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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


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Ago
01
2012
La questione è se sia meglio vivere che filosofare o vivere in maniera compiuta e approfondita.
Vivere per vivere, non ha molto senso, perché sarebbe come se si assimilassero le persone agli animali. Per fortuna noi siamo dotati di intelletto e quindi valutiamo fatti e circostanze e, soprattutto, in base al libero arbitrio, di cui ci ha fornito l’Altissimo, siamo nelle condizioni di scegliere autonomamente fra il bene e il male, assumendoci la responsabilità di andare verso una direzione o verso quella opposta.
Filosofare è ragionare. Ragionando si capisce ciò che ci circonda e ciò che va fatto secondo valori positivi o disvalori. Per cui, la consapevolezza di essere arbitri del nostro destino ci rende ancora più responsabili. Ovviamente, non tutto dipende da noi.
Gli eventi spesso ci travolgono. Tuttavia abbiamo il dovere di resistere e nuotare in mezzo ai marosi tentando di salvarci fino all’ultimo respiro. Ma, di più, dobbiamo essere positivi cercando di trasformare le difficoltà e le contrarietà in eventi da costruire.

In altre parole, sono il merito e la responsabilità che devono guidare le nostre azioni, valori che dobbiamo sempre tenere presente in ogni nostro atto e in ogni nostra decisione.
Ma è così? è vero che tali valori sono sempre presenti in noi stessi e a essi adeguiamo le nostre azioni? A giudicare da come vanno le cose nella nostra società non è la maggioranza dei cittadini che si comporta come prima descritto, ed ecco la prima ragione delle difficoltà in cui si trova la Comunità italiana, dentro la quale la Comunità siciliana sta di gran lunga peggio.
Questo non è imputabile al destino cinico e baro, né alle istituzioni centrali che non ci danno quello che noi chiediamo. Questo dipende da noi, dalla classe dirigente siciliana e dalla borghesia siciliana che hanno abdicato al loro ruolo guida per accucciarsi e proteggere i propri interessi, violando il principio che, in primo luogo, devono essere tutelati gli interessi generali, cioè quelli di tutti.
La questione, così com’è posta, è semplice. Sembra incomprensibile come mai la maggior parte della gente non la capisca. Forse perché non vuole capirla.
 
In questo mese continuano le ferie e le vacanze di tanta gente. Ma siamo certi che esse siano state meritate da dipendenti e pensionati (non ci riferiamo a quelli che percepiscono un assegno fino a mille euro)? Non ci riferiamo neanche a tutti gli italiani dotati di partita Iva, che sanno bene se possono andare in ferie in relazione all’andamento della propria attività.
I dipendenti del settore privato sono pagati da attività produttive. Quando le aziende non sono produttive falliscono, anche se, in qualche caso, come quello delle banche, vengono sostenute dal Governo con denaro pubblico.
I dipendenti pubblici, invece, di qualunque livello, continuano a percepire i loro emolumenti indipendentemente dalla crisi, continuano ad andare in ferie come se nulla fosse, tanto la crisi non li riguarda.
Ma le attività e i servizi pubblici continuano a funzionare regolarmente anche in questo periodo? Non sembra, a giudicare dagli uffici vuoti e dai fascicoli che si ammucchiano sui tavoli di dipendenti e dirigenti, i quali se ne infischiano del fatto che i cittadini restano in attesa di provvedimenti e autorizzazioni per mesi e, in alcuni casi, addirittura per anni.

E i pensionati, meritano le ferie e le vacanze? Certamente le meriterebbero se i loro assegni fossero stati liquidati con il metodo contributivo, cioè in base ai contributi effettivamente versati. Ma nel settore pubblico questo non è mai avvenuto, per cui sono i cittadini, con le enormi tasse che pagano, a corrispondere una parte delle loro pensioni, non meritate.
Vi è poi il caso eclatante dei 16 mila pensionati della Regione siciliana, che non solo percepiscono l’assegno sproporzionato in base ai contributi versati, ma addirittura esso è superiore di circa un terzo a quello dei loro colleghi statali e comunali: una vergogna siciliana che andrebbe immediatamente cassata.
Qui non si tratta di togliere qualcosa a qualcuno, ma di eliminare un indegno privilegio di cittadini più uguali degli altri.
Mar
24
2012
L’opinione pubblica ha una grande stima delle Forze dell’ordine perchè anche in tempi di magra rappresentano un esempio di efficienza che si concretizza in risultati. Come è noto, questi ultimi misurano la capacità di chi opera. Il resto sono chiacchiere da salotto o inutili parole delle quali i partitocrati sono maestri.
Anche le Forze dell’ordine fanno parte dei pubblici dipendenti. Solo che, dall’agente fino all’ufficiale più alto in grado, tutti hanno presente l’articolo 97 della Costituzione per assicurare il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
Non si capisce perchè tutti i tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici non si organizzino alla stessa maniera per ottenere risultati ben diversi da quelli miseri di tutti i giorni.
Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Se, cioè, il ceto politico non è in condizione di esprimere civili adatti ad amministrare gli enti, bisogna pensare ad ufficiali che possano farlo utilizzando la loro esperienza e la loro preparazione professionale.

È da approvare la candidatura del generale Vito Damiano a sindaco di Trapani. Altrettanto opportuna ci sembra la nomina del commissario straordinario dell’Azienda sanitaria di Salerno, nella persona del colonnello dei Carabinieri, torinese, Maurizio Bortoletti. In un anno di attività ha dimezzato le perdite, ha razionalizzato il magazzino, ha migliorato fortemente l’efficienza dei servizi sanitari e di quelli amministrativi, ha attivato macchinari dimenticati in un sottoscala, facendo sballare defibrillatori cardiaci e apparecchi elettromedicali inutilizzati.
L’Asl di Salerno ha più di 1,7 miliardi di debiti, 8 mila dipendenti, ma le regole non venivano rispettate. La Corte dei Conti aveva stigmatizzato fortemente, in occasione della recente inaugurazione dell’anno giudiziario, i danni che avevano fatto i precedenti amministratori e l’ottima azione messa in campo da Bortoletti.
Anche in Sicilia abbiamo un direttore torinese, Ludovico Albert, ma fino ad oggi non ha rivoluzionato l’organizzazione del suo dipartimento nè ha conseguito risultati eclatanti, anche tenuto conto che per affrontare la disorganizzazione della Pa regionale ci vogliono muscoli d’acciaio.
 
La Regione farebbe bene a prevedere la nomina dei dirigenti generali nelle persone di ufficiali di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, ma anche delle Forze militari che raggiungono una buona efficienza del loro servizio.
Nella Pubblica amministrazione italiana c’è del buono che viene sistematicamente sopraffatto dalla parte cattiva, secondo la nota legge economica di Gresham.
Il ceto politico ha il compito di selezionare la parte buona, di sostenerla e di affidarle la responsabilità primaria del buon andamento delle attività pubbliche. Per far ciò, dovrebbe attivare una sorta di decantazione al suo interno, per isolare e emarginare i peggiori, mentre dovrebbe esaltare i migliori. Per dirla in breve, dovrebbe autoemendarsi, per consentire il diffondersi di due valori primari: il merito e la responsabilità.
La Pubblica amministrazione è una sorta di stanza di compensazione delle necessità dei cittadini, i quali, per qualunque bisogno di servizi pubblici, si rivolgono ad essa.

Putroppo le risposte non sono adeguate ai bisogni dei cittadini. Ed ecco che interviene la cultura del favore, cioè chiedere qualcosa per ottenerla, raccomandandosi, piuttosto che come risposta oggettiva frutto del dover servire.
Ed è proprio la cultura del favore il brodo dentro il quale si annida la corruzione e si diseduca la gente ad ottenere ciò che ha bisogno con i propri mezzi. 
Non è che fra i civili non vi siano persone per bene e capaci, ma esse non vengono selezionate per i vertici (Regione e Comuni) in quanto non ritenute dispensatrici di favori.
Caso opposto sono gli ufficiali dei Corpi prima richiamati, i quali sanno perfettamente contrastare la cultura del favore per servire la cultura del dovere. Quanto proposto non sembri fantasioso. Certo difficile da realizzare. Ma si può fare per concretizzare il sogno di una Sicilia competitiva.
Dei politici c’è bisogno, ma di quelli capaci e onesti, che debbono avere la forza ed il coraggio di mettere fuori dalla porta gli incapaci e i disonesti.
Nov
16
2011
L’articolo 16 della Legge di stabilità n. 183 del 12 novembre, pubblicata sulla Guri n. 265/2011, innova il rapporto di lavoro fra la Pubblica amministrazione e i propri dipendenti. Lo fa, come è abituato il legislatore, in modo sibillino ed equivoco così da lasciare aperte porte e finestre che consentano di non applicarlo, ovvero di far nascere numerose controversie attivate dai dipendenti, che si sentono colpiti, nei confronti della propria amministrazione.
Che dice il richiamato articolo 16? Esprime un principio generale che si possa verificare un esubero di personale, il quale sarà invitato a scegliere un’altra amministrazione. In caso di diniego, entro 90 giorni, a trasferirsi, il dipendente viene collocato in disponibilità, con un’indennità pari all’80 % dello stipendio, per la durata massima di 24 mesi.
Quanto precede dovrà essere meglio specificato con altra norma interpretativa, anche perchè è difficile rimuovere le incrostazioni che sono nella Pa e le cattive abitudini che l’hanno connotata in questo dopoguerra.

La norma non è chiara perchè riferisce di una generica ricognizione del personale (una sorta di inventario) che le Pubbliche amministrazioni hanno l’obbligo di fare ogni anno, in relazione alle esigenze funzionali o alla situazione finanziaria.
Chi ha competenza di organizzazione sa bene che nessuna ricognizione può esser fatta efficacemente, se non paragonata ad un Piano aziendale che abbia determinato in via preventiva quali debbano essere i servizi che una Pa deve produrre e, per conseguenza, quali possano essere i dipendenti e i dirigenti, determinandone funzionalmente la quantità ed il profilo professionale.
È solo dalla comparazione fra il Piano aziendale e l’effettivo organico che può scaturire l’eventuale eccedenza di personale e dirigenti, non in modo sommario, bensì per tipologia del singolo profilo professionale.
In ogni caso, seppur con i limiti prima indicati, si tratta di un’interessante novità che scardina il principio dell’inviolabilità del rapporto di lavoro pubblico e introduce, seppure in modo blando, la possibilità che i dipendenti pubblici siano licenziati, non solo quando commettono reati.
 
In Sicilia non si sa se questa norma verrà applicata, ma conoscendo bene la corporazione del sindacato pubblico e l’incapacità del Governo regionale, possiamo supporre che verrà sollevato l’usbergo dell’Autonomia per impedire la sua applicazione ai dipendenti regionali. Con l’ulteriore discriminazione secondo cui, nella nostra Isola, vi saranno dipendenti pubblici statali, cui la norma si applica, e dipendenti pubblici regionali, cui la norma potrebbe non applicarsi.
I lamenti del Governo regionale e del suo assessore all’Economia, Gaetano Armao, sulla mancanza di risorse sono del tutto ingiustificati, tenuto conto che ad inizio di quest’anno la Regione ha assunto, ex novo, con contratti a tempo indeterminato, ben cinquemila dipendenti. Un comportamento scriteriato e non conforme all’esigenza di far dimagrire rapidamente la spesa della Regione.
Anzichè fare l’esame di coscienza e tagliare adeguatamente la spesa corrente, a cominciare dall’allineamento del contratto dei regionali a quello delle altre Regioni, il governo siciliano ha inviato una lettera al presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti, per chiedere soldi anzichè per comunicargli che intende mettersi le carte in regola.

Come possiamo andare avanti facendo gli elemosinieri, da un canto, e le cicale, dall’altro? Come non hanno capito, Lombardo e Armao, che bisogna abbandonare la via viziosa della pessima amministrazione e imboccare quella virtuosa della sana amministrazione? Non sappiamo a che cosa sia dovuta questa mancanza di realismo, ma ne abbiamo conferma dalla bozza della legge regionale di stabilità di 91 articoli, nella quale non si intravede la nuova filosofia che deve essere messa in atto, se vogliamo che la nostra Isola intraprenda la via dello sviluppo.
Se si applicasse la norma che abbiamo esaminato, la Regione dovrebbe mettere in mobilità diecimila dipendenti e liquidare quel contenitore assistenziale che è la Resais spa, che paga stipendi a persone che non fanno nulla.
Il peggio deve ancora venire non appena il governo Monti, se sarà approvato, varerà la prossima manovra di tagli da 25 miliardi. Lombardo e Armao sono avvisati.
Mar
03
2011
L’amministrazione regionale è forte di 20 mila dipendenti diretti, fra i contrattualizzati a tempo determinato e indeterminato, ma dispensa indennità e prebende a vario titolo ad altri 81.357 siciliani (come pubblichiamo analiticamente in prima pagina). Non comprendiamo perché non usi lo stesso trattamento con i 236 mila disoccupati che hanno gli stessi diritti dei precari.
Tutto il personale costa, secondo il bilancio del 2010, 1,8 miliardi, di cui circa il 10 % è destinato a indennità  a vario titolo. Facendo assistenza a go-go la Regione commette due delitti politici: primo discrimina fortemente i siciliani, da una parte i raccomandati e dall’altra i poveretti; secondo, utilizza le risorse per fare clientelismo e non per costruire opere pubbliche e alimentare gli investimenti.
Sarà noioso ripetere questa valutazione, ma nessuno mai l’ha smentita e dunque essa è incontrovertibile. La cosa più stramba di questo comportamento è che la Regione presta il proprio personale a tante altre amministrazioni, statali e degli Enti locali.

Fra le amministrazioni statali che godono di questo prestito vi sono quelle della Giustizia, degli uffici periferici della Presidenza del Consiglio, dei Lavori pubblici e Infrastrutture e via enumerando. Si tratta di un vero e proprio subdolo, inquinamento delle attività. Ma se la Regione non ha gli occhi per piangere come si può permettere di pagare stipendi a chi non lavora per essa? E poi, perché paga 23 mila dipendenti degli Enti locali? Il Governo regionale non si vuole rendere conto che così comportandosi viola il principio dell’autonomia gestionale che a sua volta inquina i conti di ogni amministrazione calpestando il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione (art. 97 della Costituzione).
Ogni amministrazione, regionale o locale, deve avere il bilancio nel quale sono inserite le spese strettamente necessarie per la produzione dei propri servizi. La ristrettezza finanziaria e il rigore dei Patti di stabilità, europeo e interno, costringono i responsabili politici e amministrativi a rivedere tutti i bilanci. Ma quelli siciliani non lo fanno, con un comportamento a dir poco irresponsabile.
 
Vi è un’altra questione. In diversi uffici statali sentiamo mugugni e lamentele da parte dei dipendenti, perché sono affiancati da regionali che guadagnano mediamente il 30 % in più e hanno un percorso che li porta alla pensione più breve e con un assegno di quiescienza più elevato. Un malcostume che in questi decenni ha fatto allargare alla Regione i cordoni della borsa verso i propri dipendenti e dirigenti attraverso l’Aran siciliana, che ha il solo scopo di alimentare i privilegi sotto l’usbergo dell’autonomia.
Lombardo ha promesso di cancellare l’Aran regionale demandando a quella nazionale la contrattazione con i propri dipendenti. Ma anche questa promessa non si è trasformata in atto concreto, perché egli è prigioniero della sua burocrazia.
L’enorme quantità di personale regionale, oltre ad alimentare la disfunzione organizzativa della macchina pubblica e il malcontento dei dipendenti statali che lavorano fianco a fianco con essi, ha anche il grave difetto di gravare sulle tasche dei siciliani, perché non essendoci sufficienti risorse, la Regione è costretta ad aumentare al massimo le addizionali statali d’imposta e l’Irap, che è un’imposta propria.

Si tratta di un ulteriore comportamento dissennato che favorisce il clientelismo in modo da trovarsi pronte le truppe cammellate nella prossima tornata elettorale. In Sicilia, ma non solo qui, le competizioni politiche si svolgono sulla base di promesse, non dei progetti. Ogni politico non dice mai cosa ha fatto fino a quel momento ma promette, promette e promette. Un comportamento incivile perché inganna i cittadini i quali sono portati a dimenticare le precedenti promesse e a sperare che quelle novelle siano mantenute. Speranza vana.
È triste non vedere una radicale inversione di tendenza. Ancor più triste è assistere al teatrino fra i diversi protagonisti. Per esempio: Lombardo chiede a Cascio di ridurre del 30 %, pari a 50 mln, le spese dell’Ars. Cascio risponde: “Irricevibile”. Ma il primo perché non presenta un didegno di legge che abroga la l.r 44/65? Se non lo fa, si tratta di un’altra finzione.
Set
18
2010
Il fatto: la Regione siciliana non ha mai preparato nei tempi andati, né nei tempi recenti, il Piano aziendale, quello che nelle imprese private si chiama Piano industriale. Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, con la sua direttiva del 7 agosto 2009 ha dato degli indirizzi alle 12 branche amministrative, alias assessorati. Ma a distanza di 13 mesi non vi è traccia di un Piano aziendale, come si desume dalle domande che i nostri redattori hanno posto (e pongono) ai dirigenti generali e ai capi di gabinetto di ogni assessorato.
Se un ente pubblico di qualunque livello, territoriale e non territoriale, non ha redatto un Piano aziendale non è in condizione di sapere quali e quante risorse umane e strumentali abbia bisogno per raggiungere i propri obiettivi, cioè i servizi da rendere a cittadini e imprese.
Com’è noto ai veri professionisti, il Piano aziendale si divide in quattro parti: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Ognuna di esse è essenziale per comprendere alla fine di ogni esercizio la percentuale di risultati sugli obiettivi prefissati.

Se la Regione, nei suoi sessantaquattro anni, avesse redatto il Piano aziendale, avrebbe fissato, di volta in volta come obiettivo primario da raggiungere, l’incremento del Pil su quello nazionale. Com’è noto, il Pil è il dato sintetico che misura la ricchezza prodotta da un territorio. I 57 governi regionali, di cui ben 54 prima della riforma elettorale, a cominciare dal primo presieduto da Giuseppe Alessi (1947) hanno governato alla sans façon, cioè a casaccio. E ancora oggi il governo Lombardo non ha fissato l’incremento del Pil nei cinque anni di legislatura per farlo elevare dal misero 5,6% in cui è relegato. Neanche il documento di programmazione economico-finanziaria (l’ultimo approvato è quello del 2009-2013, perché quello successivo non è stato votato dall’Ars) contiene tali obiettivi.
Se i Governi regionali avessero avuto il Piano aziendale, ne sarebbe scaturito il numero esatto di dirigenti e dipendenti occorrenti alla sua realizzazione. Non essendovi, risulta del tutto arbitrario il numero di 15.600 dipendenti fissato nella legge regionale 11/2010 (art. 51 della Finanziaria).
 
Secondo la nostra stima professionale e comparando le attività con quelle della Regione Lombardia e con il relativo numero che quella istituzione ha alle proprie dipendenze (3.251 dipendenti e 207 dirigenti), la Regione siciliana potrebbe funzionare con soli 10.000 dipendenti e 496 dirigenti, il cui numero è stato fissato con decreto del presidente della Regione del 28 giugno 2010, ripartiti tra 430 dirigenti di area e 66 dirigenti di servizio.
Non appena le singole branche amministrative ci forniranno l’elenco completo dei servizi prodotti (tipologia e quantità), saremo nelle condizioni di determinare il fabbisogno di risorse umane, branca per branca e nel suo complesso. Non vogliamo pensare che i dirigenti generali siano reticenti o che, per non farsi fare i conti in casa, non ci forniscano le informazioni necessarie al conteggio.

In questo quadro si pongono due questioni: una quantitativa e l’altra qualitativa. Quella quantitativa: un esubero stimato di 5.600 dipendenti e 1.704 dirigenti.
Che fare di questi esuberi? La risposta è semplice: metterli in cassa integrazione. Obiezione: la cassa integrazione per i dipendenti regionali non è prevista.
Ma è meglio non prenderci in giro. Se c’è un esubero di personale rispetto alle esigenze, chiamiamolo come vogliamo, ma il proprio status è quello di cassaintegrati con la conseguente riduzione dello stipendio. Eppoi, la cassa integrazione regionale esiste già: si tratta della Resais Spa, nella quale vi è qualche migliaio di inutili dipendenti pubblici. Nulla vieterebbe di mandarvi gli esuberi sopra indicati. Meglio lasciarli a casa che farli venire in Regione.
La seconda questione, quella qualitativa: riguarda l’aggancio dei salari alla produttività. Il Governo dovrebbe impartire disposizioni all’Aran per riformare i contratti, fissando una cospicua parte variabile e quindi collegata ai risultati. Se così sarà, ne vedremo delle belle.
Mar
24
2010
Nella pubblica amministrazione vi è uno dei tanti privilegi di cui si parla poco, che comporta una spesa addizionale di centinaia di milioni di euro in tutta Italia. Riguarda gli incarichi multipli di dipendenti e dirigenti pubblici, con le più svariate destinazioni.
è del tutto evidente che il tempo a disposizione di chi lavora ha un limite fisico in otto-dieci ore. Per alcuni stakanovisti estensibili a 14 o 15. Non si capisce come dipendenti e dirigenti pubblici possano avere incarichi addizionali al loro normale lavoro, senza abbandonarlo. In altre parole, o fanno l’uno o fanno l’altro. Invece, sembra che abbiano la capacità di moltiplicare le ore, tutte le ore necessarie a svolgere il proprio lavoro ordinario e quelli degli incarichi fuori dal loro ambiente.
Sembra, diciamo, perché in effetti se un dirigente regionale è commissario, poniamo, del Cas di Messina, non può contemporaneamente fare il proprio lavoro a Palermo e quello supplementare a Messina, non avendo il dono dell’ubiquità.

Però, nonostante ciò, ai fini dei compensi, gli incaricati hanno il dono dell’ubiquità. Infatti sommano al proprio stipendio le indennità per gli incarichi esterni. Si potrebbe obiettare che se a dipendenti e dirigenti non si pagassero le indennità extra, questi rifiuterebbero gli incarichi esterni. La risposta è che per i dirigenti dev’essere prevista contrattualmente la possibilità che essi possano essere destinati ad attività esterne, previo naturalmente il rimborso delle spese ed eventuali straordinari. Anche per i dipendenti, se il contratto fosse fatto in modo flessibile, dovrebbe essere prevista questa eventualità.
Tutta la materia che precede rientra nella logica del servizio. Significa che chiunque riceve compensi per il proprio lavoro dev’essere disponibile a realizzarlo con flessibilità e disponibilità a servire la collettività.  Questo principio non è molto diffuso, ma sarebbe opportuno che i vertici istituzionali, ciascuno per la propria competenza, i sindaci e anche i presidenti delle Province siciliane incostituzionali dessero queste tassative istruzioni.
 
Sembra poi un’enorme discrepanza quella esistente fra l’abitudine a dare incarichi multipli esterni al proprio lavoro e l’enorme quantità di personale in pancia a Regione ed enti locali. Quando l’organico di un ente pubblico o di un’azienda privata è striminzito, sarebbe logico chiedere di fare ulteriori lavori. Ma quando l’organico è due o tre volte più ampio di quello che serve e quindi in ogni ente vi sono decine, centinaia o migliaia di dipendenti in più non si capisce la ratio per cui alcuni debbano essere sovrautilizzati pur con dirigenti e dipendenti in sovranumero.
Anche in questo ambito vige l’ignominiosa legge del favore, teso ad ottenere l’incarico qui o là in modo da poter lucrare sulle asfittiche e magre casse pubbliche. In questa logica è da sottolineare con grave preoccupazione la liquidazione della pensione all’ex dirigente dell’Arra, Felice Crosta, con un assegno di quasi 500 mila euro all’anno. Questi pochi esempi fanno capire perché la Sicilia non cresce con tutte le uscite di bilancio ingessate.

Comprendiamo che la lotta ai privilegi è durissima, perché i privilegiati hanno voce, nome e cognome, e sono in condizioni di esercitare pressione e ricatti nei confronti di chi, avendo scheletri negli armadi, non può fare alcuna resistenza. Mentre i cittadini, costituendo una massa non definita, non hanno voce e sono quindi i quotidiani e le televisioni che devono prestargliela.
Un compito improbo e antipatico perché la difesa dei siciliani comporta l’evidenziazione dei privilegiati. I quali reagiscono vilmente (perché non possono farlo ufficialmente) con colpi di coda e pugnalate alle spalle. Essi non ricordano che se la verità ferisce, non è colpa di chi la dice, ma della verità stessa.
Gli assessori regionali proclamano l’urgenza di tagliare le spese, ma non dispongono di coltelli affilati, solo di parole che il vento disperde. Mentre è indispensabile che ognuno di essi faccia fronte alle proprie responsabilità con atti concreti, comunicati giornalmente ai siciliani.
Feb
24
2010
Nella Regione siciliana esistono tre categorie di dipendenti: una  che fa camminare la macchina seppure in modo asfittico e claudicante; un’altra parte che va a lavorare senza sapere il perché e una terza che se non ci andasse, nessuno se ne accorgerebbe. Ma tutti, compresi i fannulloni, vanno difesi perché la loro responsabilità è secondaria. Primaria è infatti quella dei dirigenti.
In un sistema di efficiente organizzazione, i dirigenti generali devono far funzionare tutti i propri dipendenti in base ad un piano industriale approvato dal Governo e, per delega del presidente, dall’assessore al ramo. Il dirigente generale che cercasse ogni scusa per motivare la sua incapacità di guidare il corpo impiegatizio alle proprie dipendenze sarebbe da revocare senza indugio per incapacità. Anche perché verrebbe meno alla sua missione costituita dal raggiungimento degli obiettivi indicati nel suo contratto.

Il punto nodale dell’inefficienza della Regione è la responsabilità, ovvero la mancanza di responsabilità, di chi ha il dovere (e perciò il potere) di guidare risorse umane verso un obiettivo predeterminato. In quell’ambiente magmatico che è la Regione, non esiste un rapporto sinallagmatico, cioè la proporzione fra compensi e prestazioni. Quando in qualunque pubblica amministrazione europea è invece tassativo tale rapporto, fondato sulla responsabilità.
Va da sé che il dirigente generale deve avere gli strumenti per poter guidare i propri dipendenti verso l’obiettivo prefissato. Perciò la Regione deve togliere dai contratti di lavoro tutte le forme di ostruzione inserite insidiosamente da sindacati conservatori, che mirano a proteggere la corporazione piuttosto che a farla diventare efficiente e funzionale a un disegno strategico di pubblica utilità.
E vi è un altro elemento cui metter mano con urgenza: la semplificazione di norme e procedure, per evitare che dietro formulazioni astruse e incomprensibili si possano nascondere dipendenti disonesti che impediscono a validi dirigenti di fare il proprio lavoro.
 
Battiamo e ribattiamo su questi tasti da decenni e, se prima eravamo pessimisti, oggi, con le leggi Brunetta e i relativi decreti legislativi, nonché con la vistosa diminuzione di risorse disponibili, vediamo la luce in fondo al tunnel. Gli assessori regionali e i dirigenti generali dei dipartimenti dovranno produrre i servizi per i cittadini razionalizzando l’organizzazione e immettendovi dosi di efficienza e di innovazione tali da migliorare la performance.
Ecco la parola magica che cambierà il modo di funzionare dell’apparato burocratico della Regione siciliana. Ogni dirigente generale ha nel proprio contratto gli strumenti per misurare la performance sua e quella dei propri dipendenti. Usiamo volutamente tale definizione perché, anche se ancora poco noto, il dirigente generale viene denominato dalla legge 150 del 2009 “datore di lavoro pubblico”, inserendo finalmente il concetto datoriale rispetto a quello burocratico del pubblico impiego.

Crediamo che fra i dipendenti regionali la grande maggioranza sia formata da persone per bene. Altri hanno deviato dalla retta via perché non guidati adeguatamente.
Si dice che il pesce puzza dalla testa, ed è vero. Ma il cambiamento, dal 1° di gennaio di quest’anno, del disegno istituzionale degli assessorati e dei dipartimenti, dovrebbe portare anche a un cambiamento di mentalità secondo la quale chi più vale viene premiato e chi meno vale viene sanzionato.
Se provocatoriamente scriviano la nostra difesa a favore dei fannulloni vogliamo dire che essi possono essere trasformati in ottimi dipendenti qualora coinvolti ed entusiasmati ad un disegno di funzionamento mirato al raggiungimento di obiettivi concreti.
Primo fra i quali è il servizio ai siciliani che sono i veri loro datori di lavoro, in quanto pagano con le proprie imposte quegli stipendi. Certo il mare magnum di 20.000 dipendenti contro, lo ricordiamo, i 2.000 della Lombardia, impedisce un vero disegno organizzativo. Per questo il governo Lombardo è chiamato a inserirne circa 10.000 nella bad society che la Resais Spa, a suo tempo istituita come ammortizzatore sociale.