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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Economia

Set
15
2012
Giovedì abbiamo pubblicato il forum con Tonio Fenech, ministro di Economia e finanze della Repubblica di Malta. Venerdì, quello con Mario De Marco, ministro di Turismo, cultura, sviluppo e, oggi, quello col presidente della Repubblica George Abela.
Dai resoconti potrete valutare i notevoli progressi che la piccola isola mediterranea ha fatto soprattutto nei terribili quattro anni della crisi 2008/11, nei quali il Pil è cresciuto di oltre il 10 per cento.
In una superficie di appena 300 kmq delle tre isole (La Valletta, Gozo e Comino) i circa 450 mila abitanti tutti risparmiano ove possibile e con le risorse emergenti investono continuamente soprattutto in turismo e logistica.
Il dato dei pernottamenti è veramente notevole, pari a 11,4 milioni, a fronte di 1, 4 milioni di visitatori che approdano nell’isola. Il rapporto di 1 a 10 indica che chi va a Malta ha l’intenzione di restarci per periodi discretamente lunghi. La disoccupazione è intorno al 6 per cento, la crescita del Pil, nel 2012, è prevista intorno all’1,6 per cento.
Malta ha diversi porti ove sono attraccate migliaia di imbarcazioni di cittadini tedeschi, britannici e nord europei.

Il governo maltese ha creato una serie di agenzie-calamita che hanno il compito di attrarre investimenti, flussi turistici, linee di navigazione. La tassazione prevede un’unica aliquota per persone fisiche e giuridiche, ma quando queste ultime distribuiscono i dividendi ai soci le imposte pagate vengono totalmente dedotte da chi li percepisce.
Le aliquote sono del 15, 25 e 35 %, partendo da una fascia esente di 12 mila euro.
Vi è una caratteristica che costituisce una forte attrattiva: la notevole disponibilità dei lavoratori a imparare, a cambiare mestiere e ad svolgere lavori manuali e tecnici. Cosicchè industrie farmaceutiche e aeronautiche (Lufthansa) hanno deciso di impiantare centri di ricerca nella piccola isola.
Il Governo investe nei servizi e nel commercio utilizzando costantemente la leva del credito fiscale che arriva fino a una riduzione delle imposte del 40 per cento quando le piccole aziende (fino a 10 dipendenti) fanno nuovi investimenti.
La logistica è in continuo sviluppo e consente il potenziamento dei trasporti che transitano per Malta in misura sempre maggiore.
 
Con De Marco il colloquio è andato su tutto il versante del turismo. Per esempio, vi sono 560 mila persone in transito, per tutte le navi da crociera che approdano nell’isola. L’aeroporto registra un movimento di 3 milioni di passeggeri ed è in espansione.
Nel 2018, La Valletta sarà la capitale europea della cultura, evento che prevederà un fortissimo afflusso di partecipanti.
Uno dei punti di forza è l’attività congressuale. Vi sono due agenzie governative collegate con i circuiti di tutto il mondo che hanno il compito di attrarre le organizzazioni di convegni nell’Isola, concertando tutte le condizioni con alberghi, ristoratori, produttori di servizi, per cui il turismo è destagionalizzato e gli stranieri sono presenti a Malta dodici mesi l’anno.
Vi sono tre casinò, di cui uno gestito da quello di Venezia, anche se l’afflusso non sembra molto elevato .

Con l’ingresso nell’Unione europea, nel 2008, Malta è stata cancellata dall’elenco dei paradisi fiscali ed è entrata nella White list.
Il governo maltese ha dato incarico a Renzo Piano di costruire il palazzo del Parlamento, che verrà terminato entro il prossimo anno. La politica di costruzione delle infrastrutture è uno dei percorsi più intensi dell’attività governativa.
Certo, vi è molta strada da fare, ma si avverte, frequentando i sobri e scarni palazzi governativi, una voglia di crescere in tutti coloro che operano sia nel pubblico che nel privato.
A proposito di pubblico, in diversi colloqui che ho avuto con burocrati sono emerse procedure snelle ed efficaci, di stampo anglosassone, per cui i provvedimenti amministrativi vedono la luce in tempi rapidi, il che agevola il processo di crescita.
Le prenotazioni dei soggiorni alberghieri sono fortemente aumentate su digitale, tanto che quelle dei tour operator non superano la metà, mentre le altre individuali via Internet raggiungono il 55 per cento.
Dalla breve descrizione che precede, si capisce come alcuni dei meccanismi descritti riportati in Sicilia consentirebbero una crescita che ancora vediamo lontana.
Lug
11
2012
Quando c’è crisi, le aziende tagliano i costi del 20 per cento rendendo più efficiente l’organizzazione e sostituendo la qualità alla quantità. Fra l’altro eliminano qualche ramo secco e in extremis mettono i dipendenti in Cassa integrazione.
Lo Stato si comporta in tutt’altra maniera. La revisione della spesa stabilita dal Governo è di circa dieci miliardi, pari all’1,5 per cento della spesa prevista dal Def in 724 miliardi. Mentre è in balia del mercato il costo per interessi stimato in 84 miliardi, importo che sarà quasi certamente superato.
Il Governo si comporta in modo contrario all’interesse della collettività, che è quello di risparmiare tagliando la spesa improduttiva. Ovviamente ogni tagliato protesta, perché vorrebbe mantenere inalterata la rendita di posizione.
È vero che il ministro Giarda ha messo sotto osservazione un primo blocco di spesa pubblica per 100 miliardi, per poi, dice, ruotare i riflettori verso un altro blocco di spesa pubblica per 300 miliardi. Però il primo minitaglio è veramente deludente.

Il Governo ha annunciato di voler ridurre la pianta organica dei dirigenti di almeno il 20 per cento e quella dei dipendenti di almeno il 10 per cento. Di buone intenzioni è cosparsa la strada dell’inferno. Infatti se non si mettono in atto meccanismi rigorosi che procedano senza guardare in faccia a nessuno, il taglio della spesa avverrà in misura talmente esigua che non consentirà di recuperare risorse per non far aumentare l’Iva e per  investimenti.
Il nodo è proprio questo. Occorrono risorse per aprire i cantieri e agevolare gli investimenti produttivi, in modo che l’occupazione ricominci a crescere, la gente abbia più risorse a disposizione, e, seppur lentamente, i consumi ripartano.
Quando un’azienda deve tagliare il costo del personale, nel caso dell’industria ricorre alla Cig ordinaria e straordinaria. Fino a qualche tempo fa, la Cig per i dipendenti pubblici non esisteva. Poi è intervenuta la legge 183/2011 la quale, all’art. 16, prevede che i pubblici dipendenti in esubero possano essere collocati in disponibilità con l’80 per cento dello stipendio. Nonostante sia in vigore da otto mesi nessun ente statale, regionale o comunale l’ha utilizzata, pur nella necessità di ridurre le spese del personale.
 
I sindacati arretrati e corporativi hanno cominciato a strillare contro i tagli e non si rendono conto che difendere i privilegiati va contro l’interesse generale.
I loro leader, Camusso, Bonanni, Angeletti e Centrella, dicono una falsità: tagliare il numero di dipendenti pubblici significa tagliare i servizi. Non è affatto vero, tanto che per lo svolgimento di quasi tutti vi è una ridondanza di dipendenti amministrativi rispetto a coloro che effettuano i veri e propri servizi. Tagliare gli apparati, dunque, non significa per nulla tagliare i servizi, ma mettere in campana dipendenti non utili agli stessi servizi in attesa che vadano in pensione o si trasferiscano al settore privato.
È proprio questa la chiave di volta degli esuberi del settore pubblico: facilitare e promuovere il loro trasferimento verso il settore privato, ove, è noto, si lavora di più ed in modo più efficiente. Forse è proprio per tale motivo che a nessun dipendente pubblico passa per la testa di trasferirsi nel settore privato. Ma, se vi fosse costretto, se cioè fosse messo davanti al bivio, del tipo o vai a lavorare nel privato o vieni licenziato, probabilmente sarebbe indotto a fare la scelta giusta.

Quanto scriviamo conferma che il settore pubblico è privilegiato, diversamente nessuno vorrebbe restarci a tutti i costi. Tale privilegio deve cessare. Il sistema del lavoro fra pubblico e privato deve avere regole uguali, compresa la licenziabilità, di modo che ogni cittadino italiano sfrutti la migliore opportunità per se stesso: un’opportunità poggiata sul merito e la responsabilità, non sul privilegio e la raccomandazione.
Privilegio e raccomandazione che generano corruzione e disfunzione, mentre i pubblici impiegati dovrebbero sempre tenere a mente l’articolo 98, primo comma, della Costituzione, il quale recita che sono al servizio esclusivo della Nazione (e non a quello del padrino politico).
Nonostante l’obiettiva critica della modestia del taglio della spesa pubblica, è stato comunicato che Enrico Bondi, detto mani di forbice, abbia già individuato 36 miliardi di tagli. Attendiamo che si tramutino in risparmi effettivi.
Lug
04
2012
In Sicilia vi sono centinaia e centinaia di migliaia di dipendenti pubblici che lavorano poco, ma guadagnano più dei dipendenti privati. Nella pubblica amministrazione si è diffuso una sorta di assistenzialismo unito al menefreghismo, mentre vogliamo dare atto a moltissimi bravi dirigenti e dipendenti che fanno fino in fondo il proprio dovere con abnegazione e spirito di sacrificio. Però sono umiliati dal fatto che i loro colleghi fannulloni percepiscono gli stessi compensi.
In una situazione di crisi nera come quella siciliana, ben maggiore di quella nazionale, perché qui l’assistenzialismo l’ha fatta da padrone e ha impedito lo sviluppo di una classe imprenditoriale, occorre una svolta ed una testimonianza da parte di tutti i siciliani che lavorano, per esempio, con la rinuncia a una settimana di ferie.
È inconcepibile che in un quadro di questo genere vi siano dipendenti pubblici e privati che godano di 30/32 giorni di ferie pagate e su cui matura anche il Tfr, peggio ancora quando vi sono dipendenti con una settimana lavorativa di cinque giorni. Il che significa che per 32 settimane lavorano quattro giorni su sette.

In condizioni normali questo rapporto è accettabile, ma non quando c’è crisi, quando ci sono centinaia di migliaia di disoccupati, quando l’economia è in tilt, quando le casse della Regione e molte dei Comuni sono vuote.
In altre parole, occorre che chi non sta subendo la crisi o la subisce poco -  per esempio i pensionati d’oro e tutti gli altri pensionati della Regione che godono di un assegno per cui non sono stati versati i contributi (gente che percepisce normalmente 2/3 mila euro al mese con punte che arrivano anche a 40/50 mila euro al mese) - sia chiamato in causa. Gli assegni vengono pagati puntualmente, mentre ad essi dovrebbe essere applicato un contributo di solidarietà proporzionato tra il 5 e il 50%, in modo da rimettere nell’alveo di una equità generale tutti coloro che continuano a stare sopra tale equità.
Apparentemente sembra contraddittorio promuovere la rinunzia di una settimana di ferie di fronte a tutti i disoccupati. In effetti non lo è, tenuto conto del fatto che lavorare in quella settimana non comporta nessun costo addizionale, ma farebbe aumentare un pochino il Pil regionale.
 
La Sicilia non regge più chi lavora poco e non regge più tanti disoccupati. Ma non abbiamo sentito i sindacati dei dipendenti citare i macro-squilibri che ci sono tra il settore pubblico e il privato, come se essi difendessero i privilegi del primo senza migliorare la situazione del secondo.
Quando c’è una crisi nera come questa, i sindacati dovrebbero chiedere che il lavoro esistente venga distribuito anche a coloro che non ce l’hanno con una sorta di contratto di solidarietà, per cui ogni dipendente rinunzia a una piccola parte dei propri compensi, oltre una certa soglia, per consentire ad altri di avere un minimo di assistenza.
Ma questo è un rimedio terapeutico di una patologia diffusa. Il vero rimedio è quello di immettere sul mercato siciliano i miliardi disponibili dell’Unione europea, del ministero dell’Economia e della Regione che dovrebbe però sottrarli alla spesa corrente inutile e improduttiva.
Qui ci dobbiamo rimboccare le maniche tutti, giovani e meno giovani. Ma anche i disoccupati devono entrare nell’ordine di idee che i mestieri manuali sono socialmente apprezzabili, anche se faticosi. 

Mancano modelliste, confezionatrici, tagliatrici, ebanisti, muratori qualificati, idraulici, tecnici veri di software, programmatori e via elencando, per i quali ha fallito totalmente la formazione regionale che aveva il compito di attivare percorsi formativi, per ottenere persone veramente qualificate in possesso di competenze e professionalità.
Man mano che scorriamo l’elenco delle cose non fatte ci accorgiamo che non c’è un settore che funzioni, in questa Regione, perché il pesce puzza dalla testa e quindi anche il corpo diventa fetido. Così, imprenditoria e professionisti hanno le loro responsabilità perché si sono appiattiti sul ceto partitocratico cercando di ottenere privilegi e infischiandosene dell’interesse generale.
In genere, possiamo dire che tutta la borghesia siciliana ha fallito e ha rinunziato al ruolo innovativo e trascinatore. è ora che si svegli e adempia al compito etico che la storia le ha assegnato.
Giu
26
2012
Nel nostro Paese, il governo Monti ha avuto un sussulto con l’approvazione del decreto Sviluppo. Non abbiamo ancora il testo che sarà pubblicato verosimilmente tra qualche giorno.
C’è molta carne al fuoco, ma abbiamo l’impressione che di iniezione di liquidità sul territorio ve ne sia poca. Mentre è proprio questo di cui ha bisogno l’economia asfittica e vessata da un imponente peso di imposte multiple, gravanti su imprese e cittadini.
Notiamo anche che il governo Monti non riesce ad attivare una revisione della spesa ragionevole (parla di appena 5 miliardi quando il taglio dovrebbe essere di 50) e vengono ancora salvaguardati i privilegiati, cioè i ceto politico e burocratico, ai quali la pesantissima crisi che stiamo subendo non fa neanche un baffo.
Politici e dipendenti pubblici continuano a percepire i loro emolumenti, come se nulla fosse, mentre a tutti costoro dovrebbero essere sforbiciati i compensi per almeno il 50 per cento, in modo da inserire in questo versante un minimo di equità.

Causa prima di questa opprimente pressione fiscale, che ufficialmente è del 45%, ma supera il 47, è il debito pubblico. Quel debito che si è accumulato dal 1980 ad oggi. Ricordiamo, per l’ennesima volta, che l’asse Craxi-De Mita e soci aprì i cordoni della borsa pubblica, dal 1980 in avanti, facendo lievitare, in appena 12 anni, fino al 1992, il debito pubblico da 200 mila a 2 milioni di miliardi. Proprio in quell’ultimo anno vi fu la pesantissima manovra del tandem Ciampi-Amato di 96 mila miliardi quando Topolino o il dottor Sottile prelevò dai nostri conti correnti bancari lo 0,6 per mille, di notte.
I padri di questo enorme macigno, che ha superato i 1.950 miliardi di euro, sono i due indicati prima. Ma il duo socialista e democristiano ha avuto tantissimi degni figli. Dal 1992 al 2011 la spesa pubblica è costantemente aumentata e con essa il disavanzo annuale, e con esso la necessità da parte dello Stato di firmare nuove cambiali, cioè buoni del Tesoro.
Il debito pubblico influenza pesantemente il bilancio annuale con i suoi interessi. Il Def 2012 prevede una spesa di 84 miliardi che, per effetto dell’alto spread, ammonterà a fine anno fra i 90 e i 95 miliardi.
 
I padri del debito pubblico, come prima scrivevamo, provengono da lontano, ma i figli sono arrivati ai nostri giorni. I fattori dell’attuale disastrosa situazione (alto debito, alti interessi, alta spesa pubblica, alta pressione fiscale, basso Pil, bassi posti di lavoro, bassa economia, bassa velocità della moneta) hanno cominciato a rovinare l’Italia nel 1980. Di chi è la responsabilità? Indistintamente di tutti i governi di centro-destra e di centro-sinistra di questi ultimi 18 anni. Nessuno di essi è riuscito a comprimere la spesa pubblica, tagliando quella improduttiva, anzi essa è aumentata costantemente.
Tutte le fandonie che ci hanno raccontato quando approvavano ogni anno Finanziaria e Bilancio dello Stato sono state svelate senza dubbi, anno dopo anno, dall’aumento del debito. In effetti, in quei bilanci si tagliavano parzialmente gli eventuali incrementi, non la spesa corrente.
Neanche questo è riuscito a partitocrati senza valori e senza etica. Sono ancora quasi tutti in circolazione e, invece, vanno cacciati.

Cacciati da chi? Dalla gente, dalla società (che è stupido distinguere tra civile e politica) mediante un dissenso sempre maggiore che dev’essere  espresso su quotidiani e televisioni; mediante l’astensione dalla partecipazione al voto che si orienta verso il 50 per cento; mediante la protesta indirizzata verso un bravo comico ma un inutile politico, perchè non ha la minima cognizione di come si governi una Comunità.
Tuttavia, questi tre filoni non servono a fare buon governo, ma solo a mettere nell’angolo i partitocrati che hanno trasformato i partiti (associazioni di cittadini) in strumenti per il loro potere e per soddisfare la loro famelicità.
Bisogna cacciarli e sostituirli con cittadini probi, onesti e capaci, non importa quale età abbiano. Importa che non abbiano mai partecipato ad attività partitocratiche e non abbiano mai avuto incarichi di sottogoverno, quasi sempre fonte di corruzione.
Noi cittadini dobbiamo avere la voglia e la forza di cacciare via i responsabili del debito pubblico: politicanti da strapazzo e senza mestiere che ammorbano l’aria della Capitale e delle nostre città.
Giu
09
2012
Qualche giorno fa abbiamo fatto appello al morente governo della Regione perché, in un sussulto di dignità, promuova un progetto di sviluppo della Sicilia per la prossima legislatura quinquennale, che abbia al centro l’aumento del Pil dal 5,6 all’8% di quello nazionale cioè da circa 85 miliardi a 125.
Un’impresa poderosa, tuttavia realizzabile, sol che si mettano insieme le forze sane dell’Isola, pilotate da un ceto politico totalmente rinnovato non solo nelle persone, ma soprattutto nella mentalità: passare dall’interesse personale all’interesse generale, dalla cultura del favore alla cultura del servizio.
Abbiamo anche suggerito al presidente Lombardo d’interpellare, ed eventualmente assumere, i migliori professionisti del mondo, tra cui quelli della McKenzie, per redigere questo progetto che deve riguardare soprattutto un riordino della pubblica amministrazione siciliana.
Alla base di esso c’è l’inversione dell’attuale malfunzionamento dell’insieme delle attività pubbliche e private, trasformando lo stipendificio regionale e locale in un locomotore delle attività economiche innovative, che abbia al centro l’apertura dei cantieri per le opere pubbliche di cui la Sicilia ha fame.

Il Pil della Sicilia non può dipendere dal settore pubblico, il quale istituzionalmente ha il compito di formulare regole eque e fatte rispettare da tutti, di promuovere le attività economiche finanziando aspetti marginali e di redistribuire la ricchezza in base ad un principio di equità sociale. è del tutto evidente che se non c’è ricchezza non si può distribuire niente. Ne consegue che il primo bersaglio di un’istituzione regionale deve essere quello di produrre ricchezza.
Ma la ricchezza non si produce distribuendo stipendi a destra e a manca, né consulenze, né appalti di favore. In altri termini, la ricchezza non si forma alimentando la corruzione, ma combattendola.
Occorre valorizzare le tante professionalità che ci sono in Sicilia e che vengono regolarmente accantonate, per far posto a dei cialtroni che hanno il solo merito di appartenere a questo o a quel partitocrate o di essere amico degli amici.
Basta, non se ne può più di questo vergognoso andazzo. è indispensabile che chi abbia responsabilità istituzionali cerchi i talenti, che in Sicilia ci sono, e li metta a capo delle branche amministrative e delle attività istituzionali.
 
I talenti possiedono i due requisiti principali del professionista: il merito e la responsabilità. Forse proprio per queste qualità vengono combattuti da quelli che sarebbero danneggiati qualora i due valori prendessero il sopravvento sulla mediocrità e su quei soggetti che, invece, dovrebbero primeggiare.
In questo quadro e nell’ambito del progetto prima indicato, la Regione dovrebbe mettere mano alla revisione della spesa, anticipando i tagli che arriveranno ancora dal governo centrale, in modo da liberare risorse indispensabili a fare gli investimenti.
Senza dei quali, qualunque piano resta sulla carta, anche perché ostruito da una burocrazia becera che ha dimenticato totalmente la sua funzione. La burocrazia non c’è per ostruire i procedimenti, non c’è per danneggiare cittadini e imprese, ritardando oltre ogni limite l’emissione o il diniego di provvedimenti amministrativi.
La burocrazia regionale c’è per servire e per motivare i ricchi compensi che percepisce, che sono ben più alti di quelli dei dipendenti statali e locali e, come ha dimostrato la recente nostra inchiesta sulla Catalogna, molto superiori a quei dipendenti pubblici.

Come si sa, se il pesce è fresco o stantio, si desume dalla testa. La testa è costituita dalle istituzioni, cioè presidenza e Ars, esecutivo e legislativo. Se i due vertici non si ritengono al servizio dei siciliani, come hanno dimostrato in questi quattro anni, non sono degni di stare al loro posto e i siciliani li cacceranno alle prossime elezioni, in qualunque data siano fissate.
È incredibile rilevare come tutta questa gente non ha capito che la crisi morde fortemente la carne dei siciliani. Un solo dato, minore ma significativo: in giro vi sono meno veicoli e spesso gli stalli blu della città sono vuoti.
Tutto questo non resterà senza conseguenze per chi ha portato al disastro la Sicilia. Un disastro che la stragrande maggioranza di noi rifiuta. Per questo saranno attivate iniziative e procedure, per cacciare i sacerdoti dal tempio, quei sacerdoti che per autoconservarsi, hanno allontanato le persone oneste e capaci e continuano a perseguire la linea della loro perdizione, cui non vogliamo partecipare.
Mag
19
2012
Di diagnosi si può morire. Il più sapiente o il più ignorante ne spara una dopo l’altra. Pochissimi sono quelli che, valutati i problemi, pensano alle soluzioni migliori. è una questione di metodo, scriveva René Decartes (1596/1650), ma di metodo i Senzamestiere che fanno politica ne hanno poco, forse non ne conoscono neanche il vero significato. Solo chi ha esercitato nella propria vita un vero mestiere, con i rischi connessi, è abituato a essere esaminato in base ai risultati cui perviene. Sono infatti essi che impongono comportamenti e pesano le persone e il loro percorso.
La politica è una cosa seria, serissima. Non può essere improvvisata da gente che non ha letto almeno mille libri nella propria vita: una condizione imprescindibile per avere un minimo di conoscenza dei meccanismi della società nel suo complesso.
E tuttavia, nonostante tanti parlamentari nazionali non avevano un mestiere effettivo prima di essere eletti, una volta finito il mandato percepiscono un’indennità chiamata reinserimento, una specie di risarcimento per il periodo in cui non avrebbero lavorato.

Il reinserimento è una vera e propria truffa a danno dei cittadini per almeno due motivi: il primo perché vi sono tanti deputati e senatori che durante il mandato esercitano le loro professioni (pensiamo alla Bongiorno o a Ghedini) e quindi non avrebbero bisogno di questa specie di risarcimento per la poltrona perduta; secondo, se non avevano mestiere prima non si capisce perché debba essere indennizzato il ritorno a un mestiere che non hanno mai avuto. Per esempio, sono stati dati 307 mila euro a Clemente Mastella, 345 mila ad Armando Cossutta, 271 mila a Luciano Violante.
Nessun Senzamestiere dovrebbe essere candidato, perché non può rappresentare i cittadini, non avendo cognizione di come funziona la società moderna, mentre dovrebbero avere i calli virtuali nel cervello e/o quelli fisici nelle mani.
C’è poi la questione del rinnovamento del ceto politico: gente che soggiorna in Parlamento da decine di anni, occupando posti di responsabilità, che non ha intenzione di ritornare al proprio mestiere. Per favorire il turn-over basterebbe un articolo unico che stabilisce come nessun incarico istituzionale ai livelli nazionale, regionali e locali possa essere ripetuto dopo due mandati consecutivi.
 
In altri termini, un’alta politica dovrebbe avere un comportamento lineare che consenta una vera rotazione a chi è consecutivamente in carica per non oltre due mandati, utilizzati per perseguire obiettivi di interesse generale, non di parte o privati.
La questione non è di poco conto se ricordiamo che, per esempio, nelle ultime elezione di un’importante città come Palermo vi sono stati ben 1.300 candidati al Consiglio comunale e 2.200 ai Consigli circoscrizionali. Se non vi fossero le indennità, si candiderebbe solo chi intendesse esercitare la politica come servizio e non come mestiere.
Il commissario straordinario alla tosatura della spesa, mani di forbice Enrico Bondi, nominato in base al decreto legge 52/2012, ha appena iniziato il suo lavoro di ricognizione. Siamo convinti che presto presenterà proposte al Governo. Ma Camera, Senato e Quirinale hanno fatto sapere che non accettano nessun tipo di revisione.

La Casta non si tocca, i miliardi che spendono le tre istituzioni sono quasi tre. Occupano decine e decine di palazzi nel centro storico di Roma, pagando canoni di locazione molto superiori a quelli di mercato, per favorire i loro amici, riservano suite di 3-4 stanze con terrazza su Montecitorio agli ex presidenti della Camera (Casini e Bertinotti solo per fare due esempi) e via continuando con sprechi di ogni genere. è insopportabile constatare quanti privilegi abbiano gli ex di vario tipo, i quali sono veri e propri parassiti che consumano risorse dei cittadini, da indirizzarsi, invece, verso attività produttive e investimenti.
Un’ulteriore questione dovrebbe essere posta all’ordine del giorno delle riforme: legare l’attività di parlamentare, consigliere regionale e comunale, nonché Governo, giunte regionali e comunali alla capacità di far aumentare il Pil della propria amministrazione, in un certo periodo. Si tratterebbe di responsabilizzare i vertici istituzionali sull’elemento essenziale dell’equità di una Comunità. Produrre ricchezza per distribuirla adeguatamente in proporzione ai bisogni del ceto sociale più debole.
Mar
13
2012
Ha ragione Giuseppe Castiglione, presidente dell’Unione delle Province italiane, a sostenere con fermezza e da lungo tempo che l’Ente intermedio fra Regione e Comuni è indispensabile, come ci ha confermato quando è venuto al nostro Forum pubblicato il 5 novembre 2011. Questa è una tesi che noi sosteniamo da sempre, pur essendo stati interpretati, qualche volta, esattamente al rovescio.
La Provincia ha funzioni fondamentali nel coordinare e programmare servizi sovracomunali, in modo da migliorarne la qualità e ottenere risparmi. Ha anche un importante ruolo nel valorizzare i tesori ambientali, paesaggistici, archeologici e culturali del territorio dei comuni che la costituiscono (è noto, infatti, che essa non ha territorio proprio). Però, si occupa della manutenzione delle strade provinciali e degli immobili delle scuole di secondo grado. Quest’ultima attività potrebbe essere effettuata dai Comuni.

Ciò premesso, anche le Province devono dimagrire, come Comuni e Regioni. L’unico modo per farlo è eliminare le inutili parti elettive con gli orpelli e le spese che ne derivano. Ecco perché abbiamo lanciato e rilanciato più volte l’idea che le Province divengano consortili, ovvero Enti di secondo grado costituiti dai Comuni.
Per conseguenza, l’Assemblea è composta dai sindaci, gli assessori sono scelti fra gli stessi primi cittadini ed eventualmente solo il presidente potrebbe essere un esterno. Tutto il personale potrebbe essere “prestato” dai Comuni cosicché l’Ente sarebbe a costo zero. Gli attuali dipendenti e dirigenti potrebbero tranquillamente transitare nell’organico delle Regioni di competenza e in quello dei Comuni.
Questa operazione darebbe un decisivo taglio ai costi della politica, assolutamente superflui e di cui nessuno sente il bisogno. Sarebbe una dimostrazione che c’è la volontà di avvicinarsi ai cittadini, dimostrando di voler eliminare inutili clientelismi.
Su questa proposta, cioè quella delle Province consortili, vedi caso è intervenuto il Governo Monti, il quale ha inserito nella Legge 214/12 la trasformazione delle Province istituzionali. è in via di emanazione il decreto che regolamenterà nel dettaglio la materia.
 
I deputati regionali siciliani hanno recentemente votato una legge contraria sia a quella nazionale che al Disegno di legge proposto dalla Giunta regionale. Con esso veniva stabilita la trasformazione delle Province regionali (Lr 9/86) in Province consortili, proprio per eliminare il costo della politica di tali istituzioni. Con la votazione del 29 febbraio scorso l’Ars ha determinato che le Province rimangano come sono, lasciando inalterati tutti i relativi costi politici.
Si tratta di un comportamento dissennato perché non tiene conto della situazione finanziaria effettiva in cui si trova l’Ente regionale. Da un canto ha un eccesso di spesa improduttiva di 3,6 miliardi, che non riesce a tagliare, dall’altro, riceve meno trasferimenti dallo Stato.
Quando Lombardo è andato da Monti con la mano tesa, facendo la solita figura dell’elemosinante, è stato gentilmente rimbrottato dal primo ministro, il quale si è sorpreso che gli venisse fatta richiesta di quattrini quando la Regione non riesce a spendere i fondi europei. E con ciò gli ha chiuso la porta in faccia.

Rimane un anno alle elezioni regionali del 2013. Lombardo ha comunicato che non si ricandiderà. Si trova così nelle migliori condizioni per effettuare quelle riforme strutturali urgenti di cui ha bisogno la Sicilia, senza delle quali essa (insieme a tutti noi) si trova sull’orlo del baratro. Baratro dal quale si è allontanato il Paese.
Bisogna dire a chiare lettere che la Regione ha 14 mila dipendenti in esubero e i Comuni della Sicilia hanno oltre 50 mila unità di personale in più. Bisogna dire, con forza, che le Pubbliche amministrazioni, regionale e locali, sono alla canna del gas, con palesi disfunzioni e incapacità dei dirigenti di rimetterle in equilibrio.
Occorre che il ceto politico, ricordandosi che è al servizio dei siciliani e di quel valore primario che è l’interesse generale, la smettano di fare clientelismo e comincino a pensare a un progetto che guardi lontano, per esempio da qui a 10 anni. In base a esso, il Pil della Sicilia su quello nazionale dovrebbe aumentare da quel misero 5,6% per arrivare al più appropriato 9%: in due parole, occorrono crescita e occupazione.
Feb
18
2012
Il Pil della Grecia, nel 2011, è andato indietro del 7%, quello dell’Italia è andato avanti di uno striminzito 0,4%, però è comunque cresciuto. La recessione significa abbassare mediamente il livello di vita di tutti i cittadini. Tuttavia, fra essi, si verificano disparità, nel senso che nelle fasce piu deboli il livello si abbassa di più mentre nella middle class si abbassa di meno e, verosimilmente, nella fascia abbiente non si abbassa per niente.
Quindi, la recessione produce un’ulteriore divaricazione tra le fasce alte e quelle basse della popolazione. Questa iniquità dovrebbe essere corretta dal ceto politico governante che però sente le pressioni di potenti categorie e corporazioni e quindi difficilmente sposta i sacrifici dal basso verso l’alto.
Quella che precede è una fotografia nuda e cruda a prova di smentita. Il fenomeno macroeconomico è presente in tutte le nazioni, a cominciare da quelle più floride. Fra esse le Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) cresciute tutte al di sopra del 5%; ma anche Usa (3%), Francia e Germania (2%).

La crisi e la recessione quando arrivano, oltre ad aumentare le disparità nella popolazione, oltre a comportare sacrifici per i più deboli, hanno anche un effetto benefico che è quello di rimodellare il tenore di vita di un’intera popolazione ad un livello più basso ed eliminare gli effetti perversi di chi ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità.
Ma che significa vivere al di sopra delle proprie possibilità? Significa indebitarsi per mantenere un tenore di vita che non ci si può permettere.
Una volta l’indebitamento si pareggiava con la svalutazione della moneta, ma nell’era dell’Euro ciò non è più possibile. Chiusa la finestra della svalutazione si deve necessariamente chiudere quella dell’indebitamento. Ecco perché la recessione è benefica: costringe a riequilibrare i conti di una nazione ed anche quelli di ogni famiglia.
Recessione significa andare indietro. L’Italia ha perso 5 punti di Pil dal 2008 al 2011. Difficilmente ne guadagnerà qualcuno nel 2012 anche se la via della risalita sembra tracciata, a condizione che Monti non si faccia imporre una retromarcia dalle corporazioni sulla via delle liberalizzazioni.
 
La recessione è un richiamo alla realtà, il che significa ritornare a un tenore di vita compatibile con le condizioni economiche del Paese. Il che significa tagliare tutte le spese improduttive e tutte quelle uscite inutili che non si possono più sostenere. In questo senso il Governo ha incaricato il ministro per i rapporti con il Parlamento, Pietro Giarda, di indicare a tutti i ministeri la revisione della spesa imponendo dei paletti percentuali che vanno fino al 20%. Ora Giarda deve usare una forbice con le lame affilate, diversamente non riuscirà a vincere le resistenze.
Vi è poi la spesa di Regioni ed Enti locali. In questo caso il Governo non ha altra scelta che tagliare i trasferimenti non in modo indiscriminato, ma valutando Regione per Regione e Comune per Comune, in modo da premiare i virtuosi e penalizzare, anche fortemente, i viziosi. Purtroppo questi ultimi si trovano nel Centro e nel Sud dell’Italia.

La capofila delle Regioni viziose è il Lazio con un debito sanitario accumulato negli anni di quasi 15 miliardi. Altro esempio negativo il Comune di Roma con altro macrodebito di circa 10 miliardi. Fra Regione e Capitale d’Italia sommano i debiti per quasi 2 punti di Pil nazionale.
La Campania non è da meno e la nostra Isola non brilla per virtù. Non solo ha debiti accumulati per circa 5 miliardi, ma l’assessore all’Economia non sa come chiudere il preventivo 2012 perché deve tagliare 3,6 miliardi.
Benedetta recessione che obbligherà la Giunta regionale ad effettuare questi tagli pena il dissesto, lo scioglimento dell’Ars ai sensi dell’art. 8 dello Statuto e la nomina da parte del Parlamento nazionale di tre commissari straordinari che farebbero ciò che l’attuale Giunta non sarebbe stata capace di fare.
In ogni caso gli effetti di una revisione della spesa si faranno sentire e saranno positivi perché porteranno tutti coloro che finora hanno introitato indebitamente somme dal settore pubblico a rinunziare ad una parte di esse. Anche in Sicilia vi sono iniquità ma complessivamente la recessione ci farà bene perché farà rinsavire il ceto politico e quello burocratico.
Feb
16
2012
Il parlamento greco, nella notte fra domenica 12 e lunedi 13, ha approvato il piano richiesto dall’Unione europea, per concedere alla Grecia un prestito di 130 miliardi di euro, dopo aver concesso in precedenza un altro prestito di 110 miliardi di euro.
Insieme col prestito, la troika (Ue, Bce e Fmi) ha avallato l’haircut sul debito greco, nei confronti di banche nazionali ed estere e di risparmiatori nazionali ed esteri. Il taglio significa che lo Stato greco non rimborserà più cento miliardi di euro ai suoi creditori e provvederà a cambiare nuovi bond con i vecchi nel rapporto di uno a due.
La Grecia avrà un ulteriore vantaggio: pagare sui nuovi bond il 3,50 per cento, con una moratoria di uno o due anni. Tutto questo significa che i possessori dei bond greci perderanno due terzi del valore. Ecco il primo vantaggio per i greci, di cui non hanno parlato i saccenti telecommentatori e cronisti di vari giornali. Vi è un secondo vantaggio per la penisola ellenica. Ecco di che si tratta.

In questi ultimi anni, per intenderci quelli della crisi finanziaria internazionale, ma anche nel decennio precedente, i Governi greci di destra e di sinistra hanno imbrogliato i propri cittadini concedendo loro favori, prebende, posti di lavoro nel settore pubblico ben remunerati: in una parola hanno fatto quello che fece il Pentapartito, con la connivenza del Partito comunista, negli anni Ottanta, in Italia, quando allargò i cordoni della borsa a dismisura.
I Governi greci hanno commesso  crimini politici: uno fra questi aver acquistato navi, aerei da combattimento ed armamenti, soprattutto da Francia e Germania, degni di una superpotenza, affamando contemporaneamente il popolo. Era del tutto evidente che questa dissennatezza portasse al dissesto, che è un attimo prima del fallimento di una Nazione.
Il popolo ha ignorato le porcherie che hanno compiuto i Governi, ripetiamo di destra e di sinistra, salvo protestare quando già era nella melma fino al collo. Però, a fronte dei centomila manifestanti, il 75 per cento del popolo ha approvato il piano. Obtorto collo. Ma il debitore ha sempre torto. Male fece quando si indebitò. Doveva pensarci prima e prevedere il disastro.
 
La Regione siciliana si trova all’incirca nelle stesse condizioni perchè in questi ultimi lustri ha allargato i cordoni della borsa e, d’altra parte, ha chiuso gli occhi sulla prevista diminuzione dei trasferimenti, conseguenti al Patto di stabilità. La Regione, con la sua pachidermica e lenta burocrazia, ha inchiodato i diciotto miliardi di fondi europei e statali del Piano 2007/13, avendone speso solo il 18 per cento in cinque anni.
La borsa a maglie larghe ha fatto assumere personale a dismisura: duemila dirigenti contro duecento  della Lombardia, diciottomila dipendenti contro tremila della Lombardia. Gli sprechi della Regione sono innumerevoli e permangono anche nel settore della Sanità, pur tenuto conto del piano di austerità dell’assessore Massimo Russo.
Prossimamente pubblicheremo il dettaglio dei tagli che la Regione deve effettuare se vuole fare quadrare il bilancio 2012, tagli che ammontano, come abbiamo scritto più volte, a 3,6 miliardi.

L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, è armato di tanta buona volontà, ma ha delle forbici che non tagliano. Tuttavia è stato costretto ad ammettere, in un crescendo rossiniano, che i tagli sul bilancio 2012, partiti da 500 milioni, sono ora arrivati a 2,3 miliardi. Siamo convinti che prima di fine marzo egli sarà costretto ad annunciare che i tagli indispensabili dovranno essere 3,6 miliardi, esattamente quanto anticipato da noi prima di lui. Non ci vuole la sfera di cristallo per le affermazioni che precedono. Basta avere competenza di organizzazione e di bilanci per analizzare, capitolo per capitolo, quello regionale, ancora in bozza, ed attivare lo spending review col bisturi, come sta facendo il Governo nazionale.
è inutile che il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, vada a fare l’elemosinante alla Presidenza del Consiglio. Troverà le porte chiuse se prima non mette in regola i propri conti.
Ora, urge un accordo di tutti i partiti per tagliare sprechi e privilegi, oppure il popolo siciliano soffocherà.
Feb
11
2012
Il sindacato italiano rappresenta lavoratori e pensionati, ma non i disoccupati, i giovani e le donne che cercano un lavoro (non un posto di lavoro). Cosicché essi proteggono l’interesse di chi in un modo o nell’altro già lavora o a tempo indeterminato o a tempo determinato.
L’altra parte non è difesa da nessuno. Sono le istituzioni che devono rappresentare l’interesse di tutti i cittadini, sia quelli che lavorano sia quelli che non lavorano. Ecco perché è condivisibile l’impostazione del Governo quando mette in secondo piano il feticcio dell’articolo 18 insieme alle garanzie eccessive che hanno ingessato il mondo del lavoro e che impediscono agevolmente l’entrata e l’uscita dallo stesso.
La riforma in esame dovrà andare nella direzione di consentire a tutti i cittadini italiani di muoversi in uno scenario che consenta parità di doveri e di diritti e, soprattutto, l’emersione di quel valore etico che è il merito.
Il merito consente di retribuire in modo proporzionale chi è più capace e chi rende di più. Senza questo metro avvengono abusi e irregolarità che nessun giudice può sanare.

Le imprese rappresentano interessi di parte e quindi tirano il lenzuolo dal proprio lato. Nel complesso esse sono beneficiate con oltre 45 miliardi di agevolazioni a vario titolo e gravate, dall’altra parte, con oltre 34 miliardi di Irap che versano alle Regioni. Una bonifica delle agevolazioni, che per altro vanno in direzione dei privilegiati, consentirebbe un abbattimento dell’Irap e quindi della relativa pressione fiscale, a condizione che le Regioni diventassero virtuose.
Anche nel caso delle imprese sono le istituzioni che devono intervenire perché il loro interesse sia sempre subordinato a quello generale. è questo il valore etico di primissimo livello: l’interesse generale .
Se in ogni discussione o valutazione, a seguito delle quali si devono prendere decisioni, si mettessero a confronto gli interessi di parte con l’interesse generale, si capirebbe subito in quale direzione debba andare la decisione. Senza questa comparazione continua fra i due interessi si verifica, com’è in atto, una situazione di prevaricazione di alcune parti rispetto ad altre.
 
Ecco la funzione della politica: prendere decisioni in modo tale che nella Comunità vi sia sempre maggiore equità: chi più vale prende di più, chi meno vale prende di meno. Ovvio, e perfino banale, direbbe qualcuno. Ma non è così, tant’è vero che nella società italiana vi sono figli e figliastri.
Abbiamo scritto di politica, quella vera, quella seria, quella etica, non la politica dei politicanti e dei senza mestiere, di coloro che tutelano i loro privilegi, che continuano a imbrogliare la gente dicendo che si tagliano gli stipendi quando in effetti si tagliano gli aumenti, per cui, alla fine del mese, senatori e deputati prenderanno la stessa somma dell’anno precedente.
Come non si vergognano è ancora una cosa misteriosa. Ma la ristrettezza progressiva nella finanza pubblica, che ha costretto ad aumentare le imposte anche se ha omesso di tagliare la spesa pubblica improduttiva, comincia a mordere la carne dei cittadini generando rabbia e indignazione.

Rabbia e indignazione che fanno aumentare l’intervento dei cittadini nella Cosa pubblica. Finalmente i quotidiani nazionali si sono svegliati, le tv pubbliche e private danno spazio alle voci dei cittadini che sempre più si esprimono in maniera forte e precisa.
La campagna di Zapping, Sforbiciamo i costi della politica, ha raccolto, mi diceva l’altro giorno Aldo Forbice, oltre 300 mila adesioni, ma anche mal di pancia di cattivi deputati e senatori che non vogliono rinunziare ai loro enormi privilegi.
Fra essi quello relativo alla possibilità di mantenere il proprio lavoro pur nell’esercizio dell’attività parlamentare. Chi fa il rappresentante dei cittadini non deve esercitare alcun  mestiere o professione.
Anche in questo caso, se l’interesse generale fosse preso come riferimento alto al di sopra delle parti, il Parlamento nel suo insieme dovrebbe immediatamente sforbiciare i costi della politica a livello statale, regionale e comunale. Il riferimento alle Regioni e ai Comuni è adeguato perché, anche lì, i furbi succhiano parassitariamente le risorse pubbliche.
Feb
07
2012
La disoccupazione all’8,9% è un grave problema sociale ed economico. Una disoccupazione fisiologica dovrebbe attestarsi a meno della metà. Per ridurre al 4% la disoccupazione occorre utilizzare leve adeguate per spingere il sistema economico a funzionare meglio in modo da creare nuovi posti di lavoro.
Ma c’è anche la seconda leva che riguarda le opere pubbliche, le quali, se opportunamente finanziate, darebbero la possibilità a decine di migliaia di italiani di trovare lavoro. La recessione ha creato anche un forte rallentamento dell’edilizia, con la conseguenza che il settore non solo non ha assunto nuovi dipendenti, ma ne ha espulsi moltissimi.
Eppure vi è una grande carenza di alloggi per la popolazione più debole ed il marasma gestionale nel sistema degli Istituti autonomi delle case popolari. Lì vi sono abusi di ogni genere, con sublocazioni arbitrarie o locazioni a soggetti che non hanno i titoli. Il degrado è esteso, la manutenzione è assente, cosicchè questo patrimonio immobiliare continua a perdere valore e a non servire.

A fronte della disoccupazione, vi sono alcune osservazioni. La prima riguarda il lavoro nero che viene effettuato da molti pensionati pubblici e privati e da dipendenti pubblici che utilizzano la mezza giornata vuota per fare concorrenza a chi lavora.
La seconda riguarda in genere la mancanza di competenze possedute da chi cerca lavoro. Sappiamo bene che la Scuola forma poco sul piano del metodo e dell’organizzazione. Meno che mai fa l’Università perchè spesso obbliga gli allievi ad imparare una sequenza di materie senza collegarle fra di loro.
Vi è poi da aggiungere che il tempo medio in cui un giovane si laurea è di nove-dieci anni, per cui  spesso quando si dà l’ultima materia ha dimenticato la prima. Se un giovane si laureasse nei termini regolari, intorno ai 23 anni, potrebbe utilizzare gli altri cinque, che oggi perde per acquisire conoscenze, anche senza compensi.
Purtroppo nel nostro Paese è misconosciuto il merito perchè in qualunque manifestazione pubblica e privata si parla di tutto, tranne che dello stesso merito. Se esso assurgesse a questione di primo livello, molti dei problemi che ci affliggono sarebbero risolti.
 
La stranezza apparente del mercato del lavoro è che a fronte di tanti disoccupati vi sono decine di migliaia di lavori, ai quali possono accedere solo persone preparate. Come è noto la preparazione non è data dal pezzo di carta e, in questo senso, bene farebbe il legislatore a togliere a diploma e laurea ogni valore legale, così come avviene in tutti i Paesi avanzati.
Quando le aziende procedono alle selezioni difficilmente guardano il titolo di studio o il relativo voto, ma sottopongono i candidati a prove di competenza che prescindono dalle conoscenze eventualmente apprese nelle Università. Naturalmente questo ragionamento non vale in tutti i casi, perchè vi sono atenei che funzionano e preparano, sia pubblici che privati.
La nostra osservazione riguarda, invece, la maggioranza di tali atenei, infarciti di dipendenti amministrativi e professori che insegnano materie strambe del tutto inutili a preparare i giovani al mercato del lavoro. Paradossalmente l’Italia ha bisogno di molti più laureati che siano anche molto più preparati perchè una Nazione senza competenti non è competitiva.

Vi è un’altra questione da considerare: l’inutilità delle agenzie per l’impiego e per il collocamento che servono solo per dare inutili stipendi ai loro dipendenti e dirigenti. Non sappiamo nel resto del Paese, ma qui in Sicilia abbiamo condotto numerose inchieste su questo versante e tutte raggiungono la stessa conclusione: migliaia di dipendenti regionali in questi uffici centrali e provinciali, che non riescono a trovare collocazione a coloro che vi sono iscritti.
Tanto che, vista l’inutilità dell’iscrizione, quasi nessuno più si reca presso questi uffici. Essi avrebbero la funzione di fotografare il mercato e selezionare i richiedenti per trovarvi collocazione. A latere, la formazione regionale avrebbe il compito di preparare coloro non adatti alle richieste di mercato, in modo da sfruttare sinergicamente formazione e collocamento, al fine di raggiungere il risultato finale di connessione fra domanda e offerta di lavoro. Sì, perchè chi ha competenze il lavoro lo trova, anche in queste condizioni. Provare per credere.
Gen
20
2012
Secondo il Cebr (Centre for economics and business research), istituto inglese indipendente, nel 2011 la Cina ha avuto un incremento del Pil del 9,2% sorpassando il Giappone, con 6.988 mld di dollari nella classifica mondiale. Il Brasile ha superato il Regno unito piazzandosi al 6° posto, con 2.518 mld di dollari ed un incremento del 4%, gli Stati Uniti sono da sempre al primo posto con 15.065 mld di dollari e un incremento del Pil di circa il 3%. Infine Singapore, grande quanto la Sicilia, con 237 miliardi di dollari contro i circa 125 mld di dollari della Sicilia. L’Italia ha perso la sesta e la settima posizione ed è ora l’ottava nazione per Pil prodotto con 2.246 miliardi di dollari.
Il fenomeno cinese sembra inspiegabile, mentre è chiaro che sta funzionando molto bene perché un popolo di 1,3 miliardi di abitanti è governato, con mano ferma e con grande sapienza orientale, da sole 3 mila persone che prendono decisioni anche impopolari, ma sicuramente utili a fare marciare quella locomotiva.
La Cina è un Paese in forte espansione, ma anche con una grande crescita interna perché, mentre prima si occupava di produrre manufatti a basso prezzo, oggi è stata data grande forza alla formazione universitaria e alla ricerca, per cui sta diventando competitiva nei due versanti che producono, direttamente o indirettamente, un alto valore aggiunto. 

I suoi figli, in tutto il mondo, sembra ammontino ad oltre 100 milioni e drenano risorse da ogni Paese ove sono insediati, risorse che arrivano cospicue alla madrepatria.
Il Brasile con l’intervento di Luiz Inácio Lula Da Silva, in 10 anni, ha capovolto la sua situazione. Massicci investimenti in opere pubbliche hanno prodotto 15 milioni di posti di lavoro e fatto aumentare il Pil, come prima si scriveva, portandolo al sesto posto nel mondo. La delfina di Lula, Dilma Rousseff, sta continuando l’opera del suo mentore con enorme investimenti, fra cui spicca quello energetico.
Non è un caso che trasporti su ferro e su gomma e centrali elettriche funzionano con carburanti vegetali, mentre il petrolio estratto dalle viscere di quella terra non viene usato in house, bensì esportato nel mondo. Un esempio da imitare.
 
La politica di Obama, tanto criticata dai conservatori del Partito repubblicano, sta dando i suoi frutti. Il salvataggio del sistema bancario, ad eccezione di Lehman Brothers, e quello delle tre grandi case automobilistiche (Gm, Ford e Chrysler), ha ribaltato la crisi del 2008, rimesso in  moto l’economia e sta producendo centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, in un ambiente ove i rapporti tra datore e prestatore sono liberi, senza i vincoli stupidi che ancora vi sono in Italia e che impediscono la crescita. In Usa, l’economia ha ricominciato a tirare e la Borsa ne ha risentito favorevolmente.
Per inciso, dobbiamo sottolineare come le agenzie di rating (le americane Standard & Poor’s e Moody’s), non sono obiettive nei loro giudizi, perché i soci (fra cui lo speculatore Warren Buffett), sono interessati a quelle valutazioni, in un palese conflitto d’interessi. Sarebbe opportuno che anche in Europa, oltre alla francese Fitch, si costituissero altre agenzie di rating, per bilanciare lo strapotere di quelle americane. Per fortuna i mercati non hanno ascoltato le indicazioni di tali agenzie.

Infine, Singapore, un’isola che la Sicilia dovrebbe prendere a modello per la sua capacità, in poco più di 35 anni, di trasformarsi da selvaggia, nella quale insisteva una fitta foresta, in un polo economico, avanposto del terziario avanzato e di alta managerialità capace di produrre il doppio del Pil della Sicilia.
Abbiamo più volte descritto in queste pagine la genesi di quell’isola e i punti di forza e quindi non staremo a ripeterci. Però, non comprendiamo perché, anziché cincischiare e pagare stipendi inutili, la Regione non mandi una squadra di bravi dirigenti per andare a vedere come funziona quel meccanismo, e ove possibile, con gli aggiustamenti del caso, importarlo noi in Sicilia.
Le quattro locomotive che abbiamo indicato continuano a crescere, mentre l’Italia balbetta sulle liberalizzazioni, sulla riforma dei rapporti di lavoro, sulla capacità di attrarre investimenti internazionali, per quel blocco enorme di una Pa inefficiente e corrotta. è ora di compiere una svolta, o  saremo perduti.
Gen
19
2012
Siamo martellati, ogni giorno, dal famigerato spread, cioè la differenza di rendimento tra i Bund tedeschi e i Btp italiani. Quella maledetta cifra di 500 è un’ossessione, perché indicativa della parziale insolvenza dello Stato italiano e, dunque, della mancanza di fiducia da parte dei mercati.
In effetti, non si tratta di mancanza di fiducia, ma di incapacità delle nostre Istituzioni nazionali di essere valutate positivamente per le prospettive di crescita e sviluppo, atte a generare ricchezza e occupazione.
I sindacati, che ormai rappresentano in modo maggioritario i pensionati, coloro che non sono più interessati al lavoro, continuano a chiedere posti di lavoro. Ma la loro azione è miope, perché non sono capaci di fare un passo avanti. Tale passo dovrebbe essere l’individuazione dei meccanismi per rinforzare il sistema delle imprese e delle società, anche pubbliche, perché solo attraverso di esse ci possono essere nuove attività e, pertanto, nuovo lavoro.

Vi è poi un altro carburante per la crescita: la ricerca e l’innovazione. Potenziare fortemente questi due versanti costituisce la premessa per il trasferimento dei brevetti, la cui industrializzazione ottiene una maggiore competitività di prodotti e servizi.
Destinare solo l’1 per cento del Pil alla ricerca è un comportamento deprecabile, quando poi si destinano maggiori risorse alla spesa pubblica improduttiva e la maggior parte degli stipendi dei dipendenti pubblici è inutile alla necessità dei cittadini: ottenere servizi efficienti e di qualità.
Lo spread finanziario ci martella e ottenebra le menti di molti giornalisti, professori e commentatori. Costoro non si accorgono, invece, che i veri spread dell’Italia sono Sud e infrastrutture. L’enorme divario che c’è fra Meridione e Settentrione è una delle principali cause del complessivo arretramento del Paese. Se il Pil del Sud fosse allo stesso livello del Pil del Nord, il Paese sarebbe molto avanti.
Non dobbiamo dimenticare che quel grande statista di Helmut Kohl andò contro le banche, contro l’establishment, contro il ceto politico della Germania occidentale, quando decise di investire massicciamente nella Germania dell’Est.
 
Non è un caso che l’attuale cancelliere Angela Merkel è cresciuta a Templin, città a 80 km a nord di Berlino, nella Repubblica democratica tedesca socialista.
La questione meridionale si perde nella notte dei tempi, ma una cosa è certa: è cominciata nel 1861, la nefasta data in cui il Sud veniva annesso allo Stato Sabaudo e tutti i suoi tesori depredati dalle bande piemontesi. Da allora, una classe politica meridionale, prona e subordinata, non ha preteso che le Istituzioni nazionali si comportassero con equità, investendo tanto nel Nord e tanto nel Sud.
Se Bossi oggi fa la voce grossa, dicendo che le regioni del Nord mantengono il Paese, per la sua crassa ignoranza (o malafede) non dice che tale ricchezza è prodotta per i massicci investimenti che da Roma sono andati in quelle regioni e non nel Sud.
Ed eccoci al secondo spread che divide l’Italia: quello delle infrastrutture. Il relativo tasso dice con chiarezza che quelle del Sud sono un terzo di quelle del Nord. Se vi fossero stati pari investimenti, al Nord come al Sud, il tasso infrastrutturale sarebbe, invece, uguale.

Sud e infrastrutture sono, quindi, i veri spread d’Italia, differenze abnormi e anomale, che impediscono ai cittadini di essere tutti uguali di fronte alla legge, in violazione dell’art. 3 della Costituzione.
Cittadini di prima serie e di seconda serie non fanno una Nazione, ma fanno un insieme in cui vi è il ceto dominante (feudatari) e un ceto servente (chi subisce). Tutto questo non è più procrastinabile e deve finire.
Ma nell’agenda del professor Monti non ci sono Sud e perequazione delle infrastrutture: un’omissione grave, che dobbiamo segnalare tra le cose buone che l’attuale Governo ha fatto. Non sappiamo, oggi, se il decreto Cresci-Italia, nella parte riguardante le liberalizzazioni, corrisponderà alle premesse e alle notizie.
Ci auguriamo che in sede di conversione esso non venga annacquato, risolvendosi in un fuoco di paglia. Certo, non è bene che sia stata tolta da questo decreto la scorporazione della rete gas. Snam, poste e ferrovie sono tutti controllati dal ministero dell’Economia. Non c’è bisogno di decreti per liberalizzare i settori.
Gen
04
2012
L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, continua a dichiarare che la Regione farà guerra allo Stato per i tagli delle entrate. In particolare, impugnerà le leggi approvate dal Parlamento davanti alla Corte Costituzionale per supposta lesione dell’autonomia regionale. Armao è un insigne giurista e, in questa veste, degno di fede. Tuttavia chi entra nell’agone politico, della bassa politica, si impregna di un substrato negativo fatto di chiacchiericcio e di argomentazioni che non hanno alcun collegamento con la realtà.
Qual è la realtà della Regione siciliana? Il caos e il disordine organizzativo, l’inefficienza al più alto livello, l’incapacità di una macchina costosissima di rendere i migliori servizi al costo più basso.
Il primo obiettivo dell’assessore all’Economia dovrebbe essere quello di mettere i conti in ordine e le carte in regola, avendo la capacità di massimizzare le entrate e minimizzare le uscite ottenendo la migliore efficacia dall’impiego delle risorse. Basta chiacchiere, occorrono fatti professionali.

Armao lamenta che il bilancio 2012 dovrebbe essere ridotto di 1,4 miliardi, dicendo che è impossibile. Evidentemente non ha letto le nostre inchieste, pubblicate più volte, nelle quali sono elencati dettagliatamente 3,6 miliardi di possibili tagli, non solo 1,4. Ma per tagliare in questo modo occorre essere statisti e non ascoltare le sirene delle caste e delle corporazioni che, pur in un quadro di enormi difficoltà per la stragrande maggioranza dei siciliani, non ha nessuna intenzione di perdere i vantaggi acquisiti.
Armao dice di fare ricorso alla Corte Costituzionale in nome dell’autonomia, ma questa autonomia è stata usata come usbergo per tutelare privilegi e rendite di posizione a vantaggio della classe politica, fatta in preponderanza da senzamestiere, di burocrati e dipendenti pubblici che straguadagnano rispetto agli statali e ai comunali, ma che rendono molto di meno.
Noi abbiamo sempre sostenuto a spada tratta lo Statuto siciliano, ma ora è venuto il momento, data la carenza di risorse finanziarie, di decidere se l’autonomia debba servire ai siciliani oppure al ceto politico e burocratico, che non hanno alcuna vergogna di continuare a consumare risorse pubbliche a danno della collettività.
Il professore Monti, in veste di ministro dell’Economia, ha emanato una circolare, cogente per l’amministrazione statale, con la quale ha imposto un taglio dell’80%, ripetiamo dell’80%, per una serie di voci di spesa fra cui auto blu, consulenze, convegni, pubbliche relazioni ed altre.
Non è più tollerabile che vi siano 86 mila auto nella Pa con un enorme costo di oltre 1 miliardo l’anno, cui si aggiunge quello degli autisti e di altro personale per gestire il parco auto.
Non risulta che il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, abbia emanato analoga circolare per ordinare anche alla pubblica amministrazione regionale il taglio dell’80% delle spese inutili. Né risulta che l’assessore alle Autonomie locali, Caterina Chinnici, abbia emanato circolari della stessa natura, per invitare i 390 sindaci a ridurre dell’80% quelle voci di spesa.
Vi è poi la questione dell’avanzo finanziario. L’assessore all’Economia e il ragioniere, Enzo Emanuele, continuano a non chiarirci la natura dell’avanzo finanziario, cioè quella voce ibrida che pareggia le uscite e le entrate del bilancio regionale e che nel 2011 è stato di circa 10 miliardi. Si tratta di un mistero che non vuole essere chiarito per non spiegare all’opinione pubblica questioni retrostanti, sicuramente non cristalline. Diversamente Armao ed Emanuele non avrebbero alcuna difficoltà a mettere sul sito web della Regione l’elenco di tutte le voci incluse in tale avanzo finanziario.

Per far quadrare il bilancio 2012 non basta tagliare 1,4 miliardi ma bisogna, ribadiamo, tagliarne 3,6 come da elenco dettagliato pubblicato nella pagina interna. I 2,2 miliardi di differenza, sono assolutamente indispensabili per aprire i cantieri in Sicilia, atti alla sistemazione idrogeologica del territorio e alla costruzione di infrastrutture indispensabili, con ciò mettendo in moto un processo che utilizzi in toto i fondi europei e quelli statali.
Come vedete, l’operazione è semplice nella sue enunciazione, difficile nella sua realizzazione. Ma spending review significa revisione di tutte le spese, capitolo per capitolo. Il resto è noia, la noia di sentire enunciazioni banali e inutili anziché annotare fatti ed azioni concrete.
Dic
03
2011
è inutile girarci intorno, il problema della crescita della ricchezza si può risolvere solo dando supporto  alle imprese esistenti e creando le condizioni per la nascita di nuove. Il settore pubblico deve essere al servizio del sistema economico per aiutarlo nella sua funzione.
Le imprese hanno bisogno di un mercato interno che tiri e di grande competitività per poter esportare. In ambedue i casi il Governo deve mettere in atto le condizioni perché lo scenario sia favorevole a chi investe.
Vi è un terzo modo per agevolare la crescita: attrarre investimenti dall’estero, soprattutto nel settore delle opere pubbliche e dell’innovazione. In questo versante lo Stato dovrebbe raddoppiare le risorse alla ricerca passando dall’1 al 2% del Pil e con ciò uniformandosi alla media europea. Naturalmente la ricerca deve essere seria e abbisognare di risorse essenziali per l’attività propria, emarginando le spese degli apparati amministrativi inutili e le altre che alimentano privilegi che nulla hanno a che fare con la ricerca medesima.

L’Italia è il Paese europeo che deposita meno brevetti, il che significa che la ricerca pubblica e privata è modesta. Ma sono i brevetti che generano ricchezza. Ricordiamo, come esempio, quando la Magneti Marelli del gruppo Fiat scoprì un’innovazione nel sistema di iniezione per i motori diesel, chiamato common rail. La brevettò, ma gli parve di modesta importanza, tant’è che la vendette alla tedesca Bosch, la quale ha fatto fortuna ed oggi, lo stesso apparato, viene utilizzato dalla Fiat, che l’aveva inventato, pagando ricche royalties.
La ricerca ha bisogno di risorse perché non sempre produce innovazioni economicamente sfruttabili, ecco perché i finanziamenti dovrebbero essere dati con oculatezza e mirati ad obiettivi precisi.
Il Consiglio nazionale delle ricerche è un grande apparato, ma ha un basso rapporto tra risorse investite e brevetti depositati.
Non vi è poi uno stretto collegamento tra ricerca pubblica e privata, in modo da sfruttarne le sinergie, né un sistema organizzato di ricerca nelle Università dove ogni dipartimento, o facoltà, o materia va un po’ per i fatti propri. Il che è contrario alle regole dell’efficienza.
 
Basilea 3 ha stretto i criteri di affidamenti bancari alle imprese tanto che esse hanno maggiori difficoltà ad ottenerli. Questo accade in quanto non sempre le imprese hanno i conti in ordine, volontariamente o involontariamente. Lo dimostra il fatto che quelle piccole e medie, con il bilancio certificato da società quotate in Borsa, sono una stretta minoranza.
Se ogni azienda, piccola o media, certificasse il proprio bilancio, sicuramente avrebbe più facilità ad ottenere affidamenti bancari. Vi è poi la questione dell’errato uso di tali affidamenti. Quelli per il giro degli affari correnti non devono essere mai utilizzati per investimenti a medio e lungo termine per i quali vi sono altri strumenti.
Vi è poi la questione dolente dei ritardi notevoli dei pagamenti delle forniture di beni e servizi effettuati dalla pubblica amministrazione nazionale, regionale e locale. Vi è al riguardo una recente direttiva europea (7/2011) la quale stabilisce che i pagamenti debbano avvenire entro trenta giorni. Dopo tale termine scatta l’interesse dell’8% più il tasso Bce, attualmente dell’1,25%.

Il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, ha invitato il governo italiano a recepire rapidamente tale direttiva, ma fino ad oggi ciò non è avvenuto. In ogni caso, l’impresa creditrice può chiedere l’applicazione degli interessi citati, perché come è giurisprudenza europea costante, anche in caso di non recepimento di una direttiva, essa vale ugualmente all’interno di ognuno dei Paesi partner.
L’altra questione per sollevare le imprese è il taglio delle imposte, non solo Ires e Irap. Se ciò avvenisse, si eviterebbe di depauperare la liquidità delle imprese le quali, anche quando hanno il bilancio civilistico in perdita, spesso, sono costrette a pagarle, perché emerge un reddito fiscale attraverso il perverso meccanismo delle riprese.
Il saldo dei crediti da parte della Pa e la diminuzione di erogazione finanziarie per minori imposte darebbero alle imprese la liquidità indispensabile per aumentare il giro d’affari con investimenti atti a conquistare nuovo mercato attraverso una maggiore competitività.
Nov
26
2011
La questione degli Eurobond è semplicissima: la Bce dovrebbe emettere dei titoli europei che via via sostituiscano quelli dei 17 Paesi partner dell’Unione europea.
L’idea è buona ma manca delle gambe per camminare. Infatti è impensabile la realizzazione di questo progetto se prima non vi sia un’armonizzazione dei sistemi fiscali di tutti i Paesi che hanno refluenze finanziarie e delle regole che debbono governare in maniera tassativa i bilanci pubblici di ogni partner.
È vero che il trattato di Maastricht (7 febbraio 1992) ha stabilito tre parametri per l’adesione: l’inflazione di ogni Paese nella media europea, il debito non superiore al 60% del Pil; il disavanzo (o deficit) annuale non superiore al 3% tra entrate e uscite a condizione che esso non faccia sforare il parametro precedente.
Ma questi parametri non sono stati supportati da sanzioni, per cui i partner meno avveduti li hanno allegramente sforati fino ad arrivare a livelli incontrollabili del debito pubblico, in Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda.

La Grecia ha falsificato i bilanci inviati all’Unione e quest’ultima non ha mandato i suoi ispettori per verificarli alla fonte.
Ma anche l’Italia ha manipolato i propri bilanci facendo apparire disavanzi annuali inferiori a quelli veri e comunque facendo aumentare il debito pubblico da mille miliardi del 1992 a 1.900 miliardi di quest’anno, quasi il doppio.
Le regole che dovrebbero essere imposte coattivamente ai 17 partner sono già rispettate dalla Germania e, in parte, da altri Paesi. Ma il meccanismo del contenimento non può essere affidato alla buona volontà. Il rigore deve essere una regola applicata da tutti, vogliano o non vogliano.
È in atto in gestazione un provvedimento sanzionatorio, secondo il quale il Paese che non osserva il pareggio di bilancio perde tutti i finanziamenti europei. Non sappiamo quando esso diventerà una direttiva cogente.
Il proposito dell’ex governo Berlusconi d’inserire in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio (la golden rule) è del tutto inutile: infatti, se vi fosse una direttiva in questo senso, l’Italia dovrebbe stare nei limiti senza bisogno di una norma costituzionale.
 
La Germania è come la formica. Ha una spesa pubblica essenziale, non cede ai clientelismi e ai favoritismi, investe molto in attività produttive e in opere pubbliche con la conseguenza che non ha deficit e che il suo debito rispetta il parametro di Maastricht.
La conseguenza più vistosa di tutto ciò è che paga bassi interessi al proprio debito pubblico, addirittura inferiori al 2%. I 500 punti di differenza dei Bpt italiani fanno costare al nostro Erario interessi in misura del 7%, pari a oltre 80 miliardi l’anno, un peso insostenibile per le casse pubbliche.
La Germania, dunque, non intende approvare l’emissione degli Eurobond se tutti i Paesi non rispettano la regola del pareggio di bilancio e, per coloro che hanno un debito sproporzionato (in Italia è doppio rispetto al parametro di Maastricht), un piano per abbatterlo entro 20 anni. Così è stato stabilito nel patto di stabilità del 25 marzo 2011 che non contiene sanzioni molto pressanti. 

La Lega è un partito territoriale che si è espanso in diverse regioni denominate da esso Padania, una località inesistente che ha il solo scopo di generare in quegli abitanti una sorta di amor patrio. Ma anche egoismi e violazioni: per esempio, quel 10% di agricoltori che non vuole pagare le quote latte nonostante il 90% lo abbia pagato, o quel 65% di pensionandi di anzianità che non vogliono sottostare alle regole europee e cioè andare in quiescienza a 67 anni.
Ma su una questione ha perfettamente ragione: la spesa pubblica per abitante deve essere uguale in tutta Italia, in qualunque regione e in qualunque comune. Ancora ragione ha la Lega quando afferma che loro non sono disposti a praticare una politica di rigore quando le regioni del Sud praticano una politica della spesa inutile e improduttiva.
È tutto qua il nocciolo della questione: le regioni del Sud, e qualcuna del Centronord, devono mettersi le carte in regola, cioè spendere solo ciò che serve per produrre i servizi, abbandonando la strada delle assunzioni clientelari e di tutti quei costi che non servono ai cittadini, ma a coloro che non hanno senso di responsabilità e valori etici. Una volta si diceva: “Mandateli al confine”.
Nov
05
2011
Quando ci sono crisi, catastrofi e grossi problemi, i soggetti più deboli e quelli mediocri vengono travolti. è una legge naturale, secondo la quale i più forti e i più bravi resistono e sopravvivono, anzi incrementano i loro spazi lasciati liberi dagli altri che se ne sono andati.

Quando la Natura viene aggredita reagisce contro gli aggressori. Le epidemie non nascono per caso e neanche le guerre. In entrambi i casi, muoiono migliaia o milioni di persone e si fa spazio. è inutile prendersela con le imperscrutabili regole della Natura stessa.

Quanto precede, per ricordare che  il 31 ottobre è nato il settemiliardesimo abitante del pianeta. Siamo veramente tanti, per cui bisognerà inventarsi nuovi modi per produrre più alimenti e più energia verde. Bisognerà inoltre che i Paesi sottosviluppati limitino le nascite, come peraltro stanno facendo i Paesi emergenti, tra cui Cina e India.


Le crisi fanno parte dell’andamento della vita umana e delle aggregazioni di persone. Quella che si è abbattuta sul mondo occidentale nel 2008, seconda per importanza dopo quella del 1929, è stata causata dall’incapacità dei governi occidentali di imporre serie regole al settore finanziario, nel quale l’arbitrio di  speculatori e banchieri ha innescato il disastro che stiamo subendo.

L’Unione europea monetaria ha preso seri provvedimenti nei confronti dei propri diciassette partner, costringendoli a rientrare nei parametri del trattato di Maastricht, tra cui: non oltre il 3% di disavanzo annuale e non oltre il 60% del Pil sul debito pubblico. La ferrea stretta è stata la condizione perché la Bce acquistasse titoli del debito sovrano delle nazioni più traballanti (Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia). Nel nostro Paese la stretta si è trasformata in tagli della spesa pubblica nazionale e di quella di Regioni ed Enti locali.

Seguendo la filiera, siamo arrivati alla nostra Isola. Qui Governo e Assemblea regionale sono messi con le spalle al muro. Ma fanno i sordi, perché non procedono con immediatezza a tagliare il 50% del costo della politica, a cominciare dall’abrogazione della L.r. 44/65 che parifica l’Ars al Senato e i relativi vitalizi.
 
I tagli dovrebbero proseguire allineando il contratto dei dipendenti regionali a quello dei dipendenti delle altre Regioni. Un intervento di equità sarebbe quello di istituire un contributo di solidarietà sui pensionati della Regione, pari alla differenza tra il loro assegno e quello dei pari grado delle altre Regioni.
Ulteriore taglio della spesa pubblica riguarda il numero dei dipendenti di Regione ed Enti locali, che non può essere superiore a quello delle Regioni del Nord, paragonandolo al numero degli abitanti. Per esempio: tremila in Lombardia per dieci milioni di abitanti, ventunomila in Sicilia per cinque milioni di residenti.
Altrettanto risparmio scaturirebbe dalla trasformazione delle attuali Province regionali in Province consortili o Consorzi di Comuni.
 
Abbiamo fatto un succinto elenco di risparmi per fare emergere con chiarezza grandi risorse che servirebbero per co-finanziare i progetti alimentati dai fondi Ue.
L’assessore regionale all’Economia, Armao, sostiene che i vincoli del Patto di stabilità limitano il co-finanziamento dei progetti. È vero se egli non procede a fare i tagli prima elencati. è falso se, invece, procede come il buon padre di famiglia nella linea da noi indicata.
La domanda è: Armao e il Governo di cui fa parte è riformista o conservatore? Vuole mantenere i privilegi esistenti o vuole tagliarli, per distribuire risorse ai siciliani mediante l’apertura dei cantieri?
Siamo al punto di svolta. è incomprensibile che si appostino in bilancio nove miliardi e mezzo quale differenziale tra tutte le entrate accertate e tutte le spese impegnate. Il che, tradotto dal burocratese, significa che vi sono progetti per altrettanta somma, incagliati da una burocrazia malsana e corrotta e dalla mancanza di doverosa vigilanza degli assessori.
Tutti costoro dovranno rendere conto ai siciliani, a meno che la Regione nel suo complesso non dia un colpo d’ala e intraprenda la strada virtuosa della sana amministrazione e dello sviluppo.
Nov
03
2011
Prendiamo una famiglia, nella quale il padre e la madre lavorando procurano le risorse finanziarie necessarie al buon andamento della stessa. Per un errore di educazione,  quattro figli, che hanno sempre vissuto nel benessere, spendono più di quanto i genitori incassano.
Accortisi dello squilibrio, i genitori decidono di tagliare le spese fra cui quelle dei figli. I quali non solo dovranno rinunziare al superfluo, ma anche ad altro non più compatibile col bilancio.
Se i genitori facessero un referendum fra gli stessi figli sul taglio delle spese essi sarebbero favorevoli o contrari? Verosimilmente contrari. La stessa mossa ha fatto George Papandreou, annunciando il referendum per sottoporre la politica dei tagli a coloro che sono colpiti dai tagli medesimi. Come chiedere se al tacchino piace il Natale.
La questione non ha alcuna logica politica e sociale, vi sono altre questioni dietro.  

Innanzitutto, secondo la legislazione greca, il referendum non può essere proposto dal presidente del Consiglio, bensì dal Governo, cosa che non è avvenuta. Poi, deve seguire una procedura non breve per arrivare alla consultazione. Ma in un periodo di alcuni mesi la Grecia cadrebbe nel precipizio, andando in default e uscendo dall’euro con conseguenze disastrose.
La strada del referendum è verosimilmente sbarrata per cui si deve supporre che Papandreou abbia contato sull’effetto annuncio, con un’azzardata mossa di poker per fare pressione (o ricatto) sull’Unione europea. Perchè pressione? Per ottenere i prestiti necessari al salvataggio della nazione ellenica, senza che il Governo e il Parlamento siano costretti ad ulteriori sanguinosi tagli della spesa pubblica.
Vi è anche una questione interna alla Grecia e cioè che la maggioranza perde pezzi e forse non è più maggioranza. Un Papandreou debole di fatto ha bisogno dell’appoggio dell’Ue, ma non può ottenerlo se non fa ulteriori tagli. Sembra un circolo vizioso senza uscita. Ma la soluzione verrà trovata oggi stesso, giovedi, nella riunione del G 20.
Non è in gioco la sopravvivenza della Grecia nè la crisi dell’Italia, bensì l’Unione monetaria.
 
In questo quadro, l’Italia non è in cattive condizioni. Ha un risparmio elevato, la disoccupazione media nazionale migliore di quella di Germania e Francia, il Pil in leggera crescita, ma non in decrescita, le imprese che incrementano l’esportazione, i consumi stabili anche se non crescono. Cos’è che non va? Quel mostro del debito pubblico, cumulato da governi, che si costituivano dopo le elezioni col maledetto sistema elettorale proporzionale, per cui i cittadini non decidevano mai prima chi dovesse governarli. Tuttavia, in questi diciassette anni di sistema elettorale maggioritario, il debito pubblico si è incrementato ancora.
Con l’ultima versione del Patto di stabilità (25 marzo 2011), la questione dell’aumento del debito sovrano si è chiusa perchè i mercati e gli speculatori hanno capito che potevano guadagnare molto, sfruttando questa situazione.

Berlusconi ha continuato a sottovalutare la gravità della situazione e a rinviare le riforme richieste nella lettera della Bce del 5 agosto 2011. Anche lui, come Papandreou, ha scherzato col fuoco ed ora rischia di restarne bruciato.
Per fortuna, il capo dello Stato, con la sua autorevolezza morale, sta costringendo lo stesso Cavaliere, il riottoso Bossi e la parte riformista dell’opposizione, a convergere sulle immediate misure che blocchino la speculazione. In questo tragico momento non importa chi faccia il proprio dovere. Importa che lo si faccia.
È insulso continuare a chiedere le dimissioni di Berlusconi quando il Parlamento deve votare a giro di posta la trasformazione degli impegni calendarizzati dal Governo e che vanno anticipati oggi e non domani.
Berlusconi è alla stretta finale: prendere o lasciare. Se prende, dovrà approvare la più grande serie di riforme del dopoguerra. Se lascia, passerà allla storia come uno gnomo che sa raccontare barzellette, tutta apparenza e niente sostanza. Papandreou e Berlusconi: due personaggi che la storia ci dirà di che pasta siano fatti.
Set
30
2011
È notizia di questi giorni che sono stati effettuati i test definitivi per gli aerei, i cui motori non consumano kerosene, bensì olio di camelina.
La camelina sativa è una pianta a germinazione spontanea con fiori gialli di 5-10 centimetri. Si coltiva in terreni aridi fino a mille metri di quota. Da essa si ottiene olio biocombustibile per l’aviazione, con il taglio dell’emissione di CO2 del 30 per cento rispetto ai carburanti fossili.
Vi è un altro carburante verde, utile per fabbricare il biofuel. Si tratta della jatropha curcas, che vogliono coltivare in Sicilia. Ma la Regione prima ha negato i fondi Ue per la realizzazione di un impianto, con ciò impedendo lo sviluppo di un comparto agricolo del futuro, qual è quello del biocarburante, poi ha promesso di concedere una proroga al decreto autorizzativo per lo stesso impianto, come si evince dalle dichiarazioni pubblicate nelle pagine interne.
Gli aerei verdi sono diventati una realtà. Lufthansa e Klm hanno iniziato i primi collegamenti di linea tra Francoforte e Amburgo, Amsterdam e Parigi, cominciando ad utilizzare una miscela a metà tra kerosene tradizionale e biocarburanti.

Nel giugno scorso, sono stati effettuati i primi voli transatlantici con biokerosene da parte di due aerei americani: Gulfstream 450, con propulsore Rolls Royce, e Jumbo B747-8 cargo della Boeing, con motori General Electric. Entrambi hanno utilizzato carburante verde dalla camelina. Il nuovo combustibile è stato approvato dal Astn, ente americano che sovrintende ai nuovi carburanti. Secondo la Boeing, nel 2015 si potranno effettuare molti voli con utilizzo di green fuel solché l’agricoltura ne produrrà a sufficienza.
Tale carburante si può usare perché ha tre caratteristiche che può garantire: più basso punto di congelamento, più elevata stabilità termica,  maggiore potenziale energetico.
Il biofuel di seconda generazione si produce anche con altri prodotti vegetali: soia, mais, colza, grano, alga, ma può derivare anche riciclando l’olio delle fritture e il grasso del pollo, usando gli scarti e magari sfruttando l’erba.
L’alga offre una biomassa molto speciale e pregiata, perché contiene olio da cui si può ricavare biodiesel ma anche carboidrati da far fermentare per ricavarne etanolo, carburante molto diffuso in Brasile.
 
La questione, che deriva dall’approvvigionamento di materia prima verde, è sulla capacità del mondo agricolo di produrre a sufficienza quantità di piante necessarie per realizzare biocarburanti. Da queste colonne abbiamo più volte sollecitato la Regione a varare un piano di incentivi per coltivare tali piante, nei quattromila chilometri quadrati di terreno incolto.
Siamo certi che le associazioni degli agricoltori e gli stessi coltivatori affronterebbero con entusiasmo questa nuova e incentivante impresa, perché i loro prodotti sarebbero già collocati sul mercato. Infatti, parallelamente, la Regione dovrebbe concedere la proroga alle autorizzazioni per l’impianto di produzione di biodiesel a Priolo, richiesta da Ecoil e non ancora rilasciata dall’ente medesimo. Un ritardo ingiustificato e pernicioso perché di tutto ha bisogno l’economia siciliana tranne che di freni artificiosi che forse nascondono corruzione, politica o materiale.

Uno scienziato giapponese, Akinori Ito, ha inventato un elettrodomestico grande quanto un televisore, che si può usare anche in casa. Il macchinario consente di convertire un chilogrammo di plastica di scarto in circa un litro d’olio, con cui alimentare stufe e generatori o, mediante un processso di raffinazione, anche automobili.
In Malaysia, entro pochi mesi, aprirà il primo impianto al mondo per la produzione di bioetanolo, estratto da gusci di frutta diversa, tra cui la palma. Quaranta milioni di tonnellate di gusci vuoti, scarto della produzione di olio di palma, costituiranno materia prima a costo quasi zero per l’impianto che trasformerà i gusci in bioetanolo. Mentre fino ad oggi tali gusci venivano ammassati nelle discariche, con relativi pesanti costi di smaltimento.
Vi sono tante altre novità in materia, basta guardarsi in giro nel mondo e copiare quello che funziona. Ma la classe dirigente siciliana tutta non sa fare altro che lamentarsi, senza pensare che questo è l’unico sistema per affossare ancora di più la Sicilia. Invece, dovrebbe pensare a innovare e muoversi, senza attendere il Messia che non verrà.
Set
23
2011
La spesa pubblica in Italia, nel 2011, raggiungerà il 49,9 per cento del totale. Nella Grecia fallimentare raggiunge il 49,7 per cento, in Portogallo il 47,7 per cento, in Irlanda il 45,5, in Spagna il 42,9. Questi dati provengono dalla Commissione europea e indicano l’obesità delle istituzioni italiane che si mangiano la metà della spesa complessiva.
Questo è il nodo della questione. Fuggire dalla realtà, aumentando le imposte, come ha fatto questo Governo, significa portare la pressione  fiscale a 45,7 per cento, cioè quattro punti oltre la media europea.
Combinando i due dati si capisce perché la crescita del Pil italiano nel 2011 sarà inferiore allo 0,8 per cento e quella del 2012 intorno allo 0,2 per cento. Si tratta infatti di una manovra che sottrae risorse ai cittadini - i quali inevitabilmente spenderanno di meno nei consumi - e mantiene un livello di spesa corrente estremamente elevato, avendola sottratta a quella per gli investimenti. Anche in questo caso lo stallo è depressivo, perché genera assistenzialismo anziché produzione di ricchezza.

La prossima manovra che Governo e maggioranza attueranno nel mese di ottobre, per ottemperare alle indicazioni della Bce, la quale senza rigore non comprerebbe i titoli italiani, riguarderà esclusivamente il taglio della spesa pubblica, cioè la spesa corrente, non quella per investimenti.
Dovranno essere toccati i tabù delle pensioni di anzianità, dell’interesse sul debito pubblico, abbattendolo mediante la vendita di immobili, il taglio decisivo delle remunerazioni dei pubblici dipendenti, nonché l’eliminazione delle indennità a consiglieri comunali e circoscrizionali, e a deputati nazionali e regionali. Il Governo dovrà inoltre procedere allo smantellamento delle società pubbliche locali, le quali pagano fra amministratori e revisori oltre 40 mila persone del tutto inutili alla produzione dei servizi.
Se tali servizi fossero affidati a imprese, mediante bandi di gara di evidenza pubblica, costerebbero infinitamente di meno e sarebbero più efficienti. Certo, in questo caso, occorrerebbe attrezzare le istituzioni con opportuni organi di controllo, che dovrebbe essere tassativo.
 
Vi è poi un’altra questione, che non viene riportata sovente sul tavolo e, cioè, la qualità della spesa pubblica. E per qualità noi intendiamo la sua produttività. Ciò significa che a ogni euro speso deve corrispondere più di un euro di servizio prestato, per l’effetto moltiplicatore di una sana ed efficiente organizzazione. Questo meccanismo virtuoso diventerebbe la base per remunerare dipendenti e dirigenti pubblici, anche premiandoli per gli obiettivi che via via raggiungono. 
Nella remunerazione dei dipendenti pubblici, almeno in quelli siciliani, vi è un aspetto che ha del ridicolo. Una parte dei compensi annuali è subordinata al raggiungimento degli obiettivi. Il fatto è che anche quando essi non vengono raggiunti il cosiddetto premio viene erogato ugualmente. Si tratta di una palese iniquità, non giustificabile in alcun modo, che ha un ulteriore effetto negativo: quello di diseducare i cittadini, i quali si sentono presi in giro perché i loro quattrini vengono gettati al vento e anche perché si diffonde un principio antimeritocratico.

Vi sono molti metodi per valutare la produttività della spesa pubblica. L’organizzazione è una scienza che ne prevede tantissimi, trasferiti nel controllo di gestione, noto ai professionisti di questo ramo. Ricordo che il controllo di gestione obiettivo si fa nelle aziende private, in quelle pubbliche e nella pubblica amministrazione, solo che in quest’ultima il controllo è meramente formale e non riguarda il rigoroso rapporto fra obiettivi fissati e risultati raggiunti.
Mancando questo controllo, è impossibile valutare l’opera di chi ha prestato il proprio lavoro professionale, dal che ne consegue che tutti sono uguali, venendo meno la graduatoria che si sgrana fra il primo e l’ultimo di ogni situazione.
La questione è semplice ed è inutile girarci intorno. Chiunque apra la bocca per emettere fiato danneggia la collettività. Lo fa perché è in malafede o ignorante, ma il risultato è il medesimo. Cincischiare ancora sulla produttività della spesa pubblica è delinquenziale.
Set
01
2011
Un falso dilemma agita l’Italia per effetto del Dl 138/2011, terza Manovra estiva di Tremonti nell’anno corrente. Riguarda il taglio previsto di 36 (poi divenute 29) Province su 110 in totale, seguendo un criterio quantitativo, non rispettoso di necessità dei territori ed anche di usi e tradizioni. L’articolo 114 della Costituzione prevede l’istituzione di Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni ma, ovviamente, non precisa quali forme debba avere ciascuno di codesti enti, né come essi debbano essere istituiti e neppure su quali territori debbano agire.
Tutto ciò andava disciplinato con legge ordinaria. Ed infatti il Parlamento approvò la legge n. 122/1951 con cui ha istituito gli organi elettivi. Con il rientro di Trieste in Italia, già nel 1954, si contavano ben 92 Province. Ma con successive leggi ne sono state istituite altre, fino a raggiungere il macroscopico numero di 110. Fra esse ve n’è addirittura una che ha appena 58 mila abitanti (Ogliastra). Così come sono state istituite, le Province possono esser cambiate nella forma. La questione riguarda il costo dei loro apparati politici e burocratici.

È su di essi che dev’ essere abbattuta la scure dei tagli, non sulle Province in quanto tali. C’è una soluzione a questa possibilità? C’è, è semplice, basta che il Parlamento abbia voglia di attuarla. Di che si tratta? Di quanto propone l’articolo 15 dello Statuto siciliano. Il quale prevede che i Comuni possano accorparsi in un ente intermedio sotto forma di Consorzio di Comuni che nessuno vieterebbe di chiamare Province consortili.
Basta modificare la citata legge ordinaria, per consentire ai Comuni di aderire, liberamente, ma obbligatoriamente (nel senso che non possono restare fuori), alle Province consortili. La modifica avrebbe il pregio di abbattere il costo degli apparati perché il Consorzio graverebbe sui bilanci dei Comuni, in proporzione al numero di abitanti, con ciò mandando a casa consiglieri, assessori e presidenti, risparmiando tutte le relative indennità. Studi diversi hanno concordato che tali risparmi potrebbero ammontare a circa 5 miliardi.
Lasciando piena libertà ai Comuni di accorparsi come meglio credono, l’istanza proverrebbe dal territorio. Ogni cittadino avrebbe a carico una quota uguale per la Provincia consortile e potrebbe controllare se i propri sindaci operano bene o male nell’ambito dell’ente di secondo grado.
 
Le Province consortili così costituite entrerebbero in vigore con le prossime elezioni comunali, perché quelle provinciali sarebbero abolite, con ulteriore risparmio di costi amministrativi. 
Chi non vuole fare una riforma così semplice peschi nel torbido e agiti gli spettri di una falsa democrazia, per salvare la casta formata da consiglieri, assessori e presidenti provinciali che, con la soluzione da noi prospettata, sarebbero sostituiti dai sindaci dei Comuni consorziati, ovviamente a costo zero, neanche quello relativo al rimborso spese.
La soluzione, inoltre, non imporrebbe dall’alto la riduzione del numero delle Province, in quanto consentirebbe ai Comuni di mettersi insieme secondo i propri interessi. Al limite, le Province potrebbero anche aumentare di numero, ma sarebbe errato.
Anche per quanto riguarda i Corpi dello Stato (Comandi delle Forze dell’Ordine e Prefetture), nulla vieterebbe che avessero giurisdizione per più Province consortili.

La soluzione per la Sicilia è ancora più semplice perché, come prima indicavamo, è nello Statuto. Sorprende che venticinque anni fa l’Assemblea regionale approvò l’incostituzionale legge (9/86), che stranamente passò anche il vaglio del commissario dello Stato dell’epoca e che nessun Governo successivo ha ritenuto di modificare nel senso previsto dallo Statuto.
Sorprende ancor di più che il presidente Lombardo, nonostante abbia diverse volte dichiarato l’abolizione delle Province attuali per sostituirle con i Consorzi di Comuni, a distanza di 40 mesi da quando si è insediato, non abbia ancora depositato il relativo Disegno di legge presso l’Ars.
Un ritardo colpevole che non ha spiegato ai siciliani, perché se l’avesse fatto avrebbe avuto un consenso generale. Ma, si sa, è più difficile accontentare chi non ha voce (appunto, i siciliani) che scontentare le carneadi partitocratiche che pullulano nelle Province siciliane incostituzionali, che assorbono parassitariamente risorse pubbliche. Come se fosse scritto in qualche posto che il seggio conquistato debba essere equiparato ad un posto di lavoro per i senzamestiere.
Ago
25
2011
Abbiamo finito di scherzare. Lo tsunami del Patto di stabilità, dei decreti legislativi attuativi del federalismo e le pesantissime manovre, (la prima L . 98 del 6 luglio, la seconda L. 111 del 15 luglio, la terza dl n. 138 del 13 agosto) costringeranno Lombardo, la sua maggioranza e l’opposizione a trovare un accordo immediato per allineare i conti della Regione al nuovo rigore dal quale non si può prescindere.
Il rigore significa tagliare, senza guardare in faccia nessuno, i privilegi, le indennità, le spese parassitarie e quant’altro ma non eliminando le spese per i servizi sociali. Giù gli apparati, su i servizi per i cittadini, questa dev’essere la nuova filosofia di Lombardo e dei 90 deputati.
A proposito dei quali, ribadiamo per l’ennesima volta che essi debbano riunirsi e cominciare a lavorare alacremente da subito. In questo senso rivolgiamo un pressante invito a Francesco Cascio, presidente, e a tutti i capigruppo dell’Ars, perchè capiscano che la situazione è gravissima e occorre somministrare immediatamente le adeguate medicine.

Tagliate le spese inutili, più volte elencate dettagliatamente e puntigliosamente sulle pagine del QdS, per un risparmio complessivo di 3,6 miliardi di euro, il passo successivo è quello di progettare la crescita economica e la creazione di 100 mila posti di lavoro nei 24 mesi residui della presente legislatura.
Perché ciò avvenga, occorre mettere la Sicilia a sistema, vale a dire sfruttarne tutte le potenzialità, che sono enormi, vendere tutte le possibilità di investimento all’estero, magari facendo una rapida presentazione nelle principali Piazze economiche del mondo (con roadshow a Pechino, Tokyo, New York, Berlino, Oslo, Singapore, Hong Kong, Nuova Delhi, Boston e via elencando) con una delegazione pilotata da Lombardo e affiancata da manager nazionali e internazionali di altissimo livello, che debbono realizzare in Sicilia tutte le condizioni di snellezza e rapidità burocratica che si andrebbero a reclamizzare nel corso delle presentazioni nelle Piazze.
Questo è il nodo della questione. Se Lombardo non è in condizione di impegnarsi personalmente affinché la burocrazia regionale evada le richieste degli investitori in 30 giorni e non in 30 mesi, è meglio che se ne stia in vacanza e faccia bruciare la Sicilia.
 
Non è solo l’ente Regione a doversi mettere le carte in regola, ma tutti i 390 Comuni che, secondo l’impegno del Presidente, dovranno riunirsi in pochi mesi in Consorzi di Comuni, trasformando la scellerata legge 9/86 che ha istituito incostituzionalmente le Province regionali come enti politici.
Anche i 390 Comuni debbono sistemare i propri conti, tagliando spesa corrente e indennità e girando le risorse così recuperate ad investimenti, soprattutto in opere pubbliche, in modo da utilizzare subito e in toto i fondi europei.
Perché accada quanto precede sono necessarie tre condizioni strutturali: l’istituzione del Piano aziendale, la certificazione delle procedure da parte dell’Unione europea e il controllo eseguito da società di certificazione, iscritte alla Consob, non più da revisori nominati perché espressione di questo o di quel partito politico quindi, inevitabilmente, non obiettivi e non responsabili. Senza queste tre condizioni, il sistema Sicilia non parte.

Lombardo deve mettere sotto pressione i quattro dirigenti generali che gestiscono i corrispondenti centri di spesa Ue, perché è inaccettabile che dopo quattro anni di Po (2007/10) la spesa che doveva essere effettuata per il 60 per cento è ancora bloccata a un decimo. Un’autentica vergogna per i dirigenti generali che si sono succeduti e per i Governi regionali che hanno dato loro copertura.
In una regione che ha bisogno di liquidità finanziaria come i viventi hanno bisogno dell’ossigeno, è un delitto politico e burocratico non dare questa liquidità (ossigeno) e mantenere in una condizione di semi-asfissia l’economia siciliana e gli oltre 230 mila disoccupati (in parte non veri) che comunque chiedono solo di lavorare.
Su questo punto, tuttavia, confermiamo le nostre perplessità. Infatti, molti di essi cercano uno stipendio e non un lavoro, non fanno nulla per formarsi le necessarie competenze utili al mercato siciliano e, in questo versante, ha ulteriore gravissima colpa ha la formazione regionale, un’autentica macchina che ha dilapidato i nostri soldi.
Ago
17
2011
Venerdì 29 e sabato 30 luglio i bollettini di guerra dei trasporti ci hanno comunicato che ben 11 milioni di italiani si stavano muovendo per andare nei luoghi prenotati ove trascorrere le ferie. Oltre un sesto della popolazione in movimento crea un danno all’economia indescrivibile, perché concentra in un periodo relativamente breve (un mese) decine di milioni di persone al mare, in montagna o nelle città d’arte, località che poi si svuotano nei sei mesi a cavallo dell’anno.
Tutti i Governi succedutisi nel dopoguerra sono stati impotenti ad affrontare la questione di fondo: destagionalizzare le ferie.
La responsabilità di quanto descritto è in primo luogo dell’industria, a cominciare dalla Fiat, perché chiude nelle rituali quattro settimane di agosto. Con essa, tutte le aziende dell’indotto e quelle altre del settore industriale che seguono questa infausta tradizione. Un malvezzo che nessun Governo e nessun sindacato hanno tentato di contrastare.

Un malvezzo che non c’è in alcun Paese d’Europa, ove si lavora per dodici mesi e ove ogni impresa adotta un’apposita organizzazione per consentire a tutti i propri dipendenti di andare in ferie, ma a rotazione, in modo da mantenere in piedi l’attività senza alcuna interruzione.
In Europa, persino le scuole iniziano anche il primo di agosto. Qualcuno dirà che in Italia e nel Sud non sarebbe possibile per ragioni climatiche. Si risponde che basterebbe climatizzare le scuole perché esse possano risultare idonee già il primo settembre dopo la chiusura del 31 di luglio, facendo anche attività diverse da quelle didattiche, per dare sollievo a tante mamme e a tante famiglie danneggiate dal lungo e ingiustificato periodo di chiusura delle scuole medesime.
Per fortuna, vi è una gran parte di imprese che funziona a ciclo continuo: pensiamo alla grande distribuzione, ai servizi di trasporto, a quelli sanitari e via enumerando. Tutti questi dimostrano che si può lavorare dodici mesi l’anno, h24 per sette giorni.
La chiusura delle imprese per tutto il mese di agosto crea anche un danno al Pil, anche se favorisce il loro conto economico. Ma l’interesse privato non dovrebbe mai superare quello generale.
 
Nel settore pubblico i servizi non si fermano, ad eccezione di quello giudiziario, che ha una sospensione normale di ben 45 giorni e, cioè, dal primo di agosto al 15 settembre. Anche se, durante questo periodo, alcune attività d’urgenza vengono svolte.
Oltre 200 mila avvocati e circa 60 mila dipendenti della branca amministrativa vanno in ferie nel mese di agosto, creando i disagi cui prima si accennava. Non si capisce perché la giustizia, insieme alle scuole e all’industria manifatturiera, non debbano funzionare tutto l’anno senza chiusure.
Si potrebbero prevedere incentivi per i dipendenti che utilizzino le ferie nel semestre a cavallo dell’anno, per esempio quello di dare loro più giorni, togliendoli agli altri che pervicacemente vanno in ferie nel semestre centrale. Insomma, una leva negativa o positiva per indurre a non concentrare le ferie in agosto.
Ma tutto questo sarebbe inutile se le attività di Scuola (e Università), Giustizia e settore manifatturiero chiudessero. Funzionerebbe, invece, se esse funzionassero.

È difficile cambiare ataviche abitudini, che costano al Paese in termini di disservizi e di mancato Pil. Tuttavia un Governo deve riformare tali abitudini e tali meccanismi se vuole migliorare le performances economiche.
Non si capisce perché un servizio pubblico come quello delle farmacie debba avere la strozzatura delle ferie chiudendo gli esercizi. Le farmacie, proprio per la loro importanza fondamentale per la sanità del Paese, non dovrebbero chiudere mai, procedendo come altri servizi prima indicati alla rotazione del personale.
I tassisti non si fermano, i treni non si fermano, gli aerei volano giorno e notte e le navi attraversano il mare senza sosta. Gli alberghi restano sempre aperti, salvo quelli di località stagionali costretti a chiudere per il malvezzo prima indicato.
Chiudere in agosto è un’usanza barbarica, mentre avremmo bisogno di passare ad un’usanza civile. E noi abbiamo bisogno di civiltà, non di barbarie.
Ago
10
2011
La manovra approvata dal Parlamento quasi all’unanimità (quarta estiva di Tremonti) ha il grosso difetto, come abbiamo scritto più volte, di tagliare appena due miliardi per il corrente anno, solo cinque miliardi per il 2012 ed il resto nel 2013 e 2014. Ma la furbata non ha sortito effetto perché la Bce ha di fatto commissariato l’Italia, imponendo l’anticipo della manovra. Berlusconi, di fronte all’aut aut non ha potuto fare altro che comunicare al popolo italiano: obbedisco!
La scorsa settimana è stata tragica perché gli investitori hanno fatto abbassare il corso dei titoli italiani, facendo ampiamente superare il rendimento oltre il 6 per cento. L’unica via di salvezza era l’acquisto dei bond italiani da parte della Bce. Quest’ultima ha dichiarato la sua disponibilità all’acquisto in presenza dell’anticipo della manovra. Ed ecco che il cerchio si è chiuso. L’operazione è stata pilotata dal presidente francese, Sarkozy, e dalla cancelliera tedesca, Merkel.

Nelle aste di queste settimane, i Btp decennali hanno offerto un rendimento superiore al 5 per cento, con una differenza dai Bund tedeschi di oltre 400 punti base, il che significa di oltre il 4 per cento. I tassi così elevati, che costituiscono una remunerazione necessaria agli investitori per comprarsi i titoli di Stato italiani (equivalenti a cambiali), hanno un riflesso micidiale sui conti dello Stato.
Il ministero dell’Economia stima che gli aumenti dei tassi comporteranno una maggiore spesa, nell’anno corrente, di oltre tre miliardi. Avendone tagliati poco più di due, possiamo tranquillamente affermare che  gli interessi sui Btp si sono mangiati la manovra.
Il circolo vizioso del disavanzo annuale, che si somma al  debito pubblico (Bankitalia comunica che esso è aumentato di ben 70 miliardi nel periodo maggio 2010-maggio 2011) genera ulteriori interessi, i quali fanno aumentare il disavanzo.
Non c’è che un modo per tagliarlo e riguarda la decurtazione del medesimo debito sovrano con operazioni straordinarie. Il risultato sarebbe quello di abbattere gli interessi passivi, con il vantaggio di avere un grosso avanzo, dopo averli coperti, e a sua volta, facendone diminuire il totale.
 
S’instaura così un circolo virtuoso: meno debito, meno interessi, più avanzo, ulteriore abbattimento del debito pubblico. Perché esso funzioni è, ovviamente, necessario sistemare in maniera efficiente, ordinata e organizzata, tutta la macchina burocratica dello Stato nei suoi vari livelli, sostenendo solo le spese strettamente necessarie per produrre i servizi di cui hanno veramente bisogno cittadini e imprese.
Eliminando il superfluo, il parassitismo e ogni altro onere derivato dalle corporazioni,  si possono liberare cospicue risorse per la costruzione di opere e per sostenere l’apparato produttivo, nonché attrarre investimenti da tutto il mondo, stante che vi sono moltissimi gruppi imprenditoriali tentati di investire in Italia, a condizione di avere a che fare con una burocrazia snella e pronta. Questa è la condizione essenziale perché vengano ad investire da noi.
La marcia in più che dovrebbe avere la Sicilia consisterebbe in una burocrazia ancora più snella e già  pronta.

Di fronte a queste urgenze, assistiamo ad un ceto politico indifferente che programma le proprie ferie come se nulla fosse, come se la casa non stesse bruciando, rinviando a settembre l’inizio della discussione, non l’adozione dei provvedimenti. Infatti, Camera e Senato hanno stabilito le proprie ferie dal 5 al 29 agosto (24 giorni di fila), l’Assemblea regionale siciliana dal 5 agosto al 13 settembre (ben 38 giorni). Fare gli auguri a tutti i parlamentari che si godranno le meritate vacanze non sembri uno sberleffo, ma sperare che al loro ritorno non trovino la casa in cenere.
Esempio di ben altro livello sarebbe stato se Camera, Senato e Ars avessero ridotto le ferie alla sola settimana di Ferragosto e messo in cantiere i provvedimenti indispensabili per spegnere l’incendio.
Tout passe, tout lasse,  tout casse... e tout se remplace, dicono i francesi. Altri pensano che la vita continui ed altri ancora che sia inutile preoccuparsi, tanto si dovrà morire. Non siamo d’accordo. Ognuno di noi, vivendo in una Comunità, ha precisi doveri e precise responsabilità cui deve far fronte senza esitazione. Dimenticandoli, dimentichiamo di vivere.
Ago
04
2011
Lunedì 1 agosto il governo degli Stati Uniti ha risolto il problema del debito pubblico, 14.200 mld di dollari rispetto ai 14.624 del Pil (fonte Ocse, 2010), evitando così la dichiarazione di decozione. è noto a tutti che la partita non è stata di carattere economico-finanziaria, bensì politica. La guerra che hanno scatenato i repubblicani contro il presidente Obama ha come obiettivo la sua mancata prossima rielezione, come accadde al 41° presidente degli Stati Uniti, George Bush padre, il quale fu sconfitto al secondo mandato dal democratico Bill Clinton.
Mentre si è giocata questa difficile partita, il Paese nordamericano è stato sull’orlo della decozione anche se non ha raggiunto i livelli dell’Italia. Il limite massimo del debito pubblico è fissato per legge, ma ricordiamo, che tre presidenti degli Usa hanno elevato tale limite di volta in volta sino a raggiungere quello attuale.
La questione è stata di difficile soluzione, ma riteniamo che essa sia arrivata, perché il popolo americano ha fatto un’enorme pressione sul Congresso mediante mail e telefonate, affinché il buon senso prevalesse e si raggiungesse l’accordo tra il partito democratico al governo e quello repubblicano all’opposizione, chiudendo così una vicenda, diventata penosa. 

Se Atene piange, Sparta non ride. L’Ue ha i suoi problemi anche derivanti dalla debolezza della moneta americana, perché un euro forte penalizza le esportazioni, mentre, d’altra parte, subisce la pressione dei prodotti a basso prezzo che provengono dai Paesi emergenti, come Cina e India. Peraltro in Europa, l’area euro è limitata a 17 membri su 27, perché non tutti hanno trovato convenienza a inserirsi nello scudo monetario europeo. Per esempio, la Gran Bretagna che, nonostante abbia mantenuto la propria moneta, riesce a tenere in buon equilibrio i propri conti e beneficia del periodo thatcheriano in cui furono liberalizzati i servizi in favore dei cittadini con l’aumento della concorrenza, e privatizzati quasi tutti gli enti pubblici, sanità compresa.
La Norvegia, colpita dal grave attentato dei giorni scorsi, addirittura è voluta restare fuori dall’Unione europea. Ma quel Paese, grande un quarto più dell’Italia, ha una popolazione di appena 5 milioni di abitanti, quanti quelli della Sicilia, e ricchezze naturali e petrolio in abbondanza.
 
Di fronte alle debolezze dei due colossi, Usa ed Europa, i Paesi in via di sviluppo crescono senza sosta e acquisiscono aziende occidentali oltre che titoli di Stato con importi elevatissimi. Il che comporta che essi hanno nella propria facoltà la possibilità di condizionare Usa e Ue.
Lo scenario mondiale è così stravolto perché i forti di una volta stanno diventando deboli e i deboli, forti. In questo passaggio di poteri vi è lo stato di fibrillazione e di debolezza dell’intera economia mondiale di cui fanno le spese i Paesi del terzo mondo, ove la povertà regna sovrana, senza la speranza di poter essere sostenuti dai cosiddetti Paesi ricchi che stanno attraversando un guado particolarmente pericoloso.
Guardando indietro, e molto lontano, ci accorgiamo che nei millenni l’uomo ha sempre avuto periodi negativi, con morti e feriti, ma poi li ha superati. Fra questi, indichiamo le due guerre mondiali che hanno bruciato milioni di vite e infinite risorse economiche, sottratte all’aiuto che si poteva dare alle popolazioni povere.

Guardando il mondo come se ci trovassimo su un satellite, significa astrarsi dalla superficie terrestre ed avere una cognizione complessiva di come vanno le cose.
Certo, la nostra pochezza ed infinitesima dimensione ci rendono difficile questa visione. Tuttavia dobbiamo sforzarci di guardare ad ampio spettro quello che accade, augurandoci che sempre e comunque il buon senso prevalga. In effetti, spesso, i guai si moltiplicano perché fra gli uomini c’è malafede, egoismo e cattiva volontà. Se prevalesse la cooperazione e la collaborazione fra i governi dei popoli, molti problemi si potrebbero risolvere, mentre rimangono irrisolti.
Finché esisterà l’uomo vi saranno turbolenze, ma gli uomini di buona volontà debbono mantenere i nervi a posto e tentare di fare prevalere la ragione sulla forza. Non sempre ci si può riuscire, ma bisogna essere consapevoli di questa necessità, in modo da ridurre al minimo gli effetti negativi dell’egoismo. La realtà non va nascosta, ma affrontata con onestà.
Lug
20
2011
La quarta manovra estiva di Tremonti, per complessivi 70 miliardi di euro, contiene molte iniquità. La prima riguarda la Casta politica, che ancora una volta è uscita indenne dalla tosatura urgente e indispensabile. Il giochino illusionistico che ha presentato il ministro, Roberto Calderoli, di riforma costituzionale è del tutto ininfluente sulla gravità della situazione finanziaria del Paese, stante che potrebbe produrre gli effetti tra molti anni.
La seconda iniquità è il possibile aumento sulla più odiosa imposta che c’è in Italia, unico Paese al mondo ad averla istituita, e cioè l’Irap. L’imposta è odiosa perché si paga sul costo del lavoro e sul costo della ricerca, con ciò penalizzando il primo e la seconda.
La terza iniquità riguarda quella simpatica definizione contributo di solidarietà. Ma esso colpisce una fascia ridotta di ricchi e precisamente col 5 per cento su pensioni da 90 mila euro e col 10 per cento su pensioni da 150 mila euro, mentre avrebbe dovuto intervenire sulle pensioni da 40 mila euro in su.

È vero che Camera, Senato e Quirinale hanno bilanci autonomi, ma è anche vero che le risorse dei cittadini ad essi destinate possono essere ridotte di una certa percentuale per poi lasciare ai vertici di quelle istituzioni il compito di spalmare i tagli secondo la propria autonomia. Camera, Senato e Quirinale costano oltre due miliardi. Basterebbe diminuire il finanziamento del 25 per cento per risparmiare 500 milioni. Non occorre una legge costituzionale per far ciò.
Trasformare le Province in Consorzi di Comuni significa abbattere altri 7 miliardi circa, dal momento che le spese di manutenzione rimangono. Anche in questo caso non occorre una legge costituzionale perché basta sostituire la vecchia legge istitutiva delle Province, la n. 122/51, cambiando la forma da istituzione elettiva a istituzione consortile, basata sui Comuni che la compongono volontariamente.
Ricordiamo che l’art. 119 della Costituzione mette al primo posto nell’ordine delle istituzioni i Comuni, continua con le Province, le Città metropolitane e le Regioni, secondo il principio generale della sussidiarietà.
 
Prosegue il citato articolo 119 stabilendo che gli enti indicati in sequenza hanno risorse autonome. Stabiliscono ed applicano tributi ed entrate propri... Quindi, ogni Ente locale deve autoamministrarsi e far fronte ai bisogni per la produzione di servizi e la realizzazione di opere pubbliche attraverso le proprie entrate. Tuttavia, recita ancora l’art. 119, per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per promuovere gli squilibri economici e sociali... lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.
Invece di applicare testualmente la Costituzione, sindaci e presidenti di Regione si sono trasformati in mendicanti che continuano a questuare trasferimenti dallo Stato anziché gestire con capacità professionale e intelligenza il proprio ente, basandosi, in primis, sulle proprie entrate inserite in un Piano aziendale organizzato. Nei prossimi giorni pubblicheremo un Piano aziendale tipo.

Regioni ed Enti locali devono invertire il loro funzionamento. I propri vertici istituzionali devono trasformarsi da viziosi in virtuosi e gestire le proprie amministrazioni con criteri di efficienza nell’esclusivo interesse dei propri cittadini. Guai a coloro che insisteranno pervicacemente su una linea che li porterà nel baratro. Non c’è più spazio per le attività clientelari, non c’è più spazio per la corruzione estesa.
La festa è finita: Governo, maggioranza e opposizione non hanno margini di manovra. Debbono attuare il ferreo Patto di stabilità del 25 marzo 2011 trasferendolo nel Patto di stabilità interno a Regioni e Comuni, ferma restando la salvaguardia nei confronti di quegli enti virtuosi i cui parametri consentono loro di spendere per investimenti.
Tutto il Mezzogiorno dovrà fare un esame di coscienza e abbandonare il comportamento questuante della mano tesa. Campani, pugliesi, siciliani, calabresi, abruzzesi, sardi e lucani dovranno dissotterrare il proprio orgoglio e ricordarsi del glorioso passato, dandosi da fare e non aspettando la manna che non arriverà più.
Lug
07
2011
L’Unione europea e l’Ocse hanno dato il placet alla Manovra senza averla letta. O hanno la sfera di cristallo, oppure il Governo, in via riservata, gliel’ha trasmessa. Il placet europeo sostiene l’azione di Governo ma, ovviamente, non entra nei meccanismi interni. Ai valutatori europei basta controllare le macrocifre che vadano nella direzione del pareggio di bilancio del 2014. Ma, all’interno della manovra, vi sono insufficienze ed iniquità che la Sinistra non ha rilevato, mentre ha usato argomenti demagogici e populisti.
La prima iniquità riguarda il fatto di avere caricato l’anno in corso con tagli inferiori ai due miliardi, il prossimo con tagli sui cinque miliardi, per poi caricare sugli esercizi 2013 e 2014 i tagli di 20 miliardi per anno. Come dire che questo Esecutivo dovrà affrontare l’anno delle elezioni (2013) con la prospettiva di ulteriori sacrifici per i cittadini, lasciando a chi vincerà le elezioni il compito di realizzarli.

La seconda iniquità riguarda il rinvio del taglio dei costi della politica, di cui vi facciamo un breve campionario. Premesso che la riduzione dei parlamentari riguarda la successiva legislatura, in quanto ha bisogno di una riforma costituzionale dai tempi lunghi, oggi, invece, si possono tagliare a mo’ di esempio il costo di Camera, Senato e Quirinale, indennità e prebende varie dei parlamentari, dei consiglieri regionali, comunali, provinciali e circoscrizionali, ancor più di quel misero 10% effettuato dal 1° gennaio 2011.
Sulla questione delle Province c’è un equivoco grossolano. Esse sono previste dall’articolo 114 della Costituzione che però non disciplina la loro forma. Per questo interviene la legge n. 122/51 che ha previsto dei baracconi con consiglieri, assessori, presidenti di apparati che costano oltre 11 miliardi. Non tutti superflui, perché circa la metà riguardano spese necessarie per l’attività dell’ente intermedio. Ma l’altra metà, circa 5 miliardi, è uno sperpero conseguente al clientelismo perché di questa forma dell’ente Provincia si può tranquillamente fare a meno.
Infatti, lo Statuto siciliano, all’articolo 15, dà una precisa indicazione: le Province si costituiscono sotto forma di consorzi di Comuni che si aggregano liberamente.
 
Tali consorzi sono ovviamente a carico degli enti che li hanno costituiti, i consiglieri sono i sindaci, fra i quali si scelgono gli assessori e il presidente. Tutti a costo zero: ecco come si risparmiano i 5 miliardi.
Nel programma del governo Berlusconi era prevista l’abolizione delle Province. Una previsione sbagliata perché l’ente intermedio è necessario per coordinare i servizi sovracomunali, tra cui per esempio raccolta, smaltimento e utilizzazione dei rifiuti solidi urbani mediante appositi impianti industriali di produzione di biogas ed energia.
La vera azione al riguardo sarebbe quella di trasformare, con apposita legge, la forma delle attuali Province in, appunto, Consorzi di Comuni. Ma, mentre l’azione del governo nazionale dovrebbe ribaltare la citata legge, per la Sicilia, trasformare la legge vigente sulle Province (n. 9/86) è obbligatorio, in modo da allineare la forma dell’ente a quella prevista dallo Statuto, appunto Consorzi di province. 

Vi sono poi alcune insufficienze gravi nella Manovra. Per esempio, non avere affrontato la questione delle liberalizzazioni che hanno tutte costo zero. Il grido di dolore dell’ottimo presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, è una testimonianza di tale insufficienza. Ricordiamo che le liberalizzazioni non hanno costi finanziari, ma costi politici, perché le corporazioni che intendono mantenere i privilegi hanno una forte capacità di pressione sul Governo.
Monopoli, come quelli degli ordini professionali, delle società a controllo pubblico nazionale, regionale e locale, delle reti nazionali di trasporto di elettricità su ferro e del gas. I monopoli costituiscono i colli di bottiglia che frenano la crescita del Paese.
La manovra è anche insufficiente perché non interviene sulla spesa pubblica che, secondo il neo ministro Saverio Romano, va tagliata col macete. L’ultima insufficienza riguarda il mancato taglio del rimborso dei partiti.
Appena leggeremo i 39 articoli vi daremo conto piu in dettaglio della filosofia attendista, delatoria e insufficiente di Tremonti che passa per rigorista ma fa il furbo.
Giu
15
2011
Il 2011 prevede un incremento del Pil, nel Nord-Est, del 2,1%, mentre il Sud rimane quasi fermo (0,2%). Cosicché, la media nazionale dell’incremento del Pil, se tutto va bene, sarà dell’1%, all’incirca 15 miliardi. La Sicilia, anch’essa, avrà un incremento del Pil inferiore a quello della media nazionale, forse vicino allo zero. Un trionfo per chi ha avuto responsabilità, in questi ultimi anni, di guidare la macchina regionale.
Per favore, non ci venite a parlare della crisi del 2008, che in Sicilia non ha avuto alcun effetto dal momento che la nostra Isola era già abbondantemente in crisi.
In questi tre anni non sono stati aperti i cantieri delle opere pubbliche, anzi sono crollati gli appalti; non è stato fatto un progetto che mettesse a profitto i beni naturali e culturali; non è stato tracciato né realizzato un progetto per l’incremento del turismo, con il vergognoso risultato di avere meno presenze della piccola isola di Malta; non è stato progettato e realizzato un disegno per l’energia alternativa (vegetale e solare). In compenso, si è discusso del dannosissimo rigassificatore di Priolo, ove si è verificato un piccolo disastro ambientale, e sono stati mantenuti incolti 4 mila chilometri quadrati di territorio.

Quanto precede, pur avendo abbondanza di risorse finanziarie, nonostante le menzogne che vengono dette. Vi spieghiamo perché: nel settennio 2007-2013 sono a disposizione della Regione ben 18 miliardi di euro, tra fondi europei, statali e regionali. La Regione si è occupata, dissennatamente, di aumentare la spesa corrente: assumendo personale, finanziando l’inutile formazione professionale che ha funzione clientelare, corrispondendo decine di milioni di contributi a destra e a manca, mantenendo gli stipendi dei propri dipendenti e pensionati a un livello nettamente superiore degli statali, e via enumerando. Per cui, non sono rimasti nemmeno gli occhi per piangere, ovvero le risorse per co-finanziare le opere.
Un risultato eclatante: pagare stipendi, indennità e aumento della dannosa spesa corrente è stata la politica di questo Governo, contraria all’interesse dei siciliani che era quello di aprire i cantieri. Un comportamento deleterio che stiamo scontando duramente e che sconteranno le future generazioni.
 
Se Atene piange, Sparta non ride. Il Divino Giulio numero due (il primo era Andreotti) è messo in croce da Berlusconi e Bossi che gli chiedono di abbassare le aliquote. Giornalisti incompetenti trascrivono questo principio, mentre dovrebbero spiegare all’opinione pubblica che i due non chiedono al ministro delle Finanze di abbassare la pressione fiscale, impossibile per l’obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014, bensì di trasferire il peso fiscale dalle imposte dirette (persone) a quelle indirette (cose).
In effetti, vi sono tanti prodotti su cui l’Iva grava per il 4% e il 10%, mentre in Europa per gli stessi l’Iva è al 6% e all’11%. In alcuni Paesi d’Europa è prevista l’aliquota del 21%, per cui aumentare la nostra di un punto non sarebbe una distorsione. Il trasferimento delle imposte dirette all’Iva potrebbe aumentare la no tax area, cioè la fascia non tassata, e diminuire le aliquote sulle fasce più basse di reddito a invarianza della pressione fiscale.
Per quanto riguarda le imprese, il guaio non sono le aliquote Ires e Irap, sopportabili, ma le numerose e vessatorie cosiddette riprese fiscali, che fanno pagare le imposte anche alle imprese in perdita.

La parte più dolente della manovra, che Tremonti si appresta a varare entro questo mese mediante il solito Decreto - che verrà trasformato in Legge in agosto, quando l’attenzione si addormenterà - riguarda i tagli alle spese, per circa 5/7 miliardi che influenzano quest’anno e circa 35/40 miliardi che influenzeranno il 2012.
Tremonti non ha alcuna scelta perché ha l’obbligo di stare entro il Patto di stabilità. Se non lo facesse non arriverebbe al pareggio di bilancio entro il 2014, col che scatterebbe una pesantissima sanzione finanziaria nell’ordine di un punto del Pil.
Il seguace di Quintino Sella non deve, però, tagliare le spese destinate agli investimenti, bensì i numerosissimi sprechi relativi al ceto politico, alla Pubblica amministrazione e alle nutritissime agevolazioni di cui si rimpinzano privilegiati e corporazioni, la cui voracità non ha alcun limite.
Mag
27
2011
Partiamo dalla constatazione ormai concordata da tutti che 120 mld di imposte non entrano nelle casse dello Stato e fanno godere gli evasori che si arricchiscono per un pari importo. Per quanti sforzi possano fare Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza e Inps, è difficile andare a verificare se milioni di contribuenti paghino quanto dovuto alle casse.
Ecco perché l’articolo 42 della legge 133/2008 ha predisposto che le dichiarazioni dei redditi siano pubblicate in ogni Comune e prelevate per via telematica in modo da renderle pubbliche. Ma, stranamente, il ministro dell’Economia, Tremonti, che avrebbe bisogno di accentuare la lotta all’evasione, ha messo il veto sulla trasparenza delle stesse dichiarazioni dei redditi.
Invece, il controllo dei cittadini su quelli che dimostrano un tenore di vita ampiamente superiore ai redditi dichiarati consentirebbe di snidare i disonesti che, arricchendosi non pagando le imposte, danneggiano gli altri cittadini.

La legge sul federalismo fiscale municipale (Dlgs 23/2011) prevede, all’art. 2, che il cinquanta per cento delle imposte accertate dall’Agenzia delle Entrate su segnalazione dei Comuni viene loro accreditato. Con ciò realizzando due obiettivi: scovare gli evasori e procurare cospicue entrate nelle casse comunali.
C’è un forte bisogno di una parte dei 120 mld di imposte non incassate perché, se entrasse nelle casse dello Stato un terzo, pari a 40 mld, non ci sarebbe bisogno di fare la quarta legge estiva che deve prevedere un taglio di spese di 40 mld, a bocce ferme. 
Siamo stati i primi a rendere noto ai nostri lettori che l’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio dello Stato, nel 2014, costringe il ministro dell’Economia a preparare la Finanziaria del 2013 e del 2014 in linea con questo obiettivo. Tenuto conto che nell’anno corrente il disavanzo totale previsto dal Def (Documento di economia e finanza) è di circa 65 mld, occorre procedere nei due anni successivi in modo tale che il terzo anno (2014) vi sia un pareggio che comprenda gli interessi sul debito sovrano. Non sarà facile far digerire agli italiani quanto precede, perché già soffrono di una situazione di stallo che si riflette sui consumi.
 
Sul fronte opposto ai tagli, cioè lo sviluppo, vi è l’esigenza di mettere un propellente all’economia fiacca del Paese, ove il Sud ha una crescita piatta. Lo stesso ministro Tremonti ha riconosciuto che c’è il problema meridionale. Ma esso esiste da cento anni, da quando cioè i Sabaudi hanno saccheggiato tesori, ricchezze e impianti industriali.
Per stimolare la crescita del Pil è necessario aprire i cantieri per le opere pubbliche, attivare in pieno la Legge Obiettivo (n. 443/2001), utilizzare al cento per cento le risorse europee, dare efficienza alla pubblica amministrazione affinché dia o neghi le autorizzazioni in 30 giorni, utilizzando in pieno la digitalizzazione.
Occorre, poi, combattere la corruzione interna diffusa fra i pubblici dipendenti, perché, al di là della questione morale e penale, essa rende non competitivo il sistema, in quanto i privilegiati approfittano, guadagnando molto di più di quello che dovrebbero, in modo da oliare gli ingranaggi.

Un eventuale indebitamento dello Stato per investimenti e opere pubbliche sarebbe pienamente giustificato, secondo le teorie keynesiane, perché in un tempo ragionevole metterebbe in moto meccanismi che produrrebbero aumento del Pil, creazione di decine di migliaia di posti di lavoro, aumento della circolazione della moneta, dei consumi, in breve l’attivazione un processo virtuoso di crescita.
Se questo si realizzasse, Tremonti non avrebbe bisogno di fare i tagli previsti in atto, perché le maggiori entrate fiscali compenserebbero le uscite per la spesa corrente, che comunque deve restare bloccata per i prossimi tre anni.
La questione è complessa e di difficile gestione, perché istituzioni, Governo e Parlamento, dovrebbero marciare compatte nella direzione citata, mentre la guerra continua fra maggioranza e opposizione, e all’interno dell’una e dell’altra, rende febbricitante il sistema politico e non lo mette nelle condizioni di prendere decisioni rapide ed efficaci.
Banca d’Italia ha già detto che va tagliato il 7 per cento delle spese (50 mld). Noi, prima ancora, avevamo indicato il taglio in 40 mld. Vedremo Tremonti che farà.
Mag
13
2011
Quando sento giovani che vorrebbero trovare occupazione vicino al proprio uscio, mi spiego come la Sicilia possa essere in queste pietose condizioni economiche e sociali. C’è una mentalità diffusa secondo la quale i nostri diritti devono essere soddisfatti a nostro piacimento, ma con il contributo personale limitato al minimo.
Invece, no. Il lavoro c’è, in Sicilia, in Italia e nel mondo. Bisogna afferrarlo dovunque si trovi, bisogna essere disposti a fare qualunque sacrificio per acquisire esperienze. Nel mondo anglosassone e Nord-europeo, ma anche in Germania, c’è l’abitudine di andare fuori di casa, giovani maschi e femmine, a 18 anni, possibilmente senza chiedere il sussidio al papà o alla nonna. I giovani diciottenni sono ansiosi di essere autonomi e perciò disponibili a fare qualunque lavoro, dall’inserviente al puliziere, al pony-express, al giardiniere, al muratore. Tutto purché possa entrare nella logica dell’autonomia e in quella dell’apprendimento continuo e dell’esperienza di vita.

In questi ultimi decenni, non sono più gli Stati Uniti d’America il luogo del desiderio ove andare a lavorare. Sono prepotentemente venute fuori le nazioni il cui acronimo è Bric (Brasile, Russia, India e Cina). In questi Paesi, cosiddetti emergenti, il tasso di sviluppo è impetuoso, la crescita del Pil è a due cifre, il tasso di infrastrutture, materiali e immateriali, cresce velocemente. Le fonti di energia non fossile si moltiplicano senza sosta.
In questi quattro Paesi vi è un’immensa quantità di lavoro ben retribuito, che consente a chi ha capacità di affermarsi anche rapidamente. Fra essi, quello che va più veloce è la Cina, un mercato di un miliardo e trecentomila abitanti, nel quale vi sono oltre cento milioni di nuovi ricchi.
Oltre Pechino, vi sono le due megalopoli di Shanghai e Shenzhen e quella perla del mercato mondiale, soprattutto finanziario, che è Hong Kong ove i cinesi, dopo il ritorno a casa dell’Isola, hanno avuto il buon senso di non toccare il sistema istituzionale ed economico, portandola solamente sotto il cappello politico. Hong Kong ha continuato a prosperare e ad attirare capitali e investimenti senza sosta.
 
Qualche giorno fa ascoltavo alla radio un’intervista fatta a Daniele Morano, un giovane trentenne che risiede a Shanghai. Raccontava che, partito dalla natia città di Cittanova (Rc) e arrivato a Napoli, si è incuriosito presso quella Università ed ha cominciato a frequentare lezioni di cinese, approfittando della capacità di una bravissima insegnante. Da lì si è trasferito appunto a Shanghai ove ha cominciato a consolidare la lingua e a lavorare come interprete.
Dopodiché gli è venuta l’idea di importare alimenti italiani e di iniziare l’attività di ristoratore. Ha chiamato colà suo fratello, altri suoi parenti e ora ha più imprese invidiabili e affermate, che gli danno tante soddisfazioni e che gli fanno dire che almeno per i prossimi vent’anni non tornerà in Italia.
A questo giovane ha arriso la fortuna che premia gli audaci. Egli ha avuto una grande intraprendenza e forte spirito di iniziativa. Non si è preoccupato di affrontare le enormi difficoltà dell’apprendimento della lingua cinese, né di andare a vivere in una città con oltre 18 milioni di abitanti, ove usi e costumi sono lontanissimi dal pensiero occidentale.

Non consigliamo a tutti i giovani siciliani di andare in Cina, questo è certo, anche se là vi sarebbe lavoro a volontà, ma l’esempio di Morano dovrebbe insegnare che bisogna avere ampia disponibilità ad avere per scenario il mondo e a fare tutte le esperienze possibili per incrementare la nostra capacità e la nostra competenza.
Questo può accadere solo se siamo dotati di quel comportamento semplice che è l’iniziativa, cioè la decisione cosciente e responsabile di intraprendere e promuovere un’azione volta a un fine determinato. Quindi, essere decisi, responsabili, intraprendenti e capaci di fissare un obiettivo che si ha l’alta volontà di raggiungere, nonostante le difficoltà e gli ostacoli che si incontrano normalmente sul percorso.
In una parola, essere liberi dal bisogno, dalla dipendenza di altri, in modo da poter utilizzare al meglio le proprie risorse, essendo disposti a lavorare duramente anche per lunghi periodi, posponendo in avanti i nostri desideri.
Apr
27
2011
Quando arriva una tornata elettorale, come quella ridotta del mese prossimo, il ceto politico si riscopre generoso perché non perde il vizio di fare clientelismo, cioè accontentare gli appetiti delle corporazioni che lo ricattano col consenso.
È dura fare il ministro dell’Economia in qualunque Paese, ma in Italia lo è ancora di più perché il sistema pubblico ha nel favore il suo pilastro principale. Il fenomeno è ancora più accentuato nel Sud-Italia, il che rappresenta un’ulteriore spiegazione del suo sottosviluppo. Un territorio, infatti, non può crescere se incatenato dai privilegi dei pochi che lo mantengono, usando anche quell’arma impropria definita corruzione. Con la corruzione materiale si alimentano gli affari disonesti e si alimenta l’evasione fiscale e contributiva.
Solo un progetto di alto profilo politico, cioè di interesse generale che abbia un respiro strategico, può schiodare le popolazioni meridionali dalla loro situazione fortemente deficitaria (mediamente il Pil è metà di quello delle sei regioni del Nord)

Giancarlo Galan, attuale ministro dei Beni culturali in sostituzione di Sandro Bondi, vuole più soldi. Con lui molti altri ministri spingono in modo meno evidente per avere più soldi. Nessuno di costoro però comunica all’opinione pubblica cosa intenda fare nel breve e nel medio periodo per tagliare il clientelismo che si nasconde dietro ogni attività pubblica.
L’abbiamo scritto più volte e lo ripetiamo: il bilancio dello Stato deve finanziare le attività ed i loro risultati, ma non tutto quello che c’è sotto. I beni culturali vanno restaurati dai tecnici (archeologi, architetti, pittori, scultori e via elencando) non da amministrativi che stanno dietro le scrivanie, non da autisti che portano in giro le cosiddette personalità, non da faccendieri che brigano affari sulle casse pubbliche.
Nella scuola, i Governi democristianocentrici e poi quelli di centro-sinistra e di centro-destra sono riusciti ad immettere 200 mila persone fra insegnanti, bidelli e amministrativi, in più di quelli che servivano, per alimentare il clientelismo, in modo da avere un ritorno di voti. Bene ha fatto la Gelmini, con la sua riforma, a ridurre drasticamente il personale eccedente. Bene ha fatto imponendo ai bidelli di fare le pulizie per risparmiare ben 300 milioni di appalti esterni.
 
Il Documento di economia e finanza (Def, varato dal Consiglio dei ministri il 13 aprile) va letto bene perché al suo interno c’è una furbata.
Si tratta di avere spostato al 2013 e al 2014 i forti tagli di spesa pubblica, che oscilleranno tra i 35 e i 40 miliardi all’anno, per restare in linea con l’ultimo Patto di stabilità del 25 marzo. Il taglio dovrebbe cominciare con la Finanziaria del 2012, in corso di elaborazione e che, come nei tre anni precedenti, dovrebbe essere oggetto di un decreto legge post-elezioni amministrative.
Proprio in quella manovra dovrebbe cominciare il taglio di 35/40 miliardi. Ma Tremonti se ne guarderà bene, anche se terrà conto dell’esito delle elezioni che avranno il loro test più importante nei quattro grandi capoluoghi: Milano, Torino, Napoli e Bologna. Se la vittoria arriderà al Pdl, Tremonti verrà incoraggiato; se, invece, i risultati dovessero essere negativi, il ministro dell’Economia sarà costretto ad allentare i cordoni ed a rinviare l’inizio del risanamento.

Che dice il Patto di stabilità citato? Dice che in 20 anni il debito pubblico degli Stati membri deve rientrare  nel parametro di Maastricht (60 per cento sul Pil). L’Italia deve tagliare circa 900 miliardi in 20 anni, cioè più di 40 per anno. Difficilmente i governi che si succederanno in questi 20 anni potranno derogare da questo percorso, per evitare le pesantissime multe previste per chi sgarra ed anche una possibile situazione del tipo di quella greca, irlandese o portoghese.
In questa politica economica di tagli, dovrà essere inserito, invece, un percorso di forti investimenti in opere pubbliche e insediamenti produttivi, creando attrattiva per gli investitori stranieri, i quali debbono venire non per appropriarsi di società italiane che vanno bene, come la Parmalat, ma per investire in loco utilizzando innovazioni italiane, manodopera italiana e filiere produttive italiane.
Solo tagliando la spesa pubblica, cominciando dal costo della politica e dall’insieme vergognoso di privilegi, potrà esserci questa svolta che deve cominciare subito anche attuando in pieno la legge obiettivo (443/2001).
Apr
22
2011
Il Consiglio dei ministri del 13 aprile ha approvato il Documento di economia e finanza (Def) che da quest’anno ha assorbito la Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica (Ruef). I principali elementi di valutazione sono i seguenti: il Pil nominale dovrebbe ammontare a 1.593 miliardi; la spesa complessiva prevista è di 725 mld, le entrate di 739 miliardi. Per la prima volta da qualche anno vi è un saldo o avanzo primario di 14 miliardi. Tutto bene? No, perché il documento prevede di pagare interessi sul debito sovrano per 76,1 miliardi. In base a queste previsioni, il deficit dell’anno ammonterà a 64,9 miliardi che dovrà essere finanziato con l’aumento e l’emissione di nuovi titoli di Stato.
La sfilza di numeri indicati non deve confondere il padre di famiglia perché, in estrema sintesi, rappresentano i numeri di un bilancio domestico. Le previsioni arrivano quando l’anno si è consumato per quattro mesi, quindi rimangono gli altri otto per tentare di stare dentro i binari.

Emergono dal Def 2011 due elementi positivi: l’aumento delle entrate rispetto al 2010 di 15 miliardi e il taglio delle spese di 9 miliardi. Tuttavia questa inversione rispetto agli anni precedenti è palesemente insufficiente in base all’ultimo accordo dei capi di Stato e di Governo dell’Ue dello scorso 25 marzo.
Esso stabilisce che il debito debba essere portato entro i limiti del 60% del Pil entro 20 anni. L’Italia, per conseguenza, deve tagliare, secondo la Banca d’Italia, spese vive per 35 miliardi l’anno in modo da raggiungere il pareggio di bilancio, interessi sul debito compresi, già nel 2014. Infatti, il deficit previsto quest’anno, come già scritto, di 64,9 miliardi, il 2012 e il 2013 deve essere azzerato. Appunto con un sacrificio di circa 35 miliardi per anno.
Il debito pubblico che a fine anno supererà i 1.900 miliardi dovrà essere dimezzato entro 20 anni ad una media di 40 miliardi l’anno. Ecco che i conti tornano con quanto prevede la Banca d’Italia. Naturalmente un ruolo importante avrà il recupero dell’evasione fiscale che viene stimata in 120 miliardi l’anno e che potrebbe essere destinata all’abbattimento del debito. Tutto ciò si potrà realizzare se il governo terrà la barra al centro, sordo alle cicale, per i prossimi anni, compreso quello della tornata elettorale, cioè  il 2013.
 
La prima questione, dunque, è tagliare. Bisognerà farlo con senso dello Stato, cioè a cominciare dagli sprechi, dai privilegi di tutti coloro che percepiscono pensioni d’oro, emolumenti d’oro, o che godono di servizi come segreterie, auto blu, rimborsi, viaggi, indennità e via cantando. Il primo taglio dovrà essere dato a quello che si chiama costo della politica cioè a dire a quell’insieme di spese abnormi rispetto alla media europea che costituisce un privilegio ormai fuori dai tempi.
Poi, bisognerà intervenire sulla qualità della spesa, costringendo tutte le amministrazioni a redigere un Piano aziendale e obbligandole a farsi certificare i bilanci, generali o sezionali, da società iscritte alla Consob, altro che da revisori compiacenti e corruttibili. Infine, una sana amministrazione dovrà privilegiare gli investimenti tagliando ancor di più la spesa corrente, da limitare allo stretto necessario, il che non significa ridurre i servizi sociali o quelli per la cultura, ma il clientelismo che si nasconde dietro queste due macrovoci di spesa.

In questo quadro, la Sicilia dovrà mettere nel conto una riduzione di trasferimenti da parte dello Stato. Anch’essa dovrà tagliare nel suo bilancio tutte le spese clientelari a cominciare da quelle sanitarie. Anche tagliando in questo caso i costi della politica, con l’abrogazione della legge 65/44 che equipara i deputati regionali ai senatori, e potando tutti i capitoli di bilancio che costituiscono vero e proprio assistenzialismo e collusione fra ceto politico e ceto imprenditoriale.
Un governo regionale che voglia riformare deve essere capace di stornare i risparmi ottenuti dai tagli alla spesa corrente verso le opere pubbliche e gli investimenti. Un governo che voglia farsi ricordare per un’azione positiva deve essere capace di mettere sotto pressione la burocrazia regionale affinché spenda nei tempi previsti, e anche prima, tutti i fondi europei a disposizione.
Non sappiamo se Lombardo sarà capace di questa svolta. Attendiamo di vedere fra 8 giorni se il bilancio della Regione sarà approvato e con quali numeri
Mar
09
2011
Sembra un paradosso, ma a ben guardare non lo è: constatare lo stato di sottosviluppo della nostra Isola e, contestualmente, avere paura dello sviluppo. Ognuno di noi dovrebbe essere nelle condizioni mentali di affrontare le difficoltà anche a prezzo di sacrifici, pur di promuovere se stesso in maniera onesta. Cioè, non dovrebbe avere paura di crescere, per cui occorre essere disponibili a correre rischi ed affrontare salite anche molto ripide.
Sentiamo tanti giovani in giro per la Sicilia che si lamentano della mancanza di lavoro. Affermano quanto precede in buona fede, però affermano una cosa non vera. Infatti, in Sicilia, vi sono migliaia di opportunità di lavoro nel mercato. Per accedervi è indispensabile possedere competenze e quindi formarsi costantemente per acquisirle. La conoscenza non si acquisisce gratis, ma comporta un costo economico e personale. Essa è indispensabile per diventare competitivi, cioè per potere gareggiare con gli altri alla pari, con qualche possibilità di arrivare in cima alla graduatoria.

I giovani che si lamentano di non trovare opportunità di lavoro, ci ricordano la favola di Esopo la Volpe e l’Uva. La volpe voleva staccare un grappolo d’uva e continuava a fare dei balzi, ma non arrivava ad esso. Ripiegando, pensava che l’uva fosse acerba e non valesse la pena raccoglierla. Così fanno tanti giovani che si rifiugiano dietro la facile lamentela non c’è lavoro, perché non sono disposti ad acquisire le qualità per inserirsi nel lavoro, che c’è. La paura del rischio, la paura di fallire, la paura di cadere, rendono deboli e fragili queste persone e non le mettono in condizione di crescere.
Se moltiplichiamo gli esempi per centinaia di migliaia di casi, ci rendiamo conto che il sottosviluppo isolano non può essere combattuto se non si diffonde nella popolazione l’idea che per crescere, socialmente, economicamente e professionalmente, bisogna impegnarsi a fondo. Occorrerebbe un modello, un esempio positivo in questa direzione e purtroppo tale esempio non c’è. Quando il pesce puzza dalla testa è da gettar via. Ma qui non possiamo gettar via tutta la classe dirigente, politica e amministrativa. Dobbiamo cercare all’interno di essa quei soggetti che hanno buone qualità.
 
La Regione e gli Enti locali non hanno come missione primaria quella di erogare servizi ai propri cittadini, ma di promuovere lo sviluppo. Governo regionale e amministrazioni comunali, salvo rare eccezioni, sembrano incartati, immobilizzati, abbagliati. Non possiedono dinamismo, presi da beghe tutte interne, come se fossero chiusi in una torre d’avorio opaca e inespugnabile che impedisce ai cittadini di guardarvi dentro.
Non c’è interazione fra le amministrazioni e le parti economiche della società. Qualunque iniziativa che mostri delle intenzioni costruttive è impaludata in un sistema burocratico vecchio e asfittico, che ha come metodo quello di opporre rifiuto a qualunque richiesta.
Nessuno controlla se dentro gli apparati regionali e comunali vi sia corruzione. Nessuno controlla se via sia un barlume di efficienza. Nessuno controlla i risultati. Ma tutti percepiscono regolarmente stipendi, indennità e prebende diverse, sennò strillano come aquile.

Sembra che tutti costoro siano armati da un ottimo tornaconto, un egoismo sfrenato che li porta a vedere esclusivamente i propri interessi, infischiandosene di quelle dei cittadini che pagano il loro stipendio.
Amministrazioni regionale e comunali hanno le risorse per impostare un piano di sviluppo, sol che taglino la spesa corrente, clientelare, che è una zavorra per fare qualunque cosa. Snellire l’organico, razionalizzare le procedure, spendere quanto serve e non di più, sono modi per attivare la crescita.
Scriviamo queste cose da decenni e  siamo costretti a ripeterle noiosamente. Ma continueremo a farlo, fino a quando non vedremo una svolta radicale nella conduzione della Cosa pubblica, nel senso di servire l’interesse generale. Certo, se il ceto politico e il ceto amministrativo leggessero di più storia, letteratura e filosofia, avremmo qualche speranza che l’attuale stato di cose venisse modificato. Ma non vediamo neanche un barlume. Tuttavia, è lecito sperare.
Gen
11
2011
In un Paese, il sistema funziona se vi è un giusto bilanciamento fra interessi diversi. Ovviamente, l’interesse generale deve sempre prevalere su quello di parte. Da noi, accade che le corporazioni sono fortissime e non vengono limitate nella loro azione famelica da un Governo, forte con i deboli e debole con i forti. In particolare ci riferiamo alle corporazioni di banchieri, assicuratori e petrolieri.
Il ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani, ha dichiarato pubblicamente che le assicurazioni in Italia fanno pagare premi doppi rispetto a quelli della media europea. Se lo dice una fonte ufficiale, bisogna credergli. Aggiunge il ministro, che gli attuali premi dovrebbero essere ridotti del 20 per cento. Ovviamente si tratta di una presa in giro, perché in molte zone del Sud i premi sono già stati aumentati del 35 per cento. Se il Governo volesse andare al di là delle parole, dovrebbe dare all’Autorità di vigilanza sulle assicurazioni (Isvap) veri poteri di controllo per smantellare questo evidente oligopolio.

L’Isvap potrebbe lavorare di concerto con l’Antitrust, per porre in tutta evidenza i comportamenti di posizione dominante del cartello delle assicurazioni, multarle fortemente fino a far perdere loro la convenienza di praticare gli indebiti premi. In altri termini, bisogna passare dalle parole ai fatti ed avere concreti risultati a favore dei cittadini, atteso che fra le compagnie di assicurazione vi è una finta concorrenza, provata dal fatto che i premi sono enormemente elevati rispetto a quelli europei.
L’altra corporazione imbattibile è quella delle banche che, anch’esse riunite nel cartello dell’Associazione bancaria italiana, continuano a vessare i loro clienti, chiaramente parte debole, applicando condizioni, commissioni e aggravi ingiustificati e di ogni genere. Per tutti, citiamo l’abolizione per legge della commissione di massimo scoperto, subito sostituita da un altro balzello che ne ha addirittura aumentato il peso. Anche qui l’Antitrust è impotente non per propria responsabilità, ma perché non è fornita di opportune leggi che consentirebbero di sanzionare pesantemente il cartello degli istituti bancari. Se il Governo non fornisce gli strumenti, ci sarà pure una ragione, che è abbastanza intuitiva.
 
La terza corporazione che danneggia l’interesse pubblico è quella dei petrolieri. Lo stesso ministero dello Sviluppo economico ha comunicato che i prezzi al consumo dei carburanti sono superiori del 4 per cento rispetto alla media europea. Un supplemento di prezzo assolutamente ingiustificato che costituisce una rendita di posizione e un privilegio sotto gli occhi di tutti.
Anche in questo caso se l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato avesse gli strumenti necessari per intervenire sulla mancata concorrenza, potrebbe sanzionare la corporazione dei petrolieri in maniera forte, in modo che le pesanti pene pecuniarie dovrebbero sconsigliare, per mancata convenienza, l’aumento dei prezzi al di sopra della media europea.
Quindi pure qui il Governo e la maggioranza hanno gli strumenti per intervenire a favore dei cittadini, ma non lo fanno per tenersi buone le corporazioni.

Dallo scenario che vi andiamo descrivendo si evince con chiarezza che il Governo Berlusconi non è né carne né pesce. Non fa le riforme per sbloccare i meccanismi di crescita e non interviene sul mercato per stabilire le regole di competitività, indispensabili al buon funzionamento dell’economia, come se i ministri non avessereo mai letto le teorie liberali. Non si tratta di ignoranza, ma di malafede.
Ciò che si dovrebbe fare è chiaro a tutti, ma non si fa perché i cittadini non hanno voce e sono considerati un gregge. Assistiamo, nei diversi spazi televisivi, al teatrino della politica piuttosto che alle ragioni della palude italiota.
Non sappiamo se i protagonisti di quegli spazi siano ignoranti o in malafede. Ogni tanto qualcuno osa dire che le loro argomentazioni non interessano ai cittadini perché non intervengono sui veri problemi, ma poi la discussione continua su uno stupido filone di questioni da bar dello sport. Anche questi comportamenti andrebbero sanzionati col disinteresse, però continuano imperterriti ad annoiare senza costrutto. Intanto, le corporazioni lucrano parassitariamente sui cittadini.
Gen
05
2011
Il ministero dell’Economia ha sbandierato un risultato che definisce molto lusinghiero e inatteso: il disavanzo 2010 è stato di 67,5 mld €, sottolineando che vi è stato un risparmio di ben 19,3 mld € rispetto al 2009. Il ministro Tremonti avrebbe dovuto fare questa comunicazione col capo cosparso di cenere e non tentando di imitare  il suo Primo ministro con un colpo di illusionismo. Avrebbe dovuto dire la verità e, cioè, che sulla montagna di debito pubblico alla fine del 2010 è stata caricata un’altra grossa pietra di 67,5 mld €.
Il dato è pessimo, perché non solo non è intervenuto a ridurre il debito sovrano, ma l’ha appesantito. Il ministro dell’Economia viene elogiato per il suo rigore. In effetti, si è trattato di un rigoricchio, cioè di una stretta quasi insignificante che non ha cambiato per nulla la struttura della spesa pubblica.
In modo ben diverso si è comportato il primo ministro britannico David Cameron, il quale come primo atto della sua manovra ha tagliato 500 mila dipendenti pubblici.

Proprio nel versante della pubblica amministrazione statale, regionale e locale Tremonti non solo non ha operato alcun taglio, ma ha consentito che i 3,5 mln di dipendenti pubblici avessero incrementi salariali di oltre il 4 per cento, ben superiore all’inflazione e agli incrementi dei dipendenti privati. Non solo, ma la spesa corrente non è stata compressa, per cui anch’essa è aumentata per un effetto inerziale insopprimibile.
Berlusconi continua a battere il tasto della riduzione della pressione fiscale, ma è un tasto stonato. Infatti la pressione fiscale non può essere diminuita se non si tagliano le spese, sia per restare dentro il Patto di stabilità europeo, che per cominciare a intervenire sul debito pubblico che è di 1.867 mld €.
è comprensibile la difficoltà di un Governo che deve tagliare le spese clientelari, cioè quelle che portano voti. Ma ormai siamo al redde rationem: non c’è più spazio per ulteriori gesti illusori. Si deve passare con decisione ad abbattere gli 80 mld annui di interessi sul debito contro la metà che hanno i più importanti partner europei. è questo il nodo della manovra. Il resto è solo propaganda.
 
Il primo ministro della Spagna, José Luis Rodríguez Zapatero, ha tagliato la spesa pubblica del 15 per cento, incidendo sugli apparati più che sui servizi. Ecco un esempio che andrebbe emulato.
La pubblica amministrazione italiana è piena di apparati. Quando gli ignoranti protestano contro i tagli, dovrebbero invece protestare per il fatto che i tagli non colpiscono gli apparati, cioè strutture inutili alla produzione dei servizi pubblici. Forse perchè chi protesta fa parte degli apparati e gode, come altre corporazioni, di rendite di posizione cui non vuole rinunziare.
L’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato, ha lanciato una proposta provocatoria e inattuabile per abbattere il debito pubblico: far pagare ai contribuenti che dichiarano da 15 mila € in su all’anno una cifra che andrebbe a impinguare il fondo ammortamento del debito pubblico. Si tratterebbe di una patrimoniale, come quella che egli stesso fece pagare agli italiani nel 1992, quando varò una manovra finanziaria di ben 96 mila mld  di lire.

Tutti ricorderanno che la mattina dopo, chi era titolare di un conto corrente bancario o di un libretto di deposito, si trovò decurtato il saldo attivo dello 0,6 per cento. Non è questa la strada, perchè comunque sarebbe inutile dal momento che ogni anno vi è un disavanzo che si somma al debito pregresso.
è stata sbandierata l’ipotesi di alienare il patrimonio pubblico non funzionale all’esercizio delle attività istituzionali che non avesse caratteristiche storiche o archeologiche, ma l’idea è rimasta nei cassetti mentre attuando un piano rigoroso e adeguato, potrebbe portare nelle casse dello Stato 300 o 400 mld € da destinare esclusivamente al già citato fondo ammortamento debito pubblico, con l’effetto indiretto di abbattere sensibilmente i relativi interessi.
Da qualunque parte si giri, la questione del debito è centrale nella politica economica italiana, perché i circa 40 mld in più di interessi sono indispensabili per la crescita economica. Mantenendo questo gravame, il Governo ha le mani legate e invece deve sciogliersele al più presto. Oppure porterà il Paese al disastro.
Dic
21
2010
La Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica (Ruef)  aveva previsto 10 miliardi di disavanzo primario per il 2010 (differenza tra entrate e uscite) e 74,7 miliardi per interessi sul debito sovrano. Già al 31  ottobre, secondo Bankitalia, il complessivo disavanzo è arrivato a 107 miliardi e verosimilmente negli ultimi due mesi aumenterà ancora. Ciò deriva dalla crescita della spesa pubblica e dalla diminuzione delle entrate fiscali stimate in circa 5,2 miliardi, conseguente alla crisi economica.
Per fortuna, l’interesse primario europeo è fermo intorno all’1%, il che consente di mantenere l’interesse sul debito (portato dai titoli di Stato) ad una misura intorno al 3-4%. Quella effettiva, però, deriva dalla risposta del mercato che fa oscillare l’interesse in funzione della domanda. Al riguardo bisogna tener conto che nei prossimi mesi lo Stato italiano deve piazzare sui mercati nazionale e internazionale 150 miliardi di titoli pubblici. Quando il mercato risponde poco l’interesse sale, quando il sistema economico del Paese non funziona, la differenza fra l’interesse pagato sul debito nazionale e l’interesse pagato dallo Stato tedesco per i propri Bund (termine di riferimento) aumenta cospicuamente anche fino a due punti percentuali.

Le cause principali del cattivo andamento dell’economia nazionale sono cinque: 1. Eccesso di spesa pubblica dominata da quella per la politica e l’altra per la pubblica amministrazione. 2. Deficienza endemica della Pa che è infarcita da dipendenti inutili e costosi, non è innovata e digitalizzata, usa procedure arcaiche, lunghe e volutamente farraginose per consentire la sottostante corruzione. 3. Enorme costo di energia, superiore a quello della media europea, stimabile tra il 30 e il 50% che fa aumentare i costi di prodotti e servizi. 4. Modesta diffusione di infrastrutture logistiche, di reti ferroviarie e di autostrade, soprattutto nel Mezzogiorno, che aggrava i costi di filiera della distribuzione. 5. Presenza di forti corporazioni (banche, assicurazioni, energia) che funzionano in regime di oligopolio, contro cui l’ottimo presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, si batte continuamente con le leggi a sua disposizione. Ma queste sono carenti e più volte l’Autorità ha fatto richiesta al Governo e al Parlamento di fornirgli strumenti più efficaci.
 
Il debito pubblico si raffronta col Pil. Se questo aumenta, il rapporto diventa più favorevole, se diminuisce, più sfavorevole. Al 31 di ottobre  tale rapporto era del 120,1% ma è probabile che aumenti ancora raggiungendo il primato negativo del debito più alto del mondo.
Il Governo si è rifugiato dietro la recessione che ha colpito tutti i Paesi progrediti ma non competitivi, mentre quelli emergenti hanno continuato la loro corsa in maniera egregia. Fra essi ricordiamo la crescita a due cifre della Cina e quelle abbastanza vicine di India e Brasile.
Questi Paesi hanno un debito sovrano basso e, per venire all’Europa, i Paesi fondatori dell’Unione insieme all’Italia, sono quasi sempre dentro il parametro previsto dall’accordo di Maastricht (rapporto Pil/debito del 60%).
Voi capite come avere un debito del 60% o del 120% sul Pil faccia un’enorme differenza perché nel nostro caso comporta un maggior esborso d’interessi stimati tra i 40 e i 45 miliardi. Se questa cifra si potesse utilizzare per costruire infrastrutture, fra cui essenziali le centrali atomiche di quarta generazione, sicurissime, il Paese diventerebbe più competitivo e la sua economia comincerebbe a crescere, come sta accadendo in Germania, tre volte di più.

Da qualunque parti si giri, la questione del debito pubblico italiano è centrale. Dal 1994 non si è mai affrontato in maniera costruttiva. Nella migliore delle ipotesi, per qualche anno vi è stato un avanzo primario (più entrate che spese) ma con gli interessi sul debito quest’ultimo è comunque aumentato.
Se si vuole veramente spingere il Paese verso la crescita è indispensabile ridurre il debito pubblico, non con la finzione del rapporto che c’è fra esso e il Pil, ma in valore assoluto, cioè come fare perché l’enorme ammontare di 1867 miliardi al 31 ottobre 2010 possa diminuire al 31 dicembre 2011.
Le soluzioni ai cinque punti prima indicati, messe in rete, costituirebbero la piattaforma per tentare l’inversione di tendenza che abbatta gradualmente, ripetiamo, in valore assoluto, il debito pubblico. Ma non vediamo all’orizzonte chi abbia gli attributi adatti per invertire tale tendenza.
Dic
07
2010
È di questi giorni l’inaugurazione del primo villaggio Outlet della Sicilia, nella Valle del Dittaino, ove un gruppo privato ha investito 120 milioni senza contributi pubblici e ha aperto le porte del lavoro per mille persone fra diretto e indotto. Ecco cosa si deve fare in Sicilia: nuovi investimenti dei privati che usano la finanza di progetto oltre alle risorse europee, statali e regionali.
Dieci, cento, mille di questi investimenti, ricordando che ogni miliardo investito in opere - pubbliche o private - apre le porte a circa diecimila nuovi posti di lavoro. Altro che assumere inutili dipendenti nelle Pubbliche amministrazioni e onerare i relativi bilanci di stipendi non produttivi e dannosi, con l’aggravante di diffondere nell’opinione pubblica il principio che si perpetua il privilegio di chi viene assunto per raccomandazione e senza concorso, lavora poco e male, non ha responsabilità, non può essere licenziato. Insomma, un’operazione solo negativa.

Valmontone è una città a trenta chilometri da Roma. In quell’area si stanno sviluppanto attività notevoli. Esiste già un Outlet tre volte più grande di quello del Dittaino ed è in fase di costruzione Rainbow magicLand, il primo parco dei divertimenti a tema di Roma, che sarà aperto in aprile 2011.
Si tratta di una sorta di EuroDisney parigina all’italiana, che prevede un investimento di trecento milioni di euro, tre milioni di visitatori l’anno a regime e insiste su un’area di seicentomila metri quadrati che, sommata al citato Fashion district Valmontone Outlet, che ha oltre sei milioni di visitatori, insisterà su un’area complessiva di un milione e mezzo di metri quadrati.
Il gruppo che ha in corso questo investimento è quello di Iginio Straffi, cui concorre un contributo europeo e un altro della Regione Lazio. Il Parco occuperà circa duemila addetti e metterà in moto un volano di alberghi, ristoranti, attrazioni turistiche della zona, valorizzazione di siti archeologici e paesaggistici che moltiplicherà l’effetto positivo.
È del tutto evidente come un investimento di questo genere sia un carburante formidabile per un’economia in sviluppo come quella del Lazio.
 
C’è di più. Per servire bene il Polo economico saranno potenziati i caselli dell’autostrada Roma-Napoli di Valmontone e Colleferro e costruita una fermata ferroviaria all’interno del Polo turistico integrato. Ecco come si fa a sviluppare un’economia coniugando le iniziative imprenditoriali con il necessario contributo pubblico, indirizzato verso attività produttive. Nello stesso Polo, il patron della Lazio, Claudio Lotito, sta progettando la costruzione di un complesso articolato di servizi e turismo dentro il quale dovrebbe sorgere lo stadio per la sua squadra. Naturalmente uno stadio non solo adibito agli spettacoli sportivi ma anche a quelli di intrattenimento.
Gli immensi parcheggi anche per gli autobus e le linee ferroviarie dedicate costituiranno un modo per portare la gente in questo grandissimo Polo.

Presidente Lombardo, guarda quello che accade nel mondo, in Europa e ora anche in Italia. Mettere in campo un’iniziativa costituita da un bando di gara per un progetto di idee denominato SiciliaLand e avente per oggetto la costruzione di un parco giochi a tema nello stesso territorio dov’è sorto l’Outlet, in modo da sfruttare le sinergie. Così bisogna pensare, in grande, e studiando modelli che esistono, che funzionano e producono ricchezza, con modesto impiego di risorse pubbliche.
La Regione deve mettere in moto un meccanismo-calamita per cui i gruppi imprenditoriali del settore turistico, dei servizi avanzati e di altri settori ad alto valore aggiunto verrebbero qui. Ma perché ciò avvenga è necessaria una precondizione: alla Regione dev’essere costituito un Ufficio unico con un dirigente di alto valore, in possesso di master internazionale e Ph.D. in condizione di rilasciare tutte le autorizzazioni, nessuna esclusa, in trenta giorni e non in tre anni. Insomma, occorre inserire nel sistema elementi competitivi che facciano funzionare la macchina economica senza intoppi, in modo da assistere chiunque voglia investire con una collaborazione totale. Pensaci, Lombardo, pensaci.
Nov
10
2010
Le inchieste giudiziarie che si stanno concludendo e che si sono concluse, portano all’opinione pubblica una evidenza incontrovertibile: la corruzione nella Cosa pubblica è in espansione forse più che nell’epoca di Mani pulite. La constatazione che precede ci fa risalire a due cause principali: la prima riguarda la questione morale. Senza l’utilizzo costante dei valori etici, nessun ceto sociale ha punti di riferimento. In primis, quello politico, che dell’etica dovrebbe fare la propria bandiera. Non che fra gli uomini politici non ve ne siano onesti e capaci, tutt’altro. Ma non sono in maggioranza, che invece è composta o da corrotti o da incapaci o da corrotti e incapaci.
La questione morale riguarda anche la pubblica amministrazione che è allo sbando perché non ha punti di riferimento. Seppure, in Italia, esista la divisione fra l’azione politica di indirizzo e l’azione amministrativa di esecuzione, spesso, vi è confusione voluta fra i due modi di agire. Per cui, la politica s’intromette nell’amministrazione e quest’ultima subisce passivamente l’indebito ingerimento.

La seconda causa riguarda la mancanza di controlli sistematici, effettuati in tempo reale. è vero, vi sono tanti controlli formali, forse troppi, ma nessuno di essi è efficace perché non fa evidenziare le illegalità e le inefficienze. In tutte le democrazie avanzate vi è un sistema di controllo della Cosa pubblica tassativo e funzionante, giorno per giorno, che provvede a monitorare il buon funzionamento delle procedure e il perseguimento costante degli obiettivi. Una macchina pubblica che non controlli con tempestività i risultati è solo una macchina mangiasoldi.
Mancando i controlli di merito e tempo, è ovvio che imprenditori disonesti approfittino delle falle per arricchirsi indebitamente, magari lamentano un ritardo dei pagamenti come fosse la giustificazione delle tangenti erogate. L’intreccio fra economia e mafia avviene proprio perché è venuta meno la certezza del diritto, sostituita dalla certezza degli abusi da parte di chi è più forte in danno di chi è più debole.
Colpire i patrimoni della criminalità organizzata è la strada indicata dal prefetto Dalla Chiesa ad inizio anni 80 ed ora che il ministro Maroni ha stretto le maglie, i risultati vengono e si ha notizia che togliendo le risorse finanziarie la criminalità si affloscia.
 
Viene comunemente stimato in 120 miliardi il giro d’affari delle varie mafie, le quali operano ove c’è danaro non dove c’è povertà. Per cui va ribaltata la supposta situazione di grande mafia esistente in Sicilia. Essa c’è, sia ben chiaro, ma il maggior giro d’affari è nella Borsa di Milano attraverso società gestite dai paradisi fiscali.
L’intreccio tra economia e mafia è favorito dalla strafottenza e dall’incuria dei pubblici amministratori. è notizia di questi giorni che la GdF ha scoperto 400 statali doppiolavoristi, alcuni dei quali guadagnavano 100 mila euro,  che hanno arrecato danno all’erario per oltre 11 milioni. L’incuria dei pubblici amministratori (politici e burocratici), aiuta la creazione di reddito sommerso, che oggi viene stimato in 275 miliardi di euro, il che comporta imposte non riscosse per circa 125 miliardi di euro.
È vero che l’Agenzia delle Entrate e la GdF probabilmente recupereranno quest’anno circa 10 miliardi (un notevole successo), ma questa cifra è ben lontana dall’effettiva evasione.

Evasione che si potrebbe combattere qualora tutti i meccanismi di controllo fossero precisi perché effettuati in modo informatico, semplificando al massimo i passaggi, concentrando i controlli in pochissimi centri e obbligando i burocrati a rilasciare tutte le autorizzazioni richieste da cittadini ed imprese in un tempo massimo di 30 giorni, pena la rescissione del contratto.
Questo è un altro punto fondamentale. Le sanzioni dei dirigenti. Vanno premiati quelli che raggiungono risultati e sanzionati sino al licenziamento quelli che si comportano in modo burocratico senza tener conto della necessità di portare fieno in cascina.
Il non dimenticato Gino Bartali diceva: “è tutto da rifare”. Non bisogna essere nichilisti, perché vi sono tante cose nel nostro Paese che funzionano bene, ma sono nel settore privato. Anche in quello pubblico vi sono delle isole di eccellenza, però è il sistema nel suo insieme che fa acqua. Non occorrono eroi, bensì professionisti che facciano con coscienza e continuità il proprio lavoro guardando all’interesse generale che deve essere sempre anteposto a quello personale. Non è facile ma si può fare.
Ott
27
2010
In occasione della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rimbalzano le informazioni dalla Cina, soprattutto quelle economiche. Il Paese orientale viaggia con un convoglio ad alta velocità che supera quasi ogni anno il 10 per cento di crescita del Pil. Con questo incremento annuale, l’economia cinese è in fase di superamento di quella giapponese.
Per fare un quadro semplice del Pil mondiale, citiamo gli Usa con 13 mila miliardi, l’Ue dei 27 Paesi con circa 12 mila miliardi di dollari, terzo il Giappone con poco più di 4 mila miliardi di dollari e la Cina appunto in fase di superamento.
Perchè la Cina cresce in misura così grande? Paradossalmente, risponde qualcuno, perchè è un regime totalitario. Il vertice è formato da circa 3 mila persone, un’inezia rispetto a 1,3 miliardi di abitanti. Però questo vertice riesce a mantenere la velocità del convoglio, anche se non alimenta la democrazia interna e quindi priva i cittadini dei diritti naturali. Persegue lo sviluppo e tralascia la democrazia.

Se la crisi di tutti i Paesi occidentali non ha impedito la crescita del Pil mondiale lo si deve al grande Paese orientale ed anche all’India. Lì vi è una democrazia parziale perchè c’è una grande influenza di casati, gerarchie, corporazioni, feudatari. Tuttavia anche quel Paese, con i suoi 700 milioni di abitanti, cresce ad un tasso ben maggiore di quello dei Paesi industrializzati.
In Cina, le distanze tra le grandi città (Pechino, Shanghai, Shenzhen) e l’interno sono molto elevate. Nelle province vi è ancora un’agricoltura arretrata e una pastorizia primordiale, anche se in qualche modo lo Stato tenta di offrire dei servizi sociali. Ma quando la democrazia è assente, dilaga un cancro che è quello della corruzione, la quale permette la prevaricazione di pochi soggetti su molti e la tendenza dell’interesse privato a prevalere sull’interesse generale.
Nonostante tutto, però, il Paese cresce perchè mette in atto alcuni atout per rendere appetibile il proprio mercato ai potenziali investitori stranieri. Non è un caso che le industrie più importanti del mondo si sono insediate nella Repubblica popolare cinese.
 
L’Expò di Shanghai 2010 è un’enorme passerella, ove tutti i Paesi del mondo sono rappresentati. Lì la concorrenza è palese perchè prodotti e servizi esprimono il meglio di ciascuna impresa a livello mondiale.
L’immissione di tecnologie, processi produttivi avanzati, tecniche di ultima generazione sta facendo evolvere rapidamente la qualità dei lavoratori che divengono sempre più competitivi. I cinesi sono abituati a lavorare molte ore al giorno, più che gli europei, e con un’intensità più forte che consente loro di ottenere risultati migliori. Ecco la dimostrazione palese e inconfutabile che, ove le istituzioni e la Pa funzionano molto bene, costituiscono un motore per la produzione di ricchezza. In questo processo gioca un ruolo la tradizione di cinquemila anni, in cui è stato innestato il processo di crescita economico cui prima si accennava.
La migliore qualità della formazione dei lavoratori cinesi aumenta la potenzialità del Paese a livello mondiale. In questo decennio, che va a concludersi, i cinesi hanno sparso per il mondo i loro prodotti, che sono stati comprati ad un prezzo molto basso. La Cina ha inviato per il mondo molti milioni dei suoi figli.

L’etnia cinese sta per diventare la terza negli Stati uniti, dopo quella anglosassone e l’altra spagnola. Ma anche in Italia, città come Prato sono diventate cinesi; piazza Vittorio, a Roma, è già tutta cinese, e qui, a Catania, il mercato è stato acquistato in gran parte dai cinesi. I quali lavorano tanto, parlano poco e cercano di rendersi quasi invisibili. Questo consente loro una penetrazione, di cui le comunità non si rendono conto, salvo poi a trovarsi invase.
In Cina, il miglioramento della qualità del lavoro farà elevare la qualità dei prodotti. Per conseguenza la preoccupazione dei prossimi anni è che nel mondo occidentale arriveranno prodotti di buona qualità a prezzi bassi. La concorrenza è inarrestabile, perciò il mondo occidentale deve fare ciò che sa fare per reggerla: prodotti e servizi ad alto valore aggiunto e ad alta tecnologia; utilizzazione degli immensi tesori paesaggistici, ambientali, marini, archeologici e culturali; alta formazione e innovazione tecnologica.
Ott
13
2010
La dichiarazione di sostanziale fallimento della Regione da parte del neo-assessore all’Economia, Gaetano Armao, è doppiamente colpevole in quanto tardiva. Lombardo, levatrice di quattro Governi in due anni e mezzo, non è stato capace di gestire la Regione come il pater familias, continuando a spendere e spandere in spesa improduttiva, cioè quella corrente senza tagliarla alla radice.
L’epilogo non poteva che essere questo: Comuni e fornitori, non c’è un euro. Però a fronte dello strangolamento dell’economia, dello schiacciamento dei fornitori di Regione ed Enti locali, dello spappolamento dei Comuni che, non ricevendo i trasferimenti, sono inchiodati, si pensa a fare un nuovo mutuo che porta a più di cinque miliardi l’indebitamento della Regione e a spendere in interessi oltre 800 mila euro al giorno. Una cifra impressionante (292 milioni all’anno).
Ma Lombardo ha realizzato ben due Finanziarie (2009 e 2010), approvate con maggioranze variabili, e con lo stesso dissennato criterio di sostenere la spesa corrente a danno di quella per investimenti.

La fotografia del disastro è rappresentata dall’articolo 51 della l.r. 11/2010 (Finanziaria 2010) nel quale è scritto che i dipendenti debbono essere 15.600 (esclusi i dirigenti). A proposito di questi ultimi, ricordiamo che sono utili alla macchina regionale (almeno formalmente) 28 dirigenti generali, 66 dirigenti di Aree e 430 di Servizi. In esubero 1428 dirigenti che potrebbero essere mandati alla Resais Spa in cassa integrazione.
Non sappiamo in quale palla di vetro il Governo abbia previsto che servano tutti questi dirigenti e dipendenti, non avendo lo strumento cardine di ogni sana amministrazione, che è il Piano aziendale.
C’è da aggiungere la delibera di Giunta n. 271/2010 con la quale il dipartimento del Personale è stato autorizzato ad assumere ex novo altri 5 mila inutili dipendenti (ripetiamo inutili perchè non servono alla macchina regionale). Con ciò discriminando i 236 mila disoccupati che hanno lo stesso titolo per concorrere ai 5 mila posti.
La verità è che questi 5 mila posti dovrebbero essere cancellati, tagliando altri 5 mila posti più 1500 dirigenti. In definitiva la Regione potrebbe funzionare meglio con diecimila dipendenti ben addestrati e 500 dirigenti.
 
Questo disastro va affrontato con mezzi drastici che noi abbiamo suggerito più volte. Anche oggi troverete un box nelle pagine interne dove sono elencate voci che comporterebbero un risparmio di 2,9 miliardi. Ma guardando bene nelle pieghe del bilancio 2011 è possibile tagliare ancora 600 milioni.
Se il nuovo indebitamento fosse finalizzato ad aprire i cantieri, potrebbe aiutare a risollevare l’economia. 862 milioni di nuovo mutuo, infatti, darebbero lavoro, all’incirca, a seimila persone. Se una parte delle risorse, risparmiate coi tagli prima elencati, fosse indirizzata ad aprire cantieri di opere pubbliche si potrebbero offrire ai disoccupati siciliani altri 20-25 mila posti di lavoro.
Ma è possibile, chiediamo a Lombardo e alla sua maggioranza, che non si capiscano questi meccanismi elementari di macroeconomia che nelle famiglie si chiamano più semplicemente conti della serva?
Ora, bisogna correre ai ripari, che siano veri. Primo: annullare le nuove assunzioni. Secondo: tagliare 3,5 miliardi dalla Finanziaria 2011. Terzo:  rinegoziare i tassi dei mutui, ristrutturarli e allungarne le scadenze. Quarto: attivare immediatamente tutti i cantieri bloccati utilizzando le risorse europee statali e proprie, tenute a bagnomaria per insipienza, incapacità e irresponsabilità dell’apparato burocratico e per mancata vigilanza e indirizzo del ceto istituzionale preposto negli assessorati.

Si comprendono le scuse di dirigenti che hanno cambiato incarichi tante volte in questi due anni, nonchè di assessorati che hanno visto avvicendarsi assessori diversi. Ma tutto questo non può pesare sulla schiena dei siciliani e delle imprese. Non è possibile che la Regione continui a pagare regolarmente stipendi, compensi, onorari, indennità parlamentari e spese clientelari dimenticando che non pagando i fornitori si mettono in bilico gli stipendi di decine di migliaia dei loro dipendenti.
Non è più possibile che ci dobbiamo vergognare di chi ci amministra senza sale nella zucca. Ha ragione Armao: “La Sicilia deve mettersi le carte in regola” (è il titolo del mio libro n.16). Meglio tardi che mai.
Ott
07
2010
L’economia siciliana è asfissiata dalla mancanza di liquidità, sia perché Regione e Comuni non pagano i fornitori (o li pagano con un ritardo sanzionato dall’Ue) sia perché i lavori pubblici sono precipitati in questi ultimi anni. Eppure, c’è tanta disponibilità di risorse finanziarie che aspettano solo di essere spese. Un vero e proprio delitto compiuto dai responsabili delle istituzioni, i quali si perdono in mezzo a beghe da cortile e non capiscono che la ragione per la quale il popolo li ha eletti è quella di promuovere lo sviluppo della regione (per quanto riguarda il Governo) e dei territori (per quanto riguarda i Sindaci).
La carenza di liquidità, per la mancanza di pagamenti e dell’apertura dei cantieri, sta strangolando l’economia dell’Isola e con essa i consumi, perché viene meno la disponibilità di quattrini nelle tasche dei cittadini.
La gravità della questione non è ben compresa da assessori, direttori generali e sindaci, che restano immobili senza prendere provvedimenti urgenti e tempestivi che rompano l’involucro dell’immobilismo.

Occorre che immediatamente Regione e Comuni aprano i cantieri e contestualmente si accingano a redigere la prima il Piano regionale delle infrastrutture, i secondi il parco-progetti del territorio di propria competenza.
Sentiamo una risibile osservazione: i Comuni non hanno i soldi per pagare i professionisti. Invece hanno i soldi per pagare gli innumerevoli sprechi più volte elencati nelle pagine di questo quotidiano. Anche in questo caso bisogna smentire una clamorosa bugia e, cioè, che i sindaci non abbiano quattrini. è vero con le presenti condizioni. è falso se esse si ribaltano. Come? Andando a caccia degli evasori, che sono tantissimi, mediante un apposito gruppo di Polizia municipale tributaria e colpendo inesorabilmente i morosi dei tributi comunali che sono oltre un terzo.
Aumentando le entrate e incassando le somme dovute dai cittadini, tagliando senza guardare in faccia nessuno le spese, i Comuni potrebbero trovare l’equilibrio di bilancio e con esso le risorse per fare i progetti finanziabili e cantierabili.
 
Lo stesso ragionamento vale per la Regione, anche se su dimensioni diverse. Il suo bilancio è di circa 29,6 miliardi di euro, pressappoco come quello della Lombardia. Ma a differenza del primo, quasi tutte le uscite sono ingessate. Dunque, la Giunta ha scarse possibilità di manovra.
Nell’impostare la Finanziaria 2011, il neo assessore all’Economia, Gaetano Armao, ha l’improbo compito di tagliare fortemente la spesa corrente per rendere disponibili le risorse finanziarie recuperate, da destinare alle opere pubbliche. La Regione non può continuare a fare l’ammortizzatore sociale, cioè a pagare stipendi e indennità improduttivi perché corrisposti a persone che non rendono. Ma, con sapienza, deve creare opportunità di lavoro in modo che chi voglia possa trovare sfogo in attività produttive di ricchezza, qual è appunto la costruzione di opere pubbliche.
Per questa ragione, il presidente  dei siciliani, Raffaele Lombardo, deve insediare presso la direzione generale delle opere pubbliche una task force per fare l’inventario di tutte le opere incompiute e un Piano di opere nuove.

Non scriviamo nulla di nuovo. Ricordiamo il grande economista John Maynard Keynes (1883-1946) il quale consigliava agli Stati in depressione economica anche di indebitarsi per rimettere in moto l’economia attraverso la costruzione di infrastrutture.
Lo ribadiamo per l’ennesima volta. La Sicilia ha bisogno di robuste iniezioni di liquidità e non di chiacchiere a vanvera, come sono quelle di tanti politici e dirigenti regionali che continuano a riferire che cosa loro stiano facendo, non che cosa abbiano già fatto e quanti milioni o miliardi abbiano immesso nell’economia regionale.
Lo stesso presidente Lombardo ha più volte emanato decreti, direttive e circolari ai propri dirigenti, invitandoli perentoriamente a spendere, ma ha trovato un muro di gomma. Avrebbe dovuto trarne le conseguenze e destituire quei dirigenti regionali sordi. Qui, ora, o si fa la Sicilia o si muore. Non c’è più tempo per vuote e inutili parole.
Ott
02
2010
La Banca d’Italia comunica che il debito pubblico, al 31 luglio 2010, è arrivato a 1.838,3 miliardi di euro, partendo, il 1° gennaio, da 1.760,7 mld di euro. Si è prodotto un maggiore indebitamento, in appena 7 mesi, di 78 miliardi. Se dovesse proseguire con questo ritmo, alla fine dell’anno il debito potrebbe arrivare a 1.880 miliardi, diventando il primo in assoluto nel mondo. Questo fatto indica il fallimento della politica del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, il quale non è stato in condizione, nonostante la manovra attuata con la legge 122/10, di tagliare adeguatamente le spese, in modo da compensare la diminuizione del gettito fiscale.
Secondo la Ruef (Relazione unificata economia e finanza pubblica 2010), il Pil nominale dell’anno in corso dovrebbe attestarsi a 1.554 mld, la spesa a 734 mld, le entrate a 724 mld. Il disavanzo primario che ne consegue è di 10 mld, cui si sommmano 73,5 mld per interessi sul debito.

Cosicché, secondo le previsioni, il debito pubblico dovrebbe aumentare di 83,5 mld. Dai numeri elencati risulta ben evidente che questo obiettivo sarà fortemente superato.
Le cause di tale pessimo risultato, appunto un fallimento, sono due. La prima riguarda l’incapacità del Governo di stimolare l’economia per portare il Pil ad un incremento di oltre il 2%, come sta facendo la Germania. La seconda, ancora più grave, di non avere tagliato la spesa corrente, falcidiando il parassitismo, gli sprechi, i privilegi di un ceto politico, burocratico, imprenditoriale e sindacale, che mangia nella greppia pubblica a quattro mani, facendola sempre di più indebitare.
In questo quadro, Tremonti ha commesso un altro gravissimo errore di politica economica: ha tagliato le spese correnti con una linea orizzontale; con ciò, punendo gli enti virtuosi e non penalizzando a sufficienza gli enti viziosi. Si tratta, quindi, di una politica economica non rigorosa, che ha lasciato inalterati gli equilibri; mentre una manovra economica deve apportare correzioni ove abbisognano. Insomma, gli occhiali di Tremonti non hanno messo a fuoco la sua vista, ovvero, peggio, egli ha visto le cose, ma ha fatto come le tre scimmiette.
 
Il successore di Quintino Sella ha commesso un ulteriore errore di politica economica: ha tagliato trasferimenti per la costruzione di infrastrutture (opere pubbliche) e non la spesa corrente. è del tutto evidente il danno che si crea all’economia quando si rinviano o si ritardano le opere pubbliche.
Lo sviluppo di un Paese è basato sulle infrastrutture. Nel suo complesso, l’Italia ha un tasso infrastrutturale che è pari alla metà di quello della Germania e, all’interno, il tasso infrastrutturale del Sud e della Sicilia, è dimezzato rispetto alle regioni del Nord. Ecco una delle spiegazioni dell’arretratezza del Meridione.
Proprio per pareggiare il conto, Tremonti avrebbe dovuto tagliare la spesa corrente con l’accetta e trasferire i risparmi verso opere pubbliche, per due terzi al Sud e un terzo al Nord, in modo da cominciare il livellamento infarastrutturale. Per fare questo, occorre un forte peso politico meridionale, senza il quale vincono Bossi e compagni.

Da più di un anno Tremonti non firma il mandato per trasferire alla Sicilia le risorse Fas per 4,3 mld. Abbiamo l’impressione che egli voglia affamare la Sicilia, negandole quanto è suo diritto avere, con lo scopo di prosciugare le disponbilità finanziarie e, quindi, portarla al dissesto. Appunto il dissesto è una delle cause per le quali si può sciogliere l’Assemblea con relativa decadenza del presidente della Regione, in modo da nominare un commissario governativo che possa mettere ordine.
La manovra è subdola, ma appropriata allo scopo di buttare giù il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, e mandare il popolo alle elezioni, possibilmente in concomitanza con quelle nazionali che verosimilmente si svolgeranno in aprile 2011. Lombardo deve subito attivare non solo una pressione politica insieme con i nuovi alleati (Udc di D’Alia, Finiani, Rutelliani e Pd), ma anche procedimenti giudiziari sia davanti alla Corte costituzionale che dinnanzi alla Corte di giustizia europea. L’obiettivo più importante è quello di riattivare l’Alta Corte e di mettere in mora il Governo nazionale. Altro che occuparsi della Tirrenia.
Set
07
2010
È noto a molti l’esperimento della rana cinese: dentro una pentola d’acqua fredda si accende un fuoco leggero, che la riscalda lentamente; la rana non si accorge del surriscaldamento e muore bollita. Se, invece, viene gettata nell’acqua calda, si scotta, reagisce e balza fuori dalla pentola salvandosi.
L’economia della Sicilia è già bollita e sta morendo, perchè cotta al fuoco lento dell’incapacità di farla svegliare, reagire e salvarsi. La questione non riguarda solo il dopoguerra, tuttavia ci limitiamo ad osservare quanto è successo in questi 63 anni, in cui il Pil prodotto, su quello nazionale, è rimasto inchiodato a poco più del 5 per cento, mentre dovrebbe essere fra l’8 e il 9 per cento, cioè dagli 85 miliardi attuali a circa 130. 
è mancata la programmazione dello sviluppo, sono mancati investimenti in infrastrutture, che costituiscono il fondamento per il movimento di beni e persone e quindi per l’agilità dell’economia. è mancato soprattutto un quadro di condizioni per attirare investimenti nazionali e internazionali.

I governi regionali che si sono succeduti in questi 63 anni - il primo (1947/1949) presieduto da Giuseppe Alessi (Dc) - si sono preoccupati di creare bacini di voti da alimentare col clientelismo e col favore. Quasi mai hanno realizzato e messo in atto un progetto di sviluppo alto che utilizzasse in pieno tutte le risorse dell’Isola, cospicue e di alto valore. Cosicchè non solo non sono arrivati nuovi investimenti, ma molti di quelli presenti hanno preso la fuga.
Il rischio è permanente perchè ancor oggi altri gruppi stanno decidendo di andarsene dalla Sicilia: dalla Fiat alla Keller, all’Eni di Gela. Mentre il Governo regionale attuale, presieduto da Raffaele Lombardo, dovrebbe smetterla di cincischiare su alleanze e quadri politici, peraltro essenziali per governare, e votarsi a stimolare fortemente le tre attività prima indicate: programmazione dello sviluppo, investimenti in infrastrutture e  attrazione di  capitali.
Il macigno dell’economia siciliana è la perenne questione dei precari, ovverosia impegnare il tempo per trovare risorse a perdere che sono gli ammortizzatori sociali per questi siciliani, privilegiati perché raccomandati, i quali, anziché formarsi le competenze per cercare un lavoro che c’è, aspettano il favore di un’indennità regionale o comunale.
 
Il Governo deve porsi la questione di creare lavoro in attività che producano valore e non in passività a perdere, come gli ammortizzatori sociali, in modo che tutti i siciliani che abbiano competenze e voglia, possano trovare le mansioni che sono capaci di svolgere.
L’attrazione degli investimenti nazionali ed esteri passa attraverso una burocrazia snella ed al servizio del progetto alto, pronta a collaborare con procedure istantanee per chiunque faccia richieste di autorizzazioni, senza ovviamente danneggiare il territorio. Non si capisce perché, per esempio, la burocrazia regionale si sia messa di traverso con comportamenti dilatori per far partire la superstrada Ragusa-Catania o perché non collabori pienamente con l’Eni per attivare investimenti di 500 milioni che il colosso energetico vuole fare a Gela. O perché abbia tardato alcuni anni a rilasciare la concessione al gruppo Forte per il Resort Verdura di Sciacca.

Potremmo fare centinaia di esempi di mala-amministrazione ma non servirebbero ad aumentare l’informazione su un fatto che è già di dominio pubblico. Dirigenti e dipendenti regionali ci costano 18 volte in più di quelli della Lombardia, come abbiamo pubblicato nell’inchiesta di mercoledì scorso, ma rendono forse 18 volte in meno. Il Governo continua ad assumere, non preoccupandosi di tagliare, invece, l’enorme ed ingiustificata spesa per i propri dipendenti.
Purtroppo Lombardo sta seguendo la via della rana cinese e lo invitiamo a comunicarci se intenda fare aumentare il Pil della Sicilia da qui alla fine della legislatura e di quanti punti percentuali. Oppure la rana bollita potrà essere solo sotterrata.
Non vogliamo credere che questo sia l’intendimento dell’attuale Governo, ma aspettiamo atti concreti che abbiano la finalità di immettere liquidità sul mercato siciliano utilizzando tutte le risorse europee e statali su progetti cantierabili ed immediatamente finanziabili. Dal numero dei bandi di gara si potrà misurare l’andamento e la volontà del fare.
Occorre rendersi conto che Autonomia vuol dire qualità oppure è una parola senza senso.
Lug
27
2010
Singapore è uno Stato insulare costituito da 63 isole con una superficie di poco più di 600 km quadrati e una popolazione di circa 5 milioni di abitanti, posto sulla punta meridionale della penisola malese.
La Repubblica di Singapore è diventata indipendente il 9 agosto del 1965 dopo essere stata federata con la Malesia per i due anni precedenti. Autore della rinascita politica ed economica della nuova Singapore è stato Lee Kuan Yew, laureato a Cambridge, che vinse le elezioni del 1959 guidando il Partito d’azione popolare. Diventato primo ministro, ha trasformato uno Stato quasi tribale in uno Stato modernissimo, in soli 45 anni.
Nel 2009 il Pil di quel Paese è stato di 257 miliardi di dollari di Singapore, pari a circa 142 miliardi di euro e nel 2010 è prevista una crescita del 14 per cento.
Il cuore della potente macchina che fa crescere vorticosamente l’economia è la Pubblica amministrazione, nella quale il fondatore ha inserito un metodo di selezione dei talenti a cominciare dai ragazzi di 10 anni.

I giovani talenti vengono selezionati e inseriti in un percorso formativo che si completa con laurea e master in giro in diverse parti del mondo, per cui quando essi ritornano apportano all’organizzazione dello Stato e dell’economia grande innovazione ed efficienza, che consente di migliorare rapidamente le performance.
Lee Kuan Yew è stato al potere per 31 anni. Pur essendo considerato il padre della patria dette spontanee dimissioni e, in base a una riforma costituzionale, il successore Goh Chok Tong, fu eletto nel 1993 con il sistema presidenziale. Oggi è presidente Sellapan Ramanatan, eletto nell’agosto del 1999 e successivamente confermato.
A Singapore l’economia è molto sviluppata nei settori dell’elettronica e della finanza, mentre l’agricoltura ha un’importanza minima. La politica del premier ha fortemente incentivato gli investimenti stranieri, che hanno insediato industrie chimiche, di raffinazione e farmaceutiche. Il Paese, sito nell’Oceano Indiano, è al centro di traffici commerciali intensi per favorire i quali esso è una sorta di grande zona franca: possono entrare semilavorati e uscire prodotti finiti senza imposte.
 
L’inno nazionale di Singapore è Majulah Singapura (Avanti Sigapore). Vorremmo urlare, parimenti: Avanti, Sicilia.
Ci chiediamo, i lettori non ce ne vogliano per la noiosa ripetizione, che cosa abbiamo, noi siciliani, meno di un popolo multietnico come quello di Singapore - composto in maggioranza da cinesi, ma anche da malesi e indiani - per cui non abbiamo avuto nello stesso periodo (45 anni) un pari sviluppo pur essendo partiti da una soglia ben più alta di quella dell’ex colonia inglese.
Fra Singapore e la Sicilia vi sono almeno due dati in comune: ambedue sono isole, ambedue hanno 5 milioni di abitanti. Mentre l’isola orientale viveva in uno stato primordiale fino a 45 anni fa, la Sicilia ha un passato luminoso il cui periodo eccelso fu quello federiciano. Quell’isola non ha beni culturali come la nostra, ma ha un popolo che lavora intensamente con efficienza e professionalità. Potremmo citare molti dati che differenziano le due isole (anche la Sicilia è circondata da 15 di esse).

Il Pil della Sicilia è di poco più della metà, attestandosi sugli 85 miliardi di euro contro i 142 di Singapore. La nostra disoccupazione è oltre il 15 per cento, là inferiore al 3 per cento. La capacità di attrarre investimenti da noi è molto vicina allo zero perché non abbiamo condizioni competitive, dal momento che la macchina pubblica ostruisce anziché agevolare. Qui da noi il ceto politico, anziché occuparsi di realizzare un alto progetto di sviluppo, amplifica con un insano clientelismo gli organici della Pubblica amministrazione.
Se possiamo permetterci un sommesso suggerimento, vorremmo consigliare al presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, di mandare a scuola a Singapore i più alti vertici delle Regione, parecchi suoi assessori e suggerire al presidente dell’Ars, Francesco Cascio, di organizzare una delegazione di parlamentari che risiedano a Singapore per almeno un mese, per capire come si fà.
Non c’è da inventare nulla, basta copiare processi di sviluppo virtuosi che altri hanno realizzato, come regioni europee (Baviera, Catalogna e Lorena) che hanno ribaltato il loro stato sociale ed economico.
Lug
10
2010
Il ministro dell’Economia ha parlato di cialtroneria. Il termine significa essere cialtrone per abitudine o per natura. A sua volta, fra i vari significati, cialtrone è persona sciatta che nel lavoro sia solita abborracciare.Come definire meglio di così chi non fa il proprio dovere? Il dovere di questa Regione, ceto politico e burocratico, è di fare sviluppare le attività portando sul mercato tutte le risorse finanziarie disponibili e attraendo altre risorse da tutto il mondo per investimenti in un meraviglioso territorio che offre opportunità potenziali sempre utilizzate poco.
Gli unici veri investimenti, nel corso dei decenni, sono stati quelli dei petrolieri perchè qui hanno trovato un ceto dirigente servile e hanno potuto insediare stabilimenti altamente inquinanti, senza mai aver pagato contropartite disinquinanti.
Al riguardo, fa specie sentire le pressioni del ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, perchè il Governo regionale approvi l’installazione di tre termovalorizzatori da oltre 500 mila tonnellate.

Si tratta di impianti obsoleti e superati che industrie del Nord non sanno a chi vendere: un’ulteriore forma di colonizzazione inaccettabile.
A fronte di una forte denuncia di questo screanzato tentativo, vi è la soluzione costituita da impianti che possano servire una provincia o porzione di essa e quindi avvicinino la responsabilità del ciclo degli Rsu (Rifiuti solidi urbani) ai cittadini, i quali possano sorvegliare l’efficienza del servizio.
Nell’ambito di un Piano regionale, ogni Provincia, sotto forma di Consorzi di Comuni, o Consorzi di Comuni di dimensioni minori, debbono avere la facoltà autonoma di acquistare tali impianti e di gestire senza interferenze un servizio locale.
Le risorse per investimenti ci sono, ma restano accantonate per incapacità degli amministratori regionali e locali di utilizzarle. Chi ha la responsabilità di guidare una Regione importante come la Sicilia deve mettere in atto dei congegni legislativi e amministrativi che siano cogenti nei confronti della propria amministrazione e di quella degli Enti locali. I direttori generali che non spendono devono essere revocati, i sindaci che non fanno progetti devono decadere per legge.
 
Tremonti ha ragione quando definisce cialtroneria la semplice fotografia del fatto che su 44 miliardi di Fondi ne sono stati spesi solo 3,6, meno del 10 per cento. Si potrebbe definire in altro modo ma non ci preoccupiamo di un lessico fantasioso, bensì del fatto in quanto tale. Solo la Sicilia in tre anni e mezzo del Piano 2007/13 avrebbe potuto spendere la metà, pari a circa 9 miliardi e non è arrivata neanche al 10 per cento. Manca, quindi, sul mercato isolano, la liquidità conseguente, con un’accentuazione di problemi per tutti. Si tratta di vera irresponsabilità. Se nessuno risponde della propria missione, c’è il caos. Come definire la mancata spesa di 9 miliardi?
Deve finire il gioco dello scarica- barile, per entrare in un percorso virtuoso in cui ogni pezzo della società siciliana faccia l’intero proprio dovere. Senza di che, si continueranno a rimbalzare le colpe, un meccanismo privo di risultati positivi.

L’incertezza della situazione politica è causa di un procedere insicuro e incerto, il che comporta una perdita del prezioso tempo che non abbiamo più.
Vi è una discussione continua fra tutte le componenti di maggioranza e opposizione che in un caleidoscopio in continuo movimento si uniscono e si separano. La situazione regionale riflette quella nazionale nella quale ognuno aspetta di far fuori l’avversario o il compagno, senza peraltro guardare quello che c’è dopo.Tutto ciò infischiandosene dei siciliani e soprattutto dei 236 mila disoccupati, secondo l’Istat, che ormai vivono in condizioni difficili perchè in molti non hanno la preparazione sufficiente per rispondere alle numerose opportunità di lavoro che ci sono anche in Sicilia.
Da noi abbiamo anche questa carenza: una modestia professionale che non rende competitiva nel suo complesso la comunità isolana con quella delle più avanzate regioni del Nord Italia e dell’Europa. Anche a questo dovrebbe pensare il ceto politico, guardando avanti e abbattendo il tasso di rissosità che è un danno per tutti, nessuno escluso.
Giu
24
2010
In base all’andamento dell’economia, gli Stati Uniti prevedono una crescita del Prodotto interno lordo superiore al tre per cento nell’anno corrente. Sembra una percentuale incredibile commisurata a quella dell’Italia. Ma il Paese nordamericano ha una notevole flessibilità economica, il mercato del lavoro estremamente elastico, la propensione al rischio delle imprese, le rapide decisioni del Governo che provvedono a immettere liquidità nel mercato quando servono per sostenere le attività economiche.
Un Paese vivace che quest’anno supererà i 14.000 miliardi di dollari di Pil, anche se il debito pubblico, in conseguenza della crisi finanziaria, arriva a circa 13.000 miliardi di dollari, pari al 92,8 per cento.
La Cina è in ottima salute. Quest’anno avrà ancora una volta l’aumento del Pil a due cifre, le esportazioni aumentano del 48 per cento. Semmai il governo dell’economia cinese sta frenando per evitare il surriscaldamento e l’aumento dell’inflazione.

Nonostante l’apertura sulle oscillazioni dello yuan, richieste a gran voce dall’economia mondiale, la moneta cinese, che si riteneva sopravvalutata, contrariamente ad ogni previsione si è rivalutata di circa il 4 per cento.
Il governo del Paese asiatico sta avviando delle riforme molto difficili, tenuto conto dell’immensità del territorio e di un popolo di oltre 1,3 miliardi di esseri umani. Gli imprenditori di tutto il mondo investono in Cina perchè quel governo mette in atto ogni possibile attrattiva: dalla semplicità del rilascio di autorizzazioni alla remunerazione degli investimenti, alla rivalutazione dei capitali, alla disponibilità ad agevolare l’aumento dei consumi.
L’Expo 2010 di Shanghai è una vetrina mondiale di quanto si sta facendo in Cina. Quasi tutti gli imprenditori del Nord Italia più importanti hanno esposto. Dalla Sicilia solo qualcuno. Un’altra occasione perduta. Il ministro Brunetta nell’ambito del progetto “L’Italia degli innovatori” ha portato in mostra a Shanghai 258 progetti selezionati da tutte le regioni d’Italia. Di questi solo sei sono siciliani. Dalla Lombardia, invece, 50 progetti per l’innovazione.
 
La Germania, sotto la ferma guida di Angela Merkel, ha preso due iniziative molto efficaci: ha tagliato la spesa pubblica di oltre 80 miliardi di euro in quattro anni ed ha immesso liquidità nel sistema delle attività produttive e della costruzione di infrastrutture, in modo da far riprendere velocità alla ruota dello sviluppo.
L’azione combinata di risparmi di spesa inutile e di accelerazione di spesa utile sta creando le premesse per una ripresa più che buona, tenuto conto dello scenario generale dell’Europa. Essa potrebbe attestarsi intorno al 2 per cento del Pil tedesco. Un ottimo risultato che fa capire come siano serie le iniziative della Cancelliera tedesca.
La stessa, al vertice dei leader dell'Unione europea a Bruxelles, ha fatto votare all’unanimità un impegno affinchè la Commissione europea prepari una direttiva per tassare le banche. Berlusconi ha smentito di avere votato quell’ordine del giorno, ma da Berlino è arrivata una conferma. Attendiamo di vedere le carte,  che pubblicheremo nei prossimi giorni, per informare i lettori se ha mentito la Merkel o Berlusconi. Infatti entrambi non possono aver detto la verità.

E veniamo all’Italietta, bloccata dalle corporazioni. Qui si continua a cincischiare su tutto e non si prendono decisioni.
Secondo la Ruef (Relazione unificata sull’economia e finanza pubblica), le spese previste per il 2010 ammonteranno a 734 miliardi. La manovra prevede una riduzione dell’1,6 per cento per arrivare a questa cifra. Ma essa non intacca le cinque macrovoci di spesa pubblica.
1. Riduzione di stipendi pubblici e di indennità a tutti gli apparati politici (statali, regionali e locali).
2. L’allungamento dell’età pensionabile rimasto inalterato nonostante in Europa i livelli siano più  elevati.
3. I fondi perduti verso il mondo delle imprese che ammontano a 44 miliardi.
4. L’insieme degli acquisti di beni e servizi delle Pubbliche amministrazioni che ammontano a 137 miliardi.
5. Gli interessi sul debito pubblico, previsti in 71 miliardi, che non potranno diminuire ma aumenteranno.
Giu
18
2010
Se un torto ha il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è quello di essere entrato nelle spese dei singoli ministeri andando a tagliare secondo la sua opinione. Con ciò ha leso l’autonomia dei vertici politici, ai quali invece bisognava dare le indicazioni dell’ammontare complessivo delle spese finanziabili. Uguale errore ha commesso nel dare un taglio ai trasferimenti verso Regioni e Comuni senza distinguere fra enti viziosi ed enti virtuosi.
Fatto salvo quanto precede, bisogna apprezzare il rigore del ministro anche se, come abbiamo più volte sottolineato, esso appare insufficiente. Tremonti ha tagliato solo 12 mld € di spesa per il 2011, pari all’1,6 per cento della spesa complessiva stimata dalla Ruef in 734 mld €.
La manovra è insufficiente perché crea comunque un disavanzo primario e carica sull’enorme debito pubblico di 1.797 mld € altri 71 mld € di interessi che esso stesso genera: una sorte di vite senza fine.
Anziché sostenere e incoraggiare questa linea, alcuni stolti la contrastano per ragioni demagogiche.

Tremonti fa un esame al mese: l’asta dei titoli del debito pubblico che devono essere sottoscritti dal mercato in sostituzione di quelli che scadono e devono essere pagati. Il mercato compra tali titoli se essi godono ancora di un rating buono (possibilmente tripla A) e se il loro spread con i bund tedeschi sia limitato.
Tutto ciò accade nella misura in cui i conti dello Stato siano tenuti sotto controllo, tentando di raggiungere il consuntivo di fine 2010 senza disavanzo primario.
 
Se Tremonti avesse avuto più coraggio e se Berlusconi non avesse fatto in campagna elettorale promesse che non poteva mantenere, se non badasse continuamente ai sondaggi per governare, la manovra sarebbe stata più rigorosa. La Merkel, infatti, ha tagliato spese per 80 mld € e non per 24, pur avendo un debito pubblico dimezzato rispetto a quello italiano. Fatte le debite proporzioni, Tremonti avrebbe dovuto tagliare anch’egli 80 mld €, ma non l’ha fatto perché il provvedimento sarebbe stato tanto impopolare da far crollare la supposta popolarità del Cavaliere.
Gli statisti non governano con i sondaggi, ma fanno gli interessi della maggioranza dei cittadini tagliando i privilegi delle corporazioni, che sono forti e hanno voce. Governare con i sondaggi è come non governare e infatti questi primi due anni di legislatura sono passati con interventi di cui non si è sentito l’artiglio.
Il provvedimento di bloccare le assunzioni pubbliche (una nuova rispetto a cinque esodi) va nella direzione giusta, ma non è sufficiente.

Chi ha detto, dove è scritto che i dipendenti pubblici debbano essere 3,4 milioni? Da quale Piano industriale o da quale Piano organizzativo scaturisce questo fabbisogno? Ecco il vulnus del comportamento di Tremonti. Per reggere meglio gli esami mensili avrebbe dovuto portare agli organismi internazionali di valutazione modelli organizzativi collaudati, in modo da ricevere maggiori apprezzamenti.
Peraltro, gli apprezzamenti ci sono stati, sia da parte del Fondo monetario che da parte dell’Unione europea, ma la politica economica del ministro poteva e doveva fare di più.  Non è importante ottenere apprezzamenti, ma rimettere in equilibrio i conti dello Stato e abbattere quella bestia feroce che è il debito pubblico di 1.797 mld €, oltre il 115 per cento del Pil. Ricordiamo che il parametro di Maastricht è del 60 per cento. Intorno a esso si trova il debito degli altri Stati fondatori dell’Unione. L’Italia non può averne uno doppio perché gli interessi divorano lo sviluppo.
È chiaro che tutti i soggetti cui vengono tagliate risorse urlano. E lo fanno spesso in modo egoistico, anziché cominciare a fare l’esame di coscienza. A valutare, cioè, se si siano comportati in maniera professionale nel gestire le risorse ricevute e se non possano fare risparmi migliorando l’organizzazione dei propri servizi, senza tagliare i servizi sociali.
Tutti quelli che reclamano in direzione opposta sono in malafede, tranne coloro che già si comportano in modo virtuoso.
Mar
23
2010
Sono passati quarant’anni e il Pil della Sicilia è inchiodato al 5,5 di quello nazionale, nonostante i proclami, i propositi, i programmi e le buone intenzioni di tanti presidenti e governi regionali. Si sa, la strada dell’inferno è cosparsa di buone intenzioni, come dire che le parole non approdano a nessun risultato. Nella vita politica, ma anche in quella sociale, contano i fatti, gli atti concreti ed i risultati.
Il ceto politico siciliano in questi ultimi quarant’anni ha dato fiato alla bocca e sfidiamo anche uno solo degli appartenenti ad esso a dimostrarci con i dati che la situazione sociale ed economica si è evoluta.
Se scriviamo che si tratta di un fallimento colossale, non esageriamo. Il fallimento del fallimento è quello del settore pubblico, ove si sono innestati privilegi a catena del ceto burocratico, costituendo una casta di siciliani che ha visssuto parassitariamente sulle spalle della stragrande maggioranza degli isolani che affrontano le asprezze della situazione senza copertura.

Non ripetiamo, per non annoiare, i privilegi dei regionali. L’inchiesta pubblicata a pagina dieci ve ne riporta alcuni clamorosi, peraltro già richiamati da altre pubblicate negli anni precedenti.
In una Regione dove milioni di cittadini vivono sulla soglia della povertà è uno sfregio all’umanità che vi siano dirigenti che vanno a riposo con una pensione di 1369 euro al giorno, 500 mila euro l’anno, lordi bene inteso. Tutta la nostra solidarietà al poveretto destinatario di quest’elemosina.
In  Sicilia, vi sono circa 15 mila pensionati che costano quasi 600 milioni di euro, frutto dell’incapacità della Regione siciliana, unica in tutta Italia a non aver accantonato, di anno in anno, i contributi necessari per costituire la riserva matematica dalla quale trarre gli assegni pensionistici.
Peraltro l’attività viene svolta normalmente dall’Istituto nazionale di previdenza dei dipendenti pubblici, l’Inpdap, che svolge l’attività anche per tutti i dipendenti regionali salvo quelli della Regione siciliana, l’unica a fare eccezione.
 
Per mettere una pezza, l’attuale Governo ha istitutito il Fondo Pensioni Sicilia, per gestire il quale occorreranno personale e mezzi per un costo annuo stimato di circa 10 milioni. Si tratta di uno spreco, perchè se i pensionati fossero gestiti dall’Inpdap costerebbero zero euro. Ripetiamo,  zero euro.
La Regione fa come il cane che si morde la coda perchè mette in pancia altro personale con la denominazione di precari, che poi un giorno andrà in pensione. Un circuito vizioso che non ha fine e che costa enormemente distraendo le risorse da un impiego produttivo ad una sorta di ammortizzatore sociale.
Con gli ammortizzatori sociali non andremo da nessuna parte, nel senso che non potremo intraprendere la strada dello sviluppo per mancanza di risorse e continueremo a mettere pezze sugli strappi giornalieri senza un progeto di ampio respiro e di lungo sguardo.
Non si vede, allo stato dei fatti, una svolta, che sarebbe urgente ed essenziale. Essa dovrebbe partire dalla virata delle utilizzazioni delle magre risorse finanziarie della Regione, una virata, ripetiamo, che le sposti dalla spesa corrente cattiva e clientelare a quella in conto capitale per investimenti in infrastrutture, che metterebbero in moto decine di migliaia di posti di lavoro.

In questi giorni è in corso di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della Regione siciliana il Piano Casa, una buona legge che può attivare i cantieri.
Ci auguriamo che venga anche approvata la ristrutturazione delle Ato, una vergogna siciliana, ma soprattutto che nel Bilancio da approvare tassativamente entro il 31 marzo (un plauso a Francesco Cascio per aver messo i deputati in una sorta di tour de force) siano inseriti i requisiti essenziali per trasformarlo da uno strumento passivo, con funzione notarile, ad altro attivo che abbia in sé il propellente per mettere in moto investimenti atti ad attrarre imprenditori non siciliani e mettere in moto tutte le attività necessarie a rendere produttivi ed economici borghi, siti, parchi e altri beni di cui la Sicilia è  molto ricca.
Mar
05
2010
Dice il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che la spesa pubblica non si può tagliare, per evitare di fare macelleria sociale. La sua dichiarazione sottintende che, se fosse costretto a tagliare la spesa pubblica, dovrebbe partire da quella sociale. Il che è una pura e semplice menzogna. Infatti, il suo ammontare complessivo di oltre 800 miliardi di euro, più del 50 per cento del Pil, ha in pancia una serie di sprechi, di spese inutili, di compensi superflui che hanno il solo scopo di favorire i clientes.
Non solo, ma quello che si chiama il costo della politica, cioè compensi per consiglieri regionali, provinciali e comunali, rimborsi spese, diarie e altre voci costituiscono vere e proprie spese superflue, che dovrebbero essere tagliate senza alcuna esitazione.
Vi è poi tutto il comparto della sanità, la cui spesa supera un ottavo di quella pubblica, cioè 108 miliardi che, se tagliata del 3 per cento, porterebbe a un risparmio di oltre tre miliardi.

Nel bilancio dello Stato, sol che vi si guardi dentro con competenza e professionalità, le spese dannose da amputare sono tante, ma bisogna avere il prestigio morale e la forza politica per procedere a eliminare le spese clientelari e quelle parassitarie, che soddisfano solo la famelicità di politici e corporazioni.
Ritorniamo sul taglio della spesa pubblica, perché è da lì che bisogna partire, per procedere conseguentemente a due operazioni strategiche: investire in infrastrutture una parte dei risparmi  e portare a diminuzione del debito pubblico l’altra parte.
In qualunque bilancio, l’intervento tecnico-professionale, quando si vuole razionalizzare la spesa, è possibile, con accorta  manovra, che non tagli con una linea, bensì con una sinusoide: si può abbassare mediamente il totale di almeno il cinque per cento. Tradotto in cifre, significa un risparmio di 40 miliardi, quanto servirebbe, per altri versi, per abolire l’Irap.  Non si capisce perché questo Governo e Berlusconi in prima persona, che hanno promesso con il loro programma elettorale del 2008 di fare le riforme, non le stiano facendo. Fra le riforme, quella primaria riguarda il riordino della spesa che per alcuni versi può anche essere impopolare.
 
L’altra grande riforma è il riordino delle norme, dei diversi livelli. è stato creato apposta il ministero per la Semplificazione normativa, che però ancora ha partorito il classico topolino, perché la legge denominata taglia leggi di fatto ha operato solo su alcuni rami secchi ma non su norme che sono attive. Il ministero, a distanza di quasi due anni, non ha messo mano al riordino di norme per materia, in modo da evitare il caos, che consenta poi a enti, imprese e cittadini di rivolgersi al Tar, il quale ha la grande difficoltà di muoversi in meandri confusi, per cui le sentenze oscillano fra un punto e il suo opposto.
Non è chiaro per quale motivo il Governo non si muova decisamente nella direzione delle riforme strutturali, se non perché è vincolato e attanagliato dal democristianismo, cioè dalla pessima abitudine della cattiva politica di accontentare tutti per non perdere neanche un voto. L a buona politica, invece, disegna e realizza grandi progetti strategici e chiede il consenso sui risultati della propria attività. Risultati che arrivano.

Nel nostro Paese, vi è un sistema istituzionale complesso, per cui i progetti strategici del Governo debono essere confrontati con la conferenza delle Regioni, l’Anci (associazione dei Comuni) e l’Upi (associazione delle Province). Confronti che allungano in modo pernicioso i tempi e impediscono lo svolgimento di un’azione politica di interesse generale.
È giusto che il Governo ascolti  Regioni ed enti locali, ma alla fine ha il dovere di decidere con la prerogativa della legislazione esclusiva all’Esecutivo, seppur dando ascolto ai suggerimenti che arrivano dai territori. Per contro, poi, il Governo non intervenga in materie che invece sono di competenza di Regioni ed enti locali, creando problemi e rinviando le soluzioni.
Con l’attuazione del federalismo, se mai vedrà la luce, i limiti di intervento del Governo e quelli di Regioni ed enti locali dovrebbero essere marcati, secondo il noto principio della sussidiarietà, che è il fondamento dell’azione dell’Unione Europea.
Feb
11
2010
Le televisioni nazionali, pubbliche e private, hanno scoperto che i talk show, gli spazi dedicati all’informazione e quelli relativi agli approfondimenti non costano nulla, perché gli invitati non prendono cachet. Certo, rimangono le spese per l’organizzazione, ma restano una parte minore ove si consideri che nelle trasmissioni ludiche i compensi dei partecipanti sono di gran lunga superiori.
Gli spazi televisivi (e anche quelli radio) aumentano di numero perché, finalmente, i cittadini-ascoltatori si sono svegliati e partecipano volentieri ai dibattiti ponendo questioni spesso particolari, ma frequentemente di interesse generale.
L’informazione televisiva che si produce in questi spazi presenta una forte anomalia, consistente nel costume abituale di ignorare la partecipazione del Sud, attraverso propri intellettuali, giornalisti, direttori di quotidiani e altri che hanno titolo né più e né meno come i loro colleghi del Nord Italia.

Non si capisce per quale motivo, i responsabili delle trasmissioni informative televisive e radiofoniche invitino persone e opinionisti che rappresentano solo se stessi e non una fetta di pubblico vasto come quello del Meridione, ove risiedono oltre venti milioni di cittadini. È vero che questo terzo del territorio, comprendente otto Regioni, è molto indietro sul piano economico, sociale e organizzativo, con una Pubblica amministrazione scassata, clientelare e spesso corrotta, ma è anche vero che vi sono molti suoi figli in condizione di esprimere opinioni e di fare valutazioni sulle vicende nazionali, le quali non possono essere viste e ponderate solo da Nord.
Si rende necessario, quindi, un riequilibrio delle presenze, con giornalisti, direttori e intellettuali del Sud, che vivono a Sud, nel territorio e che sono consapevoli della realtà e delle vicende che ivi si svolgono. Essi hanno gli stessi titoli e la stessa dignità di tutti gli altri, che invece sono costantemente presenti negli spazi più volte richiamati, ove stranamente lo squilibrio indicato non è notato.
L’Italia vista da Sud. Ecco cosa manca alla buona informazione televisiva e radiofonica nazionale perché osservi i principi deontologici e costituzionali di obiettività, completezza e trasparenza.
 
Si tratta di un vuoto che va colmato e in questo senso si dovrebbero muovere i rappresentanti dei maggiori partiti politici presenti nella Commissione di vigilanza Rai, ma anche rappresentati indirettamente nell’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom), in modo che l’opinione pubblica nazionale, nei diversi dibattiti, senta il punto di vista non solo dei leghisti, degli emiliani, dei veneti o dei toscani, ma anche quello dei siciliani, dei campani o dei pugliesi.
L’argomentazione in parola non tende a promuovere la comunicazione del Sud, né ad avere vantaggi, ma a recuperare un divario che anche in questo versante è macroscopico, pernicioso e dannoso agli interessi generali.
Peraltro, gli esponenti del mondo della politica e dell’imprenditoria del Sud sono abbastanza ignorati, mentre quelli del Nord hanno una visibilità nettamente superiore alla fascia di cittadini che rappresentano.

L’Italia vista da Sud: ecco cosa è necessario all’equità del dibattito nazionale, per far capire a tutta la Comunità come sia indispensabile mettere in moto i processi di modernizzazione del Mezzogiorno, che in atto è un peso morto per la parte trainante del Nord. Ribaltando lo stato dei fatti e lottando con ogni mezzo malavita organizzata e attività in nero, si può mettere in moto l’indispensabile processo di crescita e ridurre, passo dopo passo, il divario fra Sud e Nord.
Al danno di non essere chiamati da televisioni e radio nazionali nel dibattito informativo, si aggiunge la beffa che, qualche volta, il direttore di un quotidiano, un giornalista o un intellettuale venga chiamato in causa se c’è un evento, spesso negativo, per esempio siciliano, su cui si punta l’opinione pubblica nazionale. Si tratta di un’ulteriore ghettizzazione nel mondo dell’informazione e della comunicazione e noi tutti, che facciamo questo mestiere, ci dovremmo rifiutare di intervenire solo nelle occasioni sopra citate.
L’Italia vista da Sud: muoviamoci per riequilibrare l’informazione. Non è mai troppo tardi.
Feb
09
2010
Nell’ultimo trimestre 2009 l’economia Usa ha avuto la crescita più alta degli ultimi  sei anni: + 5,7 per cento. Nello stesso periodo l’economia italiana ha avuto una crescita di un misero 0,6%. Bisogna tener conto che gli Usa hanno una popolazione di 300 milioni di abitanti contro 60 milioni di italiani, ma il Pil della prima economia del mondo è di oltre 13 mila miliardi di dollari contro poco più di 1.500 miliardi di euro della Penisola.
Sono due pianeti diversi ove nel primo il lavoro è dinamico, si entra e si esce con rapidità, nessuno cerca il posto fisso ma tutti vogliono crescere e, per crescere, diventano competitivi. Negli Stati Uniti è molto diffuso il venture capital, cioè il finanziamento di progetti ad alto rischio, sapendo in partenza che solo due su dieci hanno successo. Ma gli utili che producono questi ultimi coprono ampiamente le perdite degli altri otto che vanno in malora.
Questo meccanismo ha prodotto una serie di campioni a livello mondiale quali Steve Jobs (Apple), Bill Gates (Microsoft), Jimmy Wales (Wikipedia), Larry Page e Sergey Brin (Google)

Barack Obama è stato capace di ribaltare una situazione tragica dando ascolto alla mente acuta del presidente della Federal Reserve (l’Istituto di emissione) Ben Bernanke, che, proprio nelle ultime settimane, è stato riconfermato nella carica per altri quattro anni.
La politica del governo americano è stata quella di intervenire massicciamente nel settore dell’economia, principalmente in quello bancario e in quello dell’automobile, mediante prestiti e non contributi a fondo perduto, che già quest’anno incominciano a essere restituiti sia dalle banche che dalle case automobilistiche.
Ford sta riassumendo, General Motors non ha venduto l’Opel tedesca, la Chrysler, terza big americana sotto la cura di Sergio Marchionne sta riprendendo terreno. In Usa la tendenza si è ribaltata rapidamente.
La Cina, dal canto suo, continua a correre con una crescita del Pil di oltre il 10 per cento l’anno e non distante vi è l’India. Sembra incredibile accertare la capacità del popolo americano nel ribaltare una situazione che, a metà 2009, sembrava disastrosa.
 
Nel pianeta Italia l’economia, invece, langue perché soffocata da tante corporazioni che attingono alla greppia pubblica senza pudore. Quando si pensa che il bilancio pubblico è tuttora composto per il 93 per cento da oneri inderogabili, si capisce come la libertà di manovra sia ridotta all’osso.
Tale spesa rigida è conseguente ad un quadro normativo e procedurale che impedisce l’attuazione di una flessibilità efficace. Nel 2010, la spesa pubblica sarà pari al 51 per cento del Pil, più di 800 miliardi di euro, cioè in crescita rispetto al quinquennio precedente. Una spesa senza controllo perché i ministri fanno una politica clientelare e tirano il lenzuolo dal loro lato, non essendo statisti.
La spesa è senza controllo anche perché le amministrazioni non la legano ai risultati. Solo la verifica degli indicatori di performance consentirebbe di valutare la validità della spesa e, per conseguenza, le competenze e la professionalità dei dirigenti che la effettuano. L’ulteriore conseguenza sarebbe il rapporto tra performance e merito, da cui deriva poi la responsabilità di attuare una missione.

In Spagna, l’economia ha subìto più danni dalla crisi perché si era sviluppata di più. Ma Zapatero è corso ai risparmi del bilancio statale varando un piano di austerità che prevede un taglio di 50 miliardi di euro e l’aumento dell’età pensionabile per uomini e donne da 65 a 67 anni.
La strada dello sviluppo di qualunque nazione passa per una riduzione della spesa corrente (cattiva). Se i governanti italiani fossero virtuosi, potrebbero tranquillamente tagliare la spesa pubblica del 5 per cento, pari a una quarantina di miliardi, e destinare l’esubero finanziario in parte alla riduzione dell’enorme debito pubblico e, per l’altra parte, a investimenti in infrastrutture e modernizzazione dello Stato. Tutto ciò senza ridurre le spese sociali, ma tagliando sprechi, apparati, costo della politica.
Il quadro è chiaro, le soluzioni ci sono. Basta avere forza morale e politica, ed onestà per adottarle.
Gen
05
2010
Più volte abbiamo denunciato l’enfatizzazione di una crisi vera, ma in dimensioni molto minori di quanto certi poteri forti e certa stampa contigua hanno strombazzato ai quattro venti, più per spaventare i cittadini che per fare informazione obiettiva e completa.
Abbiamo assistito a un boom di acquisti, sia natalizi che da quando sono cominciati gli sconti, il due di gennaio. Chilometri e chilometri di file, negozi pieni, commercianti soddisfatti, spesa per consumi in aumento rispetto al 2008.
Solfa diversa si è verificata in Sicilia, ove vi è un reddito pro-capite dimezzato rispetto a quello della Lombardia, ma in compenso ove vi è un assistenzialismo integrato a un clientelismo parapolitico che tiene tutto il sistema economico regionale in stand-by. Il divario si è manifestato anche questa volta, e continuerà ad aumentare, se il Governo di Lombardo non metterà mano con urgenza alle riforme strutturali.

La Sicilia è stata sempre in crisi dal dopoguerra, per tre cause più volte denunciate da questo giornale: la prima riguarda il comportamento provinciale della classe politica, che non ha pensato a un progetto di alto profilo per lo sviluppo del sistema economico siciliano, basato su concorrenza, trasparenza e merito. La seconda, è la subordinazione del ceto economico e professionale ai colonizzatori del Nord. La terza, riguarda il livello di generale deresponsabilizzazione del ceto dirigenziale pubblico che solo in pochi casi ha fatto valere competenza e indipendenza dai propri padroni politici, anche se la lr 10/2000 ha sganciato completamente l’attività amministrativa da quella del Governo.
La crisi perenne della Sicilia non potrà cessare se non si volta pagina. Certo, non è un bell’esempio avere proceduto alla stabilizzazione di 2 mila dipendenti della Regione e alla proroga di 3 mila contratti a tempo determinato, anche se soltanto per 3 mesi. Stabilizzazione e prorogatio, in limine mortis del defunto anno 2009, cioè avvenute con decreti del 31 dicembre.
 
Abbiamo più volte sottolineato che la Regione, qualora lo ritenga, può fare assistenza e può erogare ammortizzatori sociali, ma non deve camuffarli da servizi pubblici. Chiediamo agli assessori al ramo e ai dirigenti al ramo sulla base di quale Piano industriale, dipartimento per dipartimento, abbiano determinato che occorrono questi 5 mila dipendenti.
Sol che facciamo un paragone con la Regione Lombarda, che ne ha 3.251, notiamo che la Sicilia (21.104 fra dipendenti a tempo indeterminato e a tempo determinato) ne ha ben 17.853 in più. Non sapremo poi, fra tre mesi, come la Regione potrà rinnovare ancora questi contratti, atteso che la legge Brunetta vieta tassativamente l’ingresso nella Pa per via diversa dai concorsi pubblici, i quali, a loro volta, non possono essere banditi se non c’è un Piano industriale che indichi il fabbisogno (qualità e quantità) di figure professionali.

La riforma della burocrazia è fondamentale per l’attuazione di tutte le altre riforme, naturalmente una burocrazia totalmente informatizzata e messa in rete in modo da colloquiare con imprese, cittadini ed Enti locali esclusivamente per via telematica.
Ma già dai primi vagiti di quest’anno, si profila un disastro perché tre quarti degli uffici regionali, centrali e periferici ancora chiedono carta, carta e carta. Addirittura vi sono dipendenti che non sanno come dal primo gennaio sia entrata in vigore, obbligatoriamente, l’uso della Pec (Posta elettronica certificata) e l’invio delle fatture di forniture di beni e servizi esclusivamente per via telematica e si permettono, come comuni cialtroni, di pressare utenti e fornitori affinché inviino lettere, fatture e raccomandate con la carta. Un’autentica vergogna che i neo 26 dirigenti generali devono stroncare immediatamente.
La situazione è peggiore nel sistema degli enti locali (390 Comuni e 9 Province) ove direttori generali e segretari generali non hanno provveduto, nel 2009, ad attivare i sistemi informatici e i loro siti internet per fare scorrere i servizi da e verso i richiedenti.
Bisogna cambiare subito registro per mettersi a funzionare come la Regione Lombardia. La squadra dei dg regionali e di quelli sanitari è di buon livello, ma la responsabilità, non solo penale, è individuale. Le scuse e le parole stanno a zero.
Nov
04
2009
Il ministero dell’Economia ha stimato in 5 miliardi l’imposta sul rientro dei capitali esportati in questi decenni perché ritiene che 100 dei circa 400 miliardi sparsi per il mondo ritorneranno. La valutazione si basa anche sulla necessità da parte di tanti imprenditori, soprattutto piccoli, di utilizzare risorse finanziarie che si trovano fuori dai confini nazionali.
Sarebbe lungo analizzare l’elenco delle motivazioni che hanno indotto i nostri connazionali, del Nord soprattutto, a esportare i propri soldi. Fra esse possiamo individuarne alcune. La prima riguarda il clima di sfiducia dagli anni ‘60 in avanti, quando incombeva il pericolo comunista, anche se esso era più teorico che concreto.
Ma poi la gente non aveva fiducia nei governi che, a partire dagli anni ‘80, allargarono i cordoni della borsa comportando svalutazioni multiple della lira che taglieggiavano i risparmi. Vi è una terza ragione di esportazione della moneta e riguarda le aziende multinazionali che col sistema di maggiori e minori fatturazioni riuscivano (e riescono) a lasciare all’estero le proprie risorse finanziarie.

Una questione a parte è quella che riguarda la criminalità organizzata, la quale non aveva (e non ha) interesse di mantenere in Italia le proprie riserve perché soggette a colpi conseguenti ad inchieste di magistratura e forze dell’ordine.
Dal breve esame che precede si comprende come sia in parte falso l’assunto che chi ha depositi all’estero abbia evaso le imposte, perché c’è di peggio, in quanto tali depositi possono essere frutto di reati. L’operazione che ha fatto l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) di redigere la lista nera, la lista grigia e quella bianca in modo da individuare Stati canaglia o quelli che collaborano in un rapporto di trasparenza, ha portato molti di essi ad uniformarsi alla regola dello scambio d’informazioni automatico. Per entrare nella white list è sufficiente che uno Stato firmi almeno 12 convenzioni con altrettanti Stati. Molti di essi lo hanno fatto, per cui ormai Stati fuori dalla convenzione internazionale ne restano pochi.
 
Tutto ciò in apparenza, perché in effetti all’interno della stessa Ue vi sono dei membri che non si attengono all’automatismo dello scambio delle informazioni, per esempio il Lussemburgo, l’Austria, il Principato di Monaco. Ma la stessa Gran Bretagna ha al suo interno dei territori (isole Cayman) che non osservano le regole dello scambio delle informazioni.
Il paradosso si completa, per quanto riguarda il nostro Paese, con l’autorizzazione dei nostri massimi istituti di credito (Unicredit e Intesa San Paolo) a mantenere in vita proprie filiali in quei paradisi fiscali dove l’anonimato è la regola generale indiscussa. Se veramente si volesse combattere il trasferimento all’estero dei capitali italiani, bisognerebbe chiudere questi rubinetti. Ed anche quelli che funzionano al contrario e cioè l’apertura di filiali in Italia di banche estere che non hanno firmato la convenzione con il nostro Paese, per esempio la Svizzera.
Ma in un quadro che si mondializza sempre di più è impossibile realizzare quanto precede perché gli scambi commerciali hanno bisogno di essere agevolati e non frenati. 

Le iniziative di Tremonti contro la Svizzera sembrano a prima vista una reazione al freno delle trattative da parte di essa. La confederazione Elvetica, costituitasi oltre 700 anni fa (1291), non si può permettere di aprire lo sportello informativo perché questo costituirebbe lo svuotamento dei depositi soprattutto nel cantone tedesco vicino la Germania, in quello francese vicino allo Stato transalpino e nel canton Ticino vicino all’Italia. 
Il blitz della GdF su impulso del ministro dell’Economia nei confronti dei 76 sportelli di banche svizzere ubicate in Italia, sembra fatto più per inasprire i rapporti che non per facilitarli. Quasi a voler indurre lo Stato elvetico a trincerarsi dietro la negazione alla collaborazione. Peraltro esso è già stato inserito nella white list avendo firmato le convenzioni con 12 Paesi, quindi non ha nulla da temere se non firmerà la convenzione con l’Italia. 
Lo scudo fiscale ha lo scopo di far cassa, assicurando l’anonimato ai possessori di quei 100 miliardi di euro che verosimilmente rientreranno entro il 15 dicembre prossimo. Molti di tali capitali, resi così anonimi per legge, potranno essere utilizzati, ahinoi, anche per scopi non leciti.
Ott
27
2009
La poltrona di Quintino Sella (1827-1884), il non dimenticato ministro delle Finanze del governo Rattazzi, è occupata attualmente e provvisoriamente dal ministro Tremonti, buona intelligenza seppure furbesca. L’interrogativo è perché abbia esclamato urbi et orbi: “Il posto fisso è un valore”? Che cavolo voleva dire, di che valore si tratta, come si combina questa esternazione con l’andamento di tutto il mondo sviluppato verso un mercato flessibile? Un mercato nel quale le porte girevoli consentono una facile uscita dai rapporti di lavoro e un’altrettanta facile entrata?
Non pensiamo per nulla che Tremonti sia diventato sovietico, né memore dei regimi comunisti, i quali prevedevano che tutti i cittadini fossero dipendenti dello Stato, con i risultati disastrosi che tutti conosciamo.
Si è trattata, a noi sembra, di un’uscita demagogica, più per creare turbativa all’interno del Partito democratico, che non per dare un’indicazione politica al popolo italiano.

Prima, Giacomo Brodolini (1920-1969), che fece approvare lo statuto dei lavoratori (legge del  1970), poi Gino Giugni (1927-2009), quindi Marco Biagi (1950-2002) hanno fatto approvare sensibili riforme del mercato del lavoro. Biagi ha inserito il principio della flessibilità che non coincide per nulla con quello della precarietà.
Infatti, in un mercato del lavoro che funzioni, la domanda e l’offerta si debbono equivalere. Per cui, i governi nazionali e regionali, devono creare le condizioni di un equilibrio che consenta a qualunque lavoratore-professionista di cambiare mestiere e a qualunque impresa di cambiare il proprio dipendente.
Si dirà, nel Mezzogiorno queste condizioni non ci sono. Chi è dentro un posto di lavoro se lo tiene stretto. Vero, ma questa situazione è frutto dell’incapacità di un ceto politico che basa la raccolta del consenso sul clientelismo e non sulla realizzazione di progetti strategici di alto profilo.
 
D’altra parte, chi lavora a qualunque livello, dall’operatore ecologico (netturbino) al dirigente di dipartimento, ha l’obbligo di formarsi continuamente per apprendere le cognizioni professionali necessarie ad accrescere le proprie competenze ed essere pronto a rispondere ad offerte di lavoro sempre più qualificate che compaiono sui quotidiani.
Un’azienda di ponti telefonici deve assumere 100 tecnici in Sicilia ma non li trova. Un’azienda di serramenti di Grammichele (Ct) cerca ingegneri ed architetti specializzati, ma non li trova. Ci sono centinaia di aziende che cercano personale qualificato, ma non lo trovano. La nostra stessa azienda assume immediatamente 10 venditori professionisti, ma non li trova.
Al contrario vi sono migliaia di precari pubblici senza competenze, entrati nella Pa per raccomandazione e non per concorso, fottendo in tal modo gli altri siciliani che non hanno avuto il cattivo politico a raccomandarli. 
 
Di che parla il sovietico Tremonti, che cazzata dice, quali consensi vuole acquisire? Tanto nessuno gli crede, capiscono che si tratta di un fanfarone che spara minchiate come il coniglio al margine del bosco.
Il ministro dell’Economia sa benissimo che la flessibilità aumenta le occasioni di lavoro. Il posto fisso, invece, le fa diminuire. Fa specie vedere il presidente del Consiglio che gli tiene il sacco, pur sapendo che una declamazione di questo genere è contraria a una linea liberale e riformista di un governo di centro destra.
Per ciò stesso, il Cavaliere avrebbe dovuto chieder le dimissioni del prode Giulio. Il quale, non sembri azzardato, ha urlato per prendere le distanze proprio dal suo capo, come per altro in precedenza aveva fatto Fini. Se l’Uomo di Arcore vuole tenere la nave in rotta deve chiarire ai suoi sodali che possono parlare di tutto, ma il tutto deve stare dentro la linea politica del programma di governo approvata dagli italiani nell’aprile 2008.
Set
17
2009
È un periodo che il ministro dell’Economia se la prende con il sistema bancario perché si rifiuta di comprare i Tremonti-bond, che costano il 7,5 per cento. Lamenta, Tremonti, che non finanziandosi con lo strumento statale la banca non abbia ossigeno finanziario per potere a sua volta sostenere la richiesta di credito da parte del sistema-impresa.
D’altra parte, le banche italiane hanno difficoltà a finanziarsi con il costo citato e impiegare a un tasso minore. Esse dimenticano che la disponibilità dello Stato italiano a fornire liquidità, seppur al tasso del 7,5% è conseguente ai “buchi” relativi alle insolvenze dei crack internazionali di cui gli istituti di credito italiani possedevano azioni e obbligazione.
Le insolvenze conseguenti hanno depauperato il capitale delle banche e, in attesa che nuovi utili lo ricostituiscano, è lecito aspettarsi che non venga stretto il collare dei finanziamenti a scapito della necessità delle imprese di fare nuovi investimenti e di aumentare il proprio volume di affari.

L’Agenzia delle entrate, condotta dal direttore generale Attilio Befera, e la Guardia di finanza, guidata dal generale Cosimo D’Arrigo, nostro conterraneo, hanno stretto le maglie sull’evasione, anche in collaborazione con le parallele strutture di Stati esteri, in modo da tentare di ottenere informazioni attraverso le rogatorie.
Tuttavia, a fronte delle iniziative internazionali, bisogna sottolineare che la polpa dell’evasione è in Italia. Notizia di questi giorni è che in Sicilia i consumi superano l’Iva (la distanza fra spese e redditi sfiora il 40 per cento), dimostrazione immediata e palese della forte evasione di questo tributo.
Se viene evasa l’Iva, significa che viene nascosto il volume d’affari e quindi vengono evase le relative imposte dirette (Ires, Irap e Irpef). C’è quindi materia imponibile da fare emergere in una quantità stimata da molti osservatori nella misura di cento miliardi di euro.
 
La maggiore evasione fiscale, però, non è nel Meridione. Per la semplice ragione che esso contribuisce al Pil nazionale per circa il 25 per cento. L’evasione è maggiore ove c’è un grande volume d’affari, e quindi in tutte le Regioni del Nord Italia. Sembra strano che la Lega su questo punto taccia, forse perché le conviene favorire gli evasori, che la votano anche per questo indebito vantaggio.
Se c’è nero nella vendita finale di componentistica, oggetti domestici, mobili e via enumerando, la filiera illegale comincia dalla fabbrica. Diversamente, nel punto terminale non esisterebbe. Come infatti non esiste nella produzione e distribuzione di autoveicoli, della loro assistenza e ricambistica. Una maggiore evasione è nei servizi, ove non ci sono oggetti materiali che devono essere trasportati, per non parlare della vendita al dettaglio, visto che non tutti i negozi marcano gli scontrini.
L’articolo unico più volte suggerito di fare inviare telematicamente in tempo reale copia delle fatture e degli scontrini emessi all’Agenzia delle entrate viene ignorato. E questo la dice lunga.

Ci chiediamo perché i vari Governi degli ultimi trent’anni abbiano ignorato il fenomeno della immensa evasione che tanti imprenditori e cittadini italiani possono conseguire con la connivenza delle banche della Repubblica di San Marino. Il sistema economico del Titano poggia proprio sull’evasione fiscale italiana.
L’evasione fiscale ha anche localizzazione nei cosiddetti paradisi fiscali. La stranezza è che le banche italiane, come Unicredit (presente nelle Isole Cayman o a Honk Kong) o Intesa San Paolo (nella Grand Cayman), hanno le loro filiali in tali paradisi fiscali. Né il ministero dell’Economia, né la Banca d’Italia hanno spiegato all’opinione pubblica il motivo per cui debbano avere lì le loro sedi. Sarebbe stato invece comprensibile che Tremonti e Draghi avessero obbligato tali istituti a chiudere le loro filiali nei paradisi fiscali.
In questo quadro interviene la Tremonti-ter, cioè lo scudo fiscale che consentirà il rientro in Italia di un importo stimato in cento miliardi di euro, con l’incasso di cinque miliardi per il ministero dell’Economia. Fanno bene, Guardia di finanza e Agenzia delle entrate, ad attivare una pressione perché l’operazione raggiunga il suo target.