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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Dpef

Ott
02
2009
La legge prescrive che i clandestini vadano identificati, condannati ed espulsi. La legge non può essere disattesa, neanche con espedienti temporali, come accade per esempio nella Procura della Repubblica di Torino, ove i relativi processi sembrano siano messi in coda. La legge è legge e va applicata. Dura lex sed lex.
I centri di identificazione ed espulsione (Cie) sono stati istituiti per la bisogna, mentre non è possibile, in uno Stato moderno e ordinato, che vivano persone non identificate e non inserite nell’anagrafe.
È del tutto logico che la legge preveda il respingimento di coloro che abusivamente vogliono entrare nel nostro territorio nazionale senza passare per il vaglio delle agenzie dell’Onu, dislocate nei territori di partenza e abilitate a ricevere le richieste di asilo politico.

Quindi, Sì ai respingimenti e Sì all’integrazione. Vale a dire che tutti gli immigrati regolari hanno il diritto di partecipare alla vita della Comunità esprimendo anche il voto amministrativo, seppur dopo un periodo di permanenza in Italia di cinque o dieci anni. Certo, devono anche dimostrare di conoscere discretamente l’italiano e un minimo delle regole costituzionali e civiche.
Anche se dobbiamo rilevare come esse non siano conosciute dalla maggioranza dei cittadini italiani: un grave demerito della scuola, deputata a dare i rudimenti minimi di convivenza civile ai giovani che la frequentano. Un punto di disdoro di tanti insegnanti che sono capaci di protestare, ma quando è il momento di esercitare nobilmente la loro professione, non sempre dimostrano di averne i requisiti.
La scuola è il motore della cultura e del civismo. I docenti  non possono dimenticarlo, anche se quelli bravi sono pagati poco.
 
Secondo il Dpef, alla fine del 2009, il rapporto debito-pil sarà del 115,2%, il deficit 2009 balzerà al 5,3%, mentre il Pil avrà un calo del 4,8%. Dati disastrosi, ma poteva andare peggio. Nel caso dell’Italia, sono disastrosi perché si caricano su un enorme debito pubblico che, a luglio 2009, ammontava a 1.753,5 miliardi di euro.
Che c’entra tutto ciò con l’integrazione degli immigrati regolari e i respingimenti dei clandestini? C’entra, perché i costi dello Stato, sostenuti per i servizi ai cittadini, sono talmente elevati che non ci possiamo permettere di aumentarli ulteriormente offrendo solidarietà a chi è entrato nel nostro Paese di straforo. Mentre chi ha un contratto di lavoro, paga previdenza e imposte, nel tempo deve tendere a diventare cittadino italiano, con annessi e connessi.
Un poco di chiarezza sulla materia è indispensabile per evitare parole al vento. I fatti sono inoppugnabili, il resto è pura propaganda.

Il felice avviamento dei respingimenti, che, tradotto, significa evitare il lercio mercato di carne umana da parte di banditi, viene esercitato soprattutto in prossimità delle coste libiche, perché a detta di alcuni ministri tunisini, da noi interpellati personalmente, da quella terra nessuno parte. Chi prova a organizzare i barconi della morte viene messo subito in galera. Né barconi partono dall’Egitto, ove il regime di Hosni Mubarak ha fatto capire che quel Paese non consente questo tipo di disordine.
Respingimenti significa anche intercettare i barconi all’altezza di Malta o, comunque, in acque internazionali, prendere a bordo delle navi italiane i poveretti, rifocillarli, rimetterli in sesto e riaccompagnarli alle sponde d’origine.
L’Unione europea dei 27 Paesi non può lasciar soli i propri membri che si affacciano sul Mediterraneo e devono affrontare l’immigrazione clandestina. Però la Commissione e il Consiglio d’Europa hanno difficoltà a prendere in esame provvedimenti cui i partner del Mediterraneo dovrebbero attenersi.
L’Italia sta facendo pressione per ottenere una direttiva uguale per tutti, ma fino a oggi, né la sua politica estera, né i propri rappresentanti del Parlamento di Strasburgo hanno ottenuto qualche risultato. In attesa del quale è bene che i clandestini vengano ricondotti da dove sono partiti.