auto blu, rimborsi, viaggi, indennità e via cantando. Il primo taglio dovrà essere dato a quello che si chiama costo della politica cioè a dire a quell’insieme di spese abnormi rispetto alla media europea che costituisce un privilegio ormai fuori dai tempi.
Poi, bisognerà intervenire sulla qualità della spesa, costringendo tutte le amministrazioni a redigere un Piano aziendale e obbligandole a farsi certificare i bilanci, generali o sezionali, da società iscritte alla Consob, altro che da revisori compiacenti e corruttibili. Infine, una sana amministrazione dovrà privilegiare gli investimenti tagliando ancor di più la spesa corrente, da limitare allo stretto necessario, il che non significa ridurre i servizi sociali o quelli per la cultura, ma il clientelismo che si nasconde dietro queste due macrovoci di spesa.

In questo quadro, la Sicilia dovrà mettere nel conto una riduzione di trasferimenti da parte dello Stato. Anch’essa dovrà tagliare nel suo bilancio tutte le spese clientelari a cominciare da quelle sanitarie. Anche tagliando in questo caso i costi della politica, con l’abrogazione della legge 65/44 che equipara i deputati regionali ai senatori, e potando tutti i capitoli di bilancio che costituiscono vero e proprio assistenzialismo e collusione fra ceto politico e ceto imprenditoriale.
Un governo regionale che voglia riformare deve essere capace di stornare i risparmi ottenuti dai tagli alla spesa corrente verso le opere pubbliche e gli investimenti. Un governo che voglia farsi ricordare per un’azione positiva deve essere capace di mettere sotto pressione la burocrazia regionale affinché spenda nei tempi previsti, e anche prima, tutti i fondi europei a disposizione.
Non sappiamo se Lombardo sarà capace di questa svolta. Attendiamo di vedere fra 8 giorni se il bilancio della Regione sarà approvato e con quali numeri