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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Disoccupazione

Mar
13
2012
Ha ragione Giuseppe Castiglione, presidente dell’Unione delle Province italiane, a sostenere con fermezza e da lungo tempo che l’Ente intermedio fra Regione e Comuni è indispensabile, come ci ha confermato quando è venuto al nostro Forum pubblicato il 5 novembre 2011. Questa è una tesi che noi sosteniamo da sempre, pur essendo stati interpretati, qualche volta, esattamente al rovescio.
La Provincia ha funzioni fondamentali nel coordinare e programmare servizi sovracomunali, in modo da migliorarne la qualità e ottenere risparmi. Ha anche un importante ruolo nel valorizzare i tesori ambientali, paesaggistici, archeologici e culturali del territorio dei comuni che la costituiscono (è noto, infatti, che essa non ha territorio proprio). Però, si occupa della manutenzione delle strade provinciali e degli immobili delle scuole di secondo grado. Quest’ultima attività potrebbe essere effettuata dai Comuni.

Ciò premesso, anche le Province devono dimagrire, come Comuni e Regioni. L’unico modo per farlo è eliminare le inutili parti elettive con gli orpelli e le spese che ne derivano. Ecco perché abbiamo lanciato e rilanciato più volte l’idea che le Province divengano consortili, ovvero Enti di secondo grado costituiti dai Comuni.
Per conseguenza, l’Assemblea è composta dai sindaci, gli assessori sono scelti fra gli stessi primi cittadini ed eventualmente solo il presidente potrebbe essere un esterno. Tutto il personale potrebbe essere “prestato” dai Comuni cosicché l’Ente sarebbe a costo zero. Gli attuali dipendenti e dirigenti potrebbero tranquillamente transitare nell’organico delle Regioni di competenza e in quello dei Comuni.
Questa operazione darebbe un decisivo taglio ai costi della politica, assolutamente superflui e di cui nessuno sente il bisogno. Sarebbe una dimostrazione che c’è la volontà di avvicinarsi ai cittadini, dimostrando di voler eliminare inutili clientelismi.
Su questa proposta, cioè quella delle Province consortili, vedi caso è intervenuto il Governo Monti, il quale ha inserito nella Legge 214/12 la trasformazione delle Province istituzionali. è in via di emanazione il decreto che regolamenterà nel dettaglio la materia.
 
I deputati regionali siciliani hanno recentemente votato una legge contraria sia a quella nazionale che al Disegno di legge proposto dalla Giunta regionale. Con esso veniva stabilita la trasformazione delle Province regionali (Lr 9/86) in Province consortili, proprio per eliminare il costo della politica di tali istituzioni. Con la votazione del 29 febbraio scorso l’Ars ha determinato che le Province rimangano come sono, lasciando inalterati tutti i relativi costi politici.
Si tratta di un comportamento dissennato perché non tiene conto della situazione finanziaria effettiva in cui si trova l’Ente regionale. Da un canto ha un eccesso di spesa improduttiva di 3,6 miliardi, che non riesce a tagliare, dall’altro, riceve meno trasferimenti dallo Stato.
Quando Lombardo è andato da Monti con la mano tesa, facendo la solita figura dell’elemosinante, è stato gentilmente rimbrottato dal primo ministro, il quale si è sorpreso che gli venisse fatta richiesta di quattrini quando la Regione non riesce a spendere i fondi europei. E con ciò gli ha chiuso la porta in faccia.

Rimane un anno alle elezioni regionali del 2013. Lombardo ha comunicato che non si ricandiderà. Si trova così nelle migliori condizioni per effettuare quelle riforme strutturali urgenti di cui ha bisogno la Sicilia, senza delle quali essa (insieme a tutti noi) si trova sull’orlo del baratro. Baratro dal quale si è allontanato il Paese.
Bisogna dire a chiare lettere che la Regione ha 14 mila dipendenti in esubero e i Comuni della Sicilia hanno oltre 50 mila unità di personale in più. Bisogna dire, con forza, che le Pubbliche amministrazioni, regionale e locali, sono alla canna del gas, con palesi disfunzioni e incapacità dei dirigenti di rimetterle in equilibrio.
Occorre che il ceto politico, ricordandosi che è al servizio dei siciliani e di quel valore primario che è l’interesse generale, la smettano di fare clientelismo e comincino a pensare a un progetto che guardi lontano, per esempio da qui a 10 anni. In base a esso, il Pil della Sicilia su quello nazionale dovrebbe aumentare da quel misero 5,6% per arrivare al più appropriato 9%: in due parole, occorrono crescita e occupazione.
Feb
11
2012
Il sindacato italiano rappresenta lavoratori e pensionati, ma non i disoccupati, i giovani e le donne che cercano un lavoro (non un posto di lavoro). Cosicché essi proteggono l’interesse di chi in un modo o nell’altro già lavora o a tempo indeterminato o a tempo determinato.
L’altra parte non è difesa da nessuno. Sono le istituzioni che devono rappresentare l’interesse di tutti i cittadini, sia quelli che lavorano sia quelli che non lavorano. Ecco perché è condivisibile l’impostazione del Governo quando mette in secondo piano il feticcio dell’articolo 18 insieme alle garanzie eccessive che hanno ingessato il mondo del lavoro e che impediscono agevolmente l’entrata e l’uscita dallo stesso.
La riforma in esame dovrà andare nella direzione di consentire a tutti i cittadini italiani di muoversi in uno scenario che consenta parità di doveri e di diritti e, soprattutto, l’emersione di quel valore etico che è il merito.
Il merito consente di retribuire in modo proporzionale chi è più capace e chi rende di più. Senza questo metro avvengono abusi e irregolarità che nessun giudice può sanare.

Le imprese rappresentano interessi di parte e quindi tirano il lenzuolo dal proprio lato. Nel complesso esse sono beneficiate con oltre 45 miliardi di agevolazioni a vario titolo e gravate, dall’altra parte, con oltre 34 miliardi di Irap che versano alle Regioni. Una bonifica delle agevolazioni, che per altro vanno in direzione dei privilegiati, consentirebbe un abbattimento dell’Irap e quindi della relativa pressione fiscale, a condizione che le Regioni diventassero virtuose.
Anche nel caso delle imprese sono le istituzioni che devono intervenire perché il loro interesse sia sempre subordinato a quello generale. è questo il valore etico di primissimo livello: l’interesse generale .
Se in ogni discussione o valutazione, a seguito delle quali si devono prendere decisioni, si mettessero a confronto gli interessi di parte con l’interesse generale, si capirebbe subito in quale direzione debba andare la decisione. Senza questa comparazione continua fra i due interessi si verifica, com’è in atto, una situazione di prevaricazione di alcune parti rispetto ad altre.
 
Ecco la funzione della politica: prendere decisioni in modo tale che nella Comunità vi sia sempre maggiore equità: chi più vale prende di più, chi meno vale prende di meno. Ovvio, e perfino banale, direbbe qualcuno. Ma non è così, tant’è vero che nella società italiana vi sono figli e figliastri.
Abbiamo scritto di politica, quella vera, quella seria, quella etica, non la politica dei politicanti e dei senza mestiere, di coloro che tutelano i loro privilegi, che continuano a imbrogliare la gente dicendo che si tagliano gli stipendi quando in effetti si tagliano gli aumenti, per cui, alla fine del mese, senatori e deputati prenderanno la stessa somma dell’anno precedente.
Come non si vergognano è ancora una cosa misteriosa. Ma la ristrettezza progressiva nella finanza pubblica, che ha costretto ad aumentare le imposte anche se ha omesso di tagliare la spesa pubblica improduttiva, comincia a mordere la carne dei cittadini generando rabbia e indignazione.

Rabbia e indignazione che fanno aumentare l’intervento dei cittadini nella Cosa pubblica. Finalmente i quotidiani nazionali si sono svegliati, le tv pubbliche e private danno spazio alle voci dei cittadini che sempre più si esprimono in maniera forte e precisa.
La campagna di Zapping, Sforbiciamo i costi della politica, ha raccolto, mi diceva l’altro giorno Aldo Forbice, oltre 300 mila adesioni, ma anche mal di pancia di cattivi deputati e senatori che non vogliono rinunziare ai loro enormi privilegi.
Fra essi quello relativo alla possibilità di mantenere il proprio lavoro pur nell’esercizio dell’attività parlamentare. Chi fa il rappresentante dei cittadini non deve esercitare alcun  mestiere o professione.
Anche in questo caso, se l’interesse generale fosse preso come riferimento alto al di sopra delle parti, il Parlamento nel suo insieme dovrebbe immediatamente sforbiciare i costi della politica a livello statale, regionale e comunale. Il riferimento alle Regioni e ai Comuni è adeguato perché, anche lì, i furbi succhiano parassitariamente le risorse pubbliche.
Feb
07
2012
La disoccupazione all’8,9% è un grave problema sociale ed economico. Una disoccupazione fisiologica dovrebbe attestarsi a meno della metà. Per ridurre al 4% la disoccupazione occorre utilizzare leve adeguate per spingere il sistema economico a funzionare meglio in modo da creare nuovi posti di lavoro.
Ma c’è anche la seconda leva che riguarda le opere pubbliche, le quali, se opportunamente finanziate, darebbero la possibilità a decine di migliaia di italiani di trovare lavoro. La recessione ha creato anche un forte rallentamento dell’edilizia, con la conseguenza che il settore non solo non ha assunto nuovi dipendenti, ma ne ha espulsi moltissimi.
Eppure vi è una grande carenza di alloggi per la popolazione più debole ed il marasma gestionale nel sistema degli Istituti autonomi delle case popolari. Lì vi sono abusi di ogni genere, con sublocazioni arbitrarie o locazioni a soggetti che non hanno i titoli. Il degrado è esteso, la manutenzione è assente, cosicchè questo patrimonio immobiliare continua a perdere valore e a non servire.

A fronte della disoccupazione, vi sono alcune osservazioni. La prima riguarda il lavoro nero che viene effettuato da molti pensionati pubblici e privati e da dipendenti pubblici che utilizzano la mezza giornata vuota per fare concorrenza a chi lavora.
La seconda riguarda in genere la mancanza di competenze possedute da chi cerca lavoro. Sappiamo bene che la Scuola forma poco sul piano del metodo e dell’organizzazione. Meno che mai fa l’Università perchè spesso obbliga gli allievi ad imparare una sequenza di materie senza collegarle fra di loro.
Vi è poi da aggiungere che il tempo medio in cui un giovane si laurea è di nove-dieci anni, per cui  spesso quando si dà l’ultima materia ha dimenticato la prima. Se un giovane si laureasse nei termini regolari, intorno ai 23 anni, potrebbe utilizzare gli altri cinque, che oggi perde per acquisire conoscenze, anche senza compensi.
Purtroppo nel nostro Paese è misconosciuto il merito perchè in qualunque manifestazione pubblica e privata si parla di tutto, tranne che dello stesso merito. Se esso assurgesse a questione di primo livello, molti dei problemi che ci affliggono sarebbero risolti.
 
La stranezza apparente del mercato del lavoro è che a fronte di tanti disoccupati vi sono decine di migliaia di lavori, ai quali possono accedere solo persone preparate. Come è noto la preparazione non è data dal pezzo di carta e, in questo senso, bene farebbe il legislatore a togliere a diploma e laurea ogni valore legale, così come avviene in tutti i Paesi avanzati.
Quando le aziende procedono alle selezioni difficilmente guardano il titolo di studio o il relativo voto, ma sottopongono i candidati a prove di competenza che prescindono dalle conoscenze eventualmente apprese nelle Università. Naturalmente questo ragionamento non vale in tutti i casi, perchè vi sono atenei che funzionano e preparano, sia pubblici che privati.
La nostra osservazione riguarda, invece, la maggioranza di tali atenei, infarciti di dipendenti amministrativi e professori che insegnano materie strambe del tutto inutili a preparare i giovani al mercato del lavoro. Paradossalmente l’Italia ha bisogno di molti più laureati che siano anche molto più preparati perchè una Nazione senza competenti non è competitiva.

Vi è un’altra questione da considerare: l’inutilità delle agenzie per l’impiego e per il collocamento che servono solo per dare inutili stipendi ai loro dipendenti e dirigenti. Non sappiamo nel resto del Paese, ma qui in Sicilia abbiamo condotto numerose inchieste su questo versante e tutte raggiungono la stessa conclusione: migliaia di dipendenti regionali in questi uffici centrali e provinciali, che non riescono a trovare collocazione a coloro che vi sono iscritti.
Tanto che, vista l’inutilità dell’iscrizione, quasi nessuno più si reca presso questi uffici. Essi avrebbero la funzione di fotografare il mercato e selezionare i richiedenti per trovarvi collocazione. A latere, la formazione regionale avrebbe il compito di preparare coloro non adatti alle richieste di mercato, in modo da sfruttare sinergicamente formazione e collocamento, al fine di raggiungere il risultato finale di connessione fra domanda e offerta di lavoro. Sì, perchè chi ha competenze il lavoro lo trova, anche in queste condizioni. Provare per credere.
Set
17
2011
Ogni venerdì pubblichiamo nuove opportunità di lavoro sperando nel riscontro di almeno il doppio di aspiranti. Delusione. Sono in pochi a proporsi, il che sembra anomalo tenuto conto della diffusa disoccupazione che, secondo l’Istat, ha raggiunto, nel 2010, ben 236 mila unità.
Perché, si chiedono in tanti, i disoccupati non rispondono a opportunità di lavoro? La risposta è nei fatti: non possiedono competenze per proporsi positivamente alle opportunità e, peggio, non hanno alcuna voglia di formarsele.
Trascuriamo, nella nostra valutazione, quell’istituto mangiasoldi della Formazione professionale, perché, in tanti decenni, non ha reso idonei i partecipanti ai corsi se non rilasciando loro inutili pezzi di carta. Tuttavia, tale Formazione ha bruciato miliardi e miliardi di euro nell’ultimo ventennio. Una vergogna senza limiti di cui però ceto politico e formatori stessi non si vergognano affatto.

La questione dei precari, pubblici e privati, è una falsa questione. Tutti costoro, in verità, cercano uno stipendio o un’indennità qualsivoglia, non un lavoro. Se così fosse, si preparerebbero, studierebbero e si aggiornerebbero tutti i giorni e invierebbero i propri curricula a chi offre un lavoro professionale.
Vedete, chi esibisce diplomi, lauree, attestati di partecipazione e altri inutili cartacce non viene valutato, perché quello che conta è il suo saper fare. Quando c’è una selezione per una qualunque mansione, i candidati vengono valutati per quello che sanno fare. Naturalmente, questo discorso non vale (almeno non valeva) per il settore pubblico, nel quale ciò che contava era la raccomandazione.
Vi fu, in qualche decennio del dopoguerra, l’assunzione pubblica per merito, quando si svolgevano i concorsi che costituivano selezioni serie. Poi, un ceto politico improvvido, dagli anni Ottanta in avanti, scoprì che si potevano far entrare nella Pubblica amministrazione i propri raccomandati per chiamata diretta, violando l’articolo 97 della Costituzione. E così le maglie dell’impiego pubblico si allargarono a dismisura, facendo entrare inutili e incompetenti dipendenti e dirigenti. Sono proprio questi ultimi i colpevoli dello sfascio della Pubblica amministrazione.
 
I precari competenti non esistono. Infatti, chi è competente non può essere precario in quanto trova subito collocazione, e chi è precario non può essere competente perché, se lo fosse, troverebbe collocazione. La questione è lineare, non ha controindicazioni e sfidiamo chiunque a provare il contrario.
Naturalmente, non prendiamo in considerazione, in questo ragionamento, né il pietismo siculo secondo cui tutti tengono famiglia, né lo sfrenato clientelismo di alcuni uomini politici di bassa lega che utilizzano i galoppini e neppure chi sostiene che foraggiare gli inutili raccomandati precari costituisca un ammortizzatore sociale.
Se governi e maggioranze regionali, in questi ultimi vent’anni, avessero speso tutte le risorse europee e statali, cofinanziate da quelle regionali, si sarebbero create decine di migliaia di posti di lavoro, produttori di ricchezza, nei quali chi avesse cercato un lavoro l’avrebbe trovato senza alcuna preoccupazione.

Quest’azienda ha più volte comunicato che è disposta ad assumere subito 10 agenti professionisti della vendita, ma non ne trova, se non con difficoltà, perché chi deve agire nel mercato deve essere persona preparata e competente, persona disposta a fare sacrifici per imporsi e per servire bene la propria clientela.
Abbiamo selezionato moltissimi richiedenti che volevano fare i giornalisti, ma non avevano la minima idea di come si facessero le inchieste e di come si potesse approfondire ogni questione informativa. Ma, chi è stato disposto a sacrificarsi, a studiare, ad apprendere le tecniche dell’organizzazione e dell’efficienza per fare bene il nostro mestiere, oggi si trova all’interno del QdS e svolge onorevolmente la propria professione con competenza.
Continuiamo a scrivere, controcorrente, che i precari competenti non esistono. Esistono i precari incapaci, perché non hanno studiato, perché non hanno maturato esperienze, perché non hanno capito che per lavorare ci vogliono competenze, non raccomandazioni del politico di turno. La diseducazione che si è diffusa in Sicilia, ora dovrà essere ribaltata in un processo virtuoso, che ancora, però, non si vede.
Mag
13
2011
Quando sento giovani che vorrebbero trovare occupazione vicino al proprio uscio, mi spiego come la Sicilia possa essere in queste pietose condizioni economiche e sociali. C’è una mentalità diffusa secondo la quale i nostri diritti devono essere soddisfatti a nostro piacimento, ma con il contributo personale limitato al minimo.
Invece, no. Il lavoro c’è, in Sicilia, in Italia e nel mondo. Bisogna afferrarlo dovunque si trovi, bisogna essere disposti a fare qualunque sacrificio per acquisire esperienze. Nel mondo anglosassone e Nord-europeo, ma anche in Germania, c’è l’abitudine di andare fuori di casa, giovani maschi e femmine, a 18 anni, possibilmente senza chiedere il sussidio al papà o alla nonna. I giovani diciottenni sono ansiosi di essere autonomi e perciò disponibili a fare qualunque lavoro, dall’inserviente al puliziere, al pony-express, al giardiniere, al muratore. Tutto purché possa entrare nella logica dell’autonomia e in quella dell’apprendimento continuo e dell’esperienza di vita.

In questi ultimi decenni, non sono più gli Stati Uniti d’America il luogo del desiderio ove andare a lavorare. Sono prepotentemente venute fuori le nazioni il cui acronimo è Bric (Brasile, Russia, India e Cina). In questi Paesi, cosiddetti emergenti, il tasso di sviluppo è impetuoso, la crescita del Pil è a due cifre, il tasso di infrastrutture, materiali e immateriali, cresce velocemente. Le fonti di energia non fossile si moltiplicano senza sosta.
In questi quattro Paesi vi è un’immensa quantità di lavoro ben retribuito, che consente a chi ha capacità di affermarsi anche rapidamente. Fra essi, quello che va più veloce è la Cina, un mercato di un miliardo e trecentomila abitanti, nel quale vi sono oltre cento milioni di nuovi ricchi.
Oltre Pechino, vi sono le due megalopoli di Shanghai e Shenzhen e quella perla del mercato mondiale, soprattutto finanziario, che è Hong Kong ove i cinesi, dopo il ritorno a casa dell’Isola, hanno avuto il buon senso di non toccare il sistema istituzionale ed economico, portandola solamente sotto il cappello politico. Hong Kong ha continuato a prosperare e ad attirare capitali e investimenti senza sosta.
 
Qualche giorno fa ascoltavo alla radio un’intervista fatta a Daniele Morano, un giovane trentenne che risiede a Shanghai. Raccontava che, partito dalla natia città di Cittanova (Rc) e arrivato a Napoli, si è incuriosito presso quella Università ed ha cominciato a frequentare lezioni di cinese, approfittando della capacità di una bravissima insegnante. Da lì si è trasferito appunto a Shanghai ove ha cominciato a consolidare la lingua e a lavorare come interprete.
Dopodiché gli è venuta l’idea di importare alimenti italiani e di iniziare l’attività di ristoratore. Ha chiamato colà suo fratello, altri suoi parenti e ora ha più imprese invidiabili e affermate, che gli danno tante soddisfazioni e che gli fanno dire che almeno per i prossimi vent’anni non tornerà in Italia.
A questo giovane ha arriso la fortuna che premia gli audaci. Egli ha avuto una grande intraprendenza e forte spirito di iniziativa. Non si è preoccupato di affrontare le enormi difficoltà dell’apprendimento della lingua cinese, né di andare a vivere in una città con oltre 18 milioni di abitanti, ove usi e costumi sono lontanissimi dal pensiero occidentale.

Non consigliamo a tutti i giovani siciliani di andare in Cina, questo è certo, anche se là vi sarebbe lavoro a volontà, ma l’esempio di Morano dovrebbe insegnare che bisogna avere ampia disponibilità ad avere per scenario il mondo e a fare tutte le esperienze possibili per incrementare la nostra capacità e la nostra competenza.
Questo può accadere solo se siamo dotati di quel comportamento semplice che è l’iniziativa, cioè la decisione cosciente e responsabile di intraprendere e promuovere un’azione volta a un fine determinato. Quindi, essere decisi, responsabili, intraprendenti e capaci di fissare un obiettivo che si ha l’alta volontà di raggiungere, nonostante le difficoltà e gli ostacoli che si incontrano normalmente sul percorso.
In una parola, essere liberi dal bisogno, dalla dipendenza di altri, in modo da poter utilizzare al meglio le proprie risorse, essendo disposti a lavorare duramente anche per lunghi periodi, posponendo in avanti i nostri desideri.
Gen
26
2010
L’Istat dice che in Sicilia vi è il massimo della disoccupazione giovanile, mentre dalle nostre elaborazioni, più volte pubblicate, risulta che vi sono oltre 22 mila oppportunità di lavoro, a bocce ferme.
Non appena comincerà l’attiva costruzione del Ponte sullo stretto verranno assunte 10 mila persone. Se la Regione tagliasse la spesa corrente improduttiva e sprecona per alcuni miliardi, come abbiamo già dimostrato (e continueremo a fare) nelle nostre inchieste, si metterebbero in moto altre decine di migliaia di opportunità di lavoro. Basta attivare l’industria blu turistica e quella verde ambientale. 
Alla Sicilia la concorrenza di India e Cina fa un baffo, perché nessuna delle due emergenti potenze economiche si trova al centro del Mediterraneo, l’ombelico del mondo, né possiede le ricchezze archeologiche, paesaggistiche e ambientali della nostra Isola. La quale potrebbe diventare anche il centro del Mediterraneo come modello ecologico della produzone di energia, della nuova edilizia biocompatibile e di tutte le attività che in atto generano inquinamento, ma che potrebbero essere convertite in attività compatibili con l’ambiente.

Ci riferiamo alle attività agricole per la produzione dei biocarburanti e ai servizi avanzati ad alto valore aggiunto che possono essere utilizzati in qualunque parte del mondo.
Perché si ribalti l’asfittico funzionamento dell’economia isolana e diventi un processo dinamico di produzione di ricchezza, occorre esaltare talenti ed eccellenze in tutti i settori, compreso quello pubblico.
Vi è una linea di fondo da seguire: accettare che l’industria pesante se ne vada, perché qui non è competitiva, e sostituirla tempestivamente con progetti di investimenti che prevedano la conversione professionale degli addetti.  Nel periodo di transizione deve essere richiesta e ottenuta l’applicazione della legge Alitalia in modo da sostenere concretamente i redditi di quei dipendenti che dovranno transitare dal passato al futuro.
Quindi via la Keller e la Fiat. Benvenuta Orient Express e Hna, la compagnia cinese che intende investire in Sicilia in infrastrutture.
 
Come si selezionano talenti ed eccellenze? Attraverso processi valutativi di professionisti giovani e meno giovani che sono in Sicilia, anche non siciliani. Questi devono essere inseriti in progetti di vario genere, nei settori più volte elencati, in modo da far correre l’economia regionale.
In altre parole, è indispensabile inserire dosi massicce di merito e qualità in tutte le attività pubbliche e private accentuando la responsabilità dei project leader che devono rispondere non a padrini politici o di altra natura, bensì al mercato, esclusivamente in base ai risultati.
Merito, talenti, eccellenza, qualità e responsabilità sono valori che rendono competitivi i soggetti, in modo da mettere in moto la concorrenza tra settori diversi. Il tutto in un ambiente trasparente nel quale i cittadini possano riconoscere immediatamente chi merita e chi demerita. Non è facile ma si  può fare.

Non è facile, perché in Sicilia esistono ancora i famigli, perché la bravura e la competenza non vengono considerati valori primari, perché gli asini anziché essere alloggiati nelle rispettive stalle sono nelle stanze dei bottoni, che utilizzano maldestramente e solo a favore dei propri padroni.
Non è facile, perché tanti bravi imprenditori, dirigenti pubblici e professionisti non corrono in condizione di parità con altri e vengono superati in base all’appartenenza. Una condizione che distrugge le forze buone ed esalta quelle cattive.
Bisogna approfittare delle sentenze esemplari della magistratura contro il clientelismo e dei molti colpi messi a segno dalle Forze dell’Ordine contro la criminalità organizzata perché l’allentamento dell’asfissiante pressione sulla società consenta di far elevare il sistema.
I tanti feudalesimi siciliani hanno impedito in questo dopoguerra uno sviluppo pari a quello medio nazionale. Il governo Lombardo ha l’ingrato ma entusiasmante compito di togliere tante incrostazioni. Le prossime riforme diranno se è stata invertita la tabella di marcia.