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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Elezioni

Lug
07
2012
Le elezioni primarie inventate dal Partito democratico non possono essere considerate delle vere e proprie elezioni, tant’è vero che legittimi sospetti hanno fatto pensare al voto interessato di partiti concorrenti, a favore di questo o di quel candidato. In Italia, le primarie sono un indegno teatrino, perché non governate da una legge che rende le norme uguali per tutti, mentre, così come sono, consentono arbitrii e distrazioni per favorire questo o quello.
Negli Stati Uniti, le primarie vi sono da decenni. Tutte disciplinate con una legge ferrea che consente a ogni Stato di eleggere i delegati alla Convention di agosto con il sistema maggioritario.
In altre parole, ognuno dei due o tre contendenti prende tutti i delegati di ogni stato. Quando si supera la fatidica soglia di 1.144 delegati, il candidato ha altissime probabilità di essere nominato per concorrere all’incarico di Presidente degli Stati Uniti, nel turno elettorale che si svolge sempre il secondo martedì di novembre, per poi procedere all’insediamento del neo presidente che si svolge sempre il 20 gennaio dell’anno dopo, che è dispari.

In Italia, si parla molto di approvare una legge che regoli le primarie, ma, in effetti, non c’è la volontà di procedere in questo senso, perché così tutti possono pestare l’acqua nel mortaio e prendere in giro i cittadini.
Io stesso, per provare la falsità di questo meccanismo, ho più volte partecipato alle primarie, pur non appartenendo né allo stesso partito, né ad altri partiti, in quanto sono un uomo libero. Tuttavia, votare è un diritto ma anche un dovere, a condizione che il proprio voto consenta un’innovazione della politica e, soprattutto, una pulizia rispetto a tanti collusi, corrotti, evasori e perfino condannati che ancora siedono in Parlamento e percepiscono regolarmente 20 mila euro al mese, oltre a trafficare, diffondendo corruzione.
Le primarie dovrebbero servire per eleggere i migliori soggetti della società (chiamarla civile è anacronistico perché non esiste la società incivile, a meno che non si intenda quella partitocratica), ma i migliori soggetti si possono selezionare se i senzamestiere fanno un passo indietro e non cerchino, invece, di arraffare posti, incarichi e altro.
 
Una legge che disciplini le primarie dovrebbe anche disciplinare il funzionamento dei partiti, lasciati liberi dall’attuale definizione dell’art. 49 della Costituzione. Tale articolo, però, ricorda che i partiti sono associazioni di cittadini e non di delinquenti che hanno lo scopo di derubare e di saccheggiare le casse pubbliche.
Intendiamoci, conosciamo moltissimi senatori e deputati onesti e capaci, molti consiglieri regionali onesti e capaci, molti consiglieri comunali onesti e capaci. Non bisogna mai sparare nel mucchio né prendere le persone come categoria.
I gruppi sono fatti da singole persone e ognuna di esse può essere altamente onesta e capace o altamente disonesta e incapace. Si tratta proprio di distinguere fra il grano e il loglio (Mt 13, 24-43).
Una legge sulle primarie che consentisse questa distinzione sarebbe utile ai cittadini. Essa dovrebbe prescrivere una reiscrizione ai partiti cui vogliano esprimere il proprio suffragio, in base ai certificati elettorali.

La farsa delle primarie ove tutti si iscrivono a prescindere del possesso dei certificati elettorali porta a risultati fuorvianti che non corrispondono alla situazione reale, con il risultato di far emergere candidati che la maggioranza dei simpatizzanti di un partito, magari, non vorrebbe.
Il disegno di legge prima richiamato che disciplinasse i partiti dovrebbe contenere i tre noti requisiti: statuto democratico standard, elenco delle entrate e delle uscite in un bilancio tipo e certificazione, da parte di società di revisione, dello stesso bilancio.
È inutile che Pd e Pdl continuino a parlare di primarie: si tratta di un imbroglio e di un inganno nei confronti dei cittadini. Dovrebbero, invece, promuovere la legge e approvarla in tempi brevi.
Questo e altro dovrebbero fare gli attuali partiti. Ma i loro dirigenti sono accecati e lontani dai cittadini, non accorgendosi di un suicidio che va avanti giorno dopo giorno nel crescere di un’indignazione non contro la politica, che è arte alta e nobile, ma contro la partitocrazia parassita, che succhia il sangue dei cittadini.
Mag
22
2012
C’era da aspettarselo. Federico Pizzarotti ha preso 6 voti su 10 degli elettori di Parma. Qualcuno maliziosamente dice che il Pdl ha votato per lui, in modo da contrastare il candidato del Pd, Vincenzo Bernazzoli. Noi crediamo, invece, che quegli elettori abbiano voluto dare un segnale preciso non tanto nell’eleggere una persona nuova, al di fuori degli scadenti rituali, ma soprattutto contro i partitocrati che hanno rovinato l’Italia, agendo come feudatari dell’800.
Due dichiarazioni di Pizzarotti, fra le prime rilasciate, ci fanno capire che, almeno in potenza, la scelta è stata felice. La prima riguarda il fatto che egli sceglierà alcuni assessori e dirigenti in base alle competenze, anche fra persone che non conosce direttamente, purché i loro curricula siano di alto profilo professionale. La seconda riguarda l’opportunità che l’amministrazione comunale redigga un bilancio consolidato che riguardi la stessa e tutti i suoi enti e partecipate.

L’inizio è buono. Si tratta ora di vedere se Pizzarotti sarà capace di trasformare i suoi intendimenti in atti concreti. Il suo capo, il comico genovese Beppe Grillo, vorrà invece mettere in atto le castronerie che ha detto in campagna elettorale, tra cui che le banche debbono fallire, che il debito pubblico non debba essere pagato e che l’Italia debba uscire dall’euro.
Amministrare un Comune è una cosa serissima e ci vogliono competenze e professionalità. Staremo a vedere se il primo atto che disporrà Pizzarotti sarà quello di ordinare la stesura del Piano aziendale, cioè il percorso lungo il quale deve muoversi il convoglio di quell’amministrazione locale, stabilendo in partenza le fermate, il numero delle stesse, il tempo occorrente per raggiungere ciascuna di esse e, infine, la stazione finale.
Oltre al Piano aziendale Pizzarotti dovrà stabilire, se vorrà essere un bravo amministratore, le figure professionali di tutti i livelli, necessarie alla realizzazione del suo progetto, in base al Piano aziendale prima richiamato.
Dovrà inoltre occuparsi di un piano finanziario per risollevare la situazione tragica di quel Comune, anche con l’istituzione del Nucleo di polizia tributaria nonché del Nucleo investigativo affari interni in funzione anti corruzione.
 
A Genova, ha prevalso un uomo  appoggiato dalla Sinistra ma che proviene dalla società civile: Marco Doria. I problemi della città ligure sono enormi e fra essi il primo che citiamo è l’instabilità del territorio al quale dovrebbero essere dedicate molte risorse per metterlo in sicurezza.
A Palermo, sembra che abbia vinto il vecchio, cioè quello che incarna Leoluca Orlando, essendo già stato sindaco del capoluogo isolano due volte. Ricordo che quando venne al nostro forum, era il 3 novembre 1990, ci annunciò la sua fuoriuscita dalla Democrazia cristiana e la costituzione del suo partito La Rete. Quella fu un’effettiva novità, anche se, successivamente Leonardo Sciascia lo definì insieme ad altri, professionista dell’antimafia, proprio per questo eletto.
Fu un periodo buono nel quale la città rifiorì. Oggi i tempi sono molto più difficili perché sono finite le risorse e perché l’amministrazione comunale gode di oltre 8.000 dipendenti, quando invece con la metà potrebbe tranquillamente produrre i servizi per i palermitani.

Staremo a vedere se Orlando vorrà imprimere un percorso professionale alla sua attività seguendo le linee indicate prima a proposito di Pizzarotti. Staremo a vedere se Orlando, come prima mossa, predisporrà la richiesta di adesione all’Associazione nazionale dei Comuni virtuosi, per ottenere la quale dovrà ribaltare l’attuale situazione basata sul clientelismo più sfrenato che ha prodotto danni incommensurabili.
Orlando è stato eletto perché il Partito democratico, che fa riferimento a Cracolici e Lumia ha perso, in quanto ha voluto sostenere un governo regionale che del clientelismo ha fatto la sua linea conduttrice. Non  hanno capito che i siciliani sono stanchi di subire una linea partitocratica che favorisce una piccola parte di privilegiati e danneggia la stragrande maggioranza dei cittadini.
Chissà se Enzo Bianco abbia preso coraggio e si prepari alla contesa come candidato sindaco di Catania, che verosimilmente lo vedrà opposto a Nello Musumeci.
Mag
09
2012
Come previsto, gli italiani hanno calato la mannaia sulla partitocrazia. Di fatto, gli elettori hanno disgregato i tre poli, votando con estrema chiarezza contro i privilegi che dissennati partitocrati si sono riservati in questi ultimi vent’anni, facendo aumentare a dismisura la spesa pubblica che quest’anno, salvo imprevisti, toccherà la cifra record di 809 miliardi (interessi sul debito compreso), più del 51 per cento del Pil nominale (1588 mld).
La grave responsabiltà del Governo Monti di non aver messo mano al taglio della spesa pubblica e dei relativi privilegi è grande. Appare del tutto insignificante il primo taglio di 2,1 mld annunciato dal supercommissario mani di forbice, Enrico Bondi, entro il 31 maggio.
Oltre a tagliare i costi della politica (indennità ai parlamentari, bilanci di Camera, Senato e Quirinale, ministeri), bisogna tagliare i trasferimenti a Regioni e Comuni, in modo che essi siano costretti ad eliminare le partecipate (con Consigli di amministrazione e revisori dei conti), le indennità ai consiglieri regionali e comunali e mettere in Cassa integrazione, al 60 per cento dello stipendio, 1 milione di dipendenti pubblici dei tre livelli, esuberanti rispetto ai servizi da erogare ai cittadini.

Nel Nord Italia, vi è stato il previsto consenso al Movimento 5 Stelle del comico Beppe Grillo, che tale rimane. Il movimento si è ufficializzato ed è dunque diventato parte integrante dello scenario politico. Esso non è la soluzione della grave malattia che ha preso l’Italia per colpa dei partitocrati, ma è un anticorpo benefico per fare capire a costoro che la festa è finita, per la semplice ragione che i soldi sono finiti.
Non c’è più spazio per corruzione, sprechi, evasione fiscale e quant’altre storture hanno infierito sul nostro Paese e sulla stragrande maggioranza dei cittadini. Per esempio, la copertura della corruzione che si nasconde dietro gli acquisti di beni e servizi a prezzi superiori di quelli indicati sul sito della Consip (Concessionaria servizi informativi pubblici).
Un articolo unico dovrebbe essere inserito sul prossimo Decreto legge: nessun ente pubblico può acquistare beni e servizi a prezzi superiori a quelli indicati dal listino della Consip, pubblicati sul sito internet.
 
Altra nota di protesta è l’aumento dei non votanti, che raggiunge il terzo degli elettori (67,6 per cento), anche se si paventava che l’astensionismo avrebbe potuto superare il 40 per cento. L’astensionismo non è la soluzione dei problemi nazionali, perché chi si assenta ha sempre torto. Il cittadino deve sempre esprimere democraticamente la sua volontà. La protesta deve però manifestarsi dentro le urne e non fuori, esprimendo un voto nullo.
Il 20 maggio prossimo, con i ballottaggi, si completerà il quadro dei nuovi sindaci, ma i Consigli comunali sono già stati eletti e, quindi, i partiti, ormai poco rappresentati in quei consessi, hanno avuto la punizione che si meritano: la disgregazione, di fatto, dei tre poli.
Il Pdl è stato il più penalizzato, ma neanche Pd e Terzo Polo possono rallegrarsi. La situazione è chiara, bisogna voltar pagina domattina stessa.

Altro squillo di trombe contro la partitocrazia è arrivato dalla Sardegna, dove si è svolta una consultazione popolare con ben dieci quesiti referendari. Si paventava che essi non raggiungessero il quorum costitutivo (33,4 per cento), mentre esso è stato superato seppur di poco con il 35, 5 per cento: una vera iattura per i partiti.
Con quattro referendum sono state tagliate senza pietà altrettante Province, in via definitiva. Col quinto referendum sono state cancellate le indennità dei consiglieri regionali. Ben il 97 per cento ha scritto sì.
Poi vi sono stati cinque referendum consultivi che denotano una forte volontà politica di condanna per la partitocrazia: abolizione delle restanti quattro Province (Cagliari, Sassari, Nuoro ed Oristano), riduzione del numero dei consiglieri regionali da 80 a 50, riscrizione dello Statuto, abolizione dei Consigli d’amministrazione di enti e aziende regionali, primarie obbligatorie prima dell’elezione del presidente della Regione. Tutte indicazioni contro la partitocrazia.
Ora, urge promuovere analoghi referendum in Sicilia, che trovate  elencati in ultima pagina, per dare voce ai siciliani incazzati. Che dicono basta ai privilegi.
Ott
27
2011
Si avvicinano le elezioni amministrative, e probabilmente quelle nazionali, che si svolgeranno in primavera del 2012. Viene a galla con prepotenza la questione della qualità dei candidati che, quando sono eletti, trasferiscono alle attività istituzionali le loro capacità o le loro incapacità.
In altri termini, la vera politica si può fare solo se si possiedono conoscenze e doti adeguate e, parimenti, la vera amministrazione negli Enti locali si può fare se si possiede un’adeguata preparazione non solo politica ma anche amministrativa.
I candidati, dunque, debbono essere potenzialmente idonei a svolgere l’incarico, se eletti. La democrazia esige competenze, soprattutto nei nostri giorni quando il bisogno e le esigenze dei cittadini possono essere soddisfatti se viene prodotta ricchezza. Essa va distribuita con criteri solidaristici, mentre, d’altro canto, le amministrazioni di ogni livello devono gestire la spesa pubblica in modo essenziale, organizzato, efficiente, inerente, essenziale e produttivo.

Qualunque cittadino può esercitare l’elettorato attivo, ma occorre una legge che stabilisca che tra i requisiti, per porre la propria candidatura, vi sia un’autocertificazione nella quale vengano elencati almeno mille libri letti, conosciuti e approfonditi, oltre a quelli scolastici ed eventualmente universitari, delle diverse materie: letterarie, filosofiche, sociali, matematiche, economiche, organizzative, storiche e via elencando.
Solo chi ha una discreta cultura generale e specifica, che può avere appreso dai libri ma anche dalla partecipazione in corsi di master internazionali, può avere la pretesa di diventare parlamentare, consigliere regionale o di Comuni. Maggiori requisiti dovrebbero avere coloro che vengono nominati nelle società pubbliche partecipate, in base a curricula che spesso sono delle inutili elencazioni di titoli cui non corrisponde la competenza.
Ci rendiamo conto che molti degli eletti, che non sono in grado di fare l’autocertificazione menzionata e/o non possiedono i requisiti prima elencati, si possono seccare. Non possiamo farci niente. La nostra valutazione deriva dalla fotografia del ceto politico che non dà prestigio alle istituzioni cui partecipa.
 
Fra gli altri mali, chi è ignorante è anche egoista. Solo la cultura stempera l’istinto naturale di cui siamo dotati, che è quello di servire noi stessi prima di ogni altra cosa e poi, eventualmente, dedicarci agli altri.
Chi ha letto almeno mille libri sa che gli egoisti nel tempo vengono puniti dalla Natura, la quale ha le sue regole spesso imperscrutabili e tuttavia tassative, secondo le quali nel medio e lungo periodo le persone capaci emergono e si affermano. Ma ciò può accadere solo in un mondo selettivo che premi il merito e riconosca chi è bravo.
Nel settore politico italiano non esiste il merito e, per conseguenza, non emergono i migliori bensì gli yes men, detti anche fedelissimi, i quali hanno il compito di eseguire becere disposizioni che vogliono accentrare il potere, appunto con egoismo.
Comprendiamo che la ressa dei senza mestieri spinge per avere un posto in lista e poi un posto nelle istituzioni. Tutti costoro hanno fame di indennità, ma non si pongono neanche lontanamente il principio fondamentale che chi viene eletto deve servire i cittadini, non servirsene.

Sappiamo che queste note provocheranno ilarità in tanti deputati, senatori e consiglieri comunali. Sarà questa una dimostrazione ulteriore di ignoranza, della quale non ci siamo mai curati. Non volere vedere la iattanza, l’incuria e l’incapacità con cui viene trattata la Cosa pubblica, significa tenere gli occhi chiusi o cercare di illudersi che le cose possano continuare così, coltivando privilegi e rendite di posizione.
Per fortuna, sono arrivate la crisi internazionale e la stretta dell’euro a fustigare facili costumi di tanti politici senza mestiere che farebbero bene a trovarselo, il mestiere.
I soldi pubblici sono finiti e sarebbe un bell’esempio se Governo, maggioranza e opposizione tagliassero, stavolta sì in modo lineare, stipendi, indennità e rimborsi del cinquanta per cento. Non sarebbe un grande risparmio finanziario, ma un esempio che verrebbe apprezzato moltissimo dai cittadini.
Ma l’ignoranza del ceto politico non gli fa vedere questa necessità. Eppure, saranno costretta a vederla.
Giu
01
2011
I commentatori politici sono tutti d’accordo: Berlusconi ha subìto una sberla, un cazzotto, una legnata, per la sua dissennata conduzione di questa campagna elettorale, nella quale, pur trattandosi di consultazione amministrativa, ha voluto scriteriatamente inserire argomenti nazionali, e, in primis, la riforma della giustizia.
Ma, a nostro avviso, il cambio dell’umore dell’elettorato, seppure inferiore a un terzo del totale, è fisiologico dopo 17 anni di berlusconismo, comunque presente anche quando ha governato il Centrosinistra. Si tratta della conseguenza di una inesistente organizzazione del Pdl, composto da correnti, interessi locali e corporazioni come accadeva ai tempi delle correnti democristiane che hanno affossato la balena bianca nel 1992.
Berlusconi è sceso in campo, avrebbe dovuto dire salito in campo,  per dare una svolta alla politica italiana, oppure, secondo i suoi detrattori, per difendersi dai processi intentati da diverse procure e incardinati in più stadi di giudizio. Che non sia stato mai condannato è un fatto, però si sottace che un gran numero di volte i processi si sono esauriti per prescrizione e non per  assoluzioni.

A ben vedere, il successo di Giuliano Pisapia, a Milano, è una reazione di disgusto dell’elettorato di Centrodestra nei confronto della Moratti e del suo sistema di potere che ha favorito l’oligarchia degli immobiliaristi, che hanno cominciato a inondare Milano di cemento.
Non sappiamo come si svilupperà l’azione per la costruzione di manufatti e opere pubbliche entro febbraio 2015, quando dovrà essere inaugurata, per 6 mesi, l’Expo internazionale. Infatti, per ora, la Moratti resta commissario straordinario per quell’evento e se non dovesse essere sostituita da questo governo, dovrà convivere col nuovo sindaco, vendoliano, espressione della Sel, Sinistra ecologia e libertà.
Bisognerà vedere come egli concilierà i principi dell’estrema sinistra che prevedono l’espansione della mano pubblica col Patto di stabilità europeo del 25 marzo, che prevede un taglio della spesa pubblica. Se Pisapia sceglierà come city manager Marco Vitale, economista di alto livello e spesso nostro collaboratore, darà una svolta decisiva alla città.
 
A Napoli, c’è stato il fenomeno Luigi De Magistris, un magistrato in aspettativa che è diventato a furor di popolo, col 65% di preferenze, sindaco della città partenopea.
De Magistris è assurto all’onore della cronaca, per le sue inchieste sui potenti. Anche in questo caso si tratterà di vedere se egli saprà essere un buon amministratore, redigendo un Piano aziendale del Comune, che consenta di rimettere ordine in quel bilancio e, soprattutto, di rendere funzionante il sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti. Napoli deve cedere il triste primato di città-spazzatura che Bassolino e Iervolino hanno conseguito con la loro inettitudine e incapacità di agire.
Questo è il vero spettro per De Magistris: l’uno e l’altra hanno fatto votare per lui e, non vi è dubbio che anche parte della criminalità organizzata abbia influito sul risultato, come avrebbe influito sull’altro candidato. Nascondere questo dato è fuori di luogo.
Tuttavia, se saprà essere integerrimo come magistrato e bravo come amministratore, entro fine anno a Napoli potrà aversi una scossa decisiva per tentare di riportare la città ai fulgori del periodo borbonico.

Berlusconi deve decidere se dare una svolta alla sua azione o intraprendere la strada del declino definitivo. Continuando come ha fatto, sarà quest’ultimo il suo destino. Invece, se varerà un progetto di sviluppo fondato sulle opere pubbliche e sugli investimenti, se costringerà le regioni del Sud a utilizzare tutte le risorse europee, se darà un taglio decisivo ai privilegi del ceto politico e amministrativo, se fracasserà monopoli e corporazioni, si potrà presentare onorevolmente, alla prossima scadenza di giugno 2013.
Tremonti sta preparando la manovra di agosto. Dovrà tagliare 40 miliardi ma, se continuasse nella sua azione dissennata di tagliare gli investimenti, accrescerebbe la depressione economica. è avvisato.
Un’ultima annotazione riguarda la Sicilia: è il successo di Nello Dipasquale, sindaco di Ragusa, premiato per essere stato fattivo e concreto come lo sarà, crediamo, nel secondo mandato.
Mag
18
2011
Dopo la miriade di valutazioni tentiamo di rappresentare, in modo obiettivo, il primo turno delle amministrative di mezzo termine che, solitamente, sono contrarie alla compagine governativa (come accaduto negli Stati Uniti a Obama).
Al di la di questo dato statistico, si consolida l’inequivocabile vittoria dell’astensione, formata dagli elettori disgustati da questo ceto politico e amministrativo, che per tale motivo  non vanno più a votare.
L’altra vittoria viene assegnata alla protesta, per cui il Movimento a cinque stelle di Grillo ha riportato vistosi risultati: quasi il 10 per cento a Bologna e quasi il 5 per cento a Milano, Napoli e Torino. La gente non ne può più di questo sistema istituzionale che tradisce la Costituzione e gli interessi del Popolo italiano.
Nelle ripetute e stucchevoli celebrazioni dell’Unità d’Italia, poco è stato detto degli interessi dei cittadini e della prevalenza del favore sul servizio, salvo sfumate parole che non corrispondono alle aspettative degli elettori.

Torino e Bologna sono due città tradizionalmente rosse. Nel capoluogo piemontese vi è stata un’eccellente amministrazione del sindaco uscente, Sergio Chiamparino, il cui risultato è stato raccolto da quell’onest’uomo, ex comunista, che è grissino, Piero Fassino.
A Bologna, dopo lo scandalo Del Bono, il Partito democratico ha vinto con poco più del 50 per cento, ma ricordiamo che nella città felsinea il consenso di quel partito, fin dai tempi in cui si chiamava comunista, era superiore ai due terzi.
A Napoli, vi è stata la giusta punizione per i 18 anni di pessima amministrazione condotta prima da Bassolino e poi da Iervolino. Quei cittadini non ne possono più di vedere l’enorme quantità di spazzatura per le strade e di essere considerati africani del Maghreb, dall’Europa e dal mondo intero. Gli elettori del Pd hanno virato in massa per l’ex magistrato Luigi De Magistris, che ha raccolto un insperato quarto dei voti.
A Milano, infine, la sorpresa Giuliano Pisapia non è tanto sorpresa perché egli ha ottenuto tutti i voti del precedente candidato cinque anni fa. Pisapia è un uomo di legge, rispettabile e garantista. Tuttavia, proviene da un passato di militanza nella sinistra radicale.
 
Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, sostiene che la decapitazione del consenso al Pdl meneghino sia un evidente segnale di avvertimento piuttosto che una volontà politica, tanto che, ritiene, in occasione del ballottaggio del 29 e 30 maggio gli elettori del Pdl riverseranno in massa i loro suffraggi sulla Moratti che, quindi, vincerà. Ipotesi azzardata o veritiera? Aspettiamo il 30 maggio.
Sulla Moratti non possiamo celare la nostra valutazione di figura scialba e non carismatica, che ha condotto nella città della Madonnina un’attività di discreta amministrazione ma senza un’alta iniziativa di sviluppo. Lo stesso progetto dell’Expo 2015 è rimasto inattivo. Vi sono poi beghe di varia natura relative al Piano regolatore e alla spinta forte degli immobiliaristi che vogliono scaricare su Milano cemento a go-go.
Lo stesso Berlusconi ha commesso l’errore (è strano per un bravo comunicatore come lui) di scegliere toni accesi e argomenti estremisti, evidentemente non graditi ai suoi elettori che gli hanno più che dimezzato il consenso, facendolo passare dai 53 mila voti di preferenza del 2006 ai circa 20 mila raccolti nei giorni scorsi.

Se questa classe politica continuerà a restare sorda alla protesta - gigantesca per l’Italia - degli elettori, si perderà. Questo non sarebbe un male. Male sarebbe se con essa si perdessero pure gli italiani.
I pessimi governi di Prodi (2006/08) e di Berlusconi (2008/11) hanno fatto emergere la pochezza del ceto politico, incapace di seguire una linea di alto profilo istituzionale basata su sviluppo e lavoro, attenta invece a tutte le baruffe di cortile e agli interessi particolari di questa o quella corporazione, di questo o quel personaggio.
C’è stata la crisi del 2008, dice qualcuno a scarico delle responsabilità di Berlusconi. Vero. Ma è anche vero che gli Stati Uniti hanno rimontato con vigore e marciano a un ritmo di sviluppo del 3,2 per cento, la Germania al 4,8, Francia e Spagna a oltre il 2 per cento. L’Italia alla metà.
Bravi, bis.
Nov
12
2010
In queste ultime settimane il termometro politico ha la febbre alta. Nonostante i tatticismi dei vari protagonisti, le elezioni politiche sembrano prossime. Il che significa che a meno di tre anni dalle precedenti si torna a votare pro o contro Berlusconi e non a favore di questo o quel programma. Tutto ciò, dopo un anno di blocco delle attività parlamentari che hanno risentito dell’inefficienza del Governo in carica e del presidente Fini, divenuto capo partito.
La situazione è grave anche perché l’opposizione è variegata e frantumata, non ha una sola voce e un solo programma, un testo basato su dieci attività e non di più. Non c’è in vista una situazione del tipo anglosassone o francese o tedesca, per cui si sa, prima di votare, che chi vince governa davvero e chi fa opposizione critica in modo costruttivo. 
Quando il vertice di un Paese come il nostro non funziona, è miracoloso che parti della società civile ed economica funzionino per proprio conto. Ma è evidente che la mancanza di un coordinamento comporta l’impossibilità di utilizzare sinergie essenziali per moltiplicare la creazione di valore.

Il valore che si crea non deve essere necessariamente economico, può essere anche sociale. L’importante è che esso aumenti costantemente. Ma chi è capace di creare valore? Solo chi è dotato professionalmente e moralmente, cioè chi è onesto e capace. Coloro che non possiedono questi due requisiti creano disvalore, che si sottrae al valore. La società italiana non è capace di separare nettamente valori da disvalori e, secondo la regola che tutti hanno famiglia, confonde colpevolmente gli uni con gli altri.
I partiti ricevono i rimborsi elettorali anche in caso di scioglimento anticipato delle Camere. Ancora oggi lo Stato sta pagando con i nostri  soldi i rimborsi elettorali della tornata che vide Prodi vincente per 24 mila voti nel 2006. Infatti, tali rimborsi saranno completati nel 2011. Ma intanto dal 2008 sono partiti i rimborsi per la campagna elettorale che vide vincere il Cavaliere. Si tratta di centinaia di milioni di euro, non di bruscolini (1 euro per voto, moltiplicato per il numero di anni).
Il finanziamento pubblico dei partiti fu abolito a furor di popolo dopo il ciclone Mani Pulite, ma poi ripristinato con una denominazione diversa, cioè il rimborso elettorale.
 
I partiti ne inventano una più del diavolo per arraffare i nostri soldi.
A qualcuno potrebbe sembrare che noi siamo contro i partiti. Non è così. Innanzitutto perché sono previsti dall’art. 49 della Costituzione, il quale prevede: Tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
I partiti, dunque, possono concorrere. Non sono i decisori, i quali restano i cittadini. I partiti devono usare il metodo democratico, cioè devono avere degli statuti che consentano di eleggere i propri organi, senza far prevalere fazioni e prepotenze e, in nome della trasparenza e del diritto dei cittadini, compilare bilanci veri e certificati, in modo da giustificare la percezione del pubblico denaro che finanzia la politica, ma quella giusta e corretta, non i loschi affari.

Dal metodo democratico previsto in Costituzione, questi partiti hanno ribaltato l’indirizzo della Magna Carta e, con una tracotanza senza limiti, si sono approvati una legge elettorale detta porcellum che ha di fatto incentrato il potere di nomina di tutti i membri del Parlamento nelle mani di quattro o cinque persone. Altro che democrazia! Si tratta di una oligarchia conclamata.
Com’è noto, il partito che prende anche un solo voto più degli altri si aggiudica 340 seggi alla Camera su 630. Ecco perché Berlusconi lotterà con qualunque mezzo per evitare di cambiare questa legge.
Invece, essa va sostituita con un’altra. Noi pensiamo al maggioritario con il doppio turno alla francese che nel Paese transalpino funziona bene, seppur accoppiato a un regime presidenziale, cioè con l’elezione diretta a suffragio universale del presidente della Repubblica che ha compiti di gestione del Paese. Peraltro, il modello del doppio turno esiste già in Italia per l’elezione dei sindaci e funziona molto bene.
Attendersi reminiscenza dai responsabili dei partiti è illusorio. Solo l’opinione pubblica e i quotidiani che la rappresentano possono spingere al profondo cambiamento urgente e indifferibile.
Ott
06
2010
Berlusconi ha avuto il pregio di fare chiarezza: sapere cioè di quanti voti è composta la sua compagine. Alla Camera dei deputati gli mancano sette/otto voti , al Senato è in parità. Così stando le cose, di fatto, Silvio Berlusconi non può fare quasi nulla. Non può soprattutto fare approvare una legge qualsiasi che lo metta al sicuro dai processi. Rimane sulla graticola ed in balìa di Gianfranco Fini. Il quale, a nostro sommesso avviso, conoscendo i numeri, ha messo in atto una tattica che gli consente di uscire smacchiato dalla vicenda Tulliani.
Nel suo messaggio web il presidente della Camera ha precisato di non sapere come siano andate le cose sulla vicenda di Montecarlo, ma che, se dovesse risultare che la campagna de il Giornale fosse vera, non esiterebbe a dimettersi dall’incarico. Questa circostanza sembra si stia consolidando e forse lo stesso Fini sapeva qualcosa di più di quanto ha ammesso.
Quale sarebbe il retroscena? Sarebbe che Fini coalizza una maggioranza parlamentare per cambiare la legge elettorale, subito dopo dimettersi e andare ad elezioni come leader di Futuro e libertà.

Berlusconi, dal suo canto, spinto da Bossi, sta preparando il terreno per arrivare allo stesso risultato: le elezioni. Ma spera di cristallizzare la situazione fino a gennaio 2011, in modo che non ci sia più il tempo di cambiare la legge elettorale, la porcata, e andare ad elezioni col potere intatto di nomina dei candidati. Il che assicurerebbe allo stesso Bossi, ma anche a tutti gli altri capipartito, un enorme potere su tutti coloro che vogliono essere rimessi in lista, secondo un ordine di precedenza che assicuri l’elezione.
I fatti diranno se questo scenario è fondato, ma ci vorrà poco perchè, intanto, ci sarà l’immediato scontro su una delle leggi ad personam e poi quello sulla Finanziaria 2011.
In questo quadro, a perdere sono gli italiani, perchè il Governo e la maggioranza non affrontano la questione di fondo: lo sviluppo, la crescita di ricchezza, l’aumento dell’occupazione.
La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha tuonato contro l’immobilismo del Governo. Luca Cordero di Montezemolo e Sergio Marchionne hanno preso a cannoneggiare da un altro versante. La Chiesa martella Berlusconi. Gli ebrei sono in rivolta.
 
Il Cavaliere è riuscito nell’impresa di farsi nemici tanti poteri forti, ma egli spera nel suo appeal personale per rivincere le ormai inevitabili elezioni. Non sappiamo se la sua forza mediatica sarà più forte della realtà. Quel che sappiamo è che il Paese langue, il debito pubblico è arrivato all’enorme cifra di 1.838,3 miliardi (il 118,2 per cento sul Pil), la disoccupazione aumenta, le opere pubbliche sono bloccate, la Pubblica amministrazione è nel disastro più completo: tutto questo equivale al  blocco dell’economia.
Il guaio è che questa situazione peggiorerà nei prossimi otto mesi perchè non si vede come questo Governo riesca a fare il suo mestiere, con qualche voto di maggioranza, se ce l’ha. A meno che Berlusconi, con un coupe de theatre non rinunzi alle leggi ad personam e si preoccupi della sorte degli italiani, soprattutto di quelli più deboli: impossibile.

Se Roma piange, Palermo non ride. Neanche Raffaele Lombardo può pensare di fare le importanti riforme che ha promesso col suo quarto Governo di tecnici, contando su una maggioranza effettiva di trentasette voti: tredici dell’Mpa e 24 del Pd (Giovanni Barbagallo, Bernardo Mattarella e Michele Donegani hanno votato contro), poi riesce a raccogliere altri nove voti sulla base di uno scambio. Trattandosi di voti marginali, il prezzo da pagare sarà altissimo.
Come sempre, è abitudine della nostra linea editoriale dare fiducia a chi si accinge a un’impresa anche disperata, come quella di Lombardo. Diamo fiducia perchè è indispensabile che la Sicilia cominci a crescere per fare aumentare il proprio Pil.
Abbiamo più volte elencato le cose da fare, ma due hanno la precedenza: il Piano regionale delle opere pubbliche ed i Parchi progetto dei 390 Comuni per aprire i cantieri e immettere liquidità. Secondo: tagliare 2,9 miliardi dal Bilancio (abbiamo più volte indicato come) per trasferire i risparmi agli investimenti e alla riduzione o cancellazione dell’Irap a carico delle imprese.
Finalmente Lombardo si è accorto che trasformando le Province in Consorzi di Comuni (art. 15 dello Statuto) si risparmiano 400 milioni (ma noi abbiamo conteggiato 500 mln). Meglio tardi che mai.
Set
11
2010
Ciclicamente viene all’attenzione dell’opinione pubblica l’urgenza di modificare la legge elettorale. I partiti tradizionali resistettero con la legge proporzionale fino al 1992. Il difetto principale di quella legge era che gli elettori si limitavano a votare i candidati i quali, poi, nelle due Camere, dovevano assemblarsi in maggioranze, che quindi potevano mutare.
L’instabilità conseguente fu che in quasi cinquant’anni cambiarono una cinquantina di Governi. Dalla legge proporzionale scaturì anche Tangentopoli e da lì Mariotto Segni impugnò l’arma bianca del referendum che, nel 1993, tagliò la dissennata legge.
Il Parlamento doveva votare, secondo l’indirizzo referendario, una legge elettorare maggioritaria con collegi uninominali, ma con un colpo di mano Sergio Mattarella propose di mantenere l’elezione proporzionale per il 25 % dei seggi alla Camera.  Nacque il Mattarellum.
Stolto sarebbe chi, oggi, volesse tornare a qualla famigerata legge semi-proporzionale.

Del peggio c’è il peggiore. La legge elettorale inventata da Roberto Calderoli, ministro leghista, fu da lui stesso denominata porcata. Tale legge ha sottratto agli elettori il diritto di scegliere i candidati da eleggere. Essa ha trasferito ai leader di ogni partito il potere di nominare i candidati nella lista, secondo l’ordine a loro più utile. La vera porcheria della legge è che ha trasformato un Parlamento eletto democraticamente in un Parlamento di burattini, perché nessuno si muove al di fuori del controllo dei leader del loro partito, pena la non ricandidatura.
Da anni si torna a parlare di cambiare questa legge, ma ora che siamo al momento di provvedervi, Berlusconi e Bossi hanno detto di no e che questa legge deve rimanere anche per le prossime elezioni politiche del 2013 o prima, se Napolitano sciogliesse la legislatura. Si capisce perfettamente la logica dei due leader del centrodestra, che è quella di continuare a tenere in pugno tutti i propri deputati e senatori, ora trasformati in altrettanti yes man.
Un Parlamento composto da burattini, all’interno del quale l’opposizione appare frazionata e inconsistente, perché non propone un progetto politico alternativo.
 
È venuto da tante parti il bisogno di approvare una nuova legge elettorale, ma dopo il netto rifiuto di Berlusconi e Bossi, essa può essere approvata da una maggioranza diversa, se c’è, in Parlamento. Ecco perché sarebbe importante che tutti gli altri partiti, a eccezione di quello berlusconiano e della Lega, si riunissero per valutare se tale possibilità esiste.
Questa è una precondizione per discutere, poi, quale forma debba assumere la nuova legge. Se manca, è inutile che D’Alema, Fini o Casini propongano le rispettive ipotesi.
Se la legge elettorale è indispensabile per le elezioni che verranno, la questione più urgente è quella dello sviluppo dell’Italia, che passa attraverso quello del Mezzogiorno, legato a sua volta a massicci investimenti in opere pubbliche per adeguare alla media nazionale il tasso infrastrutturale.

Ben comprendendo questa urgenza, che un ceto politico responsabile dovrebbe mettere al primo punto dell’agenda, si capisce anche che l’interesse primario di Berlusconi è quello di avere uno scudo dai tre processi che lo coinvolgono (Mills, Mediaset e Mediatrade) e l’interesse primario di Bossi è quello di far passare il federalismo, che ha lo scopo non tanto nascosto di mantenere la ricchezza al Nord e di lasciare che il Sud vada alla deriva, anche e soprattutto per le responsabilità della propria classe dirigente.
Questo non accadrebbe se il Parlamento ritornasse a essere composto da eletti e non da nominati. Ecco, quindi, che ritorna essenziale la modifica dell’attuale legge elettorale.
Guardando l’Europa, vediamo che funziona benissimo la legge elettorale francese, maggioritaria a doppio turno, perché consente (sul modello della legge italiana sull’elezione dei sindaci) di scremare al primo turno tutti i candidati e consentire al secondo la scelta fra i due che hanno riportato il maggior numero dei voti.
Essa è simile alla legge elettorale britannica, mentre le altre leggi proporzionali (come quella tedesca o spagnola) farebbero ricadere nel vecchio vizio la democrazia italiana.
Mar
10
2010
L’emendamento “liste pulite” al ddl anti-corruzione è stato una blanda risposta all’esigenza di pulizia e di lotta alla corruzione della Cosa pubblica, che proviene dai cittadini. Questi sono disgustati nell’apprendere giornalmente come vi siano alti dirigenti dello Stato che truffano, corrompono, rubano e compiono malversazioni appropriandosi dei quattrini pubblici.
Ma la montagna ha partorito il topolino, perché il ddl in pectore prevede che non possano essere candidati i pregiudicati, cioè coloro che abbiano subito condanne definitive, passate in giudicato. Questo era il minimo che si potesse fare. Governo e maggioranza non hanno capito che i cittadini vogliono che sia cancellato dalla scena politica a tutti i livelli (nazionale, regionale e locale) chiunque sia stato condannato in uno dei tre gradi di giudizio o più semplicemente rinviato a giudizio.

La questione è di più ampio respiro e riguarda il più vecchio tema del professionismo nella politica. Più che un tema, un dilemma: se sia opportuno che esistano i professionisti della politica, cioè coloro che nella loro vita non abbiamo fatto nient’altro, oppure che vi siano dei cittadini che solo per un periodo limitato della propria vita servano la collettività, per poi rientrare prontamente e definitivamente a fare ciò che facevano prima.
A noi sembra che la seconda alternativa sia più opportuna, in una vera democrazia che ha bisogno sempre di nuove forze, di nuovi entusiasmi e di neofiti che diventino prontamente veterani. Questa seconda ipotesi elimina il pericolo di incrostazioni e quindi fronteggia il rischio di corruzione.
Il divieto di servire il popolo per più di otto o dieci anni dovrebbe essere tassativo, cioè evitare di essere aggirato facendo concorrere candidati a diversi incarichi come oggi spesso si verifica.
Insomma si tratta di far mettere il cuore in pace a chi occupa un posto di rappresentanza dei cittadini sapendo che è lì solo provvisoriamente. La questione che proponiamo dovrebbe diventare l’incipit di una legge che regolamenti la vita dei partiti, previsti dall’articolo 49 della Costituzione.
 
Il loro finanziamento dovrebbe essere subordinato a Statuti che contengano regole democratiche vincolanti e controllo ferreo di finanziamento e bilanci, certificati da autorità esterna.
è vergognoso assistere alla corsa ai seggi di consigliere comunale, provinciale e regionale da parte di senza mestiere, quasi che si trattasse di concorsi pubblici anziché di elezioni. Tale vergogna si è concretizzata nel momento in cui sono state stabilite cospicue indennità, che fanno arricchire chi, fuori dai siti istituzionali, non saprebbe come sbarcare il lunario. è da questa distorsione della politica che nasce la quasi inesistente qualità dei rappresentanti istituzionali. Perché se non ci fosse la corsa all’oro, tanti cittadini sarebbero disposti a prestarsi per un vero servizio.
Se fosse accettata la regola che durante i mandati politici di qualunque livello il rappresentante continuasse a percepire il reddito della propria attività (impiegatizia, professionale, dirigenziale, imprenditoriale o altra) e null’altro, salvo il rimborso delle spese vive a piè di lista, finirebbe questo scandaloso comportamento di centinaia di migliaia di persone che fanno i tappetini pur di concorrere a un qualunque posto in una qualunque istituzione pubblica.

Per raggiungere l’agognata meta finanziaria, tanta gente si indebita ritenendo di pagare tali debiti con le ricche indennità percepite in caso di successo. Se le indennità non ci fossero, non si indebiterebbe nessuno e la competizione verterebbe solo sulle qualità morali e professionali dei candidati piuttosto che sulla loro arte di corrompere e di scambiare il voto con il favore.
Quella che esponiamo è mera teoria? Non sappiamo. Si tratta però di un’analisi concreta che tiene conto dell’interesse generale entro il quale non ci sta l’interesse di coloro che vogliono arricchirsi a spese della collettività.
Dalla corruzione nella politica è facile passare alla corruzione nella pubblica amministrazione, perchè l’intreccio degli interessi privati comporta che quando si prende una busta ognuno si mette i guanti per mantenere pulite le proprie mani.